Mondializzazione

Lunedì, 27 Febbraio 2017 00:00

Mondializzazione dell’economia

Il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta. La reductio ad unum, che tanto successo ha avuto nel pensiero filosofico-politico medioevale realizzando un modello gerarchico di ordinamento, in quella che si chiama “terza modernità” ha coltivato l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.

di Marianna Ortoboni

 

Introduzione

Sul tema della globalizzazione[1] si sono impegnati esperti appartenenti a diverse scuole di pensiero; su di esso si è polarizzata l’opinione pubblica a partire dagli anni novanta da quando il termine, che in precedenza non figurava neppure tra le voci declinate nei dizionari, ha cominciato a costituire un terreno di dibattiti, confronti divenendo esponenziale di opposte visioni del mondo. Gli esperti distinguono tre fasi nella ricostruzione dell’excursus.

Una prima fase, di discussione principalmente accademica, è volta a verificare se la globalizzazione sia in realtà un fenomeno nuovo o meno rispetto alle posizioni di chi ne nega l’esistenza o ne minimizza gli elementi di novità.

Una seconda fase coincide con il costituirsi di un pensiero corrente circa la trasformazione del mondo che va assumendo caratteri sostanzialmente diversi da quelli del passato. Il dibattito sulle conseguenze della globalizzazione, che da questo pensiero si inizia, è di natura più politica, in coincidenza con l’emergere dei movimenti antiglobalizzazione. Siamo nel periodo delle grandi contestazioni no-global esplose per la prima volta con risonanza globale alla “ministeriale” Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) di Seattle del 1999. La riflessione si radicalizza e diviene oggetto di scontro politico in molti Paesi del globo, in alcuni casi sulla base del semplice cleavage sinistra/destra.

Passati gli anni della contestazione, e alla fine degli anni Novanta, si cominciò diffusamente a pensare, sebbene non unanimamente, che la globalizzazione rappresentasse un fenomeno positivo, ma solo se accompagnato da un quadro di politiche pubbliche di aggiustamento e ammortizzazione sociale. Da allora, se da un lato l’opinione pubblica ha accettato l’idea che la globalizzazione è forza capace di cambiare in meglio le dinamiche della nostra società, allargando il perimetro del benessere, riducendo gli ostacoli e aumentando le possibilità, dall’altra si sono invocate politiche pubbliche per dare risposta adeguata alle nuove ineguaglianze e insicurezze. Via via si è dunque rafforzato il convincimento che la globalizzazione, fenomeno epocale in grado di cambiare il pianeta[2] e momento di svolta nella storia dell’umanità, fosse forza inarrestabile ed irreversibile capace di cancellare i confini, superare frontiere e rendere il mondo piatto, secondo la fortunata espressione di Th. Friedman[3]. Ma contemporaneamente e secondo la previsione di A. Giddens[4], la globalizzazione avrebbe portato al collasso delle distanze temporali e spaziali e finito per ridurre il potere degli Stati –nazione. Si vive da tempo, e questa è la terza fase, una situazione nella quale, senza barriere, nemmeno gli Stati sovrani hanno più significato. L’autorità statuale nazionale non può controllare questo sistema che viaggia molto più velocemente delle decisioni prese da qualsiasi Parlamento. Per il mondo globalizzato si tratta, sostiene Ulrich Beck, di «smantellare le competenze e l’apparato dello Stato, cioè di realizzare l’utopia anarchico-mercantile dello Stato minimale»[5].

Oggi questi giudizi appaiono superati o parziali. Le conseguenze della globalizzazione si sono rivelate complesse e in ogni modo non in grado di produrre l’effetto della omogeneizzazione sociale, economica e culturale che si pensava potesse produrre, come eliminare la sovranità degli Stati, azzerare i confini allargando a dismisura l’orizzonte fino ad escludere ogni linea di demarcazione.

Mai come nel 2010 (gli effetti li abbiamo davanti), l’apertura dei mercati internazionali- vale a dire il processo chiamato comunemente globalizzazione- sta facendo emergere gli elementi contrastanti che contiene. Infatti «insieme ai vantaggi relativi all’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazioni di aree particolari come la Cina, vengono alla luce aspetti profondamente negativi. Sono aspetti conseguenti all’assenza di regole condivise per governare un processo complesso, che costringe ad un confronto serrato aree geografiche profondamente diverse per cultura, storia e tradizioni»[6]. Anche Benedetto XVI ha preso una posizione forte e netta censurando il capitalismo e la «prevalente logica del profitto» che genera disuguaglianza e povertà e il «rovinoso sfruttamento del pianeta» invitando a non considerare il capitalismo «l’unico modello valido di organizzazione economica» (24 settembre 2007, ma poi in successivi interventi come nella enciclica Caritas in Veritate, 2009). Ma non ci si può nascondere che la globalizzazione almeno ai suoi esordi, ha aperto gli animi alla speranza che una nuova governance avrebbe influito sui processi di policy[7].

D. Antiseri, in «L’attualità del pensiero francescano»[8] (Rubettino 2008) rintraccia, all’interno della scuola di pensiero francescana del Medioevo, le teorie conciliative della fede cristiana con lo sviluppo economico assai prima delle tesi espresse dal sociologo tedesco Max Weber. E questo con buona pace di quanti sostengono che, nell’evoluzione del pensiero cattolico, e riguardo allo studio delle origini del capitalismo, c’è una discontinuità di analisi. Si continuano, infatti, a tirare per la giacca, nel tentativo per portare acqua al mulino dei propri convincimenti, gli ultimi interventi del SS. Padre, che evidenziano gli eccessi del capitalismo, giudicandoli come un “pensiero nuovo” volto a riportare in auge l’esistenza di “una terza via” appoggiata dalla Chiesa. Su questo punto, e per negare l’ipotesi di una tale paternità, era intervenuto a più riprese anche Giovanni Paolo II con le sue encicliche sociali.

Dice Benedetto XVI: «La disparità tra ricchi tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. […] In questo contesto, combattere la povertà implica un’attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà»[9].

Da qui ora partiamo.

Definire la globalizzazione

Il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta. La reductio ad unum, che tanto successo ha avuto nel pensiero filosofico-politico medioevale realizzando un modello gerarchico di ordinamento, in quella che si chiama “terza modernità” ha coltivato l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.Infatti, anchela tanto declamata “forza autoregolativa” del mercato, grazie alla quale esso avrebbe deterministicamente realizzato il fine di un miglioramento generalizzato permettendo il godimento quasi imparziale delle risorse destinandole ai più capaci e dotati premiandone il merito, rivela delle fratture intollerabili. I Paesi ricchi di risorse naturali sono stati privati delle sostanze e delle braccia; sono divenuti sempre più poveri e le loro popolazioni sono state sospinte, come fiumana umana che vuole sfuggire alla guerra, alla fame e alla morte, a divenire “migranti” verso un mondo che, prima li depriva poi li scaccia. Il mondo occidentale ha paura della povertà e tende a riporre ogni sicurezza nell’aumento dei beni che non intende né dividere né condividere soprattutto ora che anche da questa parte del mondo cosiddetto occidentalizzato, la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di pochi che esercitano il privilegio della “differenza di capability” su una quantità sempre maggiore di cosiddetti “nuovi poveri” e “nuove povertà”[10]. Lo stato sociale è smantellato, la mancanza di risorse pubbliche di Stati “sciuponi” fa venir meno il senso di responsabilità e quello della solidarietà nonché appanna l’orizzonte etico del “bene comune”. Il rischio è che, staccando la solidarietà da ogni relazione agli individui concreti, oscurando il riferimento all’humanum e avendo soltanto come parametro i “buoni sentimenti”, si determina che fare “giustizia” non spetta più allo Stato che, oltretutto sottomesso alle politiche di bilancio, non sa più indicare una “graduatoria” nei valori di socialità e nelle scelte di politica attive, per esempio inclusive della cittadinanza.

La globalizzazione dunque che esorbita i poteri dello Stato e gli si oppone, crea una sorta di “ Stato a sé stante”, di autogoverno libero da qualsiasi condizionamento di autorità esterne a esso. Di fatto la globalizzazione assume i contorni di una “società transnazionale” non organizzata politicamente, nella quale i nuovi attori del potere, non legittimati democraticamente, hanno una libertà di decisione che si spinge sempre più oltre nel tentativo di realizzare un governo del mondo secondo il “pensiero unico liberista” grazie al controllo sempre maggiore dell’economia sulla politica. Ecco perché l’eclissi, o il tramonto della “politica”, ci deve preoccupare e determinare un sussulto di resistenza, nei confronti dei tentativi di cambiare le istituzioni, anche se con aggiustamenti apparentemente “indolori”, e di passione per la prassi democratica che, sebbene possa apparire come un insieme di atti burocratici che allungano i tempi delle decisioni, è sempre l’unica frontiera della libertà. Susan Strange[11], che definisce la globalizzazione come il passaggio di consegne di sempre maggiori poteri dagli Stati ai mercati, afferma che descrivere le istituzioni della globalizzazione equivale a descrivere questo passaggio e quindi la globalizzazione stessa. Se la definizione di A. Giddens, per citare un altro studioso dell’argomento, mette in luce l'aspetto evolutivo della globalizzazione rispetto al capitalismo in quanto «intensificazione delle relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa»[12], l’analisi della Strange sottolinea piuttosto i tratti rivoluzionari della globalizzazione. I tratti rivoluzionari di questo processo emergono solo da un’analisi dei mutamenti che esso induce nella sfera istituzionale, intendendo con questo termine sia la sfera statale sia quella della giuridicità. Nella sfera statale assistiamo ad un processo lento e progressivo di frantumazione e di opacizzazione della “sovranità statale” anche se non è ancora portato alla consapevolezza se è causa o la conseguenza della globalizzazione. Nella sfera della giuridicità è in atto una vera e propria mutazione genetica del diritto: mutano gli attori del processo giuridico, mutano le modalità di produzione e di funzionamento delle regole giuridiche, muta, o almeno è quello che si vorrebbe, la fisionomia della indipendenza del potere giudiziario con la conseguenza che il linguaggio universale degli interessi sembra prevalere definitivamente sulla oggettività della norma: la logica della negoziazione, propria della ratio oeconomica, si sostituisce, o almeno ambisce a farlo, a quella dell'argomentazione, tipica del diritto. Il superamento della dimensione statale, provocato dall'espansione dell'economiafinanziaria e della tecnologia, tende a fare del diritto uno dei mondi “consumati” acquisibili sul mercato. Il diritto perde così la sua valenza normativa e si rivela una costruzione sociale particolarmente permeabile alle interferenze esterne (ad esempio il diritto americano si presta a fare da modello al “diritto globale”[13]). Rinunciando all’invarianza, il diritto della globalizzazione si presenta dunque come un “ordine aperto” a nuovi soggetti, a nuove modalità e a nuovi iter di produzione, più che “procedimento” è un processo nel quale soggetti - giocatori possono avvalersi delle “regole del gioco”, secondo la loro “razionalità strategica”, ignorandone la valenza normativa.

