Il populismo In evidenza

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La capacità delle forze populiste di sfruttare dal punto di vista elettorale le esplosioni di emotività collettiva suscitate dall’opposizione all’immigrazione e dalla protesta antipolitica non basta a spiegarne pienamente il successo. Diverse sono le ipotesi interpretative a riguardo, che da una parte sottolineano la capacità di questi partiti di combinare il radicalismo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, dall’altra tendono a spiegarne il ruolo crescente inserendoli all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, da un’altra ancora ne evidenziano la capacità di risposta all’inquietudine di molti cittadini europei di fronte a fenomeni ai quali non erano preparati, in primo luogo la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale.

L’ascesa del Front National a primo partito francese nel primo turno delle elezioni regionali dell’autunno 2015, il clamoroso risultato del candidato della FPÖ Norbert Hofer nel ballottaggio delle presiden­ziali austriache del maggio 2016 e il successo della campagna pro-Brexit guidata dall’UKIP di Nigel Farage hanno consolidato l’im­magine di una nuova ondata elettorale delle formazioni populiste europee e riacceso un dibattito aperto ormai da quasi due decenni sulle ragioni di questo consenso.

Nella polemica politico-giornalistica, molti osservatori hanno ricon­dotto il fenomeno o a una ricaduta della predicazione antipolitica in­nescata dai frequenti episodi di corruzione dei più recenti decenni, o al riproporsi sotto mentite spoglie delle eterne ambizioni antidemocrati­che della destra estrema, oppure, sul versante opposto, a una ribellio­ne di strati sociali trascurati e inquieti all’autoreferenzialità di un ceto dirigente cieco o incosciente di fronte al manifestarsi dei lati oscuri della globalizzazione. Argomenti che hanno senz’altro in sé frammen­ti di verità e servono a lanciare campagne politiche, ma che in sede scientifica abbisognano quantomeno di sostanziose integrazioni, che il dibattito fra gli studiosi di questo tema si sforza di offrire.

Fra politologi e sociologi ha infatti sempre meno credito la tesi che fa dei partiti populisti dei movimenti monotematici, la cui capacità di presa sugli elettori sarebbe legata esclusivamente all’emersione di due temi che suscitano forti esplosioni di emotività collettiva e di cui, per diverse ragioni, i concorrenti non sono in grado di approfittare: l’op­posizione all’immigrazione e la protesta antipolitica. Entrambe que­ste tematiche hanno svolto una funzione importante nel sottrarre le formazioni populiste alla marginalità, ma è azzardato sostenere che, da sole, l’una o l’altra abbiano potuto condurre all’attuale situazione.

L’immigrazione di massa ha certamente immesso nel clima sociale dei paesi industrializzati preoccupazioni psicologiche in grado di in­taccare le preesistenti identificazioni dell’elettorato nei partiti tradi­zionali. Non vi è dubbio che la condanna delle politiche permissive di molti governi verso un fenomeno in costante crescita, attivando meccanismi di difesa da minacce culturali (come la perdita dell’a­bituale stile di vita conviviale e la forzata accettazione di compor­tamenti inusuali dettati da costumi religiosi e/o etnici sconosciuti o mal conosciuti) ed economiche (la presunta insidia del posto di lavoro, il timore di veder calare i benefici del welfare state dovendoli spartire con i lavoratori stranieri) ha favorito i partiti populisti. In alcuni casi li ha fatti conoscere al pubblico, consentendo loro di dis­sodare in perfetta solitudine un campo nel quale i concorrenti non osavano mettere piede temendo l’inevitabile accusa di xenofobia e i costi connessi. In altri li ha collocati al centro del dibattito politi­co, sia pure nella scomoda posizione di pecore nere, di trasgressori dell’imperativo etico della solidarietà verso i diseredati e di alfieri dell’egoismo e dell’emarginazione dei più deboli. In entrambi i casi ha consentito loro di proiettare un’immagine ben diversa da quella dei combattenti di anacronistiche battaglie di retroguardia che pesa­va sulle forze politiche neofasciste.

