Trump: una tragedia americana

Giovedì, 30 Novembre 2017 00:00

Trump: “una tragedia americana” lo smarrimento dei liberal

Di Mattia Baglieri,

Donne, uomini, politici, gente comune, giornali di tutto il mondo a bocca aperta, alle prese con un voto che lascia spiazzati, che toglie autorevolezza ai sondaggi, che rinnova tutto il peso degli Stati in bilico, ad ogni tornata i veri “decisori” fondamentali da cui dipende il futuro degli Stati Uniti.

Ma la vittoria di Trump scotta soprattutto per le riviste liberal che in un numero mai così elevato si erano spinte in endorsement ufficiali nei confronti del candidato democrat, di colei che oggi ammette la sconfitta ma sancendo che anche restare in minoranza significa giocare un ruolo di rilievo nella politica democratica all’insegna delle parole “lottare per ciò in cui si crede non è mai sbagliato”. Anche se non è bastato lo spostamento dell’asse della senatrice Liberal dello Stato di New York ed ex Segretario di Stato e l’appoggio del suo contendente alle primarie di partito, Bernie Sanders, nonostante uno dei consensi più alti mai raggiunti da un presidente al secondo mandato, ovverosia Barack Obama, Hillary ha portato su di sé il peso di alcune incompiute (medicare, occupazione e politica estera su tutte) e di una campagna elettorale senza l’appoggio pregnante delle generazioni più giovani (anche i latinos da sempre a lei vicini hanno latitato, soprattutto negli Stati chiave), per non dire dello scandalo delle mail.

Come ha sottolineato proprio su ResetDOC il commentatore Jim Sleeper nel suo articolo Some saw early what Trump’s rise meant. Others denied it (and us), la vittoria di Trump prende vita in un clima di misoginia nei confronti della candidata democratica e delle molte donne emancipate degli Stati Uniti, ma è anche un voto di protesta nei confronti tanto dell’ortodossia repubblicana quanto della retorica neoliberista.

L’irriverente New Yorker, che soprattutto negli ultimi giorni, aveva ritenuto un vero e proprio “impegno morale” stringersi attorno alla già senatrice democratica, non esita ad aprire con un articolo del suo direttore David Remnick in cui la vittoria dell’imprenditore viene definita An American Tragedy, infatti: «la vittoria di Trump non è niente meno che una tragedia per la repubblica americana, la sua costituzione. Ed è il trionfo delle forze nostrane e di quelle straniere che si fondano sul nativismo, sull’autoritarismo, sulla misoginia e sul razzismo. Si tratta di un evento doloroso per la storia degli Stati Uniti e per la democrazia liberale».

Linguaggio addirittura “marziale” per The Nation, la più antica rivista politica statunitense, nelle edicole sin dal 1865: «Benvenuti in battaglia», ammonisce D.D. Guttenplan, aggiungendo che «la storia non perdonerà chi si ritirerà nello sconforto e si dimenticherà delle minoranze messe più in pericolo dalla vittoria di Trump. (…) La disfatta di Hillary si accompagna allo sgomento dei democratici. E le donne americane hanno imparato che è sempre più probabile la vittoria di un uomo solo in quanto uomo, anche se si tratta di un buffone, ma pur sempre dotato di un pene, di milioni di dollari, di una televisione. Tantissimi nostri sogni sono stati infranti a partire dalla scuola e dalla sanità universali, da un sistema previdenziale funzionante, dal salario minimo, dai permessi parentali, dal cammino verso la fine della pena di morte. Insomma non avremo nessuna amministrazione da cercare di orientare verso un programma di sinistra».

Non si sbilancia per ora il Chicago Reporter, rivista di sinistra fondata nel 1972 che pone tra i suoi temi di interesse la povertà e le questioni razziali, ma la preoccupazione del giornale viene espressa non con commenti sdegnati ma con due campagne virali su facebook e twitter in cui la redazione chiede ai propri lettori «qual è la vostra più grande paura sotto la presidenza di Donald Trump?», a cui i lettori rispondono numerosi: la politica dell’odio, la sopravvivenza stessa, la prosecuzione di MediCare, l’ordine pubblico, la tutela dei diritti delle minoranze religiose e etniche, la supremazia dell’“uomo bianco”, solo per citare quelli più gettonati.

Sapore leniniano per l’articolo di apertura di Slate, affidato al ricercatore di teoria politica di Harvard Yashka Mounk dal titolo What We Do Now? (Che fare adesso?) in cui propone dieci punti per «sopportare» il periodo della presidenza Trump a partire dall’accettazione della sua vittoria come parte del processo democratico, passando per l’esortazione alla stampa affinché essa continui a prendere posizione sui vari scandali e tenga accesi i riflettori su quel che non va, e ancora alla stigmatizzazione degli autocrati mondiali che hanno cercato in Trump l’uomo forte che potesse divenire proprio alleato, sino ad esortare i funzionari federali al rispetto nei confronti della Costituzione degli Stati Uniti prima ancora che nei confronti del proprio Presidente e quindi ammonendoli a rispettare solo le leggi che essi ritengono legittime dal punto di vista costituzionale.

La rivista radicale CounterPunch apre con un articolo dal titolo Don’t Mourn Hillary’s Lost (Non piangiamo la sconfitta di Hillary) del suo direttore Joshua Frank in cui egli si spinge in un’aperta accusa nei confronti dei Democratici per la scelta della candidata sbagliata alla Casa Bianca: «Non piangiamo la sconfitta di Hillary, anche se essa ci ha imbarazzati, i Democratici si inventeranno certamente qualche scusa per legittimare la sconfitta, ma essi devono accusare soltanto se stessi. Hillary ha ottenuto quello che si meritava: perdere. Ha condotto una campagna orribile, impantanata in ogni genere di controversia e incapace di animare i propri elettori. È rimasta ancorata alla retorica neoliberale. Ha perso l’establishment e l’establishment merita questo destino».

Interessante l’analisi di Newsweek che si domanda quanti voti tipicamente democratici siano mancati alla candidata di Chicago: tra essi quello dell’influente anima-verde Susan Sarandon e dei libertari di Gary Johnson che mai come in questa elezione si sono spesi per l’irrompere sulla scena pubblica di un terzo soggetto politico che potesse essere una valida alternativa tra due candidati “effettivi” giudicati entrambi e per ragioni diversissime “inadatti”. Gli Stati in cui il fenomeno del “terzo partito” si è verificato con maggiore insistenza sono stati proprio gli Stati “swing” (in bilico) come Colorado, Michigan, Nevada, New Hampshire, Pennsylvania e Wisconsin. Per non parlare della Florida in cui Hillary ha preso 129.000 voti in meno di Trump ma ben 205.000 voti sono andati ai libertari di Johnson e 64.000 ai verdi di Jill Stein.

Profilo internazionalista, e non può sorprendere, per Foreign Policy che, nell’articolo di James Palmer China Just Won the US Election, sottolinea quanto i leader cinesi abbiano sperato ed oggi possano guadagnare da una vittoria di Trump e dalla sconfitta di Hillary, giudicata una delle più fervide oppositrici del regime sui generis di Pechino. Nondimeno, sebbene Taiwan come unico potere davvero alleato di Washington nell’area pacifica sia sempre più debole e questo rafforzi ancor di più il controllo geopolitico di Pechino, Trump fa anche paura alle elite cinesi per essere un homo novus, non rispondente alle logiche di una lunga carriera politica e quindi leader di cui non si possono adeguatamente anticipare le mosse politiche. Secondo FP ormai il destino di Pechino e quello di Washington sono sempre più legati, uno da una parte, l’altro dall’altra del globo, ma rimane da vedere in che modo il protezionismo economico preannunciato da Trump verrà messo in atto e quali Stati esportatori verso gli Stati Uniti colpirà più duramente.

Per Giovanna

Giovedì, 30 Novembre 2017 00:00

                             

Ancora un poco e non ci vedremo

Ancora un poco e ci vedremo

Un appuntamento non insolito anche questo di oggi con te carissima amica mia, sorella, parte della mia anima. Ancora per riprendere il filo dei discorsi mai interrotti perché mai finiti. Parlavamo e parlavamo ancora: certezze, ipotesi, progetti, strade da aprire e sentieri da chiudere. Tutto nella tua mente, e nella mia in sintonia, diventava possibilità, progetto, futuro, idealità, speranza. Nessuno come te è stato tanto radicato nel presente e ugualmente capace di rubare alla ruvidezza di certa realtà, che intimidisce anche i più ardimentosi, i bagliori sfuggenti del futuro che sempre vuole coglierci come improvviso.

Io ti seguivo in queste iperbole del pensiero, mi arrampicavo con te sui sentieri aspri della speranza per affacciarmi sulle sporgenze che si aprivano al vuoto dell’attesa.

