In God We Trust: questa è la frase impressa sulle banconote degli Stati Uniti d’America, che è anche l’attuale motto nazionale. Esso apparve per la prima volta su una moneta nel 1864, ma non divenne ufficiale fino al passaggio di una risoluzione congiunta del Congresso nel 1956. Significa: «In Dio noi confidiamo». Ed è un motto importante per una nazione che alla radice della sua fondazione ha pure motivazioni di carattere religioso. Per molti si tratta di una semplice dichiarazione di fede, per altri è la sintesi di una problematica fusione tra religione e Stato, tra fede e politica, tra valori religiosi ed economia.

Religione, manicheismo politico e culto dell’apocalisse

Specialmente in alcuni governi degli Stati Uniti degli ultimi decenni, si è notato il ruolo sempre più incisivo della religione nei processi elettorali e nelle decisioni di governo: un ruolo anche di ordine morale nell’individuazione di ciò che è bene e ciò che è male.

A tratti questa compenetrazione tra politica, morale e religione ha assunto un linguaggio manicheo che suddivide la realtà tra il Bene assoluto e il Male assoluto. Infatti, dopo che Bush a suo tempo ha parlato di un «asse del male» da affrontare e ha fatto richiamo alla responsabilità di «liberare il mondo dal male» in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, oggi il presidente Trump indirizza la sua lotta contro un’entità collettiva genericamente ampia, quella dei «cattivi» (bad) o anche «molto cattivi» (very bad). A volte i toni usati in alcune campagne dai suoi sostenitori assumono connotazioni che potremmo definire «epiche».

Questi atteggiamenti si basano sui princìpi fondamentalisti cristiano-evangelici dell’inizio del secolo scorso, che si sono man mano radicalizzati. Infatti si è passati da un rifiuto di tutto ciò che è «mondano», com’era considerata la politica, al perseguimento di un’influenza forte e determinata di quella morale religiosa sui processi democratici e sui loro risultati.

Il termine «fondamentalismo evangelico», che oggi si può assimilare a «destra evangelicale» o «teoconservatorismo», ha le sue origini negli anni 1910-15. A quell’epoca un milionario del Sud della California, Lyman Stewart, pubblicò 12 volumi intitolati I fondamentali (Fundamentals). L’autore cercava di rispondere alla «minaccia» delle idee moderniste dell’epoca, riassumendo il pensiero degli autori di cui apprezzava l’appoggio dottrinale. In tal modo esemplificava la fede evangelicale quanto agli aspetti morali, sociali, collettivi e individuali. Furono suoi estimatori vari esponenti politici e anche due presidenti recenti come Ronald Reagan e George W. Bush.

Il pensiero delle collettività sociali religiose ispirate da autori come Stewart considera gli Stati Uniti una nazione benedetta da Dio, e non esita a basare la crescita economica del Paese sull’adesione letterale alla Bibbia. Nel corso degli anni più recenti esso si è inoltre alimentato con la stigmatizzazione di nemici che vengono per così dire «demonizzati».

Nell’universo che minaccia il loro modo di intendere l’ American way of life si sono avvicendati nel tempo gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani. Per sostenere il livello del conflitto, le loro esegesi bibliche si sono sempre più spinte verso letture decontestualizzate dei testi veterotestamentari sulla conquista e sulla difesa della «terra promessa», piuttosto che essere guidate dallo sguardo incisivo e pieno di amore del Gesù dei Vangeli.

Dentro questa narrativa, ciò che spinge al conflitto non è bandito. Non si considera il legame esistente tra capitale e profitti e la vendita di armi. Al contrario: spesso la guerra stessa è assimilata alle eroiche imprese di conquista del «Dio degli eserciti» di Gedeone e di Davide. In questa visione manichea, le armi possono dunque assumere una giustificazione di carattere teologico, e non mancano anche oggi pastori che cercano per questo un fondamento biblico, usando brani della Sacra Scrittura come pretesti fuori contesto.

Un altro aspetto interessante è la relazione che questa collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano, ha con il «creato». Vi è come una sorta di «anestesia» nei confronti dei disastri ecologici e dei problemi generati dai cambiamenti climatici. Il «dominionismo» che professano – che considera gli ecologisti persone contrarie alla fede cristiana – affonda le proprie radici in una comprensione letteralistica dei racconti della creazione del libro della Genesi, che colloca l’uomo in una situazione di «dominio» sul creato, mentre quest’ultimo resta sottoposto al suo arbitrio in biblica «soggezione».

In questa visione teologica, i disastri naturali, i drammatici cambiamenti climatici e la crisi ecologica globale non soltanto non vengono percepiti come un allarme che dovrebbe indurli a rivedere i loro dogmi ma, al contrario, sono segni che confermano la loro concezione non allegorica delle figure finali del libro dell’Apocalisse e la loro speranza in «cieli nuovi e terra nuova».

Si tratta di una formula profetica: combattere le minacce ai valori cristiani americani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, una resa dei conti finale tra il Bene e il Male, tra Dio e Satana. In questo senso ogni «processo» (di pace, di dialogo ecc.) frana davanti all’impellenza della fine, della battaglia finale contro il nemico. E la comunità dei credenti, della fede (faith), diventa la comunità dei combattenti, della battaglia (fight). Una simile lettura unidirezionale dei testi biblici può indurre ad anestetizzare le coscienze o a sostenere attivamente le situazioni più atroci e drammatiche che il mondo vive fuori dalle frontiere della propria «terra promessa».

Il pastore Rousas John Rushdoony (1916-2001) è il padre del cosiddetto «ricostruzionismo cristiano» (o «teologia dominionista»), che grande impatto ha avuto nella visione teopolitica del fondamentalismo cristiano. Essa è la dottrina che alimenta organizzazioni e networks politici come il Council for National Policy e il pensiero dei loro esponenti quali Steve Bannon, attuale chief strategist della Casa Bianca e sostenitore di una geopolitica apocalittica[1].

«La prima cosa che dobbiamo fare è dare voce alle nostre Chiese», dicono alcuni. Il reale significato di questo genere di espressioni è che ci si attende la possibilità di influire nella sfera politica, parlamentare, giuridica ed educativa, per sottoporre le norme pubbliche alla morale religiosa.

La dottrina di Rushdoony, infatti, sostiene la necessità teocratica di sottomettere lo Stato alla Bibbia, con una logica non diversa da quella che ispira il fondamentalismo islamico. In fondo, la narrativa del terrore che alimenta l’immaginario degli jihadisti e dei neo-crociati si abbevera a fonti non troppo distanti tra loro. Non si deve dimenticare che la teopolitica propagandata dall’Isis si fonda sul medesimo culto di un’apocalisse da affrettare quanto prima possibile. E dunque non è un caso che George W. Bush sia stato riconosciuto come un «grande crociato» proprio da Osama bin Laden.

Teologia della prosperità e retorica della libertà religiosa

Un altro fenomeno rilevante, accanto al manicheismo politico, è il passaggio dall’originale pietismo puritano, basato su L’ etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, alla «teologia della prosperità», propugnata principalmente da pastori milionari e mediatici e da organizzazioni missionarie con un forte influsso religioso, sociale e politico. Essi annunciano un «vangelo della prosperità», per cui Dio desidera che i credenti siano fisicamente in salute, materialmente ricchi e personalmente felici.

È facile notare come alcuni messaggi delle campagne elettorali e le loro semiotiche abbondino di riferimenti al fondamentalismo evangelicale. Accade per esempio di vedere immagini in cui leader politici appaiono trionfanti con una Bibbia in mano.

Una figura rilevante, che ha ispirato presidenti come Richard Nixon, Ronald Reagan e Donald Trump, è il pastore Norman Vincent Peale (1898-1993), il quale ha officiato il primo matrimonio dell’attuale Presidente. Egli è stato un predicatore di successo: ha venduto milioni di copie del suo libro Il potere del pensiero positivo (1952), pieno di frasi quali: «Se credi in qualcosa, la otterrai», «Se ripeti “Dio è con me, chi è contro di me?”, nulla ti fermerà», «Imprimi nella tua mente la tua immagine di successo, e il successo arriverà», e così via. Molti telepredicatori della prosperità mescolano marketing, direzione strategica e predicazione, concentrandosi più sul successo personale che sulla salvezza o sulla vita eterna.

Un terzo elemento, accanto al manicheismo e al vangelo della prosperità, è una particolare forma di proclamazione della difesa della «libertà religiosa». L’erosione della libertà religiosa è chiaramente una grave minaccia all’interno di un dilagante secolarismo. Occorre però evitare che la sua difesa avvenga al ritmo dei fondamentalisti della «religione in libertà», percepita come una diretta sfida virtuale alla laicità dello Stato.

L’ecumenismo fondamentalista

Facendo leva sui valori del fondamentalismo, si sta sviluppando una strana forma di sorprendente ecumenismo tra fondamentalisti evangelicali e cattolici integralisti, accomunati dalla medesima volontà di un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica.

Alcuni che si professano cattolici si esprimono talvolta in forme fino a poco tempo fa sconosciute alla loro tradizione e molto più vicine ai toni evangelicali. In termini di attrazione di massa elettorale, questi elettori vengono definiti value voters. L’universo di convergenza ecumenica, tra settori che paradossalmente sono concorrenti in termini di appartenenza confessionale, è ben definito. Quest’incontro per obiettivi comuni avviene sul terreno di temi come l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’educazione religiosa nelle scuole e altre questioni considerate genericamente morali o legate ai valori. Sia gli evangelicali sia i cattolici integralisti condannano l’ecumenismo tradizionale, e tuttavia promuovono un ecumenismo del conflitto che li unisce nel sogno nostalgico di uno Stato dai tratti teocratici.

