Integrare

Sabato, 30 Dicembre 2017 00:00

La parola d’ordine, in questa nuova e difficilissima fase della vita dell’Unione europea, è “integrazione differenziata”. Un ossimoro che segna un cambiamento radicale nel discorso relativo al processo di integrazione del continente, che non punterebbe più, come avvenuto finora, verso obiettivi comuni e il traguardo della condivisione della sovranità, ma si adagerebbe sugli effimeri vantaggi di una diversificazione strutturale della dinamica europea. Di questo disallineamento, e della conseguente, oggettiva difficoltà di “recuperi” futuri, è difficile rallegrarsi. Soprattutto perché in tal modo non si offrirebbe una soluzione definitiva ed efficace ai dilemmi e alle crisi che attanagliano l’Unione.

A sessanta anni dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza. Il referendum britannico per l’uscita dall’Unione è un colpo grave al processo di integrazione, che dimostra come anche la disintegrazione sia possibile. Nato come una “opzione B” rispetto al fallimento del progetto costituzionale, il Trattato di Lisbona rischia paradossalmente di passare alla storia soprattutto per il famigerato articolo 50, che prevede, per la prima volta nella vicenda dei Trattati europei, un meccanismo di recesso volontario di un paese dall’Unione, effettivamente attivato poi dalla Gran Bretagna.

La defezione inglese (nei tempi e nei modi in cui potrà essere sancita) ha messo in moto un pericoloso meccanismo di prospettive nazio­nali, se non addirittura nazionalistiche, che rischia di amplificare le fratture e le divergenze emerse nella politica europea molto prima del referendum inglese. I nodi fondamentali sono gli stessi da alcuni anni: la questione del ruolo dell’Europa per incoraggiare e sostenere la crescita economica soprattutto nell’area dell’euro; l’immigrazio­ne come sfida politica, economica, sociale e soprattutto culturale; la questione della sicurezza e della difesa comune in un momento di grave turbolenza nelle relazioni internazionali soprattutto nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Su questi temi l’Unione europea avreb­be dovuto rinsaldare la sua coesione interna, mentre invece hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste.

In questo rimescolamento di ruoli e posizioni, il metodo del cosid­detto “direttorio” (Germania, Francia, possibilmente Italia) non è detto che funzioni. Anzi, si constata il sorgere di formati alternativi, come il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria) che raggruppa alcuni paesi dell’Europa orientale, accomu­nati da politiche di crescente chiusura rispetto alla crisi dei rifugiati e da una visione dell’UE che mette in risalto le specificità nazionali rispetto al processo integrativo e a un ruolo crescente delle istituzioni comunitarie.

Come risultato, lo stato attuale dell’integrazione è ben descritto dall’espressione “pace a bassa intensità” o “pace fredda”. La stabili­tà “interna” nei rapporti tra gli Stati membri non suscita più entu­siasmi, benché rimangano valide le ragioni che hanno condotto al conferimento all’Unione europea del Premio Nobel per la pace nel 2013. E in ogni caso l’Unione è oggi inserita in un quadro di “guerre calde”: Ucraina, Siria, Libia.

Questa volta non basta la manutenzione ordinaria, l’Unione ha biso­gno, per restare in piedi, di una profonda ristrutturazione. La parola d’ordine di questa nuova fase è “integrazione differenziata”. A ben guardare, un ossimoro, che segna però un cam­biamento radicale nella “narrativa” sul processo politico europeo. Integrazione, nell’ortodossia “comunitaria”, ha significato sinora, in maniera coerente, puntare in modo corale verso obietti­vi comuni, verso la condivisione di sovranità. Se l’integrazione si differenzia, allora le finalità non sono più necessariamente convergenti. Può essere una necessità stori­ca e politica, ma non possiamo certamente rallegrarci di questo esito dalle conseguenze incerte. Dunque, non di integrazione differenziata occorrerebbe parlare, ma di “differenziazione integrata”: la diversificazione viene inserita in modo strutturale nella dinamica europea.

Per alcuni, questa prospettiva, lungi dall’essere una novità, sarebbe già iscritta nella condizione esistenziale dell’Europa di oggi. Si ri­chiamano alcuni precedenti macroscopici: Schengen, da un parte, e soprattutto l’Unione monetaria, dall’altra (esempi a parte di diffe­renziazione sono lo Strumento europeo di stabilità o il Fiscal Com­pact, nati in un contesto inter-governativo). Ma la diversità di tali casi, rispetto a una frantumazione istituzionalizzata, è evidente. In entrambe le circostanze si è trattato di sviluppi destinati realmente a trainare, in futuro, i non partecipanti, mentre per l’integrazione differenziata, nelle condizioni attuali dell’Unione, si dovrebbe piut­tosto parlare di un destino strutturalmente disgiunto. La possibilità di “recuperi” futuri è, realisticamente, molto ridotta, se si considera­no i precedenti di Stati membri che hanno deciso di restare fuori da formati integrativi.

Questo dibattitto non nasce ora. Basti pensare agli scenari e alle ti­pologie che sono state prospettate negli ultimi decenni. La termino­logia, in questo caso, è sostanza: «Il concetto di Europa a più velocità si riferisce a una modalità di integrazione differenziata in base alla quale il perseguimento di comuni obiettivi è guidato da un gruppo interno, da un nucleo di Stati membri che sono al contempo capa­ci e desiderosi di procedere oltre, nell’assunto di fondo che gli altri potranno unirsi in seguito. È una nozione che ha come riferimento principale il tempo. L’idea di Europa a geometria variabile riguarda una modalità di integrazione differenziata che, concependo la pos­sibilità di una separazione permanente o irreversibile tra un “nucleo duro” e unità integrative meno sviluppate, ammette l’esistenza di un divario incolmabile nella struttura integrativa complessiva. È una no­zione che ha come riferimento principale lo spazio. Infine, l’Europa à la carte è concepita come una modalità di integrazione differenziata in cui gli Stati membri possono scegliere (pick-and-choose), come da un menu, a quali politiche intendono prendere parte, condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni. È una nozione che ha come riferimento principale la materia».1

Nella prospettiva attuale, il disallineamento sarebbe amplificato dal fatto che l’eventuale integrazione a più livelli dovrebbe necessaria­mente coinvolgere i settori della politica “alta”, quelli nei quali più di ogni altro si svolge la trama della sovranità. Si discute, ad esempio, della difesa, della politica economica, della gestione comune e inte­grata delle migrazioni. Ciò non sarebbe senza effetto sulla costruzio­ne complessiva dell’Unione, e non è difficile immaginare – stante l’oggettiva compenetrazione dei mercati e delle economie europee – l’impatto distorcente di una condivisione di sovranità in settori eco­nomici ad alta sensibilità politica come la politica industriale, gli in­vestimenti, la fiscalità sulla integrazione a bassa intensità in settori economici “tecnici” (traspor­ti, mercato unico). Il meno che si possa dire è che aumenterebbe inevitabilmente la complessi­tà di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intellegibile, senza parlare dei problemi di governance (duplicazio­ni, doppi ruoli, raccordo tra organi) e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero.

Il pericolo di una dispersione e frantumazione è talmente reale e presente che gli analisti euro­pei parlano della necessità di ancoraggi saldi per le aree di differenziazione, a partire ad esempio dall’eurozona, dalla Cooperazione strutturata per­manente nell’ambito della difesa e dallo spazio Schengen. Inoltre, sarebbe a rischio la coerenza istituzionale dell’Unione, se le attuali istitu­zioni dovessero svolgere ruoli marginali o dovessero addirittura essere escluse nei diversi formati della differenziazione.

Ciò posto, non si può non ricordare che l’Unione costituisce già ora una compagine formata da diversi aggregati anche al di là degli esempi segnalati, se a essi si aggiungono, ad esempio, i cosiddetti “opt-outs”, vale a dire le clausole di esenzione concesse a diversi Stati membri a titolo permanente in occasione della firma di molteplici trattati europei. Il caso più macroscopico è proprio il Regno Uni­to, che per sua scelta, e ben prima del referendum sull’appartenenza all’Unione, è già fuori dall’Unione monetaria, fuori da Schengen, fuori dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia, fuori dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (oltre che fuori, ad altro titolo, dal Fiscal Compact e dall’Unione bancaria).

Ma anche altri Stati membri usufruiscono della clausola di esenzio­ne permanente: l’Irlanda non partecipa a Schengen e allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Danimarca non partecipa alle inizia­tive riguardanti la difesa e si è auto-esclusa dall’Unione monetaria nonché dallo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia; la Polonia non partecipa alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Più in generale, la questione dell’integrazione differenziata ripro­pone l’alternativa, iscritta geneticamente nella vicenda dell’Unione, tra l’integrazione negativa e l’integrazione positiva.2 L’UE ha avuto successo (relativamente) in tutte le politiche che hanno implicato lo smantellamento di frontiere, di regolazione, di strutture. L’esempio di Schengen non richiede particolari precisazioni, ma anche politiche ap­parentemente integrative in senso positivo sono in realtà misure deregolatorie. È il caso dello stesso euro che, se ha creato istituzioni e norme centralizzate (la Banca centrale, i criteri di Maastricht) ha in misura molto maggiore eliminato caratteri della sovranità nazionale in campo monetario (e non è certo un male). Persino la libera circolazione delle persone e dei lavoratori (oggi anch’essa minacciata), spacciata troppo spesso, erroneamente, come un’espressione della “cit­tadinanza europea”, rientra senz’altro nell’inte­grazione negativa. Con le eccezioni qualificate e parziali (oggi, non a caso, sempre più contestate), della politica agri­cola comune e dei fondi strutturali, tutte le misure che implicano, al contrario, la costruzione di nuove forme di condivisione di sovrani­tà attiva, di integrazione positiva (la difesa, le migrazioni, la politica estera, l’armonizzazione fiscale, una politica economica integrata) rimangono da decenni a livello di meri obiettivi da raggiungere.

Può darsi che la soluzione risieda, come ha scritto Sergio Fabbrini, nello “sdoppiamento”:3 da una parte, una più ristretta unione poli­tica (esclusiva) di tipo federale (non uno “Stato europeo”), costruita a partire dagli Stati membri dell’eurozona e basata su un accordo di tipo costituzionale; dall’altra, una più ampia (inclusiva) comuni­tà economica basata su un trattato interstatale. In parte analoga la prospettiva di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli di un’Europa “né centauro né chimera”:4 la compresenza di “due Europe”, distinte, parallele e non conflittuali, una a vocazione tendenzialmente sovra­nazionale, e una – intergovernativa – centrata sulla razionalizzazione del mercato.

La proposta delle due organizzazioni separate ma connesse ha il me­rito della chiarezza, anche se non risolve tutti i problemi. Ad esem­pio, un’Europa dei mercati implica, in ogni caso, una regolazione istituzionalizzata e potenti organismi di controllo, in un contesto ben più strutturato di una semplice area di libero scambio o degli standard dell’Organizzazione mondiale del commercio. Il sovrani­smo di cui è pervaso il continente accetterà tali riferimenti o tenterà di destrutturarli?

Rimane poi da stabilire un punto importante per l’unione federale. Nella federazione americana, i poteri degli Stati sono reali, e riguar­dano quasi tutte le materie non rientranti nella difesa, nella politica monetaria, nei rapporti internazionali, nella giustizia costituzionale. Il processo integrativo europeo ha seguito un percorso inverso: la tendenza verso iper-regolazione centralistica (la famosa “armonizzazione”), benché incoerente e frammentaria, delle materie “tecniche” (le “politiche”), che negli Stati Uniti sono quasi interamente lasciate agli Stati, e il controllo da parte degli Stati membri dell’UE (anche in questo caso in modo speculare rispetto agli USA) delle funzioni “regaliane” (la “politica”), come appunto la difesa e la politica estera. L’ipertrofia regolamentare tecnica ha finito per creare l’impressione (e talvolta la mitologia), in gran parte infondata, di una pervasiva intrusività dell’Unione nei più remoti interstizi della vita economica e sociale, suscitando reazioni identitarie, vagamente autarchiche e comunitariste.

Insomma, l’integrazione differenziata è sicuramente uno strumento in grado di garantire la flessibilità, ma non ci si può illudere di aver trovato la soluzione dei dilemmi e delle crisi multiple dell’Unione. Non esiste un sistema politico-istituzionale, nemmeno per l’Europa, che possa ritenersi stabile nel senso di immobile o immutabile. Una “repubblica di molte repubbliche”, una repubblica composita è “un processo, non una istituzione”, articolata sulla base di una inelimina­bile tensione, in un ambito politico dove permangono molti centri e una separazione multipla dei poteri.5 In ogni caso, il dibattito sull’integrazione differenziata, per quanto rilevante, non può oscurare le grandi questioni politiche emergenti e urgenti: le nuove euro-frattu­re nord/sud, est/ovest, le crescenti polarizzazioni socio-economiche interne, l’orientamento inclusivo/esclusivo, le migrazioni (e non solo l’immigrazione), il rapporto dell’Unione con il vicinato orientale e meridionale, la divaricazione euro-atlantica, i rapporti con la Russia. Cerchi concentrici, forze centrifughe, linee di faglia che permarran­no nell’agenda politica quale che sia l’ingegneria istituzionale escogi­tata per superare lo stallo. E nessuna configurazione strutturale potrà mai sostituire la necessità di un consenso democratico informato, di politiche originali che escano dalla doxa liberista e globalista, della capacità di visione strategica.6

 


[1] P. Ferrara, Non di solo Euro. La filosofia politica dell’Unione Europea, Città Nuova, Roma 2002, pp. 164-65; C.-D. Ehlermann, Increased Differentiation or Stronger Uni­formity, EUI Working Paper n. 95/21, Istituto Universitario Europeo, Firenze 1995, disponibile su cadmus.eui.eu/bitstream/handle/1814/1396/95_21.pdf;sequence=1

[2] F. Scharpf, Governare l’Europa, il Mulino, Bologna 1999.