“ E vanno gli uomini sulle cime più alte dei monti per contemplare la vastità degli orizzonti e la profondità degli abissi, ma non hanno cura di se stessi”. Così il grande Petrarca per indicare quella che è la vera malattia dell’animo umano, il vero peccato: cioè la dimenticanza. Tu sei passata indenne in questo prato deserto che è una memoria senza volti e senza persone: ci avevi tutte davanti; figlie, marito, fratelli, sorelle, amiche, la tua terra, i suoi abitanti, la Chiesa che hai sempre servito, il Paese che hai sempre amato. Donna delle istituzioni, donna di appartenenza agli ideali, donna che dalla forte terra della Calabria aveva imparato a restare, ma anche a partire.

Volti, ancora volti, cura e ancora cura, disponibilità e ancora disponibilità., accoglienza che abbracciava, teneva, non lasciava andare se non quando l’altro era in grado di camminare.

“Non recidere forbice quel volto”. Ancora canta la poesia: nessun volto cadeva dalla tua mente e dal tuo cuore e io so, perché io sento quello che tu senti, che anche in questi giorni del tuo doloroso calvario ci hai strette tutte sul tuo cuore perché con te ancora salissimo a scorgere oltre la croce, la luce dei tempi nuovi e dei cieli nuovi. Ci hai fatto dono del tuo dolore.

Quante volte facendo spazio dentro di me per vivere con te la tua condizione, mi sono chiesta la ragione dei mille fiaschi di lacrime che hai riempito, delle mille strade impervie che hai percorso, delle mani insanguinate e dei piedi stanchi. Ricerca di una ragione che mi conduceva a ingaggiare con te spiritualmente la nostra ultima battaglia della logica e del pensiero. Il tempo ora è come sabbia che si scioglie tra le nostre dita e la luce sembra voler lasciare posto alle tenebre.

“Sentinella quanto manca al giorno?” Chiede il salmista: le tenebre si allontanano mentre tu batti alle porte della vera nostra casa. “Signore sono io, sono Giovanna, quanto ho camminato Padre mio, quanto ho pianto, quanto ho gioito, quanto ho sofferto, ma ora finalmente ti guardo e ti vedo faccia a faccia come tu sei. Padre mio porto con me tutto quanto e tutto quello che sono stata, ho amato questi miei fratelli non permettere che sentano lo strazio dell’abbandono. Se l’amore è il Tuo volto e se l’eternità è il tuo tempo, ora io qui davanti a te so che l’amore è eterno e che l’eternità è il nostro tempo. Giovanna mia :usque ad finem et ultra.

“Possa la strada venirti incontro,

possa il vento sospingerti dolcemente,

possa il mare lambire la tua Terra

e il Cielo coprirti di benedizioni.

Possa il sole illuminare il tuo volto

e la pioggia scendere lieve sul tuo tempo.

Finchè non ci incontreremo di nuovo, Possa Dio tenerti nel palmo della tua mano”

Lungi dall’essere solo un conflitto locale, i fattori scatenanti dell’indipendentismo catalano vanno ricercati innanzitutto su scala globale nell’impoverimento del progetto europeista e della società dopo la crisi finanziaria del 2008. L’illusoria narrazione dei nazionalisti e la rigidità dello Stato iberico hanno fatto il resto.

 

La crisi in Catalogna ha sorpreso l’opinione pubblica europea, suscitando opinioni antitetiche sui mezzi di comunicazione internazionali. Uno dei territori più prosperi di Spagna, con 7,5 milioni abitanti e un pil superiore ai 200 miliardi di euro, sta attraversando una crisi politica e istituzionale dalla portata difficilmente prevedibile.

La successione degli eventi – che ha raggiunto lo zenit con la celebrazione del «referendum sull’autodeterminazione» del 1° ottobre, la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre e il conseguente commissariamento della comunità – ha dato luogo a situazioni senza precedenti in gran parte dell’Europa occidentale.

Perché uno dei movimenti sociali più longevi e massicci degli ultimi decenni (ri)affiora in un territorio relativamente agiato, caratterizzato da un’alta qualità di vita media e cosmopolita? Perché, dopo un periodo di quasi quarant’anni nei quali la Catalogna ha potuto disporre dei maggiori livelli di autogoverno della storia contemporanea, l’anelito indipendentista ha raggiunto una trasversalità e un livello di rappresentanza parlamentare inedite? Perché una percentuale così ampia della popolazione mostra una profonda disaffezione verso lo Stato spagnolo?

È possibile rispondere soltanto analizzando le diverse crisi che convergono e si intersecano nella questione catalana.

C’è una crisi sociale, figlia dei costi e delle minacce poste dalla globalizzazione e dal predominio delle politiche neoliberali – esacerbate a partire dalla crisi economica del 2008 – che si riverberano su classe media e gruppi meno agiati.

C’è una crisi politica, condivisa da buona parte dei paesi europei, dovuta al discredito della politica istituzionale e del progetto europeista.

E c’è una crisi nazionale, frutto dell’indebolimento del sistema vestfaliano, inasprita in Spagna dalle storiche difficoltà nel processo di costruzione dello Stato, dai divari tra territori, dall’esistenza di forti sentimenti di appartenenza e dall’utilizzo che ne fanno le forze politiche.

Una triplice crisi, dunque, espressione dei mutamenti che scuotono le società europee, che si articola su scale plurime. Da qui la rilevanza di un’analisi geografica e geopolitica.


Il contesto globale

Lungi dall’essere un mero conflitto locale, i fattori scatenanti della crisi vanno ricercati innanzitutto su scala globale.

La Catalogna è, sin dal XIX secolo, una delle principali aree industriali dell’Europa meridionale e la sua travagliata storia contemporanea risponde a risultati e conflitti sociali prodotti da tale condizione. A partire dal 1986, con l’ingresso della Spagna nella Comunità europea, l’economia catalana è stata segnata da un’apertura che ha reso la Catalogna la prima comunità autonoma di Spagna in termini di esportazioni – il 25,5% del totale spagnolo. Il pil pro capite è passato da livelli inferiori alla media europea, al momento dell’adesione, a superarli di 22 punti percentuali nel 2006. Lo sviluppo economico e la costruzione dello Stato sociale in Spagna hanno determinato una significativa riduzione delle diseguaglianze a partire dagli anni Ottanta. Da qui il paradosso che quando in gran parte d’Europa si iniziava a mettere in dubbio e a ridurre lo Stato sociale, in Catalogna (e nel resto del paese) se ne cominciavano appena a percepire i benefici.

In tale contesto, dal 2008 la crisi finanziaria internazionale ha avuto un impatto acuto su classi lavoratrici e medie che generalmente avevano visto migliorare le proprie condizioni di vita nei tre decenni precedenti. Gli effetti della crisi hanno evidenziato la fragilità dei meccanismi di ascesa sociale. In relazione all’Europa, il reddito pro capite catalano è tornato a decrescere, attestandosi nel 2015 a soli 7 punti percentuali sopra la media, mentre le diseguaglianze aumentavano. Tale evoluzione è stata accompagnata anche da consistenti tagli al welfare, senza che apparentemente alcuna forza politica (da destra a sinistra) fosse in grado di offrire un’alternativa.

La rivendicazione nazionale ha così offerto l’illusione di una via d’uscita, un’identità, un rifugio a fronte della crescita apparentemente irrefrenabile dei costi derivanti dall’integrazione economica e dalle politiche che l’accompagnano. Nondimeno, né il movimento sovranista né le sue espressioni politiche costituiscono in Catalogna un fenomeno paragonabile ai movimenti nazionalisti xenofobi proliferati in altri paesi europei. Al contrario, essi incarnano valori normalmente associati a politiche progressiste – come la maggiore coesione sociale o la difesa del settore pubblico – e tendenzialmente inclusivi e trasversali. In questo senso, il 18 febbraio si è celebrata a Barcellona una delle maggiori manifestazioni d’Europa in favore dell’accoglienza dei rifugiati. La marcia ha visto protagonisti movimenti sociali e forze politiche eterogenei, compresi esponenti e formazioni indipendentiste.

Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco.

Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali.


Il puzzle iberico

Tali dinamiche costituiscono indubbiamente fattori rilevanti, ma non sufficienti a spiegare l’ascesa del movimento indipendentista catalano. Altre regioni d’Europa e di Spagna vivono situazioni analoghe senza porsi l’obiettivo dell’autogoverno e, ancor meno, quello dell’indipendenza con una simile intensità. Compresi quei territori con livelli di reddito medio e pressione fiscale paragonabili alla Catalogna. Perciò è necessario analizzare il difficile inquadramento istituzionale della Catalogna in Spagna.

Le difficoltà dello Stato nazionale spagnolo hanno profonde radici storiche, risalenti quantomeno alla rivoluzione borghese e alla modernizzazione economica del paese nel corso dei secoli XIX e XX. La costituzione spagnola del 1978 sembrò offrire una soluzione, prevedendo un assetto decentralizzato che riconosceva a nazionalità e regioni capacità di autogoverno.

