Imprese recuperate

Sabato, 29 Luglio 2017 00:00

Il fenomeno delle imprese recuperate,

Nato all'inizio del XXI secolo in America latina - in particolare in Argentina - come reazione a una grave crisi economica e alla mancanza di adeguate risposte istituzionali, si sta diffondendo anche in Europa. In queste aziende i lavoratori si organizzano per evitare il licenziamento e con il sostegno del territorio inventano nuove opportunità e nuove forme di gestione delle attività produttive.

Le imprese recuperate in Italia

Anche in Italia si contano esperienze di lavoratori che hanno recuperato le aziende in difficoltà. In molti casi si è trattato di un semplice passaggio di proprietà, senza le caratteristiche tipiche delle imprese recuperate, quali la partecipazione, la gestione orizzontale e l’equità nei salari.

Non è certamente semplice fare un censimento completo delle realtà, anche perché i dati a disposizione sono a volte contraddittori. Va sottolineato invece che l’Italia si è dotata di una normativa a sostegno di queste esperienze, anche se poco nota: la Legge Marcora, che riconosce il ruolo socioeconomico delle imprese recuperate e ne favorisce la costituzione. Prosegue in questa linea il più recente art. 11, «Misure per favorire la risoluzione di crisi aziendali e difendere l’occupazione» del D.L. n. 145/2013 , che al c. 2 stabilisce che «Nel caso di affitto o di vendita di aziende, rami d’azienda o complessi di beni e contratti di imprese sottoposte a fallimento, concordato preventivo, amministrazione straordinaria o liquidazione coatta amministrativa, hanno diritto di prelazione per l’affitto o per l’acquisto le società cooperative costituite da lavoratori dipendenti dell’impresa sottoposta alla procedura».

Una ricerca pubblicata nel 2015 (Recuperating Enterprises, Reviving Communities: Converting Businesses into Labour-Owned and Labour-Managed Organizations - RERECOM) analizza alcune esperienze nate proprio grazie alla legge Marcora. Tra l’inizio della crisi e la pubblicazione della ricerca si è passati da 81 a 122 imprese attive, con un importante effetto di salvataggio di posti di lavoro. Al contempo però, queste imprese conservano e talvolta migliorano le proprie capacità produttive e quindi rafforzano l’economia dei territori in cui operano.

Uno dei casi più conosciuti è la Ideal Standard, che produce ceramiche e sanitari in provincia di Pordenone. Nel 2014 la casa madre decise di chiudere lo stabilimento, licenziando i 400 dipendenti. A luglio dello stesso anno un gruppo di operai fondò una nuova cooperativa, la Ceramiche IdealScala, che da allora ha rilanciato la produzione con 50 addetti ed entro il 2018 si propone di riassorbire 150 lavoratori. A Messina invece, 15 dei 41 lavoratori di un birrificio hanno utilizzato il loro TFR per fondare una cooperativa e continuare a lavorare. Nel 2011 erano stati licenziati perché il valore dell’area in cui sorgeva lo stabilimento in cui lavoravano era andato crescendo: i proprietari, che lo avevano rilevato dalla multinazionale olandese Heineken, avevano deciso di chiuderlo e venderlo. Ma i mastri birrai hanno deciso di sfruttare la propria esperienza e, con il sostegno di alcuni finanziatori, della Regione Sicilia, della Fondazione di Comunità e di Banca Etica, a luglio 2016 hanno iniziato a produrre la Birra dello Stretto (il marchio Birra Messina è rimasto alla Heineken), vendendola sul mercato siciliano e tramite Internet. La loro tenacia è stata premiata con la vendita di un milione di bottiglie nei primi tre mesi di attività.

Ci sono poi alcune cooperative che si ispirano alle imprese argentine, ma non hanno i requisiti per accedere agli strumenti previsti dalla legge, tra cui le Officine Zero di Roma e Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio (MI). Il progetto di riconversione produttiva di Officine Zero, è nato dalla lotta degli operai della RSI (ex Wagon lits), stabilimento di manutenzione dei treni notturni nei pressi della Stazione Tiburtina, fallita nel 2011. Nel febbraio 2012 gli ultimi 33 operai licenziati decisero di occupare la fabbrica per rivendicare il pagamento dei salari arretrati, ricevendo un forte sostegno dalle reti territoriali, dai centri sociali e dal movimento studentesco. Nacque così un progetto di riconversione produttiva basato su diversi progetti cooperativi, uniti dalla sperimentazione comune di nuovi modelli di lavoro, di relazioni sociali e lavorative basate sull’autogestione produttiva e sulla cooperazione.

lla Ri-Maflow, riuso e riciclo sono elementi fondamentali del progetto di recupero dell’impresa, che nasce dall’occupazione da parte degli operai dello stabilimento della Maflow, multinazionale operante nel settore della componentistica auto, chiuso definitivamente nel 2012. La maggior parte degli occupanti ha formato la cooperativa, che ha aperto la fabbrica alla comunità a partire dai mercati dell’usato e da altri progetti territoriali, trasformandola in uno spazio fondamentale dell’economia solidale, ma anche in luogo di lotta e organizzazione politica.

Come scrive Dario Azzellini, ricercatore e studioso delle imprese recuperate, «per tutti i lavoratori e le lavoratrici di queste imprese recuperate le esperienze dell’America latina, in particolare quelle dell’Argentina, sono state di grande ispirazione. Ri-Maflow a Milano ha adottato il motto “ocupar-resistir-producir”»N

Il socialismo del XXI secolo

Sabato, 22 Luglio 2017 00:00

Il “socialismo del XXI secolo” rischia un colpo fatale, Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (Pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’Fmi, 1.600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade, chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ’900 da Hugo Chávez e Fidel Castro.

