Crisi di nervi in vista

Martedì, 31 Ottobre 2017 00:00

I sondaggi nefasti sul Rosatellum, Grasso che esce dal Pd, Gentiloni che “tradisce” sulla nomina di Visco: di buone notizie, sul treno di Renzi, ne arrivano ben poche. E tra i banchi più d'uno mormora che le prossime elezioni siciliane saranno una resa dei conti


Il treno del Pd è partito da una settimana ed è già uscito dai radar dei media nazionali. Se non da quelli che lo usano come clava per criticare le ultime mosse di Matteo Renzi. I fedelissimi si chiedono perché del viaggio in treno escano solo le notizie delle contestazioni: il riferimento, in particolare è al cattivissimo articolo del Fatto Quotidiano che ha già bollato l'iniziativa come un fallimento. Tanto da obbligare gli organizzatori - viene affermato nel pezzo - a stravolgere il percorso e comunicare le tappe all'ultimo minuto per evitare le contestazioni. Tutto molto forzato, in realtà: le contestazioni, dove ci sono state finora, sono state limitate a qualche decina di esagitati. E sì, è vero, le tappe vengono decise all'ultimo. Ma non per timore di incorrere in qualche fischio, bensì perché è lo stesso Renzi a decidere tutto all'ultimo minuto, in funzione dell'umore del momento. Un modus operandi che ormai è diventato la regola al Nazareno e nel ristretto staff del leader dem.

Un sintomo, però, anche questo, dello stato di agitazione, se non di panico, che ha scalato il Pd nelle ultime settimane fino ad arrivare all’ufficio - pardon, vagone - del Capo. Gli ultimi sondaggi pubblicati da vari organi di informazione - e in quelli riservati alla segreteria - fotografano una situazione preoccupante. La legge elettorale voluta da Renzi, approvata con una forzatura istituzionale che ha portato il governo a chiedere due voti di fiducia in quindici giorni - cosa mai successa nella storia della Repubblica, con buona pace di De Gasperi -, rischia di trasformarsi in un drammatico boomerang. In questo senso, proprio qui, mentre altri parlavano di Fascistellum, parlammo di Suicidellum: «Siete riusciti nel miracolo di approvare due leggi in una - è il leit motiv nella parte destra dell'emiciclo a Palazzo Madama nelle ore delle cinque fiducie - la legge elettorale e la legge sul fine vita della sinistra». È opinione quasi unanime, infatti, che il Rosatellum bis favorirà nettamente il centrodestra, che rischia addirittura di vincere le elezioni, se continuerà a crescere come nelle ultime settimane. Il nuovo sistema potrebbe insomma trasformarsi in un "regalo" in grado di trasformare in maggioranza parlamentare il vento che spira nel Paese. Un vento che si è manifestato in maniera impetuosa prima con il voto alle amministrative e poi con il referendum sull'autonomia in Lombardia e Veneto.

La geografia politica disegnata dai sondaggi è impietosa: il Nord tutto, o quasi, nelle mani della destra, il Sud sempre più in balìa di pulsioni ribelliste e attratto dal voto di protesta rappresentato dai 5 Stelle, il Pd arroccato in quel che rimane delle regioni rosse, anch'esse tutt'altro che immuni da "cattive tentazioni". Con una destra così forte e un MoVimento assolutamente in partita - e non tagliato fuori dal sistema dei collegi, come sperava Renzi - l'incubo che aleggia tra il Nazareno, il treno e Pontassieve è quello di perdere la sfida delle coalizioni e, al tempo stesso, quella delle liste. Con l'asse forzaleghista a vincere le elezioni e Grillo, Di Maio e company a primeggiare nel voto ai partiti.

Anche perché, mentre nel sentimento comune il centrodestra - nonostante le divisioni tutt'altro che sopite - si muove come un tutt'uno, il centrosinistra al momento non esiste. Pisapia e gli altri possibili alleati sono effimeri. La frattura con Mdp, dopo il voto in Senato sul Rosatellum, sembra ormai insanabile e la notizia dell'abbandono di Pietro Grasso - da molti indicato come possibile leader di una nuova, allargata, formazione di sinistra - è solo l'ultima “mazzata” che potrebbe costare caro anche in termini elettorali.

