Verso il 4 marzo /2

Venerdì, 19 Gennaio 2018 00:00

«Hai presenti gli “assi cartesiani”, quelli che, secondo il matematico-filosofo francese, consentono di individuare con procedimento matematico determinati punti nello spazio? Non ti ricordi, hai studiato male?». E poi: «Cambia qualcosa se gli assi principali anziché con X e Y, o come “ascisse” e “coordinate”, vengono indicati come “meridiani” e “paralleli” e applicati su una mappa che, a quel punto, diventa carta geografica o progetto politico»?

Avevo provocato un mio amico matematico sul punto se fosse possibile inquadrare in una formula algebrica i problemi del “che fare” in politica. E il professore mi aveva impartito l’intera lezione della quale, per non offendere la sua scienza, ho trattenuto e trascrivo solo alcune libere deduzioni.

Meridiani e paralleli
Sull’asse dei “meridiani” (che in politica tradurremo con “asse delle condizioni”) collochiamo quelli che possono essere considerati come i requisiti fondamentali del comportamento di chi voglia concorrere all’edificazione del “buon governo”; e li identifichiamo nei tre comandamenti del non uccidere, non rubare, non mentire.

Sull’asse dei “paralleli” (che in politica tradurremo come “asse degli obiettivi”) sistemiamo invece quelle che possiamo considerare come le finalità di un agire politico orientato alla piena umanizzazione della vita di ogni persona e di tutte le persone. E qui, con una scelta soggettiva, ma non arbitraria, indichiamo i tre concetti di “pace, lavoro, democrazia”, riservandoci ulteriori specificazioni.

Oltre la geometria
Si dovrà successivamente inserire un terzo asse da dedicare a quella che potremo indicare come l’energia di traino del processo politico e che non appare traducibile in formule matematiche.

Per rimanere ai tempi di Cartesio, ci faremo aiutare da Pascal per assegnare all’esprit de geometrie i concetti distribuiti sui due primi assi e all’esprit de finesse quelli assegnati al secondo asse. Per il momento lasciamo in pace il terzo.

“Non uccidere”: condiviso, ma…
Andiamo a verificare ora – cioè oggi, a inizio 2018, vigilia delle elezioni generali in Italia – quale sia la condizione dei “beni” fin qui elencati e quale possa essere il destino della loro interconnessione nelle condizioni date.

Sull’asse dei meridiani, cioè delle condizioni del buon governo, la percezione soggettiva dei tre comandamenti evocati è ancora largamente diffusa, oltre che scolpita in tanti documenti dell’ordine internazionale.

Ma tra i testi delle dichiarazioni e gli atteggiamenti feriali dei cittadini (e dei responsabili) sembra intercorrere una distanza sempre maggiore.

Il comandamento del non uccidere, ad esempio, è quotidianamente trasgredito in ogni angolo della terra; ma i fatti e i misfatti che le cronache registrano si stemperano in una indifferenza che li ignora o li minimizza, o si rifugia nel recinto dell’impotenza.

Quel mosaico mostruoso
Né un comportamento esemplare viene dai livelli della responsabilità politica. Ciò vale per quella che è stata chiamata l’attuale «guerra mondiale a pezzi», fatta sia di episodi cruenti che compongono un mosaico mostruoso, sia dall’indotto, non meno crudele, di un’“economia che uccide”.

È quel che avviene quando si subordina la crescita della ricchezza all’aumento della povertà e quando a vaste porzioni di umanità si impone la legge bronzea della sopravvivenza a livelli insopportabili di miseria e di fame.

Poiché il “non uccidere” riguarda sia i singoli che le comunità, la sua trasgressione non avviene solo quando si compie fisicamente il gesto di Caino ma anche quando non si interviene per impedire che altri lo compia.

D’altra parte, l’umanità è stata messa in grado, nel corso dei secoli, e segnatamente nel ’900, di conoscere a fondo e direttamente il “flagello” degli attacchi alla vita umana; e ha persino adottato, meritoriamente, le misure di prevenzione e di contrasto che sono garantite da istituzioni basate sul consenso dei popoli.

Questa circostanza dovrebbe attenuare l’onere dell’opposizione alla guerra e ai suoi derivati, ma, nel contempo, lo aggrava quando si lasciano fuori campo o si mettono fuori uso le strutture di prevenzione e di composizione dei conflitti o delle situazioni di disordine e/o di oppressione.