Eppure, agli albori del XXI secolo, in Catalogna gran parte dell’opinione pubblica e la totalità delle forze rappresentate in parlamento, a eccezione del Partito popolare, ritenevano necessario riformare il sistema delle autonomie. Stando ai suoi sostenitori, il progetto si sarebbe dovuto concretizzare in un nuovo statuto che permettesse di consolidare l’autogoverno, stabilire un nuovo sistema fiscale, porre un freno alle tendenze (ri)centralizzatrici e contenere il regresso nell’uso della lingua.

Lo statuto fu approvato nel settembre 2005 con una maggioranza schiacciante – 120 voti a favore e 15 contrari – dal Parlament della Catalogna. Il testo fu quindi inviato alle Cortes, che diedero avvio all’iter legislativo mentre si accendeva sui media una forte campagna volta a screditarlo. Alla fine del procedimento, le Cortes approvarono un nuovo testo che restringeva sensibilmente le istanze iniziali. Questo fu sottoposto alla volontà popolare della Catalogna che – con un referendum svoltosi il 18 giugno 2006, al quale partecipò il 48,9% degli aventi diritto – lo approvò con il 73,9% dei voti.

Il nuovo statuto fu promulgato dal re ed entrò in vigore. Ma il Partito popolare e diverse comunità autonome governate da suoi esponenti presentarono riscorso al Tribunale costituzionale. La sentenza, emanata il 28 giugno 2010 dopo quattro anni di travagliato procedimento, dichiarò incostituzionali o reinterpretò restrittivamente diversi aspetti fondamentali della norma vigente già sottoposta a referendum. Il verdetto provocò una decisa reazione della società catalana nella manifestazione del 10 luglio 2010, convogliata al grido di «Som una nació. Nosaltres decidim» (Siamo una nazione. Decidiamo noi). È rimasta negli annali poiché fu una delle prima occasioni in cui slogan ed emblemi indipendentisti furono protagonisti in una manifestazione di massa.

I sondaggi segnalano come questo momento sia stato decisivo. Per anni un’ampia maggioranza dell’opinione pubblica catalana aveva considerato insufficiente il livello di autogoverno (dal 2007, almeno il 60%). Eppure, l’opzione indipendentista era sempre stata nettamente minoritaria. Anche durante la primavera 2006, quando già si avvertiva insoddisfazione per l’iter legislativo dello statuto, solamente il 13,9% della popolazione era favorevole all’indipendenza, mentre quanti sostenevano che la Catalogna dovesse costituire una comunità autonoma o uno Stato federale all’interno della Spagna raggiungevano, rispettivamente, il 38,2% e il 33,4%.

A partire dall’estate del 2010, contestualmente alla sentenza emessa dal Tribunale, la percentuale di fautori dell’indipendenza iniziò ad aumentare sino a raggiungere in alcune fasi il 48,3%. Ma nel luglio 2017, la somma dei favorevoli a una Catalogna come comunità autonoma all’interno della Spagna (30,5%) e di quanti volevano che fosse uno Stato federato (21,7%) superava ampiamente coloro che optavano per l’indipendenza (34,7%). A conferma delle perplessità sull’adeguatezza di un referendum binario Sì/No sull’indipendenza.

Gli sviluppi successivi – i fallimentari tentativi di negoziato in materia fiscale, gli investimenti infrastrutturali incompiuti, il diniego allo svolgimento di una consultazione concordata e l’interpretazione restrittiva della sentenza da parte del governo centrale – hanno fornito nuove argomentazioni alla narrazione indipendentista. E hanno favorito la formazione di quelle che il politologo Josep Maria Vallès chiama due maggioranze contrapposte – quella dell’opinione pubblica catalana e quella del resto di Spagna – circa il modello di Stato e la questione dell’autogoverno.

Attorno a queste posizioni – delle quali i rispettivi governi sono alfieri e al contempo ostaggi – sono state imbastite strategie divergenti e difficilmente armonizzabili. Se l’esecutivo di Mariano Rajoy ha deciso di seguire una linea puramente legalista e poliziesca, l’operato del governo presieduto da Carles Puigdemont si è basato soprattutto su mobilitazione, presenza mediatica e appelli emotivi.


Il quadro catalano

Sarebbe comunque fuorviante e tendenzioso attribuire la crisi catalana esclusivamente a fattori esogeni. L’attuale situazione si deve anche alle contraddizioni della società catalana stessa, flagellata dagli effetti della triplice crisi menzionata in apertura che ha inficiato l’attività economica, la coesione sociale e la fiducia nel sistema politico.

A dispetto delle interpretazioni che riducono il conflitto a strumento politico dei partiti, il movimento indipendentista poggia innanzitutto sulla società civile e gode di una notevole autonomia rispetto alle compagini partitiche. Tanto che la sua organizzazione fa perno su enti civici, la Assemblea nacional de Catalunya e Òmnium Cultural, che nel 2015 potevano contare rispettivamente su 80 mila e 52 mila iscritti [9]. A conferma delle diverse anime di cui si compone il movimento e di come quest’ultimo si sia potuto servire di referenti politici agli antipodi – come il Partit demòcrata europeu català (fautore di politiche neoliberali), Esquerra republicana de Catalunya (d’ispirazione socialdemocratica) e Candidatura d’unitat popular (a favore di una piena indipendenza).

Così, per una parte considerevole della società catalana, l’indipendenza è diventata un progetto vago ma esaltante, che ha reso possibile aspirare a un futuro migliore. Le formazioni partitiche hanno dovuto fare i conti con l’impulso della società, non il contrario. Anche se, dalle istituzioni catalane alle controparti del governo spagnolo, ne hanno guadagnato in termini elettorali. Da una parte, l’onnipresenza del dibattito sull’indipendenza ha fatto il gioco di entrambi gli esecutivi, catalano e spagnolo, che sono riusciti a sviare l’attenzione da altri temi quali il deterioramento delle condizioni di vita, le politiche anti-crisi o la corruzione. Dall’altra, la battaglia giocata sull’emotività ha consentito loro di avere la meglio sugli avversari e in particolare su quelli attestati su posizioni intermedie, screditati e ridotti al silenzio da ambo i fronti.

Ne scaturisce un paradosso: le forze politiche al cui interno albergano opinioni diverse sulla questione indipendentista e caratterizzate da un approccio più equilibrato alla complessità della società catalana sono bollate come «ambigue» ed «equidistanti». Un esempio di tale dinamica su scala spagnola è l’Asamblea de Cargos Electos promossa da Podemos e celebrata a Saragozza il 24 settembre 2017 per reclamare l’apertura del dialogo istituzionale tra i due governi e la realizzazione di un referendum in Catalogna concordato con lo Stato. Malgrado riunisse forze politiche rappresentative di circa un terzo della Camera, i risultati dell’incontro sono stati screditati da entrambe le parti della contesa.

In tale quadro assume rilevanza anche la complessa interrelazione tra il movimento indipendentista e quello nato in seguito alle manifestazioni del 15 maggio 2011. Quest’ultimo, gli «Indignados», ha dato luogo alle formazioni «Barcelona en Comú» – guidata da Ada Colau, che governa il Comune di Barcellona – e «En Comú Podem», prima coalizione alle ultime elezioni generali in Catalogna. Tali compagini, nelle quali convivono indipendentisti e non, si sono dichiarate a favore della celebrazione di un referendum concordato. Invece di pronunciarsi apertamente a favore dell’indipendenza, propongono di vagliare altre strade d’intesa con lo Stato spagnolo e difendono soprattutto priorità politiche di carattere sociale. Questo ha permesso alle forze indipendentiste di scagliarsi ripetutamente contro i «Comuni» ed evitare – con successo – una loro espansione ad altri ambiti istituzionali.

Dell’interazione tra partiti e movimento indipendentista ha approfittato anche quest’ultimo. Giacché le istituzioni hanno affermato non soltanto che l’indipendenza è possibile, ma anche che avrebbe costi irrisori in termini economici e politico-istituzionali. Così le più alte istanze del governo e delle istituzioni catalane – al pari dei mezzi di comunicazione filoindipendentisti – hanno contribuito a creare un’opinione diffusa secondo la quale la creazione di una nuova repubblica avrebbe raccolto il favore internazionale, le autorità europee l’avrebbero accettata e lo Stato spagnolo avrebbe dunque dovuto cedere, mentre le imprese non avrebbero subìto contraccolpi. Con il risultato di rafforzare l’illusione e la plausibilità dell’opzione indipendentista. La constatazione delle resistenze all’avanzamento del progetto sperimentate nelle ultime settimane ha dunque provocato un’indignazione e un’inquietudine alla base della drammatica spirale degli eventi.

È stato certificato che lo Stato spagnolo, benché non disponga dei mezzi necessari a piegare il movimento indipendentista, non è disposto a farsi umiliare e cedere facilmente. Anzi, è oramai manifesto che la bilancia dei rapporti di forza – equilibri internazionali, magistratura, poteri economici, ricorso alla forza in extrema ratio – pende nettamente a favore dello Stato.