Ma anche se quel punto sarà evitato, si dovrà riflettere su cosa sia stato e dovrà essere il socialismo chavista.

La spiegazione più facile e corrente dice che Chávez, morto nel 2013, era un grande leader e Maduro è un pessimo leader. Forse anche vera ma troppo manichea, incapace di mostrare le vere ragioni di fondo. Rimaste le stesse da un secolo, da quando nel 1914 il petrolio zampillò dal primo pozzo sulle sponde del lago di Maracaibo. La “semina del petrolio”, come la chiamò il presidente Rómulo Betancourt, la dipendenza dal petrolio (tuttora il 90-95% dell’export). Ossia il modello di sviluppo, il nodo gordiano che il Venezuela non ha mai sciolto. Prima dell’arrivo dell’“Huracán Hugo” al potere, nel 1998, i successivi governi – di qualsiasi tipo e colore - avevano risolto il problema impinguando i conti correnti propri e delle rispettive élite nelle banche di Miami o Ginevra. Fu così che, incredibilmente, l’80% della popolazione del “Venezuela saudita” si ritrovò “povero”. Chávez fu solo un effetto non una causa. Con lui la spesa sociale raddoppiò: dall’11,3% del Pil nel 1998 al 22,8% nel 2011.

Come dice Edgardo Lander, sociologo dell’Universidad Central de Venezuela, uno degli intellettuali più prestigiosi (ma non incondizionale) della sinistra venezuelana, la rivoluzione chavista «si è sempre appoggiata su due pilastri fondamentali: da un lato la straordinaria capacità di comunicazione di Chávez, che generò una forza sociale, e dall’altro i prezzi del petrolio che arrivarono in alcuni anni a superare i 100 dollari al barile. Quasi simultaneamente, nel 2013, questi due pilastri sono collassati. E l’imperatore si è ritrovato nudo». Nel 2015 il barile costava 28 dollari.

Al di là della evidente differenza di statura fra i due leader, il crollo simultaneo di questi «due pilastri» ha prodotto o accelerato la crisi attuale. I grandi meriti del quindicennio chavista – le politiche sociali e la redistribuzione della manna petrolifera fra gli strati più poveri, il ruolo nell’integrazione latino-americana, il concetto di “democrazia partecipativa” – sono così oscurati, adesso, dai suoi limiti – un forte personalismo carismatico e l’incapacità di formare un ceto politico in grado di succedergli, la persistenza della mono-coltura del petrolio e del modello estrattivista – su cui picchia l’opposizione interna, in cui convivono settori più o meno liberal-socialdemocratici e settori apertamente radical-golpisti, e quella esterna – da Washington, che non gli ha mai perdonato l’uscita dallo storico status di neo-colonia Usa, all’Unione Europea e ai grandi media internazionali – per decretarne il fallimento e l’emergere delle tendenze autoritarie o “dittatoriali”.

Per Lander il punto di svolta fu il 2005, nella «transizione del processo bolivariano dalla ricerca di un modello sociale distinto da quello sovietico e da quello liberal-capitalista, a un modello socialista classico e all’interpretazione del socialismo come statalismo». E in questa “conversione”, a suo giudizio, «c’è stata molta influenza politico-ideologica cubana». Forse, si potrebbe dire, il passaggio dal chavismo al post-chavismo.

Il crollo dei “due pilastri” ha portato alla guerra civile strisciante di oggi, con entrambe la parti impegnate a delegittimarsi a vicenda, accusandosi reciprocamente di tendenze dittatoriali o golpiste, incapaci di ascoltare i rari appelli alla ragione, compreso quello di papa Francesco. La destra interna e internazionale, anche quella “iberale e democratica”, non sta con le mani in mano e fa il suo (sporco) gioco di sempre. La sinistra venezuelana resiste come ha resistito Cuba, per più di mezzo secolo, all’aggressione Usa (ma il Venezuela non è Cuba). Non è disposta a cedere. E, anche se le inchieste dicono che l’80% dei venezuelani è favorevole alla sua immediata uscita di scena, Maduro ha ancora il 20-30% di appoggio degli strati popolari. E il 20% è più dell’appoggio dei vari Macri in Argentina, Temer in Brasile, Bachelet in Cile, Santos in Colombia.

L’ipotesi più ragionevole sarebbe quella di una tregua fino alla fine del ’18, quando scadrà il mandato di Maduro e si andrà (presumibilmente) alle elezioni presidenziali. Ma in questo clima ragionevolezza e tregua non hanno spazio. E il pessimismo è d’obbligo.

Volontariato e carceri

Martedì, 18 Luglio 2017 00:00

Volontariato e carceri

La denuncia della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e di CSVnet che criticano una nota del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità che sulla messa alla prova nel volontariato privilegia le associazioni più strutturate

Dopo il confronto promosso da CSVnet e CNVG, il Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità ha chiarito gli aspetti della normativa sulla copertura assicurativa delle persone ammesse a lavori di pubblica utilità. Ma la scelta di privilegiare le grandi organizzazioni rischia di tagliare fuori le quelle più piccole, che spesso hanno maggiori capacità di accoglienza e di innovazione.

Per affrontare le difficoltà nell’attuare i progetti di “messa alla prova” di imputati per reati minori presso le organizzazioni di volontariato, si sono mossi gli enti pubblici competenti. È di pochi giorni fa una “nota esplicativa” della direttrice dell’Esecuzione penale esterna del Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità (DGMC), Lucia Castellano, che fornisce chiarimenti e interpretazioni corrette della normativa, e che allega una circolare rassicurante dell’Inail su una delle questioni più spinose emerse nei mesi scorsi. I due testi sono stati scritti in seguito all’iniziativa di CSVnet e della Conferenza nazionale Volontariato Giustizia (CNVG) che, raccogliendo le preoccupazioni di alcuni Centri di servizio e di varie associazioni, avevano sollecitato a dare delle risposte prima l’Istituto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e subito dopo il DGMC.