A questo “diritto delle possibilità”, che ha necessariamente un carattere pluralista, si contrappone nell'ambito del diritto globale un “diritto della necessità” che tende invece ad essere unitario. Al “diritto della necessità” appartengono i “diritti umani” determinando la saldatura tra la tendenza al pluralismo e la tendenza all'unità. La tendenza all’unità non è infatti fondata su un concetto astratto di individualità riconducibile all’universalismo liberale, né il pluralismo giuridico è fatto di tanti rapporti definiti di diversità, quanto di una trama di accomodamenti nella quale dimensione universale e particolare si fanno concorrenza in quanto il diritto globale esprime sia l'individualismo astratto che quello delle differenze.

La definizione di “globalizzazione” data da S. Strange, dalla quale siamo partiti, sembra mettere al centro del discorso la dimensione giuridica e politica per non ridursi a dare della globalizzazione una definizione troppo incentrata sui mutamenti di tipo economico, anche se l’origine del passaggio di sempre maggiori poteri dagli Stati ai mercati è il risultato dell'evoluzione del capitalismo.

L’economia, allora, torna così al centro del discorso e si fa dimensione forgiante tutte le altre dimensioni. In questo mondo globalizzato scompare la polis. O meglio, il mercato, come luogo di socializzazione, si fa polis e il cittadino diventa consumatore. La reductio ad unum che, lungi dall'essere meramente descrittiva, ha effetti fortemente prescrittivi, come abbiamo visto, presenta la globalizzazione come un processo unitario e deterministicamente orientato che non tiene conto della presenza degli Stati e della loro territorialità che, malgrado tutto, si fa ancora sentire lasciando ampi spazi all’agire della politica nella sfera pubblica. Lo scontro dunque tra “continuisti” (A. Sen) e “discontinuisti” (M. Albrow[14]), è determiata in realtà da un deficit di attenzione “lessicale”. Esistono due parole, infatti, che sembrano indicare un medesimo processo, ma che, in realtà, ne scolpiscono dei tratti molto diversi: “globalizzazione” e “mondializzazione”. La prima, richiamandosi a “globus”, parla più delle scoperte geografiche e della “rottura” che esse hanno rappresentato all’interno della storia, provocando una “occidentalizzazione”, proprio a partire dalla traversata atlantica di Colombo; la seconda, riferendosi a “mundus”, ci parla più di un “processo” che di una rottura, all’interno di una Universalgeschichte intesa come percorso orientato che interessa il mondo intero – come accade, per fare un esempio, nella filosofia della storia di Hegel, passando da Voltaire, Rousseau, Kant, ma anche in un progetto quale la teologia agostiniana della storia, nell’idea di una civitas peregrinans[15].

G. Marramao[16] afferma che entrambi gli schieramenti contengono “due mezze verità” per le quali l’autore propone una tematizzazione filosofica mediante un’interazione reciproca che colmi, in tal modo, le lacune lasciate dall’assunzione monoconcettuale di una delle due. Esiste, secondo l’autore, il continuo e il discontinuo, il processo e la svolta” (p. 14), e, attraverso le lunghe strade che hanno portato alla formulazione di ipotesi sul destino dell’Occidente (Regard sur le monde actuel di Valéry, Der Untergag des Abendlandes di Spengler, Der Arbeiter di Jünger) Marramao individua nel concetto di secolarizzazione, a partire da Carl Schmitt e dalle sue pionieristiche riflessioni sullo ius publicum europaeum e la Globale Zeit, un passaggio obbligato, affinché si comprenda meglio come l’interazione fra i diversi elementi inerenti alla globalizzazione abbia segnato la storia del mondo.

Secolarizzazione non è da intendersi solo in relazione alla desacralizzazione, ad esempio quella operata dai primi filosofi greci nei confronti del mito, o dai profeti dell’ebraismo nei confronti di forme magico-rituali precedenti: piuttosto, in questo contesto, il termine vuole segnalare il distacco della politica dalla religione, sancito con la pace di Westfalia del 1648, la fine delle guerre di religione e l’affermazione della sovranità “intramondana” dello Stato. Dunque G. Marramao ci invita ad interrogarci su una questione cruciale: «quale catena di effetti, quale circuito di azioni-reazioni questa peculiare acquisizione della civiltà europeo-occidentale – da cui discende in linea diretta la conquista evolutiva rappresentata dalla differenziazione funzionale tra le sfere del diritto e della morale – determina con il passaggio dall’ordine internazionale degli Stati-nazione sovrani al nuovo (dis)ordine globale?» (p. 22). Solo rispondendo a tale questione si può passare a discutere sulla globalizzazione non solo dal punto di vista economico o tecnico ma anche politico e culturale: «Non per nulla il neologismo globalization fa la sua prima comparsa negli anni sessanta proprio nell’ambito del diritto internazionale, per indicare i nuovi termini del “problema hobbesiano dell’ordine” […] dopo la fine del “modello Westfalia”, ossia di un assetto delle relazioni internazionali orchestrato dalle potenze europee e fondato sull’esclusione di aree, paesi e popoli “non-sovrani” o “a sovranità limitata”» (p. 23).

Da questo punto di vista, due rischi soggiacciono a qualsiasi pensiero sulla globalizzazione: uno è quello dell’appiattimento monodimensionale della modernità, assunta come dato universale e precostituito, anziché come orizzonte aperto ed in questione; l’altro è quello di separare e dissociare, come fanno tutti coloro che vedono in costante contrapposizione “locale” e “globale”, assunti in quanto poli opposti e non conciliabili. Allora – avverte l’autore – non bisogna mai leggere la globalizzazione unicamente come processo di omologazione sotto l’egida della Tecnica e del Mercato, bensì come una «nuova forma di interdipendenza economico-finanziaria e socioculturale dischiusa dalle tecnologie digitali del “tempo reale”»; d’altra parte non bisognerebbe nemmeno vedere in essa solo uno “scontro di civiltà”, quanto, invece, «una faglia di tensioni conflittuali che attraversa tutte le civiltà tagliando trasversalmente tanto il globale quanto il locale». Solo superando queste visioni la globalizzazione assumerà la sua veste effettiva: «non come mera “occidentalizzazione del mondo” e neppure come mera “deoccidentalizzazione” e “desecolarizzazione”, ma come passaggio a Occidente di tutte le culture – come un transito verso la modernità destinato a produrre trasformazioni profonde nell’economia, nella società, negli stili di vita e nei codici di comportamento non solo delle civiltà “altre” ma della stessa civiltà occidentale» (p. 24). Occorre demistificare, prosegue il nostro autore, le visioni della globalizzazione come passaggio da “the West” (l’Occidente) a “the Rest” (il resto), o come contrapposizione fra un Occidente, connotato da valori forti, ed un Oriente, emergente con i suoi “asian values”, che confermerebbe un dualismo più artificioso che concreto. Dal punto di vista pratico la costruzione teorica di uno Stato mondiale» (secondo la prognosi di E. Jünger) o di una «repubblica cosmopolitica» (secondo gli auspici di Kant), ripropone l’urgenza di una riflessione sulla “differenza” che diventa evidente non appena si affronta il tema del gloca.

Oggi si assiste ad una vera e propria “invenzione di località” che va di pari passo con la globalizzazione, cambiandola di segno dall’interno. Il recupero delle tradizioni è uno dei segni di questa sorta di processo immaginativo collettivo che si accompagna alla richiesta di “comunità”. Dunque il paradosso della globalizzazione consiste allora nel fatto che, in essa, il “luogo” della differenza viene ricostruito, la tradizione inventata, la comunità immaginata» (p. 39). Forse proprio queste considerazioni dovrebbero portare a riconsiderare, come fa Marramao, le radici dell’intolleranza, a partire anche dalla logica dei monoteismi o di qualsivoglia soggetto forte che diventi fautore di quella che già Marcuse chiamava “tolleranza repressiva”. Il passaggio auspicato è dal concetto di tolleranza a quello di rispetto, con l’invito ad un’attenzione costante alle “nuove intolleranze” derivate dalle “differenze blindate”: non più, cioè, dal potere assoluto, ma da quelle nuove realtà, nate nella Globale Zeit, che si difendono le une dalle altre, piccole o grandi che siano, come monadi isolate e nemiche, e che considerano la globalizzazione come il loro peggiore avversario.

Con tutta evidenza il “cortocircuito” che si crea fra globale e locale è determinato soprattutto dal fatto che, in modi più o meno evidenti, è venuto meno l’anello che li connetteva insieme, cioè lo Stato-nazione con la sua struttura che stringeva, in una fitta maglia, popolo, territorio e sovranità. Il “deficit” politico e giuridico mondiale che ne deriva, lungi dal dare origine ad uno “Stato mondiale”, come aveva pronosticato E. Jünger[17], ha dato luogo a «una sorta di iperspazio contratto, internamente squilibrato e costituzionalmente refrattario a qualsivoglia reductio ad unum improntata alla logica esclusivistica della sovranità» (p. 44). Anzi l’idea di uno Stato mondiale, che non possa fare riferimento ad alcun “fuori” – secondo la logica costitutiva dello Stato moderno che si fondava non tanto sulla contrapposizione tutto/nulla, quanto su quella interno/esterno – appare come un “teorema di impossibilità”.

Questa nuova forma politica globale non potrà mai prodursi secondo la logica della reductio ad unum che è presupposta dalla potestà sovrana. Allora, oltre lo Stato non ci attende lo Stato mondiale, né in forma autoritario-centralistica, né in forma federale e semmai una nuova potestas «dovrà piuttosto tradurre in governo politico e in istituzioni politiche globali “l’attuale occasionale interdipendenza tra organismi sovranazionali”, le diverse istanze di diritto internazionale, unitamente alla lex mercatoria e alla “politica direttamente svolta dal potere economico”(p. 49). Lo sbocco prevedibile non è quello auspicato da Kelsen, una civitas maxima, ma, piuttosto, quello di un multilevel governance system, un sistema di governo multilivello caratterizzato dalla compresenza, benché paradossale, di una pluralità di potestà sovrane.

In un sistema siffatto, più importante del conflitto di interessi sarà il conflitto di valori, che invalida ab origine il paradigma utilitaristico e la conseguente idea di un unico parametro di comportamento logico e razionale, aprendo la strada ad altri paradigmi, come, ad esempio, quello del Dono[18] e dei nuovi rapporti che esso crea con lo scambio e l’obbligazione. Tale conflitto di valori è dovuto, con tutta evidenza, soprattutto all’acuito conflitto identitario che si produce nella parabola del glocal: conflitto “fondamentale”, sempre a rischio di divenire “fondamentalistico”, fra le diverse e alternative concezioni del bene, che porta con sé l’inevitabile commistione tra politica e morale. Ciò non significa che la dinamica interessi/valori non è stata presente prima dell’attuale situazione. In realtà essa assume, in ogni tempo, una sua forma peculiare. In quell’odierna «i conflitti di interesse e le discriminazioni di classe, che pure – ripeto – persistono in tutta la loro asprezza, si trovano ormai inestricabilmente incapsulati dentro la dinamica dei conflitti identitari. L’articolazione degli interessi si presenta, pertanto, come una variabile dipendente del processo di identificazione simbolica» (p. 52).

