Le primarie

Mercoledì, 28 Giugno 2017 00:00

Le primarie al tempo delle primarie

La discussione sulle primarie sembra non terminare mai e la questione dei gazebo appare, ogni volta che se ne torna a parlare, sempre più zeppa di gracili e inconcludenti assunti ideologici. Quando, invece che di politica, si ragiona con delle sterili petizioni di principio si entra in un vicolo cieco. E allora bisognerebbe scavare nei fenomeni reali, non rinchiudersi nei postulati astratti circa la strutturale diversità qualitativa dei partiti. Non esiste alcuna teoria coerente delle coalizioni che predefinisca il campo incerto della lotta politica e precluda esiti sgraditi a chi immagina di avere per diritto di natura riservata la funzione del comando. Se si trovano davvero partiti che già in partenza dichiarano che per identità e funzione aspirano a svolgere solo un ruolo marginale bisognerebbe radiarli dall’albo ideale dei partiti desiderabili. Persino Vendola, che non conta neppure su un deputato, aspira alla leadership. Nessun partito, per identità e funzione, si priva già in partenza del possibile ruolo centrale in un sistema politico, aspetta, prima di abdicare, per lo meno di conoscere il responso delle urne. Non si può certo stabilire per decreto la funzione e il peso dei partiti e indurli a comportarsi di conseguenza alla luce della loro identità preventivamente accertata. Ma esistono momenti in cui non è consentito perdere, pena un arretramento considerevole della democrazia. E in tali circostanze (quando gli eventi suggeriscono per evitare collassi di portata storico-politica di stringere non già comode coalizioni omogenee con ruoli prefissati, ma accordi difficili con culture molto diverse) le deroghe al principio quantitativo come metro principale per assegnare un ruolo ai partiti sono del tutto ammissibili. Servono per fissare un punto di equilibrio non scontato tra i contraenti eterogenei del patto, sono richieste per mettere insieme soggetti potenzialmente alternativi tra loro e che però, soprattutto per ragioni storico-politiche d’ordine eccezionale, scelgono di compiere una importante esperienza di governo presentandosi insieme al voto come alleati. Per questo invoca, quale condizione inappellabile, che il candidato a palazzo Chigi sia appannaggio del partito maggiore perché così accade ovunque. E allora qui, dal piano delle metafisiche tesi e degli assiomi razionali sulle coalizioni ottimali, egli si sposta al livello più prosaico delle consuetudini effettuali. Ne è proprio sicuro però che la fisiologia sia sempre rispettata quasi per una spontanea accondiscendenza dei minori verso il partito più grande? Solo per poco più di trent’anni questa fisiologica accettazione del ruolo guida del partito di maggioranza relativa è stata rispettata in Italia. Dagli anni Ottanta è invece caduta in desuetudine con le richieste certo esorbitanti dei partiti laici minori e nessuna «teoria coerente» l’ha recuperata come meritava una clausola «fisiologica» e quindi razionale, coerente. Ogni volta che nell’Italia della Seconda Repubblica sono state allestite coalizioni plurali ampie, mai la leadership è andata al partito maggiore della sinistra, ma a Prodi e a Rutelli che non erano certo alla testa della forza più rappresentativa. Più che di teoria non falsificabile che assegna la guida di una coalizione al leader di un partito, qui si parla di dati concreti di esperienza sempre mutevoli e contingenti. E a essi conviene sempre attenersi. La realtà è ben più complessa degli schemi razionali costruiti per catturarla con eccessiva e ingannevole facilità. È sempre possibile che su un leader non ci sia la convergenza necessaria degli alleati e che per sviluppare maggiori chance competitive sia magari preferibile puntare su un diverso cavallo. Non ci sono regole fisiologiche da seguire comunque, ma valutazioni realistiche che suggeriscono di volta in volta la ricerca di un candidato che si presenti come il migliore garante di un equilibrio altrimenti impossibile da raggiungere. In condizioni non bipartitiche, ma a bipolarismo forzato, non esistono affatto dei postulati ferrei cui restare fedeli e occorre con pazienza consegnarsi alle necessità multiformi della prassi. L’accettazione di un leader diverso dal segretario non è necessariamente una capitolazione, può anche essere una scelta consapevole e realistica in determinate circostanze. Ciò si verifica quando la rinuncia a esercitare una leadership, sprovvista dei requisiti sistemici necessari per la possibile vittoria, si può ben giustificare con il raggiungimento, attraverso una alleanza più ampia, di un obiettivo storico-politico più prezioso (la vittoria elettorale e con essa una alternativa di sistema politico per la fuoriuscita dalla stagione del populismo). Ci sono condizioni politiche del tutto peculiari entro cui la coincidenza tra il segretario e il candidato premier non è automatica se, poniamo, in campo c’è l’imperativo supremo di definire una strategia più ampia di coalizione per segnare una discontinuità storico istituzionale. La difficile costruzione di una alleanza inedita con forze prima appartenenti a un altro campo culturale, rende la coincidenza tra capo di partito e premier nient’affatto scontata, può esserci come non esserci, dipende dalle condizioni. La politica e non un punto fermo venerabile come un assioma di per sé indiscutibile è quello che conta. Lo stesso statuto del Pd, non prevedendo la simultaneità tra la stagione dei congressi di partito e le elezioni politiche nazionali, non dà per scontato che il premier sia sempre il segretario. È palese che la sfasatura temporale tra congressi e elezioni sia piuttosto illogica e poco funzionale alla coincidenza auspicata tra leadership di organizzazione e ruolo istituzionale perché essa determina il ricorso a due primarie per ciascuna legislatura. Le primarie devono essere aperte perché altrimenti con i soli iscritti si