Parimenti, è evidente che né le istituzioni europee né i governi di alcuna potenza straniera sono favorevoli alla dichiarazione d’indipendenza unilaterale. Le sponde internazionali ricevute pubblicamente sono finora state limitate ad appelli generici al dialogo per una via d’uscita concordata e alla condanna delle violenze. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha chiaramente esplicitato: «Se permettessimo la secessione della Catalogna, altri seguiranno il precedente, e non voglio che ciò accada. (…) Non voglio un’Unione Europea composta da qui a 15 anni da 98 Stati. È già relativamente complicato con 28 e con 27 non sarà più semplice, ma con 98 sarebbe impossibile».

La fuga delle imprese dalla Catalogna, inoltre, costituisce un limpido esempio dei limiti della politica. In un mondo globalizzato l’ubicazione delle aziende ha un’importanza crescente. Proprio grazie alla facilità di circolazione dei capitali, si fanno vieppiù rilevanti i vantaggi offerti da una località rispetto alle altre. Tra questi rientrano la sicurezza giuridica e il libero accesso ai mercati che un’eventuale indipendenza della Catalogna metterebbe a rischio. Una parte sostanziale del tessuto economico catalano ha difatti deciso di spostare la sede al di fuori della comunità autonoma. Ed è riuscito a farlo con estrema facilità.

Da ultimo, l’avanzata del movimento indipendentista ha evidenziato che una parte considerevole della società catalana non ne condivide gli obiettivi. Le circostanze in cui si sono tenuti i referendum del 9 novembre 2014 e del 1° ottobre 2017 impediscono di tracciare un parallelo rigoroso tra i rispettivi risultati. È tuttavia evidente come tra le due consultazioni non si sia prodotto un aumento straordinario del numero di voti favorevoli all’indipendenza. Le ultime elezioni del Parlament catalano, celebratesi nel 2015, mostrano anche come le formazioni pienamente favorevoli all’indipendenza rappresentino circa la metà dell’elettorato; una quota considerevole, ma non una maggioranza schiacciante.

In seguito al referendum del 1° ottobre, la drammaticità delle scene ripetute fino alla nausea dai mezzi di comunicazione e dai social network ha evidenziato la gravità della crisi e contribuito a rafforzare la plausibilità dell’indipendenza. Con l’effetto, solo parzialmente paradossale, di mobilitare quei settori della popolazione che non la bramano.

Lungi dal costituire una fragilità, tale complessità sociale potrebbe persino rappresentare la base per un accordo. Purché le parti in causa siano disposte ad abbandonare la convinzione che lo scontro sia più proficuo. In ogni caso, la dichiarazione di indipendenza da parte del parlamento catalano e il commissariamento dell’autonomia deciso dal governo spagnolo, avvenute simultaneamente il 27 ottobre, non inducono ottimismo e annunciano piuttosto un lungo periodo di instabilità.

 

 2/11/2017 - Da "http://www.limesonline.com" di Oriol Nel·lo Colom

Azione studentesca è un movimento attivo fra gli studenti delle scuole superiori, che si sta facendo strada a forza di slogan che ricordano il ventennio. E qual è la risposta degli istituti?


Sulla loro pagina Facebook campeggia la scritta: «Tutto per la patria. Il futuro si conquista combattendo». Occorre «ribellarsi», dicono, e «difendere la Patria», dove oggi «imperano il multiculturalismo e la mescolanza» e dove assistiamo alla «invasione migratoria che alimenta il business dell’accoglienza, che ci espone ai rischi del terrorismo». Sembra di sentir parlare Matteo Salvini o CasaPound. E invece sono stralci del manifesto di Azione Studentesca, il movimento dichiaratamente di destra attivo tra gli studenti delle scuole superiori che negli ultimi mesi che, come dice a Linkiesta il suo coordinatore nazionale Anthony La Mantia, «è cresciuto a livelli esponenziali».


Solo nell’ultimo mese Azione Studentesca è sbarcata a Modena, Montecatini, Arezzo, Lecce, Rovigo, Cassino. E poi manifestazioni e volantinaggio in ogni parte d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, passando per Puglia, Lazio e Campania. Ma il risultato più eclatante, ottenuto in questi giorni, è arrivato nella roccaforte del Pd, a Firenze. Dopo i casi di Pistoia e Prato, infatti, anche nella città gigliata le elezioni della Consulta provinciale degli studenti sono state un trionfo della destra. I numeri parlano chiaro: 18mila voti ottenuti e 32 eletti su 58, con la presidenza finita appunto a un ragazzo di Azione Studentesca. «La nostra forza è il programma», dice La Mantia, che ci tiene a riconoscere come il movimento sia indipendente da partiti e forze politiche, «anche se collaboriamo attivamente in diverse realtà con Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia».


Insomma, a suon di slogan che ricordano il ventennio, tanti studenti non ancora maggiorenni o appena sbarcati nella maggiore età virano verso la destra nazionalista e identitaria. Il responsabile fiorentino di Azione Studentesca, Dario Bordoni, lo dice senza giri di parole: «Il fascismo? Noi la vediamo come un'esperienza da non rinnegare». Fa niente se la nostra Costituzione, che pur si dovrebbe studiare a scuola, si fondi su principi antifascisti. Ma la lettura di La Mantia è lucida anche su quest’aspetto: «Riconosco che la componente identitaria ha giocato un ruolo importante. Prendiamo Firenze: in una città fondamentalmente di sinistra, essere di destra oggi è un’alternativa, un’alternativa valida». Una visione, questa, che coincide con quella del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano: «C’è un cambiamento in atto – dice a Linkiesta - La sinistra rappresenta il potere costituito: si è schiacciata sul pensiero unico che è quello che vige nella comunicazione del globalismo. E i giovani vanno dall’altra direzione». D’altronde, continua Di Stefano, «se le battaglie all’interno delle scuole devono essere per i bagni per i transessuali, dall’altra parte c’è più concretezza quando si riesce a parlare di valori, di lavoro, di patria».


«Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Che qualcosa sia venuto meno è riconosciuto anche da Alice Da Boit, rappresentante della Rete degli Studenti Medi, organizzazione studentesca di sinistra, che sarà vicepresidente della Consulta fiorentina. «Quanto accaduto qui – dice – non è una cosa da poco. È il segno di un cambiamento, dovuto a due ragioni: da una parte gli slogan populisti della destra che colpiscono alla pancia, dall’altra il disinteressamento da parte degli studenti per la vita politica studentesca». Di chi la colpa? Una lucida risposta arriva dalla neopresidente Anpi, Carla Nespolo: «Credo che il problema di fondo – dice interpellata sul punto da Linkiesta – sia quello di far conoscere ai giovani la nostra storia nazionale affinché comprendano che il nostro oggi poggia sulle spalle di altri giovani come loro che non avevano nessun diritto, che furono mandati in una guerra terribile e feroce ma che seppero conquistare ogni giorno, con la lotta della Resistenza, un mondo diverso».


Valori e ideali, forse, andati perduti. Perché, sottolineano ancora dalla Rete degli Studenti Medi, la vittoria di Azione Studentesca non nasce dal nulla. Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte. E i dirigenti in tutto questo? «La ragazza in questione – ci spiega Alice – era andata anche a parlare con la preside, ma poi la questione è morta lì». Non è un caso che la stessa Nespolo sottolinei come «molto resta da fare, sul piano politico e civile. Per il lavoro, l'ambiente, la salute e soprattutto per la pace. Ma partiamo da quello che i partigiani hanno conquistato per noi. Per proporre ai giovani e prima di tutto agli studenti questo ragionamento: in questo occorre un ruolo attivo della scuola, ma anche dell'informazione, della famiglia e di ogni forma di associazionismo».


Progetti importanti. Ma che per ora si scontrano con l’avanzata esponenziale di Azione Studentesca che rispediscono al mittente ogni tipo di accusa, convinti che si debba cambiare modo di intendere la società attuale e la storia passata. Ragazzi e ragazze che il 25 aprile, dicono, preferiscono andare al cimitero di Trespiano a commemorare i repubblichini di Salò. Per poi pubblicare video e foto della loro iniziativa sui social. E poi slogan e striscioni con tanto di font littoriano. E citazioni. «Tra mille infamie e mille tradimenti, passi sicuri, passi pesanti e lenti», si legge in un post. Così recitava l’inno di Terza Posizione, la formazione eversiva di destra attiva negli anni di piombo.


Nonostante La Mantia sottolinei che «noi non siamo razzisti», nell’ultimo periodo negli istituti fiorentini ci sono stati casi di ragazzi senegalesi pesantemente insultati per il colore della pelle, mentre una ragazza omosessuale è stata costretta a cambiare scuola per le violente accuse e minacce che le venivano rivolte.

