Il caffè è un rito: senza bar, che rito è? In evidenza

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Il buongiorno della Fase 2 si vede dalla “colazione fuori”, un rito che non siamo disposti a sostituire, neanche con il take away, e a cui ci dovremo abituare, almeno fino alla riapertura.

«Il solito, grazie». Avvicinarsi al bancone e sorseggiare il caffè nello stesso bar come colonna sonora dei nostri risvegli è tra i gesti più ordinari che mancano. Nella smorfia napoletana sognare di trovarsi in un bar traduce il desiderio di scappare dallo stress della vita quotidiana. Un logorìo psicologico subìto in queste settimane “ai domiciliari” che fa sembrare speciale anche tornare nel locale mattutino preferito per concedersi il lusso di un espresso e un cornetto, rigorosamente a portar via. Da lunedì 4 maggio, infatti, attività ristorative sempre chiuse ma via libera all’asporto per bar e ristoranti. Come, ha dimostrato un’indagine condotta dall’Istituto Espresso Italiano e YouGov, «neppure il virus riesce ad alterare significativamente l’immagine assolutamente positiva che gli italiani hanno del bar». Sempre da questo studio il 72% degli italiani ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare anche una maggiorazione sul caffè se fossero adottate misure di sicurezza dimostrabili sul luogo di consumo, mentre il 68% lo farebbe in presenza di una qualità migliore.

Gli incentivi che spingono a frequentare nuovamente i bar si riferiscono a una assidua igienizzazione dei tavoli e all’utilizzo di prodotti specifici per la pulizia delle stoviglie. In questa fase di semi-lockdown i locali per tornare a respirare si sono adeguati alle normative grazie a disposizioni efficaci e congrue per le singole realtà. Se come prassi non è consentito consumare i prodotti all’interno e all’esterno del negozio, alcuni permettono l’ingresso di una persona alla volta mentre altri fanno sostare al di fuori; c’è poi chi ha imposto l’obbligatorietà per i clienti a indossare guanti e mascherina prima di varcare la soglia o chi si è attrezzato attivando la prenotazione dei prodotti con anticipo per evitare raggruppamenti.

Un silenzio rumoroso. Questo è l’ossimoro calzante per i bar vuoti ai tempi del coronavirus, per noi che siamo abituati ad affollarli a qualsiasi ora del giorno, dal caffè senza tempo all’aperitivo al tramonto. Un fare all’italiana che lo rende uno dei luoghi che più ci rappresenta all’estero, un momento, quello del caffè, che si trasforma in un rito come ha spiegato bene Luciano De Crescenzo quando disse che è «una scusa per dire a un amico che gli vuoi bene». Sfidando le abitudini degli italiani a Udine c’è chi ha riconvertito il proprio locale in una sorta di bar drive o drive-through, come lo chiamano gli americani dagli anni ’30, per consumare cappuccino e cornetto in macchina. È accaduto in una pompa di benzina lungo viale Palmanova: qui i clienti rimanendo all’interno della propria vettura possono ordinare e bere il caffè con il motore acceso. Un servizio che non prevede costi aggiuntivi sul listino standard ed è pensato soprattutto per i lavoratori che continuano a spostarsi, faticando a trovare punti ristoro aperti nelle aree extraurbane. Un metodo molto distante dalla concezione borghese dei caffè triestini attualmente piegati sotto il peso della loro stessa storicità. Tommaseo, San Marco, degli Specchi, Torinese: sono questi alcuni dei più famosi caffè del capoluogo friulano, studiati anche a scuola come luoghi di aggregazione per eccellenza, in cui intellettuali e letterati hanno fatto e scritto la storia. Qui più della metà del fatturato prima del coronavirus proveniva da clientela internazionale e occasioni speciali come lauree, compleanni e matrimoni, mentre adesso si ordina a vista.

