L’ultimo samurai In evidenza

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Il Papa dei confini del mondo non era giunto mai così vicino alla fine del mondo,
dando quasi la sensazione di avvertirla. Di percepirla prossima e incombente.
“L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è un crimine. E’ immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche”.
Alla stregua di un “ultimo samurai”, posto a difesa dell’umanità che muore,
Bergoglio brandisce a due mani la spada dell’angelo vendicatore, dall’Atomic Bomb Hypocenter di Nagasaki al Peace Memorial di Hiroshima, unendo concetti giuridici e precetti evangelici, dogmi teologici e paradigmi ecologici, ragionamenti e sentimenti, paesaggi e messaggi, davanti all’escalation degli arsenali, che proliferano e lo accerchiano, uscendo allo scoperto e gettando la maschera. Moderna versione ai suoi occhi del drago a sette teste, o testate multiple. Nel luogo in cui l’apocalisse ha inferto il primo colpo e offerto allo sguardo dell’uomo il proprio volto demoniaco.
Il Giappone è l’alfa e l’omega di Francesco. Non solo in senso biblico, bensì
biografico. Il primo amore, con cui avresti voluto trascorrere la vita, che ti è sfuggito da giovane ma ritrovi e da vecchio riprendi ad inseguire. Come se gli anni non fossero passati. L’azzardo iniziale, inibitogli mezzo secolo addietro per motivi di salute dai superiori, e il traguardo conclusivo, quando il superiore, assoluto, sei diventato tu e nessuno può dirti ormai di no.
La patria elettiva, dopo quella nativa. Che ha reso significativamente questo viaggio un ritorno alle origini, molto più dell’Argentina.
Il prologo e l’epilogo del pontificato portegno, partito dall’Estremo Ovest e diretto
agli antipodi, verso l’Estremo Est, lungo un arco di diciottomila chilometri, quanto
distano Tokyo e Buenos Aires, mollando gli schemi e gli ormeggi, logici e teologici, della Chiesa di Roma, mentalmente ancorata in Occidente.
“Preparando questo incontro”, aveva riconosciuto in Thailandia, “ho potuto leggere, con una certa pena, che per molti la fede cristiana è una fede straniera”. Donde l’invito a lasciare “che il Vangelo si svesta di vestiti buoni ma stranieri …
Lasciamoci spogliare di tutto ciò che ci si è attaccato addosso lungo la strada”.

Simbiosi e nemesi. Terra promessa e scommessa irredenta, nell’orma e nell’onda dell’altro celebre Francesco, patrono universale delle missioni, che su di lui esercita, un ascendente non meno intenso dell’assisiate: Francisco de Javier, o Saverio che dir si voglia, gesuita di Navarra, che navigò tremila miglia e peregrinò tre anni fra intenti e stenti, grandiosi entrambi, nell’arcipelago. Conquistato - anziché conquistatore - dai suoi abitanti: “La migliore razza che si sia conosciuta fino ad oggi”. Per poi salpare di lì verso la Cina e approdare, arrestandosi, nell’isola di Sancian, un palmo di mano e una manciata di chilometri dalla costa, come un Mosè sulla vetta del Nebo, quando dal monte vide la meta e non vi poté mettere piede. Sconfitto e vincitore.

Alfa o omega? Il viaggio nel paese del Sol Levante disvela in omaggio al nome
l’avvento di un’alba nuova per la Chiesa, inaugurando l’era della “teologia
panasiatica”, temerariamente pionieristica e sperimentalmente sincretica, precorsa su Civiltà Cattolica e ancora però da definire? Oppure incornicia un crepuscolo, per quanto suggestivo, nell’area del pianeta che già costituisce il centro gravitazionale del Terzo Millennio e dove il cattolicesimo appare fermo, relegato al tre per cento (0,50, mezzo punto appena, in Thailandia e Giappone): ai margini del mondo e della storia. Religione di “periferia”, verrebbe da dire, ma non nell’intendimento auspicato dal Pontefice.