I movimenti disgregatori
Tanto maggiore si fa poi la responsabilità in questo campo quando, come oggi accade, si è in presenza di attacchi diretti al ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Delle quali si dichiara il superamento o addirittura l’inutilità quando – ed è il momento peggiore – non ci si comporta come se non esistessero.

Non uccidere significa allora contrastare i movimenti disgregatori che in varia forma – comprese le manifestazioni di sovranismo nazionalista – mettono in discussione i livelli pur minimi di collaborazione fin qui raggiunti, a partire dall’Europa.

L’espansione del “rubare”

Sempre sull’asse dei “meridiani” il comandamento del “non rubare” presenta il suo vasto campionario di inadempienze.

Ma l’atto tipico del “rubare” – la sottrazione fisica di un bene a chi lo detiene legittimamente e l’impossessamento di esso da parte di chi non ne ha titolo – appare sempre di più come un’entità minimale rispetto all’espandersi di altre dimensioni. Cresce infatti la mole dei fenomeni di scardinamento delle regole dell’economia e dello stesso diritto di proprietà che ne è il cardine.

Il vizio endemico moltiplicato
Le violazioni tradizionali – corruzione, concussione, appropriazione indebita ecc. – impallidiscono di fronte al proliferare di altre forme di speculazione e di intermediazione dolosa.

Queste si avvalgono sempre di più anche delle imponenti risorse offerte dalla possibilità di elaborazione e di trasmissione delle informazioni in tempo reale.

Per quanto il rubare sia un vizio endemico di impianto secolare, si direbbe che la tendenza odierna registra un rubare di più, un rubare più facile e più rapido.

Ne segue un effetto dimostrativo assolutamente inedito con il coinvolgimento di masse sempre più vaste di cittadini, indotti ad adottare come virtuosi i comportamenti rappresentati come “vincenti”, salvo dolersi poi degli infortuni subiti per malriposta fiducia.

Il tema del lavoro
Nel capitolo del “non rubare” va anche inclusa la cosiddetta “infedeltà fiscale”, alla quale tuttavia – per la sua importanza e attualità – converrà dedicare una specifica trattazione.

Lo stesso dicasi per il “non mentire”, di cui si parlerà nel prossimo articolo.

Quanto ai beni sistemati nella categoria degli obiettivi, come entità desiderabili ai fini della realizzazione secondo giustizia dello sviluppo integrale delle persone, un cenno particolare va fatto sulla questione del lavoro. Il tema della pace è stato infatti appena trattato, mentre a quello della democrazia diffusa è stato dato un certo spazio nel precedente articolo.

Guardando le cose in retrospettiva, si può constatare che, nel tempo, il problema-lavoro è stato per così dire declassato da materia con dignità autonoma a sottosezione dell’economia. E analoga sorte è toccata alle agenzie di tutela e di promozione del lavoro, in primo luogo i sindacati.

Tutto questo è avvenuto nel corso del mezzo secolo che va dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio del terzo millennio e rappresenta, più che un cambio politico, un mutamento culturale significativo.

Parlavamo il “keynesiano”
Subito dopo la conclusione del conflitto, sulle due sponde dell’Atlantico si parlava il “keiynesiano”, quell’idioma economico in base al quale, dovendosi realizzare come bene primario il pieno impiego di tutti i lavoratori (gente che prende il salario e lo spende e così alimenta l’economia) tutti gli sforzi andavano orientati a tale obiettivo.

Per stare in Italia, su tale linea era attestata la CGIL di Di Vittorio – 1949 – in dissenso con la casa-madre del PCI, e altrettanto dicasi di quelle tendenze cattoliche, impersonate da La Pira, dalle quali veniva una sollecitazione per «un governo con un solo obiettivo: il lavoro».

Nello stesso tempo (1952), le Acli reclamavano «una grande politica del lavoro», ritenendo possibile realizzare e mantenere, nel tempo e con l’opportuna strumentazione, «un alto e stabile livello di occupazione».

Occupazione e Costituzione
Il fatto è che, allora, per “piena occupazione” non si intendeva qualcosa di diverso da quanto scritto nell’art. 4 della Costituzione e cioè che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto»; che era logicamente correlato con il dovere di ciascuno di «svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società».