La prospettiva più pericolosa di questo strano ecumenismo è ascrivibile alla sua visione xenofoba e islamofoba, che invoca muri e deportazioni purificatrici. La parola «ecumenismo» si traduce così in un paradosso, in un «ecumenismo dell’odio». L’intolleranza è marchio celestiale di purismo, il riduzionismo è metodologia esegetica, e l’ultra-letteralismo ne è la chiave ermeneutica.

È chiara l’enorme differenza che c’è tra questi concetti e l’ecumenismo incoraggiato da papa Francesco con diversi referenti cristiani e di altre confessioni religiose, che si muove nella linea dell’inclusione, della pace, dell’incontro e dei ponti. Questo fenomeno di ecumenismi opposti, con percezioni contrapposte della fede e visioni del mondo in cui le religioni svolgono ruoli inconciliabili, è forse l’aspetto più sconosciuto e al tempo stesso più drammatico della diffusione del fondamentalismo integralista. È a questo livello che si comprende il significato storico dell’impegno del Pontefice contro i «muri» e contro ogni forma di «guerra di religione».

La tentazione della «guerra spirituale»

L’elemento religioso invece non va mai confuso con quello politico. Confondere potere spirituale e potere temporale significa asservire l’uno all’altro. Un tratto netto della geopolitica di papa Francesco consiste nel non dare sponde teologiche al potere per imporsi o per trovare un nemico interno o esterno da combattere. Occorre fuggire la tentazione trasversale ed «ecumenica» di proiet­tare la divinità sul potere politico che se ne riveste per i propri fini. Francesco svuota dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari e del «dominionismo», che prepara all’apocalisse e allo «scontro finale»[2]. La sottolineatura della misericordia come attributo fondamentale di Dio esprime questa esigenza radicalmente cristiana.

Francesco intende spezzare il legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa. La spiritualità non può legarsi a governi o patti militari, perché essa è a servizio di tutti gli uomini. Le religioni non possono considerare alcuni come nemici giurati né altri come amici eterni. La religione non deve diventare la garanzia dei ceti dominanti. Eppure è proprio questa dinamica dallo spurio sapore teologico che tenta di imporre la propria legge e la propria logica in campo politico.

Colpisce una certa retorica usata per esempio dagli opinionisti di Church Militant, una piattaforma digitale statunitense di successo, apertamente schierata a favore di un ultraconservatorismo politico, che usa i simboli cristiani per imporsi. Questa strumentalizzazione è definita «autentico cristianesimo». Essa, per esprimere le proprie preferenze, ha creato una precisa analogia tra Donald Trump e Costantino, da una parte, e tra Hillary Clinton e Diocleziano, dall’altra. Le elezioni americane, in quest’ottica, sono state intese come una «guerra spirituale»[3].

Questo approccio bellico e «militante» appare decisamente affascinante ed evocativo per un certo pubblico, soprattutto per il fatto che la vittoria di Costantino – data per impossibile contro Massenzio, che aveva alle sue spalle tutto l’establishment romano – era da attribuirsi a un intervento divino: in hoc signo vinces.

Church Militant si chiede dunque se la vittoria di Trump si possa attribuire alla preghiera degli americani. La risposta suggerita è positiva. La consegna indiretta per il presidente Trump, nuovo Costantino, è chiara: deve agire di conseguenza. Un messaggio molto diretto, quindi, che vuole condizionare la presidenza, connotandola dei tratti di una elezione «divina». In hoc signo vinces, appunto.

Oggi più che mai è necessario spogliare il potere dei suoi panni confessionali paludati, delle sue corazze, delle sue armature arrugginite. Lo schema teopolitico fondamentalista vuole instaurare il regno di una divinità qui e ora. E la divinità ovviamente è la proiezione ideale del potere costituito. Questa visione genera l’ideologia di conquista.

Lo schema teopolitico davvero cristiano è invece escatologico, cioè guarda al futuro e intende orientare la storia presente verso il Regno di Dio, regno di giustizia e di pace. Questa visione genera il processo di integrazione che si dispiega con una diplomazia che non incorona nessuno come «uomo della Provvidenza».

Ed è anche per questo che la diplomazia della Santa Sede vuole stabilire rapporti diretti, fluidi con le superpotenze, senza però entrare dentro reti di alleanze e di influenze precostituite. In questo quadro, il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere. Quindi non c’è da immaginare uno «schieramento» per ragioni morali o, peggio ancora, spirituali.

Francesco rifiuta radicalmente l’idea dell’attuazione del Regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano Impero e di tutte le forme politiche e istituzionali similari, fino alla dimensione del «partito». Se fosse così inteso, infatti, il «popolo eletto» entrerebbe in un complicato intreccio di dimensioni religiose e politiche che gli farebbe perdere la consapevolezza del suo essere a servizio del mondo e lo contrapporrebbe a chi è lontano, a chi non gli appartiene, cioè al «nemico».

Ecco allora che le radici cristiane dei popoli non sono mai da intendere in maniera etnicista. Le nozioni di «radici» e di «identità» non hanno il medesimo contenuto per il cattolico e per l’identitario neo-pagano. L’etnicismo trionfalista, arrogante e vendicativo è, anzi, il contrario del cristianesimo. Il Papa, il 9 maggio, in un’intervista al quotidiano francese La Croix, ha detto: «L’Europa, sì, ha radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio». E ancora: «L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita. Non deve essere un apporto colonialista».

Contro la paura

Su quale sentimento fa leva la tentazione suadente di un’allean­za spuria tra politica e fondamentalismo religioso? Sulla paura della frattura dell’ordine costituito e sul timore del caos. Anzi, essa funziona proprio grazie al caos percepito. La strategia politica per il successo diventa quella di innalzare i toni della conflittualità, esagerare il disordine, agitare gli animi del popolo con la proiezione di scenari inquietanti al di là di ogni realismo.

La religione a questo punto diventerebbe garante dell’ordine, e una parte politica ne incarnerebbe le esigenze. L’appello all’apocalisse giustifica il potere voluto da un dio o colluso con un dio. E il fondamentalismo si rivela così non il prodotto dell’esperienza religiosa, ma una concezione povera e strumentale di essa.

Per questo Francesco sta svolgendo una sistematica contro-narrazione rispetto alla narrativa della paura. Occorre, dunque, combattere contro la manipolazione di questa stagione dell’ansia e dell’insicurezza. E pure per questo, coraggiosamente, Francesco non dà alcuna legittimazione teologico-politica ai terroristi, evitando ogni riduzione dell’islam al terrorismo islamista. E non la dà neanche a coloro che postulano e che vogliono una «guerra santa» o che costruiscono barriere di filo spinato. L’unico filo spinato per il cristiano, infatti, è quello della corona di spine che Cristo ha in capo[4].

Da "www.laciviltacattolica.it" Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo di Antonio Spadaro – Marcelo Figueroa

Populismo

Venerdì, 26 Ottobre 2018 00:00

Le società occidentali hanno creato e progressivamente perfezionato a partire dal Settecento il modello della democrazia rappresentativa. Un modello che si basa sull’elezione da parte della popolazione di poche persone in grado di portarne avanti gli interessi e nel contempo di governare al meglio la società. Questo perlomeno è quello che questo modello promette sul piano ideale. Sino agli anni Ottanta del Novecento esso è riuscito a conseguire un buon livello di efficacia, ma da alcuni decenni è entrato in una fase di crisi in tutto il mondo occidentale. Una crisi che appare ora evidente anche in Italia e che viene solitamente denominata “populismo”, vale a dire un fenomeno che nasce dalla volontà della popolazione di non essere governata da qualcuno, di rifiutare qualsiasi forma di mediazione e di gestire autonomamente il suo destino. Il che, evidentemente, è giusto e auspicabile sul piano dello sviluppo dei principi della democrazia, ma rende difficoltoso il funzionamento della stessa democrazia. All’interno della cultura democratica si genera cioè una situazione paradossale. Si tratta di quel fenomeno che è stato rilevato di recente anche dallo studioso di Harvard Yascha Mounk nel volume Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale (Feltrinelli).


Le ragioni alla base dello sviluppo di tale situazione sono molteplici, ma una delle principali è costituita dalle trasformazioni sociali indotte dai media. E soprattutto dal fatto che questi hanno abbandonato quel modello dello spettacolo che ha dominato per molti secoli e che presupponeva una condizione di distanza e passività dello spettatore. Dopo averlo ripreso e rafforzato nel Novecento con il cinema hollywoodiano, la radio e la televisione, negli ultimi anni l’hanno messo in crisi, attribuendo un sempre maggior valore alla personalità individuale e assecondando così il diffondersi nelle società occidentali di un modello culturale di tipo narcisistico. L’hanno fatto soprattutto grazie alla disponibilità delle reti informatiche e all’arrivo del Web e delle nuove tecnologie della comunicazione. È in atto infatti un crescente trasferimento dell’esistenza delle persone all’interno del mondo mediatico e digitale, che riduce inevitabilmente le distanze tra la vita quotidiana e quello che accade all’interno degli schermi. Oggi, più che guardare lo spettacolo da lontano, si vuole poter entrare direttamente al suo interno e, se possibile, esserne protagonisti. È nata così quella che non a caso Giovanni Orsina ha chiamato La democrazia del narcisismo (Marsilio).