 

Da www.linkiesta.it "L'estrema destra avanza tra i giovani (e non stiamo facendo abbastanza per impedirlo)" di Carmine Gazzanni

La pedagogia del bastone

Lunedì, 27 Novembre 2017 00:00

La pedagogia del bastone, Gianfranco Ravasi, Cardinale arcivescovo e biblista

«O si impara l’educazione in casa propria o il mondo la insegna con la frusta e ci si può far male». Così si legge nel romanzo Tenera è la notte (1934) dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald. Proprio per evitare questo rischio, il sapiente biblico educa i figli-discepoli in modo severo, talvolta discutibile ai nostri occhi. È già da un paio di settimane che, in questa nostra rubrica dedicata ai giovani alla luce delle Sacre Scritture, riserviamo spazio all’educazione giovanile, complice un po’ questo periodo di inizio dell’anno scolastico.

Se sfogliamo il libro dei Proverbi, specchio della formazione dei figli secondo i saggi di Israele, ci imbattiamo ripetutamente in frasi di questo taglio: «Non risparmiare al ragazzo la correzione, perché se lo percuoti col bastone non morirà... La verga e la correzione danno sapienza perché il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre... Chi risparmia il bastone odia suo figlio» (23,12; 29,17; 13,24). Alla base c’è la convinzione che essere esigenti nell’educazione è sostanzialmente un atto d’amore: «Chi ama suo figlio è pronto a correggerlo... Figlio mio, non aver a noia la correzione del Signore, perché egli corregge chi ama, come un padre fa col figlio prediletto... Correggi tuo figlio e ti darà serenità e ti procurerà consolazioni» (13,24; 3,11-12; 29,17).

Certo, c’è la consapevolezza che non si deve esagerare: «Correggi tuo figlio, perché c’è speranza, ma non lasciarti andare fino a farlo morire!» (19,18). Anche nelle prove della marcia nel deserto dall’Egitto fino alla terra promessa, il Signore fa soffrire Israele con la fame, ma gli offre poi la manna; lo fa camminare tra le pietre e i serpenti, ma «il tuo piede non si è gonfiato» e gli dona un antidoto ai morsi velenosi. Il principio generale è, quindi, chiaro: «Come un uomo corregge suo figlio, così il Signore tuo Dio corregge te» (si legga Deuteronomio 8,2-5). Significativo in questo equilibrio tra rigore e bontà è il monito di san Paolo agli Efesini: «Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore... Ma voi, padri, non esasperate i vostri figli, bensì fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (6,1.4).

Già nell’antichità classica vigeva questo principio dell’educazione sostenuta dall’amore, come testimonia il commediografo latino Terenzio (II sec. a.C.): «Credo che sia meglio educare i figli facendo leva sulla comprensione e sull’indulgenza più che sul timore del castigo. Il dovere di un padre è abituare il figlio ad agire bene, spontaneamente, più che per timore degli altri: in questo differisce il padre dal padrone». Sta di fatto, però, che è difficile tenere sempre il crinale sottile tra severità e dolcezza. Ai nostri giorni si sconfina nel permessivismo pressoché totale, così come in passato dominava la durezza talora eccessiva della disciplina.

Bisogna, inoltre, riconoscere che anche l’educazione minimale nel senso tradizionale ed esteriore del termine – la cosiddetta “buona educazione” – si è ormai evaporata. Basta salire su un mezzo pubblico per assistere alla sguaiataggine nei comportamenti, al disprezzo dei deboli, all’ignoranza delle regole, alla brutalità nei confronti della cosa pubblica. Può essere, perciò, utile ritornare alla lettura – attualizzata – dell’insegnamento dei sapienti biblici e invocare, come faceva Alessandro Manzoni nel suo inno Pentecoste, lo Spirito Santo: «Tempra de’ baldi giovani / il confidente ingegno».

IMPEGNO

Mercoledì, 22 Novembre 2017 00:00

Impegno

L’ottimismo è solo mancanza di informazioni, ha detto una volta Heiner Müller, poeta e drammaturgo tedesco. Angela Davis di sicuro non la pensa così. Nel suo lungo dialogo con Ida Dominijanni, ha ripetuto più volte che viviamo in tempi entusiasmanti, malgrado tutte le difficoltà.

“Non sappiamo mai quale sarà il risultato delle nostre lotte. Non abbiamo la sfera di cristallo per leggere il futuro. Non abbiamo garanzie. Negli anni sessanta lottavamo per trasformare il mondo in senso rivoluzionario. Ci battevamo per cambiamenti radicali, per cancellare il razzismo, pensavamo che presto il capitalismo sarebbe finito nei musei, avevamo sviluppato una coscienza femminista e volevamo sconfiggere la misoginia. E dove siamo nel 2017? Di sicuro non dove pensavamo che saremmo stati. Ma è molto importante farsi ispirare dal passato, mantenere viva la memoria. Tutte le lotte sono collegate tra loro. Le lotte del passato che non hanno raggiunto i loro obiettivi devono diventare le lotte del futuro. È per questo che oggi combattiamo il razzismo, cerchiamo di liberare il mondo dal sessismo, ci opponiamo al capitalismo. È un bene che le lotte continuino, che passino da una generazione all’altra. Spesso le persone mi chiedono se questo mi deprime, mi chiedono se l’impegno del passato non sia stato vano, e io rispondo di no, che il nostro impegno è stato fondamentale ed è per questo che non lo rimpiangerò mai. Anche perché vedo i ragazzi e le ragazze che oggi hanno ripreso quelle lotte e mi rendo conto che sono molto più capaci di noi, che hanno strumenti intellettuali migliori dei nostri. E penso che sia un periodo meraviglioso per avere vent’anni. E anche per essere vecchi”.

L'approdo oltre l'alta marea

Sabato, 18 Novembre 2017 00:00

L’approdo oltre l’alta marea

Il 7 settembre u.s. in diretta televisiva, Antonio Di Pietro, già leader e fondatore dell’Italia dei Valori, ex poliziotto, ex magistrato, attualmente avvocato, in diretta televisiva, scatenando l’incredulità dei presenti, affermava: «Io porto con me una conseguenza. Ho fatto l'inchiesta Mani Pulite, con cui si è distrutta l’intera Prima Repubblica: il male, e ce n'era tanto con la corruzione, ma anche le idee. Ed è così che sono nati i cosiddetti partiti personali: Di Pietro, Bossi, Berlusconi e quant’altro. Ovvero partiti che hanno al massimo il tempo della persona». Una data precisa, se non un responsabile, cui far risalire la cesura storica segnata dal passaggio (1994) dalla Prima alla cosiddetta “seconda Repubblica”. Sempre nelle parole di Antonio Di Pietro si individua anche cosa ad essa seguì: la nascita dei partiti personali, leaderistici che soppiantarono quelli tradizionali i quali facevano riferimento a sistemi ideologici che, già nati alla fine dell’1800, da Teun Adrianus van Dijk sono definiti “sistemi di credenze condivise”. Per questo la loro formazione è attribuita al crollo dei sistemi di valori tradizionali col compito di giustificare e promuovere nuovi assetti politici. L’ideologia sorgerebbe, dunque, quando il mutare della situazione politica porta alla costruzione di un nuovo ordine sociale e politico ed in ogni caso, le ideologie si diffondono, si esprimono e si articolano attraverso discorsi pubblici e/o attraverso linguaggi complessi, come gli audiovisivi. Le ideologie sono dunque pervasive, tendono a stabilizzarsi in un gruppo sociale o si estendono all’intera comunità di appartenenza ed esse assumono una natura sistematica che dà forma al modo di agire e di pensare del gruppo o della società che le ha prodotte. Questo è stato anche nel nostro passato, quello, per capirci della prima repubblica iniziata cronologicamente nel 1948, è terminata nel 1994 a seguito, appunto, delle inchieste di “mani pulite”. Quali i sistemi di riferimento delle ideologie tardo ottocentesche e novecentesche? il pensiero liberale, il socialismo (prima utopico poi scientifico) ed il magistero cattolico sociale. Nel film di Scola (“Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”) «Che cosa può fare il partito per me?» chiedeva Marcello Mastroianni, nei panni di un muratore tradito dalla sua donna, a un compagno durante una manifestazione del PCI. Questo sentimento di far parte di una chiesa, quella comunista o quella democristiana, ha caratterizzato la vita politica italiana dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla caduta dei sistemi comunisti. Si sono succeduti governi, classi politiche, dirigenti di grande prestigio: tutto affondato nella melma di Tangentopoli che, mentre seppelliva la vecchia classe politica ed il suo potere, lasciava gli italiani a fare i conti con una nuova divisione destra/sinistra, indotta dall'introduzione della legge elettorale maggioritaria e con la necessità di una ricollocazione politica attorno ai nuovi temi imposti dalla fine del bipolarismo USA/URSS e dal fenomeno della globalizzazione. Contro i politici di professione tuonavano i leaders dei nuovi partiti come la Lega o appartenenti della società civile che militavano nel Movimento Referendario o nella Sinistra dei Club. Anche i vecchi partiti si sono trasformati cambiando nome e ideologie, come il PCI che si è tramutato in PDS, spaccandosi in più parti o la Democrazia Cristiana tramutatasi in Partito Popolare, CDU, CCD…. Ulivo, PD. Ma non si è trattato semplicemente di un travaso di uomini politici e di elettori dai vecchi partiti di sinistra o di destra nelle nuove formazioni di sinistra e di destra. Il passaggio è stato molto più complesso e contraddittorio di quanto ci si potesse aspettare: esponenti del vecchio PCI come Ferrara, Adornato o Bondi si ritrovano oggi a destra, mentre buona parte dei grandi vecchi democristiani, come De Mita o Gerardo Bianco, sono collocati nelle forze moderate di sinistra. La convinzione dominante è fondata sull'idea che non vi sia una differenza significativa nelle posizioni politiche dei partiti, che sia la destra che la sinistra difendano i medesimi interessi e facciano parte di un unico sistema di potere. Questa percezione è stata facilitata dalla vittoria del liberismo sulle dottrine marxiste e dalla globalizzazione che ha imposto politiche economiche analoghe in tutti i paesi, richiedendo tagli al welfare, flessibilità in campo occupazionale, bilanci statali in ordine… pena l'uscita di scena dal grande mercato globale. Si è affermata una politica, anche quando al potere si trova la sinistra, impostata sulla diminuzione di garanzie sociali che sono state la maggiore caratteristica dei sistemi politici dell'Europa occidentale. Almeno nella percezione di una parte apparentemente non così infima dell'elettorato, specie quello giovanile, vi è la convinzione che vi sia sempre qualcosa di destra nella politica di sinistra, ma anche qualcosa di sinistra in quella della destra, mentre si ingrossa il partito del non voto. Non si tratta di persone apolitiche o indifferenti ma, al contrario sono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti, laici e tolleranti che dopo l’esperienza degli ultimi anni si sentono traditi. Non si riconoscono neppure nella società italiana, si sentono estranei in patria, provano fastidio e non indignazione per gli italiani, si mettono ai margini del campo dove si gioca la partita ed osservano con fastidio, quasi con una noia assuefatta. Dove passa, dunque, la cesura sociale che fino alla metà del novecento determinava l’appartenenza ai partiti, definiva i contesti sociali e i riferimenti di appartenenza, contendeva tra lib-lab gli innovatori ed i conservatori? Dove sono finite le grandi dispute ideologiche della archeo politica segnata da scomuniche, ambiguità, ipocrisie? Per dirla con Pirandello restano in campo i “vecchi” ed i “giovani” costretti ad una ambigua alleanza che non permette ai primi di invecchiare pacificamente e ai secondi di diventare definitivamente adulti: il nostro welfare non consente più contrapposizioni, sospinge soltanto a spiaggiamenti temporanei e, come i cetacei, smarriti i punti di riferimento che ci permettevano di guardare lontano, ci areniamo sulla spiaggia sperando che la marea ci sospinga in avanti senza sommergerci.