Quale sarà il destino di Bergoglio? Emulare il suo mentore, arenato in dirittura di
arrivo – allora sull’avamposto prospiciente il Guangdong e adesso sullo scoglio
diplomatico di Hong Kong, tra prova d’amore, pretesa da Xi, e prova d’onore, attesa dall’opinione pubblica - oppure andare oltre, rieditando il pragmatismo della Ostpolitik e confidando nell’assioma in base al quale il tempo è superiore allo spazio e l’importante è iniziare processi, come il silenzio del Successore di Pietro, per non irritare il governo di Pechino, lascia intendere?
Con l’instancabile confratello ispanico, che alla Sorbona fu room mate e compagno della prim’ora d’Ignazio di Loyola, Bergoglio ha condiviso la rotta e le tappe di avvicinamento alla Cina: il Regno del Siam e il Trono del Crisantemo, colmando il gap di Benedetto e completando il periplo che in un lustro lo ha condotto dalla Corea (2014), allo Sri Lanka e alle Filippine (2015), dal Myanmar e Bangladesh (2017) sino in Thailandia e al fine in Giappone, posizionando strada facendo una rete di “basi” e porpore cardinalizie: Cotabato e Seul (2014), Bangkok, Hanoi e Yangon (2015), Dacca e Kuala Lumpur (2016), Paksé -Vientiane (2017), Karachi e Osaka (2018), Giacarta (2019). E’ questo il pivot to Asia del Vaticano, mutuando la terminologia del Pentagono e rovesciandone gli scopi. Strategia di corteggiamento che ricalca geograficamente, ma non politicamente, il tratto di quella perseguita in funzione opposta, di contenimento, dagli Stati Uniti, senza distinzione di sorta e soluzione di continuità tra le amministrazioni democratica e repubblicana di Barack Obama e Donald Trump.
“Ecco, sta per venire il giorno rovente come un forno”. Nell’universo immaginifico
di Francesco il volo per Hiroshima e Nagasaki aveva decollato in anticipo di una
Domenica, sull’ala profetica del libro di Malachia. Visione che una settimana dopo si è inverata e ha preso corpo, fisicamente, nel flashback e racconto da film horror di un sopravvissuto: “C’erano persone che camminavano fianco a fianco come fantasmi. Persone il cui corpo era così bruciato che non riuscivo a differenziarli tra uomini e donne”.
Dai luoghi della bomba, Bergoglio ha lanciato due missili a lungo e corto raggio. Il primo verso Washington e Mosca, in seguito all’abbandono agostano del trattato che fu sottoscritto da Reagan e Gorbaciov negli anni ’80. Gesto che rischia ora, secondo la diplomazia d’Oltretevere, di attivare un effetto domino e portare allo “smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. L’altro nel braccio di mare che separa il Giappone dalla Corea, superando il trentottesimo parallelo e bussando, discreto e concreto, alla reggia del tiranno di Pyongyang, tra enfasi nucleari e crisi alimentari: “Dove milioni di famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi per fabbricare armi sono un attentato continuo che grida al cielo”.
Messaggi “Urbi et Orbi”, facilmente decrittabili ancorché in codice: dai superstiti
delle città distrutte alle leadership di un pianeta distratto, vastamente interconnesso e intensamente manomesso, diviso ed esplosivo al proprio interno. “Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni”.
Come una lama di Okazaki Masamune (il cui nome significa essenza divina della
giustizia eterna), leggendario forgiatore di katane, la Parola di Dio nei discorsi di
Francesco si fa “più tagliente di ogni spada”. Scende nei siti nucleari e discerne i
disegni del potere, senza bisogno d’ispettori. Sanzionando la precarietà di un’epoca e sezionandola, biblicamente, “sino al midollo e alle giunture”. tra chimere e preghiere, ottimismo della volontà e pessimismo della ragione, urani arricchiti e rischi sovrumani, soli levanti e devastanti tramonti.

Da "www.huffingtonpost.it/" L’ultimo samurai di Piero Schiavazzi

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