I social media hanno avuto un ruolo decisivo nella creazione di questa situazione. È questa la tesi principalmente sostenuta dall’informatico e saggista americano Jaron Lanier nel recente volume Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social (Il Saggiatore). A suo avviso, i social media stanno radicalmente modificando la percezione che abbiamo della società in cui viviamo. Addirittura, Lanier stabilisce una diretta relazione tra gli utilizzatori dei social media e i drogati e i giocatori d’azzardo, perché trova che in essi sia presente la stessa forma di dipendenza. Una dipendenza pericolosa per la società in quanto è evidente che «I tossicodipendenti diventano vittime di una mitologia personale. Hanno una visione grandiosa di sé, che però si allontana sempre più dalla realtà a mano a mano che sprofondano nella dipendenza» (p. 60). Ne deriva, secondo Lanier, che le persone affette da dipendenza diventano di frequente aggressive nei confronti degli altri. Proprio come succede a molti utenti dei social media.

Lanier è stato un pioniere della prima ora del web e della Silicon Valley, ma in seguito si è pentito e oggi è diventato un pensatore fortemente critico nei confronti della natura che ha assunto il mondo digitale negli ultimi anni. Nel suo libro si occupa anche di altri temi, ma quello che è maggiormente significativo è il suo tentativo di riflettere su come mai i social media trasformino le persone in “stronzi”. Ciò, secondo Lanier, è dovuto a vari motivi, ma anche alla capacità dei social media di generare un elevato livello di frustrazione mostrando continuamente persone che sentono l’obbligo di farsi vedere felici. E ci sono anche altre ragioni. Molti hanno pensato che i social media potessero sviluppare il potenziale emancipatorio della società. L’hanno fatto, ad esempio, quando nel 2011 è scoppiata la cosiddetta “primavera araba”, con molti giovani che si riunivano e protestavano grazie ai social media. Si trattava di un’illusione, come è stato dimostrato dalla rapida fine di tale “primavera”. Secondo Lanier, ciò è inevitabile, perché il sistema delle techno-corporation che domina attualmente il mondo del web «studia questi idealisti della prima ora e cataloga le loro preferenze – lo fa per sua natura non ha un piano malvagio. I risultati hanno l’effetto involontario di riunire gli idealisti in un cluster in modo che possano diventare il target di shitpost che statisticamente li rendono un po’ più irritabili, meno abili nel comunicare con persone diverse da loro, quindi un po’ più isolati e, infine, un po’ meno capaci di tollerare una politica moderata o pragmatica» (p. 146).


Da "www.doppiozero.com" Populismo di Vanni Codeluppi

L’Europa che verrà

Lunedì, 22 Ottobre 2018 00:00

L’Unione Europea si trova davanti a un’urgenza dalla quale dipende il suo futuro: lo scollamento sempre più marcato tra il quadro giuridico complessivo che regola la convivenza fra i cittadini, e i legami solidali fra gli stati che la compongono, e le forme diffuse della mentalità «civile» della gente nelle relazioni quotidiane – private e pubbliche. Oggi è drammaticamente evidente che il vivere-insieme fra molti e diversi non si nutre di solo diritto. Il suo debordare pervasivo in ogni ambito della vita umana ha di fatto indebolito la coscienza individuale e la responsabilità sociale dei cittadini europei.

L’implosione di un ethos condiviso e la tribalizzazione della socialità umana ne sono i segni più evidenti. Nessuna retorica politica è in grado da sé di invertire i processi in atto nel tessuto profondo della convivenza europea e nel sentire della gente. Il populismo, tribale più che nazionalista, e la guerra surrettizia dichiarata in molti modi alle generazioni più giovani non troveranno nessun argine in mere dichiarazioni di intenti, in appelli da parte di quello che rimane delle élite illuminate, né in richiami generici allo spirito delle leggi che regolano il nostro stare insieme o alle radici cristiane del nostro continente.

La ricostruzione di un ethos condiviso e l’educazione umanistica del sentire sono imprescindibili rispetto al futuro dell’Europa, in un tornante epocale in cui i «barbari» li abbiamo prodotti da noi senza dover subire alcuna invasione. Questi sono anche i tornanti che misurano la qualità civile e culturale del cristianesimo come parte integrante, e talvolta anche come unica «forza» rimasta, del progetto europeo.

Ma il cristianesimo sarà all’altezza del compito presente unicamente se sarà capace di smettere di occuparsi solo di se stesso, tutto ripiegato su di sé a commiserare il proprio declino (numerico) e la propria condizione di marginalità. Insignificanza e irrilevanza non lo devono preoccupare, sono le condizioni in cui il cristianesimo attua al meglio il proprio lavoro nella storia umana. Almeno questa era la convinzione di Gesù.

Salvaguardare la propria condizione attuale nei confronti delle istituzioni politiche, nel quadro organizzativo della società e nei modi della propria auto-comprensione, significa per il cristianesimo europeo decretare da sé la propria fine e segnarne l’ingresso fatale in una dimensione settaria del tutto corrispondente alla logica tribale che scompone il corpo sociale della cittadinanza europea.

Il perdere qualcosa nella contingenza storica in vista di un compimento complessivo della storia umana nella pace messianica di Dio, è imperativo sapienziale che muove il cristianesimo nella quotidianità dei giorni di tutti. Rinunciare ai propri privilegi per assumere la regia dell’articolazione della presenza delle religioni nello spazio pubblico, da un lato, e farsi carico dell’esigenza spirituale che circola anche nei vissuti più distanti dalle forme istituite della fede, dall’altro, sono due terreni nei quali si misurerà la capacità di futuro del cristianesimo stesso.

All’incrocio di essi sta la possibilità di una paziente messa in forma di un nuovo ethos comune europeo, oltre la sterilità della contrapposizione fra laicità e confessione della fede – la quale ha prosciugato le forze migliori dello spirito europeo in un duello narcisistico che ha finito per far regredire vistosamente la qualità civile della convivenza umana.

Per fare questo, il cristianesimo deve trovare la libertà di stringere alleanze inedite, orchestrando i legami di quello che rimane delle istituzioni migliori prodotte dalla modernità (in primo luogo, con il diritto che abbiamo abbandonato solitario a un compito di supplenza che lo ha snaturato in radice). Ma deve anche abitare le strade dove circola l’umana quotidianità del vivere, dove si genera quel sentire diffuso che, oggi, sta prendendo congedo dall’idealità umanistica dell’Europa.

L’immagine evangelica di un rabbi marginale ed errante, ma non senza un’idea portante e un orizzonte di destinazione, attorniato da un improbabile accozzaglia di discepoli che non ne azzeccavano una, ha la forza di rimettere in circolo nei territori europei un cristianesimo sensibile al destino dei molti ignoti che si condensa, improvvisamente, nei pochi che incontra.

Quando il cristianesimo non lavora per sé, per la propria preservazione, per proteggere la buona immagine della propria istituzione, lavora con certezza per il regno di Dio – e questo dovrebbe bastargli.


Da "http://www.settimananews.it" L’Europa che verrà di Marcello Neri

Il Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (IPCC), l'organizzazione di scienziati del clima più autorevole al mondo, ha diffuso il rapporto per il 2018 sullo stato del riscaldamento globale e, in particolare, sugli effetti dell'aumento della temperatura di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, seguendo le indicazioni degli accordi di Parigi di mantenerlo "ben al di sotto dei 2 gradi".

Il rapporto è sconvolgente. Le politiche adottate finora dai paesi firmatari non solo non rispettano affatto il target di 1,5 gradi, ma nemmeno quello dei 2 gradi: porteranno, invece, ad un aumento medio della temperatura del doppio consentito (ben 3 gradi) entro la fine di questo secolo. Oggi siamo già a circa 1 grado.

I 91 esperti che hanno redatto il rapporto sono categorici nel delineare il futuro prossimo, se le cose non dovessero cambiare: centinaia di milioni di persone affronteranno conseguenze disastrose, tra cui siccità, inondazioni, caldo estremo e povertà.

Si tratta di 0,5 gradi di differenza, tra 1,5 e 2, ma la portata delle conseguenze potrebbe fare la differenza: per esempio, se la temperatura media aumentasse di più di 2 gradi, ben 410 milioni di persone sarebbero esposte a fenomeni estremi di siccità, contro i 350 milioni nel caso l'aumento si fermasse a 1,5 gradi; ci sarebbe il 170% di rischi di inondazioni contro il "solo" 100%; si perderebbero più del doppio degli ecosistemi di insetti e piante; il 100% della barriera corallina scomparirebbe a dispetto di un 70%.

Altrettanto devastanti sarebbero i costi umani: nelle regioni tropicali, crescerà l'insicurezza alimentare, i paesi già economicamente fragili andranno incontro ad ancora minor crescita economica. Tutto questo si tradurrà in spostamenti di persone di gran lunga più epocali rispetto ai flussi migratori attuali, già trattati dalla nostra classe dirigente come fenomeni apocalittici.

Di questo passo supereremo la soglia degli 1,5 gradi nel 2040 e allora non ci sarà più nulla da salvare. Ma non è tutto irreversibile. Gli scienziati dell'IPCC offrono l'unica soluzione da adottare in maniera tempestiva, senza possibilità di indugi, compromessi: ridurre a zero le emissioni entro il 2050.

