Le primarie

Mercoledì, 28 Giugno 2017 00:00

Le primarie al tempo delle primarie

La discussione sulle primarie sembra non terminare mai e la questione dei gazebo appare, ogni volta che se ne torna a parlare, sempre più zeppa di gracili e inconcludenti assunti ideologici. Quando, invece che di politica, si ragiona con delle sterili petizioni di principio si entra in un vicolo cieco. E allora bisognerebbe scavare nei fenomeni reali, non rinchiudersi nei postulati astratti circa la strutturale diversità qualitativa dei partiti. Non esiste alcuna teoria coerente delle coalizioni che predefinisca il campo incerto della lotta politica e precluda esiti sgraditi a chi immagina di avere per diritto di natura riservata la funzione del comando. Se si trovano davvero partiti che già in partenza dichiarano che per identità e funzione aspirano a svolgere solo un ruolo marginale bisognerebbe radiarli dall’albo ideale dei partiti desiderabili. Persino Vendola, che non conta neppure su un deputato, aspira alla leadership. Nessun partito, per identità e funzione, si priva già in partenza del possibile ruolo centrale in un sistema politico, aspetta, prima di abdicare, per lo meno di conoscere il responso delle urne. Non si può certo stabilire per decreto la funzione e il peso dei partiti e indurli a comportarsi di conseguenza alla luce della loro identità preventivamente accertata. Ma esistono momenti in cui non è consentito perdere, pena un arretramento considerevole della democrazia. E in tali circostanze (quando gli eventi suggeriscono per evitare collassi di portata storico-politica di stringere non già comode coalizioni omogenee con ruoli prefissati, ma accordi difficili con culture molto diverse) le deroghe al principio quantitativo come metro principale per assegnare un ruolo ai partiti sono del tutto ammissibili. Servono per fissare un punto di equilibrio non scontato tra i contraenti eterogenei del patto, sono richieste per mettere insieme soggetti potenzialmente alternativi tra loro e che però, soprattutto per ragioni storico-politiche d’ordine eccezionale, scelgono di compiere una importante esperienza di governo presentandosi insieme al voto come alleati. Per questo invoca, quale condizione inappellabile, che il candidato a palazzo Chigi sia appannaggio del partito maggiore perché così accade ovunque. E allora qui, dal piano delle metafisiche tesi e degli assiomi razionali sulle coalizioni ottimali, egli si sposta al livello più prosaico delle consuetudini effettuali. Ne è proprio sicuro però che la fisiologia sia sempre rispettata quasi per una spontanea accondiscendenza dei minori verso il partito più grande? Solo per poco più di trent’anni questa fisiologica accettazione del ruolo guida del partito di maggioranza relativa è stata rispettata in Italia. Dagli anni Ottanta è invece caduta in desuetudine con le richieste certo esorbitanti dei partiti laici minori e nessuna «teoria coerente» l’ha recuperata come meritava una clausola «fisiologica» e quindi razionale, coerente. Ogni volta che nell’Italia della Seconda Repubblica sono state allestite coalizioni plurali ampie, mai la leadership è andata al partito maggiore della sinistra, ma a Prodi e a Rutelli che non erano certo alla testa della forza più rappresentativa. Più che di teoria non falsificabile che assegna la guida di una coalizione al leader di un partito, qui si parla di dati concreti di esperienza sempre mutevoli e contingenti. E a essi conviene sempre attenersi. La realtà è ben più complessa degli schemi razionali costruiti per catturarla con eccessiva e ingannevole facilità. È sempre possibile che su un leader non ci sia la convergenza necessaria degli alleati e che per sviluppare maggiori chance competitive sia magari preferibile puntare su un diverso cavallo. Non ci sono regole fisiologiche da seguire comunque, ma valutazioni realistiche che suggeriscono di volta in volta la ricerca di un candidato che si presenti come il migliore garante di un equilibrio altrimenti impossibile da raggiungere. In condizioni non bipartitiche, ma a bipolarismo forzato, non esistono affatto dei postulati ferrei cui restare fedeli e occorre con pazienza consegnarsi alle necessità multiformi della prassi. L’accettazione di un leader diverso dal segretario non è necessariamente una capitolazione, può anche essere una scelta consapevole e realistica in determinate circostanze. Ciò si verifica quando la rinuncia a esercitare una leadership, sprovvista dei requisiti sistemici necessari per la possibile vittoria, si può ben giustificare con il raggiungimento, attraverso una alleanza più ampia, di un obiettivo storico-politico più prezioso (la vittoria elettorale e con essa una alternativa di sistema politico per la fuoriuscita dalla stagione del populismo). Ci sono condizioni politiche del tutto peculiari entro cui la coincidenza tra il segretario e il candidato premier non è automatica se, poniamo, in campo c’è l’imperativo supremo di definire una strategia più ampia di coalizione per segnare una discontinuità storico istituzionale. La difficile costruzione di una alleanza inedita con forze prima appartenenti a un altro campo culturale, rende la coincidenza tra capo di partito e premier nient’affatto scontata, può esserci come non esserci, dipende dalle condizioni. La politica e non un punto fermo venerabile come un assioma di per sé indiscutibile è quello che conta. Lo stesso statuto del Pd, non prevedendo la simultaneità tra la stagione dei congressi di partito e le elezioni politiche nazionali, non dà per scontato che il premier sia sempre il segretario. È palese che la sfasatura temporale tra congressi e elezioni sia piuttosto illogica e poco funzionale alla coincidenza auspicata tra leadership di organizzazione e ruolo istituzionale perché essa determina il ricorso a due primarie per ciascuna legislatura. Le primarie devono essere aperte perché altrimenti con i soli iscritti si pagherebbe