All’origine della vicenda c’era stato un caso scoppiato a Genova nel novembre 2016, quando un’associazione di volontariato era stata multata per la mancata assicurazione Inail di un soggetto in messa alla prova. Dal CSV di Genova (Celivo), ma anche da altre regioni, era stato fatto presente quanto ciò stesse preoccupando le associazioni, rendendone difficile il coinvolgimento in questo tipo di esperienze. Molte infatti, in particolare di piccole dimensioni e prive di personale retribuito, avevano accolto soggetti in “messa alla prova” e li avevano coperti tramite un’assicurazione privata (soci e volontari), spesso in accordo con le amministrazioni competenti, cioè gli Uepe (Uffici esecuzione penale esterna) e i tribunali. Si rischiava insomma di mettere in pericolo la possibilità per migliaia di imputati di non arrivare al processo grazie a un periodo di lavoro di pubblica utilità (Lpu) presso enti pubblici, ma soprattutto in associazioni di volontariato, centri parrocchiali, cooperative sociali.

La normativa di cui stiamo parlando riguarda quei soggetti imputati per reati puniti con pena edittale non superiore a 4 anni o con la sola pena pecuniaria, o soggetti condannati per guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze e per reati di lieve entità in materia di stupefacenti. Quello della messa alla prova è un istituto importante sia nella pratica (per contrastare il sovraffollamento delle carceri) sia a livello culturale: dalla sua istituzione nel giugno 2014 è passato dalle circa 4.000 persone ammesse dell’anno successivo alle oltre 9.000 di fine 2016. E ha permesso alla quasi totalità di esse non soltanto di non “sporcare” la fedina penale, ma anche di vivere con consapevolezza la restituzione sociale del danno causato. La nota di Castellano dà ora “indicazioni operative” agli Uepe affinché i lavori di pubblica utilità siano svolti preferibilmente presso le associazioni più strutturate, poiché si tratta di prestazioni lavorative, seppur non retribuite, con tutti gli obblighi che ne conseguono in termini di sicurezza nei luoghi di lavoro e di assicurazione Inail – i cui costi vengono comunque rimborsati grazie a un fondo istituito presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Dal canto suo l’Inail si rende disponibile, attraverso le proprie articolazioni territoriali, a dare il necessario supporto alle associazioni che ne facciano richiesta per “agevolare l’attivazione della copertura assicurativa”, in altre parole per ridurre le incombenze burocratiche ad essa legate. È ancora la direttrice Castellano, però, a ricordare che accanto ai progetti ufficiali per lavori di pubblica utilità, la norma prevede che le persone ammesse possano svolgere anche “attività di volontariato facoltative”, senza l’obbligo della copertura Inail (basta la semplice assicurazione privata). E sempre Castellano suggerisce quindi agli Uepe di rivolgersi, per queste ultime attività, alle associazioni più piccole e meno strutturate, “a cui verrà conferito ampio spazio per l’alto valore trattamentale”.

CSVnet e CNVG, pur apprezzando lo sforzo di chiarimento contenuto nella nota del DGMC (unitamente alla disponibilità dell’Inail), segnalano tuttavia una sua possibile conseguenza molto negativa. Infatti, la dichiarata preferenza per le organizzazioni più strutturate rischia di tagliare fuori un numero altissimo di piccole associazioni, che spesso dimostrano maggiore capacità di accoglienza e di innovazione rispetto alle grandi, proprio nel gestire lavori di pubblica utilità (e non solo il volontariato facoltativo). Questa situazione, senza una capacità di attenta valutazione da parte degli Uepe, potrebbe comportare ora un forte impatto per l’intera attuazione della messa alla prova, diminuendo sia la qualità che la quantità dei progetti ammissibili. CSVnet e CNVG, continuando a fornire ai CSV soci e a tutte le associazioni, piccole e grandi, il supporto necessario affinché rispettino gli obblighi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, chiederanno pertanto di proseguire la discussione su questo e altri temi in prossimi confronti con il DGMC.

Dio è la risposta

Sabato, 15 Luglio 2017 00:00

Alessandro D’Avenia. Dio è la risposta ai nostri dubbi: parola di Leopardi

Lo straordinario dono del credente è quello di fare buon uso anche dei non credenti per arrivare alla luce della fede». Alessandro D’Avenia, scrittore di bestseller amatissimi tra i giovani e gli adolescenti (da Bianca come il latte, rossa come il sangue a Cose che nessuno sa e Ciò che inferno non è, tutti editi da Mondadori) ha scelto la figura e l’opera di Giacomo Leopardi per il suo ultimo libro (L’arte di essere fragile, sempre con l’editore che lo ha lanciato).

Rivolgendosi idealmente al poeta di Recanati condensa l’esperienza dei suoi incontri in giro per l’Italia con una generazione, quella dei ragazzi italiani, molto difficile da capire e interpretare. Una generazione che è una domanda piena di domande, potremmo dire. La prossima sfida del “professore più amato d’Italia” sarà quella di rappresentare il volume sul palco, nel corso di una tournée teatrale per le principali città italiane (Milano, Palermo, Torino, Roma, Napoli, Verona, Genova e Bari). Lo scrittore terrà una lezione-monologo in una classe senza muri che avrà Google come lavagna elettronica, simbolo della difficoltà di orientarsi nel cyberspazio delle voci e delle informazioni.

Professor D’Avenia, questa generazione che “vuole testimoni prima ancora che maestri”, che futuro può avere?