Il cambiamento climatico

Mercoledì, 15 Novembre 2017 00:00

Il cambiamento climatico come strumento di potere

Intervista a Amitav Ghosh di Marina Forti

ottobre 2017

Conosciamo Amitav Ghosh come un romanziere, probabilmente uno dei più grandi scrittori indiani contemporanei. Ghosh però è anche uno studioso, e la sua formazione di antropologo è visibile nel rigore della documentazione in ogni suo romanzo. Ghosh è anche un giornalista, autore di alcuni bellissimi reportage e di numerosi saggi.

È un lungo saggio anche il suo ultimo libro, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, che tratta di come la cultura, e in particolare la letteratura, reagisce alla drastica trasformazione dell’ambiente in cui viviamo. Un cambiamento globale e profondo, che ormai è sotto i nostri occhi. Basti pensare agli eventi degli ultimi mesi: la siccità in Italia, l’ondata di caldo battezzata Lucifero, le disastrose alluvioni in Asia Meridionale, una serie di uragani nel golfo del Messico (eventi che hanno ricevuto attenzione diseguale: alla fine di agosto, proprio mentre i media mondiali seguivano la marcia del ciclone Harvey verso il Texas, in Bangladesh e India le alluvioni hanno ucciso 1.500 persone: senza quasi lasciare traccia sui media italiani).

Insomma: per dirla con Amitav Ghosh, le forze naturali che plasmano il nostro ambiente ci lanciano segnali che però stentiamo a riconoscere. Ho incontrato Amitav Ghosh durante il recente festival Internazionale a Ferrara.

Lei sostiene che il cambiamento del clima sta sconvolgendo il nostro ambiente fisico ma noi, gli umani, non vogliamo vederlo. È questa “la Grande Cecità”?

È vero, assistiamo a fenomeni meteorologici estremi un po’ ovunque. Quello che più mi ha impressionato è la recentissima inondazione a Livorno: una famiglia va a dormire tranquilla, senza segni di avvertimento, e si sveglia mentre sta annegando. Non solo non vogliamo riconoscere le forze naturali intorno a noi, non vogliamo neppure prendere atto dei pericoli che corriamo a causa del cambiamento climatico.

Ma perché lei chiama in causa gli scrittori? Un argomento centrale del suo libro è che la letteratura non riesce a riflettere sulla trasformazione del clima, benché sia di gran lunga la crisi più drastica del nostro tempo: dice che gli intellettuali, e più precisamente i letterati, rischiano di essere complici della “Grande cecità”.

Parlo degli scrittori in primo luogo perché è ciò io faccio proprio questo, scrivere. Ma è un atto di auto-critica, non sto additando gli altri. Mi interessa analizzare questo fallimento collettivo: noi, intellettuali, scrittori, artisti, ci stiamo dimostrando incapaci di riflettere sul cambiamento del clima. L’ironia è che questa è un’epoca di intellettuali e scrittori impegnati, engagés su ogni tipo di questione e in particolare questioni di identità, genere, razza, nazionalità, o delle diseguaglianze. Eppure la crisi ambientale, benché sia di gran lunga il pericolo più grande per l’umanità, resta al margine. È bizzarro che il grande cambiamento intorno a noi non entri a far parte della nostra consapevolezza.

Il ruolo del narrare, lei ha scritto, è “affrontare il mondo al congiuntivo“, cioè “immaginare altre possibilità”. La crisi del clima ci impone di immaginare altre forme di esistenza umana sul pianeta, e lei dice che la fiction è l’espressione culturale più adatta a farlo. Dunque oggi cosa si aspetterebbe da uno scrittore?

Se guardiamo il romanzo del Diciannovesimo secolo credo che Moby Dick sia uno dei romanzi più intensi mai scritti. Riesce a esprimere un profondo legame con il mondo non-umano: in Moby Dick la balena è un essere pensante, dotato di un’energia quasi diabolica.  Herman Melville è consapevole del danno ambientale provocato dalla caccia alla balena, spinta quasi all’estinzione, e attraverso il linguaggio riesce a mostrarci le contraddizioni della storia umana in relazione al mondo naturale. Mi viene da pensare anche a Zola, e a come ha esplorato le prime fasi dell’economia basata sui combustibili fossili: il carbone è un tema ricorrente nel suo lavoro. Nel romanzo del Ventesimo secolo, prendiamo Furore di John Steinbeck: per me è un romanzo sul cambiamento climatico ante litteram. Steinbeck descrive la risposta umana a un catastrofico evento climatico, la grande siccità, e le prime quattro pagine del romanzo sono forse la più potente narrazione del clima mai scritta. Insomma: voglio dire che gli umani hanno avuto gli strumenti per parlare di tutto ciò. Ma questo si è perso negli ultimi cinquant’anni. Per ironia proprio i processi che hanno portato in campo i gas di serra, responsabili del riscaldamento globale, sono gli stessi processi che stimolano il consumismo e ci portano a dimenticare il mondo fisico intorno a noi.

In effetti l’ambiente naturale è molto presente nei suoi romanzi – penso a Il paese delle Maree, dove la foresta del Sundarban, in Bengala, è protagonista della narrazione. In La grande cecità troviamo numerose digressioni narrative, che ne fanno una lettura affascinante. Ad esempio racconta come la Birmania aveva sviluppato una primitiva industria petrolifera, poi assorbita dalle compagnie britanniche. In effetti un grande merito di questo libro è che sposta lo sguardo: dal nostro punto di vista Euro-centrico, ci porta a spostare l’attenzione sull’Asia. Dice che l’Asia è cruciale nella crisi del clima. In che senso?