salata la «distanza sociologica e politica dei militanti rispetto agli elettori», ma sebbene aperte, le primarie devono rimanere limitate al solo Pd perché così richiede il rispetto della vocazione maggioritaria che non può rifluire. La strada prescelta apre un doppio e potenzialmente dirompente circuito, quello interno riservato agli iscritti consultati in regolari congressi, e quello esterno aperto agli elettori indifferenziati che potrebbe stridere con le risultanze delle assise svoltesi nei territori. Che le primarie di coalizione siano «un non senso» è indubbio, ma che una coalizione plurale sia da cementare sulla base delle scelte per tutti obbliganti anche se compiute da un solo partito magari alcuni anni prima è altrettanto un non senso se l’alleanza non si limita a forze minori attigue, ma si allarga a poli di media grandezza portatori di istanze e culture lontane su punti nodali. Le primarie di coalizione, richieste dal movimento monotematico di Vendola come supremo atto di fede verso una presunta democrazia diretta che degli ingordi uomini di apparato vorrebbero cancellare, sono un non-senso e non certo perché Bersani le perderebbe determinando così il definitivo big bang del partito ma perché urtano contro tutte le ragioni del fare politica. È davvero irenico (e quindi da sprovveduti) che un partito largamente maggioritario in uno schieramento possa giocarsi tutto e accettare una gara con partiti satelliti da cui avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare. Nessun partito ricorre alla primarie di coalizione nelle quali, senza trovare alcuna convenienza o plusvalore politico, corre il rischio di concedere la leadership a partner molto minoritari. Se proprio deve perdere alle elezioni, un partito più grande preferisce farlo incamerando almeno qualche esiguo vantaggio competitivo (leadership della coalizione). Il timore di una sconfitta comunque non c’entra nulla (basta un semplice accorgimento, quello di collegare la designazione del candidato premier con una lista di candidati per la selezione degli aspiranti locali al seggio parlamentare, per evitare ogni sorpresa e scongiurare la scarsa fedeltà di un partito che resta poco strutturato e quindi sottoposto a guerre intestine e spinte centrifughe che rischiano di alimentare spinte di conquista), nella ripulsa delle primarie di coalizione conta piuttosto la loro conclamata disfunzionalità. Il problema più rilevante non è certo quello di schivare un potenziale pericolo proveniente da una candidatura radicale che certo non garantirebbe un punto accettabile di sintesi e di equilibrio alla coalizione. Il vero tema da affrontare è quello di definire i modi più efficaci per una politica convincente oggi richiesta per andare oltre il sistema politico in crisi strutturale. Non è molto sensato fare delle primarie competitive per scegliere un capo senza aver stipulato, prima dell’apertura dei gazebo, delle intese programmatiche solide per allestire una coalizione elettorale coesa e vincente. È inoltre del tutto disfunzionale la pretesa di conferire, attraverso le prove selettive delle primarie, la leadership a un candidato premier che poi non avrebbe dalla sua il controllo di un partito maggioritario. Si incrocia qui la completa irrazionalità di un ricorso alle primarie (strumento congeniale ai regimi che prevedono l’elezione diretta di una carica monocratica) in un sistema parlamentare con governi di coalizione. Anche le difese deboli delle primarie, ovvero la esaltazione della loro carica mobilitante indispensabile per smuovere dal torpore settori cruciali di un elettorato altrimenti sfiduciato, non sembrano persuasive dinanzi alla crescita prolungata dell’astensionismo che ha radici profonde. Il meccanismo delle primarie non sollecita la riattivazione di soggetti critici e delusi verso le esperienze della politica e nemmeno riavvicina alla partecipazione politica porzioni di ceti sociali più periferici che avvertono una carenza di rappresentanza. Le primarie sono diventate un palese elemento di blocco sistemico, sono cioè una parte del bileaderismo odierno, non sono una tappa per conquistare una diversa qualità democratica. Anche la ricetta di Scalfari, di confidare a esse per una resurrezione postuma di Veltroni da lui auspicata, come evento da verificarsi in concomitanza del voto, sembra una alchimia escogitata per obiettivi parziali che non va al cuore del problema, quello di abbattere un meccanismo perverso come quello del bipolarismo coatto di cui si riscontra in realtà la malattia mortale. Per andare oltre il bipolarismo, colto nelle forme degenerative attualmente sperimentate, occorre una drastica contrazione della porzione leaderistica della contesa politica che le primarie convocate per una carica inesistente (l’elezione diretta del Presidente del consiglio) contribuiscono a sprigionare nel sistema politico. Le primarie sono una robusta forma di freno all’innovazione oggi indispensabile, sono cioè un argine opprimente che inibisce la maturazione di forze nuove e obbliga al mantenimento del sistema politico populistico della Seconda Repubblica. Contro i partiti puramente parlamentari e asfittici di oggi le primarie sono forse la ritrovata linfa vitale di una partecipazione di massa? Le primarie sono sempre più una maldestra (sregolata, improvvisata, strumentale) caricatura della politica americana. Esse sono utilizzate in modo abnorme (per tentare scalate a partiti a cui non si appartiene; per sconvolgere i consolidati rapporti di forza tra i potenziali alleati di una coalizione ancora da costruire) e senza le condizioni istituzionali (l’elezione diretta di una carica monocratica: siamo per fortuna, o meglio, grazie al referendum costituzionale già dimenticato del 2006 che bocciò il premierato assoluto, ancora in un regime parlamentare) e senza le condizioni politiche (un assetto fortemente frantumato e coalizionale e nient’affatto bipartitico).