A Torino Caffè Mulassano non ha mai riaperto dai primi di marzo. Con i suoi 31 metri quadrati è tra i più piccoli locali della penisola e, in attesa di tornare operativo, sta riorganizzando l’esiguo spazio con sofferte rinunce anche sulle classiche disposizione di un arredo datato ai primi del Novecento, tanto caro ai suoi clienti. Ed è proprio da questi ultimi che non sono mancati messaggi di affetto nei passati mesi. «Copiosi sono stati post e stories su Instagram e Facebook in cui si ricordava una colazione o un aperitivo al Mulassano, nella speranza di poter ripetere al più presto l’esperienza. E senza ombra di dubbio possiamo confermare che il prodotto più amato è il nostro tramezzino, soprattutto i gusti più classici quali aragosta o burro e acciughe».

Un altro luogo di lunga memoria storica si trova a Roma tra le mura di Sciascia Caffè che proprio nel 2019 ha compiuto 100 anni di attività raddoppiando con un altro locale. Entrambi posizionati nel quartiere Prati, in una zona che pullula di uffici, nel più longevo il primo giorno della fase 2 sono stati registrati circa 350 scontrini con una media di 2/2.80 euro per ciascuno, ma quello che continua a mancare è la socialità. Per esorcizzare il momento Hiromi Cake, pasticceria giapponese, ha condiviso il proverbio “Nana Korobi, Ya Oki” che tradotto dalla lingua originale significa “cadi 7 volte e rialzati 8”, una sorta del nostro “la fortuna aiuta gli audaci”. L’ottimismo è un sentimento insito nella loro cultura e, nonostante «per rivedere i numeri di prima ci vorrà del tempo», sicuramente i tanti messaggi di affetto hanno contribuito a fare circolare pensieri e azioni positive. Con la recente attivazione del servizio a domicilio e il debutto dell’asporto, stanno avendo un buon riscontro soprattutto con mochi e dorayaki, dolci nipponici difficilmente riproducibili a casa. C’è chi non ha mai sospeso la produzione grazie alle consegne dirette o alla somministrazione su piattaforme esterne. Tra questi Le Levain, pasticceria e boulangerie francese nel cuore di Trastevere, che ha da poco attivato il take away affinché «impegnandoci tutti insieme, torneremo presto alla normalità. Siamo rimasti aperti durante il lockdown lavorando abbastanza bene, al punto che è in cantiere l’e-commerce». La testimonianza del proprietario Giuseppe Solfrizzi sottolinea come l’introduzione dell’asporto abbia aumentato lievemente la vendita diretta, sempre a fronte di un’entrata contingentata di una persona alla volta, per pane e prodotti per la colazione riscontrando, invece un calo del delivery.

Mappando anche Milano si deve menzionare la cronaca cittadina degli ultimi giorni che ha visto protagonisti ristoratori e baristi in una manifestazione in cui chiedevano aiuti e detassazioni. Un gesto di protesta che gli è costato una multa di 400 euro per assembramento. Tra coloro che sono ripartiti solo adesso c’è Panzera e ha scelto di farlo con un suo signature: la “colazione da pasticceria”. Monoporzioni, mignon, biscotteria da tè e brioche per accompagnare un cappuccino o un espresso esclusivamente in modalità da asporto. «Siamo pronti a portare un po’ di serenità e di senso di “normalità” nella vita di tutti i giorni – commenta Lorenzo Panzera – Naturalmente proporremo anche le nostre torte realizzate in formato più piccolo per un consumo in famiglia, tra poche persone». Alle porte di Milano, nel comune di Abbiategrasso, c’è Besuschio una pasticceria che sembra più una boutique e la sua insegna è legata al cognome di una famiglia di pasticceri da oltre 170 anni. Il laboratorio non ha mai smesso di produrre con una forza lavoro che ha potuto contare su mamma, papà e due figli. Ed è proprio il giovane Giacomo, ultima generazione Besuschio, a raccontare come siano cambiate le abitudini dei loro clienti, più vogliosi di torte da condividere in famiglia e molto ricettivi all’introduzione dell’asporto, in particolare le persone più anziane che non sono state intercettate prima con i Social e tutti sono tornati a chiedere le brioche a colazione. «La nostra fortuna è essere una famiglia e condurre insieme questa attività. I Besuschio hanno passato 2 guerre, ce la faremo anche questa volta».

 

Da "www.linkiesta.it" Il caffè è un rito: senza bar, che rito è? di Andrea Martina Di Lena

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