pagherebbe salata la «distanza sociologica e politica dei militanti rispetto agli elettori», ma sebbene aperte, le primarie devono rimanere limitate al solo Pd perché così richiede il rispetto della vocazione maggioritaria che non può rifluire. La strada prescelta apre un doppio e potenzialmente dirompente circuito, quello interno riservato agli iscritti consultati in regolari congressi, e quello esterno aperto agli elettori indifferenziati che potrebbe stridere con le risultanze delle assise svoltesi nei territori. Che le primarie di coalizione siano «un non senso» è indubbio, ma che una coalizione plurale sia da cementare sulla base delle scelte per tutti obbliganti anche se compiute da un solo partito magari alcuni anni prima è altrettanto un non senso se l’alleanza non si limita a forze minori attigue, ma si allarga a poli di media grandezza portatori di istanze e culture lontane su punti nodali. Le primarie di coalizione, richieste dal movimento monotematico di Vendola come supremo atto di fede verso una presunta democrazia diretta che degli ingordi uomini di apparato vorrebbero cancellare, sono un non-senso e non certo perché Bersani le perderebbe determinando così il definitivo big bang del partito ma perché urtano contro tutte le ragioni del fare politica. È davvero irenico (e quindi da sprovveduti) che un partito largamente maggioritario in uno schieramento possa giocarsi tutto e accettare una gara con partiti satelliti da cui avrebbe tutto da perdere e nulla da guadagnare. Nessun partito ricorre alla primarie di coalizione nelle quali, senza trovare alcuna convenienza o plusvalore politico, corre il rischio di concedere la leadership a partner molto minoritari. Se proprio deve perdere alle elezioni, un partito più grande preferisce farlo incamerando almeno qualche esiguo vantaggio competitivo (leadership della coalizione). Il timore di una sconfitta comunque non c’entra nulla (basta un semplice accorgimento, quello di collegare la designazione del candidato premier con una lista di candidati per la selezione degli aspiranti locali al seggio parlamentare, per evitare ogni sorpresa e scongiurare la scarsa fedeltà di un partito che resta poco strutturato e quindi sottoposto a guerre intestine e spinte centrifughe che rischiano di alimentare spinte di conquista), nella ripulsa delle primarie di coalizione conta piuttosto la loro conclamata disfunzionalità. Il problema più rilevante non è certo quello di schivare un potenziale pericolo proveniente da una candidatura radicale che certo non garantirebbe un punto accettabile di sintesi e di equilibrio alla coalizione. Il vero tema da affrontare è quello di definire i modi più efficaci per una politica convincente oggi richiesta per andare oltre il sistema politico in crisi strutturale. Non è molto sensato fare delle primarie competitive per scegliere un capo senza aver stipulato, prima dell’apertura dei gazebo, delle intese programmatiche solide per allestire una coalizione elettorale coesa e vincente. È inoltre del tutto disfunzionale la pretesa di conferire, attraverso le prove selettive delle primarie, la leadership a un candidato premier che poi non avrebbe dalla sua il controllo di un partito maggioritario. Si incrocia qui la completa irrazionalità di un ricorso alle primarie (strumento congeniale ai regimi che prevedono l’elezione diretta di una carica monocratica) in un sistema parlamentare con governi di coalizione. Anche le difese deboli delle primarie, ovvero la esaltazione della loro carica mobilitante indispensabile per smuovere dal torpore settori cruciali di un elettorato altrimenti sfiduciato, non sembrano persuasive dinanzi alla crescita prolungata dell’astensionismo che ha radici profonde. Il meccanismo delle primarie non sollecita la riattivazione di soggetti critici e delusi verso le esperienze della politica e nemmeno riavvicina alla partecipazione politica porzioni di ceti sociali più periferici che avvertono una carenza di rappresentanza. Le primarie sono diventate un palese elemento di blocco sistemico, sono cioè una parte del bileaderismo odierno, non sono una tappa per conquistare una diversa qualità democratica. Anche la ricetta di Scalfari, di confidare a esse per una resurrezione postuma di Veltroni da lui auspicata, come evento da verificarsi in concomitanza del voto, sembra una alchimia escogitata per obiettivi parziali che non va al cuore del problema, quello di abbattere un meccanismo perverso come quello del bipolarismo coatto di cui si riscontra in realtà la malattia mortale. Per andare oltre il bipolarismo, colto nelle forme degenerative attualmente sperimentate, occorre una drastica contrazione della porzione leaderistica della contesa politica che le primarie convocate per una carica inesistente (l’elezione diretta del Presidente del consiglio) contribuiscono a sprigionare nel sistema politico. Le primarie sono una robusta forma di freno all’innovazione oggi indispensabile, sono cioè un argine opprimente che inibisce la maturazione di forze nuove e obbliga al mantenimento del sistema politico populistico della Seconda Repubblica. Contro i partiti puramente parlamentari e asfittici di oggi le primarie sono forse la ritrovata linfa vitale di una partecipazione di massa? Le primarie sono sempre più una maldestra (sregolata, improvvisata, strumentale) caricatura della politica americana. Esse sono utilizzate in modo abnorme (per tentare scalate a partiti a cui non si appartiene; per sconvolgere i consolidati rapporti di forza tra i potenziali alleati di una coalizione ancora da costruire) e senza le condizioni istituzionali (l’elezione diretta di una carica monocratica: siamo per fortuna, o meglio, grazie al referendum costituzionale già dimenticato del 2006 che bocciò il premierato assoluto, ancora in un regime parlamentare) e senza le condizioni politiche (un assetto fortemente frantumato e coalizionale e nient’affatto bipartitico).