Da Keynes a Friedman
Questa nota universalistica si mantiene succcssivamente anche quando, con lo “schema Vanoni” (1954), il traguardo del pieno impiego si procrastina nel tempo (un decennio) e si condiziona al mantenimento di alcune condizioni economiche, come la crescita del reddito nazionale al 5% che, per motivi vari, non si sarebbero realizzate.

I governi di centrosinistra ripresero poi l’idea del “piano” (1965) nel quale il pieno impiego era il risultato di uno sviluppo complessivo trainato soprattutto dall’ espansione dei consumi pubblici.

La scelta di approvare il piano per legge – come una sorta di gigantesca “finanziaria” – irrigidì la logica del piano che non giunse mai a piena realizzazione (se non per alcuni capitoli come la sanità). E il destino del lavoro rimase sempre più appeso alle fluttuazioni congiunturali.

La “massima occupazione”
Fu in questa fase che l’espressione “pieno impiego” venne sostituita da “massima occupazione”.

Non era una variante formale; quel “massima” stava ad indicare il livello consentito dagli equilibri complessivi del sistema.

La dottrina economica continuava a parlare keynesiano ma la sostanza delle scelte era sempre più vicina agli schemi neoliberisti di Milton Friedman. Che sarebbero… andati al potere con Ronald Reagan e Margaret Tatcher. Il resto è cronaca.

La nuova riconversione
La notazione storica resta importante, perché invita a rintracciare i momenti genetici della svolta liberista, che poi si è coniugata con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia.

Occorre accettare l’onere di una simile operazione, che comporta più di un’autocritica, per rendersi conto non solo della portata del cambiamento intervenuto ma anche del numero e dell’importanza delle forze che, anche a sinistra, lo hanno sostenuto.

Vale per la valutazione del passato ma vale anche per le sfide da affrontare a partire da oggi o, se si vuole, in Italia dal 4 marzo.

L’analisi dell’evoluzione intervenuta, abbozzata qui liberamente nel riferimento alle condizioni e agli obiettivi collocati sugli “assi cartesiani”, pare indispensabile per un approccio realistico e non ingannevole all’esigenza di una nuova riconversione. Che è necessaria per riportare il lavoro al posto che la dignità umana reclama e che la Costituzione ha stabilito fin dal suo incipit.

Ma che ascolto si può dare alle voci che si sovrappongono nella grande arena della contesa elettorale?

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una mappa… cartesiana per aiutare le scelte - di Domenico Rosati - 5/01/2018

Verso il 4 marzo /1

Lunedì, 15 Gennaio 2018 00:00

Le elezioni come una pagina bianca. Anche il presidente Mattarella, nella sobria comunicazione di fine anno, ha fatto ricorso a quest’immagine. Che corrisponde alla realtà, ma solo fino ad un certo punto.

Ogni scadenza elettorale, infatti, è pagina bianca nel senso che si azzera e si elegge ex novo il Parlamento, ma sul foglio, come in filigrana, sono impresse le tracce di quel che è accaduto sia nel corso della legislatura che termina sia nel cumulo di tutte le fasi precedenti. Non solo le leggi ma anche le virtù e i vizi – i costumi – di un popolo.

Voto senza copia
Così è difficile dare credibilità ad una suggestione che trascuri il peso (il valore, la vergogna e altro) delle cose accadute; e lo conferma il fatto che anche l’evocazione della pagina bianca è saggiamente accompagnata dall’esortazione a non oscurare il messaggio del passato. Anche il presidente Mattarella ne ha fatto giustamente uso.

Da questa considerazione preliminare ne discende un’altra non meno importante. E cioè che non esistono elezioni-copia. Ogni momento di esercizio della sovranità popolare – che di questo si tratta – ha uno svolgimento proprio: di tempo, di modo, di luogo. Ed è quel che condiziona, se non determina, il comportamento dei protagonisti – “attivi” gli elettori, “passivi” gli eletti –, anche quando si tratta delle stesse figure che mutano orientamento per prolungare nel tempo il proprio potere.

Una guida nel labirinto
È probabilmente anche in questo misto di variabili, di novità e di tradizione, di rispetto del passato e di apertura al futuro che consiste il segreto della “durata” dei regimi democratici e della loro superiorità, al netto delle contraddizioni e degli errori che si rinvengono sul loro cammino.