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Alcuni fra gli studiosi che si sono interessati all’argomento. Ian Clark, (Globalization and Fragmentation: International Relation in theTwentieth Century, Oxford 1997. Trad it., Le relazioni internazionali nel XX secolo, Bologna 2001), la globalizzazione riguardo alla intensità dei mutamenti include concetti come integrazione, interdipendenza, multilateralismo, apertura e interpretazione multifunzionale. Mentre riguardo alle relazioni interenazionali, la globalizzazione rinvia alla diffusione geografica delle tendenze indicate e ingloba concetti come quello di “omogeneizzazione”. Z. Bauman (Globalization:The Human consequences, New York 1998. Trad it., Dentro la globalizzazione. Le conseguenzesulle persone, Roma –Bari 2001) individua il processo sociale influenzato dallo sviluppo tecnologico, dalla crescente rapidità dei trasporti e dalla “rivoluzione informatica”. A. Giddens (The Consequences of Modernity, Cambridge 1990. Trad it., Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio. Sicurezza e pericolo, Bologna 1994) sostiene che la globalizzazione modifica la “rappresentazione sociale della distanza” e costituisce la “modernità” su scala mondiale. P. Hirst (in Globalization in Question: The International Economy and the Possibilities of Governance, Cambridge 1996), gli Stati ed I governi non sono spettatori passivi della globalizazzione: anzi la promuovono e la plasmano ricorrendo anche all’uso della forza. R. Robertson (Glocalization: Time-Space and Homogeneity-Heterogeneity, a cura di M. Featherstone, S. Lasch, R. Robertson, Global Modernities. From Modernism, to Hipermodernism and Beydon, London 1995), pensa all’interazione tra universalismo e particolarismo soprattutto dal punto di vista della percezione riflessiva che i soggetti hanno dell’intero processo. Il sociologo L. Gallino (Globalizzazione e sviluppo della rete, Atti del convegno Mappe del ‘900, Rimini 22-24 novembre 2001, in “Viaggi di Erodoto”, supplemento 14 (2001), 43-44, p. 125) definisce la globalizzazione come processo di “accelerazione e intensificazione che si sta configurando come un sistema unico, funzionante in tempo reale” quindi “universalismo del mercato”.

[2]E’ caduto, certo, quel Muro egemone che da Berlino gettava un’ombra su tutto. E’ finito il mondo bi-orwelliano dei Grandi Fratelli ideologici che dettavano a tutti le regole della guerra e della pace. Le due Coree potranno forse profittarne. Ma é davvero senza muri, questa globalizzazione post-ideologica che ha preso il posto dell’ordine imperiale sovietico- americano? L’occasione ci sembra buona, al contrario, per riflettere sull’' inquietante sorgere delle nuove barriere, sulla nascita di steccati inediti o prima trascurati, su quelle linee di confine che non sono più' soltanto geopolitiche ma diventano di volta in volta geoeconomiche, tecnologiche, culturali. […]. La globalizzazione solleva problemi non previsti e non studiati», riconosce Henry Kissinger prendendo atto delle nuove fratture. Non sono forse abissi sempre più profondi quelli che dividono gli utenti di Internet da chi non sa navigare in rete, i ricchi sempre più ricchi dai poveri sempre più poveri, i fruitori di tecnologie d' avanguardia da chi non ne dispone? Al paradosso di una mondializzazione che nel contempo aggrega e divide, Kofi Annan risponde ponendo all' Onu traguardi temerari: Internet per tutti nel sud del mondo, diecimila terminali on-line per l’aggiornamento sanitario negli ospedali dimenticati, una crociata globale per la lotta all' Aids là dove fa più vittime, il dimezzamento entro quindici anni del numero di chi (uno su cinque) oggi sopravvive con un dollaro al giorno e senz' acqua potabile. Utopie, vaneggiamenti di chi scorda che il progresso non è mai stato uniforme? E' evidente che la povertà e le malattie sono mali antichi. Ma proprio da un mondo nuovo che si vorrebbe senza Muri, e che molte barriere ha già abbattuto, è legittimo attendersi una globalizzazione più equilibrata e più ambiziosa, che sappia meglio conciliare sfide geopolitiche e interdipendenze economiche, che sia in grado di cogliere ovunque la grande occasione della tecnologia, che non trascuri diritti umani e difesa dell' ambiente, che non faccia compiere ad alcuni un balzo nel futuro mentre altri affogano nel passato. (Cfr., F.Venturini, Il disgelo tra le due Coree e un' illusione pericolosa: quell’ultimo muro, in “Corriere della Sera”, p. 001.015, 12 aprile 2000).

[3] T. L. Friedman, The World is Flat, 3.0. a Brief History of the Twenty-First Century, 2007.

[4] A. Giddens, Runaway World: How Globalization is Reshaping Our Lives, 2000.

[5] U. Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Roma 1999, p. 15.

[6]Rapporto sui diritti globali 2008, (a cura di) Associazione Società Informazione, 2008, p. 27.

[7] Il concetto di governance si oppone a quello di government inteso come pianificazione di tipo prescrittivo (calato dall’alto) a carattere razionale formale, laddove cioè le soluzioni adottate sono logicamente consequenziali ai problemi universalmente rivelati. Nella governance invece i bisogni vengono lette come localmente situati ( e pertanto non generalizzabili a qualsiasi contesto) e le soluzioni generate sono specifiche e rispondenti alle problematiche locali, hanno cioè un carattere di razionalità sostanziale in quanto create ad hoc per uno specifico contesto territoriale.

[8] A questo proposito ricordo che l’enfasi posta sulla tesi del sociologo tedesco riguardante l’etica protestante, ha spinto nell’ombra i contributi di teologi come Pietro Giovanni Olivi, Alessandro di Alessandria fino a Bernardino da Siena.

[9] Benedetto XVI, Combattere la povertà, costruire la pace, messaggio per la celebrazione della “Giornata mondialedella pace”, 1° gennaio 2009.

[10]A. Sen (in Globalizzazione e libertà, Milano 2002), definisce “capacitazioni” (capabilities) l’insieme delle risorse relazionali di cui una persona dispone, congiunto con le sue capacità di fruirne e quindi di impiegarlo operativamente. Nella letteratura viene spesso anche indicato con il concetto di capitale sociale, sintesi degli aspetti materiali e immateriali della relazione tra persona e situazione, anche se tale definizione non è certo univoca. Ma condizioni o eventi inediti e critici, spesso si accompagnano al collasso del capitale sociale, nel senso che si “smaglia” il reticolo sociale con la conseguente perdita di relazioni e diminuzione del sostegno sociale. Anche le personali capacità (le proprie capabilities, secondo A. Sen) e la propria competenza ad agire, subiscono una sorta di interruzione. Martha Nussbaum, invece, individua tre tipi di capacità: quelle fondamentali, quelle interne e quelle combinate. La sua analisi parte dalla centralità della persona e da ciò che può fare (ovvero in quanto competente per l'azione), mettendo in secondo piano le preferenze personali e ogni considerazione sui diritti. Scrive, infatti, che il suo disaccordo con Sen riguarda la difesa di questi della “ complessa forma di consequenzialismo non utilitari” e la  critica del punto di vista secondo cui i diritti dovrebbero essere intesi come fonte di costrizioni collaterali. La Nussbaum  sostiene invece  una diversa versione di quel punto di vista, mettendo le” capacità centrali al posto dei diritti”perché non si che non si possono violare le capacità centrali per perseguire altri tipi di vantaggi sociali.. Le capacità, che mettono in grado le persone di fare ciò che veramente possono fare (e non sono infatti “semplici funzionamenti”), costituiscono il fondamento dei diritti che non si possono né scegliere, riguardo al godimento con riguardo alle preferenze, né tanto meno determinare in conseguenza dei bisogni. M. Nussbaum è convinta che soltanto l’affermazione del “principio della capacità individuale (e individualizzata) e della personaintesa come fine, ognuno è in grado di dare un apporto alla società (“minimo sociale”) in base ad un modello che condivide “l'idea intuitiva di una vita che sia degna della dignità di un essere umano” (M. Nussbaum., Giustizia sociale e dignità umana, Bologna 2002.

[11] S. Strange, The Retreat of the State: The Diffusion of Power in the World Economy, 1996.(trad it “Chi governa l'economia mondiale?: crisi dello stato e dispersione del potere”, tradotto da L. Cecchini, Il Mulino, 1998).

[12] A. Giddens, The Consequences of Modernity, Cambridge 1990 (Trad it. “Le conseguenze della modernità. Fiducia e rischio, sicurezza e pericolo”, Bologna 1994).

12L’idea del “globalismo giuridico” è stata proposta nella seconda metà del secolo scorso da autori come Richard Falk, Norberto Bobbio e in particolare da Jürgens Habermas che si sono riferiti all’idea kantiana del Weltbürgerrecht o “diritto cosmopolitico”. La premessa filosofica del “globalismo giuridico” è l’unità morale del genere umano. Questa idea giusnaturalistica ed illuministica era stata articolata da Hans Kelsen in alcune tesi teorico-giuridiche che traducevano l’universalismo kantiano nell’istanza della globalizzazione del diritto nella forma di un ordinamento giuridico universale che riconoscesse a tutti gli uomini una piena soggettività di diritto internazionale ed assorbisse in sé ogni altro ordinamento. Un “organismo centrale” si identificherebbe, in linea di principio, con un parlamento mondiale. In particolare Habermas sostiene che la tutela dei “diritti dell’uomo” deve essere sottratta ad organismi nazionali ed affidata a uno o più organismi internazionali. Infatti, per Habermas l’universalità della dottrina dei diritti dell’uomo che nel fatto che i suoi standard normativi sono dettati dalla necessità che oggi tutti i paesi hanno di rispondere alle sfide della modernità e alla crescente complessità sociale che essa comporta. (Cfr., R. A. Falk, Human Rigts and State Sovereignty, New York 1981; N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Bologna 1979; J. Habermas, Die Einbeziehung des Anderen, Frankfurt a. Main 1996, trad. it., L’inclusione dell’altro, Milano 1998).

[14] M. Albrow, The Global Age, State and Society Beyond Modernity,1996.

[15] Nel the great globalization debate si è inserito anche l’Human Development Report del 1999, a cura dell’United Development Programme (UNDP) ma sinteticamente si può affermare che gli apologeti e i critici formano due posizioni opposte: i primi difendono il processo come sviluppo coerente della rivoluzione industriale che evidenzia la indiscutibile superiorità dell’Occidente e produce l’effetto benefico dell’erosione delle sovranità nazionali a tutto vantaggio delle corporationeconomiche e finanziarie. A questi si oppongono alcuni analisti (vedi George Soros) che pur condividendo l’ottimismo per la globalizzazione sottolineano l’esigenza che i mercati non siano lasciati alla pura logica capitalistica della concorrenza e del profitto. Le istituzioni del Bretton Woods (nate nel dopoguerra per dettare i pricipi delle ralazioni internazionali e regolare il tasso di cambio rispetto ad un valore fisso del dollaro dando vita al FMI –Fondo Monetario Internazionale - e al GATT -General Agreement on Tariffs and Trade, Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio, firmato, a livello internazionale il 30 ottobre1947 a Ginevra da 23 paesi, per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale - non hanno tenuto il passo. Infatti, si nota una crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza, turbolenza dei mercati, aumento spese militari, conflitti armati, esodi di massa. C’ è una posizione intermedia, quella di Paul Hirst, che può essere definita “scettica” dal punto di vista cognitivo. La globalizzazione non è una novità se è vero come è vero che alla fine dell’Ottocento e nel primo decennio del Novecento, le attività produttive e finanziarie erano già diffuse internazionalmente interessando le tre aree geografiche più grandi: Europa, Giappone. Malgrado le èlites tendano a sottacere gli effetti negativi della globalizzazione e continuino ad affermare che si realizzerà la “scomparsa del Terzo” mondo come effetto della nuova era messianica, un quarto della popolazione mondale vive in condizioni di povertà assoluta come dire che l’equazione tra globalizzazione e sviluppo umano non può essere data per scontata. Senza andare in ogni modo lontano, basta guardare quello che accade nel mercato del lavoro del nostro Paese per comprendere come la deregulation abbia prodotto guasti che al momento sembrano irreparabili.

