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Oggi la flessibilità

Venerdì, 18 Agosto 2017 00:00

Oggi la flessibilità, domani la povertà, Ferruccio D'Ambrogio

Più flessibilità e meno vincoli per il mercato del lavoro: lo vogliono gli imprenditori e la commissione economica delle due camere che ha dato il suo benestare, un progetto di legge in tal senso è in preparazione. Le imprese si sono già mosse adottando forme organizzative che modulano il lavoro secondo la domanda. Il recente rapporto Ustat lo conferma: il lavoro “atipico” (a tempo determinato, su chiamata, interinale, e per i giovani il lavoro autonomo) sta dilagando. Forme nuove, ammesse dalla legislazione attuale che sovente non riescono a soddisfare il bisogno di chi vorrebbe lavorare in modo più continuato ed avere un reddito sufficiente o aumentarlo, e producono scompensi nel finanziamento del welfare e della previdenza.

Dietro le cifre rassicuranti sull’occupazione e dell’aumento dei salari reali si cela un enorme problema che ipoteca pesantemente il futuro e che viene sottaciuto: la precarietà di molte persone che oggi riescono a racimolare un reddito sufficiente per sopravvivere, ma insufficiente per assicurarsi una pensione di vecchiaia adeguata. Non solo in Svizzera. Anche la Germania, paese locomotiva d’Europa, campione di efficienza e performance, è un gigante dai piedi d’argilla: oltre il 15% della popolazione è povera, e milioni di persone che tra 10 -20 anni raggiungeranno l’età della pensione, ma saranno sguarniti a livello di previdenza. È il risultato della liberalizzazione del mercato del lavoro voluta dall’ex cancelliere Schröder che a fine anni ’90 promosse il famoso Patto sul lavoro tra sindacati e imprese: i primi, al fine di mantenere l’impiego nel paese, accettarono che i guadagni di produttività finissero alle imprese e non nell’aumento dei salari. La liberalizzazione è proseguita con forme di lavoro “sganciate” dai normali canoni normativi, tra queste l’introduzione dei minijobs (15 ore lavorative settimanali, salario 450 euro mensili, che danno diritto a una pensione di 3,11 euro mensili per ogni anno lavorato!)

In Svizzera non abbiamo i minijobs, ma forse non tutti sanno che il capitale di vecchiaia di coloro che sono in disoccupazione non aumenta, perché la legge esonera dal versare gli specifici contributi. Molti lavoratori nostri che alternano momenti di lavoro con altri di disoccupazione, o lavori saltuari a tempo determinato, su chiamata, non riescono rimpolpare il proprio capitale di pensione. Il loro futuro è più che mai tenebroso; pur riuscendo oggi a sbarcare il lunario, si ritroveranno al momento del pensionamento con un cumulo di rendite Avs e Cassa pensione al di sotto della soglia di povertà. D’altronde già percepiamo i segnali di tale fenomeno: l’impennata delle persone richiedenti l’assistenza, gli over 50 che faticano a ritrovare un’occupazione, l’aumento dei sottoccupati che vorrebbero lavorare di più per incrementare il loro reddito ma non trovano sbocco. Agli eloquenti indizi del crescente disagio economico si aggiunge quello psico-emotivo di persone che vivono male la loro condizione di incertezza (sia di non garanzia del lavoro, sia delle condizioni stesse di lavoro), affette da malattie psico-somatiche il cui costo nel 2016 è stato di 5,7 miliardi. L’immagine della Svizzera “isola felice” si offusca. Inutile far finta di nulla, due paesi “solidi” – la Germania, addirittura presa quale esempio da seguire – celano in grembo una bomba a orologeria. All’orizzonte si profila una nuova questione sociale che, senza cambiamento di rotta, parimenti a quella dell’800, genererà l’aggravamento delle condizioni di vita e quella psico-sociale di molti cittadini. Irresponsabile oltre che immorale voler proseguire su questa strada.

Migranti italiani

Martedì, 15 Agosto 2017 00:00

Zurigo è tra le mete preferite dai moderni migranti italiani

Hanno tra i 26 e i 35 anni, provengono da tutte le parti d'Italia, posseggono titoli di studio molto elevati o diplomi, alcuni svolgono lavori altamente qualificati, altri mansioni più umili rispetto ai titoli conseguiti e altri ancora abbandonano gli studi per tuffarsi nei settori della ristorazione, dell'edilizia o nell'industria, in genere non vivono problemi d'integrazione, non hanno contatti né col sindacato, né con gli organi di rappresentanza della comunità italiana in Svizzera, né con le generazioni delle precedenti ondate migratorie. Questo, in estrema sintesi, il profilo dei nuovi migranti italiani a Zurigo, una meta sempre più gettonata tra le decine di migliaia di giovani che ogni anno decidono di lasciare l'Italia per andare a cercare lavoro e fortuna altrove.

A rivelarlo sono i risultati intermedi di un'interessante ricerca, realizzata dalla Fondazione italiana Giuseppe Di Vittorio in collaborazione con Ecap Svizzera, che mira a comprendere le condizioni delle nuove generazioni che vivono in un paese diverso da quello dove sono nate, a partire da una serie di interviste a ragazze e ragazzi residenti in sei città europee, tra cui Zurigo.

Guardando a questa realtà a noi vicina, balza subito all'occhio un'impennata dell'immigrazione italiana negli ultimi anni: nella sola area consolare di Zurigo, tra il 2012 e il 2015 il numero annuale di nuove iscrizioni all'Aire (l'Anagrafe dei Cittadini Residenti all'estero) è praticamente decuplicato, passando da 200 a quasi 2000. E questo dato dice ancora poco tenuto conto che la maggior parte, nonostante l'obbligo legale, non si registra; indicativo è anche che a livello nazionale il numero di italiani residenti, dopo essere diminuito costantemente a partire dal 1980 da oltre 400.000 a meno di 300.000, negli ultimi 6-7 anni è tornato a crescere.

«Complice la difficoltà di lettura delle statistiche esistenti, risulta però pressoché impossibile dare una dimensione esatta del fenomeno, che è quello di un aumento importante di nuovi immigrati», spiega ad area Mattia Lento, il ricercatore che con le colleghe Sarah Bonavia e Pinuccia Rustico ha curato l'indagine sulla realtà zurighese. Del resto, sottolinea il nostro interlocutore, «più che sui numeri, ci si è concentrati sugli aspetti qualitativi della nuova migrazione italiana».

