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SINISTRA E SOCIETÀ CONTEMPORANEA Silvano Andriani, Il coraggio della contaminazione 

Già nel corso del dibattito nell’ultimo congresso Ds, in qualche intervento, era emersa la suggestione che l’esperienza della formazione del Partito democratico potesse avere un seguito in altri Paesi europei. Conviene allora provare a inquadrare la vicenda della nascita del Partito democratico nel contesto dei mutamenti politici in corso nei principali Paesi dell’Unione europea. Per alcuni di essi si può parlare di una crisi della politica che è andata manifestandosi nel tempo in vario modo: il successo della destra antiglobalizzazione di Le Pen nelle elezioni di Francia; la vittoria della destra antimmigrazione in Olanda; la crisi dei diversi modelli di politiche di integrazione degli immigrati; la sconfitta del «sì» nei referendum sulla Costituzione europea in Francia e Olanda; la generale perdita di consenso del progetto europeo; e il montare di un preoccupante disincanto verso la democrazia in Germania. Tutti questi fenomeni mettono in evidenza un crescente distacco delle élite politiche dall’opinione pubblica che ha come causa principale lo spiazzamento che i sistemi politici subiscono a opera di un processo di globalizzazione trainato quasi esclusivamente dal mondo degli affari. In questi frangenti il problema principale riguarda evidentemente la sinistra europea. Qui il fenomeno principale sembra essere ora una tendenza allo sdoppiamento. Questa sembrava, fino a qualche tempo fa, una caratteristica dei Paesi latini, contrassegnati, in passato, dalla presenza di forti partiti comunisti, ora riguarda anche Paesi come la Germania e l’Olanda, dove forze nate dalla scissione di partiti socialdemocratici hanno raggiunto una notevole consistenza elettorale, in Olanda quasi pari a quella del partito socialdemocratico. Il risultato di tale situazione e del rafforzarsi, in taluni casi, dei partiti di estrema destra fa sì che nel nocciolo germanico dell’Unione – Germania, Austria, Olanda – i governi sono sostenuti da grandi coalizioni, che appaiono come il blocco politico delle forze consenzienti col processo di globalizzazione, mentre i partiti che rappresentano quanti resistono a esso si collocano a destra o a sinistra. In tali situazioni la sinistra si configura con una componente radicale, sostanzialmente in una posizione di resistenza nei confronti della globalizzazione, il cui radicalismo maschera un’attitudine conservatrice, e una sinistra riformista che non riesce a esprimere una critica sostanziale del processo di globalizzazione e finisce col proporre solo un modo più dolce di applicare le prescrizioni del Washington consensus. Le riforme rischiano di apparire a molti semplicemente come sacrifici necessari; nessuna meraviglia che tale approccio non riesca a conquista re adeguato consenso. La necessità di spostare verso il centro i partiti riformisti viene spesso sostenuta come risultante di un fenomeno più di fondo: un mutamento della conformazione delle società determinata da mutamenti della composizione sociale e dal montare di una cultura individualista. Una tale teorizzazione, in fondo, non è nuova e fu alla base della elaborazione della «terza via» e alla nascita del New Labour negli anni Novanta. Ciò che sorprende è che ancora oggi quell’approccio viene considerato, come risulta anche da qualche intervento al recente congresso dei Ds, come il paradigma di una strategia riformista e senza che si tenti, a ormai dieci anni dall’andata al potere del New Labour in Inghilterra e mentre Blair esce di scena con un livello di consenso ai minimi storici, un bilancio di quella esperienza. Quando si valuta la performance del New Labour rispetto all’obiettivo principale che esso stesso si è posto, adattare il Paese alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, in genere una valutazione positiva viene data sul modello sociale, considerando la buona performance dell’economia inglese negli ultimi dieci anni, mentre si valuta pessima la performance in politica estera, culminata nella fallimentare invasione dell’Iraq. In effetti, tassi di crescita e tassi di occupazione sono stati in Uk migliori di quelli dei principali Paesi dell’Europa continentale e questo viene considerata la prova di una maggiore capacità di adattamento della società inglese alle nuove sfide, dovuta alle riforme fatte per rendere più flessibile il mercato