[16] G. Marramao, Passaggio ad occidente. Filosofia e globalizzazione, Torino 2003.

[17] E. Jünger, Der Weltstaat. Organismus und Organisation, 1960 (trad. it., Lo Stato mondiale. Organismo e Organizzazione, Parma 1998).

[18]Il M.A.U.S.S. (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) viene fondato nel 1981 a Parigi e vede come propri fondatori, nonché principali animatori, Alain Caillée Serge Latouche. L’opera di questi due autori è fondamentale per comprendere l’orizzonte di pensiero che caratterizza il movimento stesso, imperniato su una critica all’assioma utilitarista, che viene indicato come il principio fondante la struttura della società moderna e contemporanea. Il testo di Caillé “Critica della Ragione Utilitaria”, considerato manifesto del movimento antiutilitarista, introduce il concetto che sta alla base di questa critica; nell’introduzione, infatti, l’autore scrive: «…L’utilitarismo non rappresenta un sistema filosofico particolare o una componente fra le altre dell’immaginario dominante nelle società moderne. Piuttosto è diventato quello stesso immaginario; al punto che, per i moderni, è in larga misura incomprensibile e inaccettabile ciò che non può essere tradotto in termini di utilità e di efficacia strumentale». Il gruppo trae ispirazione dal celebre sociologo francese degli inizi del ventesimo secolo, Marcel Mauss, la cui opera più famosa, l’Essai sur le don (1924), è senzadubbio la più magnifica confutazione mai scritta delle ipotesi che sono alla base della teoria economica utilitaristica. In un’epoca in cui ci viene ripetuto allo sfinimento che il “libero mercato” è il risultato naturale e necessario della natura umana, il lavoro di Mauss –che dimostra che non soltanto la maggior parte delle società non occidentali nonsi basano sui principi del mercato, ma che questo vale ugualmente per la maggioranza degli Occidentali moderni- risulta piùpertinente che mai. Il dono, in una società moderna che sottolinea l’utile e l’economico, sembra essere un residuo di una mentalità del passato. Invece, è presente in varie forme. Anzi, niente può crescere e funzionare se non nutrito da esso. C’è il dono in amore, in amicizia, il dono agli ospiti e agli stranieri. C’è il dono perfino nello spazio del lavoro, nel tempo e nel sostegno che si rivolge ai colleghi. Il dono è alla base della nostra società moderna, molto di più e di quanto non pensiamo. Lo spirito del dono, infatti, si basa su una triplice obbligazione: l’obbligo di dare, l’obbligo di ricevere, l’obbligo di ricambiare. Il dono è un circolo. Il dono è il filo che tesse la relazione, che costruisce l’amicizia, il legame sociale, perché “obbliga” nel tempo, ci rende costantemente e irrinunciabilmente dipendenti gli uni degli altri.

globalizzazione

Giovedì, 23 Febbraio 2017 00:00

LA GLOBALIZZAZIONE

 

 

DEFINIZIONE

 

L'OCSE ( Organizzazione  per la cooperazione e lo sviluppo economico  ) definisce la globalizzazione come “un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi Paesi diventano sempre più interdipendenti, grazie allo scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia”. La globalizzazione si riferisce perciò principalmente ai mercati - più quelli finanziari che quelli economici - ma in realtà comprende ogni aspetto dalla vita moderna.

QUANDO?

Sebbene il processo sia iniziato secoli fa (scoperta America, 1500), è a partire dagli anni 1970 che la globalizzazione ha subito una grande accelerazione.

PERCHE’ SI  E PERCHE’ NO

La globalizzazione è stata spesso presentata come la medicina a tutti i mali del mondo - sopratutto per la lotta alla povertà e per il fatto che si potevano aiutare i Paesi più poveri e quelli in via di sviluppo.

Ma, poiché i risultati non sono stati positivi (vedi lo sfruttamento delle aree più povere, come l’Africa e l’India; lo sfruttamento della manodopera a più basso costo che è praticata dalle multinazionali grazie alla delocalizzazione; vedi lo sconsiderato utilizzo delle risorse naturali che provocano gravi danni all’ambiente) la globalizzazione è  criticata e contrastata dalle organizzazioni della società civile (no global) che l’accusano di lasciare le sorti del mondo agli interessi delle grandi multinazionali e di permettere agli Stati più forti di decidere per tutti.

IN  EFFETTI

E' ormai fuori dubbio che la globalizzazione abbia portato benefici alquanto limitati alle popolazioni più povere dei Sud del mondo, mentre non ha favorito la internazionalizzazione dei diritti umani. Infatti mentre i paesi sottomessi alle dittature accedono all’uso della strumentazione tecnologica, però non vedono riconosciti i diritti umani quali: la libertà di spostamento, di religione, di voto.

CONCLUDENDO

Le recenti crisi economiche e finanziarie stanno sollevando nuovi interrogativi sulle politiche finora adottate in nome della globalizzazione.

CARATTERISTICHE

Le caratteristiche fondamentali della globalizzazione sono le seguenti.

a) A livello culturale, l’omologazione linguistica, materiale e culturale porta all’abbattimento delle differenze promuovendo un unico modello culturale e di stile di vita: la globalizzazione impone un prodotto standardizzato che viene offerto sul mercato internazionale.

b) A livello politico, la situazione caratteristica del Novecento, basata sull’equilibrio spesso conflittuale tra gli stati-nazione, si trasforma in un nuovo modello dove i diversi sistemi politici si uniformano a livello istituzionale

c) A livello sociale, si registra il contemporaneo aumento della ricchezza e della povertà, che significa un aumento delle disuguaglianze sia a livello internazionale sia all'interno dei paesi: la globalizzazione si accompagna quindi ad uno sviluppo economico e sociale diseguale.

d) A livello economico, l’organizzazione dell’attività produttiva è tanto importante al punto che gli Stati nazionali fanno leggi per la delocalizzazione e la mobilità degli investimenti.

⫸GUARDANDO IN AVANTI

Nel presente molti studiosi di scienze umane, sociali ed economiche si chiedono se i costi della globalizzazione siano maggiori dei benefici e perciò  si applicano alla creazione di un altro modello economico di riferimento che corregga gli squilibri della globalizzazione: tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, tra paesi vecchi e paesi giovani. Per il momento non c’è un nuovo modello che sostituisca quello della globalizzazione, ma ci sono molti  critiche che non riescono ancora a creare un sistema nuovo economico di riferimento che vada bene per tutti in quanto la globalizzazione, intesa come possibilità di conoscenza globale, è una conquista che non può essere negata. 

Successo populista

Lunedì, 20 Febbraio 2017 00:00

Le ragioni del successo populista: ipotesi a confronto

Di Marco Tarchi

La capacità delle forze populiste di sfruttare dal punto di vista elettorale le esplosioni di emotività collettiva suscitate dall’opposizione all’immigrazione e dalla protesta antipolitica non basta a spiegarne pienamente il successo. Diverse sono le ipotesi interpretative a riguardo, che da una parte sottolineano la capacità di questi partiti di combinare il radicalismo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, dall’altra tendono a spiegarne il ruolo crescente inserendoli all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, da un’altra ancora ne evidenziano la capacità di risposta all’inquietudine di molti cittadini europei di fronte a fenomeni ai quali non erano preparati, in primo luogo la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale.

L’ascesa del Front National a primo partito francese nel primo turno delle elezioni regionali dell’autunno 2015, il clamoroso risultato del candidato della FPÖ Norbert Hofer nel ballottaggio delle presiden­ziali austriache del maggio 2016 e il successo della campagna pro-Brexit guidata dall’UKIP di Nigel Farage hanno consolidato l’im­magine di una nuova ondata elettorale delle formazioni populiste europee e riacceso un dibattito aperto ormai da quasi due decenni sulle ragioni di questo consenso.

Nella polemica politico-giornalistica, molti osservatori hanno ricon­dotto il fenomeno o a una ricaduta della predicazione antipolitica in­nescata dai frequenti episodi di corruzione dei più recenti decenni, o al riproporsi sotto mentite spoglie delle eterne ambizioni antidemocrati­che della destra estrema, oppure, sul versante opposto, a una ribellio­ne di strati sociali trascurati e inquieti all’autoreferenzialità di un ceto dirigente cieco o incosciente di fronte al manifestarsi dei lati oscuri della globalizzazione. Argomenti che hanno senz’altro in sé frammen­ti di verità e servono a lanciare campagne politiche, ma che in sede scientifica abbisognano quantomeno di sostanziose integrazioni, che il dibattito fra gli studiosi di questo tema si sforza di offrire.

Fra politologi e sociologi ha infatti sempre meno credito la tesi che fa dei partiti populisti dei movimenti monotematici, la cui capacità di presa sugli elettori sarebbe legata esclusivamente all’emersione di due temi che suscitano forti esplosioni di emotività collettiva e di cui, per diverse ragioni, i concorrenti non sono in grado di approfittare: l’op­posizione all’immigrazione e la protesta antipolitica. Entrambe que­ste tematiche hanno svolto una funzione importante nel sottrarre le formazioni populiste alla marginalità, ma è azzardato sostenere che, da sole, l’una o l’altra abbiano potuto condurre all’attuale situazione.

L’immigrazione di massa ha certamente immesso nel clima sociale dei paesi industrializzati preoccupazioni psicologiche in grado di in­taccare le preesistenti identificazioni dell’elettorato nei partiti tradi­zionali. Non vi è dubbio che la condanna delle politiche permissive di molti governi verso un fenomeno in costante crescita, attivando meccanismi di difesa da minacce culturali (come la perdita dell’a­bituale stile di vita conviviale e la forzata accettazione di compor­tamenti inusuali dettati da costumi religiosi e/o etnici sconosciuti o mal conosciuti) ed economiche (la presunta insidia del posto di lavoro, il timore di veder calare i benefici del welfare state dovendoli spartire con i lavoratori stranieri) ha favorito i partiti populisti. In alcuni casi li ha fatti conoscere al pubblico, consentendo loro di dis­sodare in perfetta solitudine un campo nel quale i concorrenti non osavano mettere piede temendo l’inevitabile accusa di xenofobia e i costi connessi. In altri li ha collocati al centro del dibattito politi­co, sia pure nella scomoda posizione di pecore nere, di trasgressori dell’imperativo etico della solidarietà verso i diseredati e di alfieri dell’egoismo e dell’emarginazione dei più deboli. In entrambi i casi ha consentito loro di proiettare un’immagine ben diversa da quella dei combattenti di anacronistiche battaglie di retroguardia che pesa­va sulle forze politiche neofasciste.