Una migrazione che non è fatta solo di “cervelli in fuga”, cioè di forza lavoro altamente qualificata alla ricerca della migliore situazione professionale possibile, ma anche di gente che ha semplicemente bisogno di un salario. È la cosiddetta migrazione di tipo congiunturale, che è esplosa con la crisi economico-finanziaria iniziatasi nel 2008 e che emerge con prepotenza nella realtà di Zurigo, i cui fattori di attrazione sono soprattutto le ampie possibilità di trovare un lavoro, i salari molto più elevati che in Italia (e nel resto d'Europa), la sicurezza sociale e la qualità della vita. La dicotomia tra i due gruppi di migranti «non è però così netta come si potrebbe pensare», osserva Mattia Lento: «Nell'ambito della nostra ricerca abbiamo per esempio incrociato una donna 35 enne con dottorato in fisica che non trova occupazione e diversi casi di non corrispondenza tra qualificazione e professione. Conosco inoltre personalmente diversi laureati e dottorandi che vivono il precariato e che fanno molta fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in una realtà come Zurigo con i suoi prezzi esorbitanti».

Ma quali fattori spingono questi nuovi migranti a lasciare l'Italia per Zurigo? Che difficoltà riscontrano al loro arrivo nella società e nel mercato del lavoro? Come si relazionano con le istituzioni, con gli altri italiani e con il loro paese? Sono alcune delle domande a cui i racconti delle persone intervistate dai ricercatori forniscono risposte interessanti che in parte fanno emergere importanti differenze con le precedenti generazioni di migranti. Vediamole in sintesi.

• I motivi ricorrenti della scelta migratoria sono il lavoro, il venir meno del senso di appartenenza alla città di provenienza e il bisogno di garantire un futuro ai figli.

• Nell'accesso al mercato del lavoro la rete sociale (famiglia, parenti, amici) rimane un elemento importante, anche se si fa sempre più affidamento a nuovi canali, come agenzie di reclutamento, annunci on-line, Linkedin e altri social media.

• Le condizioni lavorative sono generalmente buone, ma i rapporti sul luogo di lavoro e la possibilità di fare carriera sono differenti a seconda se si lavori in contesti internazionali o in quelli più prettamente locali. Le persone trasferite dall'azienda in un paese straniero (i cosiddetti "expat”) hanno per esempio più possibilità di carriera.

• L'impatto con la nuova realtà non sembra evidenziare particolari difficoltà di inserimento (soprattutto a livello burocratico). I due maggiori scogli da affrontare all'arrivo sono quello linguistico e quello relativo alla ricerca di un'abitazione.

• Oggi l'italiano è generalmente ben visto in Svizzera, in particolare per la sua mentalità aperta e per l'approccio creativo. Zurigo si rivela particolarmente accogliente: «La nuova migrazione beneficia della buona immagine lasciata dalla precedente ondata di migranti, che erano apprezzati dagli zurighesi per il loro comportamento e per la dedizione al lavoro», ha spiegato Mattia Lento.

• La lingua è l'aspetto che influenza di più l'integrazione: la conoscenza del tedesco (meglio ancora del dialetto svizzero-tedesco) è fondamentale sia per aumentare le possibilità lavorative sia per facilitare l'integrazione sociale.

• Il tipo di vita sociale varia a seconda dei soggetti: c'è chi resta più legato all'ambiente italiano e/o internazionale e chi cerca di inserirsi nel tessuto locale. In questo un ruolo sempre più importante lo gioca la funzione socio-aggregativa di internet e dei social media, che sin dall'inizio del percorso migratorio garantiscono pure un accesso rapido alle informazioni ed agevolano il mantenimento dei rapporti col paese d'origine.

• Il legame con l'Italia rimane forte per ragioni culturali e di affetti, ma la speranza del rientro, a differenza di quanto avveniva con la vecchia generazione di immigrati, non c'è: la maggior parte non prende in considerazione questa eventualità, soprattutto per mancanza di fiducia nell'Italia e per l'assenza di prospettive, data dall'instabilità economica, politica e sociale. D'altro canto, rileva Mattia Lento, i nuovi migranti non prevedono nemmeno di fermarsi a Zurigo.

• Il sindacato è praticamente sconosciuto alla gran parte dei nuovi migranti: ritengono di non averne bisogno, anche se potrebbe essere un importante organo di tutela e fungere da punto di riferimento sia nelle prime fasi del percorso migratorio sia per facilitare un eventuale rientro in Italia.

• Gli organi di rappresentanza degli italiani all'estero non sono considerati: complice la mancanza di fiducia nella classe politica e nelle istituzioni italiane, gli intervistati non si pongono nemmeno il problema. L'offerta consolare non viene presa in considerazione se non per sbrigare pratiche burocratiche o amministrative e la fiducia nei Comites (i Comitati degli italiani all'estero, organi elettivi che rappresentano gli interessi della collettività italiana) è scarsa: «La maggior parte non li conosce nemmeno e chi li conosce tende ad allontanarsene», commenta Mattia Lento, leggendo questo distacco come un «effetto della lontananza generazionale dalla politica».

• Sul passato migratorio c'è poca consapevolezza e i legami con le vecchie generazioni sono piuttosto labili. Viene meno anche il bisogno di fare comunità in quanto italiani: «L'Italia non è più considerata il paese d'origine ma un frammento della propria identità», provano a interpretare i ricercatori.

 

 

Lo studio entra ora nella sua seconda fase

Indagare i processi d'integrazione dei giovani italiani all'estero tra i 18 e i 35 anni e dei giovani migranti (e seconde generazioni) in Italia nel tentativo di capire le ragioni del loro percorso e delle loro aspirazioni, ma anche di comprendere il livello d'inserimento socio-lavorativo e di socializzazione, così come i rapporti con le istituzioni e con la comunità italiane. Questo l'obiettivo dello studio, che nella sua prima parte è consistito in una serie di interviste approfondite a una sessantina di ragazze e ragazzi residenti a Barcellona, Bruxelles, Zurigo, Milano, Napoli e Roma da parte di un gruppo di ricercatori. Ricercatori che, aspetto molto particolare e interessante, si sono scoperti “pari” ai soggetti della ricerca (per età, status, condizione, provenienza ed esperienza personale): «Questo li ha resi allo stesso tempo oggetto e soggetto dello studio», spiega ad area il coordinatore scientifico Emanuele Galossi.