del lavoro e ridurre il ruolo dello Stato. Tali riforme, in effetti, erano state già fatte dalla Thatcher. Ma da cosa dipendono, in realtà, le migliori performace economiche dell’Inghilterra? In genere si assume che l’indice che meglio testimonia la capacità di adattamento di un sistema economico sociale sia quello della produttività oraria del lavoro. L ’indice inglese è, tuttavia, inferiore alla media europea ed è nettamente inferiore a quello di Francia e Germania. Ancora più significativo è un altro indice, quello che misura la mobilità sociale. Ora, una ricerca recente condotta dal Center for economic performance che fa un confronto tra Paesi a modello anglosassone, particolarmente segnato dalle politiche neoliberiste, e Paesi scandinavi, a modello socialdemocratico, mostra non solo che la mobilità sociale è nei Paesi anglosassoni nettamente inferiore , ma anche che essa è in Inghilterra in diminuzione negli ultimi anni. Nello stesso tempo, dati Ue ci dicono che in Inghilterra l’indice di povertà, che per il modo in cui è costruito misura anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, è tra le più alte di Europa. Questo vuol dire che il New Labour avrebbe mancato il suo obiettivo principale, quello di re n d e re la società più dinamica consentendo alla generalità degli individui un’ascesa sociale basata sull’impegno e il merito. Così stando le cose, la buona performance dell’economia inglese può essere spiegata con due fattori uno ciclico e l’al ro strutturale: il primo è consistito nella possibilità che il governo inglese ha avuto di adottare politiche macro economiche più espansive in seguito alla decisione di non a d e r i re all’euro; il secondo, non ripetibile da altri Paesi, consiste nel ruolo preminente ricoperto nel campo della finanza e nel ruolo decisivo che essa è venuta assumendo nel tipo di sviluppo e di globalizzazione in corso. Ma poi è possibile considerare le disavventure internazionali come un semplice incidente di percorso? O non è più realistico ritenere che l’impegno ad affermare a livello mondiale un certo modello di sviluppo e il modo con il quale Blair ha ritenuto si dovessero fronteggiare in termini strategici i problemi posti dal governo del pianeta stessero insieme in una visione del processo di globalizzazione che collima con quello attualmente in atto, verso il quale i sostenitori della «terza via» non hanno mai avuto un atteggiamento critico? Vi è un’analisi delle società contemporanee, che è sostanzialmente opposta a quella che ne postula la deriva centrista e che sottolinea invece la polarizzazione crescente tra quelli che hanno e quelli che non hanno conseguente alla crescita della concentrazione del reddito e della ricchezza che caratterizza quasi tutte le società contemporanee.

Taluno, come Paul Krugman, parla addirittura di «scomparsa dei ceti medi», riferendosi a quelle figure comprendenti anche lavoratori dipendenti dotati di un lavoro stabile e ben retribuito, mentre Larry Summers, anch’egli un liberaldemocratico, che fu ministro del tesoro con Clinton, sostiene che «far fronte ai bisogni dell’ansiosa classe media globale è la sfida economica del nostro tempo». Liberare le società e i mercati dalle incrostazioni corporative può essere un obiettivo in parte collimante della sinistra e della destra liberista, ma già le motivazioni dovrebbero essere diverse. Per la destra si tratta di affermare il principio dell’individualismo in una visione che nega l’esistenza stessa della società e dell’impresa come costrutto sociale, mentre per la sinistra dovrebbe essere soprattutto un modo per realizzare un principio di uguaglianza delle opportunità e perciò dovrebbe andare di pari passo con la fornitura, da parte delle società, di adeguati beni pubblici per consentire agli individui di adattare e realizzare continuamente le proprie capacità. Ma le differenze dovrebbero andare ben oltre: la crescita delle disuguaglianze e della concentrazione della ricchezza sta diventando causa, non solo di crescente ingiustizia, ma anche di crescente rigidità e inefficienza delle società e dei mercati, il principale ostacolo alla mobilità sociale e alla possibilità per tutti i cittadini di realizzare le loro capacità. Il neoliberismo sta tradendo la sua principale promessa, quella di dare ai cittadini, attraverso il mercato, la liberta di realizzarsi. La lotta per una minore disuguaglianza è un pilastro storico dell’approccio di sinistra perciò