Quanto invece all’atteggiamento antipolitico, di cui questi par­titi hanno fatto una bandiera, è possibile che esso, degradandoli a espressione degli umori protestatari che investono ciclicamente i sistemi democratici, ne abbia fatto ritenere poco credibile l’aspira­zione a svolgere ruoli di governo; ma i vantaggi ottenuti critican­do sistematicamente l’establishment e l’insensibilità dei politici di professione hanno ampiamente bilanciato le perdite sul versante della rispettabilità. Sfidare le regole del politi­cally correct è diventato anzi, per loro, un modo privilegiato per distinguersi dagli avversari e ac­cusarli di conformismo. In un’epoca nella quale il richiamo delle ideologie è sempre più flebile e l’attenzione ai risultati concreti conseguiti dai governi sta diventando la bussola più utilizzata per orientare i comportamenti di voto, i partiti populisti hanno dato espressione a una delusio­ne diffusa rispetto al funzionamento dei sistemi democratici, riscuotendo nelle urne i dividendi dell’investimento fatto. In particolare, il tenden­ziale avvicinamento dei programmi dei partiti di destra e di sinistra, nonché delle politiche da essi praticate quando hanno assunto responsabilità di governo a livello centrale o locale, ha accen­tuato la visibilità di questi partiti di protesta ra­dicale. E a creare un terreno fertile alla predicazione populista hanno contribuito l’affievolimento delle passioni politiche ideologiche, il ridimensionamento organizzativo dei partiti che di esse avevano fat­to uno strumento di educazione civica e integrazione psicologica dei cittadini e la delegittimazione del ceto politico professionale, in un contesto in cui élite tecnocratiche e gruppi di potere economico non nascondono l’ambizione di guidare direttamente gli affari pubblici senza dover sottostare ai controlli e alle lungaggini del processo di investitura democratica.

Tutte le formazioni populiste hanno assegnato un grande rilievo a questi temi nel loro discorso, contando sul vantaggio dato dalla pos­sibilità di appropriarsene; solo alcune hanno però saputo farvi leva efficacemente. In vari paesi, i movimenti che hanno fatto degli im­migrati o della partitocrazia l’unico bersaglio di propaganda sono rimasti allo stadio gruppuscolare o sono rapidamente regrediti dopo qualche episodico successo elettorale. Ciò dimostra che enfatizzare un unico argomento di campagna non giova al successo di questi partiti, una delle cui caratteristiche consiste nel sapersi conquistare una base di sostenitori che attraversa i confini delle preesistenti ap­partenenze politiche ed è attratta non tanto da proposte monotema­tiche quanto piuttosto dalla natura composita e ad ampio raggio del programma che le viene proposto. Questo dato è stato colto da quasi tutti gli studiosi del fenomeno populista, i quali tuttavia lo interpre­tano seguendo due schemi diversi e, in più punti, alternativi.

Il primo filone interpretativo connette il successo di questi partiti alla capacità di porre in atto una strategia che combina il radicali­smo verbale e la politica simbolica con gli strumenti del marketing politico, producendo tribuni ancora capaci di infiammare le masse dei seguaci dall’alto di un palco comiziale ma a proprio agio anche nei salotti da talk show televisivo, nei dibattiti con esponenti della politica ufficiale. L’uso di toni estremi è per questi “telepopulisti” solo uno strumento verbale, utile, più che per conquistare i favori delle frange più esasperate dell’elettorato conservatore, per attrarre i settori dell’opinione pubblica più delusi dalla politica o meno attratti dalle sue controversie astratte, primi fra tutti gli astensionisti, calcan­do i toni dell’attacco ai bersagli preferiti, connessi a preoccupazioni concrete e immediate. Fra questi figurano da un lato lo status quo di una società in stallo, garantito dai sindacati e dai governi socialdemocratici ma anche dagli esecutivi conservatori amanti del quieto vivere e poco propensi a dar seguito ai propositi di ri­voluzioni liberali, che proteggono i privilegi dei lavoratori inseriti nei settori economici sussi­diati direttamente o indirettamente dallo Stato abbandonando alla deriva gli operatori della piccola e media industria, e dall’altro la società multiculturale, distruttrice delle tradizioni e dei modi di vita indigeni.

Secondo questa interpretazione i partiti populi­sti, agitando il modello di una democrazia ideale sottratta alla corruttrice egemonia di classi poli­tiche interessate esclusivamente al proprio torna­conto, promettono di dar voce alla gente comune e di armonizzarne gli interessi alla luce del buonsenso e di un’etica produttivistica che attribuisce valore agli individui nella misura in cui il loro impegno offre un contributo all’intera comunità. Da ciò discendono la cele­brazione delle virtù del popolo laborioso, oppresso dal fisco e sfrut­tato da un’oligarchia di burocrati e maneggioni, e l’insistente ricorso alla dicotomia noi contro loro, la gente ordinaria titolare della sovra­nità contro l’oligarchia che se ne è distaccata e ne tradisce le aspet­tative. Questo stato d’animo si traduce nella richiesta di sostanziali riduzioni delle tasse, del ridimensionamento della spesa pubblica a fini assistenziali (o dell’esclusione degli stranieri dalla possibilità di usufruirne) e dell’avvio di privatizzazioni su larga scala, ma anche nella promozione di strumenti di democrazia diretta – in primo luo­go il referendum – che consentono di scavalcare la mediazione dei partiti e dei politici di professione. A queste rivendicazioni si affianca la promozione di un nazionalismo economico che vede nella grande finanza, negli speculatori di borsa e nelle società multinazionali gli artefici di un sistema di sperequazioni sociali di cui l’immigrazione di massa dai paesi poveri, che garantisce il contenimento dei salari ope­rai e alimenta forme di concorrenza sleale a danno dei commercianti al dettaglio, è una pedina fondamentale.

Una diversa linea di lettura dei successi dei movimenti populisti li colloca all’interno dello scenario più generale di trasformazione della politica nelle società postindustriali, che vedrebbe contrapporsi una Nuova Sinistra partecipativa e libertaria, favorevole alla combinazio­ne di un intervento statale mirato alla redistribuzione dei redditi nel­la sfera economica e della massima autonomia individuale nella sfera culturale, e una Nuova Destra autoritaria, liberista in economia ma legata a una visione gerarchica della vita sociale, che contempla espli­cite limitazioni della diversità e dell’autonomia culturale dei singoli. In questa visione, più che a una reazione di circostanza connessa a specifici problemi, la forza dei partiti populisti, definiti appunto di Nuova Destra, andrebbe collegata all’emersione di un vero e pro­prio contro-movimento, attivo sui piani intellettuale e politico. Il loro atteggiamento, sollecitato più dallo “sciovinismo del benessere” che da nostalgie autoritarie, non può essere definito antisistemico in senso proprio, giacché essi assumono posizioni estreme ma collocate all’interno dell’ordine costituzionale e, pur operando ideologicamen­te lungo lo stesso asse politico che ha caratterizzato l’estrema destra qualche decennio addietro, ne ammorbidiscono le rivendicazioni per introdurle nell’agenda politica ufficiale, fungendo da cerniera, ma anche da linea di separazione, fra i settori dell’opinione pubblica mo­derata resi più inquieti dalla disgregazione del vecchio ordine morale e sociale e gli ambienti dell’estremismo antidemocratico.

Tenendo conto di queste interpretazioni, ma senza abbracciarne to­talmente nessuna, si possono ricondurre le cause del fenomeno a due dati fondamentali. Da un lato vi è l’intensificazione, a causa della globalizzazione economica, di trasformazioni strutturali che hanno messo in crisi il precedente meccanismo di politicizzazione dei con­flitti sociali e i partiti che se ne erano giovati, inceppando i sistemi di mediazione politica imperniati sul rapporto triangolare governi-par­titi-sindacati. Dall’altro vi è la crisi di legittimità della classe politica, aggravata dalla perdita di sovranità degli Stati nazionali, che ha por­tato al progressivo logoramento di gran parte dei regimi democratici europei e li ha esposti a sempre più frequenti e vivaci accuse di inef­ficienza e corruzione.

Ponendo questi fenomeni in stretto rapporto, Dominique Reynié ha avanzato l’ipotesi che meglio si adatta alle dinamiche attuali, co­niando la formula del populismo patrimoniale. Facendo notare che i partiti populisti hanno ottenuto il sostegno di settori sociali che vanno al di là delle vittime delle politiche neoliberali indotte dalla globalizzazione e hanno avuto successo anche in paesi o regioni le cui condizioni socioeconomi­che avrebbero dovuto ridurre, anziché fomenta­re, angosce e proteste, Reynié invita a tener con­to del ruolo svolto da stati d’animo diversi dal mero risentimento.

Un peso importante va attribuito, in questo qua­dro, all’inquietudine che si è insinuata in molti cittadini europei di fronte all’insorgere di feno­meni ai quali non erano psicologicamente pre­parati. Fra questi, la trasformazione delle società in senso multietnico e multiculturale. «L’attuale immigrazione – scrive Reynié – si verifica nel contesto pregnante della globalizzazione. È una raffigurazione della globalizzazione. Manifesta in maniera spettacolare l’intrusione del mondo nelle nostre vite» e determina la percezione di un’alterità culturale che suscita inquietu­dine. Anche quando le cifre ufficiali ne ridimensionano la portata, questo sentimento tende a persistere, perché: «In materia di immi­grazione, le impressioni contano più delle statistiche. […] La percen­tuale degli stranieri all’interno di una popolazione nazionale descrive la realtà giuridica di una situazione demografica ma non traduce il mondo percepito dall’opinione pubblica. […] Nel mondo ordinario, l’identità nazionale si legge spesso nell’apparenza fisica, nel colore della pelle, in un accento, negli abiti o nella religione».1 L’immigra­zione apre, agli occhi di chi la percepisce in questo modo, un duplice contenzioso, economico e culturale. Qui si inseriscono, con il loro messaggio, i populisti, che invocano la crisi identitaria perché san­no di toccare una ferita collettiva reale. Affiancando all’inquietudine identitaria quelle socioeconomiche e politiche, essi affiancano isla­mofobia, euroscetticismo, adesione all’economia di mercato e anti­fiscalismo.

È sulla base della difesa di questo duplice patrimonio ereditato – un livello di vita e un modo di vita – che i partiti populisti hanno gettato le basi dei loro attuali successi. Ed è su questo terreno che i loro av­versari sono chiamati ad affrontarli.