«Finora abbiamo raccolto delle testimonianze che rappresentano lo spaccato di vita di queste persone. Ciò ci è stato utile per elaborare un questionario -lanciato e messo online proprio nei giorni scorsi e scaricabile con il link a fianco- con cui ora vogliamo raggiungere una platea il più vasta possibile ed aumentare così il valore rappresentativo dello studio», afferma Galossi.

Si tratta indubbiamente di un lavoro necessario, perché la nuova migrazione italiana non è un fenomeno di poco conto: nel 2015 se ne sono andati dall'Italia in 102.000, in gran parte giovani tra i 18 e i 39 anni. «Un esodo biblico, testimonianza del fallimento sociale in Italia», ha commentato uno dei ricercatori durante la presentazione dello studio, lo scorso 9 marzo a Zurigo.

Ma finora, mettendo a confronto le testimonianze raccolte nelle varie città europee, sono emerse differenze significative? «Anche se i numeri sono relativi (10 intervistati per ogni città) e i tipi di migrazione variano, sono emerse similitudini nelle risposte. Il gran piacere di raccontarsi, la mancanza di prospettive in Italia, la voglia di fare esperienza e di mettersi alla prova in un contesto nuovo sono per esempio dei tratti comuni», afferma Galossi. E anche la lontananza dal sindacato e dagli organi di rappresentanza, così come l'assenza del bisogno di fare comunità sono elementi comuni ai migranti intervistati e di rottura netto rispetto al passato: per Galossi si tratta di un «dato generazionale che riflette la percezione poco favorevole e la scarsa fiducia che oggi i giovani hanno nei confronti dei partiti, delle istituzioni e delle realtà organizzate in generale. Per quanto riguarda per esempio i rapporti con gli altri italiani, è sì vero che la voglia di fare comunità strutturata in un'associazione o in altra forma è venuta meno, ma poi emerge che nella vita quotidiana si continuano a frequentare italiani, magari insieme a cittadini di altri paesi». «Oggi -conclude Galossi- non c'è poi più la catena migratoria che in passato favoriva il mantenimento dei legami tra conterranei e social media hanno evidentemente influenzato le nuove abitudini».

Barcellona è la capitale dell'integrazione

«Barcellona è l'immagine da cartolina dell'accoglienza», ha esordito Davide Perollo presentando la sua ricerca sugli italiani emigrati nella capitale catalana, che oggi è la seconda meta preferita dopo Londra. Dal 2001 a oggi l'immigrazione italiana è cresciuta esponenzialmente in tutta la Spagna (nel 2015 quasi 180.000 residenti contro i 34.000 del 2001), ma soprattutto a Barcellona dove da tre anni a questa parte quella italiana è la comunità straniera più numerosa (quasi 60.000 persone) della città. Moltissimi sono i giovani: secondo l'Istat, negli ultimi cinque anni 100.000 ragazze e ragazzi tra i 22 e i 35 anni hanno fatto questa scelta, in parte anche senza un percorso migratorio strutturato. «La Spagna - ha spiegato Perollo- non è più quella terra di accoglienza di qualche tempo fa, perché le leggi entrate in vigore negli ultimi anni per volontà del premier spagnolo Mariano Rajoy hanno ristretto fortemente le condizioni per soggiornarvi e per accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. E dunque anche Barcellona è oggi una città meno permeabile, ma resta una terra di ospitalità ancora molto forte e privilegiata dagli italiani, sia per la vicinanza culturale sia per la facilità di integrarsi». Un aspetto quest'ultimo su cui «incide positivamente anche la forte autonomia catalana» rispetto a Madrid, come fa rilevare il ricercatore.

Indagando però sulla realtà lavorativa, emerge anche che a Barcellona tendenzialmente si accettano condizioni che in Italia non si accetterebbero e spesso, con l'obiettivo di racimolare i soldi necessari a ottenere il diritto di residenza ai sensi della legge sugli stranieri, si finisce vittime dello sfruttamento, del lavoro nero e dell'assenza di tutele. «Il paradosso -ha affermato Perollo- è che gli impieghi con queste caratteristiche spesso vengono offerti da alberghi e ristoranti gestiti da italiani, che quindi assumono altri italiani in nero, generando un circolo vizioso».

Diminuiscono i reati, aumentano i detenuti

Il XIII Rapporto Antigone illustra un aumento di 1500 unità della popolazione carceraria a fronte di un drastico calo dei reati gravi. In particolare gli omicidi sono passati dai 1.916 del 1991 a fronte dei 397 del 2016. In aumento in particolare gli stranieri

Diminuiscono i reati, in Italia, eppure continuano ad infittirsi le file delle persone in carcere. In sei mesi, infatti, il numero dei detenuti dei 190 istituti penitenziari della penisola è aumentato di 1.500 unità, arrivando a toccare la quota di 56.436. E mentre il calcolo dei detenuti continua a crescere, tra il 2014 e il 2015 si registra il 10,6% in meno di rapine e il 15% in meno di omicidi volontari; calano anche le violenze sessuali (-6%), furti (-6,9%) e l’usura (-7,4%). Questo è il primo dato che emerge da Torna il carcere, il XIII rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone. “Con l’avvicinarsi delle elezioni il tema della sicurezza, pur non trovando alcun fondamento reale nei dati, fa sempre presa sull’opinione pubblica – spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone – e sta spingendo ad aumentare la forza repressiva verso le aree più marginali della società”. In altre parole, dalla fotografia sembra che il numero dei carcerati aumenti all’aumentare della percezione del crimine, e non come conseguenza di un’impennata reale dei reati.

