Globalizzazione da Andrea Riccardi

Lunedì, 15 Maggio 2017 00:00

Globalizzazione da Andrea Riccardi, Convivere, Laterza, 2006)

contributo inviato da cerberus

La globalizzazione e la fine della guerra fredda hanno rimesso in discussione tutte le identità, non solo quelle dell’ex Terzo Mondo. Con l’apertura di nuovi orizzonti e la caduta di scenari, protettivi o limitanti che siano, esse si ridiscutono e si ridisegnano. È il processo che ha caratterizzato la storia degli anni Novanta, in cui siamo ancora immersi. Non intendo discutere di globalizzazione, un tema su cui si conta già una bibliografia tanto vasta, ma ricordo solo come il processo di globalizzazione abbia messo in discussione tante identità di gruppo. Serge Gruzinski, nel suo originale saggio sull’arte all’epoca della conquista dell’America, ha messo in luce come l’Europa del Cinquecento e il Messico, attraverso la conquista, abbiano vissuto una grande stagione di globalizzazione. La ridefinizione dell’identità fu molto forte, specie attraverso un intenso meticciato culturale che ebbe tante espressioni artistiche in Europa e in Messico. Questo meticciato culturale, frutto della «globalizzazione» della conquista, è il tema avvincente del libro di Gruzinski, che ha come proprio titolo proprio Le pensée métisse: una storia culturale della conquista, creatrice di meticciato in America, con forti ricadute in Europa.

La colonizzazione (soprattutto otto-novecentesca) è stata un processo di globalizzazione che ha creato orizzonti nuovi per intere regioni del mondo. Jean-Loup Amselle, un antropologo francese attento alle società africane, osserva come l’Africa abbia vissuto varie globalizzazioni: la conquista è stata la più radicale, ma ci sono state anche le missioni cristiane e la missione islamica, che hanno profondamente cambiato l’orizzonte in cui si collocavano i vari gruppi umani. Questi sono stati inseriti in orizzonti nuovi, quelli degli imperi coloniali, del cristianesimo, della umma islamica. Si è imposto un ripensamento radicale. Le identità etniche, religiose e culturali si sono ristrutturate e adattate, hanno vissuto osmosi profonde; hanno riproposto la propria esistenza su orizzonti diversi dai precedenti e caratterizzati da una dilatazione.

L’identità etnica in Africa è stata spesso considerata come un carattere che viene da lontano, dalle nebbie del tempo precoloniale. Ma è stata, in parte, la creazione di amministratori coloniali ed etnologi, che classificavano, definivano, isolavano per governare. Erano classificazioni di popoli vissuti fino ad allora in tutt’altri scenari, che si vedevano attribuire un’identità etnica con le categorie degli amministratori coloniali e degli etnologi europei. Spesso l’insistenza sui caratteri differenti dell’uno e dell’altro gruppo era utile ai fini del governo, di una buona conoscenza dei sudditi, ma anche della loro divisione. L’incontro fra categorie importate dalla cultura coloniale e realtà locali ha creato talvolta l’irrigidimento delle identità. La globalizzazione coloniale ha obbligato identità fluide a definirsi. L’universalizzazione religiosa del cristianesimo o dell’islam ha spinto, d’altra parte, a sentirsi parte di una comunità credente ben più vasta dei culti locali. Questi, a loro volta, sono stati poi compresi nella categoria dell’animismo, come se si trattasse di una religione terza rispetto all’islam o al cristianesimo.

L’attuale globalizzazione, tanto differente dalle precedenti (se non altro perché più universale e rapida), sta imponendo processi di ristrutturazione anche a identità elaborate e dalle grandi radici storiche. Lo si è avvertito, con la fine del comunismo, nell’Est europeo, quando sono risorte prepotenti le identità nazionali. Queste erano state date in buona parte per quiescenti. Mi colpì, qualche giorno fa, la critica di alcuni professori polacchi all’integrazione del loro paese nell’Unione Europea:«È una necessità, - dicevano – eppure la Polonia ha ritrovato da poco la propria libertà nazionale ed è difficile ora entrare a far parte di un nuovo insieme». In Albania, dopo la dittatura terroristica nazionalcomunista di Enver Hoxha (forse il regime più terribile dell’Est europeo), finito il comunismo, sono risorti i conflitti tra gruppi le cui identità sembravano perdute nel passato: ad esempio tra Nord e Sud (con un problema anche linguistico).

La storia dell’ex Iugoslavia è una pagina cruenta di resurrezione delle identità o di loro nascita. Nessuno avrebbe potuto pensare che esistesse un’identità dei musulmani bosniaci. Del resto, anche nell’impero indiano, come si è detto, è stata identificata la categoria identitaria dei musulmani per fondare il Pakistan e separare il loro destino dagli indù. In genere la ristrutturazione delle identità ha rimesso in primo piano anche quelle religiose, come legittimazione delle nazioni, ma anche come fenomeno transnazionale. Dopo il 1989, con una grande sorpresa dei teorici della secolarizzazione (che ne prevedevano lo spegnersi più o meno lento), le identità religiose e le comunità che ad esse si ispirano giocano un ruolo pubblico di primo piano.