[3] S. Fabbrini, Lo sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa, Laterza, Bari-Roma 2017.

[4] A. Armellini, G. Mombelli, Né centauro né chimera. Modesta proposta per un’Europa plurale, Marsilio, Venezia 2017.

[5] S. Fabbrini, op. cit., pp. 123-63.

[6] Le opinioni espresse in questo articolo riflettono il punto di vista dell’autore e non dell’istituzione di appartenenza.

In Italia invecchiare è costosissimo

Venerdì, 29 Dicembre 2017 00:00

Anche per morire degnamente servono soldi. Tra badanti in nero e ricoveri costosissimi la vecchiaia è un lusso. E l’allungamento dell’aspettativa di vita sembra un incubo


Guarda il soffitto tutto il giorno. Sul soffitto vede i morti. Ogni tanto parla con loro. A volte ride. Anche io, quando la vado a trovare, guardo il soffitto. Forse i morti fanno surf, mi dico. Vorrei imparare a parlare con i morti. Ma i morti, lo so, sono allucinazioni. Un paio di gocce del medicinale giusto e mia nonna, 89 anni, allettata da qualche mese, incapace di sollevarsi senza l’aiuto della badante, quasi sdentata, magrissima, smetterà di vedere i morti, una folla più fiera delle costellazioni, tornando a vedere il soffitto per quello che è, riconoscendomi, rientrando nel mondo, muto, bastardo, crudele. Da maggio la nonna vive tra il letto e la carrozzella. Sulla carrozzella va al tavolo della cucina, dove ingurgita micidiali biberoni allestiti dalla badante. Poi guarda un po’ di televisione. Si stanca presto. Soprattutto d’inverno. Ha freddo. Anche se in casa il riscaldamento è sparato a 26 gradi notte&giorno. Cerco di riconoscere ogni giorno nei suoi lineamenti i tratti di mio padre, morto tre decenni fa. Gli occhi di mia nonna, liquidi e grigi, non sanno nulla del mondo di qui – ieri, ad esempio, ha attaccato un refrain continuo, ‘un po’ di sale, un po’ di sale, un po’ di sale’ – ma sanno vedere il mondo al di là. Mio nonno, che è morto nel 2012, è sempre al suo fianco, gli parla. Poi parla a un mucchio di altri morti che non conosco. Da quando è a letto, i pannoloni sono la nostra divinità, una specie di Apollo fecale. Mia nonna, come tanti altri vecchi, è sola. Non ha mai lavorato, ha la ‘minima’ e l’aiutino di Stato – 500 euro al mese – perché è totalmente inabile, non può badare a se stessa. Con i soldi che ho, riesco a pagare la badante part time, il resto sono salti mortali. Sbattere la vecchia in un ospizio, la bidonville dei vecchi, non mi va. E poi non me lo posso permettere. A Natale sono stato con lei la mattina – ore 8.30-9.30 – nel primo pomeriggio – ore 14-15 – e la sera – ore 17.30-18.30. Di solito, porto con me il computer, così lavoro nel letto di fianco al suo. Le preparo una tazza orzo caldo. Le sminuzzo dei biscotti in bocca. Li succhia. Li inghiotte. Scompaiono come plancton nella bocca di una balena. Dice grazie. Sa ancora dire grazie e ancora mi riconosce: è già una benedizione. Ora, di ottenere il plauso dei puri di cuore e la lacrimuccia degli amici non me ne frega niente. Espongo un problema. Mentre la notte di Natale assistevamo a un bombardamento terra-aria di tappi di champagne, una falange di vecchi erano soli come cani, in orizzontale, sul letto, con l’orizzonte del niente davanti a loro. Soli perché inutili rompipalle? Certo. Ma soli anche perché sono davvero soli. Non hanno parenti. Mia nonna, ad esempio, non ha parenti né amici. Le resto solo io, il nipote. Altro problema. Che dignità di vita sappiamo offrire ai vecchi? Silvio Berlusconi – un vecchio – cerca di ottenere i voti dei pensionati con la retorica del “pensioni minime a 1.000 euro al mese”. Non basta. I soldi non sono tutto. Il problema è trovare la formula per vivere una vita degna di essere vissuta. Altrimenti, francamente, meglio uccidersi. Quando il cervello ti va in pappa e sei solo un peso per chi hai intorno, meglio uccidersi. Al problema se ne lega un altro. I soldi. Rieccoli. Solo se hai i soldi ti puoi pagare una vecchiaia degna. Altrimenti, muori come un idiota. Se muori. Sennò, fai morire chi hai intorno. Che Stato di merda siamo riusciti a creare. I vecchi non hanno il denaro per morire, le badanti vengono pagate in nero, l’epica dei consumi non ha prodotto Rilke, Kafka e Tolstoj per tutti ma minchiate ogni dì, a guadagnare tanti soldi non è il più bravo ma il più scaltro. Mia nonna, qualche giorno fa, mi pregava di avere un po’ di notte. Non so cosa voglia dire. Tengo queste parole come un amuleto. Qualcosa che il tempo saprà svelare con la ferocia dell’erba che cresce tra le tombe, incurante della morte. E i politici sognano di farci vivere fino a 125 anni. Col cazzo. 125 anni in questo Paese sono una maledizione.


Da http://www.linkiesta.it In Italia invecchiare è costosissimo (e guai a chi i soldi non li ha) di Davide Brullo

Auguri ai curiali

Lunedì, 25 Dicembre 2017 00:00

Cari fratelli e sorelle,

Il Natale è la festa della fede nel Figlio di Dio che si è fatto uomo per ridonare all’uomo la sua dignità filiale, perduta a causa del peccato e della disobbedienza. Il Natale è la festa della fede nei cuori che si trasformano in mangiatoia per ricevere Lui, nelle anime che permettono a Dio di far germogliare dal tronco della loro povertà il virgulto di speranza, di carità e di fede.

Quella di oggi è una nuova occasione per scambiarci gli auguri natalizi e auspicare per tutti voi, per i vostri collaboratori, per i Rappresentanti pontifici, per tutte le persone che prestano servizio nella Curia e per tutti i vostri cari un santo e gioioso Natale e un felice Anno Nuovo. Che questo Natale ci apra gli occhi per abbandonare il superfluo, il falso, il malizioso e il finto, e per vedere l’essenziale, il vero, il buono e l’autentico. Tanti auguri davvero!

 

Cari fratelli,

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

E parlando della riforma mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le ?riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».? Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis).

L’universalità del servizio della Curia, dunque, proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino. Una Curia chiusa in sé stessa tradirebbe l’obbiettivo della sua esistenza e cadrebbe nell’autoreferenzialità, condannandosi all’autodistruzione. La Curia, ex natura, è progettata ad extra in quanto e finché legata al Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella: il Dio Emmanuele, che nasce tra gli uomini, che si fa uomo per mostrare a ogni uomo la sua vicinanza viscerale, il suo amore senza limiti e il suo desiderio divino che tutti gli uomini siano salvi e arrivino a godere della beatitudine celeste (cfr 1 Tm 2,4); il Dio che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45); il Dio che non è venuto per essere servito ma per servire (cfr Mt 20,28); il Dio che ha costituito la Chiesa per essere nel mondo, ma non del mondo, e per essere strumento di salvezza e di servizio.

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7?). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi».

Analogo atteggiamento diaconale deve caratterizzare anche quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana la quale, come ricorda anche il Codice di Diritto Canonico, agendo nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice, «adempie alla propria funzione per il bene e al servizio delle Chiese» (can. 360; cfr CCEO can. 46).

Primato diaconale “relativo al Papa”; e altrettanto diaconale, di conseguenza, è il lavoro che si svolge all’interno della Curia romana ad intra e all’esterno ad extra. Questo tema della diaconia ministeriale e curiale mi riporta a un antico testo presente nella Didascalia Apostolorum, dove si afferma: il «diacono sia l’orecchio e la bocca del Vescovo, il suo cuore e la sua anima», poiché a questa concordia è legata la comunione, l’armonia e la pace nella Chiesa, in quanto il diacono è il custode del servizio nella Chiesa. Non credo sia per caso che l’orecchio è l’organo dell’udito ma anche dell’equilibrio; e la bocca l’organo dell’assaporare e del parlare.

Un altro antico testo aggiunge che i diaconi sono chiamati a essere come gli occhi del Vescovo. L’occhio guarda per trasmettere le immagini alla mente, aiutandola a prendere le decisioni e a dirigere per il bene di tutto il corpo.

La relazione che da queste immagini si può dedurre è quella di comunione di filiale obbedienza per il servizio al popolo santo di Dio. Non c’è dubbio, poi, che tale dev’essere anche quella che esiste tra tutti quanti operano nella Curia romana, dai Capi Dicastero e Superiori agli ufficiali e a tutti. La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunione tra tutti i membri.

Da questo punto di vista, il richiamo ai sensi dell’organismo umano aiuta ad avere il senso dell’estroversione, dell’attenzione a quello che c’è fuori. Nell’organismo umano, infatti, i sensi sono il nostro primo legame con il mondo ad extra, sono come un ponte verso di esso; sono la nostra possibilità di relazionarci. I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale. Non a caso Sant’Ignazio di Loyola ha fatto ricorso ai sensi nella contemplazione dei Misteri di Cristo e della verità.

Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano. Quando questo avviene, però, si perde la gioia del Vangelo, la gioia di comunicare il Cristo e di essere in comunione con Lui; si perde la generosità della nostra consacrazione (cfr At 20,35 e 2 Cor 9,7).

Permettetemi qui di spendere due parole su un altro pericolo, ossia quello dei traditori di fiducia o degli approfittatori della maternità della Chiesa, ossia le persone che vengono selezionate accuratamente per dare maggior vigore al corpo e alla riforma, ma – non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità – si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e, quando vengono delicatamente allontanate, si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia”…, invece di recitare il “mea culpa”. Accanto a queste persone ve ne sono poi altre che ancora operano nella Curia, alle quali si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande maggioranza di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità.

È opportuno, allora, tornando all’immagine del corpo, evidenziare che questi “sensi istituzionali”, cui potremmo in qualche modo paragonare i Dicasteri della Curia romana, devono operare in maniera conforme alla loro natura e alla loro finalità: nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice e sempre per il bene e al servizio delle Chiese. Essi sono chiamati ad essere nella Chiesa come delle fedeli antenne sensibili: emittenti e riceventi.

Antenne emittenti in quanto abilitate a trasmettere fedelmente la volontà del Papa e dei Superiori. La parola “fedeltà” per quanti operano presso la Santa Sede «assume un carattere particolare, dal momento che essi pongono al servizio del Successore di Pietro buona parte delle proprie energie, del proprio tempo e del proprio ministero quotidiano. Si tratta di una grave responsabilità, ma anche di un dono speciale, che con il passare del tempo va sviluppando un legame affettivo con il Papa, di interiore confidenza, un naturale idem sentire, che è ben espresso proprio dalla parola “fedeltà”».

L’immagine dell’antenna rimanda altresì all’altro movimento, quello inverso, ossia del ricevente. Si tratta di cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma al fine di permettergli di svolgere più efficacemente il suo compito e la sua missione di «principio e fondamento perpetuo e visibile dell’unità di fede e di comunione». Con tale recettività, che è più importante dell’aspetto precettivo, i Dicasteri della Curia romana entrano generosamente in quel processo di ascolto e di sinodalità di cui ho già parlato.

Cari fratelli e sorelle,

ho fatto ricorso all’espressione “primato diaconale”, all’immagine del corpo, dei sensi e dell’antenna per spiegare che proprio per raggiungere gli spazi dove lo Spirito parla alle Chiese (cioè la storia) e per realizzare lo scopo dell’operare (la salus animarum) risulta necessario, anzi indispensabile, praticare il discernimento dei segni dei tempi[15], la comunione nel servizio, la carità nella verità, la docilità allo Spirito e l’obbedienza fiduciosa ai Superiori.

Forse è utile qui ricordare che gli stessi nomi dei diversi Dicasteri e degli Uffici della Curia romana lasciano intendere quali siano le realtà a favore delle quali debbono operare. Si tratta, a ben vedere, di azioni fondamentali e importanti per tutta la Chiesa e direi per il mondo intero.

Essendo l’operato della Curia davvero molto ampio, mi limiterei questa volta a parlarvi genericamente della Curia ad extra, cioè di alcuni aspetti fondamentali, selezionati, a partire dai quali non sarà difficile, nel prossimo futuro, elencare e approfondire gli altri campi dell’operato della Curia.