Gli stranieri

Secondo l'associazione, poi, vi è un effetto «criminalizzazione dello straniero», con la percentuale di stranieri che è in aumento dal 33,2% del 2015 al 34,1% di oggi. E sono 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. Mentre sono 11 i minori detenuti con l'accusa di essere scafisti. Ma, secondo l'associazione, vi è il «forte rischio» che tra loro ci siano ragazzi indicati come tali dai veri scafisti, solo perché dovevano reggere il timone o svolgere altre piccole mansioni a bordo. Sono 356 i detenuti su cui si concentrano i timori connessi alla radicalizzazione. In particolare sono suddivisi dall'amministrazione penitenziaria in tre categorie: i "segnalati" (124), gli "attenzionati" (76) e i "monitorati" (165). Quelli in carcere per reati connessi al terrorismo internazionale, che rientrano tra i monitorati, sono 44. l rapporto spiega che le pratiche per le quali si decide di avviare un'osservazione vanno dagli «atteggiamenti sfidanti nei confronti dell'autorità» al «rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre confessioni» ai «segni di giubilo a fronte di catastrofi naturali o attentati in Occidente» ed «esposizione di simboli e vessilli correlati al Jihad». Fino a qualche mese fa i detenuti accusati di terrorismo islamico erano custoditi presso le carceri di Rossano (dove se ne contavano 9) e di Sassari (18 presenti). Oggi un'apposita sezione è stata istituita nel carcere di Nuoro.

Sono 69 gli spazi di preghiera per musulmani, gli imam 47

Sono soprattutto marocchini gli stranieri in carcere (18,2% del totale), poi romeni (14,1%), albanesi (13,6%) e tunisini (10,5%). I detenuti musulmani sono 6.138 unità (11,4%), gli ortodossi 2.263 (4,2%), oltre la metà sono cattolici. Ma ci sono 5mila detenuti che provengono da paesi tradizionalmente musulmani che non dichiarano il proprio credo, «il che - spiega Antigone - indica una reticenza a dichiararsi musulmani per evitare lo stigma». L'amministrazione penitenziaria sta provvedendo a dotare le carceri di spazi adibiti a sale di preghiere per i musulmani, al momento sono 69, gli imam 47.

Un'idea di società

Martedì, 08 Agosto 2017 00:00

UN’IDEA DI SOCIETÀ, Riccardo Terzi, Riflessioni sulla dignità della persona  

Il nostro intento è quello di esplorare, attraverso il concetto di «dignità», le contraddizioni e i conflitti della nostra società contemporanea. Perchè partire dalla dignità? C’è una prima ragione, politica e costituzionale, in quanto la dignità ha assunto nella Carta dei diritti dell’Unione europea il rango di un principio fondativo, che sta alla base dell’intera categoria dei diritti. È solo un’affermazione retorica, senza nessuna forza cogente, come qualcuno sostiene, e quindi questo incipit della Carta è il segno del suo arretramento rispetto alla stagione delle costituzioni sociali? Ci sarebbe in questo caso un salto teorico dal «lavoro», ovvero da un principio sociale, con cui si apre la nostra Costituzione nazionale, a un principio di diverso segno, che rispecchia il carattere ormai individualistico delle nostre società. Che ci sia anche questo cambiamento di humus culturale non c’è dubbio. Ma non regge la tesi di una ormai compiuta resa teorica al liberismo conservatore, una tesi che viene usata strumentalmente dagli avversari del progetto europeo: l’Europa come costruzione artificiale che si fonda solo sulla logica del mercato, senza vedere che il rapporto tra politica ed economia viene messo universalmente in crisi, e la politica può ricostruire il suo spazio e la sua funzione regolatrice solo se riesce ad agire su una scala tendenzialmente globale, superando i confini nazionali che già sono stati travolti dai processi economici reali. E il principio di dignità non è affatto un principio neutro, socialmente irrilevante, perché esso mette a nudo tutto il grande tema dell’autonomia della persona e della qualità sociale delle relazioni in cui essa è inserita. Rispetto alla libertà di mercato, che implica l’infinita possibilità di manipolazione della libertà personale, la dignità fissa un argine, in quanto guarda alla società a partire dalla persona e dalla sua originaria dotazione di diritti. Naturalmente, tutto ciò deve essere tradotto in principi giuridici vincolanti, in un sistema di norme, in una intelaiatura concreta di diritti esigibili, ed è sempre presente il rischio che la dignità finisca per essere solo un’astrazione, un vuoto orpello ideologico, con una funzione solo di copertura e di occultamento delle relazioni sociali oggettive. Ma questo ormai è il destino di tutte le parole, di essere un campo di battaglia. Il lavoro teorico deve saper ricostruire l’universo dei significati, il che vuol dire vedere i singoli concetti dentro il conflitto che li rende significativi, dentro la dialettica sociale che dà un senso a tutto il nostro linguaggio. Quando si perde la dimensione del conflitto, si perde anche il significato delle parole, perché la parola definisce in quanto esclude, afferma in quanto nega il suo contrario. Allora anche la dignità prende senso nel momento in cui si definisce a che cosa essa si oppone, quali sono le forze e le situazioni che la negano, quale il campo conflittuale nel quale essa assume il suo significato concreto. La dignità va quindi pensata come un processo di liberazione. È questo un esercizio semantico indispensabile, nel momento in cui tutte le parole sembrano affogare in una palude indistinta, nella quale si perdono le differenze: tutti democratici, tutti riformisti, tutti progressisti. Tutti, e quindi nessuno.