«Il libro nasce dall’aver sentito nella mia vita e nelle persone che incontro tutti i giorni questa fragilità che il tempo di oggi ci costringe a riconsiderare. Proprio perché è un tempo rapido, veloce, in cui bisogna essere bellissimi perché tutto è basato sul risultato, noi abbiamo un bisogno folle da ritrovare».

E qual è questo bisogno?

«Quello di tornare al primato che il cristianesimo ci ha donato, il primato della persona. La modernità come primato ha il risultato, invece nel cristianesimo quello che conta è la persona come punto di origine e come punto di arrivo di tutta l’esistenza. I tempi difficili, duri, come quello dei nostri giorni, ci sono stati in ogni epoca umana. Non dobbiamo nemmeno fare troppe tragedie, forse stiamo semplicemente rivedendo uno stile di vita cui eravamo abituati, uno stile un po’ troppo autoreferenziale ed egoistico. Sembra che crolli un mondo, in realtà è semplicemente un mondo che ci sta trasformando. Io mi sono detto: siamo sicuri che se va in crisi l’esteriorità deve andare in crisi anche l’uomo? Non sarà che c’è un elemento da rafforzare?».

Cosa c’è da rafforzare?

«L’elemento vocazionale che c’è nella vita dell’uomo. Michelangelo nel suo Giudizio universale ci ha raccontato che Dio chiama l’uomo con un tocco e sulla punta del dito di Adamo segna la sua originalità, cioè la sua origine e anche il suo futuro. Oggi siamo immersi in un mondo digitale e abbiamo risolto quel contatto nel contatto col nostro cellulare. Forse dobbiamo ritrovare un elemento più grande che ci restituisca il nostro stare al mondo con una carica che non si spegne mai. Se è vero, come è vero, che ogni vita è una chiamata di Dio ad aggiungere uno strumento alla polifonia del mondo, io sono convinto che quello di cui abbiamo bisogno è capire quale strumento ciascuno di noi sia in questa grande polifonia. Una cosa di cui hanno bisogno soprattutto i ragazzi».

Leopardi non era credente, in letteratura lui e Machiavelli sono i due principali simboli del laicismo. È un po’ sorprendente che sia stato preso come esempio di religiosità…

«Intanto Leopardi non è il simbolo del laicismo, ma della laicità. È un uomo che ha approfondito fino in fondo tutti i campi del sapere alla ricerca della verità. Questo riguarda ogni uomo, credente o no che sia. Io in Leopardi ho trovato un gradino fortissimo, direi granitico, di questa ricerca. Lui, come nel mondo greco, è convinto di un fatto: che la bellezza sia sempre la manifestazione del vero e del buono messi insieme e che bisogna indagare per andare a capire quali sono questo vero e questo buono. Tanto che con il cuore Leopardi percepisce che c’è questa bellezza, la vuole afferrare, poi con la testa la vuole indagare. Credo che Giacomo Leopardi sia l’uomo grazie al quale credenti e non credenti possono parlarsi andando alla ricerca di senso. Perché c’è una religione della bellezza che tutti possiamo accettare e creare che ci accomuna tutti. Se poi ci porterà a trovare Dio, per me tanto meglio. Altrimenti avremmo fatto qualcosa di bello al mondo, come dice lui stesso».

Alla domanda “come fai a credere in Dio” che le fanno molti studenti, il professor D’Avenia come risponde? 

«Noi oggi pensiamo che la parola vocazione riguardi una specie di chiamata che viene dall’esterno e aggiunge qualcosa alla nostra vita. Niente di più sbagliato. La vocazione è la vita. Se entriamo in questa prospettiva, che Dio – fuori dal tempo – prima ha pensato a ciascuno di noi e poi ci ha dato l’essere per realizzare quel progetto, il gioco è fatto. Questa chiamata, certo, avviene per un essere che è fragile. Ma è anche l’invito a fare qualcosa di bello, trasformare quello che potrebbe sembrare un destino in destinazione, in una fioritura, in un’opera d’arte. Più vado avanti più mi rendo conto di questo. Dio non è una cosa che si aggiunge alla vita, è la vita stessa che fiorisce. Se penso a questo, dico: Dio, io senza di te non posso stare. Nel cristianesimo ho trovato l’antidoto per la noia. L’unico che io conosco. Una vita che è affidata totalmente a te e totalmente a Dio».

guerra mondiale dei cervelli

Mercoledì, 12 Luglio 2017 00:00

CENTRALITÀ DELL’ECONOMIA DELLA CONOSCENZA, Pietro Greco : La guerra mondiale dei «cervelli»