La Curia e il rapporto con le Nazioni

In questo campo gioca un ruolo fondamentale la Diplomazia Vaticana, che è la ricerca sincera e costante di rendere la Santa Sede un costruttore di ponti, di pace e di dialogo tra le Nazioni. Ed essendo una Diplomazia al servizio dell’umanità e dell’uomo, della mano tesa e della porta aperta, essa si impegna nell’ascoltare, nel comprendere, nell’aiutare, nel sollevare e nell’intervenire prontamente e rispettosamente in qualsiasi situazione per avvicinare le distanze e per intessere la fiducia. L’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale.

La Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la nostra casa comune da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni.

Gli incontri con i Capi delle Nazioni e con le diverse Delegazioni, insieme ai Viaggi Apostolici, ne sono il mezzo e l’obbiettivo.

Ecco perché è stata costituita la Terza Sezione della Segreteria di Stato, con la finalità di dimostrare l’attenzione e la vicinanza del Papa e dei Superiori della Segreteria di Stato al personale di ruolo diplomatico e anche ai religiosi e alle religiose, ai laici e alle laiche che prestano lavoro nelle Rappresentanze Pontificie. Una Sezione che si occupa delle questioni attinenti alle persone che lavorano nel servizio diplomatico della Santa Sede o che vi si preparano, in stretta collaborazione con la Sezione per gli Affari Generali e con la Sezione per i Rapporti con gli Stati.

Questa particolare attenzione si basa sulla duplice dimensione del servizio del personale diplomatico di ruolo: pastori e diplomatici, al servizio delle Chiese particolari e delle Nazioni ove operano.

La Curia e le Chiese particolari

Il rapporto che lega la Curia alle Diocesi e alle Eparchie è di primaria importanza. Esse trovano nella Curia Romana il sostegno e il supporto necessario di cui possono avere bisogno. È un rapporto che si basa sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità. La fonte di questo rapporto è nel Decreto conciliare sul ministero pastorale dei Vescovi, dove più ampiamente si spiega che quello della Curia è un lavoro svolto «a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori».

La Curia romana, dunque, ha come suo punto di riferimento non soltanto il Vescovo di Roma, da cui attinge autorità, ma pure le Chiese particolari e i loro Pastori nel mondo intero, per il cui bene opera e agisce.

A questa caratteristica di «servizio al Papa e ai Vescovi, alla Chiesa universale, alle Chiese particolari» e al mondo intero, ho fatto richiamo nel primo di questi nostri annuali incontri, quando sottolineai che «nella Curia romana si apprende, “si respira” in modo speciale questa duplice dimensione della Chiesa, questa compenetrazione tra l’universale e il particolare»; e aggiunsi: «penso che sia una delle esperienze più belle di chi vive e lavora a Roma».

Le visite ad limina Apostolorum, in questo senso, rappresentano una grande opportunità di incontro, di dialogo e reciproco arricchimento. Ecco perché ho preferito, incontrando i Vescovi, avere un dialogo di reciproco ascolto, libero, riservato, sincero che va oltre gli schemi protocollari e l’abituale scambio di discorsi e di raccomandazioni. È importante anche il dialogo tra i Vescovi e i diversi Dicasteri. Quest’anno, riprendendo le visite ad limina, dopo l'anno del Giubileo, i Vescovi mi hanno confidato che sono stati ben accolti e ascoltati da tutti i Dicasteri. Questo mi rallegra tanto, e ringrazio i Capi Dicastero qui presenti.

Permettetemi anche qui, in questo particolare momento della vita della Chiesa, di richiamare la nostra attenzione alla prossima XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Chiamare la Curia, i Vescovi e tutta la Chiesa a portare una speciale attenzione alle persone dei giovani, non vuol dire guardare soltanto a loro, ma anche mettere a fuoco un tema nodale per un complesso di relazioni e di urgenze: i rapporti intergenerazionali, la famiglia, gli ambiti della pastorale, la vita sociale... Lo annuncia chiaramente il Documento preparatorio nella sua introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. Attraverso i giovani, la Chiesa potrà percepire la voce del Signore che risuona anche oggi. Come un tempo Samuele (cfr 1 Sam 3,1-21) e Geremia (cfr Ger 1,4-10), anche oggi ci sono giovani che sanno scorgere quei segni del nostro tempo che lo Spirito addita. Ascoltando le loro aspirazioni possiamo intravedere il mondo di domani che ci viene incontro e le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere».

La Curia e le Chiese Orientali

L’unità e la comunione che dominano il rapporto della Chiesa di Roma e le Chiese Orientali rappresentano un concreto esempio di ricchezza nella diversità per tutta la Chiesa. Esse, nella fedeltà alle proprie Tradizioni bimillenarie e nella ecclesiastica communio, sperimentano e realizzano la preghiera sacerdotale di Cristo (cfr Gv 17).

In questo senso, nell’ultimo incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali, parlando del “primato diaconale”, ho evidenziato anche l’importanza di approfondire e di revisionare la delicata questione dell’elezione dei nuovi Vescovi ed Eparchi che deve corrispondere, da una parte, all’autonomia delle Chiese Orientali e, allo stesso tempo, allo spirito di responsabilità evangelica e al desiderio di rafforzare sempre di più l’unità con la Chiesa Cattolica. «Il tutto, nella più convinta applicazione di quella autentica prassi sinodale, che è distintiva delle Chiese d’Oriente». L’elezione di ogni Vescovo deve rispecchiare e rafforzare l’unità e la comunione tra il Successore di Pietro e tutto il collegio episcopale.

Il rapporto tra Roma e l’Oriente è di reciproco arricchimento spirituale e liturgico. In realtà, la Chiesa di Roma non sarebbe davvero cattolica senza le inestimabili ricchezze delle Chiese Orientali e senza la testimonianza eroica di tanti nostri fratelli e sorelle orientali che purificano la Chiesa accettando il martirio e offrendo la loro vita per non negare Cristo[23].

La Curia e il dialogo ecumenico

Ci sono pure degli spazi nei quali la Chiesa Cattolica, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è particolarmente impegnata. Fra questi l’unità dei cristiani che «è un’esigenza essenziale della nostra fede, un’esigenza che sgorga dall’intimo del nostro essere credenti in Gesù Cristo». Si tratta sì di un “cammino” ma, come più volte è stato ripetuto anche dai miei Predecessori, è un cammino irreversibile e non in retromarcia. “L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa».

La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro che hanno impedito di vedere la ricchezza della e nella diversità e la profondità del Mistero di Cristo e della Chiesa che resta sempre più grande di qualsiasi espressione umana.

Gli incontri avvenuti con i Papi, i Patriarchi e i Capi delle diverse Chiese e Comunità mi hanno sempre riempito di gioia e di gratitudine.

La Curia e l’Ebraismo, l’Islam, le altre religioni

Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. «Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro». Il dialogo è costruito su tre orientamenti fondamentali: «il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione».

Gli incontri avvenuti con le autorità religiose, nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova.

Questi sono soltanto alcuni aspetti, importanti ma non esaurenti, dell’operato della Curia ad extra. Oggi ho scelto questi aspetti, legati al tema del “primato diaconale”, dei “sensi istituzionali” e delle “fedeli antenne emittenti e riceventi”.

Cari fratelli e sorelle,

come ho iniziato questo nostro incontro parlando del Natale come festa della fede, vorrei concluderlo evidenziando che il Natale ci ricorda però che una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescere; una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta. In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Angelo Silesio, nel suo Il Pellegrino cherubico, scrisse: «Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra».

Con queste riflessioni rinnovo i miei più fervidi auguri natalizi a voi e a tutti i vostri cari.

Grazie!

Vorrei, come dono di Natale, lasciarvi questa versione italiana dell’opera del Beato Padre Maria Eugenio di Gesù Bambino Je veux voir Dieu: Voglio vedere Dio. È un’opera di teologia spirituale, farà bene a tutti noi. Forse non leggendola tutta, ma cercando nell’indice quel punto che più interessa o del quale ho più bisogno. Spero che sia di profitto per tutti noi.

E poi è stato tanto generoso il Cardinale Piacenza che, con il lavoro della Penitenzieria, anche di Mons. Nykiel, ha fatto questo libro: La festa del perdono, come risultato del Giubileo della Misericordia; e lui ha voluto pure regalarlo. Grazie al Cardinale Piacenza e alla Penitenzieria Apostolica. Daranno questo all’uscita a tutti voi.

Grazie!

E, per favore, pregate per me.


da http://w2.vatican.va
PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
21 dicembre 2017

Italia referenda est

Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Torniamo sul tema del mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro, rilanciato dal candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Il quale ha detto che, se l’Europa non accogliesse le nostre richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita, stante l’impossibilità di ottenere il trenino elettrico richiesto alla Ue. Vediamo che accadrebbe, anche se dentro di voi una petulante vocina ve lo spiega da anni.

Intanto, il referendum. Prendiamo a prestito le parole di Barbara Lezzi, cittadina specialista in lettura della produzione industriale, così come consegnate al suo Facebook:

"Il referendum per uscire dall’Euro di cui ha parlato Di Maio sarebbe solo un referendum consultivo, come quello del 1989, ma ribadiamo che si tratta dell’ultima ratio nel caso in cui l’Europa continuasse a ignorare le richieste dell’Italia. Speriamo di non dover mai arrivare a tanto, ma in quel caso il M5S chiederebbe un mandato chiaro agli italiani."

Dunque: referendum consultivo, come quello del 1989 sul potere costituente del Parlamento europeo, che trovate spiegato qui. Intanto, noterete che, per fare svolgere quell’idealistico referendum, servì una legge costituzionale, che fu approvata all’unanimità delle due camere e come tale non richiese referendum confermativo. Come i più perspicaci tra voi avranno notato, anche senza leggere la voce Wikipedia, quello fu un referendum a carattere plebiscitario, di quelli che segnano il trionfo dei buoni sentimenti.

Qualcuno sano di mente pensa che l’eventuale governo Di Maio disporrebbe della maggioranza parlamentare per fare approvare una legge costituzionale senza passare dal referendum confermativo? Anche no. Quindi, segnate: serve un referendum confermativo della legge costituzionale necessaria per introdurre il referendum consultivo sull’uscita dall’euro. Ma possiamo farcela: il premier Di Maio e il M5S iniziano una martellante campagna a favore dei due referendum concatenati. Qualcuno, alla comunicazione del movimento, pensando ad un brillante spin con hashtag carpiato in demi-volée, gioca col latino e con reminiscenze scolastiche che si rivelano purtroppo mal metabolizzate. Il paese si riempie quindi di cartelloni pubblicitari tricolori con la scritta: “Italia referenda est“. Sconcerto tra le cancellerie europee.

Sull’abbrivio del patriottico entusiasmo, il referendum confermativo della legge costituzionale che introduce il quesito da sottoporre a referendum consultivo (avete notato il sublime chiasmo?) viene approvato dalla maggioranza dei cittadini. E qui iniziano i problemi. I mercati fiutano il sangue, prevedendo la vittoria del sì anche al secondo referendum, quello decisivo: inizia una violenta fuga di capitali, ed un attacco speculativo massivo ai nostri titoli di stato.

Il premier Di Maio si presenta in tv a reti unificate, e annuncia solenne: “prima la nostra Costituzione, poi i mercati”. Di conseguenza, vengono introdotti controlli sui capitali e limitati i prelievi di contante dai bancomat, ai quali la popolazione si dirige a passo spedito, dopo aver preso consapevolezza che forse torna la lira.

Nel frattempo, è il caos. In televisione, sempre a reti unificate, compare Beppe Grillo con Davide Casaleggio, per rassicurare la popolazione che il progetto di reddito di cittadinanza non subirà ritardi, e che verranno introdotti miniassegni del Tesoro, in attesa che il referendum si celebri. Di più, scandisce Di Maio:

"Poiché siamo sotto attacco di forze occulte straniere e dobbiamo resistere, gli stipendi dei dipendenti pubblici verranno pagati in miniassegni del Tesoro. Le aziende private avranno la possibilità di fare lo stesso, attingendo ad un conto di anticipazione del Tesoro, sempre in miniassegni, per risparmiare euro da destinare a pagamento delle importazioni, in attesa dell’esito del referendum e di avere una moneta tutta nostra."

La popolazione non la prende bene e si verificano i primi scontri di piazza. Nel frattempo, i rendimenti alle aste dei Btp schizzano alle stelle mentre la Bce si astiene dall’intervenire, visto peraltro che sta procedendo alla fuoriuscita dal QE.

Di Maio resiste, va a Bruxelles e chiede con forza che l’Italia possa fare più deficit e più debito, minacciando in caso contrario di confermare il referendum consultivo. I partner europei si guardano negli occhi, poi lo guardano in faccia: “ma benedetto figliolo, se il referendum è già convocato, e state messi così, che vuoi esattamente da noi?”. “Vi sto dando l’ultima chance”, replica paonazzo ma sempre molto composto il giovane premier, che rientra in Italia mentre i disordini infuriano, con assalti agli uffici postali e violenze fuori dagli sportelli bancari.