[1] D. Reynié, Les nouveaux populismes, Fayard-Pluriel, Parigi 2013, pp. 70 e 78-81

Amministrazione Trump

Giovedì, 16 Febbraio 2017 00:00

L’amministrazione Trump

Mario Del Pero

Chi pensava che dopo il voto Donald Trump si sarebbe prontamente riposizionato al centro è chiamato a un brusco risveglio. La prima nomina, quella a capo di gabinetto di Reince Priebus, il presidente del Comitato Nazionale Repubblicano, sembrava rispondere a una logica mediana e conciliatrice, sia per il ruolo istituzionale rivestito da Priebus sia per la sua vicinanza a Paul Ryan, lo speaker della Camera con il quale Trump è più volte entrato in rotta di collisione. Le decisioni successive sembrano però andare in tutt’altra direzione. Come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto l’ex Generale dell’Esercito Michael Flynn, a lungo registrato come democratico, e che nel 2014 Obama sollevò dall’incarico di Direttore dell’intelligence del dipartimento della Difesa. Flynn ha un passato operativo nelle forze speciali in Afghanistan e Iraq, è stato molto critico nei confronti della politica mediorientale di Obama e ha in più occasioni esplicitato il suo convincimento che il nemico sia l’Islam in quanto tale (a queste posizioni islamofobe si è aggiunto, durante la campagna elettorale, un brutto scivolone antisemita per il quale si è dovuto scusare). Flynn ritiene inoltre che la collaborazione con la Russia di Putin sia non solo auspicabile ma necessaria. Alla giustizia va il senatore dell’Alabama Jeff Sessions, un passato lontano da procuratore caratterizzato da diversi scontri con associazioni per i diritti civili; e un passato recente durante il quale ha sostenuto posizioni draconiane in materia d’immigrazione illegale ed è stato tra i pochi membri del Congresso a non schierarsi contro le pratiche aggressive d’interrogatorio di sospetti terroristi (si legga uso della tortura) utilizzate con Bush. Per guidare la CIA è stato scelto il deputato del Kansas ed ex ufficiale dell’Esercito, Mike Pompeo; un membro del Tea Party che si è distinto per il suo ruolo durante l’inchiesta relativa all’assassinio nel 2012 dell’ambasciatore in Libia Christopher Stevens (Pompeo e un altro deputato hanno presentato una relazione di minoranza, molto più critica nei confronti dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton, rispetto a quella approvata dai loro colleghi di partito). Anche Pompeo ha difeso l’uso della tortura, posizione, questa, abbracciata dallo stesso Trump durante la campagna elettorale. Infine – decisione forse più controversa di tutte – il futuro Presidente ha nominato suo consigliere speciale Steve Bannon, l’ex Presidente del sito d’informazioni della “destra alternative” (alt-right) “Breitbart News”. Bannon – che già aveva coordinato l’ultima fase della campagna elettorale di Trump – è campione di un nazionalismo estremo, anti-establishment e anti-globalizzazione. Che sia anche un antisemita o un suprematista bianco è più difficile a dirsi. Di certo Breitbart offre un modello d’informazione urlata, aggressiva e quasi violenta. Rispetto a queste nomine, tre considerazioni possono essere fatte. La prima è che la lealtà dei pochi che hanno apertamente sostenuto Trump è stata immediatamente ricompensata. Sessions e Flynn, in particolare, si sono schierati con il miliardario newyorchese quando la sua sembrava una sfida impossibile. È probabile che queste nomine siano poi bilanciate da altre più moderate, tanto che si parla addirittura di una possibile inclusione nella squadra di governo di Mitt Romney, il candidato del 2012 che nei mesi scorsi ha attaccato in più occasioni Trump, apostrofandolo addirittura come “truffatore”. Il messaggio che Trump dà è però inequivoco oltre che in una certa misura corretto nell’interpretazione del voto: la vittoria è stata sua e suo è di conseguenza, in questo momento, il partito, che lo deve seguire e non ha i mezzi, e la legittimità, per contrastarlo o anche solo per negoziare alla pari. La seconda considerazione è relativa all’alta valenza simbolica e politica di queste scelte. Trump va allo scontro con quel pezzo di paese che gli ha votato contro e nel farlo soddisfa le posizioni non tanto dell’elettorato repubblicano nel suo complesso, quanto di quella parte d’America che lo ha trascinato alla nomination prima e sostenuto nella lunga, difficile campagna elettorale poi. Terzo e ultimo: tutto ciò si rifletterà, almeno in una prima fase, anche sulle politiche. Sessions alla guida di un dipartimento chiave come quello della Giustizia, in particolare, indica che su temi nodali come l’immigrazione e le tutele delle minoranze si può attendere un cambio di rotta radicale.
L’azzardo è però evidente e il rischio politico, una volta superata la sbornia post-elettorale, assai elevato. Trump sembra comportarsi come se avesse ottenuto un ampio e inequivoco mandato. Non è ovviamente così, visto che si è trattato di un’elezione risolta per pochissimi voti e con un paese spaccato a metà. Dentro il partito repubblicano sono ancora ben rappresentate posizioni diverse se non opposte (il fronte anti-russo, guidato dal senatore McCain, rimane ad esempio influente). Per la conferma delle nomine presidenziali basta oggi la maggioranza semplice del voto al Senato: una misura, questa, paradossalmente voluta dai democratici nel 2013 per aggirare l’ostruzionismo repubblicano contro Obama. I senatori democratici sono però 47/48: sufficienti per costruire maggioranze contingenti con pochi transfughi repubblicani o, ancor più, per attuare un’azione sistematica e implacabile di ostruzionismo (ci vogliono 60 senatori per chiudere una discussione e portare una misura al voto). Trump ha insomma rilanciato subito. Forse è nella natura del personaggio. Forse è coerente con quello che la sua base gli chiede. Di certo è un rischio che prelude a una fase di ulteriore, preoccupante scontro politico.

PapaFrancesco leader inclusivo

Lunedì, 13 Febbraio 2017 00:00

Papa Francesco, leader inclusivo nell’epoca degli etno-nazionalismi, Riccardo Cristiano

 

Nelle ore in cui Donald Trump giura su due Bibbie – quella di Lincoln e quella della sua famiglia – e si insedia alla Casa Bianca, quale prodotto anche di quel cristianesimo poco misericordioso, intriso di “guerre culturali” e da subito ostile a papa Francesco, a Roma tanti studiosi si confrontano su “il cristianesimo al tempo di papa Francesco”. Forse parlare di “cristianesimi” sarebbe stato più chiaro. Anche perché le diversità tra quello che applaude ai confini e quello che vuole superarli sono apparse evidenti, già con le relazioni “americane” di Massimo Franco e Gianni La Bella.

Con il linguaggio ecclesiale che è proprio di un cardinale, Walter Kasper ha presentato così la grande novità-Bergoglio: “per lui il Concilio Vaticano II non è un tema da approfondire, ma un punto di partenza”. Senza sapere cosa sia stato il Vaticano II e il cinquantennale confronto sulla sua interpretazione è difficile capire. Ha aiutato il professor Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e animatore della conferenza, dicendo che chi pensa di capire la riforma di Bergoglio mettendo insieme gli accorpamenti dei Pontifici Consigli difficilmente arriverà al punto: la riforma di papa Francesco è un processo al cui centro c’è una rivoluzione culturale. Chiesa dei poveri, Chiesa delle periferie, Chiesa del governo dal basso che come modello salva la democrazia in un’epoca in cui lo stato napoleonico non funziona più, sono i punti cruciali della predicazione di Bergoglio, che non la cala dall’alto, non la impone, ma avvia processi.

In effetti si può dire che il Concilio Vaticano II è stato una rivoluzione culturale, basata sul dialogo con l’ebraismo, le altre religioni e la modernità, e quella rivoluzione papa Francesco non intende “interpretarla”, ma farla procedere, dotandola degli strumenti necessari per interloquire con gli uomini del Terzo Millennio, della globalizzazione, o forse delle post-globalità. Così seguire il convegno romano è interessantissimo per capire quale cristianesimo ci sia oggi e quale sia il nostro tempo. Il tempo in cui è “sovrano” il papa del dialogo con il mondo, in un mondo però che sembra rifluire negli etno-nazionalismi, nella paura dell’altro.

Secondo l’ultimo rapporto Demos papa Francesco ha la fiducia dell’82% degli italiani, mentre solo il 44% ha fiducia nella Chiesa. “Il credito di un papa straordinario che ha ribaltato la condizione di un papato che sembrava in crisi mortale- ha detto Andrea Riccardi- non passa facilmente alla vita ordinaria della Chiesa”. I problemi e i motivi sono tanti, ma uno tra quelli citati colpisce. La Chiesa cattolica può adeguarsi al mondo post-europeo eleggendo il primo papa non europeo, ma come può vivere, debitrice com’è della struttura dell’impero romano, con diocesi che mappano ogni angolo del mondo, come potrà coprire il territorio con la sua rete parrocchiale ma senza clero? E come pensarlo comunque in un mondo nel quale nel 2020 nove città avranno oltre venti milioni di abitanti? Trova qui radicamento la discussione sulle nuove figure che potranno accompagnare il sacerdote, ma soprattutto la scelta “missionaria” di papa Francesco. Non limitarsi alla proiezione ecclesiale nello spazio, ma puntare sul tempo, e sulla missione. Ecco il papa che parla, interloquisce con il mondo, con i fedeli, direttamente, parlando loro della fede con tenerezza, con un linguaggio accessibile a ciascuno.

Creare dunque un popolo non in termini “etnici”, o nazionali. Superare il limite dello spazio e così facendo far emergere anche la sete di leader spirituali che la secolarizzazione non ha eliminato. Bergoglio dunque è un leader inclusivo, che parla con Scalfari come si parla con un proprio simile, non con un “laico”. Non è il leader di un cattolicesimo “minoranza creativa”, compatto dietro i valori non negoziabili issati come vessillo: e infatti ha un proprio seguito tra i cattolici, ma anche al di fuori di essi, perché mira a costruire un popolo che in quanto tale non ha “limiti”. Il motivo per cui non indica ai suoi valori non negoziabili forse potrebbe essere detto anche così: per lui tutti i valori non sono negoziabili. Ma il professor Andrea Riccardi ha preferito essere più esaustivo, ed ha citato l’intervista al direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, nella quale Bergoglio ha detto: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale, e uso dei metodi contraccettivi. Essere profeti significa fare ruido, non so come si dice… La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. M in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo.” Dunque Bergoglio ha davvero una prospettiva inclusiva, non limitata a un “popolo ben configurato”. E allora si fa “telepredicatore” per raggiungere e portare la profezia tra i poveri, i diseredati, i dimenticati, i periferici, aprendo a loro le porte del Collegio Cardinalizio dove inserisce prelati di Capo Verde, Papua Nuova Guinea, Haiti, Tonga, Centrafrica, Bangladesh, Burkina Faso, Birmania, Etiopia… La riforma di papa Francesco è per Andrea Riccardi una rivoluzione culturale proprio per questo: “non ha una cultura istituzionale”, smonta la corte è vero, ma non lo Stato, perché non è fine a sé stessa ma a un processo di conversione. Dunque tutto dipenderà da come verrà recepita. Una riforma come questa deve generare dissenso, e il dissenso si è manifestato come mai negli ultimi tempi. Questo è importante e per il papa può essere positivo: se questo libererà anche il consenso e la manifestazione del consenso, le sue forme di aggregazione, il popolo che segue Bergoglio, dentro la Chiesa ma anche fuori di essa, riuscirà a riconoscersi e a prendere forma. Nell’epoca buia degli etno-nazionalismi, frutto di paura e smarrimento, sarebbe una controtendenza “provvidenziale”.

Misericordia et misera

Giovedì, 09 Febbraio 2017 00:00

Misericordia et misera

Marinella Perroni biblista , propone una lettura al femminile della Lettera apostolica di papa Francesco

“In questi tempi in cui siamo tutti molto sensibili all’utilizzo che si fa della simbologia femminile, è interessante notare che Papa Francesco, per aprire la Lettera Apostolica ‘Misericordia et misera’, abbia scelto, dal Vangelo di Luca e da quello di Giovanni, come icone della vita di fede e del rapporto misericordioso con Dio, proprio due donne”. A notarlo è Marinella Perroni, teologa e docente di Nuovo Testamento al Pontificio Ateneo S. Anselmo.