A livello politico, questo si traduce nello stop al consumo dei fossili e a tutti i sussidi dannosi per l'ambiente (che, nella sola Italia, superano i 12 miliardi di euro annui), nell'investimento sulle energie rinnovabili e sull'efficienza energetica, in particolare per quanto riguarda il settore industriale e quello dei trasporti. Arginando gli effetti più gravi del cambiamento climatico, inoltre, si arginerebbero anche gli impatti sociali.

Nel momento di regressione globale che stiamo vivendo, sempre più leader autoritari (come Trump) rifiutano di vedere quello che non è più un pericolo, ma una realtà sotto gli occhi di tutti. Qualcuno deve guidare e il coordinare il cambiamento: l'Unione Europea ha tutte le capacità, ma finora ha adottato politiche e strategie modeste e insufficienti, come la proposta approvata la scorsa settimana di ridurre del 40% le emissioni di CO2 per le nuove autovetture, quando servirebbe una riduzione del 50%.

Ma le potenzialità e l'autorevolezza della UE restano: la Svezia, ad esempio, grazie ai Verdi al governo si è impegnata a giungere a zero emissioni entro il 2045. La stessa Italia è il secondo paese nella UE per green economy.

A dicembre si svolgerà la COP24 (in Polonia, uno dei paesi più "fossili") e sarà un passo decisivo. Si tratterà di una "Parigi 2.0", come l'ha definita Patricia Espinosa, segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCC): sarà il momento in cui, infatti, si metteranno a punto le modalità di applicazione concreta degli impegni di Parigi.

Da oggi, non possiamo permetterci esitazioni. Il clima non aspetta. Tuttavia, non siamo impotenti e in balia degli eventi: esistono tecnologie e strumenti per rendere le nostre case, auto, camion più sostenibili. Risparmiare energia, muoversi in treno o in bici non sono più sinonimo di penuria o perdita di qualità. Al contrario: abbiamo creato modelli virtuosi e replicabili anche in contesti diversi da quelli originari. Dobbiamo e possiamo agire.

Occorre maggiore comprensione e convinzione, da subito, non solo nelle nostre città o paesi ma in tutta Europa. Ed è proprio a questo che serve il rapporto. A svegliarci. Ora lo sappiamo tutti.


Da "www.huffingtonpost.it/" Il cambiamento climatico è ancora reversibile, ma è ora di agire di Monica Frassoni

La retorica grillina di salvare i correntisti è semplicemente pericolosa. Il Partito Democratico si era occupato del problema, magari senza avviare una riforma seria, ma con coscienza istituzionale, e realismo.


"Però 20 miliardi per salvare le banche li avete trovati in una notte!". Un mantra. Non esiste talk-show o intervista che veda protagonista un membro della coalizione di governo che non veda saltare fuori questa argomentazione, spesso come extrema ratio, quasi fosse l'ombrello-killer delle spie dei romanzi di Le Carrè, per uscire dal vicolo cieco in cui le cifre ballerine del Def tendono a rinchiuderli, una volta che alla retorica subentri la più elementare e spicciola matematica. In sé, un'idiozia. Non fosse altro per il fatto che, tolto il contrappunto bancario come meccanismo di trasmissione del credito, l'intero impianto imprenditoriale del Paese collasserebbe, trascinando con sé il Pil. Quindi, al netto di un ritorno di fiamma verso il nichilismo engagé della decrescita felice, l'accusa perde di sostanza non appena sostenuta. Il problema, quindi, è altro. E risiede altrove. Per l'esattezza, nella maschera di terrore in cui trasfigurano i volti degli esponenti del Pd ogni qualvolta quel grido di battaglia, quella chiamata alle armi del populismo, viene proferito: Dracula di fronte a uno specchio mostra solitamente una cera migliore e, soprattutto, un aplomb più dignitoso. Certo, l'affaire Boschi-De Bortoli è stato un brutto contraccolpo mediatico per il governo Renzi, un qualcosa che ha minato sul nascere la credibilità anche dell'esecutivo Gentiloni in fatto di rapporto fra potere politico e banche nel nostro Paese, quasi una maledizione tribale che depotenzia il buonsenso, nemmeno la kriptonite per Superman.

Inutile negare che la vicenda delle quattro banche salvate e il cotè estremamente sgradevole dei Ponzi del Nord-Est con le loro pratiche ben poco ortodosse per le erogazioni di mutui e prestiti non ha certamente fornito una credenziale, un plus di simpatia popolare al governo chiamato a farsene carico. Così come l'attività (o, spesso, non attività) di vigilanza di Bankitalia e Consob nella fattispecie, oggi si riverberino in una debolezza ontologica di quelle istituzioni pilastro di ogni democrazia liberale e di mercato, quasi una resa incondizionate ex ante, di fronte anche alla contabilità creativa del DEF: non a caso, l'autorità di vigilanza è tutt'ora senza presidente, dopo le dimissioni politiche di Nava e nonostante i marosi del mercato, mentre la Banca centrale viene rintuzzata insieme ai suoi rilievi critici con toni tanto massimalisti quanto ghiotti per l'opinione pubblica, pavlovianamente allevata a reazioni di pancia di fronte a parole chiave impresse come dna politico nel corso di una orrenda campagna elettorale perenne. Insomma, Palazzo Koch può rivelare qualsiasi verità ma l'accusa di aver - nella migliore delle ipotesi - dormito durante le malefatte bancarie degli ultimi anni è uno stigma che immunizza il governo da ogni rilievo. Non sono credibili. Punto. Insomma, chi tocca l'argomento banche, magari non muore ma non ne trae sicuramente beneficio. A meno che non sia parte integrante della schiera di Robespierre al governo, alcuni smemorati rispetto alle passate avventure di Credieuronord e dell'amico padano Fiorani in quel di Lodi ma questo è argomento per altre doglianze.


Per reagire, però, occorre prima conoscere. E, temo, in casa PD siano pochi quelli che riescono a parlare di tematiche bancarie (e, più in generale, economiche), andando oltre la richiesta di una nuova carta di credito o l'annosa questione di cambio della password per l'home-banking. Perché, altrimenti, saremmo all'autolesionismo, quasi all'auto-sabotaggio. Quantomeno, per un paio di motivi. Il primo lo illustra questo grafico, il quale sbugiarda clamorosamente la vulgata in base alla quale questo governo sarebbe talmente avverso ai cosiddetti "poteri forti", da vedere questi ultimi come protagonisti principali di una combutta con autorità europee, BCE e forse venusiani contro il "cambiamento".

Ci mostra plasticamente l'acquisto di massa di BTP (circa 40 miliardi di controvalore) compiuto proprio dai nostri istituti di credito nel mese di maggio, quindi un chiaro supporto anti-spread che andava a unirsi agli acquisti pro quota di Bankitalia su mandato della BCE e che avveniva nel mese cruciale per la nascita del nuovo esecutivo penta-leghista: se i cosiddetti "poteri forti" (a meno che le banche non lo siano più o mai state) avessero voluto stroncarlo sul nascere, dopo la prima fiammata avrebbero lasciato i soldi in riserva di capitale, coccolando e spolverando il Tier 1, evitato gli acquisti e lasciato andare lo spread alle stelle. Carlo Cottarelli aveva già lo zainetto in spalla, era questione di istanti. Invece, hanno comprato. Attività che è proseguita per tutta l'estate e che ha visto soltanto nelle ultime settimane una prima, timida inversione di tendenza, con vendite per 17 miliardi da parte di una singola banca, proprio per timori sulla patrimonilizzazione dovuti all'aumento del differenziale con il Bund.

Chi è pazzo viene esonerato dai voli di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dai voli di guerra non è pazzo.
Ed ecco il secondo motivo, mostrato appunto da questo secondo grafico, il quale spiega in maniera plastica la vera criticità che sconta l'Italia rispetto all'eurozona: il cosiddetto doom loop, ovvero il rapporto incestuoso fra banche e detenzioni di debito pubblico. La ragione? Semplice, ancorché inconfessabile nei salotti buoni, quasi il corrispettivo di un dito nel naso a un pranzo di gala: le banche sostengono il debito pubblico e i governi, di converso, evitano di fare leggi troppo punitive nei loro confronti. Punto. Semplice.


Ovviamente, oltraggioso per le anime candide dei Cinque Stelle - meno per gli scafati e pragmatici leghisti, basti vedere il loro attivismo proprio nelle strategiche fondazioni bancarie, fin dai tempi in cui imperava Giulio Tremonti - ma, di fatto, naturale ovunque. In Spagna, dove Santander conta più dei gruppi parlamentari alle Cortes. In Francia, dove non a caso a fare da grande sponsor di Emmanule Macron nella corsa trionfale all'Eliseo fu nientemeno che Banca Rotschild. Ma anche nella Germania del rigore, la quale prima dell'entrata in vigore del bail-in, pensò bene di puntellare proprio il suo sistema bancario con 320 miliardi di euro, non i 20 utilizzati in Italia per evitare un contagio letale per le PMI dei territori interessati, prima che per lo spread tanto mediatico. Oltretutto, un sistema bancario che all'80% è fatto da istituti territoriali semi-pubblici, Landesbanken e Sparkasse, i quali godono tra l'altro del regime di esenzione dalla vigilanza BCE.


