Università: affamare la bestia In evidenza

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Sulla libertà accademica ha tenuto recentemente un magnifico discorso il presidente della Repubblica Irlandese, il poeta Michael Dennis Higgins.. Per capire i termini della questione a cui si rivolge è utile vedere un documentario Starving the beast

La posta in gioco è importante ed è destinata a diventare sempre più centrale, e non solo al sistema accademico: le università selezionano le classi dirigenti, ed è quindi quasi tautologico che il mondo anglosassone guidi le trasformazioni dei sistemi universitari che si fanno, come gli spostamenti di popolazioni, le comunicazioni, i commerci, i flussi di capitali e la stessa natura dei sistemi politici, progressivamente globali. Sarebbe piuttosto strano se le grandi potenze mercantili e militari del mondo selezionassero la loro classe dirigente, e sempre più quella mondiale, attraverso l’Italia. Per dare un’idea di cosa si tratta basta qualche cifra: dalla Cina partono 1.000.000 di studenti ogni anno, dall’India 330.000 mila, in Europa solo la Germania spedisce all’estero oltre 140.000 studenti in altri paesi. La fuga dei cervelli, come si dice spesso in Italia in modo piuttosto allarmistico, è la parte che giochiamo anche noi italiani in questa trasformazione.

Il potere accademico italiano è centralizzato: il Miur paga tutti gli stipendi, a lui si riferiscono i settori disciplinari, la CRUI e via dicendo. Gli atenei ne escono, a confronto con il sistema anglo-americano, indeboliti. Quando si lamenta la povertà degli investimenti italiani nella ricerca rispetto ad altri paesi, bisogna ricordare che in Italia vengono quasi interamente dallo Stato, mentre com’è noto le già ricchissime università angloamericane hanno rapporti molto stretti con i donors, i benefattori che sono molto più importanti del governo centrale e di fatto permettono un’autonomia economica, che naturalmente è anche autonomia della ricerca e pluralità delle idee e delle innovazioni.

Siccome le scelte da fare si svolgono tra l’assorbire quello che è ammirevole e efficiente in altri sistemi e cercare di preservare quel che ci sembra importante nel sistema italiano, quali sono gli elementi che possiamo indicare da una parte e dall’altra?

Molto positive in Italia sono due cose: 1) l’accesso e i costi, due aspetti che dovrebbero aprire a tutti, ma che al contrario non riescono a sollevare in modo significativo il numero degli studenti universitari, in Italia sempre piuttosto basso; 2) la qualità della preparazione, spesso anche in Italia eccellente.

La bassa attrattiva esercitata del sistema italiano, anche quando alcuni dipartimenti svettano per la loro qualità, viene dal non potersi mai davvero inserire. In sostanza è impensabile che un buon accademico possa avere successo in un nostro concorso quando la stragrande maggioranza dei reclutamenti è locale e di solito dipende da rapporti di potere interni e esterni che sono appunto la scarsissima libertà del nostro sistema.

Questo è un problema destinato a crescere e rischia di relegare molte ottime università italiane a istituzioni secondarie, quasi continuazioni della scuola superiore, nel panorama mondiale.

Una differenza importante è che la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) rappresenti tutte le università (in Italia una novantina) mentre Yale e Harvard, Cambridge e Oxford o UCL sono in competizione tra loro. Competono prima di tutto sui finanziamenti, che significa sulla qualità della ricerca e dell’insegnamento, e quindi per gli studenti che ottengono, quindi per il prestigio e l’influenza che hanno nelle politiche del paese.

Ne consegue una polarizzazione che vede da un lato università eccellenti (a volte chiamate Research Universities) e da quello opposto università minori (Teaching Universities). Se in un dipartimento di una research university il carico didattico va dalle 6 alle 10 ore settimanali, in una teaching university può arrivare a 35. Per non parlare del carico amministrativo o delle risorse a disposizione. È con questi numeri che le università angloamericane entrano sul mercato delle conoscenze. L’introito complessivo che viene dalla Cina è del 30% e ovviamente non è distribuito equamente se si considera che il 75% degli studenti della London School of Economics (LSE) sono internazionali.

Le ragioni di questa leadership vengono principalmente dai ranking, che vengono utilizzati dagli studenti internazionali e dalle loro famiglie quando scelgono se impegnarsi in trasferte costose (le tasse inglesi per gli studenti internazionali sono di almeno € 20.000 all’anno, quelle di Harvard partono da $50.000).