“La prima, l’adultera dell’episodio del Capitolo 8 di Giovanni, richiama l’atteggiamento fondamentale che Dio ha, diversamente dagli uomini della legge – ma io direi diversamente dagli uomini ‘maschi’ – rispetto alla colpa. Cioè, un atteggiamento di ristabilimento della dignità della persona colpevole, a partire dal monito nei confronti di coloro che vogliono un’applicazione ostruttiva, chiusa, della legge”.

Perdono e misericordia

“La seconda donna citata dal Papa – prosegue la Perroni – la peccatrice anonima di cui parla Luca al Capitolo 7 e che cosparge di profumo i piedi di Gesù – è l’espressione che il cammino di misericordia comincia sempre con un atto di perdono. Esprime cioè il legame molto stretto che c’è tra misericordia e perdono che mi sembra una sintesi della comprensione di tutta la storia biblica”.

L’ottusità degli uomini della legge

“Si può certamente pensare – aggiunge la teologa – e spero che venga fatto con l’utilizzazione di questa Lettera del Papa, di leggere queste due figure in rapporto sia al fariseo di Luca 7, sia agli uomini dell’episodio dell’adultera.Chiedersi, cioè, come mai ci sia questa difficoltà da parte della religiosità interpretata dagli uomini – almeno dell’epoca di Gesù –  a capire che Dio muove per altre strade. Perché ci sia questa incapacità a intuire che non sono le strade del sistema religioso nella sua chiusura, nella sua rigidità, ad interpretare il modo di agire di Dio, ma la strada è quella della relazione, del rapporto, sempre positivo e costruttivo piuttosto che colpevolizzante ed escludente”.

Il pericolo dello gnosticismo

“La Lettera apostolica del Papa che chiude il Giubileo mi sembra si possa dividere in due parti”, aggiunge la Perroni. “La prima corrisponde a una preoccupazione molto seria che Francesco ha sempre avuto e che cioè il cristianesimo sia vissuto solo in una dimensione ‘gnostica’: tutti sanno le cose ma nessuno le mette in pratica. E quindi, per il Papa, è importante capire che ciò che abbiamo fatto nei riti dell’anno giubilare non è chiuso in se stesso, ma è aperto verso il futuro. Verso una dimensione di vita che si fa espressione della misericordia ricevuta e della misericordia donata. Un’espressione molto concreta che non permette fughe in avanti di tipo mitologico”.

Rinnovamento della prassi ecclesiale

“Nella seconda parte – conclude la Perroni – assolutamente consequenziale alla prima, il Papa ripercorre tutta la prassi ecclesiale, da quella sacramentaria a quella catechetica, dando una normativa molto precisa e stabilendo qualcosa di molto preciso. E’ la dimostrazione che tutta la prassi ecclesiale può essere riproposta alla luce di una misericordia ormai acquisita come codice fondamentale del rapporto con Dio e del rapporto con i fratelli”.

Un dibattito sempre attuale

Lunedì, 06 Febbraio 2017 00:00

Un dibattito sempre attuale

RM

Il dibattito che spessissimo infiamma le prime pagine dei giornali, riguarda la presenza nel nostro Paese di una cultura teo-con la quale sempre più si va confrontando con i caratteri di una cultura laica non del tutto ancora definiti. Lasciando fuori della discussione il fatto che da sempre si verifica in Italia un assorbimento passivo delle mode fossero anche culturali provenienti dall’America che fanno dire ad alcuni osservatori che il nostro Paese è “prateria americana”, voglio soffermarmi celermente sul fatto che tale polemica, teo-con/laicismo, incrocia quello dell’identità, anch’esso di attualità dopo la sortita dell’ex presidente del senato Marcello Pera sui “meticci e sul meticciato. Questi eventi come dire, caricano di anticipazione il prologo del vangelo di Giovanni cher ci accompagna nella liturgia del Natale. Quali le motivazioni che inducono a questa conclusione?

L’ambiente in cui si diffonde il vangelo di Giovanni è un ambiente cosmopolita: quello giudaico della tradizione nel quale si parlavano almeno tre lingue, (l’aramaico, il greco ellenistico e l’ebraico) e nel quale convivevano diverse correnti religiose (accanto ai farisei e ai sadducei ce ne erano altre che si riflettono nella letteratura intertestamentaria, nel movimento di Qumran, nel movimento suscitato dal Battista, per non parlare dei partiti opposti e degli erodiani. Da un punto di vista culturale si confrontavano la filosofia popolare ellenistica (sotto l’influsso del platonismo) e la gnosi pre cristiana (soltanto se guardiamo ai filoni principali) insieme con l’ambiente del Nuovo Testamento. Proprio questa realtà così complessa ha fatto si che alcuni studiosi dicano che il vangelo di Giovanni è adatto ad un itinerario di nuova evangelizzazione in società complesse nelle quali è sostanzialmente in crisi il senso dell’uomo che rimanda ad una domanda più profonda intorno al senso della vita.

Il vangelo di Giovanni è infatti il vangelo della vita e come scriveva un fine studioso giovanneo quale fu Origene “…se bisogna…dire che di tutte le Scritture i vangeli sono la primizia … tra i vangeli la primizia è quello di Giovanni”. Perché possiamo concordare ancora oggi con questa affermazione? Per diverse ragioni ma non ultima è quella che ci proviene dal testo giovanneo: nessuna risposta sul senso della vita ha senso se non rimanda al senso ultimo della mia come della storia di tutti gli uomini che si compie oggi nell’atto di decisione della fede. L’uomo postmoderno, aperto a tutto e incapace di spiegare la realtà (viene sempre dall’America l’eco mai sopita del confronto tra sostenitori della teoria creazionista e di quelli della teoria evoluzionista), può malgrado le difficoltà nelle quali si dibatte costituire il luogo a partire dal quale il messaggio giovanneo diventa attuale. In principio, bereschit, occorre ritornare al principio, nel punto nel quale il Principio in principio si è fatto uomo in Gesù Cristo. Allora l’espressione di Genesi 1 “ad immagine e somiglianza” che ad una lettura e comprensione superficiale si carica dell’ambizione umana di fare un Dio a propria immagine, diventa invece il codice genetico dell’umanità che in Cristo ha il prototipo dell’umanità redenta che vive la realtà nuova della risurrezione alla quale dalla creazione in poi tutti e tutto apparteniamo.

Viene così esaltato non solo il principio unitario dell’origine ma anche quello dell’unità che si esalta nel principio ma anche nei termini del compimento. Possiamo riattualizzare nella difesa che lo Statuto dell’Associazione fa del principio della unitarietà come pienezza espressiva di una totalità che conosce differenze composte grazie al dono della pace. Schalom: reintegrazione, ritorno all’origine, partecipazione ad un modello che si definisce solo se articolato. Da qui potremmo anche arrivare a parlare se il tempo ce lo consentisse di un altro elemento che attualizza il vangelo giovanneo: quello della missionarietà, quello della chiamata, quello del servizio, quello del confronto, e così via fino a quello della universitas personarum rerum così importante in tempi come quelli che viviamo di globalizzazione che stenta a coniugarsi con la strenua difesa di tutto quanto è locale.

Anche per l’otto marzo abbiamo scelto un tema la cui parola chiave era sempre bereschit, in principio. Anzi la parola ebraica con la quale ha inizio l’Antico Testamento meglio tradotta suona: “in un inizio”. Questo inizio resta ancora indefinito, non è stato preceduto da altri inizi in quanto il tempo è creato con il mondo. La nuova creazione delineata nel Prologo giovanneo tende a farci riflettere sulla manifestazione di Cristo nella storia: anzi potremmo dire che Cristo decifra la storia ma la storia decifra Cristo. Questa è la risposta ai laici nostrani e anche a quelli che da oltre Oceano chiedono udienza al di là del Tevere perché, dicono. di conoscere Dio ma di non aver incontrato Cristo. Balle. La comunicazione di Dio avviene nella sua carne.

Ultima sottolineatura. A nessuno deve sfuggire che nel testo ebraico la prima parola bereschit ha la radice comune con Berit, Alleanza. A nessuno può sfuggire che la alleanza stabilita in Principio nel Principio-Cristo- con il mondo e con l’uomo rimanda però ad una domanda di senso più radicale: l’inizio rivela il primato di colui che precede e segna l’inizio in quanto è inizio. Allora dobbiamo veramente fare i conti con il nostro pensiero antropocentrico e trovare un differente punto di partenza per un’etica ed una fede in cui la nostra stessa posizione invece è stata sempre centrale. Tempi nuovi e azione nuova per tutte noi nella nostra associazione.

Un dibattito sempre attuale

Lunedì, 06 Febbraio 2017 00:00

Un dibattito sempre attuale

RM

Il dibattito che spessissimo infiamma le prime pagine dei giornali, riguarda la presenza nel nostro Paese di una cultura teo-con la quale sempre più si va confrontando con i caratteri di una cultura laica non del tutto ancora definiti. Lasciando fuori della discussione il fatto che da sempre si verifica in Italia un assorbimento passivo delle mode fossero anche culturali provenienti dall’America che fanno dire ad alcuni osservatori che il nostro Paese è “prateria americana”, voglio soffermarmi celermente sul fatto che tale polemica, teo-con/laicismo, incrocia quello dell’identità, anch’esso di attualità dopo la sortita dell’ex presidente del senato Marcello Pera sui “meticci e sul meticciato. Questi eventi come dire, caricano di anticipazione il prologo del vangelo di Giovanni cher ci accompagna nella liturgia del Natale. Quali le motivazioni che inducono a questa conclusione?

L’ambiente in cui si diffonde il vangelo di Giovanni è un ambiente cosmopolita: quello giudaico della tradizione nel quale si parlavano almeno tre lingue, (l’aramaico, il greco ellenistico e l’ebraico) e nel quale convivevano diverse correnti religiose (accanto ai farisei e ai sadducei ce ne erano altre che si riflettono nella letteratura intertestamentaria, nel movimento di Qumran, nel movimento suscitato dal Battista, per non parlare dei partiti opposti e degli erodiani. Da un punto di vista culturale si confrontavano la filosofia popolare ellenistica (sotto l’influsso del platonismo) e la gnosi pre cristiana (soltanto se guardiamo ai filoni principali) insieme con l’ambiente del Nuovo Testamento. Proprio questa realtà così complessa ha fatto si che alcuni studiosi dicano che il vangelo di Giovanni è adatto ad un itinerario di nuova evangelizzazione in società complesse nelle quali è sostanzialmente in crisi il senso dell’uomo che rimanda ad una domanda più profonda intorno al senso della vita.

Il vangelo di Giovanni è infatti il vangelo della vita e come scriveva un fine studioso giovanneo quale fu Origene “…se bisogna…dire che di tutte le Scritture i vangeli sono la primizia … tra i vangeli la primizia è quello di Giovanni”. Perché possiamo concordare ancora oggi con questa affermazione? Per diverse ragioni ma non ultima è quella che ci proviene dal testo giovanneo: nessuna risposta sul senso della vita ha senso se non rimanda al senso ultimo della mia come della storia di tutti gli uomini che si compie oggi nell’atto di decisione della fede. L’uomo postmoderno, aperto a tutto e incapace di spiegare la realtà (viene sempre dall’America l’eco mai sopita del confronto tra sostenitori della teoria creazionista e di quelli della teoria evoluzionista), può malgrado le difficoltà nelle quali si dibatte costituire il luogo a partire dal quale il messaggio giovanneo diventa attuale. In principio, bereschit, occorre ritornare al principio, nel punto nel quale il Principio in principio si è fatto uomo in Gesù Cristo. Allora l’espressione di Genesi 1 “ad immagine e somiglianza” che ad una lettura e comprensione superficiale si carica dell’ambizione umana di fare un Dio a propria immagine, diventa invece il codice genetico dell’umanità che in Cristo ha il prototipo dell’umanità redenta che vive la realtà nuova della risurrezione alla quale dalla creazione in poi tutti e tutto apparteniamo.