A poche settimane dal traguardo del referendum consultivo, le aziende iniziano a licenziare massicciamente. La cittadina Laura Castelli appare a sua volta in televisione, dicendo che questa impennata di licenziamenti aumenta effettivamente il nostro output gap e costringerà quindi l’Europa a farci fare più deficit, ben oltre il 3% del Pil. “Ecco la prova provata che le ricette del MoVimento sono le uniche in grado di farci ottenere da Bruxelles quello che ci spetta! Abbiamo vinto, chiedeteci scusa!”, dichiara festante a Ottoemezzo da Lilli Gruber, prima di uscire da una porta secondaria per sfuggire alla folla inferocita radunatasi fuori dallo studio televisivo.

Arriva il giorno del referendum consultivo. Gli italiani, prostrati da settimane di caos monetario e civile, lo respingono plebiscitariamente. Il premier Di Maio appare in televisione a reti unificate, dalla località segreta dove nel frattempo è riparato a causa del precipitare della situazione. Indossando un visore della banca online che intendeva trasformare nella nuova Banca d’Italia 4.0, proclama: “il popolo italiano ha parlato, dandomi sicurezza: restiamo nell’euro”, riconoscendo al contempo il governo di unità nazionale formatosi giorni addietro a Roma e guidato da Mario Draghi, autorizzato dai partner europei a ricoprire in via del tutto eccezionale il ruolo di presidente della Bce (agli ultimi mesi di mandato) e di premier italiano, per tentare di riportare la calma nel paese.

Di Maio, duramente provato dalla drammatica esperienza ed abbandonato da tutti i suoi concittadini di partito, si dimette da parlamentare e va a fare il webmaster in Africa dichiarando “voglio restituire ai più sfortunati del pianeta tutto quello che la vita mi ha donato”. Qualcuno giura di averlo avvistato sugli spalti dello stadio di Monrovia. Grillo inizia una tournée teatrale intitolata “Ve lo do io l’euro”, ottenendo enorme successo. “Vi ho preso per il culo tutti questi anni, vi rendete conto?”, strepita sul palcoscenico mentre prende a mazzate una stampante 3D, accolto da vere e proprie ovazioni.

Hollyvood e Babilonia

Venerdì, 22 Dicembre 2017 00:00

Il potere, nella società dello spettacolo, esercita una sovranità scissa e divisa tra una superficie pubblica legalitaria e morale e un risvolto osceno e oscuro. Ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere anche meglio di quelle dello Stato, molto più inflessibili, benché non scritte.

Il lato osceno del potere, come lo chiama Žižek, è governato da una pulsione di morte e di godimento, in contrasto con la morale accettata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi imperativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici. Un caso semplice e comune: nei corpi militari e nei colleges americani è proibita ufficialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica” indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo; senza questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere fatto, che non può essere detto, e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello della luce, eliminando gli ingenui che non lo comprendono. I diritti del cittadino suppongono l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo, e questa inversione continua dell’alto e del basso, dell’etico e dell’osceno è una piega che attraversa ormai ogni relazione sociale del capitalismo, a cominciare ovviamente da quelle sessuali. Il capitale instaura un ordine simbolico contraddittorio e inconscio.

Custodire le relazioni

Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Nelle scorse settimane il Parlamento ha riaperto la discussione sulle disposizioni anticipate di trattamento (DAT): la Camera dei Deputati ha approvato un progetto di legge che è ora all’esame del Senato. Il Gruppo di studio sulla bioetica di Aggiornamenti Sociali (vedi in fondo la lista dei componenti) ha ritenuto opportuno analizzarne il contenuto, a prescindere dall’esito dell’iter di approvazione, legato anche alla possibilità di una conclusione anticipata della legislatura. La valutazione, qui di seguito sinteticamente argomentata (e pubblicata anche sul numero di agosto-settembre della rivista), è che il testo approvato dalla Camera contenga numerosi elementi positivi e rappresenti un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso. 

***Aggiornamento - Il 14 dicembre 2017, con il voto favorevole del Senato, la legge sul biotestamento è stata definitivamente approvata. Il testo licenziato al Senato è lo stesso su cui si è espresso il nostro Gruppo di studio sulla bioetica***


Le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società, abitata da un forte pluralismo morale. Il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia. 

Pur suscettibile di miglioramenti, la sua approvazione dovrebbe essere considerata un passo avanti. Esplicitiamo qui alcune considerazioni a sostegno di questa posizione.

1. Il dibattito sulle DAT mette in luce grandi questioni umane, etiche e culturali, la cui densità coinvolge credenti e non credenti, in un processo di dialogo e apprendimento reciproco. Autonomia e relazione, sollecitudine e soggettività, possono diventare fecondo terreno di incontro sociale e politico. Affrontando la questione delle DAT, come società ci misuriamo con l’inquietudine dell’esperienza del morire e di una tecnologia medica capace di mantenere sospeso il momento del trapasso senza restituire la salute. Così fortemente personale, la morte implica una relazione e non può ridursi nel “privato”. Vedendo l’altro che muore, io conosco la mia morte, come l’esperienza anticipata di essere sottratto a me stesso. Nella sua morte ne va di me, come nella mia morte sono coinvolti altri, in specie i familiari e gli amici. La sfida sta nel custodire le relazioni fino all’ultimo, anche nel caso della perdita di coscienza. Nella cura per l’altro, di cui la medicina è forma eminente, siamo chiamati ad attestare quanto la sua vita mortale per noi sia unica e preziosa. 

2. Le riflessioni qui proposte si collocano al livello etico che, al di là degli schieramenti partitici, è implicato nel dibattito politico e giuridico sulle DAT. Uno Stato democratico è composto di cittadini impegnati a rispettare le differenti etiche, visioni del mondo e religioni, in un contesto di reciproca inclusione e sincera ospitalità, senza che una pretenda di imporsi sulle altre. Lo Stato democratico non è però neutrale, poiché la convivenza pacifica ha un rapporto inscindibile con l’esperienza del bene comune e questo implica il riconoscimento del legame tra soggetti liberi e moralmente uguali. Per questo la giustizia delle leggi non è riducibile ad accordi procedurali. Questa prospettiva impedisce di spingere la tolleranza ad un eccesso in cui essa imploderebbe trasformandosi in indifferenza. Le leggi, soprattutto quelle umanamente più significative, custodiscono la qualità etica dei rapporti civili, nella misura del possibile e nel dialogo reciproco. In ciò consiste il compito culturale della politica. Questo investe anche la legislazione in campo medico e sanitario.

3. La medicina è, fondamentalmente, relazione di cura. Il progetto di legge sembra assumere un orientamento che supera il tradizionale paternalismo, senza cadere negli eccessi di una autonomia assoluta, ma promuovendo l’efficacia della relazione di cura grazie a scelte condivise. In particolare, la pianificazione delle cure (art. 5) ha luogo quando il paziente soffre di una patologia cronica, caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, di cui ha piena consapevolezza. Egli condivide con il medico che lo sta curando quali trattamenti siano coerenti con il suo progetto di vita e siano da attuare quando non sia più in grado di esprimersi, coinvolgendo se lo desidera i familiari. Questa procedura non si focalizza unicamente sui trattamenti da attuare o rifiutare, ma attesta la necessità di un percorso relazionale al termine del quale il paziente decide di sé. In questa prospettiva, la pianificazione anticipata risulta vincolante per il medico. 

4. Le DAT, invece, possono essere redatte da un cittadino anche quando non è malato (art. 4) e al di fuori della relazione con il medico, in previsione di una sua eventuale definitiva incapacità di esprimere la propria volontà. Esse gli permettono di vedere riconosciute le proprie preferenze di cura, così che l’équipe curante possa definire in modo più preciso il beneficio per il paziente all’interno del quadro clinico oggettivo. Il rilievo conferito alle DAT riceve una migliore configurazione se posto in continuità con il consenso informato come prassi di condivisione del processo terapeutico, che integra l’autonomia decisionale del paziente con l’impegno del medico a definire la terapia appropriata (art. 1.2). Le DAT non costituiscono l’unico elemento da considerare nel processo decisionale, in quanto non possono prevedere tutti i possibili casi particolari: è quindi necessario interpretarle alla luce delle effettive condizioni cliniche del paziente e delle terapie disponibili (art. 4.5). Tuttavia, in caso di definitiva incapacità decisionale, esse rappresentano il riferimento prioritario di valutazione: il loro valore, infatti, pur non vincolante l’atto medico in senso assoluto, non può ritenersi meramente orientativo.

5. Una questione controversa riguarda la nutrizione e idratazione artificiali (NIA), che il progetto di legge include fra i trattamenti che possono essere rifiutati nelle DAT o nella pianificazione anticipata. Nella riflessione cattolica si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la NIA è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la NIA divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta.


Il Gruppo di studio sulla Bioetica di Aggiornamenti Sociali è composto da: don Maurizio Chiodi, docente di Teologia morale, Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano, e neo-componente della Pontificia Accademia per la Vita; p. Giacomo Costa SJ, direttore di Aggiornamenti Sociali; Paolo Foglizzo, redattore di Aggiornamenti Sociali; Alberto Giannini, responsabile della Terapia intensiva pediatrica, Fondazione IRCCS Ca' Granda - Ospedale Maggiore Policlinico di Milano; don Pier Davide Guenzi, docente di Teologia morale, Facoltà teologica dell'Italia settentrionale (Milano-Torino); Mario Picozzi, professore associato di Medicina legale, Università degli studi dell'Insubria (Varese); Massimo Reichlin, professore ordinario di Filosofia morale, Facoltà di Filosofia, Università Vita-Salute San Raffaele (Milano). 

Quando sembra vero

Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

Sembrano storielle innocue, battute ben riuscite ma prive di conseguenze. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Invece sono piccole, continue gocce di veleno, e il sedimento che lasciano in giro arriva a intaccare il terreno stesso della democrazia. Ad animare la produzione delle bufale in rete non è il talento burlone di qualche individuo, ma un potente motore economico – perché i click, si noti bene, generano ricchezza – e una forte motivazione politica: sfigurare l’avversario, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Perché le fake news possano attecchire sono però necessari altri due ingredienti: la fragilità culturale e la rabbia sociale. Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ce ne sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione.

“Boldrini shock: Togliete i santi dal calendario, la loro presenza è offensiva per le altre religioni”. È una delle tante false e strampalate affermazioni che mi vengono attribuite in rete. Si può immaginare il tenore dei commenti, per citare solo quelli riferibili: “perché non se ne va in un paese musulmano?”, “non si permetta di cambiare le nostre tradizioni”, “perché non rimane col burqa?”, “di questo passo ci toglieranno il Natale e il Capodanno”, “voglio sentire cosa ne pensa il papa di questa squallida traditrice”. Così per centinaia di volte, mentre in tanti si affrettano a condividere la ghiotta “notizia”. Solo pochissimi provano a insinuare il dubbio che si tratti di una bufala, ma vengono respinti con sdegno e insulti da chi “la sa lunga e non si fa infinocchiare dal potere”.

Ormai ho messo insieme una discreta collezione. Prima di prender­mela coi santi, avrei proposto di rendere obbligatorio il burqa per le donne italiane, di dare le case popolari innanzitutto ai rom, di regalare un bonus di 50 euro agli immigrati, di tassare pesantemente i

consumi di carne di maiale per compiacere gli islamici. Senza con­tare le invenzioni più dolorose e infami: come quella riguardante mia sorella – in realtà morta da anni, purtroppo – che invece a 35 anni vivrebbe spassandosela con diecimila euro al mese di pensione; oppure, secondo un’altra versione non meno spregevole, si arricchi­rebbe coi fondi delle cooperative di assistenza ai migranti, grazie al fatto di essere mia parente.

Siamo in tanti a subire queste invenzioni, che investono chiunque abbia un ruolo pubblico così come chi non lo ha. Paolo Gentiloni non aveva fatto ancora in tempo a sedersi sulla poltrona di presidente del Consiglio che già gli veniva attribuito un tweet urticante: “Gli italiani imparino a fare i sacrifici e la smettano di lamentarsi”. Virale in pochi minuti, proprio l’ideale per avviare un rapporto di fiducia coi cittadini italiani!

Il problema riguarda tutti perché il sedimento che lasciano in giro queste piccole, continue gocce di veleno, arriva a intaccare il terreno della democrazia.

Sì, gocce di veleno. Può sembrare un’espressione pesante, perché spesso le fake news si presentano con l’aspetto accattivante della battuta ben riuscita, che sa strapparti un sorriso. E si immagina che dietro ci sia qualche giovane burlone, incline alla goliardia. Che male c’è a ridere un po’ del potere? Siamo diventati così grigi e autoritari che non sopportiamo più gli sberleffi della satira?

Ma le cose non stanno così. C’è voluto Trump, c’è voluto Putin, ma alla fine abbiamo capito che bisognava accantonare una visione troppo ingenua. La macchina delle bufale non è alimentata da qualche umorista di talento che in rete trova la sua gratificazione. Il fenomeno è ben più complesso, e ha motivazioni per nulla disinteressate.

Il primo motore è quello economico. Il nostro click sembra il più gratuito dei gesti, ma se ripetuto da decine di migliaia di persone genera ricchezza. Il sito che sa attrarre la curiosità dei navigatori con “notizie-shock” – non importa se vere – acquista valore per gli inserzionisti pubblicitari. E cosa c’è di meglio, per farsi leggere, che spararla grossa ai danni di qualcuno? L’importante è che ci sia almeno una piccola quota di

verosimiglianza: la Boldrini non è quella solidale con gli immigrati? Allora sarà anche plausibile che voglia infilare a forza il burqa a tutte le italiane.