La «guerra mondiale dei cervelli» è iniziata. Anzi, è in corso già da qualche anno. E l’Italia la sta perdendo. Senza combattere. E senza neppure comprendere le ragioni di una resa senza condizioni. Pochi si occupano del problema. E quei pochi elaborano, spesso, una diagnosi sbagliata. L ’Italia sta infatti perdendo la «guerra mondiale dei cervelli» non a causa della «fuga» di molti italiani in possesso di una laurea e, spesso, di un dottorato che vanno a lavorare all’estero. Ma all’opposto, perché non ha alcuna capacità di attrarre talenti dall’estero. Anzi, scambiando gli amici per nemici, li respinge alla frontiera. È questa la sintesi di una serie di indagini realizzate di recente sul «brain drain» sul drenaggio dei cervelli, appunto. Siamo entrati, ormai, nell’economia della conoscenza. In cui quel che conta per un’impresa e per un intero sistema produttivo è il «tasso di sapere aggiunto» che riescono a mettere nei beni e nei servizi realizzati. In questa economia, che ha per confini il mondo, la risorsa più preziosa sono i «cervelli», ovvero le persone altamente qualificate. In genere quelle che sono in possesso di un dottorato di ricerca o, almeno, di una laurea. In particolare, le persone in possesso di un dottorato o di una laurea che svolgono attività di ricerca scientifica e di sviluppo tecnologico. Non importa da dove vengono. Quel che importa è dove svolgono il loro lavoro. Perché è lì, come dimostrano tutte le ricerche economiche, che portano sapere e ricchezza. Oggi le sirene che cantano per attrarre talenti stranieri sono nettamente aumentate, in ogni parte del mondo. Per questo è lecito sostenere – come hanno fatto Simone Bertoli, Herbert Brücker e Giovanni Peri, oltre agli stessi Facchini e Mayda in un recente convegno, Brain Drain and Brain Gain, organizzato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti – che è iniziata la «guerra mondiale per i cervelli». Una battaglia che l’Italia sta perdendo. Perché il nostro è nel limbo di quei Paesi che non hanno una politica né per conservare i propri né, soprattutto, per attrarre i talenti stranieri. Il problema ha due facce. La prima è quella nota come «fuga dei cervelli»: ovvero l’emigrazione all’estero di italiani, per lo più giovani, con una laurea o con un dottorato di ricerca. Non sappiamo, esattamente, quanti siano. In Italia nessuno li raccoglie con sistematicità. Ebbene, negli Usa ben 9.000 tra questi italiani con alta qualifica erano all’inizio del decennio ricercatori che lavoravano nelle università e nei laboratori scientifici. Si tratta di un numero molto alto. Sia perché quei 9.000 ricercatori rappresentavano il 17% degli italiani con educazione terziaria che lavorano negli Usa (in genere solo il 9% degli stranieri con educazione terziaria fanno ricerca negli States); sia perché rappresentavano il 15% dei ricercatori che facevano ricerca in Italia. Se a questi si aggiungono almeno altrettanti ricercatori italiani che lavoravano in altri Paesi europei, se ne ricava che intorno all’anno 2000 uno su quattro degli scienziati che avevamo formato in Italia era emigrato all’estero. È probabile che la situazione non sia cambiata. Non nel senso di un’attenuazione del fenomeno, almeno. Cosicché possiamo inferirne, come suggerisce Lorenzo Beltrame, che l’Italia ha un modesto flusso di persone qualificate che vanno all’estero. Ma tra quelli altamente qualificati, coloro che vanno all’estero per fare ricerca scientifica sono moltissimi. E tuttavia, come rilevano sia Lorenzo Beltrame sia Tito Boeri, non è questo della «fuga» il problema principale del nostro Paese nella «battaglia dei cervelli». Il problema principale è la scarsa «capacità di attrazione» dell’Italia. Troppo pochi sono i cervelli stranieri che vengono nel nostro Paese. Questo dato ha due aspetti negativi. Il primo è che il tasso di internazionalizzazione del nostro mondo del lavoro è bassissimo: un vero handicap nella società globale della conoscenza. Il secondo è che il flusso di persone qualificate – soprattutto nel settore più strategico, la ricerca scientifica – non solo è tenue, ma è anche monodirezionale. Conosce una sola strada: l’uscita. Non vengono persone qualificate. Non vengono giovani per qualificarsi. L’Italia non ha una politica attiva per favorire l’ingresso nel Paese di lavoratori stranieri altamente qualificati. Il secondo motivo è che la domanda di lavoro altamente qualificato in Italia è molto bassa: anche per gli italiani. Il nostro sistema produttivo – specializzato com’è nella produzione di beni a media e bassa tecnologia – non richiede laureati e men che meno dottorati in possesso di un PhD. La gran parte delle offerte di lavoro in Italia, come dimostrano i dati rilevati da Unioncamere, è rivolta a persone in possesso di un titolo di educazione primaria (scuole dell’obbligo). Nel resto d’Europa (e, ormai, di gran parte del mondo) la maggior parte delle offerte di lavoro è rivolta a persone in possesso di un titolo di educazione terziaria (laurea o PhD). Il terzo motivo è che la nostra burocrazia rende la vita impossibile agli studenti e ai ricercatori stranieri.