Che però assomiglia – il cammino – più a un labirinto in cui è facile perdersi che ad un’autostrada sulla quale correre fino ad… esaurimento delle ambizioni terrene. Che le prove elettorali – è una costante –, per un verso, moltiplicano e, per un altro, comprimono.

Eccitazione e depressione
La campagna elettorale – anche questa è una costante – è il passaggio in cui avviene il massimo della eccitazione politica, nel senso dell’enunciazione di ciò che è più desiderabile nel momento dato e, contemporaneamente, si verifica il massimo della depressione. Questa si verifica nella presa di coscienza dello scarto tra il “dire” delle promesse” e il “fare” delle realizzazioni concretamente possibili.

Un’analisi del prodursi e riprodursi nel tempo di un simile scarto ne mette in luce gli effetti devastanti sulle aspettative, che degradano in delusioni, e permette di trovare una spiegazione del fenomeno della crescente fuga dalle urne che accompagna la democrazia nelle sue fasi mature.

Speranza e futuro
Chi scrive ha l’età per ricordare le grandi speranze che in Italia (e in tutta l’Europa) animarono i dibattiti (e gli scontri) della fase costituente dopo la seconda guerra mondiale. Il loro denominatore comune era quello della speranza.

L’atteggiamento prevalente dei protagonisti dell’epoca – quelli che andavamo ad ascoltare nei liberi comizi dopo l’esperienza delle adunate obbligatorie della dittatura – era di segno profetico: uno stimolo alle coscienze per alimentare il sogno di un mondo diverso.

Diverso da che cosa? Ci voleva poco a rendersi conto della distanza che correva tra l’irreggimentazione della società, in cui bisognava “credere, obbedire, combattere”, perché “Mussolini ha sempre ragione”, e il nuovo contesto in cui eri tu, in prima persona, convocato a concorrere, con il libero voto e con la partecipazione, a definire il futuro della comunità.

L’altra parola, coniugata a speranza, era infatti “futuro”.

Stato etico ed etica dello stato
Sull’idea della possibilità di costruire una nuova società fondata su valori umani universali si ritrovavano forze di origine e orientamenti diversi. Tutte però erano impegnate in un tentativo che superò più di una prova, a cominciare dalla redazione della Costituzione. Nella quale il tassativo rifiuto dello “stato etico” di impronta fascista dava risalto a principi fondamentali che configuravano un’“etica dello stato” come istanza di una moralità esigente nell’esercizio della vita pubblica.

Il vero miracolo italiano
Contrariamente a quel che successivamente è stato sostenuto dalla pubblicistica moderato-borghese, ho sempre ritenuto che il miracolo della democrazia italiana sia consistito – a parte i successi vantati in campo economico – nel fatto che, a edificare il nuovo edificio politico, abbiano dato opera entità culturali e sociali che originariamente erano ostili alla democrazia, come i cattolici, o l’accettavano solo come strumento di conquista del potere, come i comunisti e i socialisti.

Un “miracolo” che si protrasse anche dopo lo scontro delle elezioni del 1948, dando luogo a una dialettica tanto aspra negli atteggiamenti e nelle parole quanto reciprocamente prudente nella salvaguardia delle istituzioni della Repubblica. Tant’è che ad una comune solidarietà nazionale si ritenne di poter fare appello, con Moro e Berlinguer, quando negli anni 70 del ’900, il logoramento del tessuto democratico stava aprendo varchi regressivi pericolosi per il destino del sistema delle libertà.

Il prima e il dopo del voto
Tutto quel che precede dovrebbe fornire spunti adeguati a sostenere che ci si può accostare anche alla prossima scadenza elettorale – il 4 marzo 2018 – tentando di leggerne il significato come quello di un capitolo importante, ma non il primo né l’ultimo, della storia della democrazia italiana. Semmai, proprio la migliore conoscenza dei momenti più significativi di essa può riattivare qualche connessione oggi usurata nella coscienza dei cittadini; e così rimotivare una corrispondente volontà di partecipazione.

Qui ci si imbatte inevitabilmente nel discorso sulle virtù civiche che si esercitano – va detto con chiarezza – non solo nel voto ma anche e soprattutto prima del voto e dopo il voto.