In secondo luogo, l’attualità del problema sta nel fatto che si è aperto un grande dibattito, etico e politico, intorno a ciò che significa libertà della persona, e in questo dibattito tornano ad affiorare antiche contrapposizioni ideologiche che sembravano essere riassorbite. Laici e cattolici tornano a scontrarsi in un conflitto teorico che tocca i principi e i valori di fondo su cui regolare la nostra vita, individuale e collettiva. Dove sta il cuore di questa discussione? Da un lato c’è l’idea relativistica della libertà, in quanto a ciascuno è data la possibilità di scegliere in autonomia il proprio progetto di vita, dall’altro c’è la necessità di un vincolo morale oggettivo, che traccia a priori i confini entro i quali la libertà deve essere disciplinata. La famiglia tradizionale come unico modello, o la possibilità di diverse forme di convivenza. Le radici cristiane dell’Europa, o il riconoscimento di un pluralismo di culture e di fedi. La vita e la morte come tempi scanditi da una necessità superiore, o la possibilità di un intervento umano, di una soggettività che cerca di riappropriarsi del suo destino. In breve, la tradizione come regola di vita, o l’apertura verso nuove possibili forme di vita e di pensiero. Non dobbiamo affatto banalizzare questa discussione e prendere una posizione manichea, perché tra tradizione e libertà dobbiamo saper costruire un ponte che le metta in comunicazione. Anche il concetto di dignità è preso dentro questo conflitto, e può essere diversamente declinato e interpretato. Può esserci una versione tutta soggettivistica, secondo la quale la dignità coincide totalmente con l’autonomia personale e non ammette nessun vincolo esterno. Sull’altro versante, la dignità della persona consiste in un processo di adeguamento alla norma, ed essa si configura quindi non come una scelta, ma come una condizione di equilibrio, in cui la soggettività viene disciplinata. Entrambi questi estremi ci possono condurre verso esiti non accettabili: un individualismo radicale che dissolve i legami sociali, o il dominio autoritario della comunità, che riconosce e include la persona solo in quanto essa si lascia plasmare passivamente da quella terribile forza ideologica che è il senso comune. Cerchiamo allora un diverso approccio. E lo possiamo trovare se pensiamo alla persona nel contesto delle sue relazioni sociali, e se la stessa dignità è affidata alla qualità di queste relazioni, al processo reciproco di riconoscimento, intendendo quindi la libertà come un bene non solo individuale, ma sociale. Tutto ciò lo troviamo già scritto nella nostra Costituzione, che rappresenta un punto fondamentale di sintesi tra le diverse culture politiche. Va riconosciuto a merito del cattolicesimo democratico il principio del «primato della persona», l’idea cioè di un corpus originario di diritti che viene prima della legge, prima dello Stato, che viene quindi non fondato, ma riconosciuto dall’ordinamento giuridico. E nello stesso tempo la Costituzione considera la persona come inseparabile dalle sue relazioni sociali, per cui la sua autonomia si inquadra non in un orizzonte individualistico, ma relazionale e sociale, e implica quindi un’assunzione di responsabilità. È questo il filo conduttore che ci può aiutare, anche oggi, a dirimere le insorgenti controversie politiche e ideologiche. Rispetto a questa tradizione, c’è oggi una novità nelle posizioni della Chiesa cattolica, perché al primato della persona sembra subentrare il primato della legge, e l’obiettivo strategico sembra essere quello di imporre giuridicamente, per via politica e statuale, un sistema di norme a sostegno e a presidio della morale cristiana. È come un passo a ritroso dal Nuovo all’Antico testamento, da una religione che sta nel cuore degli uomini a una religione che si identifica con la Legge, con un sistema oggettivo di norme e di divieti. È una via azzardata, perché immette il discorso religioso, direttamente, nel cuore della politica, con tutti i rischi, da entrambi i lati, di un rapporto strumentale. Se non c’è più una linea di distinzione tra il piano religioso e quello politico, ciò che si produce è una forma di fondamentalismo. Si mette a rischio il carattere laico e democratico del nostro ordinamento, in quanto la politica non è più pensata come il luogo della mediazione, ma della contrapposizione non negoziabile tra diversi e opposti valori. A questo possibile esito occorre re a g i re, riprendendo il filo concettuale della nostra Costituzione, tornando cioè a considerare la persona come un soggetto attivo, dotato di autonomia e di responsabilità. E il concetto di dignità può essere il filo conduttore di questa ricerca, la dignità vista nella relazione, come reciprocità del rapporto interpersonale, come riconoscimento dell’altro. Nel corso del convegno esamineremo distintamente i tre momenti della vita, della cittadinanza, e della socialità. Ma questa distinzione ha solo una utilità pratica di articolazione del discorso, e non va mai persa di vista l’intima connessione che unisce questi tre aspetti. L’obiettivo di fondo che ci proponiamo è proprio quello di riconnettere ciò che rischia di essere slegato, e di vedere cioè che la difesa della vita non è separabile dai diritti di cittadinanza e dalla qualità sociale delle relazioni, che la persona è sempre, in ogni momento, il punto di congiunzione di una pluralità di dimensioni, e la sua identità è sempre molteplice e complessa. Potremmo aggiunge re che la dignità della persona è messa a rischio proprio nel momento in cui questa complessità non viene riconosciuta e l’unità della persona viene scissa, quando c’è solo la nuda vita biologica, una sopravvivenza senza qualità sociale (e per molti questo è il destino dell’invecchiamento), o quando tutta la vita è messa esclusivamente al servizio del processo economico, quando la persona è solo una macchina produttiva da spremere re fino al limite delle sue risorse fisiche. È il processo sociale complessivo che deve essere analizzato, per vedere dove esso produce una menomazione della persona, dove non c’è reciprocità, ma c’è un rapporto diseguale, nella forma dell’esclusione o del dominio. Per cogliere la sostanza delle diverse forme sociali, dobbiamo adottare un punto di vista che non sia solo quello giuridico, perchè la dignità non è affatto garantita dall’osservanza della norma, e anzi spesso essa entra in conflitto con il formalismo astratto della legalità. Prendiamo alcuni esempi: la famiglia, anzitutto, oggi al centro di polemiche politiche spesso strumentali. Si può davvero pensare, con un minimo di fondamento, che il problema essenziale sia quello della forma giuridica, che si tratti cioè solo di fissare, o meglio ribadire, il confine tra la famiglia legale e ciò che