Egemonia politica

Sabato, 08 Luglio 2017 00:00

L’egemonia della geopolitica, Fabio Nicolucci

Talvolta, occorre riconoscerlo, il livello del nostro dibattito nazionale sulla politica estera è deprimente e asfittico. Spesso ciò è dovuto a fatti e polemiche contingenti, ma a monte vi è comunque un’asfissia dovuta a povertà di risorse e di investimenti. Poche risorse finanziarie, ma anche politiche, umane e intellettuali. Dunque, un errore di sistema. Che il sistema sia più rigido e meno ricco di qualche lustro fa, e abbia perso carica innovativa, lo segnala anche un curioso fatto ‘intellettuale’: l’onnipresenza della parola «geopolitica», che fa oramai da prefisso e suffisso dovunque si parli di politica estera. Oramai siamo in presenza di una sempre più imperiosa ‘dittatura’ della geopolitica e all’eclissi di ogni categoria alternativa o anche solo complementare. Il termine «geopolitica» è oramai divenuto sinonimo di «politica estera», mentre dovrebbe esserne solo un attributo. Un’egemonia intellettuale resa più forte dal fatto che a una destra naturalmente e storicamente incline alle categorie geopolitiche si è unita una sinistra incapace oramai di elaborazione autonoma anche in questo campo, e quindi preda di una subalternità crescente a un dibattito generato altrove. Perché un conto è giustamente dismettere l’ideologica ostracizzazione della geopolitica avvenuta fino alla fine della Guerra fredda, un altro è però divenire incapaci di contenere l’entusiasmo dei neofiti e prendere la parte per il tutto. L’entusiasmo era comprensibile, visto che proprio un esemplare fatto geopolitico come il dramma dei Balcani e l’intervento in Kosovo è stato fondativo per la nuova politica estera del centrosinistra. Che ha scambiato il vecchio realismo bipolare per un nuovo realismo «scientifico». Ma così si è prodotta una reductio ad unum che contribuisce a ingessare e rendere asfittica la sfera del discorso pubblico e politico sulla politica estera. Un problema serio per un Paese che vuole avere consapevolezza di sé, e un problema serio per quei riformatori che la volessero rafforzare. Che la geopolitica sia categoria egemonica è evidente, basta notare la quantità di pubblicazioni e corsi universitari con tale titolo. Ma che la crescente sinonimia e sovrapposizione tra geopolitica e politica estera non solo esista ma sia anche un problema lo segnala per esempio il recente libro Geopolitica delle emozioni di Dominique Moïsi. Lo stesso Moïsi lo scrive, infatti, per introdurre categorie più dinamiche e meno statiche di quelle della geopolitica, ma anche lui non può sfuggire all’uso della parola sin dal titolo per poter indicare che si tratta di politica estera e non di psicologia clinica, anche se ammette che «il titolo stesso del libro sembrerà a molti critici una mera provocazione se non un ossimoro» perché «la geopolitica non è forse imperniata sulla razionalità, sui dati oggettivi quali frontiere, risorse economiche, potenza militare e il freddo calcolo dell’interesse?». Tali dati analitici sono essenziali in ogni analisi. Sempre più però si avverte con Moïsi che la loro staticità e fissità li rende insufficienti a dar conto della fluidità del mondo di oggi. Fluidità innanzitutto dovuta al fatto che nel mondo post-bipolare e globalizzato è l’identità il centro delle relazioni internazionali. Una questione che diventa fissa ed eterna se la si considera come un dato ipostatizzato – come «fanno i neocon creatori della griglia dello «scontro di civiltà» – ma è invece dinamica se ne considerano le interdipendenze. Ipostatizzati, tali freddi dati analitici diventano a loro modo ideologia. Del resto la geopolitica ha tanto successo forse anche perché quella in voga oggi è anche «rappresentazione»: di territori e diritti storici. A cominciare dalla sua unità di misura, uno Stato nazione ipostatizzato, avulso da interdipendenze al contrario di quello che avviene nei processi reali. Non a caso la geopolitica sembra avere un istinto antifederalista e dunque euroscettico. La geopolitica è così diventata negli ultimi lustri non solo conoscenza e strumento analitico ma anche azione, progetto e strategia. Nella cui definizione intervengono attori, élite e interessi nazionali e internazionali. Che però vengono ammantati di «terzietà scientifica» oggettiva perché i dati naturali della geografia non cambierebbero. Ma se sono le sole leggi di natura a determinare la politica degli Stati e i conflitti, in questo modo non solo ogni conflitto apparirà giustificato – non a caso i primi geopolitici impliciti sono gli islamisti radicali – ma anche non si capirà più ogni cambiamento e nuova variabile. Lo spazio della libertà ne viene compresso. Forse a causa anche di questa egemonia lo schema concettuale dello scontro di civiltà è risultato così utile e difficile da confutare. Non sarà allora il caso di far tornare la geopolitica nel reame degli strumenti analitici, spingendola più lontano dalla politica e più vicino alla geostoria? Magari appaiandole anche altri strumenti concettuali e tenendo conto che ogni «rappresentazione» è necessariamente parziale e ogni memoria è necessariamente selettiva?

Del resto anche il teorico geopolitico Yves Lacoste scrive che «le rappresentazioni geopolitiche non appartengono inizialmente a uno Stato o a un popolo, ma a personaggi e piccoli gruppi che le hanno formulate o inventate»: come accadde nella ex Jugoslavia e forse sta accadendo in Italia con la Padania e la Lega. L’assolutizzazione della geopolitica e il suo passaggio da strumento analitico ad azione e progetto, e da attributo a sostantivo, è un’operazione che propugna l’ideologia della «non ideologia» in modo del tutto simile a quello che avvenne con l’ultimo e fallito liberismo finanziario. Ma così la geopolitica diventa un altro muro tra i popoli e tra le analisi. Se vogliamo che torni a essere un ponte dobbiamo restituirla all’ambito strumentale e pluralista dell’analisi politica. !

Parola e silenzio

Mercoledì, 05 Luglio 2017 00:00

Benedetto XVI e il card. Robert Sarah, il silenzio da cui nasce la Parola e la bellezza della liturgia

Questo saggio, pubblicato sul sito del periodico cattolico statunitense First Things con il titolo With Cardinal Sarah, the Liturgy is in Good Hands, è stato scritto come postfazione al libro-intervista (con il giornalista Nicolas Dat) La force du silence. Contre la dictature du bruit (Fayard, Parigi 2017) del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, e verrà incluso nelle prossime edizioni del testo.

 

“Se non entriamo nel silenzio non capiamo la Parola", di Benedetto XVI*

Un passaggio della Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia mi ha particolarmente colpito sin da quando, negli anni 1950, ne lessi per la prima volta le epistole: «È meglio tacere ed essere [cristiani], che dire e non essere. Insegnare è una cosa eccezionale, se colui che parla pratica ciò che insegna. Ora, vi è un solo Maestro che ha parlato e ciò che Egli ha detto è avvenuto. E persino ciò che Egli ha fatto silenziosamente è degno del Padre. Colui che ha davvero fatto proprie le parole di Gesù è anche capace di ascoltare il Suo silenzio onde essere perfetto: onde agire attraverso il suo dire ed essere cosciuto dal suo silenzio» (15). Cosa significa ascoltare il silenzio di Gesù e conoscerlo attraverso il suo silenzio? Dai Vangeli sappiamo che spesso Gesù trascorreva la notte da solo a pregare «sul monte», in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo dire, la sua parola viene dal silenzio e che può essere maturata solo lì. Dunque è logico che la sua parola possa essere intesa correttamente solo se si entra anche noi nel suo silenzio, se impariamo ad ascoltarla dal suo silenzio.

