Empowerment

Venerdì, 05 Maggio 2017 00:00

Empowerment: tra aspirazione e realizzazione.

Scrive il dott. Luigi Sardella, Psicologo Clinico – Psicoterapeuta, che “empowerment”, letteralmente “rendere potenti”,«richiama in psicologia sociale quegli interventi atti a rendere gli individui maggiormente liberi, responsabili e consapevoli, aumentano la loro “forza” critica facendo sì che divengano più capaci di fare rispettare i propri diritti migliorando inevitabilmente la giustizia sociale complessiva[…] e che un’adeguata politica di empowerment sociale, dovrebbe inevitabilmente coinvolgere la formazione dei cittadini …». Inoltre «la psicologia di comunità ha individuato nell’approccio teorico dell’empowerment un sistema efficace per integrare la libertà con la giustizia sociale; infatti, se grazie ad interventi di empowerment di vario genere gli individui aumentano le loro capacità, è altrettanto importante sottolineare che individui maggiormente liberi, responsabili e consapevoli aumentano la loro “forza” critica e quindi sono più capaci di fare rispettare i propri diritti migliorando inevitabilmente la giustizia sociale complessiva

 

 

Per una definizione di empowerment»

Tra le parole straniere ormai di uso corrente, empowerment è una delle poche a non avere un corrispettivo nella lingua italiana. L’empowerment è un concetto complesso di cui è difficile dare una definizione unica ed esaustiva perché, più che una categoria chiusa, esso è una costellazione di elementi collegati tra di loro. Empowerment indica l'insieme di conoscenze, abilità relazionali e competenze che permettono a un singolo o a un gruppo di porsi obiettivi e di elaborare strategie per conseguirli utilizzando le risorse esistenti. Indica sia un concetto sia un processo che permette di raggiungere gli obiettivi, e si basa su due elementi principali: la sensazione di poter compiere azioni efficaci per il raggiungimento di un obiettivo, e il controllo, la capacità di percepire l'influenza delle proprie azioni sugli eventi. Questa definizione un pò vaga trova una sua specificazione se viene calata in alcuni degli ambiti in cui, sin dagli anni Sessanta, il concetto di empowerment è presente: la politica, la psicologia, l'organizzazione aziendale, la formazione. Dunque l’empowerment è strettamente connesso al concetto di cambiamento. Il cambiamento è faticoso e comporta una rinuncia. Il punto di forza dell’empowerment è che esso, proponendo nuove alternative, non costringe ad abbandonare il già conosciuto. Queste alternative sono nuove possibilità da affiancare a quelle note tra cui scegliere, e non una volta per tutte, ma tutte le volte che si vuole. L’empowerment è, insomma, una tecnica per (ri)prendere in mano il controllo della propria vita, una modalità per progettare ed agire con efficacia e realismo, ma, soprattutto, rappresenta un nuovo approccio epistemologico, una nuova pensabilità del cambiamento - per il singolo, per il gruppo, per la società - all'insegna non della ricerca della soluzione migliore, ma dell'aumento delle possibilità, delle scelte, della libertà (Giuseppe Burgio). Bene si comprende allora come su questo terreno si siano misurate tutte le politiche messe in atto a partire dagli anni Ottanta al fine di realizzare una “democrazia sociale e politica inclusiva”. Ma la crisi attuale dimostra, che esse si sono tutte infrante nel confronto/scontro con la globalizzazione entrata in collisione con l’affermazione dei “diritti umani” che più di altre realtà hanno pagato lo scotto del progresso economico. Di questo ora parliamo.

 

Per una definizione della Globalizzazione

Sul tema della globalizzazione si sono impegnati esperti appartenenti a diverse scuole di pensiero e intorno ad esso si è polarizzata l’opinione pubblica a partire dagli anni novanta da quando il termine, che in precedenza non figurava neppure tra le voci declinate nei dizionari, ha cominciato a costituire un terreno di dibattiti, confronti divenendo esponenziale di opposte visioni del mondo. Passati gli anni della contestazione, e alla fine degli anni Novanta, si cominciò diffusamente a pensare, sebbene non unanimemente, che la globalizzazione rappresentasse un fenomeno positivo, ma solo se accompagnato da un quadro di politiche pubbliche di aggiustamento e ammortizzazione sociale. Da allora, se da un lato l’opinione pubblica ha accettato l’idea che la globalizzazione è forza capace di cambiare in meglio le dinamiche della società, allargando il perimetro del benessere, riducendo gli ostacoli e aumentando le possibilità, dall’altra ha invocato politiche pubbliche per dare risposta adeguata alle nuove ineguaglianze e insicurezze. Mai come nel 2008, l’apertura dei mercati internazionali - vale a dire il processo chiamato comunemente globalizzazione - sta facendo emergere gli elementi contrastanti in essa contenuti. Infatti «insieme ai vantaggi relativi all’uscita dalla povertà di quote consistenti di popolazioni di aree particolari come la Cina, vengono alla luce aspetti profondamente negativi. Sono aspetti conseguenti all’assenza di regole condivise per governare un processo complesso, che costringe ad un confronto serrato aree geografiche profondamente diverse per cultura, storia e tradizioni» (Rapporto sui diritti globali 2008).