Le identità non si ristrutturano sempre in modo tranquillo: creano conflitti con i vicini o almeno vi si contrappongono. […] La deriva fondamentalista esiste. Ma non è l’unica reazione alla globalizzazione. Peraltro, il fondamentalismo islamico non nasce negli anni Novanta, ma ha radici in una crisi antica dell’Islam nel confronto con l’Europa e, dagli anni Venti, ha trovato nei Fratelli Musulmani la sua prima realizzazione associata e politica. Il fondamentalismo, poi, non è solo religioso, ma talvolta etnico (anche se si tratta di fenomeni più ristretti): si pensi al terrorismo basco, con aspetti fondamentalisti di culto della razza e della terra, ma anche di culto della morte.

La globalizzazione è una grande occasione – non solo una necessità imposta dai tempi – per riformulare la propria identità nel quadro di un orizzonte più vasto: dire chi siamo di fronte ai vicini e al mondo. Si tratta di un’occasione che non è solo contrapposizione dura, come ho già detto, ma pura esplicitazione di un soggetto che si riambienta. È un’occasione politica e culturale del nostro tempo, e non va vista solo come una minaccia, ma anche come una possibilità. È una domanda di cultura politica e di interlocutori. In Europa, le identità nazionali si sono radicate maggiormente nel processo unitario dei paesi europei. Gli Stati europei, con la loro cultura politica, dicono chi sono nel grande mondo della globalizzazione; si accorgono allo stesso tempo di essere inadeguati di fronte alle sfide delle immense dimensioni del globale, dei vasti mercati, della pace, della lotta al terrorismo, del confronto con l’Asia. Sono identità che si ristrutturano in senso n azionale, ma fanno riferimento al quadro dell’Unione.

Ogni europeo può vedere accanto alla sua bandiera nazionale (che in paesi come l’Italia è esposta oggi più di recente rispetto a quindici anni fa) quella dell’Unione. La simbolica mostra l’identità degli Stati europei correlata organicamente a un insieme; ma rivela anche la coscienza di essere europei, diffusa tra francesi, tedeschi, belgi, italiani e spagnoli. Capita, talvolta, in regioni del mondo dove la presenza europea è scarsa, che i cittadini dell’Unione si sentano appartenenti a qualcosa di comune. Resta da vedere, nei prossimi anni, quali saranno gli sviluppi politici della realtà dell’Unione.

Niente ci assicura dai rischi di conflitto, dalle contrapposizioni, dall’impulso a separarsi per affermare noi stessi. Anche nel quadro della sperimentata cultura europea, vaccinata dalle due guerre mondiali del Novecento, ci sono ancora reazioni nazionali negative verso il processo di unificazione, con il risorgere di passioni localistiche. La nostra è una lunga e delicata transizione, determinata dai processi economici di un mondo globalizzato, ma anche da fattori culturali e identitari che, ancora vent’anni fa, una cultura di matrice marxista avrebbe definito come sovrastrutturali e secondari.

Il mondo di McWorld è da un lato più omogeneo, più uguale di quello di ieri, dall’altro – questo è il paradosso del nostro tempo – si assiste allo sviluppo di profonde differenze. È un mondo più uguale e, allo stesso tempo, differenziato. Certo, parlando di identità, metto in fila entità non omogenee tra loro, non fosse che per le dimensioni: dal fondamentalismo islamico, al patriottismo rinato della Croazia, alla crisi di identità di qualche paese africano, al nuovo orgoglio americano, alla riscoperta dell’identità religiosa dei cattolici del nostro tempo, al sentimento nazionale russo… Eppure, c’è un clima culturale generale che porta alla rifondazione delle identità e alla partecipazione ad esse con nuovo entusiasmo.

Identità, non destini

Non bisogna avere una visione troppo deterministica delle identità. C’è un fatalismo dell’identità che non corrisponde alla realtà. È quel fatalismo che si ritrova in alcuni aspetti dell’opera di Samuel Huntington (che pure sotto altri è pregevole). L’islam non è destinato dalla sua identità profonda e religiosa allo scontro con l’Occidente. Le identità o – se vogliamo – le civiltà non sono destini naturali, ma espressioni delle scelte degli uomini e della loro cultura, della volontà politica dei gruppi dirigenti, delle condizioni di vita di un territorio, dei rapporti di forza… Le identità non sono la natura di un gruppo, qualcosa in sé che si esplica quasi meccanicamente. Non sono destini indiscutibili, come tante volte vengono lette e proposte.