non rientra in questa legalità, come se questo fosse il confine tra l’ordine e il disordine? Sappiamo bene che in moltissimi casi la legalità nasconde forme intollerabili di violenza e di sopraffazione, verso la donna o verso i minori, o forme di convivenza del tutto inaridite e ipocrite, tenute insieme solo da un calcolo di convenienza. La difesa e la promozione della famiglia richiede allora un’azione più in profondità, che guardi alla sostanza delle relazioni umane, la cui intensità affettiva non ha quasi nessun rapporto con la condizione giuridica. Da questo punto di vista, l’attuale disputa politica è del tutto deviante, perché contano solo le maschere ideologiche, con le loro relative mobilitazioni di piazza, e non conta il vissuto reale delle persone. Una politica per la vita dovrebbe invece approntare tutti i possibili strumenti di sostegno che possano dare alle persone le necessarie condizioni di serenità e di responsabilità, cercando in ogni modo di impedire e di contrastare l’imbarbarimento della nostra vita collettiva. Prendiamo un altro esempio, quello estremo della dignità della persona nella situazione carceraria. Qui ci troviamo nel mezzo della legalità realizzata, di una sofferenza che è resa necessaria dal rispetto della legge. E tuttavia, c’è un problema acutissimo di riconoscimento della dignità della persona perché tutto questo processo di limitazione della libertà dovrebbe essere finalizzato, come dice la Costituzione, a un reintegro sociale, a un investimento sul futuro, mentre la realtà attuale è spesso solo una realtà di umiliazione, di degrado e di esclusione sociale. È assai indicativa la violentissima polemica che si è scatenata a proposito dell’indulto, che ha fatto venire allo scoperto tutte le peggiori pulsioni giustizialiste, l’idea di una giustizia vendicativa che non dà scampo e non off re nessuna via d’uscita a chi si è reso responsabile di un reato. Secondo questa visione, la nostra sicurezza dovrebbe esser pagata con la definitiva negazione di ogni dignità per tutto questo universo di persone sbandate e sofferenti, e la soluzione torna a essere quella di un grande internamento di massa, come è stato nel passato, per tutte le forme di devianza. Ancora più evidente è il problema della dignità per la grande ondata di immigrati, lavoratori o in cerca di occupazione, considerati e tollerati solo come forza di manovalanza per lavori da noi rifiutati, ma privi di diritti politici e di riconoscimento sociale, tenuti ai margini della convivenza civile, e sospettati, soprattutto se di fede islamica, di attentare alle nostre libere istituzioni. Con il progressivo incremento di questo flusso migratorio, che può essere parzialmente regolato ma non bloccato, le nostre democrazie tornano a essere, come nell’antichità classica, democrazie di casta, che escludono tutti quelli che svolgono un lavoro servile. Dobbiamo invece riproporre l’idea di una costituzione politica che sia un grande fattore di inclusione e di universalizzazione dei diritti. E qui prende tutto il suo significato il tema del lavoro, in quanto mezzo di realizzazione della persona. Potremmo continuare. Ma sarà il convegno a trattare con più ampiezza questi e altri problemi. Questa linea di interpretazione del tema della dignità, che ho cercato di moti v a re, chiama in causa direttamente la politica, la sua idea di società, il suo modello culturale, il suo rapporto con la vita reale delle persone. La politica non può essere imperativa, non può imporre una sua verità, una sua morale, ma deve essere lo spazio pubblico nel quale si realizza un libero confronto e al quale ciascuno ha diritto di accesso, sia come singolo sia per il tramite di una associazione collettiva. La laicità non è altro che questa organizzazione di uno spazio comune, che dà voce e riconoscimento a tutte le diverse posizioni, e che tende a trovare, sui temi più controversi, delle mediazioni condivise, senza mai cedere all’arbitrio di una maggioranza, quale che sia, che voglia imporre il suo esclusivo punto di vista. Tutto ciò che cosa ha a che fare con la nostra quotidiana azione sindacale? Io credo che il sindacato sta nella nostra società come un soggetto che non si lascia rinchiudere in una ristretta dimensione corporativa e che cerca di rappresentare le persone, lavoratori e pensionati, in tutta la complessità della loro esperienza. Non c’è una netta linea di demarcazione che separa il campo della politica e il campo della rappresentanza sociale. Il nostro non è un mestiere specialistico, ma un rapporto vitale che costruiamo con le persone che rappresentiamo, cercando di rispondere alle loro diverse e complesse domande. E quindi è sempre utile, a mio giudizio, una ricerca, anche quella che in apparenza sconfina rispetto ai nostri compiti istituzionali. La forza e il prestigio della Cgil sono dovuti in larga misura a questo atteggiamento, a questa capacità di parlare alla società intera, come una forza che è protagonista della vita democratica del Paese. Ma, in particolare, il tema che in questi giorni vogliamo affrontare, la dignità della persona, può e deve essere un punto di riferimento essenziale dell’agire sindacale, proprio perché la struttura sociale si è profondamente trasformata e alle tradizionali identità collettive è subentrata una identità più fluida, plurale, con un accento nuovo che viene posto sulla realizzazione di sé come persona, nel lavoro e nella vita. Questo mutamento era stato colto con esattezza, alcuni anni fa, da Bruno Trentin, che aveva cercato di rinnovare la cultura sindacale della Cgil proprio a partire dalla considerazione del lavoratore come persona. E questo nuovo orizzonte culturale è assolutamente decisivo per noi, per il sindacato dei pensionati e delle persone anziane, perché noi ci occupiamo non di un segmento produttivo, ma di quella complessiva condizione sociale ed esistenziale di chi si sta avventurando nell’ultima fase della sua vita, nella quale il tema dominante è proprio quello del riconoscimento sociale e della qualità delle relazioni. In questo contesto la dignità acquista un preciso significato: è la pienezza della cittadinanza, è la possibilità di vivere il proprio invecchiamento non come declino ed esclusione, ma come partecipazione attiva alla vita sociale. Ma è chiaro che la dignità è indivisibile, e che noi possiamo difendere la nostra dignità solo se sappiamo difenderla anche in tutte le situazioni in cui essa è messa a rischio, se combattiamo una battaglia generale, non corporativa, contro tutte le forme di esclusione. Questo è il nostro tratto distintivo, quello di un sindacato «generale», e solo se facciamo così saremo riconosciuti come una forza che ha qualcosa da dire, e da dare, nella vita sociale complessiva del nostro Paese.