Ideologia divide

Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

L'ideologia divide, la vera dottrina unisce

Le divisioni c’erano anche nella prima comunità cristiana. Lo ricorda papa Francesco nella sua omelia a Santa Marta commentando la prima Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli: «C’erano gelosie, lotte di potere, qualche furbetto che voleva guadagnare e comprare il potere», dice Bergoglio. «Siamo umani, siamo peccatori e sempre ci sono stati problemi». Anche nella prima comunità c’è «il gruppo degli apostoli che vogliono discutere il problema e gli altri che vanno e creano problemi, dividono, dividono la Chiesa, dicono che quello che predicano gli apostoli non è quello che Gesù ha detto, che non è la verità». Gli apostoli discutono tra loro e alla fine si mettono d’accordo: «Ma non è un accordo politico, è l’ispirazione dello Spirito Santo che li porta a dire: niente cose, niente esigenze. Soltanto, questi che dicono: non mangiare carne in quel tempo, la carne sacrificata agli idoli perché era fare comunione con gli idoli, astenersi dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime».

La libertà dello Spirito Santo li ha messi d’accordo anche sul fatto che i pagani potessero entrare nella Chiesa «senza passare per la circoncisione». Si è trattato, in fondo di un «primo Concilio della Chiesa: lo Spirito Santo e loro, il Papa con i vescovi, tutti insieme» riuniti «per chiarire la dottrina». E questo è un «dovere della Chiesa, chiarire la dottrina affinché si capisca bene quello che Gesù ha detto nei Vangeli, qual è lo Spirito dei Vangeli».

Ma le cose non sono semplici: «Sempre c’è stata quella gente che senza alcun incarico va a turbare la comunità cristiana con discorsi che sconvolgono le anime: “Eh, no. Questo che ha detto quello è eretico, quello non si può dire, quello no, la dottrina della Chiesa è questa…”. E sono fanatici di cose che non sono chiare, come questi fanatici che andavano lì seminando zizzania per dividere la comunità cristiana. E questo è il problema: quando la dottrina della Chiesa - quella che viene dal Vangelo, quella che ispira lo Spirito Santo - diventa ideologia. E questo è il grande sbaglio di questa gente».

Questi individui, dice papa Francesco, «non erano credenti, erano ideologizzati, avevano un’ideologia che chiudeva il cuore all’opera dello Spirito Santo. Invece, gli apostoli sicuramente hanno discusso forte, ma non erano ideologizzati: avevano il cuore aperto a quello che lo Spirito diceva. E dopo la discussione è parso allo Spirito e a noi».

E allora non bisogna farsi spaventare dalle «opinioni degli ideologi della dottrina. La Chiesa ha il suo proprio magistero, il magistero del Papa, dei vescovi, dei concili, e dobbiamo andare su quella strada che viene dalla predicazione di Gesù e dall’insegnamento e l’assistenza dello Spirito Santo, che è sempre aperta, sempre libera, perché la dottrina unisce, i concili uniscono la comunità cristiana, mentre l’ideologia divide».

Fons amoris

Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

 

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».

Queste parole introducono il documentario dedicato all’Abbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.

Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.

Così scriveva Paul Valéry: «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata l’ignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».

Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.

Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché l’essenziale è una questione della fede...

Fons amoris

Domenica, 25 Giugno 2017 00:00

Fons Amoris - I monaci di Fontgombault

 

«Mistero di tutte queste vite nascoste nel corso dei secoli, consumate dietro le mura. Mistero insondabile e che tuttavia, attraverso gli interrogativi che pone al cuore degli uomini del mondo, può condurre ciascuno, secondo vie diverse, alle porte di un Mistero ancora più grande, davanti al quale solo il Silenzio è eloquente...».

Queste parole introducono il documentario dedicato all’Abbazia Notre-Dame di Fontgombault, monastero benedettino francese della Congregazione di Solesmes.

Fontgombault, la cui divisa Fons Amoris significa "Fontana d’Amore", sembra un luogo preservato dagli oltraggi del tempo, un luogo ancorato nella storia mediante la testimonianza che reca di una tradizione vivente, radicata nel Cristo morto e risorto per tutti gli uomini.

Così scriveva Paul Valéry: «Occorrerà ben presto costruire dei chiostri rigorosamente isolati, dove non entreranno né le onde né le foglie; nei quali sarà coltivata l’ignoranza di ogni politica, si disprezzerà la fretta, il numero, gli effetti della massa, delle sorprese, del contrasto, della ripetizione, della novità, della credulità. Sarà là che un certo giorno si andranno a considerare attraverso le grate alcuni esemplari di uomini liberi».