Ma la motivazione economica, per quanto spregiudicata, non è la più pericolosa. Le recenti cronache nazionali e internazionali ci hanno insegnato che l’intenzionalità politica è il carburante più potente: bisogna sfigurare l’avversario/a, distruggerne la credibilità, alimentare nei suoi confronti tutto l’odio possibile. Nulla di nuovo sotto il sole, si potrebbe pensare: “calunniate calunniate, qualcosa resterà!” non è mica una frase di Mark Zuckerberg. Ma il web consente oggi una pervasività e una impunità di cui i diffamatori del passato non avevano mai potuto godere.

Certo, le bufale prosperano perché possono attecchire su utenti predisposti ad accoglierla, su uno strato di “credulità” che stupisce soltanto chi non tenga a mente le statistiche sui livelli di istruzione. In un paese che storicamente legge e si informa poco, l’alfabetizzazione digitale – nel senso minimo di saper navigare e scrivere in rete – non sempre si accompagna alla capacità di decifrare criticamente i messaggi e la loro autenticità. E così riescono ad avere mercato piccoli trucchi da truffatori delle parole: il sito ilfattoquotiDAIno.it che conta di essere scambiato per ilfattoquotiDIAno.it; il sitoliberogiornale.it, che richiama due testate in una ma non c’entra nulla con nessuna delle due; e via imbrogliando.

Non dobbiamo pensare che sia soltanto un male italiano. Anche negli Stati Uniti, patria di ogni innovazione, il confronto con la parola scritta crea imbarazzi. Una recente ricerca condotta tra gli studenti di Stanford, in California, si chiude certificando “una inquietante incapacità degli studenti di ragionare sull’informazione che vedono in rete, la difficoltà a distinguere la pubblicità dalle notizie, o a identificare le fonti delle news”.

Sì, c’è tanta fragilità culturale che naviga in rete e sulla quale gli strateghi del falso possono contare. Quella per la quale, nei suoi ultimi anni, ha avuto parole sferzanti Umberto Eco. E di cui si è preoccupato per una vita Tullio De Mauro, lanciando ripetuti allarmi sulla carente “cultura degli italiani” e sulle sue conseguenze politico-sociali: «Quasi quindici milioni di semianalfabeti. Altri quindici

milioni sono a rischio di ripiombare in tale condizione e comunque sono ai margini inferiori delle capacità di comprensione e di calcolo necessarie in una società complessa come ormai è la nostra e in una società che voglia non solo dirsi, ma essere democratica». Parole scritte non negli anni Sessanta, ai tempi dell’uscita dalla società contadina, ma nel 2004, quando già cominciavamo a essere digitali.

Eppure, questi ritardi da soli non bastano a spiegare la rapidità con cui le fake news fanno presa. C’è bisogno di un altro ingrediente essenziale, ed egualmente diffuso: la rabbia sociale. Le bufale attecchiscono bene perché trovano un ambiente psicologicamente predisposto ad accogliere anche le invenzioni più assurde, se permettono a chi sta male di individuare un capro espiatorio della propria sofferenza: “deve esserci un responsabile della mia condizione, devo potermela prendere con qualcuno”. Gli imprenditori dell’odio sanno mettere a profitto il disagio, l’emarginazione, la diseguaglianza.

Cosa fare, allora? Se questo è il quadro, misure di contrasto immediate e dirette non ci sono. Bisogna disporsi a un lavoro paziente, capace di essere profondo quanto lo sono il ritardo culturale e l’esasperazione. Sapendo che sono illusorie, anzi pericolose, le scorciatoie che sono state talvolta proposte dal dibattito di questi mesi.

Adire le vie legali non è quasi mai possibile, né lo riterrei consigliabile. Non è come per l’hate speech, per il discorso pubblico di incitamento all’odio. Violenze verbali, minacce, insulti intasano la rete di spazzatura e meritano di essere colpite online esattamente come avverrebbe offline, che sia su un giornale o in una strada. Per le bufale è diverso. Come si fa a tracciare un limite tra la burla e la calunnia? E come può esistere un’autorità pubblica – anche questa ipotesi è stata prospettata – che abbia come compito quello di vigilare sulla “verità” dei messaggi circolanti sul web? Il suo sarebbe un mandato quantitativamente improbo, dati i miliardi di comunicazioni quotidiane, ma soprattutto qualitativamente scivolosissimo, in quanto vicino al rischio di apparire come una censura delle fantasie sgradite al potere di turno.

Non per questo, però, bisogna lasciare campo libero ai falsari. Non abbiamo nessuna intenzione di arrenderci. La diffusione massiccia delle fake news mette in questione il funzionamento stesso della democrazia, perché chi crea “fatti” falsi avvelena le opinioni che ne derivano e dunque distorce il meccanismo di formazione del consenso

e del dissenso. “Droga”, per così dire, i pareri che ciascun cittadino liberamente si forma sulle vicende pubbliche. E allora, se viene messa a rischio la base di ogni discorso comune, le istituzioni non possono restare a guardare. Devono prendersi le loro responsabilità e agire.

Alla Camera lo stiamo facendo attraverso varie iniziative. A partire da una nuova, doverosa, attenzione ai fenomeni digitali. Per strano che possa sembrare, tra le 14 Commissioni permanenti di Montecitorio nessuna ha il mandato di occuparsi del web. Per questo, all’inizio della legislatura ho voluto costituire una Commissione sui “diritti e i doveri in internet”, composta da deputati di tutte le forze politiche attivi sui temi dell’innovazione tecnologica, da studiosi, da operatori del settore e rappresentanti di associazioni, coordinata da Stefano Rodotà. Ha prodotto una sorta di “carta costituzionale” della rete, oggetto poi di una mozione approvata in Aula all’unanimità nel novembre del 2015.

Con la stessa composizione “mista” – un deputato per ogni gruppo politico, rappresentanti di organizzazioni sovranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni, esperti come Tullio De Mauro e Chiara Saraceno – ho voluto istituire una Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, che in rete spesso sono proprio le fake news ad alimentare.

È in questo clima che è maturato, a febbraio di quest’anno, “Basta­bufale”, l’appello per il diritto a una corretta informazione, elaborato d’intesa con quattro tra i più noti esperti della materia: Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter Quattrociocchi. Ho deciso di lanciarlo proprio perché sono una “tifosa” della rete, convinta che sia un essenziale strumento di conoscenza e di partecipazione, e dunque vada difesa da operazioni spregiudicate e dannose. La rispondenza che l’appello ha avuto – in poche settimane 22.000 firme e l’adesione di popolari testimonial – conferma che sempre di più i cittadini avvertono la necessità di rendere “frequentabile”, non inquinato, lo spazio della rete; e che la politica e le istituzioni devono occuparsene. Perciò intorno all’appello abbiamo raccolto alla

Camera decine di sigle, soggetti pubblici e privati, tutti chiamati a esercitare la propria quota di responsabilità professionale e civile.

Di importanza cruciale è stato il tavolo dedicato ai temi della scuola, dell’università e della ricerca. Si trova lì, tra i banchi e le cattedre, il motore primo per creare gli anticorpi necessari a contrastare la disinformazione. Insegnare a usare gli strumenti per distinguere tra fonti affidabili o meno dovrebbe essere sempre più una priorità del sistema educativo, con l’obiettivo di sviluppare senso critico e cultura della verifica.

La formazione delle nuove generazioni è la prima soluzione di lun­go termine al problema. Per questo motivo Camera dei deputati e MIUR realizzeranno insieme, a partire dal prossimo anno scolastico, un progetto di “educazione civica digitale” rivolto a tutte le scuole. L’obiettivo – abbiamo convenuto con la ministra Fedeli – è quello di promuovere il protagonismo delle studentesse e degli studenti per la realizzazione di un decalogo che li aiuti a riconoscere le notizie false e che fornisca loro indicazioni su come informarsi in modo corretto e completo.

Ma non è solo il mondo della scuola a doversi impegnare. Questo progetto di educazione civica digitale vedrà coinvolti come parte attiva anche Confindustria, la RAI, la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali), Facebook e Google. C’è lavoro per tutti.

Per il mondo dell’impresa: perché le fake news, come abbiamo visto, sono un affare per molti, che speculano ai danni della collettività o delegittimando privati o aziende. E sono notevoli i ricavi derivanti dai banner pubblicitari nei siti che pubblicano scientemente notizie false. Le imprese devono perciò sentire una responsabilità: non mettere loro inserzioni pubblicitarie su siti specializzati nella creazione e diffusione di false notizie, per non finanziare, anche involontariamente, la disinformazione e per non associare i propri prodotti al business della menzogna.

Per il mondo dell’informazione “tradizionale”, chiamiamola così: in questo momento è di primaria importanza che i giornalisti e tutti gli operatori aumentino lo sforzo del fact-checking, del debunking – l’atti­vità che consente di smascherare le bufale – e della verifica delle fonti. Così come gli editori dovrebbero, attraverso un investimento mirato, dotare le redazioni di un garante della qualità che sia in contatto quo­tidiano e diretto con i lettori, come già avviene in alcune testate.

Infine – ma forse bisognerebbe dire soprattutto – c’è lavoro, tanto lavoro che attende i social network. Giganti digitali che sono entrati nelle nostre vite con affascinante invadenza, acquisendo dimensioni e poteri che fanno impallidire quelli delle istituzioni e della politica. Imprese che hanno bilanci superiori al fatturato di non pochi Stati nazionali. È soprattutto per gli over-the-top che è scoccata l’ora della responsabilità. Devono finalmente riconoscere di essere media com­pany, non semplici autostrade sulle quali transitano prodotti altrui, e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare le fake news è essen­ziale che i social network sappiano incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come è necessario un loro maggiore investimento in risorse umane e tecno­logie adeguate a fronteggiare il problema, anche attraverso l’apertura di uffici territoriali destinati al controllo dei contenuti e al rapporto con gli utenti. I capitali per farlo sanno dove trovarli, visti gli ingentissimi profitti accumulati anche grazie a normative fiscali troppo generose nei loro confron­ti. Di recente tanto il numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg, quanto il co-fondatore di Twitter, Evan Williams, hanno mostrato a parole una qualche consapevolezza dei danni gravi che le loro crea­ture possono concorrere a determinare. Ma le parole non bastano: attendiamo queste imprese alla prova dei fatti.

Al supermercato di notte

Lunedì, 18 Dicembre 2017 00:00

ROMA. C’è un momento della notte, imprecisato ma non per questo meno inesorabile, in cui i supermercati romani si sincronizzano sul fuso di Manila. Al Carrefour di Tor Vergata, periferia meridionale della metropoli, succede a mezzanotte. Chiudono le porte alla clientela, ma le spalancano a una squadra di sei filippini dai venti ai trent’anni, piccoli di statura ma instancabili, che sgattaiolano dentro in maglietta rossa aziendale per farli sembrare ciò che non sono. In quello di viale Ciamarra, aperto h24, ne trovi altri chini sulle carcasse di bancali che hanno appena liberato dal cellophane a estrarre biscotti, tonno e sapone liquido per lavastoviglie da sistemare ognuno al suo posto. Ne avvicino un paio invano: o non parlano italiano o fingono per evitare grane. Altri ancora sono febbrilmente all’opera al quartiere Alessandrino non si sa da quanto, oppure al Pigneto o al Villaggio Olimpico. All’ultimo controllo sul sito del gruppo francese che ha introdotto l’apertura notturna in Italia nel 2012 sono 183 i punti vendita dove non tramonta mai il sole. Un boom che di recente ha spinto, nella capitale come altrove, anche chi non fa il tempo pieno a spostare in avanti le lancette della chiusura. Di questo passo l’ultima zona de-commercializzata della giornata sarà presto espugnata. Con la schizofrenia tipica del tardo capitalismo, da consumatori brindiamo per la maggiore comodità, mentre da cittadini rabbrividiamo quando scopriamo la retribuzione oraria degli scaffalisti asiatici che rendono possibile l’acquisto non-stop. Cinque euro e sedici dice la busta paga che ho davanti agli occhi. Che per un turno di quattro ore ne fa venti lordi con i quali, sì e no, potranno comprare i barattoli e le scatolette che sistemano in un minuto. Se la cosa non vi impressiona in assoluto, apprezzatela meglio in termini relativi: per fare lo stesso lavoro un vero dipendente dell’azienda prenderebbe circa il doppio. Grande distribuzione, grandissima ingiustizia.