Anche Benedetto XVI ha preso una posizione forte e netta censurando il capitalismo e la «prevalente logica del profitto» che genera disuguaglianza e povertà e il «rovinoso sfruttamento del pianeta» invitando a non considerare il capitalismo «l’unico modello valido di organizzazione economica» (24 settembre 2007). Dice Benedetto XVI: «La disparità tra ricchi tra ricchi e poveri s’è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. […] In questo contesto, combattere la povertà implica un’attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà» (messaggio per la celebrazione della “Giornata mondiale della pace”, 1° gennaio 2009).

Globalizzazione e diritti umani: processo o regresso?

Se il termine “globalizzazione” (globalization, mondialisation, Globalisierung) indica un processo di dilatazione “globale” delle relazioni sociali tra gli uomini fino a comprendere lo spazio territoriale e demografico dell’intero pianeta, l’ambizione che la globalizzazione come fenomeno coltiva è la reductio ad unum che, in questa epoca storica definita della “terza modernità”, è l’utopia di realizzare un “ordine mondiale” le cui regole in realtà sono le “non regole” che governano il mercato il quale obbedisce soltanto alla spinta autoregolativa interna.Ma la tanto declamata “forza autoregolativa” del mercato, grazie alla quale esso doveva deterministicamente realizzare un miglioramento generalizzato al fine di permettere il godimento quasi imparziale delle risorse destinandole ai più capaci e dotati per premiarne il merito, rivela delle fratture intollerabili. I Paesi ricchi di risorse naturali sono stati privati delle sostanze e delle braccia; sono divenuti sempre più poveri e le loro popolazioni sono state sospinte, come fiumana umana che vuole sfuggire alla guerra, alla fame e alla morte, a divenire “migranti” verso un mondo che, prima li depriva poi li scaccia. Il mondo occidentale ha paura della povertà e tende a riporre ogni sicurezza nell’aumento dei beni che non intende né dividere né condividere soprattutto ora che anche da questa parte del mondo cosiddetto occidentalizzato, la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di pochi che esercitano il privilegio della “differenza di capability” (“capacitazioni”) su una quantità sempre maggiore di cosiddetti “nuovi poveri” e “nuove povertà”. Lo stato sociale è smantellato, la mancanza di risorse pubbliche di Stati “sciuponi” fa venir meno il senso di responsabilità e quello della solidarietà nonché appanna l’orizzonte etico del “bene comune”. C’è un rischio in tutto questo che è conseguenza della separazione della solidarietà da ogni relazione agli individui concreti, della evasione di ogni riferimento all’humanum e dell’assunzione del parametro dei “buoni sentimenti”che determina la latitanza dello Stato che, oltretutto sottomesso alle politiche di bilancio, non sa più indicare una “graduatoria” dei valori di socialità e delle scelte di politica attive, per esempio inclusive della cittadinanza.

Il diritto perde così la sua valenza normativa e si rivela una costruzione sociale particolarmente permeabile alle interferenze esterne (ad esempio il diritto americano si presta a fare da modello al “diritto globale”). A questo “diritto delle possibilità”, che ha necessariamente un carattere pluralista, si contrappone nell’ambito del diritto globale un “diritto della necessità” che tende invece ad essere unitario. Alla sfera del “diritto della necessità” appartengono i “diritti umani” determinando così la saldatura tra la tendenza al pluralismo e la tendenza all’unità. Eppure i mezzi che si considerano indispensabili al processo di globalizzazione la fanno da padrone in quanto hanno acquisito lo status di valori in sé. Questi valori includono, ad esempio, la privatizzazione del maggior numero di funzioni possibile: uno Stato “leggero” capace di risolutezza e decisionalità, ristretto alle funzioni repressive (law and order), sicurezza garantita ad un minimo livello, ridimensionamento dei sindacati e così via. Certamente nessuno di questi sviluppi in sé è incompatibile con i diritti umani ma la tendenza in atto è quella di tenere separate le due problematiche. In sostanza mentre i giuristi pensano ad un’organizzazione internazionale che si faccia garante dell’applicazione dei diritti umani, gli Stati procedono in ordine sparso, ognun per sé e difendendo punti di vista parziali.

 

Una conclusione

L’insegnamento della Chiesa sulla globalizzazione è la promozione della solidarietà. Una solidarietà globale perchè tutti possano godere dei cambiamenti economici. La solidarietà cristiana, infatti, ci rende responsabili gli uni degli altri in quanto l’unità dell’umanità risale al momento della creazione; a quando, come leggiamo nella Genesi, Dio ha creato l’uomo dandoci un punto d’origine comune ed un destino comune. Visto da questa prospettiva, la maggiore interdipendenza derivante dalla globalizzazione acquista una nuova dimensione che la salva da un riduzionismo tecnico o economico.