Quanto invece all’atteggiamento antipolitico, di cui questi par­titi hanno fatto una bandiera, è possibile che esso, degradandoli a espressione degli umori protestatari che investono ciclicamente i sistemi democratici, ne abbia fatto ritenere poco credibile l’aspira­zione a svolgere ruoli di governo; ma i vantaggi ottenuti critican­do sistematicamente l’establishment e l’insensibilità dei politici di professione hanno ampiamente bilanciato le perdite sul versante della rispettabilità. Sfidare le regole del politi­cally correct è diventato anzi, per loro, un modo privilegiato per distinguersi dagli avversari e ac­cusarli di conformismo. In un’epoca nella quale il richiamo delle ideologie è sempre più flebile e l’attenzione ai risultati concreti conseguiti dai governi sta diventando la bussola più utilizzata per orientare i comportamenti di voto, i partiti populisti hanno dato espressione a una delusio­ne diffusa rispetto al funzionamento dei sistemi democratici, riscuotendo nelle urne i dividendi dell’investimento fatto. In particolare, il tenden­ziale avvicinamento dei programmi dei partiti di destra e di sinistra, nonché delle politiche da essi praticate quando hanno assunto responsabilità di governo a livello centrale o locale, ha accen­tuato la visibilità di questi partiti di protesta ra­dicale. E a creare un terreno fertile alla predicazione populista hanno contribuito l’affievolimento delle passioni politiche ideologiche, il ridimensionamento organizzativo dei partiti che di esse avevano fat­to uno strumento di educazione civica e integrazione psicologica dei cittadini e la delegittimazione del ceto politico professionale, in un contesto in cui élite tecnocratiche e gruppi di potere economico non nascondono l’ambizione di guidare direttamente gli affari pubblici senza dover sottostare ai controlli e alle lungaggini del processo di investitura democratica.

Tutte le formazioni populiste hanno assegnato un grande rilievo a questi temi nel loro discorso, contando sul vantaggio dato dalla pos­sibilità di appropriarsene; solo alcune hanno però saputo farvi leva efficacemente. In vari paesi, i movimenti che hanno fatto degli im­migrati o della partitocrazia l’unico bersaglio di propaganda sono rimasti allo stadio gruppuscolare o sono rapidamente regrediti dopo qualche episodico successo elettorale. Ciò dimostra che enfatizzare un unico argomento di campagna non giova al successo di questi partiti, una delle cui caratteristiche consiste nel sapersi conquistare una base di sostenitori che attraversa i confini delle preesistenti ap­partenenze politiche ed è attratta non tanto da proposte monotema­tiche quanto piuttosto dalla natura composita e ad ampio raggio del programma che le viene proposto. Questo dato è stato colto da quasi tutti gli studiosi del fenomeno populista, i quali tuttavia lo interpre­tano seguendo due schemi diversi e, in più punti, alternativi.

Il primo filone interpretativo connette il successo di questi partiti alla capacità di porre in atto una strategia che combina il radicali­smo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, producendo tribuni ancora capaci di infiammare le masse dei seguaci dall’alto di un palco comiziale ma a proprio agio anche nei salotti da talk show televisivo, nei dibattiti con esponenti della politica ufficiale. L’uso di toni estremi è per questi “telepopulisti” solo uno strumento verbale, utile, più che per conquistare i favori delle frange più esasperate dell’elettorato conservatore, per attrarre i settori dell’opinione pubblica più delusi dalla politica o meno attratti dalle sue controversie astratte, primi fra tutti gli astensionisti, calcan­do i toni dell’attacco ai bersagli preferiti, connessi a preoccupazioni concrete e immediate. Fra questi figurano da un lato lo status quo di una società in stallo, garantito dai sindacati e dai governi socialdemocratici ma anche dagli esecutivi conservatori amanti del quieto vivere e poco propensi a dar seguito ai propositi di ri­voluzioni liberali, che proteggono i privilegi dei lavoratori inseriti nei settori economici sussi­diati direttamente o indirettamente dallo Stato abbandonando alla deriva gli operatori della piccola e media industria, e dall’altro la società multiculturale, distruttrice delle tradizioni e dei modi di vita indigeni.

Secondo questa interpretazione i partiti populi­sti, agitando il modello di una democrazia ideale sottratta alla corruttrice egemonia di classi poli­tiche interessate esclusivamente al proprio torna­conto, promettono di dar voce alla gente comune e di armonizzarne gli interessi alla luce del buonsenso e di un’etica produttivistica che attribuisce valore agli individui nella misura in cui il loro impegno offre un contributo all’intera comunità. Da ciò discendono la cele­brazione delle virtù del popolo laborioso, oppresso dal fisco e sfrut­tato da un’oligarchia di burocrati e maneggioni, e l’insistente ricorso alla dicotomia noi contro loro, la gente ordinaria titolare della sovra­nità contro l’oligarchia che se ne è distaccata e ne tradisce le aspet­tative. Questo stato d’animo si traduce nella richiesta di sostanziali riduzioni delle tasse, del ridimensionamento della spesa pubblica a fini assistenziali (o dell’esclusione degli stranieri dalla possibilità di usufruirne) e dell’avvio di privatizzazioni su larga scala, ma anche nella promozione di strumenti di democrazia diretta – in primo luo­go il referendum – che consentono di scavalcare la mediazione dei partiti e dei politici di professione. A queste rivendicazioni si affianca la promozione di un nazionalismo economico che vede nella grande finanza, negli speculatori di borsa e nelle società multinazionali gli artefici di un sistema di sperequazioni sociali di cui l’immigrazione di massa dai paesi poveri, che garantisce il contenimento dei salari ope­rai e alimenta forme di concorrenza sleale a danno dei commercianti al dettaglio, è una pedina fondamentale.