La democrazia non esiste pienamente se non si alimenta della partecipazione dei cittadini. E questa non può essere limitata all’accesso alle urne. Si può lasciare in pace l’iperbole di Lenin, per il quale, «ogni cuoca dovrebbe imparare a governare lo stato» e si debbono convenientemente criticare la esorbitanze dei sopraggiunti cultori delle qualità magiche dell’“uno vale uno”, peraltro rapidamente archiviato. Ma non si può non riflettere sui concetti di Pio XII circa il deficit di democrazia che si verifica quando il cittadino comune teme che «dietro la facciata di quello che si chiama stato si cela il giuoco di potenti gruppi organizzati».

Lo stato della partecipazione
Forse prima di intraprendere una ricerca su quelle che potremmo chiamare le virtù civiche del XXI secolo, varrebbe la pena soffermarsi su questo aspetto costitutivo della vita democratica che convenzionalmente si chiama partecipazione. Che non è soltanto presenza ai comizi elettorali ma anche e soprattutto “ingerenza” assidua e attenta nelle vicende della vita sociale comune.

La Costituzione evoca una molteplicità di istanze e di organismi in cui la partecipazione può mettersi alla prova a servizio della comunità. Dagli enti locali ai partiti, ai sindacati al mondo associativo al volontariato, agli enti intermedi nella loro molteplicità e varietà. Per tacere della scuola dove pure si avviò negli anni 70 un tentativo di partecipazione triangolare (insegnanti, genitori, studenti) che è rimasto in piedi nella forma ancorché svuotato nella sostanza.

Interessi immediati e bene comune
Non è il caso di procedere ad un esame analitico di tutti i possibili varchi aperti dalle singole istanze e dal loro intreccio pluralistico. È invece doveroso chiedersi se e quanto e come abbiano funzionato come luoghi di attivazione politica dei rispettivi ambiti.

Nessuno può negare, con riguardo all’Italia, la vastità e profondità del fenomeno dell’ espansione di quelle che vengono definite come espressioni del terzo settore (ultimamente disciplinato per legge) in una visione che comprende sia l’economia sociale che il volontariato propriamente detto. E tuttavia rimane l’interrogativo se, a tale dilatazione nelle comunità locali e nei territori, abbia corrisposto una simmetrica espansione della coscienza sociale oltre le dimensioni degli interessi immediatamente percepiti e tutelati.

C’è da chiedersi insomma se la giusta preoccupazione per la salvaguardia di diritti acquisiti o rivendicati – in ambiti comunque ristretti (ad esempio “i residenti” nelle vertenze cittadine) non indebolisca la capacità di comprendere la dimensione effettiva dei problemi che oggi, non ieri, condizionano la coesistenza delle persone e ne alimentano il desiderio di cambiare.

Il punto decisivo più che mai questo: se si immagina di poter elaborare soluzioni valide per l’intera comunità (“uscirne insieme”, come diceva don Milani) oppure ci si limita a perimetrare tanti piccoli recinti privati di un’aleatoria sicurezza.

Prima e più ancora di ogni altro aspetto, quello del recupero di una dimensione sociale, cioè di bene comune, sembra essere il tema più serio e urgente da utilizzare come griglia critica per il giudizio sulle suggestioni elettorali oggi in campo e, soprattutto, per una riqualificazione dell’impegno dei cittadini ben oltre l’orizzonte della scadenza di marzo.

 

Da "http://www.settimananews.it" Verso il 4 marzo /1 Una pagina bianca ma non vuota - di Domenico Rosati - 5/01/2018

Per un giorno di festa

Martedì, 09 Gennaio 2018 00:00

I giornali ci riportano la cronaca di dibattiti infiniti, discussioni mai concluse, insanabili divergenze.

Arrivano i neri; no, arrivano i cinesi; no, arrivano gli immigrati; no, arrivano i musulmani; no, arrivano i leghisti; no, arrivano i cinque stelle; no, arrivano i pochi comunisti rimasti.

Poi arrivano anche i tedeschi con lo spread; i francesi con la grandeur; anche i greci che stanno risanando il debito; gli spagnoli che manderanno da noi i catalani; poi, infine, arrivano anche i robot che ci manderanno tutti al diavolo e si sistemeranno al posto di comando.

Poi arrivano le feste; no, sono già passate; no arrivano le stagioni; no, non sono più di moda; arrivano i figli; no, sono andati e non tornano; arrivano i pagamenti; no, siamo evasori; arrivano i salvatori; no, ce n’era uno e lo hanno messo in croce.