appare sorprendente che essa non sia ancora divenuta punto centrale di un programma per un tipo di sviluppo e una globalizzazione diversa da quella in corso. Su questo terreno, ormai è chiaro, sarebbe nuovamente possibile un’alleanza tra forze di sinistra e forze liberaldemocratiche, purchè a sinistra si abbia l’accortezza di distinguere tra liberaldemocratici e liberisti. Il risultato della scarsa capacità di formulare una critica del modo in cui la globalizzazione sta avvenendo fa sì che la sinistra riformista non rappresenti adeguatamente i ceti meno abbienti, quelli che più si sentono minacciati dalla globalizzazione e che una volta rappresentavano la sua naturale costituency. Così essi restano esposti al richiamo delle sirene populiste. Questo spiega, oltre i fenomeni richiamati, anche il fatto che la classe operaia in Italia abbia votato in maggioranza per Berlusconi, il sostegno popolare ai gemelli polacchi e al leader populista ungherese sostenitori di un acceso nazionalismo e anche il fatto paradossale che David Cameron, leader conservatore inglese, che viaggia nei sondaggi quindici punti sopra Gordon Brown, stia facendo proprie le bandiere della lotta alle disuguaglianze, della difesa dell’ambiente e di una politica estera che non sia «schiava» degli Usa, issue tipiche della sinistra, anche se resta da vedere se e come renderà coerente questa visione con la natura del suo partito. Nel quadro di una crisi alquanto generalizzata della politica, il caso italiano presenta almeno due notevoli particolarità: l’Italia è l’unico Paese dove il sistema politico è letteralmente collassato con la scomparsa di tutti i partiti storici; l’Italia è l’unico Paese dove la presenza del Vaticano genera un condizionamento della vita politica che, specie nella fase attuale, dovrebbe indurre la sinistra a considerare prioritario l’obiettivo ad affermare chiaramente, in termini attuali, la laicità dello Stato. La particolare situazione italiana genera, tuttavia, anche una specificità positiva, in controtendenza rispetto al resto di Europa: tutte le componenti della sinistra, emerse nella lunga fase di transizione del sistema politico, collaborano nel sostegno dell’attuale governo. Si tratta di una unità ancora precaria e l’ulteriore evoluzione del sistema politico, che sarà influenzato dalla scelta del sistema elettorale, ci dirà se essa è destinata a durare.

La nascita del Partito democratico influenzerà inevitabilmente la riorganizzazione delle altre componenti del sistema politico e non solo di quelle della coalizione di centrosinistra. Vi sono, tuttavia, due modi di pensare una tale evoluzione. Si può desiderare che la nascita del Partito democratico possa creare anche in Italia le condizioni per una grande coalizione e, considerato che essa non sarà praticabile fintantoché Berlusconi occuperà la scena politica, ritenere che possa essere sostituita dall’alleanza con un grande centro, auspicandone la nascita come fa Casini. Una tale soluzione riproporrebbe anche in Italia i limiti già delineati del riformismo debole prevalente nel decennio precedente con due difetti in più: darebbe un enorme potere di coalizione a un partito che continua a dichiarare di fare parte del centrodestra; darebbe al Vaticano una capacità di condizionamento diretto e sistematico su ogni possibile coalizione di governo. L’altra strada è quella di rafforzare l’unità delle forze della coalizione. Questo comporta che il Partito democratico rafforzi la propria capacità di proporre una visione del processo di globalizzazione diverso da quello in corso e proponga comunque politiche che rafforzino la capacità dello Stato di intervenire per ridurre le disuguaglianze e dare a tutti i cittadini accesso adeguato a beni pubblici indispensabili per potere realizzare le proprie capacità e migliorare le condizioni del vivere civile. E comporta che gli altri partiti di sinistra rafforzino la propria cultura di governo, si dissocino da movimenti massimalisti e non si identifichino con un approccio pacifista che, per quanto nobile, non lascia spazio per una strategia internazionale e tanto meno per una politica estera realistiche. Una tale evoluzione culturale sarà possibile solo se il Partito democratico sarà generato dalla contaminazione di culture diverse presenti nella società e se tale commistione contribuirà a un sostanziale rinnovamento dei gruppi dirigenti. !

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