Tu consumatore non lo sai, vedi addetti in divisa e pensi che tutti dipendano dal logo che hanno stampigliato all’altezza del cuore, ma non è così. Che imbocchi un corridoio o un altro, ti metta in fila a una cassa o in quella accanto, puoi incrociare valvassori, valvassini o servi della gleba. I primi sono gli assunti (paga oraria media 10 euro, straordinari, notturno, ferie). I secondi gli interinali, che per legge dovrebbero prendere quanto i primi ma in verità portano a casa sugli 8 euro (niente anzianità, niente straordinario). I terzi quelli delle cooperative, con paghe variabili dai 7 ai 5 euro, parliamo di lordo, no malattia, no quasi niente e se ti lamenti tanti saluti e avanti un altro. Judito, il filippino ventinovenne che incontro al McDonald’s di via Trionfale, rifugio con aria condizionata e wifi gratuito di tanti naufraghi metropolitani, appartiene all’ultima classe. Dice: «Negli ultimi due anni ho lavorato per due diverse cooperative trovate su Infojobs.it. Scaffalista per Conad e per Carrefour. Scarico la merce dal camion, la tolgo dai pallet, la carico sugli scaffali facendo la rotazione a seconda delle scadenze. Per 7 mila colli serve una squadra di cinque-sei persone. Per 10 mila otto». È veloce, gli fanno i complimenti, così a un certo punto fa notare che 5 euro e 50 sono proprio pochini. Almeno lo spostassero in un punto vendita più vicino casa, che è un aumento indiretto in moneta di tempo perso. Prima dicono di sì poi, l’impudenza va sanzionata, ci ripensano e gli offrono una sede ancora più lontana. Così trova un’altra cooperativa che di euro gliene dà 6,50, con lo straordinario al 20 per cento e un piccolo premio per il notturno. È felice sin quando non si accorge che il caporeparto pugliese fa fare tutto a lui e agli altri suoi connazionali mentre, sostiene, gli italiani se la prendono comoda ed escono per fumare. Sua moglie lavora tutto il giorno come domestica e spetta a lui portare alla materna il figlio di cinque anni che ora siede davanti a me fiero della sua maglietta di Spider Man. «Devo lavorare di notte per guardarlo, ma sono bravo e posso far meglio di così» motiva le sue ultime dimissioni. Su internet ha prenotato due colloqui con altrettante agenzie interinali ed è fiducioso che la sua vita migliorerà presto.

Valeria, nome di fantasia come la maggior parte degli altri, è già una «somministrata» ma non per questo si fa illusioni. Fa la cassiera in orari variabili dalle 20 alle 3 del mattino in una cittadina ligure e vengo a sapere della sua storia perché manda una richiesta di aiuto a Francesco Iacovone, dell’Unione sindacale di base, mentre mi fa da guida nel primo dei miei tour Supermarket-by-night. Quanto deve essere acuto il disagio affinché una quarantenne inequivocabilmente sana di mente mandi un WhatsApp dopo mezzanotte a un sindacalista con fama di combattività? Mi racconta dei suoi contratti, comunicati anch’essi via WhatsApp di settimana in settimana, orari inclusi. Del fatto che la maggiorazione notturna del 50 per cento dei colleghi assunti, per lei si ferma al 15 («Basta considerare come ordinarie le ore notturne»). Dello stress di dover correre a cambiare il rotolo delle etichette della bilancia quando finisce, o a dare la chiave a chi non riesce a entrare in bagno, quando sei l’unica in negozio assieme alla guardia e agli scaffalisti che, però, non devono avere contatti col pubblico. L’episodio più indigesto riguarda un cliente che, seccato per aver dovuto aspettare qualche minuto nella fascia oraria dove osa solo Marzullo, le ha detto con disprezzo «dovresti ringraziare di avere un lavoro»: «Io non devo ringraziare proprio nessuno, se non me, per questo lavoro di merda che ho». Ma il motivo per cui ha scritto a Iacovone è che il caporeparto le ha appena negato due settimane di ferie: «Ovviamente non pagate: solo uno stacco dopo un anno e mezzo, per prendere fiato col mio compagno che lavora anche lui da Carrefour ma di giorno, così non ci vediamo mai». Non può permettersi il rischio di trovare al rientro un’altra al posto suo ma neppure vuole correre quello, a forza di chinare la testa, di finire per strisciare.

Gianni Lanzi, della Filcams Cgil, ne ha viste troppe per meravigliarsi. Contesta in radice l’allargamento dell’orario («Ma sul serio, chi ha l’impellente bisogno di farsi una carbonara alle 4 di notte?») e denuncia «la disumanizzazione del lavoro» quando due che fanno la stessa identica cosa prendono uno la metà dell’altro. Per darmi la misura del Far West mi racconta anche di grosse catene romane che avrebbero praticamente solo personale che gli arriva via cooperative e che poi si vantano di laute elargizioni alla Caritas. O di fuoriusciti dalla Carrefour che avrebbero aperto cooperative che poi intrattengono con la ex alma mater relazioni preferenziali. È sempre lui ad aiutarmi a decrittare la busta paga di Judito: «Com’è possibile dargli così poco? Perché il contratto collettivo che gli applicano è quello Cisal, uno di quelli che noi definiamo contratti pirata» («Accusa infamante» è la risposta, però la vera infamia continuano a sembrarmi i 5,16 euro). Tant’è che Aneta, altra cooperativa altro contratto, di base ne prende 7,23 che è poco ma tanto di più. Però, da quando ha denunciato i suoi capi, non fa più vita: «Prima i turni erano settimanali, ora arrivano giorno per giorno. Così devi essere sempre pronta all’alba, anche se alla fine lavori di notte. E il responsabile bestemmia, mi umilia in pubblico: è diventato insopportabile!».

L’ufficio stampa di Carrefour, dal canto suo, è stato gentile e inutile in parti uguali. Gli ho chiesto un censimento di dipendenti, interinali e cooperativi, con relative differenze salariali, e mi ha risposto che «ovviamente tutti i lavoratori sono inquadrati anche da un punto di vista retributivo sulla base del contratto di riferimento aziendale». Ovviamente. È stato anche molto dettagliato su un progetto per valorizzare i prodotti lattiero-caseari piemontesi e su un «format gourmet (tipo Eataly) per privilegiare piccole produzioni autoctone». Ha rivendicato che le aperture notturne fanno lavorare ogni giorno centinaia di «giovani che vogliono arrotondare» (termine che andrebbe abolito per sempre) «e disoccupati che trovano un modo per guadagnare di più rispetto a un lavoro simile diurno» (magari). Infine ha aggiunto che in ogni caso le cooperative «devono rispettare precise regole e codici dell’azienda». Al che mi sono permesso di domandargli se questi codici fossero compatibili con i cinque euro e spiccioli, curiosità che lo ha letteralmente ammutolito. Christian Raimo, in uno sterminato, magistrale e raro reportage sul tema, stima in 3.000 i lavoratori delle coop rispetto ai 20 mila assunti Carrefour. Il muro di gomma aziendale mi ha fatto tornare in mente uno spot della Conad, sapidamente parodizzato, con la moglie di un socio Conad che aspetta invano nel parcheggio perché l’abnegazione dell’uomo è tale che, dalle sette quando doveva uscire, non si farà vivo che due ore dopo. E anche un passaggio di 24/7 (Einaudi) il saggio in cui Jonathan Crary racconta l’assalto del capitalismo al sonno: «L’enorme quantità di tempo che trascorriamo dormendo, affrancati da quella paludosa congerie di bisogni artefatti, rappresenta uno dei grandi atti di oltraggiosa resistenza degli esseri umani alla voracità del capitalismo contemporaneo». Una resistenza che, a quanto pare, stiamo perdendo.

C’è chi preferisce minimizzare, negando la novità del fenomeno: «I medici, gli infermieri, i poliziotti, i vigili del fuoco e i camerieri l’han sempre fatto». Iacovone, il sindacalista di base, sul suo sito si è dato la briga di risponder loro confrontando salari e condizioni complessive. Il punto è che la somma di due torti non fa mai una ragione (dovrebbero guadagnare meglio anche loro). E che nella grande distribuzione notturna la caratteristica di servizio pubblico essenziale scolora. Tanto vale far notare che siamo in buona compagnia. In The Fissured Workplace David Weil segnala che oggi in America un lavoratore su tre non è assunto dall’azienda che corrisponde al marchio del prodotto. Apple, per dire, a fronte a 63 mila dipendenti ha 750 mila contractors. Se le vendite del prossimo iPhone andranno meno bene del previsto, indovinate chi saranno i primi a saltare? Non c’è bisogno di licenziarli, basta non riassumerli. Magari con un iMessage gratuito. Quanto ai filippini non mi sorprende che accettino ciò che gli altri scartano. Hanno una soglia di sopportazione notoriamente alta. Di quella nazionalità è un terzo di tutti i marinai delle portacontainer e un terzo è anche la quota del loro stipendio rispetto a quello degli ufficiali europei. Però, come Judito dimostra, non bisogna esagerare. «Chiunque competa con gli schiavi, diventa uno schiavo» ammoniva Kurt Vonnegut, non sapendo di parlare a Salvini. Se oggi sono loro, domani saremo noi. Non expedit.


Da http://stagliano.blogautore.repubblica.it "Se andate al supermercato di notte ringraziate questi filippini" di Riccardo Staglianò 2-11-2017

Tealtà parallele

Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà, che è esistita e continua a esistere, sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali – la filosofia, la filologia e la storiografia – in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affiancare l’esperienza e il senso comune. Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scarsa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Soprattutto dopo l’avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uni­ti, le espressioni “post-verità”, “fake news” e “alternative facts” sono diventate – come si usa dire – virali. La loro attualità rischia però di schiacciare l’analisi unicamente su vicende recenti e di far perdere la prospettiva entro cui situare fenomeni maggiormente ramificati e complessi.

Occorre pertanto esaminarli da una distanza maggiore e inserirli in una cornice più ampia, a partire da una serie di domande come queste: esiste ancora un’opinione pubblica, come sfera di dibattito basato su un serio confronto di idee o di posizioni, una opinione pubblica che funga da “cane da guardia” del potere? O non è an­ch’essa diventata una fictio, una costruzione, capillarmente e scien­tificamente organizzata, di una realtà parallela che la trasforma in “clima di opinione” metereologicamente mutevole? Grazie a una ac­corta manipolazione del consenso, i cittadini non sono, a loro volta, spesso orientati e rabboniti da una politica di annunci cui non segue alcuna effettiva attuazione, dato che la politica non è più in grado di

operare scelte rilevanti e deve continuamente ammansire gli elettori, gestirne le frustrazioni e lavorare più sul registro dell’immaginario (utilizzando le leve della paura e della speranza) che non su quello del principio di realtà, visto che i reali decisori sono élite finanziarie ed economiche transnazionali, anonime e prive di responsabilità nei confronti dei cittadini?

È, inoltre, necessario chiedersi se la democrazia come l’abbiamo concepita nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale esista ancora o non si viva già nell’età di un mutante che, di volta in volta, assume il volto del populismo (inteso sia in senso neutro come scollamento tra governanti e governati, sia come “malattia senile della democrazia”), della smobilitazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare. In tale con­dizione, non c’è da meravigliarsi se gli individui diventino meno ra­zionali e vivano uno stato d’animo di scontento misto a rassegnazione. Nei meccanismi di prote­zione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione e dell’inganno, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in “narrazioni” che si sovrappon­gono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono. L’opposizione non è più quella tra verità e menzogna, ma tra verità (controllabile logicamente ed empiricamente) e simulacri, tra dati accertabili e affermazioni incontrollabili.

Malgrado alcuni tratti nuovi, la cosidetta “post-

verità” ha radici antiche, che risalgono alle modalità costitutive di ogni forma di potere, che non segue le stesse leggi del discorso lo­gico o etico. Cambiano solo i mezzi tecnici di fabbricazione e diffu­sione delle informazioni, la retorica politica e soprattutto – sulla base dei diversi tempi e regimi – i quozienti di “verità” tollerabili da chi comanda.

Volendo andare indietro nel tempo, grazie a un rapido esercizio di rammemorazione che fa meglio comprendere il presente, si potrebbe risalire alla fase storica in cui la politica passa ufficialmente da classica

“arte di governare gli Stati secondo giustizia e ragione”, alle conce­zioni di Guicciardini e degli esponenti cinquecenteschi e seicenteschi della Ragion di Stato, secondo cui la politica è l’arte di conservare o espandere il potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati e dalle decisioni prese in segreto dal sovrano. Si comincia allora ad ammet­tere, teoricamente e pubblicamente, il comportamento sempre prati­cato e ipocritamente nascosto: la ineludibile necessità, accanto al dire il vero, di mentire, fingere, simulare e dissimulare. Tale prerogativa, peraltro, viene concessa non solo a chi comanda, ma anche a chi è costretto a difendersi da leggi o ordini ingiusti, ai quali deve, almeno esteriormente, obbedire per paura di mali maggiori mediante una “simulazione onesta”.

Le machiavelliane “golpi”, grandi e piccole, si moltiplicano nell’età barocca. Al cardinale Richelieu veniva, ad esempio, attribuita la som­ma abilità nel rendere impenetrabile il proprio volto, ma di saper invece leggere in quello degli altri le loro più nascoste intenzioni. Come ebbe a scrivere Baltasar Gracián nell’“Oracolo manuale e arte della prudenza”, «la saggezza pratica consiste nel saper dissimulare; corre rischio di perder tutto chi gioca a carte scoperte. L’indugio del prudente gareggi con l’acume del perspicace: con chi ha occhi di lin­ce per scrutare il pensiero, si usi l’inchiostro di seppia per nascondere il proprio intimo». La lince assurge ora ad allegoria dell’acume e del discernimento, ossia di una conoscenza che penetra le apparenze, riduce le distorsioni e i turbamenti del pensiero provocati dalle pas­sioni, tende a eliminare le ambiguità. La seppia è invece l’emblema degli stratagemmi di camuffamento, di cifratura, di occultamento e di manipolazione delle informazioni che mirano tutti a rendere indistinguibili verità e menzogna, realtà e apparenza.