Insomma, tutto il mondo è giustamente Paese. Solo qui, in ossequio alla moralità tardo-adolescenziale da boicottatore di Starbucks dei grillini, dobbiamo fare finta che l'acqua sia asciutta e il sole nero. Eppure, quel grafico parla chiaro: la ratio di detenzione da parte delle nostre banche, relativamente a titoli di debito pubblico, è insostenibile. Quantomeno, con uno spread che salga sopra i 150 punti base: altrimenti, per quanto si possa comprare, resta il nodo delle emissioni eccessive e, soprattutto, dei rendimenti alti da promettere e conferire agli investitori, la dinamo dagli aumenti dei costi per interessi. Oltre al problema dei problemi: se infatti banche già poco patrimonializzate o in regola solo grazie ad aumenti di capitale continui e ristrutturazioni dolorose, continuano a utilizzare attivi per acquistare BTP, ci sono meno impieghi per famiglie e imprese. O a costi più elevati. Quindi, un ricasco diretto su consumi e crescita. E non basta, perché nel più palese dei casi di cortocircuito, se poi quel debito pubblico si deprezza, le perdite vanno contabilizzate a bilancio e intaccano il patrimonio: una volta calato il quale, in ossequio alle regole di Basilea, devono scendere anche i livelli di attivi per il credito. Quindi, si asseta ancora il sistema.


Ora, certamente la risposta del governo a questi appunti sarà iscritta nella rivoluzione in seno all'UE del professor Savona in combinato congiunto con il reddito di cittadinanza, ma l'immaginaria Playstation del populismo a una certa ora va spenta e occorre giocare con la realtà. E cosa facciamo, lasciamo fallire le banche, forse? Se il PD ha una colpa è quella di non aver sfruttato la crisi degli istituti territoriali per far partire una riforma seria e sistemica, anche - in questo caso sì - andando a Bruxelles e Francoforte a battere i pugni sul tavolo per una motivo serio e non per la Diciotti, stante i comodi che gli altri Stati europei hanno fatto prima del bail-in, di cui noi siamo stati cavia di laboratorio come Cipro lo è stata della simulazione di controlli sul capitale voluta dalla Bundesbank e che la BCE, non fosse altro per vantare un credito (incassato poi con gli interessi attraverso il QE), ha dovuto accontentare. A maggio, i nostri istituti avevano in pancia 325 miliardi di euro di controvalore di titoli di Stato, cifra che ormai sarà attorno ai 400: vogliamo che continuino i tonfi in Borsa, in modo da regalare sempre nuove filiali a soggetti esteri che già da anni stanno facendo shopping a prezzo di saldo, a causa dei continui aumenti di capitale, delle dimissioni obbligatorie legate all'altra criticità delle sofferenze e di una politica funzionalmente analfabeta in fatto di economia bancaria?


È ovvio che, se non si spiega alla gente che la questione va presa e intesa nella sua interezza - con i pro e anche i contri imposti dal realismo - e non limitata al populismo da ghigliottina da lamentela allo sportello per garantirsi l'applauso della coda di correntisti, poi a vincere sarà la demagogia stile Cinque Stelle. I quali hanno gioco facile a tradurre qualsiasi intervento politico a sostegno di ciò che è un pilastro dell'economia italiana (stante anche il bassisimo livello di finanziamento corporate tramite emissioni obbligazionarie sul mercato) in un morphing a puro scopo elettorale-propagandistico, giocando la carta della trasfigurazione retorica di ogni atto politico che non contempli la fucilazione in piazza nel volto sghignazzante di Gianni Zonin, intento a fare shopping in via Montenapoleone con la moglie, dopo aver disintegrato Antonveneta. E, altrettanto, appare facile la retorica del sono tutti uguali, quasi a scordarsi che il campione mondiale di sovranismo e lotta alle eiltes, Donald Trump, abbia il proprio gabinetto economico tutto composto da ex membri di banche d'affari di quella Wall Street che, in campagna elettorale, prometteva di far piangere, come i ricchi sullo yahct nel poster d'antan di Rifondazione Comunista. Al netto del crollo recente, dove siano arrivati gli indici di Borsa statunitensi - e i profitti conseguenti per l'odiato 1% del mondo - è sotto gli occhi di tutti. Meno noto è questo, ovvero che oggi negli USA il cittadino medio investe più volentieri il suo capitale, spesso indebitandosi con finanziarie, in titoli azionari che in immobili, ovvero nella casa di proprietà.


E grazie alla narrativa trumpiana del "ville in Florida per tutti", un po' come nell'America cinematografica ma non troppo di Gordon Gekko, oggi il livello percentuale di patrimonio dei cittadini statunitensi in titoli azionari è il secondo più alto di sempre, sorpassato solo da quell'enorme tosatura del parco buoi della bolla dot-come del 1999-2000. Guardando in faccia la realtà, pare quindi che il problema alla base della rivoluzione del novembre 2016 non fosse Wall Street che affama il Paese già proletarizzato dal post-Lehman, insomma una presa di coscienza ideologica contro il sistema in sé ma unicamente la frustrazione montante e incattivita dalla crisi del non poter salire in giostra insieme agli odiati banchieri. Alla fine di ogni dotta elucubrazione filosofica sul significato profondo del caso Trump e del fenomeno Sanders, restano i fatti. E l'avidità umana, un qualcosa che non si può cancellare per decreto, né tramite un voto on-line processato dalla Casaleggio Associati.


E se vendere a una pensionata 88enne un'obbligazione subordinata con maturazione a 10 anni, spacciandola per assicurazione sulla vita o investiemento plain vanilla, è pratica che grida vendetta al cielo, è paradossalmente anche l'atteggiamento provincialista e forcaiolo di chi tratta il sistema bancario come male assoluto e nemico del popolo a rendere diffuse e spacciata come "necessarie" nell'ambito del così fan tutti, certe pratiche distorsive e illegali per restare sul mercato e non essere distrutti. O inglobati da soggetti esteri che, nel proprio Paese, hanno a che fare non solo con politici ma anche con opinioni pubbliche meno manipolabili, falsamente ingenue e ignoranti in materia. La conferma dell'inutilità - anzi, della dannosità - di questo abbaiare strumentale alla Spectre di turno dei 5 Stelle e di parte dei leghisti, quando si parla di sistema bancario è poi palese. Qualcuno ha infatti notizia non dico di sviluppi concreti ma anche soltanto della bozza finale delle tre relazioni conclusive annunciate dalla tanto strombazzata Commissione d'inchiesta parlamentare sui crack bancari, insediatasi sul finire della scorsa legislatura e tramutatasi in megafono elettorale dei populisti, oltretutto a costo zero? Nulla. Le inchieste e i processi già in corso proseguono, più o meno a rilento ma nulla è emerso dalle buie stanze di San Macuto: anche perché, erano i tempi ristretti e la fine del mandato a dire, fin da principio, che si stavano prendendo in giro i cittadini, vendendo loro la possibilità che quell'ennesimo spreco di denaro pubblico portasse a qualche risultato concreto. Certo, ora i 5 Stelle hanno inserito nel DEF un rimborso da 1,5 miliardi di euro proprio per i truffati dalle banche, quelle "salvate" dal PD ma, al netto della demagogia e del mezzo disastro sui mercati di queste ultime settimane, pensate che la retorica non abbia già mangiato buona parte di quei soldi, sia a livello statale per l'aumento delle spese in interessi sul debito che a livello di costi che le banche ricaricheranno sulla clientela, al netto di una stretta sulle erogazioni di credito che è già nei fatti in tutta Europa, oltre che del già citato - e tutt'altro che risolto - doom loop sui titoli di Stato?


Di fatto, è una partita di giro. Niente più. E non denunciarlo, al netto del risultare poco simpatico nell'immediato, è la colpa più grave. Soprattutto in queste ore, con un istituto ben più sistemico di quelli salvati finora, Carige, che crolla in Borsa e stenta a fare prezzo, dopo che Fitch ha abbassato il rating e aperto alla prospettiva chiara di fallimento, stante la poca credibilità che l'agenzia di rating offre al successo dell'emissione di un bond da 200 milioni per rafforzare il patrimonio e bilanciare i requisiti cosiddetti Pillar 2. Avete sentito un fiato, al riguardo, dai membri del governo? Ovviamente no ma, al netto del timing sospetto dell'intervento killer di Fitch (proprio mentre i vertici di Carige stavano dialogando con la Bce rispetto al rafforzamento di capitale), occorre sapere fin d'ora che un eventuale default dell'istituto genovese costerebbe molto di più allo Stato che la mancia pret-a-porter per i truffati inserita - oltrettutto, alla luce dei recenti voltafaccia contabili, non si sa se con copertura o meramente a livello figurativo per guadagnare consenso in vista di amministrative ed europee - nel Def. E con un impatto psicologico in più, trattandosi dell'istituto storico e di riferimento di una città già in ginocchio per il crollo del Ponte Morandi, altro tema che pare destinato ad aumentare il peso specifico di propaganda generale, lasciando però senza risposte concrete un intero tessuto sociale e produttivo. Oltre al porto merci che fornisce gran parte delle materie prime alla nostra industria, Nord produttivo in testa. Per questo, parlare di banche si deve. E salvarle, quando occorre, è atto di cui fregiarsi come di una medaglia, non un disonore di cui vergognarsi nei talk-show.

Da "www.linkiesta.it" Non solo Carige, se non si salvano le banche crolla l’Italia (e i gialloverdi non l’hanno capito) di Mauro Bottarelli

È una manovra elettorale

Lunedì, 08 Ottobre 2018 00:00

L'ex premier al Corriere sulle tensioni Italia-Europa: "Per mostrare i muscoli bisogna averli. Chi ha il sedere basso non può fare la danza classica".

