La nonno-terapia sulla panchina In evidenza

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L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos

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