Dire coraggiosamente la verità al potere, secondo il modello della parrhesia greca, è un rischio, perché il principe machiavelliano vuole che gli uomini credano a quello che lui vuol far credere. E, siccome essi «iudicano più agli occhi che alle mani», «ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello Stato che gli difenda». Le menzogne di Stato diventano un tabù e sono puniti quanti ardiscono “toccarle con mano”, controllarle. Che non debba­no indagare i misteri del Sovrano (come pure quelli di Dio) lo sostiene con un’immagine efficace, tratta dall’esperienza quotidiana, il

poeta seicentesco Georg Philipp Harsdörfer: «Proprio come vediamo la lancetta dell’orologio e leggiamo le ore senza avere idea dell’inge­gnoso funzionamento dei suoi complicati ingranaggi, così possiamo osservare le benedizioni e le punizioni di Dio senza conoscere le loro segrete cause. Similmente le azioni dei prìncipi e dei signori stanno di fronte ai nostri occhi, ma i loro intenti e le loro motivazioni ci sono celati».

Dalla politica come arte segreta che ha il suo centro nel gabinetto del principe si passa gradualmente – attraverso il primo liberalismo in­glese, che pone il Parlamento al centro della politica, e l’Illuminismo francese, che dichiara la ragione facoltà capace di rischiarare le menti e di aiutare gli uomini a uscire dallo stato di minorità – alla democrazia come ideale “casa di vetro”, esposta agli sguardi, al controllo e alla critica dell’opinione pubbli­ca, un regime moderno in grado di accettare e sostenere una verità che non viene turbata dalla paura della pena. D’altra parte, anche la crescita della cultura e lo sviluppo della stampa radicano l’abitudine a discutere in pubblico le più impor­tanti questioni dello Stato. È tuttavia ovvio che né il Parlamento proto-liberale, né le successive democrazie parlamentari diventeranno mai quella “casa di vetro” di cui si vanta l’ideologia. Zone di opacità e di segretezza, poteri occulti pubblici e privati, rimangono necessariamente. Si può, tuttavia, so­stenere che ora la menzogna ha cambiato veste, è diventata di massa e si è appunto “democratizzata”, diventando certo meno micidiale, ma senz’altro più insidiosa.

I totalitarismi del Novecento hanno posto l’accento soprattutto sul “credere”, mentre solo dopo viene l’obbligo di “obbedire” e “combat­tere” (in una intervista a Emil Ludwig del 1931 Mussolini dice che “gli italiani credono all’incredibile”).

Rispetto ai totalitarismi la macchina democratica del consenso ha rinunciato alla violenza aperta, al “lione”, ma ha rafforzato sia la volontà di far credere attraverso una manipolazione dell’opinione pubblica, sia attraverso la segretezza nel coprire interessi e atti incon­fessabili. Del resto, i segreti maggiori sono quelli che non appaiono e che non hanno quindi bisogno di essere contestati. Lo prova un

significativo esempio degli anni Settanta: quello dell’inquinamento originato dalle acciaierie di Gary e di East Chicago. Centinaia di persone si erano ammalate di cancro nei dintorni delle fabbriche, ma la U.S. Steel Corporation aveva per decenni comprato il silenzio di medici, amministratori locali e giornalisti, finché l’evidenza non venne a galla.

La menzogna odierna non è più artigianale, come nel passato, ma prodotta industrialmente, in una sorta di catena di montaggio delle opinioni, o, addirittura, post-industriale, in cui la potenza dei me­dia di vecchia e nuova generazione rende reale solo ciò che viene segnalato nell’universo dei media. La colonizzazione dell’intelligen­za, dell’immaginario, della prassi e dell’emotività avviene, inoltre, in larga misura apparentemente all’esterno della sfera politica e non tocca più il tempo del lavoro, bensì quello del tempo libero ed è lar­gamente governata dalla logica del marketing. Si innesca qui una sorta di circolo vizioso: quanti si sono formati attraverso idee, desideri, progetti plasmati da questo genere di cultura governata dal mercato sono più propensi ad avere con la politica un rapporto a distanza, governato da forme di consenso passivo.

Milioni di cittadini sono catturati dalla politica “addomesticata”, nel duplice senso di una poli­tica introdotta nella casa attraverso la televisione o i social media e di una politica spesso adattata allo stile e alle modalità dei comportamenti, del­le aspettative, delle paure e dei litigi domestici e di condominio. Per questo, i protagonisti della lotta politica si cari­cano delle valenze (di simpatia o di antipatia, di “tifo” pro e contro) che circondano gli altri eroi dello schermo, dai conduttori di talk show e di quiz agli attori del cinema e ai personaggi delle telenovelas.

È, per inciso, sbagliato sostenere che la televisione non incida sul formarsi delle idee e delle attitudini politiche dei cittadini. Essa produce, infatti, un consenso “forzato”, non con la violenza, ma con una crescita artificiale e accelerata, come quella con cui i giardinieri e i contadini forzano lo sviluppo di piante e ortaggi in serra. Ora, la serra del consenso attuale è la casa e la televisione (e i social network) la sua energia irradiante, che nell’homo videns immunizza dai concetti

astratti e taglia i ragionamenti più complessi abituando la mente a slogan o a forme di seduzione.

Contro la manipolazione o la falsificazione della realtà sono stati elaborati da tempo degli anticorpi, degli strumenti intellettuali che hanno implicazioni etiche (la filosofia, la filologia e la storiografia, in grado di affinare le capacità critiche degli individui e di affian­care l’esperienza e il senso comune). Essi restano, tuttavia, privi di efficacia sul medio periodo, se coinvolgono esclusivamente le élite culturali e non si estendono, attraverso l’educazione dei più, fino a promuovere lo spirito critico. Uno dei motivi per cui le fake news trovano terreno fertile in politica dipende, in quest’ottica, da una delle “promesse non mantenute” della democrazia, ossia dalla scar­sa preparazione alla cittadinanza: una missione ardua e infinita, un processo educativo che conosce ricadute, come insegnano non solo la storia del Novecento, con la nascita dei totalitarismi, ma anche eventi contemporanei.

Eppure l’uccisione dei fatti è esistita e continua a esistere, ma essi han­no, per fortuna, la testa dura. Con un esempio efficace, lo testimoniò Clemenceau, già presidente della Repubblica francese e duro negoziatore alla conferenza di pace di Versailles. A chi lo interrogava su cosa avrebbero detto gli storici relativamente alle responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale rispose così: «Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso la Germania».

Obbligazioni e azioni

Venerdì, 15 Dicembre 2017 00:00

Che cos’è un’azione? Che cos’è un’obbligazione? In molti in Italia non hanno una risposta precisa a domande come questa. Le indagini svolte negli ultimi anni, OCSE-PISA tra gli studenti e Global Finlit Survey tra gli adulti, dipingono un quadro di vera emergenza in termini di informazione finanziaria collocando il nostro Paese all’ultimo posto tra quelli europei.
Una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini è fondamentale e l’educazione finanziaria dovrebbe essere una componente essenziale delle politiche di tutela del risparmio con il fine di dare ad ognuno gli strumenti necessari per muoversi e fare le scelte giuste in una realtà sempre più complessa e mutevole come quella attuale. La non conoscenza dei basilari meccanismi economici rischia infatti di rivelarsi l’ennesimo moltiplicatore delle diseguaglianze sociali, le indagini mostrano come i soggetti meno informati siano proprio quelli appartenenti alle categorie maggiormente a rischio: anziani, donne e giovani. Una diffusa educazione finanziaria – e anche assicurativa e previdenziale – potrebbe rivelarsi un utile strumento di equità sociale.
Il presente articolo si propone di fornire alcuni rudimenti riguardo obbligazioni ed azioni accompagnandoli con riflessioni ed esempi chiarificatori.


Fondamenti teorici

Un’obbligazione è un titolo di debito. Aristotele direbbe che il genere sommo di un’obbligazione è il debito e la differenza specifica è l’essere un titolo. Occupiamoci quindi in primo luogo di cosa sia un debito. Un debito comporta un trasferimento di denaro iniziale da un’entità ad un’altra. Tali entità possono essere sia imprese che individui. Per semplicità consideriamo il caso di due persone fisiche: il signor A dà al signor B una somma pari a 100 euro e contestualmente per il signor B sorge l’obbligazione di restituire al signor A una certa quantità di denaro in futuro. La somma di denaro che sarà restituita in futuro sarà composta dal capitale inizialmente prestato (i 100 euro iniziali) e da una somma di denaro chiamata interesse, nel nostro caso diciamo che saranno restituiti 110 euro. Dicesi tasso di interesse il rapporto tra il capitale prestato e l’ammontare degli interessi, in questo caso il tasso di interesse è pari al 10% (10/100).
Vi sono vari fattori che rendono particolare un’obbligazione rispetto ad un debito/credito ma la più rilevante ai fini di questo articolo è che un’obbligazione è incorporata in un titolo. Esemplificando, un titolo è un pezzo di carta strutturato in modo da renderne legalmente possibile la circolazione. Nel caso il signor A presti al signor B 100 euro, il signor B può dargli un pezzo di carta, detto titolo di credito, in cui vi è scritto che dietro presentazione di questo stesso titolo alla scadenza il signor B pagherà al suo portatore 100 euro. La forma del titolo di credito rende possibile per il signor A vendere con facilità il suo titolo di credito al signor C, che a sua volta lo può rivendere al signor D e così via diciamo fino ad un certo Signor X che invece decide di mantenere il titolo fino alla sua scadenza e che in tale data riscuoterà capitale ed interessi presso il signor B (il concetto di vendita di una obbligazione sarà chiarito meglio nel seguito). Nel caso in cui il signor B non riesca ad onorare la sua obbligazione costui andrà incontro a procedura di fallimento: tutto il suo patrimonio sarà liquidato e sarà distribuito proporzionalmente tra i suoi creditori. Default è il termine inglese equivalente a fallimento. Le obbligazioni possono essere emesse anche da stati: in questo caso vengono chiamate titoli di stato. Non tutte le obbligazioni hanno lo stesso livello di “privilegio”, o in inglese di “seniority”: è possibile che un debitore emetta obbligazioni così dette subordinate, in quanto il loro rimborso è subordinato al rimborso di tutte le altre obbligazioni emesse. In caso di default verranno prima interamente rimborsate tutte le obbligazioni non subordinate e solamente qualora residui del patrimonio si procederà a ripartirlo tra i creditori subordinati.
Consideriamo ora le azioni. Un’azione è un titolo, così come lo sono anche le obbligazioni. Un’azione tuttavia non rappresenta una obbligazione di pagare una somma di denaro in futuro bensì rappresenta una quota di partecipazione in una società. Comprare un’azione della società XYZ equivale a diventare proprietari di un pezzo dell’azienda XYZ. Le azioni beneficiano del cosiddetto principio della responsabilità limitata: non è possibile che vengano richiesti al possessore di un’azione versamenti di denaro obbligatori ed aggiuntivi rispetto al prezzo pagato per acquistarla. Nel caso ad esempio XYZ fallisca e residui un debito di svariati miliardi, non sarà presentato nessun conto da pagare ai possessori di azioni XYZ. Il principio di responsabilità limitata è stato introdotto per incoraggiare l’investimento, vale a dire per incanalare i risparmi degli individui verso le aziende e quindi attività produttive; senza il principio della responsabilità limitata difficilmente un buon padre di famiglia investirebbe in borsa sapendo che se i suoi investimenti andassero male potrebbe perdere la casa. I possessori di azioni di una società sono detti soci della società. Un’azione non comporta nessuna obbligazione di pagamenti regolari; d’altra parte lo scopo delle aziende è generare utili e restituirli ai proprietari, quindi è normale che un’azienda ripaghi i suoi soci. Le aziende “ricompensano” i loro soci pagando loro una somma di denaro, in genere annualmente, detta dividendo. Si noti che il pagamento del dividendo non è un obbligo e che nulla vieta che un’azienda decida di reinvestire la totalità degli utili senza pagare alcun dividendo o che al contrario decida di distribuire un dividendo sebbene sia in perdita.
Il valore di un’azione dipende dall’andamento economico della società e non da un obbligo di ripagare una somma di denaro determinata. Per questo le azioni sono generalmente considerate più rischiose delle obbligazioni. In caso di default inoltre saranno prima rimborsati gli obbligazionisti senior, successivamente quelli subordinati e solamente qualora residui ancora patrimonio questo verrà ripartito tra i soci. Al contrario, nel caso l’azienda vada molto bene e ad esempio raddoppi o decuplichi il suo valore, gli obbligazionisti avranno diritto solamente ad un pagamento limitato e pari alla somma di capitale ed interesse mentre tutta la ricchezza residua sarà di proprietà degli azionisti.