Un forte richiamo per il mondo questo richiamo a una vita così radicale, austera, ma fonte di gioia, di pace e di libertà interiore.

Perché una tale scelta, o piuttosto per Chi? Difficile dire tutto, o mostrare tutto, perché l’essenziale è una questione della fede...

Le oligarchie

Mercoledì, 21 Giugno 2017 00:00

Le oligarchie

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

Fino a ora si era lasciata almeno la forma della democrazia rappresentativa, pur con riforme istituzionali ed elettorali che l’avevano sempre più ridotta a un vuoto schema. L’elezione di Macron in Francia rappresenta però una svolta fondamentale nel rapporto fra oligarchie dominanti e elezione dei rappresentanti istituzionali. La scelta è una forma di “autocrazia diretta”, in cui i candidati vengono scelti direttamente dagli “uffici elettorali” delle organizzazioni economiche e finanziarie, saltando ogni mediazione e ogni rito democratico, anche quello formale delle “elezioni primarie” e rivolgendosi direttamente al “popolo”. Il candidato, supportato economicamente da una potente campagna mediatica, deve ignorare o addirittura attaccare duramente ogni corpo intermedio e ogni mediazione, negare l’appartenenza a questo o a quello schieramento politico, rivolgersi direttamente agli elettori, con una narrazione più o meno convincente e appelli drammatizzanti, quali, per esempio, «la patria è in pericolo».

Il vantaggio del candidato che così viene lanciato nell’agone politico è che nel frattempo, sempre con una potente campagna di stampa, ma anche con le politiche liberiste, si sono creati a destra e a sinistra movimenti antisistema che vengono bollati come pericoli mortali per la società nazionale.

Una situazione simile precedette la presa del potere dei movimenti fascisti in tutta Europa: il pericolo mortale a quei tempi erano i movimenti socialisti e comunisti. Ora che il comunismo è morto e che il socialismo “non sta molto bene”, i nemici mortali debbono essere trovati altrove. E perché no nei movimenti di protesta di quei gruppi sociali annientati dalla crisi e dalle politiche liberiste? La scelta è molteplice: destra nazionalista, nuovi movimenti di sinistra, partiti islamisti (in futuro?).

E vediamo ora il metodo che viene seguito per ottenere il risultato voluto. Si sceglie accuratamente un candidato “nuovo” e possibilmente poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma ben noto agli ambienti economici e finanziari. Il candidato deve essere quanto più neutro possibile, giovane, di cultura modesta, di idee abbastanza banali e con una storia che possa piacere e ispirare buoni sentimenti.

Cosa ci può essere di meglio di un uomo giovane, con una moglie che per la sua età potrebbe essere sua madre e che così viene presentata dai media? Il candidato si dichiara né di destra né di sinistra, anzi intende muoversi fuori e contro i partiti tradizionali, ridimensionando il potere dei sindacati e dei corpi intermedi, tanto più quanto sono rappresentanti di interessi particolari. Il candidato rappresenterà se stesso e difenderà l’interesse generale e per questo chiederà direttamente al popolo la delega in bianco, sulla fiducia. I tempi sono difficili, bisogna fare presto e non si può perdere troppo tempo dietro ai riti consunti della democrazia rappresentativa.

Dopo l’elezione farà un bel discorso, proponendosi come il nuovo uomo della provvidenza che risolverà ogni problema presente e futuro, dichiarando: «io farò, io dirò, io aiuterò».

Molte delle frasi dei suoi discorsi cominceranno con “io”. Nel discorso fatto al Louvre, subito dopo i risultati elettorali, Macron ha usato “je” la bellezza di 22 volte.

Il governo sarà composto dal più vecchio e “sputtanato” personale politico preso a destra e a sinistra, per una politica di lacrime e sangue: questo chiede il nuovo processo rivoluzionario eversivo.

E l’Europa? In questo caso la nuova concezione è quella del nazional-europeismo: «Francia first», ma in Europa; così come è stata fino a ora «Germania first», sempre in Europa. Di nuovo, l’asse Francia-Germania. Per gli altri paesi dell’Ue, vedremo come sapranno adeguarsi a questa politica.

Rimane un problema: la presenza di un’Assemblea legislativa e le elezioni dell’11 giugno prossimo. Così come è nato, Macron non ha un partito. Previsione: la potente macchina mediatica e l’infinito potere economico e finanziario delle classi dominanti si metteranno in moto per creare un partito leggero personale di Macron, con pochi iscritti ma con molti addetti alla propaganda nei media.

Un nuovo partito virtuale, i cui candidati saranno scelti con gli stessi criteri con cui è stato scelto Macron, di destra, di centro, di sinistra e da ogni dove, in grado di fargli ottenere la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale in alcune settimane. Il circolo così si chiude.

Se questa operazione funziona per la Francia, può essere estesa a tutti i paesi europei dove si terranno elezioni, naturalmente con le dovute differenze legate ai differenti ordinamenti istituzionali e leggi elettorali, e in questo scenario può pesare per esempio una maggiore complessità politica e articolazione dei bacini elettorali in Italia rispetto ad altri paesi europei.

I pugnali skin

Sabato, 17 Giugno 2017 00:00

I pugnali sikh e il pragmatismo che manca

È appena rientrata la polemica sulle ONG impegnate nei salvataggi in mare, con una sostanziale smentita delle improvvide accuse del procuratore Zuccaro, e un nuovo fronte si è aperto: quello della regolamentazione del pluralismo culturale e religioso nelle sue manifestazioni pubbliche. 