L’Asia è al centro di tutta la faccenda del clima perché è stato il rapido sviluppo economico di alcuni paesi asiatici negli ultimi vent’anni a far precipitare la crisi climatica. La crescita in Cina, India, Indonesia, per citare i tre paesi più popolosi, ha accelerato le emissioni globali dei gas di serra, quindi il riscaldamento dell’atmosfera. Ma così l’Asia ha dimostrato che un modello di economia ad alta intensità di risorse e di capitali può funzionare solo se praticato da una piccola minoranza della popolazione mondiale. In effetti, nell’Ottocento e fino agli anni ’70 del Novecento era così, solo il mondo Occidentale poteva praticare un’economia basata sui combustibili fossili. Ma poi quando Cina, India e Indonesia sono entrati in gioco – sia pure in piccolo, perché l’impronta ecologica di questi paesi resta molto piccola se paragonata all’Europa – questa sia pur modesta espansione ha accelerato il collasso del clima. L’Asia ha dimostrato che l’economia basata sui combustibili fossili non può essere estesa a tutto il mondo. E questa è un’altra straordinaria ironia: negli anni seguiti al 1789 la Rivoluzione francese ha affermato le idee di libertà, eguaglianza e fraternità, ma allo stesso tempo abbiamo enormi diseguaglianze, il lavoro forzato, la corsa delle potenze coloniali ad arraffare le risorse nel Sud del mondo. Per tutto il Ventesimo secolo abbiamo inseguito idee di progresso per combattere le diseguaglianze. Ma ora dobbiamo scoprire che era solo un’illusione: non possiamo perseguire in modo paritario il consumo di combustibili fossili.

Quindi il cambiamento del clima mette sul tavolo la questione dell’accesso alle risorse e della giustizia globale.

Certo. Il mondo in cui viviamo oggi è più diseguale di quello del Diciottesimo secolo. Le disparità di ricchezza e di potere non sono mai state così forti, sia tra nazioni – ad esempio l’Asia rispetto all’Occidente – sia all’interno delle singole nazioni, ad esempio in Cina o in India. E questo è un effetto del neoliberalismo.

Nel dibattito sul clima parliamo spesso di “scettici”,“negazionisti”, ma lei argomenta che i veri detentori del potere sono ben consapevoli della sfida del clima: semplicemente non hanno alcuna intenzione di modificare il modello di economia su cui è fondato lo stile di vita Occidentale.

Questo è un punto importante. È un errore pensare che quanti avversano le politiche sul clima siano inconsapevoli. L’amministrazione Trump, lo stesso presidente Donald Trump, il segretario di stato Rex Tillerson, perfino Steve Bannon, sono ben informati. Sanno. E sarebbe un errore anche pensare che non abbiano un piano: il loro piano è questo. Il piano è lo status quo. Contano su un’apocalisse climatica che ucciderà un gran numero di esseri umani. E questo perché sanno benissimo che l’economia estrattiva su cui si fonda lo stile di vita occidentale può funzionare solo per numeri piccoli. In un certo senso sono catastrofisti malthusiani. Pensano che una catastrofe malthusiana si avvicina, e si stanno preparando.

È quella che lei chiama “politica della scialuppa armata”?

Esatto. La “politica della scialuppa armata” significa tenere fuori gli immigranti a tutti i costi, militarizzare le frontiere, armarsi fino ai denti, difendere il proprio accesso alle risorse, e fare di tutto ciò una questione di sicurezza.

In effetti negli ultimi dieci o quindici anno diverse istituti di studi strategici hanno cominciato a ragionare sull’impatto del cambiamento climatico come una questione di sicurezza. Non ultimo il Pentagono, cioè il ministero della difesa della prima potenza mondiale…

Sì, ed è interessante. Oggi il più grande singolo consumatore di combustibili fossili al mondo è proprio il Pentagono. Un anno di operazioni militari brucia una quantità di energia fantasmagorica. E tutti gli eserciti sono in espansione: Russia, Cina, India, tutti paesi che hanno firmato gli Accordi di Parigi sul clima, eppure stanno rapidamente rafforzando la propria difesa: e questo perché dall’inizio della Rivoluzione industriale i combustibili fossili e il potere sono inestricabilmente legati. Il carbone ha permesso alla Gran Bretagna di innescare la rivoluzione industriale e allo stesso tempo creare un’industria delle armi: è così che ha sconfitto l’intera flotta cinese con una sola nave da guerra a vapore, la Nemesis. Da allora ogni paese sa che i combustibili fossili hanno una relazione diretta con il potere, e ogni paese sta surrettiziamente allargando l’uso di combustibili fossili per la difesa.

Solo che nessuno dirà al Pentagono “ora dovete tagliare”. E questo anche perché via via che il cambiamento del clima accelera, e cresce il suo impatto, vedremo più insicurezza. Conflitti per l’acqua e per le risorse sono già una realtà in diverse parti del mondo. Un circolo vizioso: aumentano i conflitti per le risorse e aumenta il consumo di combustibili fossili, cosa che a sua volta accelera il cambiamento del clima.

Vuol dire che andiamo verso una situazione in cui una piccola élite mondiale vorrà monopolizzare le risorse naturali, l’acqua l’energia?

Appunto. Il cambiamento del clima è in sostanza una questione di potere: non ci sarà un approccio realistico se non metteremo in discussione la distribuzione globale del potere.

Tra gli effetti del cambiamento del clima si parla spesso di masse di persone costrette a sfollare da eventi estremi some alluvioni o siccità, quindi nuove ondate di migranti. Nei suoi romanzi l’esperienza del migrare è molto presente – contadini egiziani che si spostano in Medio oriente, migranti bengalesi nella penisola Arabica, commercianti indiani nella Cina del secolo scorso… Lei sembra suggerire che attraversare frontiere, sia geografiche che culturali, è parte dell’esperienza umana, e di sicuro parte della modernità. In Europa però l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone suscita paure e reazioni ostili…

La crisi dei migranti mi interessa molto. Sarà per la mia storia familiare: io sono bengalese; i miei avi venivano da quello che ora è Bangladesh ma dovettero emigrare, intorno al 1850, perché un fiume aveva cambiato il suo corso e sommerso il nostro villaggio. Forse è per questo che mi sono sempre interessate le storie di sfollati e migranti. Negli ultimi mesi ho visitato diversi centri per migranti in Italia – in Sicilia, vicino a Milano, a Venezia. Io parlo bengalese, hindi, urdu, arabo, e queste oggi sono le lingue dei poveri globali: posso avere una comunicazione diretta con le persone che ho incontrato. Cosa ho ricavato da queste visite? Primo, che in effetti è vero, la gran parte di questi migranti sono spinti da effetti del cambiamento climatico: è vero per il Sahel e l’Africa sub sahariana, ma anche per il Bangladesh, che oggi è il secondo paese di provenienza di immigrati in Italia. Ma è complicato. Prendiamo una famiglia rurale in Bangladesh. Un anno la terra viene allagata: è cosa che succede, e loro riescono a farvi fronte. Ma l’anno dopo l’alluvione si ripete, e anche quello dopo ancora, e le risorse per fare fronte non ci sono più. Di solito, la prima risposta sarà mandare il figlio, un ragazzo di 16 o 17 anni, a cercare lavoro in città, magari a Dhaka. Se non lo trova, il ragazzo finirà su una delle barche che attraversano il Mediterraneo. Ma se gli chiedete ‘sei un migrante climatico’ lui negherà. Un elemento che spesso sfugge agli europei è che nessuno dei migranti che sbarca in Europa si percepisce come vittima. Loro sono protagonisti. Hanno iniziativa. E in effetti per intraprendere un viaggio così pericoloso devi avere iniziativa, e coraggio.

Un altro aspetto spesso tralasciato è l’impatto delle nuove tecnologie delle comunicazioni. I telefoni cellulari e l’internet sono fondamentali per i migranti. Il telefonino ti permette di vedere foto, sapere cosa succede in Europa, essere aggiornato sui percorsi, trasferire soldi. Forse il servizio più importante che le Ong possono offrire ai migranti sono i punti di ricarica.

In questo vedo un’altra delle ironie del cambiamento del clima: proprio il tipo di consumismo che porta alla crisi del clima porta anche a una sempre maggior dipendenza da questi strumenti che stanno tagliando la nostra connessione storica alla terra. In un villaggio del Bangladesh vedi telefilm magari girati a Calcutta, che mostrano una vita piena di automobili e frigoriferi e cose simili: e sono gli oggetti che tutti vorranno.

Voglio dire che siamo di fronte a una crisi su parecchi livelli. È una questione di cambiamento del clima e anche una questione di desideri, solo che questo aspetto non è spesso considerato. Forse il solo che abbia compreso la natura ambigua della questione è Papa Francesco nella sua enciclica Laudato Sì. Il capo della chiesa cattolica, con la sua rete di istituzioni a diretto contatto con i poveri, deve avere percepito che il desiderio di migrare non riguarda solo la povertà.

*Amitav Ghosh è nato a (Calcutta) nel 1956. Ha studiato a Oxford, dove ha conseguito un dottorato in antropologia sociale. Vive tra New York e l’India. È autore dei romanzi Il cerchio della ragione; Le linee d’ombra; Il cromosoma Calcutta; Il palazzo degli specchi; Il paese delle maree; e la “trilogia dell’Ibis” (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio e Diluvio di fuoco). La grande cecità è il suo secondo lavoro di non-fiction dopo Lo schiavo del manoscritto. Tra i reportage vanno segnalati Conto alla rovescia (sui test nucleari dell’India nel 1998), e Danzando in Cambogia. Articoli e saggi di Ghosh sono stati pubblicati da The New Yorker, The New Republic e The New York Times; una raccolta di saggi brevi è pubblicata nel volume Circostanze incendiarie.