Determinazione del prezzo delle obbligazioni

Il prezzo di un’obbligazione è legato al suo tasso di interesse. Consideriamo l’esempio di cui sopra in cui il signor A presta al signor B 100 euro a un tasso del 10%. Supponiamo tuttavia che il signor A abbia improvvisamente bisogno di denaro per spese urgenti e non possa attendere la scadenza dell’obbligazione ed il suo rimborso. Di conseguenza il signor A decide di vendere l’obbligazione al signor C: ma il prezzo a cui viene venduta l’obbligazione non è necessariamente 100. Considerato il bisogno di denaro del signor A, il signor C potrebbe ad esempio spuntare un buon prezzo e comprare l’obbligazione a 90 euro. In questo caso il tasso di interesse per il signor C è pari al rapporto tra il tasso di interesse ed il capitale cioè in questo caso 20/90=22,2%. Una diminuzione del prezzo è legata ad un innalzamento del tasso di interesse e a perdite per i possessori attuali del titolo che vogliano venderlo. Al contrario l’aumento del tasso di interesse determina lauti guadagni per coloro che acquistano titoli. Viceversa per un calo del tasso di interesse: se il signor A riuscisse a spuntare un buon prezzo, diciamo di 109, il tasso di interesse per il signor C sarebbe un magro 0,9%. La relazione tra tasso di interesse e prezzo è quindi inversamente proporzionale.
L’attività di compravendita di titoli in modo sistematico è detta trading e può portare guadagni o perdite a seconda delle oscillazioni dei prezzi (e quindi dei tassi di interesse). Nel caso un investitore voglia immunizzarsi da tali oscillazioni è sufficiente che porti a scadenza tutti i titoli che acquista: tali investitori sono detti in gergo “cassettisti” e per costoro, nel caso il debitore non faccia default, il rendimento sarà uguale a quello calcolato al momento dell’acquisto. In altre parole se il signor A fosse certo che il signor B ripagherà il suo debito e fosse certo di portare a scadenza l’obbligazione, percepirebbe certamente nel giorno della scadenza dell’obbligazione 110 euro e quindi un tasso di interesse del 10% e ciò indipendentemente dalle fluttuazioni di prezzi e tassi di interesse. Generalmente la maggior parte delle famiglie italiane sono avverse al rischio e dovrebbe essere trattata dalle banche come un cassettista. Può talvolta accadere che ignari investitori retail vengano consigliati di intraprendere improbabili operazioni di compravendita, magari in previsione di lauti guadagni: ricordate sempre che la banca percepisce commissioni per ogni operazione di compravendita effettuata.
Accade spesso che qualcuno venda o compri obbligazioni e non le porti più semplicemente a scadenza? Si. In realtà voi stessi, se mai avete acquistato titoli di stato italiano, avete agito comprando non dallo stato ma da un qualche signor A che aveva inizialmente prestato allo stato e che ha poi deciso di rivendervi il suo credito. Solamente pochi operatori, tra i quali non vi sono le persone fisiche, possono prestare direttamente allo stato e tutti gli acquisti di obbligazioni della clientela retail avvengono tramite acquisti da altri signori A.
Come vengono determinati il prezzo e il tasso di interesse delle obbligazioni? Il tasso di interesse di un’obbligazione è composto da due parti. La prima è il cosiddetto tasso privo di rischio o componente di duration pura. Prestare è scomodo e richiede un premio: anche se fosse assolutamente certo che il signor B non farà default, per il signor A è scomodo rendersi indisponibili i suoi stessi soldi prestandoli al signor B e questo richiede un premio. Tale premio è quello espresso dal tasso di interesse privo di rischio, generalmente identificato con il tasso di interesse di emittenti estremamente sicuri come ad esempio la Germania o gli USA. A tutti gli altri emittenti, più rischiosi in termini di possibile default, viene richiesto un premio per il rischio aggiuntivo detto spread. La differenza tra il tasso pagato dal debitore stato italiano e stato tedesco è detto appunto spread e rispecchia la possibilità che l’Italia non riesca a ripagare i suoi debiti e faccia default. Similmente il tasso di interesse pagato dalla Grecia è più alto di quello di molti altri stati europei e ciò in considerazione delle difficoltà economiche di questo stato e della conseguente possibilità di default. Si noti che, come spiegato sopra, nel caso non vi sia default, oscillazioni di prezzo anche forti non impattano il ritorno dei cassettisti e nemmeno quello del debitore sui titoli già emessi (nell’esempio precedente il signor B ha già preso a prestito 100 e ripagherà comunque 110 anche nel caso il suo debito abbia un valore di mercato molto più basso). D’altra parte ogni aumento del tasso di interesse ha impatto sui titoli emessi dal momento dell’aumento del tasso di interesse in poi. Tutta la parte di debito pubblico italiano non in scadenza nel periodo dei forti movimenti speculativi del 2011-2012 non è stato impattato dall’innalzamento dei tassi di interesse; al contrario la parte di debito italiano in scadenza in quel periodo è stata rinnovata a tassi di interesse molto alti e comporta un notevole costo per il nostro paese.
Considerata la loro maggiore rischiosità, i titoli di debito subordinato hanno generalmente rendimenti più elevati. Vengono quindi talvolta venduti ai clienti con la prospettiva di rendimenti sostanziosi; il maggiore guadagno non è tuttavia un pasto gratis ma è giustificato dal maggior rischio come insegnano alcuni recenti casi di fallimenti bancari in cui i detentori di bond subordinati hanno perso tutto mentre invece i detentori di bond “senior” sono usciti sostanzialmente indenni.


Determinazione del prezzo delle azioni

Le azioni sono strumenti finanziari molto diversi dalle obbligazioni. Un’azione non fa sorgere alcuna obbligazione a pagamenti futuri (se non in misura del patrimonio residuo in caso di liquidazione della società). Il prezzo di un’azione è tuttavia calcolato seguendo gli stessi criteri utilizzati per quello di un’obbligazione. Come spiegato sopra, il prezzo di un’obbligazione viene calcolato utilizzando il tasso di interesse ed i pagamenti futuri. Per un’azione vengono calcolati dagli analisti i dividendi attesi futuri ed il loro valore presente, che è quello dell’azione stessa, è calcolato utilizzando un tasso di interesse che rispecchia la rischiosità delle attività dell’azienda in questione. Sia nel caso delle obbligazioni che delle azioni, le formule matematiche utilizzate per calcolare il prezzo “equo” (in inglese “fair”) sono estremamente più complesse di quanto mostrato finora, ma in ultima analisi la complessità matematica risponde alle logiche di cui sopra. In altre parole il valore di un’azienda non dipende da quello che produce, dalla sua collocazione all’interno di un certo settore merceologico o dalla sua tatticità e rilevanza o progresso tecnologico. Il valore economico di un’azienda dipende dai flussi di cassa futuri attesi e dalla rischiosità del suo business; i fattori di cui sopra (ad esempio settore merceologico e progresso tecnologico) sono rilevanti solamente qualora comportino maggiori flussi di cassa futuri attesi oppure una minore rischiosità.
Sia il calcolo dei flussi di cassa futuri che quello del tasso di interesse adeguato al loro sconto sono fondamentali per calcolare correttamente il prezzo equo di un’azione e quindi il valore di un’azienda. Calcolare il valore dei flussi di cassa futuri di un’azienda o il giusto tasso di interesse a cui scontarli è estremamente complesso e tutt’altro che facile. Il valore di un’azienda dipende da una quantità numerosissima di fattori: il capitale umano, il capitale fisico, il progresso tecnologico, variazioni del suo mercato di riferimento, sviluppi della regolamentazione. Negli ultimi anni il prezzo del petrolio (e così quello delle società petrolifere) è prima incrementato notevolmente, poi è crollato a seguito della scoperta di una tecnica di estrazione innovativa negli USA (“fracking”) che avrebbe potuto scalzare il ruolo dell’OPEC ed infine sta nuovamente incrementando. Valutare un’azienda che opera nel settore del petrolio vuole dire avere uno scenario riguardo il prezzo futuro del petrolio e quindi sullo sviluppo delle tecnologie rinnovabili, degli incentivi statali legati a queste e ad esempio al futuro degli accordi di Parigi, al successo o meno delle politiche dell’OPEC nel limitare l’offerta, negli sviluppi del mercato del petrolio da un punto di vista dei consumi (quanto crescerà la Cina e quindi i suoi consumi nei prossimi anni?). Di conseguenza le previsioni degli analisti sono spesso niente affatto precise e talvolta sorge il dubbio che per uno che non ci prende un altro invece ci azzecchi con una distribuzione piuttosto casuale.
Un modo più pratico di calcolare il prezzo di un’azione è quello di fare dei confronti con altre aziende del settore. Ad esempio consideriamo di volere calcolare il valore di un’azione della società XYZ: potremmo confrontare il suo fatturato, i suoi utili e magari il suo dividendo con altre aziende simili ed infine utilizzare il confronto per assegnare un valore ad XYZ. Ad esempio se XYZ avesse circa metà del fatturato e degli utili di un’altra azienda, ebbene il suo valore dovrebbe essere pari a metà del valore di questa. I principi di prezzatura che rispondono ai criteri di cui sopra sono denominati metodo dei multipli. Sebbene il metodo dei multipli sia utile da un punto di vista pratico, questo è di minore interesse per lo studioso che ricerchi la basi teoriche del calcolo del prezzo “equo” di un’azione. Il metodo dei multipli equivale ad accettare l’esistente per quel che è, senza capire perché è così.


Dalla teoria alla pratica

Nei capitoli precedenti è stata descritta la spiegazione teorica del livello dei prezzi esistente in un mercato. Negli ultimi anni sono stati prodotti modelli matematici complessi e notevoli energie finanziarie ed intellettuali sono state spese per comprendere le leggi della formazione dei prezzi. C’è da dire che il mercato ha sempre determinato i prezzi anche nei secoli in cui tali teorie non esistevano. Il metodo “pratico” con cui concretamente vengono determinati i prezzi è quello della domanda e dell’offerta. Se molte persone vogliono comprare, allora il prezzo sale e viceversa quando prevalgono gli ordini di vendita.
È interessante notare come le oscillazioni dei prezzi di mercato possono essere molto ampie. Ciò è evidente nei casi di crisi di borsa, in cui nel giro di poche settimane o anche giorni i prezzi subiscono variazioni molto ampie. Tali fenomeni sono spiegati con una variazione del tasso di interesse di riferimento a cui vengono scontate le obbligazioni oppure dello scenario riguardo i dividendi futuri attesi delle aziende per le azioni. Tale spiegazione teorica equivale a dire in termini più pratici che gli investitori hanno semplicemente cambiato idea o, utilizzando un altro punto di vista, stato d’animo. Talvolta, come nel caso del crollo di borsa di inizio 2016, le crisi non sono giustificate da nuovi flussi di informazione ma semplicemente da una diversa pesatura e lettura di informazioni già esistenti. A inizio 2016 si sparsero timori riguardo un possibile rallentamento della crescita in Cina, peraltro senza che tale sospetto fosse sostenuto da nuovi dati attendibili. In pochi giorni i principali indici mondiali subirono forti perdite. Nel giro di un mese tutti recuperarono poiché i timori erano infondati.
Il caso di cui sopra, così come altri simili, suggerisce che i prezzi sono più instabili di quanto suggerisca a prima vista una formula matematica. I prezzi sono formati dalle contrattazioni tra uomini: non rispondono a leggi di necessità fisiche ma derivano da relazioni umane. Per questo motivo le loro fluttuazioni sono causate anche da fattori psicologici come crisi di panico di massa o esuberanza irrazionale (che talvolta gonfia le famigerate bolle finanziarie). Tali crisi di panico ed esuberanze si succedono abbastanza regolarmente nei mercati finanziari. È interessante osservare il crescente interesse da parte dell’ambiente accademico verso le teorie economiche che tentano di affrontare situazioni di razionalità limitata o imperfetta. Per esempio, l’ultimo premio Nobel nel campo dell’economia è stato assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale, così definita da Wikipedia:
“La finanza comportamentale e l’economia comportamentale sono campi di studio strettamente legati, che applicano la ricerca scientifica nell’ambito della psicologia cognitiva alla comprensione delle decisioni economiche e come queste si riflettano nei prezzi di mercato e nell’allocazione delle risorse. Entrambe si interessano della razionalità, o meglio della sua mancanza, da parte degli agenti economici. I modelli studiati in questi campi tipicamente integrano risultati della psicologia cognitiva con l’economia neoclassica.”
Finora si è dimostrato utile tentare di modellizzare matematicamente l’andamento dei prezzi ed esistono varie teorie quantitative che ne spiegano aspetti interessanti. D’altra parte nessuna teoria è ancora riuscita a fornirne una spiegazione definitiva e nessuno studioso può dire di essere in grado di predire le quotazioni di borsa future con certezza. Chiudo l’articolo con un richiamo al buon senso, su cui inoltre sono fondate la maggior parte delle teorie economiche moderne: il rischio finanziario è proporzionale al rendimento atteso. Diffidate di chi promette guadagni facili, sia che siano azioni di Veneto Banca o debito subordinato del Monte dei Paschi o diamanti; siate sempre consapevoli che un rendimento elevato è semplicemente specchio del fatto che in qualche modo state rischiando molto. Chi non risica non perde.


Da "www.pandorarivista.it" Obbligazioni e azioni: che cosa sono e come si determina il prezzo? di Gianluca Piovani

Pagina 1 di 2