Non apprezza la manovra, la giudica pericolosa. Teme inoltre che la nostra possa diventare una democrazia illiberale. E non vede alternativa al momento nel Pd, la sua creatura che ora deve chiarire le ambiguità al suo interno su chi comanda. Mentre in Europa vede un'alternativa al fronte populista con uno schieramento che vada da Tsipras a Macron. Romano Prodi concede un'intervista al Corriere della Sera in cui affronta i momenti difficili di questi giorni per l'Italia e per l'Europa.

Primo capitolo, la manovra del popolo.

Il Governo ha dato l'idea, spiega l'ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che "i numeri fossero fuori controllo" sui conti pubblici.

"Io mi aspettavo un 2 senza virgola, ma non sono certo stato colpito dal 2,4. I numeri non sono sacri. Bisogna avere un deficit di bilancio quando c'è bisogno di deficit e un surplus quando c'è bisogno di surplus. Per entrare nell'euro il mio Governo è stato capace di produrre un grande surplus, perché era necessario. Mi è sembrata invece una inutile provocazione di Lega e 5 Stelle il deficit di 2,4% per tre anni, annunciato in prima battuta. Per questo ho parlato di un voluto messaggio provocatorio che hanno poi dovuto correggere. L'aspetto peggiore è che sono stati trattati come un residuo gli investimenti, per i quali ancora oggi non sappiamo da dove verranno le risorse. Questa è una manovra a breve".

Per Prodi è una manovra che "ha effetti solo nell'immediato, utile soprattutto per le prossime europee". Forse non per le Politiche perché l'alleanza M5S-Lega "è sufficiente a garantire la divisione delle spoglie". Secondo il Professore l'uscita dell'Italia dall'euro è uno scenario "assurdo e folle. Ma, tra i decessi - spiega - esiste anche una certa percentuale di suicidi".

"Anch'io ho criticato più volte l'Europa, però per mostrare i muscoli bisogna averli. Quando toccò a me, prima di parlare portai il debito a poco più di 100. Forse Salvini no, ma almeno Di Maio dovrebbe conoscere quel detto napoletano. Chi ha il sedere basso non può fare la danza classica. E in questo momento noi lo abbiamo bassissimo".

Secondo capitolo, la democrazia in Italia. Prodi teme una deriva illiberale.

"È un rischio che corriamo. Ci troviamo infatti nel caso in cui chi ha avuto il mandato popolare pensa di avere diritto a fare o a dire qualunque cosa. Come se l'elezione portasse in dote la proprietà del Paese. È una deviazione non solo italiana. Penso alla Polonia e all'Ungheria, così vicina al cuore di Salvini. Penso alla scena dei ministri grillini affacciati al balcone di Palazzo Chigi. [...] Commentando e diffondendo quelle immagini Di Maio ha scritto: "Da quel balcone si sono affacciati per anni gli aguzzini degli italiani". Veramente noi non ci siamo mai affacciati al balcone. Dove c'è l'istituzione non ci si affaccia al balcone".

Le Europee possono "segnare un punto di svolta", è convinto Prodi, che auspica "la costruzione di un raggruppamento che veda insieme, non nello stesso partito, ma alleati: socialisti, liberali, Verdi e macronisti. Uno schieramento politico accomunato dalla stessa idea di Europa. Se designassero il presidente della commissione e facessero un programma comune allora un'alternativa sarebbe possibile", con un programma chiaro.

"Una politica economica da affiancare all'euro; la lotta alle disparità; la difesa comune e una linea condivisa su immigrazione, sicurezza, giovani e lavoro".

Terzo capitolo, il Pd.

"Spero che il Pd capisca che la differenziazione ancora esistente e così netta tra potere formale e potere reale nel partito non fa altro che disorientare l'elettore. È incredibile che mentre il segretario chiude la festa a Ravenna, il potere reale faccia il discorso a Firenze. Non ho mai visto nella mia vita nessuna organizzazione andare avanti così. Nessuna". Renzi deve fare un passo indietro? "O un passo in avanti, veda lui. L'importante è sciogliere questa ambiguità".

Da "www.huffingtonpost.it" "È una manovra elettorale. L'Italia rischia, il Pd ora decida chi comanda davvero"

Film

Venerdì, 05 Ottobre 2018 00:00

Tra la caotica e spesso fugace proliferazione di immagini da cui siamo quotidianamente bombardati, anche su un argomento di stretta e perenne attualità come l'immigrazione, alcune più di altre si fissano drammaticamente, arrivando a comporre un ipotetico immaginario. Tali immagini si sedimentano poi nella memoria condivisa dal web e ricompaiono come flash di una cattiva coscienza, che sempre più spesso, negli ultimi tempi, la vulgata furoreggiante su social e forum tende a trasporre in inviolabili principi di sovranità nazionale. Nell'orrenda immediatezza di raffigurazioni come quella di Aylan, il bambino siriano di tre anni riverso con la sua maglietta rossa sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, o in quella di un padre e un figlio in fuga sgambettati da una reporter al confine tra Serbia e Ungheria o ancora nell'occhio vitreo di Josefa cristallizzato dal terrore dopo essere rimasta due giorni aggrappata a un pezzo di legno alla deriva nel Mediterraneo, convogliano sentimenti solo apparentemente (e illusoriamente) univoci. I tratti comuni di queste immagini-simbolo di fasi differenti dello stesso problema sono l'iconicità e la conseguente viralità, non la commozione o l'indignazione, per quanto possa sembrare assurdo. Ma assurdo non è, si tratta soltanto di una questione di prospettive, le stesse che originano una divaricazione tra le lacrime di compassione di qualcuno, i like degli engagé da salotto e i meme dei buontemponi notturni, gli strali da tastiera degli haters più oltranzisti e le decisioni ora concilianti ora intransigenti dei vari governi.

L'immagine vive esclusivamente negli occhi e per gli occhi di chi guarda e vivifica grazie al suo potenziale di trasmissione che fagocita tutto il resto (il piccolo Aylan aveva un fratello maggiore di due anni morto nello stesso viaggio e nelle medesime drammatiche condizioni, ma il suo non essersi tramutato in immagine lo ha di fatto condannato all'oblio). Il dramma si fa quindi segno, diventa un veicolo di lettura istantanea di una realtà altrimenti esclusa o di cui giungerebbe eco attenuata sui quotidiani, nei notiziari o una pallida distorsione da parte dei social. E la prospettiva assunta diventa dirimente. Crea schieramenti, moltiplica consensi alle elezioni, attiva discussioni rabbiose o induce allo sdegno sprezzante.

Per noi occidentali si tratta sempre di una prospettiva sul migrante. Le uniche possibilità di adottare una visione altra, ossia del migrante, sono ricorrere a una memoria ancestrale (per molti che risiedono nell'attuale Nord Italia), fare il cooperante oppure assumere in sé simulacri di realtà mediati dal cinema, perlomeno quello più sensibile ad alcune delle dinamiche attuali della nostra società. Non fidandoci completamente della prima ipotesi e pur ammirando chi decide di realizzare la seconda, per comodità – non del tutto casuale la rima con viltà – ci soffermiamo sulla terza e su come l'immigrato, inserito in un preciso disegno narrativo, non rappresenti soltanto un controverso oggetto di discussione sociale e politica, quanto una figura osservante e percipiente che guarda la realtà da un'angolazione sempre esterna, come se questa fosse un diaframma attraverso cui scrutare, decifrare e interpretare un mondo, il nostro mondo, spesso dato per scontato e sicuramente mai esaminato da un punto di vista estraneo alle nostre categorie abituali, per quanto illuminate e progressiste queste possano essere. In alcuni dei film recenti incentrati sul problema dell'immigrazione e su quello conseguente della convivenza tra le parti, il punto di vista e la sua traduzione tecnica, la soggettiva e l'intera aura dei suoi equivalenti funzionali, assumono una prospettiva d'indagine particolarmente interessante, poiché la parabola dello sguardo dei singoli personaggi si erge a soggetto privilegiato della narrazione, o di una parte decisiva di essa, diventando contemporaneamente oggetto di comprensione, trasmissione e classificazione. Comprensione del personaggio all'interno della narrazione, trasmissione della prospettiva in un'ottica di condivisione con lo spettatore e classificazione dell'esperienza secondo un filtro finzionale creato e gestito dall'autore. Ciò a cui si assiste è un complesso movimento di assunzione e inevitabile separazione, a causa del quale lo sguardo dei migranti è il risultato di una differenza aritmetica tra soggettiva e impostazione narrativa, tra vita e racconto, tra dramma individuale e sua trascrizione empatica.