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un immigrato di religione sikh sulla facoltà di portare in pubblico il pugnale rituale, ma è andata oltre il merito della questione, scegliendo di impartire una lezione sul rispetto dei “valori” della società di accoglienza. 

La sentenza infatti non si è limitata ad affermare che circolare con un pugnale di 18 centimetri può essere pericoloso e infrange le norme sull’ordine pubblico. Ha voluto farne una questione di valori culturali da affermare, contro le rivendicazioni di minoranze che si rifanno a valori diversi e vorrebbero portarli con sé nella nuova società. Un allargamento inopportuno, che apre la porta a imposizioni in materia di abbigliamento o di pratiche religiose.

Come spesso accade nel dibattito su questi argomenti, le reazioni si sono schierate come le tifoserie su spalti contrapposti: la maggioranza a sostegno della sentenza, una minoranza invece su posizioni critiche, in difesa del relativismo culturale. Un’ennesima partita tra guelfi e ghibellini.

Eppure in altre società, segnatamente quelle anglosassoni, le istituzioni hanno trovato soluzioni pragmatiche di compromesso in grado di disinnescare il conflitto: pugnali saldati al fodero e non estraibili, impugnature elaborate ma con lame di due centimetri, oppure smussate.  

In materia di immigrazione e dintorni, i conflitti assumono troppo spesso valenze simboliche e ideologiche che li rendono insuperabili. Moderazione, pragmatismo, ricerca di compromessi equilibrati sembrano merce rara, ma tanto più preziosa in questi tempi travagliati.

Dai fuochi ai fiori

Martedì, 13 Giugno 2017 00:00

Dai fuochi ai fiori

Dalla terra dei fuochi, disseminata di scorie tossiche e avvelenata dalla malavita, alla terra dei fiori, luogo in cui crescono gerbere e crisantemi, fiori che l’arte accoglie per farne espressione di rigenerazione, bellezza e spiritualità.

Un progetto che racconta con foto, video e documentazione le storie di un luogo e la bellezza solitaria della Reggia di Caserta, che ha osservato nel tempo la violenta trasformazione del territorio campano.

La mostra ospitata nei saloni del piano nobile della Reggia è costituita da opere fotografiche di grandi dimensione, disegni, video e documentazione che raccontano “il percorso che ha portato il duo Vinci–Galesi ad interrogare, grazie all’impiego del fiore, le identità individuali ma anche i luoghi dimenticati segnati da abbandono, trascuratezza, degrado civile”. “A tutto questo – aggiunge il curatore – si contrappone il rigoglioso germogliare della natura, elemento di meraviglia, espressione della volontaria ricerca di riscatto.

È il tentativo di inversione, l’espressione della necessità di superare l'impasse della situazione attuale che l’arte deve compiere. Per mostrare come anche dall’estremo abbandono si possano far germinare onestà, bellezza, dignità”. Le immagini di Vinci–Galesi sono visioni cariche di elementi contrastanti. In contesti dal valore simbolico, quali ad esempi una spiaggia in cui mare e terra si contendono la supremazia o in una cava abbandonata popolata di residui di pietre, i due artisti si mostrano interamente avvolti da un mantello floreale coloratissimo e che nasconde i tratti somatici.

La loro figura diventa così quella di un spirito che dissemina colore e futuro nel grigio e nell’abbandono del presente. Il drappo in cui gli artisti sono avvolti è realizzato cucendo a mano migliaia e migliaia di fiori su eterei tessuti. Rispettando un'antica tradizione propria delle celebrazioni religiose di un’altra terra complessa e difficile, il ragusano, sulle cui coste negli ultimi anni sono sbarcati disperati provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo in fuga dalla guerra o si sono arenati corpi senza più speranza.

La bellezza di quei luoghi, testimoniata da alcune immagini degli ultimi progetti, è un controcanto che fa stridere ancor di più i limiti della condizione umana. Vinci–Galesi propongono visioni transitorie, occasioni preziose e fugaci. Fuggevoli quanto è fuggevole la bellezza di un fiore, meraviglia condannata ad un veloce disfacimento. L’elemento floreale trasforma, anima, nasconde. È una presenza naturale che racchiude un universo di significati che affondano le radici nelle mitologie più antiche.

I fiori rappresentano l’immagine della vita, della rinascita e del ciclo stagionale. Sono emblema della caduca fragilità del mondo contemporaneo, immagine di gioia e di lutto. Dell’eros che anima l’amore terreno e della pace che scioglie quello celeste. Nella giornata inaugurale della mostra, il 20 maggio, Vinci–Galesi daranno vita ad una performance insieme a due gruppi di bardatori di Scicli e a uno stallone frisone nero, Eros, riuniti in un gruppo integralmente ammantato di fiori.