L’autonomia delle università, come quella di qualunque istituzione e degli individui, si fonda sostanzialmente sulla autonomia economica. È questa che consente ad Harvard di mantenere il 70% dei propri studenti con borse di studio.

Un atteggiamento piuttosto provinciale nei confronti dei ranking, non circoscritto alle università e non solo italiano, tende a svalutare queste graduatorie internazionali che, con i loro grandi limiti, restano comunque gli unici strumenti per cercare di confrontare i diversi sistemi. Le diverse graduatorie vanno incrociate per ottenere un’opinione attendibile, perché misurano fattori molto diversi tra loro: dall’impatto della ricerca nelle diverse discipline a quanto gli accademici desiderino lavorare in certe istituzioni, dal tempo che trascorre tra quando gli studenti conseguono la laurea a un impiego adeguato al titolo conseguito, dagli spazi a disposizione di un Ateneo (che includono oltre alle aule impianti sportivi, teatri e via dicendo) al rapporto numerico tra insegnanti e studenti, vale a dire un giudizio sulla qualità dell’insegnamento e la sua relazione con la ricerca.

È interessante osservare che da quando le università inglesi hanno introdotto l’aumento delle tasse universitarie, il numero degli iscritti è aumentato. Importante è anche ricordare che questa fu una proposta laburista, che riteneva fosse ingiusto mettere nella casella fiscale di un carpentiere gli studi di un medico, che poco dopo la laurea avrebbe guadagnato molto più di lui.

Oltre agli introiti diretti, che hanno reso molti atenei floridi, sono naturalmente le buone posizioni nei ranking che aiutano ad accedere ai grandi stanziamenti mondiali per la ricerca e ad acquisire un prestigio che rende più facile attrarre studiosi e studenti.


A questo punto anche il discorso che si svolge all’interno delle università diventa di una qualità migliore, si diviene voce indipendente e qualificata per questioni etiche, filosofiche, scientifiche. Tutto questo in Italia stenta ad affermarsi. Senza fissarsi sull’ultimo sfogo di qualche mese fa che questa volta è arrivato da John Foot sulla London Review of Books, che è rimbalzato sui giornali italiani, quello che fatica ad affermarsi in Italia è una riflessione strategica su quale sia la missione, quali cose debbano essere difese e dove invece ci sono cose che vanno decisamente male. Le numerose anomalie, dice Foot, vengono dal sistema dei baroni. Se vogliamo ribattezzarlo in modo più oggettivo, dal duello tra il potere degli atenei e quello dei settori disciplinari.

Come spesso accade in Italia, la ricerca di un sistema troppo equo ha finito col rendersi vulnerabile a malefatte sistematiche. Concorsi indetti con i nomi dei candidati prestabiliti, commissioni che ascoltano i desiderata locali, alla fine si stabilisce un mercanteggiamento che avvilisce tutti.

Ma è soprattutto il discorso, l’ethos che si sviluppa negli atenei a essere decaduto in Italia. I problemi che l’Academic Board (la struttura assembleare che governa ad esempio UCL) ha affrontato negli anni in cui ho partecipato anche io sono stati la definizione di antisemitismo, il razzismo, il diritto d’autore, l’espansione dell’ateneo, naturalmente Brexit, tutte questioni politicamente sapide, intriganti, cui si presta attenzione. La voce che emerge da questi dibattiti riverbera nei giornali, guida il discorso sociale più dei giornali. È qui che si affrontano questioni come l’eticità dell’intelligenza artificiale o di altre ricerche mediche, o se il canone letterario vada ripensato. La ricerca svolta nelle migliori università si travasa presto dalle pubblicazioni scientifiche ai giornali quotidiani, diventa argomento comune alla società intera. L’assenza di queste cose in Italia secondo me è grave, tende a isolare l’istituzione, e non è dovuta alla scarsa qualità degli accademici, che non ha senso discutere in generale, ma perché i meccanismi di autogoverno e il rapporto con il ministero finiscono con l’avvilire tutto l’ambiente e renderlo estremamente vulnerabile.

La questione del denaro ha comunque anche un suo rovescio drammatico, da cui sarebbe bene guardarsi.