Ecco l’Italia è pressappòco questa: terra di frontiera e confine insieme; terra di immigrati e emigranti insieme; terra di disperazione e di speranza insieme; terra di fantasia e di sfessati insieme; terra di tutti e di nessuno; terra dove tutto si può perché niente si deve; terra dove tutto trova un posto perché nessuno rimane al suo posto; terra dove i fiori, i figli, i gigli, il sole, le albe e i tramonti si intrecciano e si abbracciano; terra dove il sole fa corona insieme alle nuvole che lo corteggiano; terra per i grandi e per i piccoli; terra dove tutto va perché deve andare; terra dove la politica si attarda e si impegna; dove i politici si stabilizzano in un eterno presente; dove i giornalisti si esercitano con le parole di carta; dove noi siamo più forti degli eroi, più tenaci dei disperati, più italiani degli italiani.

I lavori del futuro

Lunedì, 08 Gennaio 2018 00:00

Sempre più spesso si parla di automazione industriale, intelligenza artificiale e del loro impatto sul mercato del lavoro. Le numerose opinioni divergenti sul tema ci permettono di comprendere la portata di un fenomeno dominato da un'inedita accelerazione tecnologica, i cui esiti sono necessariamente incerti.

L'obsolescenza del lavoro umano e la conseguente minaccia di una massiccia disoccupazione che si delineano in questo quadro rappresentano una realtà che affronteremo nei prossimi anni, alla quale la società sarà chiamata a rispondere.

Se da una parte il progresso permette l'ottimizzazione dei processi di produzione industriali e il miglioramento delle condizioni di lavoro, rendendolo più dignitoso, dall'altra esso comporta notevoli cambiamenti sia all'interno che all'esterno delle realtà aziendali in cui dispiega il suo potenziale. Il rischio è che un numero significativo di persone venga lasciato indietro.

Secondo un rapporto del World Economic Forum dello scorso anno, l'era delle macchine che imparano determinerà una perdita globale netta di 5 milioni di posti di lavoro entro il 2020.

L'autore e futurologo americano Martin Ford ha affermato la necessità di un ripensamento del sistema economico e dell'introduzione, in una società futura minacciata da stagnazione e disoccupazione dilagante, di un reddito minimo garantito per tutti.

Quest'ultima soluzione è stata proposta anche da Elon Musk, prospettando un futuro in cui si dovrà lavorare meno e ci sarà più tempo libero.

In un panorama occupazionale in cui sempre più professioni saranno sostituite da tecnologia e robotica, oltre la metà di esse nei prossimi 20 anni secondo una previsione effettuata del 2013 da un gruppo di economisti della Oxford University, la riqualificazione dei lavoratori rappresenta la chiave di volta di ogni possibile equilibrio concepibile.

Sicuramente, infatti, i mutati contesti produttivi comporteranno l'emergere di nuove figure professionali, un rapporto della società di consulenza Cognizant Technology Solutions prova ad anticiparne alcune: Data Detective, Ethical Sourcing Manager, AI Business Development Manager e Man-Machine Teaming Manager tra i lavori che compariranno entro i prossimi cinque anni. Altri, tra cui Personal Data Broker e Genetic Diversity Officer, faranno la loro comparsa entro i prossimi dieci.

In questo clima d'incertezza, quello che sembra potersi ravvisare è la necessità di trovare nuovi modelli d'inclusione, nuove soluzioni in grado di creare valore, mettendo l'individuo al centro e collegando la propria attività ad obiettivi di sviluppo sociale, come Social Economy e Social Entrepreneurship insegnano.

L'umanità, che per definizione è prerogativa esclusiva delle persone, è l'unica via verso un futuro mission-driven che incontri il profitto passando attraverso il dialogo.

In fin dei conti, sono le scelte che compiamo a determinare se saremo sostituibili.


Da "http://www.huffingtonpost.it/" I lavori del futuro di Oliver Page - 08/01/2018

I 556 membri dell’Assemblea Costituente, formata da uomini e per la prima volta anche dalle donne, a seguito delle elezioni del 2 giugno 1946 vengono chiamati a svolgere un nobile compito: la stesura della Carta Costituzionale. L’Italia è pronta a muovere i primi passi come Repubblica e i Costituenti sono i depositari dei sentimenti di pace, libertà e democrazia utili a tracciare il futuro del nostro Paese, desideroso di lasciarsi alle spalle macerie e ferite di un provante conflitto.