Tendenzialmente, il cinema italiano, recente e di un passato che si può far risalire alla prima ondata di immigrazione proveniente dalle coste albanesi (la cui traduzione in immagini, circa tre anni dopo, fu Lamerica di Gianni Amelio, uscito nel 1994), ha sempre modulato lo sguardo dei personaggi in due forme essenziali. Attraverso i criteri dell’avvicinamento e dell’accesso, modalità di osservazione che conducono anche a due strutture narrative differenti, anche se convoglianti nel medesimo luogo. Il primo è il punto di vista che si fissa sull’immigrato, cercando di coglierne la realtà, di comprendere la diversità per stemperarla attraverso un percorso di formazione (casuale, il più delle volte) volto a congiungere le opposte polarità e condurre all’accoglienza. Si tratta della tipologia di pellicole meno recenti, propedeutiche al fenomeno e alla sua narrazione, bisognose di indirizzare lo spettatore quasi pedagogicamente verso una riflessione non compromessa dal pregiudizio. Il suo scopo è avvicinare progressivamente due realtà differenti, spesso tendenti all’opposizione, per testimoniare un percorso di crescente consapevolezza con il quale accompagnare per mano il pubblico.
L’esempio più maturo e compiuto di questa tipologia è probabilmente Quando sei nato non puoi più nasconderti (2005) di Marco Tullio Giordana. Il protagonista, il dodicenne Sandro, è un’ovvia figura vicaria dello spettatore. Attraverso i suoi occhi ancora innocenti passa la curiosità di chi osserva la superficie delle cose, riflette con la limitazione propria della sua età e della sua scarsa conoscenza del mondo su aspetti che non comprende totalmente o perlomeno in parte, fino a quando la drammaticità del caso non lo porta a provare in prima persona il problema. È l’unico figlio, accudito e coccolato, di una famiglia benestante, aperta nei confronti della diversità ma formalmente estranea a una realtà drammatica che si affaccia soltanto con la presenza ormai assodata di qualche operaio di colore nella piccola azienda che il padre gestisce. Il punto di partenza dell’avvicinamento di Sandro è proprio una soggettiva, dapprima parziale, poi più ampia, ma non per questo più chiara, come se Giordana avesse voluto sottolineare quello su cui, nel passato, hanno dibattuto i narratologi del cinema, ossia che vedere non è necessariamente comprendere.

Mentre si reca a scuola (mentre cioè vive la sua quotidianità), Sandro vede un uomo di colore disperato in una cabina telefonica. Non riesce a prendere la linea e urla tutta la sua frustrazione. Sembra folle, perché la prima inquadratura che restituisce lo sguardo di Sandro (tecnicamente una semisoggettiva) tiene fuoricampo ciò che invece mostrerà la seconda, un avviso su un cartone posto in alto, “Non in funzione”. Scarto fondamentale: l’uomo non è pazzo, è solo privo di una conoscenza che gli permetta di comprendere l’italiano e quindi capire la realtà intorno a lui. Il film denuncia la parzialità dell’impressione e invita ad ampliare la prospettiva, andando oltre l’ingenuità di qualunque luogo comune, anche quello che pretende di considerare gli africani come una categoria granitica con cui si racchiude genericamente il nero, l’altro-da-sé (Sandro chiede di tradurre una frase proferita dall’uomo della cabina all’operaio che lavora per il padre, convinto dell’unicità di una supposta lingua africana). Per tentare di comprendere il dramma dell’uomo della cabina che tanto lo ha incuriosito e di tutti gli uomini, ognuno con le sue specificità e la sua storia, vedere non basta, bisogna esperire: Sandro passerà attraverso una necessaria immersione (reale e metaforica) che non gli fornirà la verità sulle cose, ma che consentirà di introdursi in un’altra dimensione, in cui coesistono speranza e incubo, verità e menzogna, giusto e sbagliato.

Quando sei nato non puoi più nasconderti segna un punto di passaggio nella filmografia sull’immigrazione, perché la prospettiva si predispone a una sua reversibilità, non priva di alcune ambiguità che fanno sì che il percorso di formazione del protagonista non mostri la perfezione inattaccabile di un romanzo a tesi, quanto l'approfondimento di una realtà complessa che pur se analizzata più da vicino continua a frantumarsi in mille dubbi e contraddizioni.

Il secondo sguardo, quello relativo all’accesso, appartiene a una fase più recente delle pellicole sui migranti. Una fase in cui l’intento educativo si è affievolito per mutazione sociale (nel bene e nel male) e per esigenze di rinnovamento narrativo. I migranti condividono lo sguardo con lo spettatore. La soggettiva, in questo caso, è una chiave d'ingresso, la possibilità di approdare a una reciprocità da sempre preclusa, per etnocentrismo, cultura, formazione ed esperienza, indipendentemente dalla buona volontà di ognuno. Il cinema di Andrea Segre e Jonas Carpignano (soprattutto Mediterranea), ma anche i film degli esordienti Roberto De Paolis (Cuori puri) e Andrea Magnani (Easy – Un viaggio facile facile), senza dimenticare il rigoroso punto di vista interno di un nuovo autore come Suranga Katugampala (Per un figlio), immigrato di seconda generazione di origine cingalesi, mostrano esempi indicativi di questa tendenza. L’assunzione recente di un punto di vista da parte dei personaggi su cui, fino a qualche anno fa, lo sguardo convogliava per raccontarne da una prospettiva esterna l’ingresso in un mondo avvertito come estraneo e problematico, pare rispondere a una reale esigenza. Un’esigenza di attestazione attraverso cui si tenta di accedere direttamente, senza intermediazioni, a un’esistenza in cui lo sguardo ha la possibilità di chiarire e infondere sensazioni, reazioni, volontà.

Ma l’esigenza è anche espressiva, perché mostra un bisogno di colmare lo iato esistente tra insieme e soggetto, tra lo sfondo in cui più facile appare la generalizzazione e l’individualità con le sue distintive peculiarità. In questa direzione vanno i recenti esperimenti di cinema dal basso realizzati in prima persona e in perfetta autonomia dai migranti stessi: non personaggi ma autori con un preciso punto di vista sull’Italia, su ciò che significa guardare un paese con occhi davvero differenti, rievocando quell'ingenuità poetica propria del fanciullino pascoliano, ancora capace di scrutare il dettaglio ormai scontato, di meravigliarsene e di rioffrirlo con la sua purezza a un pubblico costretto a riconsiderare sotto una luce nuova le sue certezze quotidiane. La freschezza di iniziative come Tumaranké (in cui 38 minori giunti in Italia senza accompagnamento riprendono la loro vita nel nostro paese) o come Reverse Angle (installazione su tre schermi concepita da Davide Ferrario a seguito di un suo workshop a Pecetto, nel torinese, con un gruppo di 28 ragazzi immigrati chiamati a riprendere l'universo in cui sono approdati nelle sue varie forme di manifestazione) risiede proprio nell'immediatezza di uno sguardo che si fa registrazione spontanea attraverso l'uso dello smartphone.

Uno sguardo spontaneo e la sua sedimentazione istantanea all'interno di una memoria condivisa diventano la testimonianza di un bisogno e di una trasformazione in atto, anche nel cinema narrativo.

I film dei registi citati in precedenza hanno poco in comune, se non la volontà di oltrepassare un confine per porsi dall'altra parte, superando una prospettiva che talvolta, nel passato, si era adagiata per osservare rispettosamente ma senza forzare l'ingresso in una realtà ulteriore. Ne L'ordine delle cose di Andrea Segre (2017), tale movimento di ideale infiltrazione è reso quasi plastico dalla progressione delle inquadrature. Attraverso il protagonista, Corrado Rinaldi, funzionario del Ministero dell'Interno che indaga sul traffico di immigrati partiti dalle coste libiche, queste inquadrature passano dalla semplice denotazione esterna del problema a inserirsi spazialmente in esso per tentare di risolverlo. Se Corrado, infatti, guarda dapprima in piani ampi le immagini di un salvataggio sullo schermo del suo computer, una volta giunto in Libia gli stessi piani si restringono, la macchina da presa si avvicina al suo volto, cogliendo insieme punto di vista e assorbimento rispetto a ciò che le immagini mostrano, per poi diventare una soggettiva in senso stretto quando il filmato mostra le condizioni drammatiche dei profughi. Questa penetrazione per mezzo delle inquadrature è ribadita simbolicamente dal fissarsi del riflesso del dramma sulle lenti di Rinaldi, prodromo di quel contatto personale che il funzionario intratterrà con una profuga somala, Swada, consentendo al privato originato dalla visione personale d'introdursi nell'istituzionale e che l'emotività s'impossessi del suo ruolo, anche se solo per un arco di tempo relativamente breve. Sottratto l'oggetto alla vista, una volta rientrato definitivamente in Italia, Rinaldi deciderà di non intercedere più per la donna, frustrando la speranza di salvezza di questa e tornando a quell'ordine delle cose che ha sempre caratterizzato la sua vita.

Segre sembra dire che lo sguardo dell'italiano, per quanto disposto all'ibridazione e allo scambio, così come mostrano anche gli altri suoi film di fiction precedentemente realizzati (Io sono Li del 2011 e La prima neve del 2013), è disposto all'immedesimazione pur rifiutando infine l'assunzione, decidendo di rimanere al di qua del confine ideale posto tra le due realtà. Un pessimismo di fondo che si allinea a quello invece piuttosto scanzonato di Andrea Magnani, che in Easy - Un viaggio facile facile (2017) connota l'immigrato ucraino defunto da riportare in patria come perennemente contiguo al corpulento autista italiano ma formalmente assente, giungendo all'estremo di fargli osservare tramite improprie soggettive dalla sua bara il grottesco viaggio di ritorno a casa oppure di diventare muto interlocutore del suo compagno che gli parla come se fosse la testa di Alfredo Garcia nel film di Peckinpah. E anche parte della visione proposta da Roberto De Paolis in Cuori puri (2017) pare non essere aliena rispetto a questa tendenza. In un film in cui è evidente la separazione netta tra i Rom stanziati a ridosso di un parcheggio per i lavoratori di un supermercato e gli italiani che nella zona vi risiedono, l’immigrato non nomade è pressoché cancellato dall’inquadratura, esiliato in un fuoricampo da cui provengono solo le timide proteste per l’atto di prevaricazione in corso. È quello che succede al titolare cingalese di un minimarket, escluso dai piani e da qualunque controcampo nel corso della rapina che il protagonista Stefano e il suo amico perpetrano ai suoi danni, quasi si trattasse di un dettaglio (reso) insignificante nel corso di un’azione che nasce come un normale acquisto serale, diventa uno sfottò sulle abitudini religiose del titolare e sfocia con naturalezza nell’estorsione successiva.