Le grandi università anglosassoni tendono ad attrarre grandi donazioni. Il contributo dei grandi benefattori, in alcune università come Chapel Hill in North Carolina o l’università del Wisconsin, ha iniziato a spingere in modo piuttosto sistematico per la trasformazione di alcuni elementi: 1) ostilità alle materie umanistiche a favore delle scienze; 2) rimozione delle garanzie di tenure, ossia delle posizioni di ruolo, nel corpo insegnante; 3) riforma del sistema di accredito che sostanzialmente cerca di inibire l’opinione di chi è competente in un determinato campo a favore dei risultati dei questionari degli studenti; 4) trasferimento degli insegnamenti online; 5) libero mercato nelle tasse di iscrizione.

So che molti universitari italiani diranno: meglio restare come siamo! Purtroppo non è un’opzione, bisogna capire e avere una strategia.

Questi sono alcuni degli elementi più chiari, ce n’è altri. Il racconto di questi mutamenti negli USA lo si trova nel documentario che ho menzionato (Starving the beast). La pandemia ha improvvisamente dato una sveglia a tutti noi su cosa stia avvenendo. Sono solo infatti gli universitari a poter stabilire la differenza tra un vaccino Pfizer e uno Astra-Zeneca: la ricerca necessaria, i laboratori che producono, la misurazione dell’efficacia e gli interventi correttivi sono elementi squisitamente in mano di dipartimenti accademici. Sono le università che diventano così arbitre non solo della loro disciplina accademica, ma di una disputa commerciale e politica. A questo proposito la fine del tenure rischia di rendere tutti molto ricattabili. Se si può dire a uno scienziato non sei più di ruolo, nulla impedisce a un particolare benefattore, diciamo ad esempio la ditta farmaceutica che determina la salute economica di quella università, di chiedere l’allontanamento di un ricercatore che sostenga dati scientifici che favoriscono la concorrenza commerciale. Al tempo stesso la politica, tutta la politica, diviene progressivamente legata alla scienza. Dal Covid all’emergenza climatica, dallo sviluppo dell’informatica ai modelli economici, i governi politici sono sempre più ostaggio di progetti che sono in realtà prodotti dalle università che rischiano di diventare semplici portavoce di contrastanti interessi economici.

Pagare grandi cifre alle università che guidano il mondo diviene paradossalmente attraente per i miliardari e le grandi corporazioni perché è il prezzo di iscrizione a un club, consente di avvicinarsi al cuore di questa influenza politica.

Ma perché voler abolire le humanities? Come dice uno dei ricchi benefattori nel documentario, chi studia letteratura, lingue, storia, filosofia o arte alla fine è di sinistra. In realtà il relativismo agevola molto questa dismissione, sembra che la differenza tra Beethoven e l’ultima popstar sia questione di gusto. Saranno pochi ed estremamente privilegiati coloro cui sarà permesso farsi un’idea del mondo. Agli altri verrà chiesto di regolare macchinari, non di leggere l’Iliade o Leopardi. Questo perché da sempre non è tanto la sinistra a resistere allo sviluppo di un sistema dominato dagli interessi economici, quanto la poesia, come sempre, ed è per questa ragione che viene proposta l’abolizione dei settori umanisti.

Hanna Arendt, parlando di Walter Benjamin in una conferenza al Goethe Institut di New York nel 1968, cita il suo famoso Angelus Novus. C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Hanna Arendt spiega che in Benjamin è il pensare poeticamente che gli consente di capire. Come lo consente a lei e a tutti noi. E questo è l’ultimo e più inquietante aspetto dell’offensiva dei grandi interessi economici contro gli umanisti. Perché è vero, producono pensatori critici, obiezioni, o come dice il documentario, gente di sinistra. Studiando il Rinascimento e la Riforma, gli illuministi e i romantici, il greco antico, la tragedia, Shakespeare. Se come l’Angelus Novus ci voltiamo e guardiamo il passato, sono Benjamin e la Arendt, Eschilo e Leopardi a dare profondità al nostro sguardo. O per dirla più realisticamente, prospettiva alla nostra tragedia. Si capisce che le grandi corporazioni, ebbre degli effetti che il denaro può produrre sul mondo accademico, vogliano innanzi tutto azzittire i grilli parlanti. La poesia non serve a niente. Tuttavia è proprio questa la ragione per cui il sapere che nasce dalla poesia e pensa poeticamente il mondo è la forma più radicale di resistenza.

Da "www.doppiozero.com" Università: affamare la bestia di Enrico Palandri

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