Viene così esaltato non solo il principio unitario dell’origine ma anche quello dell’unità che si esalta nel principio ma anche nei termini del compimento. Possiamo riattualizzare nella difesa che lo Statuto dell’Associazione fa del principio della unitarietà come pienezza espressiva di una totalità che conosce differenze composte grazie al dono della pace. Schalom: reintegrazione, ritorno all’origine, partecipazione ad un modello che si definisce solo se articolato. Da qui potremmo anche arrivare a parlare se il tempo ce lo consentisse di un altro elemento che attualizza il vangelo giovanneo: quello della missionarietà, quello della chiamata, quello del servizio, quello del confronto, e così via fino a quello della universitas personarum rerum così importante in tempi come quelli che viviamo di globalizzazione che stenta a coniugarsi con la strenua difesa di tutto quanto è locale.

Anche per l’otto marzo abbiamo scelto un tema la cui parola chiave era sempre bereschit, in principio. Anzi la parola ebraica con la quale ha inizio l’Antico Testamento meglio tradotta suona: “in un inizio”. Questo inizio resta ancora indefinito, non è stato preceduto da altri inizi in quanto il tempo è creato con il mondo. La nuova creazione delineata nel Prologo giovanneo tende a farci riflettere sulla manifestazione di Cristo nella storia: anzi potremmo dire che Cristo decifra la storia ma la storia decifra Cristo. Questa è la risposta ai laici nostrani e anche a quelli che da oltre Oceano chiedono udienza al di là del Tevere perché, dicono. di conoscere Dio ma di non aver incontrato Cristo. Balle. La comunicazione di Dio avviene nella sua carne.

Ultima sottolineatura. A nessuno deve sfuggire che nel testo ebraico la prima parola bereschit ha la radice comune con Berit, Alleanza. A nessuno può sfuggire che la alleanza stabilita in Principio nel Principio-Cristo- con il mondo e con l’uomo rimanda però ad una domanda di senso più radicale: l’inizio rivela il primato di colui che precede e segna l’inizio in quanto è inizio. Allora dobbiamo veramente fare i conti con il nostro pensiero antropocentrico e trovare un differente punto di partenza per un’etica ed una fede in cui la nostra stessa posizione invece è stata sempre centrale. Tempi nuovi e azione nuova per tutte noi nella nostra associazione.

La lettera di Saviano a Renzi sulla "morte del Sud", sabato, 1 agosto 2015
"Caro Presidente del Consiglio Matteo Renzi, torno a scriverle dopo quasi due anni e lo faccio nella speranza di poter ottenere una risposta anche questa volta. La prima volta Le scrissi quando il suo governo aveva appena iniziato la propria azione di "riforma radicale della società italiana". Oggi non si può certo pretendere dal Suo esecutivo la soluzione di problemi endemici come la "questione meridionale": ma non ci si può neppure esimere dal valutare le linee guida della sua azione. Game Over. Questa è la scritta immaginaria che appare leggendo il rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. Game Over. Per giorni i media di tutto il mondo sono stati con il fiato sospeso in attesa di un accordo che scongiurasse l'uscita della Grecia dalla zona euro: oggi apprendiamo che il Sud Italia negli ultimi quindici anni ha avuto un tasso di crescita dimezzato rispetto a quello greco. La crisi è ben peggiore: ed è nel cuore dell'Italia. Il lavoro come nel 1977, nascite come nel 1860.

Tra i fattori di grave impoverimento della società meridionale ci sono il decremento del tasso di natalità e l'aumento esponenziale dell'emigrazione che coinvolge soprattutto i giovani più brillanti: quelli formati a caro prezzo, nelle tante Università meridionali, funzionali più agli interessi dei docenti che a quelli degli studenti.

Ci sono meno nascite perché un figlio è diventato un lusso e averne due, di figli, è ormai una follia. Chi nasce, poi, cresce con l'idea di scappare: via dall'umiliazione di non vedere riconosciute le proprie capacità. Questo è diventato il meridione d'Italia: spolpato dai tanti don Calogero Sedara che non si rassegnano ad abbandonare il banchetto dell'assistenzialismo.

Ed è in questo contesto che si ripropongono nostalgie borboniche: l'incapacità del governo e la non linearità della sua azione resuscitano bassi istinti già protagonisti della nostra storia.

"Fate Presto" era il titolo de Il Mattino all'indomani del terremoto del 1980. Andy Warhol ne fece un'opera d'arte. E oggi quella prima pagina si trova a Casal di Principe, in un immobile confiscato alla criminalità organizzata, che ospita una esposizione patrocinata dal Museo degli Uffizi di Firenze. Le consiglio di andarci, caro Premier: Le farebbe bene camminare per le strade del paese, Le farebbe bene vedere con i suoi occhi quanto c'è ancora da fare e come il tempo, qui, sia oramai scaduto. Per com'è messo oggi il Sud Italia, anche quel "Fate Presto" è ormai sintesi del ritardo.

Potrei dunque dirLe che agire domani sarebbe già tardi: ma sarebbe inutile retorica. Le dico invece che - nonostante il tempo sia scaduto e la deindustrializzazione abbia del tutto desertificato l'economia e la cultura del lavoro del Mezzogiorno - Lei ha il dovere di agire. E ancora prima di ammettere che ad oggi nulla è stato fatto. Solo così potremo ritrovare la speranza che qualcosa possa essere davvero fatto.

Le istituzioni italiane devono infatti chiedere scusa a quei milioni di persone che sono state considerate una palla al piede e, allo stesso tempo, sfruttati come un serbatoio di energie da svuotare. Sì, qualche tempo fa c'è stato pure chi ha pensato di tenere il consiglio dei ministri a Caserta, a Napoli. Ma di che s'è trattato? Di pura comunicazione: nient'altro. Che cosa ha invece opposto la politica italiana al dissanguamento generato dalla crisi? Dal 2008 a oggi contiamo 700mila disoccupati in più. Sono certo che Lei mi risponderà che la Sua riforma del mercato del lavoro va in questa direzione: vuole fermare il dissanguamento. Ma a me corre l'obbligo di dirLe che anche una buona riforma - e se quella attuale lo è lo capiremo solo negli anni - può generare effetti perversi se calata in un sistema-Paese claudicante.

Nel frattempo, la retorica del Paese più bello del mondo ha ridotto il Mezzogiorno a una spiaggia sulla quale cuocere al sole di agosto: per poi scappar via. Ammesso che ci si riesca ad arrivare, su quella spiaggia, dato che - come è accaduto alla Salerno-Reggio Calabria - si può incappare in interruzioni sine die (secondo le indagini, tra l'altro, frutto ancora una volta della brama di denaro da parte di funzionari infedeli). Non creda che nelle mie parole ci sia rancore da meridionalista fuori tempo: ma, mi scusi, che cosa crede che sarebbe successo se le interruzioni avessero riguardato un'arteria cruciale del Nord Italia?

Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l'economia meridionale. E' Lei che ha l'ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l'economia.

Massimiliano Capalbo si definisce imprenditore "eretico" e legge nella desertificazione industriale un elemento positivo. Se desertificazione significa che impianti come l'Ilva di Taranto o la Pertusola di Crotone o l'Italsider di Bagnoli scompariranno dalle terre del Sud, questa - argomenta gente come Capalbo - può essere anche una buona notizia: vuol dire che il Sud potrà crescere diversamente. Aiutare il Sud non vuol dire continuare ad "assisterlo" ma lasciarlo libero di diventare laboratorio, permettergli di crescere diversamente: con i suoi ritmi, le sue possibilità, le sue particolarità. Non dare al Sud prebende, non riaprire Casse del Mezzogiorno, ma permettere agli imprenditori con capacità e talenti di assumere, di non essere mangiati dalla burocrazia, dalle tasse, dalla corruzione. La corruzione più grave non è quella del disonesto che vuole rubare: la vergogna è quella dell'onesto che - se vuole un documento, se vuole un legittimo diritto, se vuole fare impresa o attività - deve ricorrere appunto alla corruzione per ottenere ciò che gli spetta. A sud i diritti si comprano da sempre: e Lei non può non ricordarlo.

No, non mi consideri alla stregua del radicalismo ciarliero tipico dei figli dei ricchi meridionali, i ribelli a spese degli altri. Il vittimismo meridionale, quello che osserva gli altri per attendere (e sperare) il loro fallimento e giustificare quindi la propria immobilità è storia vecchia. Va disinnescato dando ai talenti la possibilità di realizzarsi. Provi a cogliere le mie parole come la "rappresentanza" di una terra che smette di essere al centro dell'attenzione qundo non si parla di maxiblitz o sparatorie (tra parentesi, perché non è questo l'oggetto di della discussione: tanti studi ormai spiegano che certi exploit della violenza criminale al Sud siano anche l'"effetto" di "cause" dall'origine geografica ben più lontana).

Caro Presidente del Consiglio, parli al Paese e spieghi che cosa pensa di fare per il Sud. Lei deve dimostrare di saper comprendere la sofferenza di un territorio disseccato: solo allora avrà tutto il diritto di chiedere alla gente del Sud di smetterla con la retorica della bellezza per farsi davvero protagonista di una storia nuova - costruita camminando sulle proprie gambe. A Lei, quale più alto rappresentante della politica italiana, spetterà dunque il compito di levare ogni intralcio a questo cammino. E i progetti dovranno naturalmente essere concreti. Permette un paradosso? E' un tristissimo paradosso. Dal Sud, caro primo ministro, ormai non scappa più soltanto chi cerca una speranza nell'emigrazione. Dal Sud stanno scappando perfino le mafie: che qui non "investono" ma depredano solo. Portando al Nord e soprattutto all'estero il loro sporco giro d'affari. Sì, al Sud non scorre più nemmeno il denaro insaguinato che fino agli anni '90 le mafie facevano circolare...

Il Sud è scomparso da ogni dibattito per una semplice ragione: perché tutti, ma proprio tutti, vanno via. Quando milioni di italiani partirono da Napoli per le Americhe Lei lo sa che cosa succedeva al molo dell'Immacolatella? Le famiglie si presentavano con un gomitolo di lana: le donne davano un filo al marito, al figlio, alla figlia che partiva. E mentre la nave si allontanava, il gomitolo si scioglieva, girando nelle mani di chi restava. Era un modo per sentirsi più vicini nel momento del distacco. Ma anche per dare un simbolo al dolore: al distacco immediato.

La speranza era che quel filo che i migranti conservavano nelle tasche potesse continuare a essere mantenuto dai due capi così lontani.
Faccia presto, caro Presidente del Consiglio, ci faccia capire che intenzioni ha: qui ormai s'è rotto anche il filo della speranza.