Per interpretare le parole di Gesù è certamente necessaria una cultura storica che c’insegni a capire il tempo e il linguaggio del tempo. Ma da sola la cultura storica non è sufficiente, se vogliamo sul serio comprendere il messaggio del Signore in profondità. Chi legga i commenti sempre più ampi che vengono fatti oggi al Vangelo resta alla fine deluso. Impara molte cose utili su quell’epoca così come tante ipotesi che ultimamente non contribuiscono affatto alla comprensione del testo. Alla fine si percepisce che in tutto quell’eccesso di parole manca qualcosa di essenziale: l’ingresso nel silenzio di Gesù, da cui è nata la parola. Se non siamo capaci di entrare nel suo silenzio, percepiremo sempre la parola solo alla superficie e quindi non la comprenderemo mai davvero.

Leggendo il nuovo libro del cardinal Robert Sarah, tutti questi pensieri sono tornati ad attraversare la mia anima. Sarah c’insegna il silenzio: c’insegna a stare in silenzio con Gesù, vera quiete interiore, e proprio in questo modo ci aiuta ad afferrare di nuovo la parola del Signore. Ovviamente di sé parla appena, ma qua e là ci lascia intravedere qualcosa della sua vita interiore. Rispondendo alla domanda di Nicolas Diat, «Nella sua vita ha mai pensato che le parole stessero diventando troppo ingombranti, troppo pesanti, troppo rumorose?», il cardinale risponde: «Nella preghiera e nella vita interiore ho sempre sentito il bisogno di un silenzio più profondo, più completo […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno assoluto sono stati di grande sostegno. Sono stati una grazia senza precedenti, una lenta purificazione e un incontro personale con […] Dio […]. I giorni di solitudine, di silenzio e di digiuno, nutriti solo dalla Parola di Dio, permettono all’uomo di basare la propria vita su ciò che è essenziale».

Queste frasi rendono palese ciò di cui vive il cardinale, ciò che dà alle sue parole la loro profondità interiore. Da questa posizione privilegiata, egli può vedere i pericoli che minacciano di continuo la vita spirituale, anche dei sacerdoti e dei vescovi, e che quindi mettono pure a repentaglio la Chiesa stessa, nella quale non è raro che la Parola venga rimpiazzata da una verbosità che diluisce la grandezza della Parola. Vorrei citare solo un passo che può diventare un esame di coscienza di ogni vescovo: «Può succedere che un sacerdote buono e pio cada rapidamente nella mediocrità una volta elevato alla dignità episcopale, preoccupandosi solo del successo mondano. Sopraffatto dal peso dei doveri che incombono, preoccupato del potere, dell’autorità e delle necessità materiali del suo ministero, gradualmente esaurisce le energie».

Il cardinal Sarah è un maestro spirituale che parla dal profondo del silenzio con il Signore, dalla sua unione interiore con Lui, e per questo ha davvero qualcosa da dire a ognuno di noi.

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco per avere nominato un tale maestro spirituale alla guida della congregazione che è responsabile della celebrazione della liturgia nella Chiesa. È vero che anche per la liturgia, così come per l’interpretazione delle Sacre Scritture, è necessaria una cultura specialistica. Ma è altrettanto vero che la specializzazione può finire per parlare della questione essenziale senza capirla se non si basa sull’unione profonda, interiore con la Chiesa orante, la quale continua sempre a imparare di nuovo dal Signore stesso cosa sia l’adorazione. Con il cardinal Sarah, maestro di silenzio e di preghiera interiore, la liturgia è in buone mani.

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo

Lunedì, 03 Luglio 2017 00:00

Uno non riesce nemmeno a immaginarselo.

Un minore che attraversa confini in condizioni estreme, nelle mani di aguzzini, macinando distanze da atlante in difficoltà impossibili da riprodurre a parole. Senza genitori. Solo come un cane, in mezzo a tanti altri disperati, così disgraziati che ognuno resta abbandonato a sé stesso. Shakir, 11 anni, è riuscito a superare e a sopportare il viaggio dall’Eritrea all’Europa. Dal barcone è sceso fino a giungere al foyer della Croce Rossa di Paradiso, da dove con altri due ragazzi è scappato lo scorso 22 febbraio. Ecco la sua storia, o quel frammento di storia che conosciamo.

È il settembre del 2015, la scuola ha riaperto e le attività sono ricominciate. Accompagno mio figlio all’allenamento di calcio. Osservo che c’è un nuovo compagno di squadra: è nero e conosce pochissimo l’italiano. Mi immagino uno spostamento familiare. Non penso neppure un secondo che sia un minore non accompagnato, che quel bambino sia qui da solo». Così Simona Spinedi Schoepf, che incontriamo a Breganzona nel suo studio di psicoterapia, ricorda il primo incontro con Shakir: «Non si poteva non notarlo, fosse stato solo per il sorriso che aveva. Lega subito con mio figlio, fra di loro c’è simpatia. Noto che dopo gli allenamenti fa la doccia, ma si rimette gli stessi indumenti usati in campo. Mi sembra strano. E ha un sacchetto piccolo piccolo, inadeguato alla pratica sportiva, dove ci stanno solo le scarpette. Vengo a sapere che è qui come richiedente l’asilo. Da solo. È poco più di un bambino, mi intenerisce e mi colpisce la sua situazione, che fa male». Shakir è simpatico, fa venire voglia di conoscerlo. «Vista l’amicizia che si sta instaurando con mio figlio, propongo un pranzo da noi dopo la partita. Chiedo l’autorizzazione alla direzione del foyer dove risiede e Shakir inizia così a frequentare casa nostra». Si integra subito bene e la frequentazione diventa un appuntamento fisso: ogni week end Shakir lo passa dagli Schoepf «portando allegria e trovando una casa che può sentire anche sua assieme ai miei due figli, uno nato nel 2006 e l’altro nel 2004: sono vicini d’età e si intendono bene. Passano le giornate a giocare, alla sera guardano un film, ridono in camera quando vanno a dormire: le cose che fanno i ragazzi assieme quando si divertono».