Per assolvere al meglio questo compito il 15 luglio 1946 viene istituita la Commissione dei 75, presieduta da Meuccio Ruini, incaricata di redigere il progetto della Costituzione italiana da discutere poi in aula. La Commissione viene suddivisa in tre gruppi di lavoro: il primo, presieduto da Umberto Tupini, è dedicato ai diritti e doveri dei cittadini. Il secondo, presieduto da Umberto Terracini, è indirizzato all’organizzazione costituzionale dello Stato. Il terzo si occupa dei rapporti economici e sociali, presiede Gustavo Ghidini. Infine un comitato di redazione ha il delicato incarico di collegare ed accordare il lavoro prodotto dalle tre sotto-commissioni.

Dopo 18 mesi di lavori dell’Assemblea Costituente, il testo della Costituzione inizia l’iter parlamentare il 4 marzo 1947: le discussioni e le modifiche lasciano intatto il cuore del testo, basato sui principi di democrazia e uguaglianza, approvato il 22 dicembre 1947 con 458 voti favorevoli su un totale di 515 votanti. Il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola firma il testo che entra in vigore il 1 gennaio 1948.

I primi dodici articoli della Carta Costituzionale custodiscono i “Principi fondamentali” che declinano lo spirito vitale della Costituzione, un “giovane” testo che da 70 anni è la guida della Repubblica Italiana. Un testo figlio della Resistenza e nipote della Liberazione dedicato a tutti i cittadini nel quale sono racchiusi i diritti inviolabili e i doveri inderogabili di ciascun individuo.

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.»

Piero Calamandrei,

Discorso ai giovani tenuto alla Società Umanitaria,

Milano, 26 gennaio 1955

 

Da http://www.ilviaggiodellacostituzione.it/ "La Costituzione, da 70 anni l'inno della democrazia italiana"

 

La verità

Venerdì, 05 Gennaio 2018 00:00

Sotto il cielo sono tante le cose che non comprendiamo.

Ma dove vanno a finire i nostri dubbi, le nostre perplessità, le verità mai venute alla luce, le bugie che le hanno sepolte, il male che ci hanno fatto, il silenzio che ha coperto tutto, la nebbia che ha dissolto, il sole che è stato oscurato, le domande che non abbiamo fatto, quelle inevase, quelle ignorate, quelle cadute nel nulla?

Che fine fa la nostra curiosità che ci fa sporgere sull’orlo della verità?

Abbiamo imparato a far finta di nulla, a presentarci come comparse di una scena immobile, abbiamo dovuto scomparire per poter resistere.

La storia malgrado questo è andata avanti. Siamo caduti lungo la strada senza che alcun buon samaritano curasse le nostre ferite.

La verità è stata negata, poi imbavagliata, poi soffocata infine vanificata.

Non ci importa più di conoscerla, sospendiamo un attimo il respiro quando ci sembra di averla ormai a portata di mano, consapevoli però che essa non ci appartiene.

A chi dunque appartiene?

Essa ha un legittimo proprietario?

E se c’è, perché si presenta come un ladro?

Perché, malgrado la inutilità, dalla sporgenza sull’abisso continuiamo sempre ad affacciarci e a ritrarci?

La verità. “Cosa è la verità”? chiede Pilato a Gesù.

Avanza nella domanda non soltanto la curiosità di sapere, ma lo scetticismo che essa possa esistere e, se esiste, soltanto pochi sanno dove si nasconda e come sia possibile appropriarsene.