Sinistra e società contemporanea

Sabato, 05 Agosto 2017 00:00

SINISTRA E SOCIETÀ CONTEMPORANEA Silvano Andriani, Il coraggio della contaminazione 

Già nel corso del dibattito nell’ultimo congresso Ds, in qualche intervento, era emersa la suggestione che l’esperienza della formazione del Partito democratico potesse avere un seguito in altri Paesi europei. Conviene allora provare a inquadrare la vicenda della nascita del Partito democratico nel contesto dei mutamenti politici in corso nei principali Paesi dell’Unione europea. Per alcuni di essi si può parlare di una crisi della politica che è andata manifestandosi nel tempo in vario modo: il successo della destra antiglobalizzazione di Le Pen nelle elezioni di Francia; la vittoria della destra antimmigrazione in Olanda; la crisi dei diversi modelli di politiche di integrazione degli immigrati; la sconfitta del «sì» nei referendum sulla Costituzione europea in Francia e Olanda; la generale perdita di consenso del progetto europeo; e il montare di un preoccupante disincanto verso la democrazia in Germania. Tutti questi fenomeni mettono in evidenza un crescente distacco delle élite politiche dall’opinione pubblica che ha come causa principale lo spiazzamento che i sistemi politici subiscono a opera di un processo di globalizzazione trainato quasi esclusivamente dal mondo degli affari. In questi frangenti il problema principale riguarda evidentemente la sinistra europea. Qui il fenomeno principale sembra essere ora una tendenza allo sdoppiamento. Questa sembrava, fino a qualche tempo fa, una caratteristica dei Paesi latini, contrassegnati, in passato, dalla presenza di forti partiti comunisti, ora riguarda anche Paesi come la Germania e l’Olanda, dove forze nate dalla scissione di partiti socialdemocratici hanno raggiunto una notevole consistenza elettorale, in Olanda quasi pari a quella del partito socialdemocratico. Il risultato di tale situazione e del rafforzarsi, in taluni casi, dei partiti di estrema destra fa sì che nel nocciolo germanico dell’Unione – Germania, Austria, Olanda – i governi sono sostenuti da grandi coalizioni, che appaiono come il blocco politico delle forze consenzienti col processo di globalizzazione, mentre i partiti che rappresentano quanti resistono a esso si collocano a destra o a sinistra. In tali situazioni la sinistra si configura con una componente radicale, sostanzialmente in una posizione di resistenza nei confronti della globalizzazione, il cui radicalismo maschera un’attitudine conservatrice, e una sinistra riformista che non riesce a esprimere una critica sostanziale del processo di globalizzazione e finisce col proporre solo un modo più dolce di applicare le prescrizioni del Washington consensus. Le riforme rischiano di apparire a molti semplicemente come sacrifici necessari; nessuna meraviglia che tale approccio non riesca a conquista re adeguato consenso. La necessità di spostare verso il centro i partiti riformisti viene spesso sostenuta come risultante di un fenomeno più di fondo: un mutamento della conformazione delle società determinata da mutamenti della composizione sociale e dal montare di una cultura individualista. Una tale teorizzazione, in fondo, non è nuova e fu alla base della elaborazione della «terza via» e alla nascita del New Labour negli anni Novanta. Ciò che sorprende è che ancora oggi quell’approccio viene considerato, come risulta anche da qualche intervento al recente congresso dei Ds, come il paradigma di una strategia riformista e senza che si tenti, a ormai dieci anni dall’andata al potere del New Labour in Inghilterra e mentre Blair esce di scena con un livello di consenso ai minimi storici, un bilancio di quella esperienza. Quando si valuta la performance del New Labour rispetto all’obiettivo principale che esso stesso si è posto, adattare il Paese alle sfide della globalizzazione e della rivoluzione tecnologica, in genere una valutazione positiva viene data sul modello sociale, considerando la buona performance dell’economia inglese negli ultimi dieci anni, mentre si valuta pessima la performance in politica estera, culminata nella fallimentare invasione dell’Iraq. In effetti, tassi di crescita e tassi di occupazione sono stati in Uk migliori di quelli dei principali Paesi dell’Europa continentale e questo viene considerata la prova di una maggiore capacità di adattamento della società inglese alle nuove sfide, dovuta alle riforme fatte per rendere più flessibile il mercato del lavoro e ridurre il ruolo dello Stato. Tali riforme, in effetti, erano state già fatte dalla Thatcher. Ma da cosa dipendono, in realtà, le migliori performace economiche dell’Inghilterra? In genere si assume che l’indice che meglio testimonia la capacità di adattamento di un sistema economico sociale sia quello della produttività oraria del lavoro. L ’indice inglese è, tuttavia, inferiore alla media europea ed è nettamente inferiore a quello di Francia e Germania. Ancora più significativo è un altro indice, quello che misura la mobilità sociale. Ora, una ricerca recente condotta dal Center for economic performance che fa un confronto tra Paesi a modello anglosassone, particolarmente segnato dalle politiche neoliberiste, e Paesi scandinavi, a modello socialdemocratico, mostra non solo che la mobilità sociale è nei Paesi anglosassoni nettamente inferiore , ma anche che essa è in Inghilterra in diminuzione negli ultimi anni. Nello stesso tempo, dati Ue ci dicono che in Inghilterra l’indice di povertà, che per il modo in cui è costruito misura anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, è tra le più alte di Europa. Questo vuol dire che il New Labour avrebbe mancato il suo obiettivo principale, quello di re n d e re la società più dinamica consentendo alla generalità degli individui un’ascesa sociale basata sull’impegno e il merito. Così stando le cose, la buona performance dell’economia inglese può essere spiegata con due fattori uno ciclico e l’al ro strutturale: il primo è consistito nella possibilità che il governo inglese ha avuto di adottare politiche macro economiche più espansive in seguito alla decisione di non a d e r i re all’euro; il secondo, non ripetibile da altri Paesi, consiste nel ruolo preminente ricoperto nel campo della finanza e nel ruolo decisivo che essa è venuta assumendo nel tipo di sviluppo e di globalizzazione in corso. Ma poi è possibile considerare le disavventure internazionali come un semplice incidente di percorso? O non è più realistico ritenere che l’impegno ad affermare a livello mondiale un certo modello di sviluppo e il modo con il quale Blair ha ritenuto si dovessero fronteggiare in termini strategici i problemi posti dal governo del pianeta stessero insieme in una visione del processo di globalizzazione che collima con quello attualmente in atto, verso il quale i sostenitori della «terza via» non hanno mai avuto un atteggiamento critico? Vi è un’analisi delle società contemporanee, che è sostanzialmente opposta a quella che ne postula la deriva centrista e che sottolinea invece la polarizzazione crescente tra quelli che hanno e quelli che non hanno conseguente alla crescita della concentrazione del reddito e della ricchezza che caratterizza quasi tutte le società contemporanee.