Shakir, piano, piano, inizia ad aprirsi e a raccontare un po’ di sé: abitava in Eritrea, ma è di origine somala, sono in sette fratelli e con uno di questi ha deciso, contro il volere dei genitori, di venire in Europa. Il ragazzo non parla volentieri del suo passato, e nessuno lo forza, ma, acquistando fiducia nella famiglia con cui trascorre ogni fine settimana, parla a mozziconi della sua storia: dice di non avere subito violenze fisiche, ma maltrattamenti psicologici. Riferisce di essere partito con un fratello maggiore, ma di averlo perso di vista in Sudan. Arrivato in Libia non sarà facile il “soggiorno”: «Shakir lì lavora per raccogliere i soldi necessari per la traversata. “Fai il bravo perché la tua vita vale meno del mio proiettile” gli dice chi lo controlla e che mi descrive come “un grosso uomo nero”». Un’idea fissa però ce l’ha: «Voglio andare in Svizzera» dirà quando approda col barcone in Italia. E in Svizzera arriverà. A Stabio, nel centro dove vengono smistati i minori, resta tre settimane e lì verrà separato dall’unico punto di riferimento che gli resta: un amico che si è fatto sul barcone e con cui lui ha condiviso quella esperienza folle, vertiginosa per qualunque essere umano.

Shakir viene assegnato al canton Ticino, che ha appena aperto un foyer per i minori non accompagnati. Inizia la scuola e il suo percorso d’integrazione che a un certo punto si incrocia con la famiglia di Bedano. «L’esperienza che viviamo con Shakir è positiva. Lo osservo, e da psicoterapeuta specializzata in trauma, constato che lo stress in lui non si è cronicizzato e che la permanenza nella nostra casa non riattiva traumi. Chiedo conferma agli educatori del foyer della Croce Rossa: sì, anche secondo loro, Shakir è contento di stare da noi. Io e mio marito decidiamo di annunciarci come famiglie affidatarie». A questo punto la famiglia Schoepf avvia il percorso per diventare famiglia affidataria e offrire una casa a Shakir, crescendolo con i propri figli.

A dicembre 2016 all’interno al Centro richiedenti l’asilo della Croce Rossa a Paradiso un somalo di 17 anni aggredisce con un coltello un connazionale, ferendolo in modo grave. «Sento la notizia alla radio, si parla di somali, penso a Shakir, mi spavento. Gli scrivo immediatamente e mi risponde che sta bene, ma che ha paura a restare nel foyer. Chiedo quindi all’educatrice di poterlo tenere con noi quella notte, ma ci viene negato il permesso. Pure il week end successivo, per la prima volta, Shakir non potrà venire a casa nostra perché ha delle attività nel foyer da seguire» continua Spinedi Schoepf. Arriva il Natale, Shakir lo passa con gli Schoepf, ma il 22 febbraio 2017 il ragazzo con altri due compagni del foyer scappa: «Alla mattina non si presenta a scuola. La docente allerta la Croce Rossa, eppure i tre ragazzi, senza biglietti ferroviari, documenti d’identità, non vengono controllati da nessuno durante il viaggio che li conduce da Lugano, prima a Zurigo e poi a Basilea. Le autorità sono state allertate subito? Dopo tre giorni dalla sua fuga, riesco finalmente a sentirlo. È in Germania, fuori Basilea, ed è stato assegnato a una famiglia affidataria».

Che cosa non è funzionato? Perché è scappato?

Ce lo siamo chiesti anche noi. È stato molto doloroso, non sai in che condizioni è partito, che fine ha fatto, quando ha preso questa decisione. Noi lo vedevamo contento e si stava già proiettando nella nostra casa. Non si vedeva come un rifugiato sfigato, ma come il componente di una famiglia che poteva garantirgli affetto, vicinanza, sostegno, ma anche quel pallone nuovo o l’uscita al cinema come ogni ragazzo che ha una situazione normale. Siamo sempre in contatto con lui e, nel frattempo, Shakir mi ha fatto avere delle lettere in cui parla della sua fuga. Ne sapremo di più a fine mese quando andremo a trovarlo.

Alla luce della sua esperienza, ritiene più adatto l’affido in famiglia o la permanenza in foyer?

Se i foyer possono essere necessari, una casa, una famiglia sono tutt’altro. Occorre inoltre distinguere fra intervento educativo e sanzioni che celano un abuso di potere. Ritengo che l’affidamento sia un vantaggio per tutte le parti in causa. Per la Confederazione è una soluzione più economica rispetto all’istituto. Inoltre, evita la ghettizzazione dei minori e facilita una reale integrazione nel tessuto sociale grazie alla famiglia che fa da ponte. In questo modo si disinnescherebbe pure quella frustrazione del sentirsi perennemente fuori luogo, che può trasformarsi in una bomba a orologeria.