Un Brexit Day piccolo piccolo In evidenza

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Il grande giorno è arrivato. La Gran Bretagna diventa il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea. In realtà, questo è un giorno molto piccolo e con poco da festeggiare per molti di noi espatriati in Gran Bretagna, cosi come per tutti quelli che, per varie ragioni, hanno a cuore il sogno di un’Europa unita. Oltremanica ha invece prevalso l’idea di isolazionismo. Ha vinto quella stessa tendenza alla divisione (e disunità) che provano a venderci i nazionalisti, spesso xenofobi, di casa nostra (non chiamiamoli sovranisti perché questo termine non significa nulla).

Patriottismo e indipendenza sono entrati nel vocabolario politico e nel discorso pubblico per camuffare o rendere meno nauseante il razzismo, l’arroganza, il classismo, l’imperialismo, l’euroscetticismo, l’ignoranza o la semplice paura della diversità. In sintesi, politici come Boris Johnson e Nigel Farage sono riusciti a polarizzare l’opinione pubblica e radicalizzare la politica britannica, stravolgendo, al tempo stesso, il dizionario e il significato di alcuni termini. Così mentre i Brexiter festeggiano a Parliament Square la Waterloo della ragione e la vittoria della demagogia, noi siamo purtroppo costretti a fare i conti con la storia e riavvolgere il nastro del tempo.

La campagna referendaria pro-Brexit del 2016 ha riattivato aspirazioni ultranazionaliste mai del tutto sopite e rigenerato una confusa memoria collettiva che guardava (e guarda) solo ai fasti imperiali. Essa ha mostrato il lato oscuro di un Paese diviso e in lotta sia con la sua stessa identità che con un ruolo geopolitico molto ridimensionato in ambito delle relazioni internazionali: non più una potenza globale ma semplice stato membro, cosmopolita in alcuni centri urbani ma con il mito del Brexiter campagnolo in alcuni villaggi, con università prestigiose e scuole superiori da far rabbrividire, capace di accogliere gli “esuli” di luoghi lontani e vicini ed essere razzista, seppur velatamente, con i suoi cittadini di colore.

Sotto alcuni punti di vista, Brexit e le divisioni presenti nella Gran Bretagna di oggi sono il simbolo di una battaglia interna al capitalismo: sono le ripercussioni di uno scontro tra la difesa dei diritti, delle regole e di certi standard e la deregulation neoliberista. La crisi economica del 2007-2008, l’austerità , la frattura causata dalla diseguaglianza nelle società occidentali e lo svilimento dell’insegnamento e della cultura hanno poi contribuito a confondere le acque, favorendo l’appeal di chi ha soluzioni facili e spingendo parte della working class a votare paradossalmente per una super-élite, essenzialmente snob e classista, che un giorno ridurrà le protezioni sociali delle fasce più deboli della popolazione ed è completamente disinteressata agli effetti economici negativi che un regime di dazi potrebbe comportare.

Per comprendere questa complessità e, al tempo stesso, le paure dei cittadini europei in Inghilterra e Galles, a poco servono le analisi stereotipate di qualche osservatore nostrano Brexit, “perché in Gran Bretagna non sono mai stati europei”, citando l’adattatore, le miglia o la “moglie (inglese) ancora non ha capito cosa sia un chilo di pasta, lei ragiona solo in libbre e once”, per arrivare alla conclusione che “si capisce che la Brexit non è una bizzarria, ma qualcosa iscritta nelle sue radici e nella sua cultura”. Esse alimentano il mito della diversità inglese, smentito dalla ricerca accademica, e riprendono, involontariamente, gli argomenti “astorici” portati avanti da un ristretto gruppo di storici pro-Brexit, gli Historians for Britain (oggi, per altro, scomparsi).

Uno sguardo disattento o fisso solo sul mito della Cool Britannia non ci permette neanche di vedere le altre sfaccettature di questo Brexit Day. Si sta, infatti, cercando di cancellare l’esistenza di una cultura pan-europea che esiste da secoli, ignorando gli sforzi fatti per ricostruire l’Europa dopo la guerra. Inoltre, non si guarda a quello che Elena Remigi chiama “il lato umano della Brexit”. “Perché non vengono ad ascoltare gli italiani che vivono a Peterborough, a Leeds o nelle Midlands? Io passo le giornate a sentire storie di grande sofferenza, ma non se ne parla, fino a quando scoppierà il problema”, racconta questa donna combattiva e fondatrice del progetto In Limbo (che raccoglie le testimonianze dei cittadini europei). È forse arrivato il momento di guardare a quest’isola in maniera più profonda e distaccata perché con la Brexit, chi più chi meno, abbiamo perso un po’ tutti, britannici o europei poco importa ormai.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Un Brexit Day piccolo piccolo di Andrea Mammone

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