Taluno, come Paul Krugman, parla addirittura di «scomparsa dei ceti medi», riferendosi a quelle figure comprendenti anche lavoratori dipendenti dotati di un lavoro stabile e ben retribuito, mentre Larry Summers, anch’egli un liberaldemocratico, che fu ministro del tesoro con Clinton, sostiene che «far fronte ai bisogni dell’ansiosa classe media globale è la sfida economica del nostro tempo». Liberare le società e i mercati dalle incrostazioni corporative può essere un obiettivo in parte collimante della sinistra e della destra liberista, ma già le motivazioni dovrebbero essere diverse. Per la destra si tratta di affermare il principio dell’individualismo in una visione che nega l’esistenza stessa della società e dell’impresa come costrutto sociale, mentre per la sinistra dovrebbe essere soprattutto un modo per realizzare un principio di uguaglianza delle opportunità e perciò dovrebbe andare di pari passo con la fornitura, da parte delle società, di adeguati beni pubblici per consentire agli individui di adattare e realizzare continuamente le proprie capacità. Ma le differenze dovrebbero andare ben oltre: la crescita delle disuguaglianze e della concentrazione della ricchezza sta diventando causa, non solo di crescente ingiustizia, ma anche di crescente rigidità e inefficienza delle società e dei mercati, il principale ostacolo alla mobilità sociale e alla possibilità per tutti i cittadini di realizzare le loro capacità. Il neoliberismo sta tradendo la sua principale promessa, quella di dare ai cittadini, attraverso il mercato, la liberta di realizzarsi. La lotta per una minore disuguaglianza è un pilastro storico dell’approccio di sinistra perciò appare sorprendente che essa non sia ancora divenuta punto centrale di un programma per un tipo di sviluppo e una globalizzazione diversa da quella in corso. Su questo terreno, ormai è chiaro, sarebbe nuovamente possibile un’alleanza tra forze di sinistra e forze liberaldemocratiche, purchè a sinistra si abbia l’accortezza di distinguere tra liberaldemocratici e liberisti. Il risultato della scarsa capacità di formulare una critica del modo in cui la globalizzazione sta avvenendo fa sì che la sinistra riformista non rappresenti adeguatamente i ceti meno abbienti, quelli che più si sentono minacciati dalla globalizzazione e che una volta rappresentavano la sua naturale costituency. Così essi restano esposti al richiamo delle sirene populiste. Questo spiega, oltre i fenomeni richiamati, anche il fatto che la classe operaia in Italia abbia votato in maggioranza per Berlusconi, il sostegno popolare ai gemelli polacchi e al leader populista ungherese sostenitori di un acceso nazionalismo e anche il fatto paradossale che David Cameron, leader conservatore inglese, che viaggia nei sondaggi quindici punti sopra Gordon Brown, stia facendo proprie le bandiere della lotta alle disuguaglianze, della difesa dell’ambiente e di una politica estera che non sia «schiava» degli Usa, issue tipiche della sinistra, anche se resta da vedere se e come renderà coerente questa visione con la natura del suo partito. Nel quadro di una crisi alquanto generalizzata della politica, il caso italiano presenta almeno due notevoli particolarità: l’Italia è l’unico Paese dove il sistema politico è letteralmente collassato con la scomparsa di tutti i partiti storici; l’Italia è l’unico Paese dove la presenza del Vaticano genera un condizionamento della vita politica che, specie nella fase attuale, dovrebbe indurre la sinistra a considerare prioritario l’obiettivo ad affermare chiaramente, in termini attuali, la laicità dello Stato. La particolare situazione italiana genera, tuttavia, anche una specificità positiva, in controtendenza rispetto al resto di Europa: tutte le componenti della sinistra, emerse nella lunga fase di transizione del sistema politico, collaborano nel sostegno dell’attuale governo. Si tratta di una unità ancora precaria e l’ulteriore evoluzione del sistema politico, che sarà influenzato dalla scelta del sistema elettorale, ci dirà se essa è destinata a durare.

La nascita del Partito democratico influenzerà inevitabilmente la riorganizzazione delle altre componenti del sistema politico e non solo di quelle della coalizione di centrosinistra. Vi sono, tuttavia, due modi di pensare una tale evoluzione. Si può desiderare che la nascita del Partito democratico possa creare anche in Italia le condizioni per una grande coalizione e, considerato che essa non sarà praticabile fintantoché Berlusconi occuperà la scena politica, ritenere che possa essere sostituita dall’alleanza con un grande centro, auspicandone la nascita come fa Casini. Una tale soluzione riproporrebbe anche in Italia i limiti già delineati del riformismo debole prevalente nel decennio precedente con due difetti in più: darebbe un enorme potere di coalizione a un partito che continua a dichiarare di fare parte del centrodestra; darebbe al Vaticano una capacità di condizionamento diretto e sistematico su ogni possibile coalizione di governo. L’altra strada è quella di rafforzare l’unità delle forze della coalizione. Questo comporta che il Partito democratico rafforzi la propria capacità di proporre una visione del processo di globalizzazione diverso da quello in corso e proponga comunque politiche che rafforzino la capacità dello Stato di intervenire per ridurre le disuguaglianze e dare a tutti i cittadini accesso adeguato a beni pubblici indispensabili per potere realizzare le proprie capacità e migliorare le condizioni del vivere civile. E comporta che gli altri partiti di sinistra rafforzino la propria cultura di governo, si dissocino da movimenti massimalisti e non si identifichino con un approccio pacifista che, per quanto nobile, non lascia spazio per una strategia internazionale e tanto meno per una politica estera realistiche. Una tale evoluzione culturale sarà possibile solo se il Partito democratico sarà generato dalla contaminazione di culture diverse presenti nella società e se tale commistione contribuirà a un sostanziale rinnovamento dei gruppi dirigenti. !

Perchè si scrive

Martedì, 01 Agosto 2017 00:00

Perché si scrive? Ecco l’opinione di Primo Levi:

Avviene spesso che un lettore, di solito un giovane, chieda a uno scrittore, in tutta semplicità, perché ha scritto un certo libro, o perché lo ha scritto così, o anche, più generalmente, perché scrive e perché gli scrittori scrivono. A questa ultima domanda, che contiene le altre, non è facile rispondere: non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Mi sembra che si possano configurare almeno nove motivazioni, e proverò a descriverle; ma il lettore, sia egli del mestiere o no, non avrà difficoltà a scovarne delle altre. Perché, dunque, si scrive?

1) Perché se ne sente l’impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L’autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l’intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell’allevamento del bestiame e dell’apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l’arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all’arte.

4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall’arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell’opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi “sa” come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C’è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6) Per liberarsi da un’angoscia. spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7) Per diventare famosi. credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l’angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c’è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi apre giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per “tener viva la firma”. Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.