I partiti alla conquista degli indecisi

Lunedì, 01 Gennaio 2018 00:00

Secondo una colorita ma efficace espressione coniata da SWG per definire gli elettori che non sanno se votare ed eventualmente per chi, il "clan degli indecisi" rappresenta il 20,1% del corpo elettorale (rilevazione del 4-6 dicembre). Poichè, secondo il sondaggio, coloro i quali non sono intenzionati a votare sono il 20,4% (per un'affluenza, dunque, che potrebbe - nella migliore delle ipotesi - fermarsi al 79,6%), gli indecisi sono destinati ad avere un ruolo cruciale nella competizione elettorale. In quel 20,1% (circa 9,5 milioni di persone) c'è un 68% di "orientati" (che hanno un'idea su una possibile scelta: li potremmo definire votanti quasi certi) e un 32% di "disorientati" (che non sanno se votare e, nel caso, per chi). Quest'ultima fetta costituisce il 6,4% dell'elettorato: si oscilla dunque - secondo i nostri calcoli - fra un'affluenza minima del 73,2% e una massima del 79,6% (intorno, dunque, al 75,2% del 2013). Più che sui "disorientati" (la gran parte dei quali potrebbe disertare le urne o andare per votare scheda bianca o nulla) i partiti si dovranno concentrare sugli "orientati" ma indecisi, cioè su chi voterà ma ha qualche dubbio nella scelta. Una rapida rielaborazione dei dati SWG ci porta a valutare in circa 6,9 milioni questi elettori. Un dato non dissimile da quello (6,8 milioni) che si ottiene ricalcolando i risultati di un sondaggio Tecnè svolto fra la seconda metà dello scorso mese e l'inizio di dicembre, che quantifica (stavolta rispetto alle europee 2014) in 1,7 milioni i voti che Pd, M5S e Centrodestra sembrano in grado di "sottrarre" alla concorrenza e in 5,1 milioni quelli recuperati dall'astensione. Il mercato elettorale, dunque, ci appare diviso in quattro aree: 1) chi ha deciso (ed è probabilmente fedele alla scelta della volta precedente: astenuti compresi, visto che fra 100 interpellati orientati a non votare ce ne sono 71 che non avevano votato neppure nel 2013) pari a circa il 59,5% degli aventi diritto; 2) chi voterà, ma ha una preferenza partitica da confermare (gli "orientati"), pari al 13,7%; 3) chi non sa se votare o non votare ("disorientati": 6,4%); 4) chi è certo di non partecipare (SWG definisce questo segmento "clan degli astensionisti": 20,4%). È nel secondo gruppo che si gioca la battaglia più dura, come dicevamo, perché se il terzo (i "disorientati") appare difficile da convincere se non con un'offerta politica molto attraente, il gruppo degli "orientati" può essere conteso fino all'ultimo minuto della campagna elettorale. Anche qui bisogna fare delle distinzioni. I voti conquistati a scapito di soggetti politici degli altri "poli" appaiono, secondo le stime, non superiori al 25% del totale dei "fluttuanti". Il grosso dei flussi avviene dunque fra partiti vicini: ciò giustifica la nascita di liste "di area" che possono catturare elettori "di frontiera" (i quali, magari, non vogliono votare il partito scelto nel 2013, ma intendono restare nella stessa "famiglia politica"). Differenziando posizioni e offerta, si finisce per trattenere all'interno del proprio polo gran parte dei voti in uscita. Tuttavia, presentare liste "troppo appetibili" per gli indecisi può causare un marcato indebolimento dei partiti maggiori: anche se non conta per la competizione fra poli e nei collegi, è però rilevante ai fini della "graduatoria" finale (ma può disperdere i voti dei soggetti sotto l’1%). Arrivare al primo o al secondo posto fra i partiti nazionali non è politicamente irrilevante, come dimostra la battaglia fra Pd e M5S; è importante anche la competizione per il terzo posto fra FI e Lega, perché può segnare la prevalenza di Berlusconi e dell'anima moderata del centrodestra su quella sovranista di Salvini (il leader leghista, peraltro, ha affermato che il suo partito, se avrà più voti di quello del Cavaliere, rivendicherà la presidenza del Consiglio). Potremmo assistere, insomma, ad una campagna elettorale "mirata": da un lato, per la conquista di chi è incerto fra un polo e l'altro (in parte, anche per recuperare astenuti: compito che però appare più difficile); dall'altro lato, per spostare, nei collegi, le poche migliaia di voti in grado di determinare la vittoria nella gara maggioritaria. È dunque possibile che, scartato quell'80% sicuro di votare per un partito o di non votare affatto, il marketing elettorale si concentri su un segmento preciso. Per conquistarlo si cercherà di alzare i toni e di aumentare l'offerta (ad esempio in termini di spesa pubblica o tagli fiscali) valutando le esigenze tipiche di quella fascia di aventi diritto al voto, anche se non necessariamente del tutto collimanti con quelle degli elettori “fedeli”.


Da "www.mentepolitica.it" I partiti alla conquista degli indecisi di Luca Tentoni