In questo mondo globalizzato anche la cultura, il dibattito delle idee, la coscienza comune hanno una forza. Questa è un elemento di speranza: poter discutere, pensare, proporre. Il «rullo» della globalizzazione non appiattisce tutto e non esercita una coercizione irresistibile. Ci sono resistenze che nascono dalla cultura; ci sono creazioni che nascono da identità rivissute e reinventate. Eric Hobsbawm, storico britannico di orientamento marxista, ha mostrato come le tradizioni identitarie siano state costruite, anzi, come egli dice, inventate. L’invenzione di una tradizione non significa – come semplicisticamente si potrebbe intendere – la sua falsificazione: è qualcosa di più. […] C’è un’indiscutibile riscoperta e risistemazione della tradizione, quando si riafferma la propria identità.

La cultura europea, soprattutto dopo il ‘68, ha vissuto una profonda rottura con l’idea stessa di tradizione. Il ’68, l’ultimo grande sconvolgimento in Europa occidentale, è stato una rivoluzione politica ben presto fallita e riassorbita; eppure, ha rappresentato una rivoluzione antropologica che ha cambiato in profondità il costume di tanti europei, anche con la revisione del rapporto con il passato e la sua carica antistituzionale. La tradizione è apparsa in contrasto con l’emancipazione. È una posizione classica che il movimento del ’68 ha divulgato a livello di massa. Oggi l’Europa, mentre ripensa alla sua identità, si misura con la sua tradizione. Ogni riscoperta della tradizione è anche una reinterpretazione. L’identità, che si fonda sulla tradizione, è anche però il frutto delle relazioni con il proprio tempo.

La Chiesa cattolica, negli anni Sessanta, ha sentito il bisogno di ridefinirsi di fronte al mondo contemporaneo nella sua coscienza teologica e spirituale. Per questo ha promosso un Concilio ecumenico, il Vaticano II, che ha prodotto vari testi dedicati agli altri (non cattolici): uno sul mondo moderno, un altro ai cristiani non cattolici, un altro alle religioni non cristiane, senza dimenticare alcune riflessioni dell’ateismo. È una secolarizzazione del Cattolicesimo? Non sembra perché, pur passando attraverso una serie di crisi, la Chiesa ha riaffermato la sua identità profonda, come si vede dai due ultimi papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È una riproposizione dell’identità tra tradizione e contemporaneità.

Ci troviamo in una stagione di rinascita delle identità. Ma siamo anche in un tempo di forza dei flussi globali e della contemporaneità. Risulta allora azzardato e pericoloso isolare l’una identità dall’altra. Quando avviene tale isolamento, ci si trova innanzi a un processo artificioso, aggressivo e pericoloso. Nel pensarsi soli, separati, nemici, c’è quella pureté dangereuse di cui parla Bernard-Henri Lévy. La «purezza pericolosa» è stata all’origine di tanti processi di separazione e di conflitto. È la rivelazione chiave d’ogni fondamentalismo contro un mondo «sporco» e inquinante, a fronte del quale ci si erge puri e vogliosi di pulizia. È una rivendicazione etnica, ideologica, razziale, che, mentre reclama la propria purezza, indica nell’altro la minaccia inquinante. Si afferma la propria identità «pura» con la marginalizzazione o la distruzione dell’altro e con la violenza esercitata contro di lui.

Ogni identità, anche nazionale, non coincide con le sue frontiere, ma si colloca in un tessuto più grande e conosce al suo interno varie composizioni. Siamo diversi, ma non così separati come si vorrebbe far credere con operazioni di isolamento culturale o concreto. Non c’è comunità che possa dirsi omogenea e «pura», se non forzando sé stessa e la sua storia o isolandosi bruscamente. L’omogeneità e la purezza sono spesso un’invenzione, come quella che ha preceduto la nascita e l’identificazione di alcune nazioni. […]

Le differenze restano. Riemergono, qualche volta virulente. Ma questo non oscura né lacera il tessuto connettivo che fa vivere vicini, crea sovrapposizioni, realizza innesti. Questo non oscura il fatto che, anche a livello esistenziale, si realizzi talvolta la convivenza di diverse identità e culture. Ci si diversifica e ci si unisce, non solo nel grande quadro della globalizzazione, ma anche in quello più prossimo di affinità, di comunanza, di vicinato, di meticciati. È un’esperienza ricca e complessa, non facile da rappresentare, quella che si vive in questo scorcio del XXI secolo. È un andamento della storia, non previsto alla fine della guerra mondiale né, successivamente nella stagione della decolonizzazione. È un andamento della storia in cui non siamo garantiti da messianismi, pensieri pseudoscientifici, meccaniche sociali. Il domani può riservare terremoti, ma è meno oscuro di come spesso viene rappresentato, se si accetta di guardarlo nella sua complessità.

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