Lutero il riformatore

Martedì, 14 Novembre 2017 00:00

Lutero il riformatore

Il cinquecentenario della simbolica datazione della nascita della Riforma protestante, offre l’opportunità di rivolgersi al pensiero di Lutero che, anche a detta dei suoi detrattori, sta collocato nel nostro passato in un punto nevralgico dal quale prende luce la nascita del moderno contribuendo a fare del secolo XVI un vero e proprio crinale dal quale si può riconoscere un “prima” e un “dopo”. Prima c’è la cultura dei molti nazionalismi intrisi tutti, e perciò resi unanimi, dal monoculturalismo religioso; dopo c’è un confronto tra di essi grazie alla diversificazione delle confessioni cristiane.

Il monaco eremita agostiniano e professore di Wittenberg (al secolo Martin Luder) fin dall’inizio della disputa sulle indulgenze (1517), costituisce nella sua persona il punto di sutura delle opposte realtà e sistemi politici del tempo, compreso quello della Chiesa e soprattutto delle esperienze di trascendenza che riguardano gli impegni ultimi di Dio nei confronti degli uomini, la loro salvezza o la loro perdizione. Una persona insomma, quella di Lutero, che divise le coscienze segnando nel contempo una pausa di intersezione storica grazie alla realizzazione di un’originale e severa religione “riformata”, nata dalla protesta contro le condizioni della Chiesa esistente, all’origine della grande scissione all’interno della Chiesa e nel mondo cristiano.

Lutero fu anche un “personaggio pubblico” capace di suscitare dibattiti e lui stesso animatore di pubbliche confutazioni: una star mediatica della storia che seppe approfittare della rivoluzione dei mezzi di comunicazione della sua epoca rimanendone a sua volta vittima. Per questo gli studiosi si dividono non soltanto sulla valutazione teologica della sua “Riforma”, ma anche sulla complessità della personalità composta da una sorta di due nature entrambi essenziali: quella che rivela il monaco, il biblista, l’esegeta appartato nella meditazione della Scrittura e nel dialogo con Dio e quella del valente letterato, dell’agitatore, del combattente e del propagandista in lotta contro lo strapotere dei principi territoriali -per la libertà tedesca- e contro lo teologia scolastica considerata strumento dello strapotere di Roma.

C’è chi sostiene che all’origine della necessità di una radicale riforma della Chiesa sia l’indignazione contro la corruttela trionfante e dilagante della Roma "Babilonia" di Leone X, provata da Lutero durante il viaggio a Roma (tra l'autunno del 1510 e i primi mesi del 1511), per recare la protesta del suo monastero (Wittenberg o a Erfurt?) contro l'unione tra osservanti e conventuali caldeggiata dallo Staupitz, vicario generale dell'ordine. L’aneddotica riporta anche che mentre compiva devotamente la Scala santa, indicata fin dal 1300 da Bonifacio VIII tra le grandi remissioni e indulgenze dei peccati “secondo un'affidabile fede de gli antichi”, gli sarebbe sorto nell'anima il dubbio: "quis scit, an sit verum?" (“sarà vero?”). Attendibile o meno, l’episodio ci rivela un’anima tormentata alla ricerca della perfezione spirituale che non si esauriva né con l’adempimento degli obblighi monastici né con la lettura e la scrittura perché, come da lui sostenuto, i molti altri che avevano fatto di tutto per raggiungere la “pace della coscienza” diventavano, all’approssimarsi della morte, timorosi e trepidanti tanto da disperare della salvezza.

Cosa e chi può allora trarci dall’abisso della disperazione di una imperfezione insanabile di per sé? Soltanto l´accoglienza della misericordia di Dio. Privilegio misterioso quello di cui godono gli uomini, che solo la fede permette di risolvere grazie all’Incarnazione: inserzione dell’eterno nella dimensione storica e realizzazione anticipata della nostra propria storia. Ecco allora la proposta di Lutero fondata sull´essenziale: solo Cristo, sola Scrittura, sola fede. A ciò si aggiunge la disponibilità del testo sacro che tutti possono leggere nella loro lingua materna sperimentando nuove forme di partecipazione.

Lutero è consapevole che la lettura e la spiegazione letterale (sine glossa) del testo sacro, non è di per sé una “lettura ingenua” perché è pur sempre frutto di una traduzione, quindi di una interpretazione che predispone ad una comprensione orientata. Lutero però con questa affermazione colpisce i due pilastri principali della esegesi biblica cattolica posta sotto l’autorità dei Padri e della Tradizione. Alla prospettiva aperta, era essenziale l’alfabetizzazione per le donne, proprio come per gli uomini. La revisione dello statuto del ministero ecclesiastico, che d’ora in poi si giustificherà sulla base della trasmissione ordinata della parola atta a suscitare la fede, è il passaggio successivo e scontato. L’ordinazione non giustifica di per sè l’autorevolezza del ministro, ma la vocazione secondo il principio del sacerdozio universale e sebbene nella vita quotidiana e davanti alla legge uomini e donne presentano differenti compliti e talenti, non davanti a Dio. Perché la salvezza non si ottiene seguendo il proprio ruolo nella società, bensì grazie alla sola fede. Lutero distingue insomma la legge dal vangelo e ciò ha implicazioni importanti sulla Chiesa e sulla famiglia.

Sebbene nella Riforma del XVI secolo, l'abolizione dell'idea specificamente sacerdotale del ministero comporti qualche apertura verso la predicazione delle donne, essa resta, però, in buona parte teorica. È paradigmatica infatti la posizione di Martin Lutero, secondo cui lo Spirito elegge alla predicazione esclusivamente degli uomini – affermazione relativizzata con le parole «tranne in casi di emergenza» Sulla sua scia, l'argomento dell'«emergenza» sarà utilizzato fino al XX secolo per giustificare la predicazione delle donne.

Anche per questo Lutero è assurto al ruolo dei grandi timonieri: quelli che si trovano nei marosi della storia tanto forti da determinarne il destino,

La destra e le alleanze

Mercoledì, 08 Novembre 2017 00:00

La politica italiana è in fibrillazione per affrontare le tanto attese elezioni politiche e i vari schieramenti potrebbero a breve delinearsi per affrontare la battaglia elettorale. Se il rapporto della destra italiana vede i vari schieramenti al momento contrapposti, sembrano riavvicinarsi nuovamente i vari leader quali Matteo Salvini, Giorgia Meloni ed il rientrante Silvio Berlusconi. Le stime vedono come possibili contendenti alla leadership politica il movimento 5 stelle, mentre il Partito Democratico di Matteo Renzi resta in attesa di eventuali colpi di scena. Le stime elettorali riferite alla Camera dei Deputati parlano chiaro e mettono il trio di destra davanti ad un bivio per arrivare al governo.


Il Movimento 5 Stelle primo partito in Italia
Le stime sono state pubblicate da Repubblica e riguardano le preferenze di voto in caso di possibili elezioni attuali e vedono il Movimento 5 Stelle in vantaggio con una percentuale del 27,6%, seguiti dal Partito Democratico con una percentuale del 26,3%. Sembra una lotta tra due soli schieramenti politici poichè la Lega Nord capeggiata da Matteo Salvini raggiungerebbe ad oggi una percentuale di preferenza del 14,6%, mentre le preferenze per Forza Italia e Fratelli d'Italia sono rispettivamente del 14,2% e del 5%.


La politica italiana potrebbe riservare sorprese
Anche se le prossime elezioni potrebbero essere svolte nel mese di marzo 2018, gli schieramenti politici potrebbero da un momento all'altro subire variazioni e riservare sorprese.
Se il Movimento di Beppe Grillo ha attualmente la leadership, la destra italiana composta da Salvini, Meloni e Berlusconi, potrebbe tutto ad un tratto ribaltare le stime ed in caso di eventuale alleanza, superare il 27,6% del M5S e raggiungere quota 33,8%.


L'eventuale alleanza di destra potrebbe far perdere consensi
L'ipotesi di una eventuale alleanza da parte della destra italiana potrebbe in ogni momento diventare realtà e far raggiungere una buona percentuale di consensi. Quest'ultimo pensiero però, anche se solo ipotizzato, potrebbe creare dei dissidi da parte dei seguaci delle varie fazioni politiche e far perdere consensi. Nel caso del leader della Lega Nord, Matteo Salvini, la problematica verrebbe rappresentata dal pensiero avanzato in più occasioni dal leader e riferito al problema immigrazione ed al contrasto di quella che viene definita da Salvini come "invasione", e che potrebbe far storcere il naso a Forza Italia, La quale ha sempre rappresentato un partito di destra più orientata al centro e di conseguenza più tollerante e mediatrice.


Da "blastingnews" 17/10/2017 - La destra e le alleanze per contrastare il Movimento 5 Stelle di Diego C.

Pagina 1 di 2