Trasformati in floreali evocazioni, essi avanzeranno dal giardino attraversando il porticato a cannocchiale, progettato da Vanvitelli per fornire al visitatore della Reggia una vertiginosa visione prospettica, per poi salire al piano nobile attraverso il maestoso scalone centrale della residenza. Come scrive nel suo testo il curatore Daniele Capra, “la performance suggerisce, in maniera simbolica, le potenzialità mimetiche e metamorfiche insite nell’elemento floreale, che vengono portate al massimo grado. La bellezza semplice ma altera di gerbere e crisantemi incarna la reazione allo sfacelo di un territorio soggiogato dalla criminalità e dall’inquinamento causato dai rifiuti. È metafora del possibile ribaltamento della forzosa circostanza di prigionia, è il sogno di ribellione ad una situazione a cui, razionalmente, non si sarebbe potuto immaginare una via d’uscita percorribile”.

Da Genoveffa a Geneviève

Venerdì, 09 Giugno 2017 00:00

Da Genoveffa a Geneviève.

Genoveffa che in Italia è un nome racchio in Francia diventa Geneviève. E così i politici italiani – genoveffi tutti a Roma – genuflessi al cospetto di Macron all’Eliseo, diventano, giusto battesimo dato dal direttore di questo giornale, macronettes. E sono solo lodi, arrivederci e baci.

Il cammino di Matteo Renzi in cancelletto-incammino diventa la marcia di Emmanuel Macron in cancelletto-inmarcia. Le primarie del Pd nei gazebo sono già le presidenziali nei bistrot. Certo, queste sono vere elezioni mentre di quelle, invece, mancano i numeri reali; ma neppure importa che il partito di Renzi in Francia, il partito socialista, sia stato spazzato via perché Renzi, infatti – e la storia lo reclama – è il Macron d’Italia mentre Macron, è solo il Renzi francese. E a dirla tutta, coi giornali che svolazzano, senza il trionfo di Matteo alle primarie, Macron se lo sognava di vincere a Parigi.

Anche il loden di Mario Monti è il mantello da moschettiere del giovane Emmanuel; Enrico Letta, allocato nei pressi della Senna prima di tutti, è il Richelieu di Macron, ancora meglio, è il Voltaire di Macron, anzi, no: è il Pierrot di Macron. Ma la macronette che sferruzza al meglio e più di tutti è Berlusconi, il cavaliere Silvio, chansonnier di solida schiatta.

Anche il partito di Berlusconi in Francia, il partito gollista – se mai zio Silvio avesse un partito –, è stato spazzato via. Macron, figlio delle banche, cugino dei tecnocrati, nipote di Angela Merkel nonché marito della bella Brigitte, ha fatto tabula rasa. Macron, rispetto all’estetica della bella destra che fu, quella delle Nicole Minetti per fare un esempio, è fuori target, ma Parigi val bene una Genoveffa.

A proposito di Genoveffa. In tutto questo fiorir di macronettes, c’è comunque Maria Elena Boschi e lei, secondo voi, s’accoda alla Marsigliese o si prepara una fuga all’inglese? È sempre lì, o lì o là, è la sentenza di Giufà.