Il "Renzi contro tutti, tutti contro Renzi", tratteggiato nei giorni scorsi da alcuni retroscenisti molto accreditati, si sta rivelando una lotta impari, troppo sbilanciata per essere portata avanti con successo. Tanto più che le sponde che sembravano più solide stanno cominciando a vacillare, a cominciare da Paolo Gentiloni

Se non è sindrome di accerchiamento poco ci manca. A livello comunicativo non riesce a passare nulla di ciò che viene pianificato. Le crescenti buone notizie che arrivano dai dati economici finiscono nel calderone senza lasciare il segno. Quella del treno doveva essere una grande campagna d'ascolto ma, nonostante l'accoglienza tutt'altro che fredda riservata a Renzi e compagni sui territori, per i giornali è già un flop. Il tentativo di demonizzazione dei Cinque Stelle portato avanti sui canali ufficiali (e non) del partito non sta facendo altro che rinvigorire gli avversari e i loro agguerriti sostenitori. L'operazione condotta contro Ignazio Visco e Bankitalia ha per ora prodotto solo danni, riportando in cima all'agenda politica un tema, quello della banche, foriero di problemi e criticità per il leader dem, Maria Elena Boschi e tutto il Giglio Magico. La fiducia sul Rosatellum ha fatto tornare al centro della scena il nome di Denis Verdini, che gli avversari strumentalizzano senza pietà.

Il "Renzi contro tutti, tutti contro Renzi", tratteggiato nei giorni scorsi da alcuni retroscenisti molto accreditati, si sta rivelando una lotta impari, troppo sbilanciata per essere portata avanti con successo. Tanto più che le sponde che sembravano più solide stanno cominciando a vacillare, a cominciare da quel Paolo Gentiloni che non si è assolutamente scomposto davanti all'attacco a Visco, riconfermandogli la fiducia e facendo il suo nome per un nuovo mandato a Palazzo Koch.

È in questo contesto che il Pd si avvicina con sempre maggiore apprensione al voto siciliano che potrebbe segnare un punto di non ritorno. Se il 5 novembre si rivelerà, come si teme, un disastro, non è da escludere il ritorno in auge dell'ipotesi commissariamento nei confronti di Renzi. Un'operazione delicata, sicuramente non priva di controindicazioni, ma che registra un sostegno crescente dentro e fuori il partito. «Renzi ci porta a sbattere e se in Sicilia crolliamo sarà l'unica occasione per cambiare rotta prima della collisione finale», dice un parlamentare di lungo corso chiacchierando con alcuni amici all'uscita dal Senato. Nella testa dei congiurati i nomi da spendere ci sono già. E siedono tutti al tavolo del Consiglio dei ministri.


Da "Linkiesta" 27/10/2017 - Renzi sull’orlo di una crisi di nervi (e i congiurati affilano i coltelli) di Giulio Scranno

Zaia e i 5 stelle

Lunedì, 30 Ottobre 2017 00:00

Messa così ha il retrogusto dello smacco per il Carroccio, ma Luca Zaia ha trionfato anche grazie ai voti 5 stelle. L'elettorato che, in valore assoluto, potrebbe aver contribuito di più alla vittoria del Sì al referendum per l'autonomia del Veneto non è quello della Lega, come sarebbe lecito immaginare, ma del Movimento 5 Stelle. Analizzando i numeri riportati dall'Istituto Cattaneo di Bologna, un dato salta subito all'occhio: i grillini (ripetiamo, chi nel 2013 ha votato M5s nelle due circoscrizioni venete) si sono schierati compattamente e unanimemente per l'autonomia in tre delle maggiori città della loro Regione. È un dato che conferma una tendenza ormai consolidata per gli studiosi di flussi elettorali: in ogni votazione, il "partito di Grillo" identifica un chiaro obiettivo politico e il suo elettorato agisce di conseguenza, scrive il Cattaneo nella sua analisi.

La promozione dell'autonomia del Veneto è stata, evidentemente, percepita come uno strumento da utilizzare contro il "sistema" a cui il M5s si oppone.

Lo studio del Cattaneo prende come riferimento tre dei maggiori centri della Regione: Venezia, Treviso e Padova. Come era naturale aspettarsi, gli elettori del Carroccio si sono recati in massa per chiedere maggiore autonomia regionale e liberarsi dai "lacciuoli" imposti dai Palazzi romani. E così hanno fatto anche i grillini.