Una diversa linea di lettura dei successi dei movimenti populisti li colloca all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, che vedrebbe contrapporsi una Nuova Sinistra partecipativa e libertaria, favorevole alla combinazio­ne di un intervento statale mirato alla redistribuzione dei redditi nel­la sfera economica e della massima autonomia individuale nella sfera culturale, e una Nuova Destra autoritaria, liberista in economia ma legata a una visione gerarchica della vita sociale, che contempla espli­cite limitazioni della diversità e dell’autonomia culturale dei singoli. In questa visione, più che a una reazione di circostanza connessa a specifici problemi, la forza dei partiti populisti, definiti appunto di Nuova Destra, andrebbe collegata all’emersione di un vero e pro­prio contro-movimento, attivo sui piani intellettuale e politico. Il loro atteggiamento, sollecitato più dallo “sciovinismo del benessere” che da nostalgie autoritarie, non può essere definito antisistemico in senso proprio, giacché essi assumono posizioni estreme ma collocate all’interno dell’ordine costituzionale e, pur operando ideologicamen­te lungo lo stesso asse politico che ha caratterizzato l’estrema destra qualche decennio addietro, ne ammorbidiscono le rivendicazioni per introdurle nell’agenda politica ufficiale, fungendo da cerniera, ma anche da linea di separazione, fra i settori dell’opinione pubblica mo­derata resi più inquieti dalla disgregazione del vecchio ordine morale e sociale e gli ambienti dell’estremismo antidemocratico.

Tenendo conto di queste interpretazioni, ma senza abbracciarne to­talmente nessuna, si possono ricondurre le cause del fenomeno a due dati fondamentali. Da un lato vi è l’intensificazione, a causa della globalizzazione economica, di trasformazioni strutturali che hanno messo in crisi il precedente meccanismo di politicizzazione dei con­flitti sociali e i partiti che se ne erano giovati, inceppando i sistemi di mediazione politica imperniati sul rapporto triangolare governi-par­titi-sindacati. Dall’altro vi è la crisi di legittimità della classe politica, aggravata dalla perdita di sovranità degli Stati nazionali, che ha por­tato al progressivo logoramento di gran parte dei regimi democratici europei e li ha esposti a sempre più frequenti e vivaci accuse di inef­ficienza e corruzione.

Ponendo questi fenomeni in stretto rapporto, Dominique Reynié ha avanzato l’ipotesi che meglio si adatta alle dinamiche attuali, co­niando la formula del populismo patrimoniale. Facendo notare che i partiti populisti hanno ottenuto il sostegno di settori sociali che vanno al di là delle vittime delle politiche neoliberali indotte dalla globalizzazione e hanno avuto successo anche in paesi o regioni le cui condizioni socioeconomi­che avrebbero dovuto ridurre, anziché fomenta­re, angosce e proteste, Reynié invita a tener con­to del ruolo svolto da stati d’animo diversi dal mero risentimento.

Un peso importante va attribuito, in questo qua­dro, all’inquietudine che si è insinuata in molti cittadini europei di fronte all’insorgere di feno­meni ai quali non erano psicologicamente pre­parati. Fra questi, la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale. «L’attuale immigrazione – scrive Reynié – si verifica nel contesto pregnante della globalizzazione. È una raffigurazione della globalizzazione. Manifesta in maniera spettacolare l’intrusione del mondo nelle nostre vite» e determina la percezione di un’alterità culturale che suscita inquietu­dine. Anche quando le cifre ufficiali ne ridimensionano la portata, questo sentimento tende a persistere, perché: «In materia di immi­grazione, le impressioni contano più delle statistiche. […] La percen­tuale degli stranieri all’interno di una popolazione nazionale descrive la realtà giuridica di una situazione demografica ma non traduce il mondo percepito dall’opinione pubblica. […] Nel mondo ordinario, l’identità nazionale si legge spesso nell’apparenza fisica, nel colore della pelle, in un accento, negli abiti o nella religione».1 L’immigra­zione apre, agli occhi di chi la percepisce in questo modo, un duplice contenzioso, economico e culturale. Qui si inseriscono, con il loro messaggio, i populisti, che invocano la crisi identitaria perché san­no di toccare una ferita collettiva reale. Affiancando all’inquietudine identitaria quelle socioeconomiche e politiche, essi affiancano isla­mofobia, euroscetticismo, adesione all’economia di mercato e anti­fiscalismo.

È sulla base della difesa di questo duplice patrimonio ereditato – un livello di vita e un modo di vita – che i partiti populisti hanno gettato le basi dei loro attuali successi. Ed è su questo terreno che i loro av­versari sono chiamati ad affrontarli.

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