Crisi in ntempo di crisi

Martedì, 06 Giugno 2017 00:00

Crisi in tempo di crisi

Si può parlare di una «crisi» della Chiesa cattolica e più specificamente della Chiesa italiana? La parola «crisi» può apparire pesante e perfino blasfema ma, se assunta nel suo significato originario (krisis, cioè manifestazione drammatica di sé), non si sarebbe lontani dalla condizione di fatto. L’ultimo sondaggio Eurispes segnala una caduta di fiducia degli italiani dal 47% del 2008 all’attuale 40 per cento. In verità non sono poche, nel corso dell’attuale pontificato, le manifestazioni di conferma non solo di una visione angosciata, ma anche di una visione pragmatica espressa in tentativi più o meno ‘paterni’ di indicare i terreni di una necessaria controffensiva. La controprova fattuale non è solo nelle parole (talora vere e proprie grida di appello) ma nelle missioni del Pontefice in terre difficili e ostili (Boemia, Inghilterra, Scozia) accompagnate dal preventivo fiato sospeso sull’accoglienza al messaggio ecumenico. Si prenda, per iniziare, il discorso di Benedetto XVI al Corpo diplomatico del dicembre scorso. Lì si prospetta una visione del presente che s’è guadagnata l’aggettivo «cupa» per il grido di allarme anzitutto, ma non solo, sul moltiplicarsi di atti di persecuzione anticristiana in terre non europee e per la condizione ecclesiale nello stesso Occidente. Il grido per la «libertà religiosa» non è atto banale (può essere considerato, anzi, una vera innovazione dottrinaria se appena si tenga conto che ogni confessione strutturata ha la sua giustificazione primaria nel monopolio della verità rispetto alla quale ogni altro pensiero costituisce «errore»). Ma proprio nel riconoscimento di un diritto universale è insita una sofferenza poiché tra religioni diverse non può che esservi competizione, pur accompagnata da attributi come fraterna e tollerante. E dunque il tema è: quale competizione, su quali temi della trascendenza e della realtà terrena? Come conciliare fede dogmatica e pluralismo? Il Pontefice regnante ha indicato con chiarezza i terreni su cui la sua Chiesa intende dare battaglia nelle condizioni del pluralismo religioso e ideologico, e per farlo ha adottato una chiave altamente drammatica: la denuncia sofferta e insistente delle pecche, degli obbrobri che si manifestano nello stesso corpo ecclesiale (esempio topico la pedofilia ma si possono aggiungere le ragioni della botta moralizzatrice data alla finanza vaticana) accompagnando lo sdegno intestino con l’analisi, anzi la denuncia dei fattori emergenti negli stili di vita, nella degenerazione etica della società del consumo e dell’avventura edonistica visti come dinieghi dell’antropologia della fede. Lì è la minaccia all’universalismo dogmatico del cattolicesimo le cui mura reggono a fatica l’assalto non solo di altre religioni ma della contemporaneità. È così che s’invoca la difesa dei fondamentali del proprio credo nell’angoscioso timore della «scomparsa di Dio» e si dà indicazione esplicita dell’oggetto del conflitto: l’uomo come creatura intangibile dall’embrione alla morte, la sessualità bifocale, l’illegittimità del biotestamento e dell’eugenetica, la sacrale intangibilità della famiglia. Qui si gioca il rapporto tra missione salvifica e agire personale poiché è impossibile reggere lo scontro senza un’autonoma visione del conflitto sociale e politico. Pare cogliersi una richiesta di soccorso alla passata elaborazione magistrale in epoca moderna e contemporanea (le grandi encicliche come la Mater et magistra, la Pacem in terris, la Centesimus annus) tipica dell’impatto con il capitalismo in cambiamento da Taylor al liberismo, rispetto alla quale tuttavia è necessario un aggiornamento come richiesto dalle sconvolgenmti dinamiche attuali, ma non tale da denegare l’osservazione basilare di Giovanni XXIII sul «carattere preminente del lavoro quale espressione immediata della persona nei confronti del capitale, bene di sua natura strumentale». Ma come stare in campo? Sono evidenti e in crescita posizioni diversificate nella tattica gestionale del rapporto Chiesa-Stato e Chiesa-società. Si colgono due piani non comunicanti: da un lato la denuncia sdegnata che si alza dalla periferia credente, dall’altro il ‘realismo’ della tattica contrattuale col potere politico. Se ne colgono segni anche nella pubblicistica ecclesiale: la durezza di «Famiglia cristiana», la critica contenuta ma visibile di «Avvenire», l’algida registrazione dell’«Osservatore romano». Ambedue questi atteggiamenti, inoltre, impattano con una certa crisi delle vocazioni (una fonte interna parla di un deficit di diecimila mancati accessi nel 2010 e di una previsione un po’ meno grave nel 2011 grazie all’apporto di immigrati. È perfino accaduto che si sia riaperta l’antica tensione tra il monopolio maschile della gerarchia e l’impulso egualitario della giovane generazione femminile. Fenomeni, questi, solo in parte compensati dalla forza attrattiva delle iniziative di solidarietà sociale e umanitaria in cui la comunità fedele dà il meglio di sé e da cui, dunque, sorgono le voci del rinnovamento. È obiettivamente complesso il problema del rapporto con la politica nel quadro di un regime concordatario, pur liberato dalla pretesa della «religione di Stato», in permanente bilico tra privilegio relazionale e rispetto delle autonomie imposto dal pluralismo e dal principio di uguaglianza. Non sono certo le calorose telefonate tra Berlusconi e Don Gelmini, col reciproco incoraggiamento a ‘non mollare’, che possono definire un equilibrio accettabile e operoso tra Chiesa e politica. La difficoltà principale deriva dal fatto che da un ventennio non c’è più un «partito unico dei cattolici». La diaspora ha cambiato in radice la lunga identificazione tra Chiesa, partito e governo (anche se meriterebbe una più attenta considerazieone il modo in cui la Dc gestì la difficile mediazione tra autonomia funzionale e fedeltà ecclesiale). In tempi di pluralismo politico-elettorale l’idea di un’ispirazione cristiana ha impattato con uno scenario radicalmente nuovo e caotico chiamato Seconda Repubblica. Con un po’ di ipocrisia si è pensato di affrontare la novità con il binomio lealtà istituzionale più salvaguadia del magistero. La reale dinamica della relazione – specie dopo la scomparsa di Vojtyla e l’apparizione di Berlusconi – si è piegata vistosamente verso la preferenza per il blocco di centrodestra e non solo per la presenza