Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati In evidenza

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Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.


A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo. Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.


Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN
Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia. Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.


Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.


IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO
Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE
Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA
Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».


Da "https://www.lettera43.it/" Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina di Marco Lupis

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