Partendo dai dati forniti dall'istituto bolognese su come hanno votato gli elettori dei singoli partiti al referendum di domenica nelle tre città, può essere interessante fare un confronto con quanti voti hanno preso gli stessi partiti, in Veneto, alle ultime elezioni politiche. E da qui ricavarne una stima di massima sul comportamento dei bacini elettorali di Lega, M5S, Pd e via dicendo - al netto dei naturali cambiamenti che hanno di certo interessato in cinque anni le varie formazioni politiche - e sull'impronta lasciata sull'esito referendario.

Quindi i numeri: nelle due circoscrizioni in cui è diviso il territorio veneto, la Lega ha preso 310mila voti nel 2013 contro i 775.718 dei Cinque Stelle. È evidente che per arrivare al risultato finale del referendum consultivo di domenica (57% l'affluenza, circa 2,3 milioni i votanti, 2,2 milioni i Sì) il solo apporto leghista era di gran lunga insufficiente. Se gli elettori M5S degli altri centri del Veneto si sono comportati come a Venezia, Treviso e Padova - ma questo al momento non è dato saperlo - il contributo numerico dei grillini sarebbe predominante.

Un'altra analisi, sempre del Cattaneo, mette in evidenza il dato della partecipazione nella regione guidata da Luca Zaia, nonostante la natura puramente consultiva del referendum, che risulta in media con gli ultimi tre referendum costituzionali. In attesa di dati più precisi sul "colore" dei voti in tutti i centri del territorio, il Cattaneo mette in luce come la spinta maggiore all'affluenza (e quindi al Sì) sia arrivato dalle province di Vicenza, Verona e in parte Padova. Non solo: ad eccezione di Belluno, la partecipazione è nettamente superiore nei comuni non capoluogo di provincia (un divario di quasi 10 punti percentuali con i comuni capoluogo). Si palesa, in sostanza, il carattere altamente "periferico" della consultazione grazie all'elevata adesione nelle periferie o comunque nei territori distanti dai grandi centri urbani. Periferie, beninteso, terreno fertile per un partito anti-sistema come M5S.

Il contributo del Movimento si delinea perciò come rilevante in termini numerici, decisivo forse in termini politici. Perché dimostra come il comportamento in massa del "corpaccione" M5S riesca a influenzare le diverse partite che si giocano su scala politica nazionale (su quella locale molto meno). Anche quando in quelle partite i grillini non giocano da prima punta: a maggior ragione per un referendum promosso dalla Lega come quello del Veneto, dai risvolti regionali ma di elevata caratura nazionale. In questo senso è da leggere il commento del blog di Grillo sul referendum: "Non è la vittoria della Lega e dei partiti. Autonomia e partecipazione - è la premessa - sono da sempre le stelle polari del movimento 5 stelle. I cittadini di Lombardia e Veneto hanno partecipato, votato e deciso: non possono rimanere inascoltati". E poi, la Lega "si è comportata vergognosamente, sventolando il tema dei residui fiscali delle regioni, che con non c'entrano niente".

Tornando alla coalizione di centrodestra, nel "fu" Popolo delle libertà non ci sarebbe stata, per i ricercatori del Cattaneo, altrettanta unanimità. L'elettorato che nel 2013 scelse il Pdl fa emergere qualche defezione dal momento che una quota di un certo rilievo (pari al 20% a Treviso, al 28% a Padova e al 68% a Venezia) ha disertato le urne. "Un risultato che appare in linea con precedenti consultazioni elettorali,ossia con la tradizionale refrattarietà di una parte dell'elettorato 'berlusconiano' ad impegnarsi nelle consultazioni referendarie".

Un altro dato interessante arriva invece dal Partito Democratico. In questo caso a prevalere è la scelta dell'astensione ma c'è una buona fetta di elettorato dem veneto, quantificabile in un terzo, che si è recata alle urne seguendo le indicazioni di alcuni esponenti del partito per votare a favore dell'autonomia. Un elettore veneto Pd (nel 2013) su tre ha quindi votato Sì. Anche in questo caso può essere utile ricordare i voti alle politiche di cinque anni fa per farsi un'idea: nelle due circoscrizioni venete i dem hanno ottenuto 628.166 voti. Un terzo è quindi pari a poco più di 200mila Sì al referendum veneto. Ma per il Pd vale, più che per gli altri partiti, la cautela sulla composizione attuale dell'elettorato, dal momento che rispetto al 2013 ha subìto una profonda scissione, perdendo l'ala più a sinistra del partito.


Da "HuffPost" 23/10/2017 - In Veneto decisivi anche i voti 5 Stelle di Claudio Paudice