in esso di un partito minore dichiaratamente cattolico poi passato all’opposizione, ma tramite una relazione gerarchica tra l’episcopato e l’inconsueto titolare dell’esecutivo tanto generoso e cedevole sul terreno delle convenienze ecclesiali. Si potrebbero elencare infiniti episodi in merito, ultimo dei quali l’abolizione dell’Ici sui beni immobiliari ecclesiastici (una roba di 700 milioni sottratti ai Comuni). Ma non si tratta solo di questo pur pesante aspetto. Si paragoni la freddezza verso i governi Prodi con quanto visto con Berlusconi e il risultato apparirà in tutta la sua evidenza: esplicita cordialità (spesso con generose omissioni di giudizio) verso il miliardario di Arcore resosi spendibile con l’adesione al Partito popolare europeo. Dunque, una risposta ambiguamente generosa alla domanda di come articolare il rapporto tra Chiesa e politica. Il rapporto col berlusconismo è stato – specie nel dopo 2008 – emblematizzato dalla esibita cordialità tra il capo della Cei Bagnasco e il capo del governo nonché da omaggi molto pubblicizzati di quest’ultimo alla Santa Sede. Se ne sono colte conseguenze quando la gerarchia è rimasta fredda fino all’ostilità di fronte alla decisione di Casini di uscire dalla maggioranza e, ancor più, quando egli ha promosso il «terzo polo» con un Fini considerato ostico in quanto a diritti soggettivi e laicità (basta rilegge l’«Avvenire» di quei giorni). Qualche effetto pressorio la Cei lo ha ottenuto perfino del centrosinistra (bastino i nomi di Rutelli e Binetti). Ma tutto questo non ha potuto impedire l’impatto critico con l’inerzia governativa in fatto di crisi economica e di drammi sociali in salita. Si è accentuata la corrente critica nell’associazionismo provocando crepe nel troppo organico rapporto col governo con richiesta talora esplicita di passare dalla cordialità al distacco. Forse è qui la spiegazione dell’appello di Bagnasco ai cattolici perché si impegnino di più, in quanto tali, nell’agone politico senza tuttavia qualificarne il segno partitico. Appello che di per sé alludeva a una presa di distanza dal monopolio berlusconiano che in molti soffrivano come un ostacolo proprio all’espansione del protagonismo cattolico. Ma tutto questo era solo una pallida vigilia di uno sconquasso ben più clamoroso: l’affare Ruby-Berlusconi. Facile immaginare il vortice di interrogativi che dalla base ha investito la gerarchia. Ben prima che si alzassero voci autorevoli s’è udito un crescente rumore di fondo talora in termini allusivi (l’«Avvenire» scriveva: «I risultati dei cattivi esempi sono sotto gli occhi di tutti») ma sempre più in termini e destinazioni domestiche esplicite. Un esempio. Si ricorderà quale fu il segno del Family day di un anno addietro: tutto l’appoggio al diniego governativo alle domande promanate dal caso della ragazza Englaro in eterno buio esistenziale. Ecco che a gennaio 2011 lo stesso movimento alza la sua voce su Arcore: «Da noi nessun silenzio interessato, chiediamo chiarezza». Un grido rivolto alla gerarchia non meno che al cavaliere. A proposito del quale «Famiglia cristiana» denunciava: nessuno più di lui ha diviso il mondo cattolico. Solo dopo queste voci, e soprattutto solo dopo il drammatico ammonimento-denuncia del presidente della Repubblica è giunta la voce del cardinale Bertone, segretario di Stato vaticano, per accodarsi a quelle parole, a controprova che la gerarchia aveva bisogno di una copertura d’alto valore istituzionale. Da lì la sequenza delle prese di posizione più autorevoli, quella del Pontefice e infine quella della Conferenza episcopale Cei. Esplicito l’ammonimento alle istituzioni a ritrovare la moralità perduta in risposta allo sconcerto corale della comunità. Il maggior documento – l’omelia papale – va naturalmente interpretato in tutto il meccanismo di contenuto e di metodo. A me sembra che il senso sia nella contestualizzazione dello scandalo berlusconiano nel panorama di collasso morale dell’epoca. È qui che la Chiesa dice di voler motivare il proprio ruolo salvifico. La denuncia severa della surroga di una morale condivisa con la «visione riduttiva» della realtà che si affida alla convenienza soggettiva appare come la tabe esistenziale contro cui si deve affermare il messaggio e l’esempio della religione. Che questa idea non sia una mera scappatoia dalle difficoltà della missione ecclesiale è stato poi dimostrato dallo stesso Bagnasco alla conferenza di Ancona quando s’è calato più direttamente nella vicenda italiana. La denuncia di una «modernità liquida dominata dall’ideologia del mercato» e prona dinanzi al successo artificioso, alla scalata furba, al guadagno facile, al mercimonio di sé ha aperto il richiamo al concreto sociale altamente critico (la condizione giovanile anzitutto) in chiara contrapposizione allo spettacolo arcoriano di scandalosa violazione dell’artico 54 della Costituzione. Prese alla lettera queste proposizioni dovrebbero dislocare la Chiesa sul fronte di una globale riforma sociale come base oggettiva di un rinascimento etico-solidaristico. Ma è proprio qui che sorgono gli interrogativi di più che qualche osservatore laico. Dice il presidente dell’Azione Cattolica Miano che occorre una spinta a una più alta qualità della presenza cattolica in politica. A che cosa si riferisce quella «più alta qualità»? Basta col furbesco tatticismo verso le concessioni di questo governo? Basta con quella che Gian Enrico Rusconi definisce la «finzione» del predicar bene per poi sdraiarsi sul comune sentire con Berlusconi in fatto di legislazione su bioetica, fisco preferenziale, scuola sovvenzionata? Insomma c’è o no davvero un voltar le spalle a un governo che accumula, assieme a inerzia sociale, un esempio corruttivo rispetto a una limpida moralità? Da quale mai «strumentalizzazione» delle opposizioni la Chiesa dovrebbe guardarsi se considera intangibile la propria posizione? C’è o no un problema di rimodulare il rapporto tra la missione evangelica e la visione sancita dalla Costituzione italiana non certo riducibile al formalismo giurdico del rapporto tra i due Stati che riduce la relazione a una contrattualistica utilitaria? Questi interrogativi sembrano ora collocarsi sul terreno di una possibile evoluzione positiva. Ma sono ancora tutti lì, nel fuoco della crisi italiana e della confessata angoscia della Chiesa per la propria missione. Non siamo a Bisanzio, siamo nella Repubblica democratica italiana fondata sul lavoro!