Sul motivo della negazione dello sguardo è incentrato interamente Per un figlio (2017), opera prima dalla messa in scena rigorosa di Suranga D. Katugampala, che narra del conflitto tra un ragazzo cingalese cresciuto in un piccolo centro dell'Italia settentrionale e di sua madre, ancorata alle tradizioni e alle usanze del paese di provenienza e il cui unico contatto con il mondo occidentale è lavorare a tempo pieno come badante per un'anziana. Katugampala colma la sua storia di densi silenzi ma soprattutto esprime la diversità inconciliabile dei due protagonisti in alcune brevi scene in cui essi si ritrovano per pranzare in un angusto cucinino, evitando attentamente che le traiettorie dei due sguardi s'incrocino pur nell’esiguità dello spazio a disposizione. Un conflitto che investe la modernità, l’esplorazione del sesso, il bisogno antropologico di maternità e la necessità di svellere il cordone ombelicale, la stessa lingua usata per comunicare; un'inconciliabilità che non sembra ricomporsi neanche nell’ultima scena, quando il ragazzo, ancora una volta a tavola, cerca finalmente lo sguardo della madre in una tarda ricerca di contatto che però la madre non accoglie, continuando a pelare le patate e frustrando il tentativo.

È però Jonas Carpignano in Mediterranea (2015) a compiere il più grande sforzo di penetrazione soggettiva all'interno di una realtà altra. Nel narrare la storia di Ayiva, giovane del Burkina Faso che tornerà come personaggio di contorno nel successivo A Ciambra (2017), il regista s'inserisce di fatto nella sua stessa messa in scena per fornire una prospettiva quanto più interna possibile rispetto al problema che intende raccontare. Permutando il proprio punto di vista con quello individuale e collettivo, la visione s'immerge nel dramma, inserendosi prima tra i corpi dei migranti che si sforzano di salire sulle rocce del deserto al confine tra Algeria e Libia, con l'obiettivo della macchina da presa lambito addirittura dagli svolazzi dei loro abiti, poi, rimanendo in prima fila quando gli stessi migranti sono vittime dei predoni. Infine, con intenzione ancora più drammatica, il protagonismo della macchina da presa si palesa anche sul barcone in mezzo al mare, tramutandosi in una delle vittime delle mareggiate e del temporale, rischiando a ogni scossone di cadere, aprendosi alla speranza nell'udire la sirena di una nave, disperandosi al suo allontanamento, giocandosi la vita quando cade in acqua insieme agli altri corpi sbraccianti e urlanti fino all'arrivo della guardia costiera italiana.

Carpignano non fa altro che creare uno stato di empatia con i personaggi così com'è stato teorizzato da Murray Smith in Engaging Characters: Fiction, Emotion, and the Cinema (Clarendon Press, Oxford 1995): penetrando nelle viscere del dramma condivide l'esperienza più che assumere semplicemente un punto di vista soggettivo, simula emotivamente la situazione (Emotional Situation), si rispecchia nelle emozioni del gruppo (Affective mimicry) e proietta il pubblico all'interno dello stimolo predisposto (Automatic Reactions). Si tratta, con ogni probabilità, del tentativo più ardito di trasmigrazione delle componenti logiche e affettive tra fiction e pubblico in film di questo tipo. Il punto di vista non sostituisce lo sguardo di un personaggio ma punta deliberatamente, pur con tutti i suoi limiti estetici e psicologici, all'assunzione dell'esperienza. La potenzialità empatica del piano s'impossessa della documentazione visiva e stimola la conoscenza diretta, resa ancora più acuta e disperata dal montaggio convulso, dai rumori incontrollati, dalle grida disperate di persone e da un mancato ancoraggio oculare, a causa del quale le immagini si percepiscono febbrilmente senza che si padroneggino.

Se è indubbio che ci sia una motivazione etica alla base della realizzazione di queste pellicole, esiste allo stesso modo una morale di questi piani empatici che puntano alla coincidenza tra personaggi e pubblico, eliminando le distanze e rendendo aderenti motivazioni e reazioni? Questo tipo di rappresentazione, avendo l'evidente scopo di collocare il pubblico all'interno dello spazio narrativo, sollecitandone la responsabilità, ha un intento formativo rispetto alle persone cui si rivolge? Il suo è un tentativo di incanalare socialmente il pensiero del pubblico?

È probabile, al di là dell'urgenza ideologica dei singoli registi, ma assolutamente velleitario. Perché, ammettendo la plausibile risposta affermativa ai quesiti posti precedentemente, bisogna riconoscere che l'intento di tali opere è di conferma, non di convincimento. Questi lavori si rivolgono a un pubblico ben determinato e comunque (sempre più) esiguo, progressista e antirazzista, che volontariamente si reca al cinema o decide di guardare i film autonomamente nella propria abitazione. Il rapporto è duplice: il film conferma le sue tesi democratiche a un pubblico che si rispecchia in valori che condivide e che vede semplicemente convalidati. Ma il circolo è chiuso e il bacino sempre più limitato, se anche la popolarità di Papa Francesco è scesa per le sue prese di posizione sui migranti (dall'88 al 71%, secondo un sondaggio Demos-Coop del luglio scorso). L'ordine delle cose, Cuori puri, Easy – Un viaggio facile facile, Per un figlio, Mediterranea sono tentativi encomiabili, esteticamente apprezzabili, mostrano una vitalità intellettuale del nostro giovane cinema ma si rivolgono esclusivamente a un pubblico già performato ideologicamente che si conforta nel riflesso del suo stesso pensiero.

È anche questo uno svilente gioco di assunzione di precise prospettive, laddove la maggioranza preferisce adagiarsi sulle fake news e sugli allarmi relativi a un'emergenza sociale avvertita come sempre più pressante. È la visione del mondo preponderante, quasi soverchiante, in questo preciso momento storico.

E non si tratta più solo di cinema, purtroppo.


Da "http://www.doppiozero.com" Lo sguardo del migrante di Giampiero Frasca

I racconti dei miei pazienti nella stanza della psicoterapia riguardano spesso la paura, la vulnerabilità, lo stress e i traumi che hanno provato o che potrebbero provare, la sensazione di essere sempre a rischio. Se devo basarmi sulla mia esperienza professionale, non c’è alcun dubbio che l’emozione predominante della nostra epoca sia proprio la paura. Lo dicono i check in militarizzati degli aeroporti, le telecamere di sicurezza posizionate ovunque, le porte blindate, i muri che si alzano tra le nazioni, i blocchi di villette residenziali blindati come compound dell’esercito.


Se dovessi mettere in ordine le paure che ho incontrato mentre esercitavo la mia professione, dalla più leggera alla più intensa, direi: il cambiamento climatico, le epidemie che provengono da Paesi lontani, una emigrazione fuori controllo, la criminalità, il terrorismo. Alcune di queste paure sono ormai intrecciate tra loro. La paura del crimine, di essere aggredito, derubato, di subire violenza, sta diventando un problema a sé, una grave fonte di ansia e di tensione, e senz’altro peggiore, del rischio concreto di essere vittima. Tanto che ormai, sempre più spesso l’obiettivo principale che porto avanti nei confronti dei miei pazienti è aiutarli nella gestione della paura.

Tutti i maggiori reati sono in calo, così come il numero di immigrati sbarcati (lo dicono le statistiche ufficiali). Altre ricerche confermano che l’immigrazione non ha ricadute drammatiche sulla quantità di crimini commessi. Dati che dovrebbero rinfrancarci, ma non ci riescono. Un ispettore di polizia mi ha confessato di essere convinto che questi dati siano influenzati dalla sempre minor propensione dei cittadini a denunciare i reati. Mi domando però se la sua sia un’analisi attendibile, o una paura come quella di chiunque altro.

Purtroppo non saranno le statistiche ad aiutarci a sedare la paura. È sufficiente un nuovo attentato in qualche parte del mondo perché subito nella scuola con cui collaboro scatti di nuovo l’allarme e vengano chieste dai genitori misure di sicurezza sempre più stringenti. Il problema è che anche quando applichiamo misure di sicurezza molto rigide, questo non riesce comunque a fugare le nostre ansie, che rimangono pervicaci e indeterminate.

Quello che ritengo il mio maestro nel campo della psicoterapia mi ha raccontato che da giovane ha potuto raggiungere via terra l’India, passando dall’Afganistan, senza mai esibire il passaporto. Oggi una cosa del genere sarebbe inimmaginabile. Avalliamo politiche che come unico risultato aumentano le spese per la sicurezza a discapito di investimenti che sarebbero molto più utili – per la ricerca e lo sviluppo, ad esempio, o per fronteggiare la povertà – mentre le nostre libertà diminuiscono.

Una vita completamente libera dalla paura è probabilmente impossibile, dato che si tratta di uno stimolo naturale. Proviamo paura quando percepiamo pericolo, vero o presunto, e siamo spinti a produrre gli ormoni che ci permettono di metterci in salvo. La paura è un’emozione ancestrale, sviluppata in tempi lontanissimi come risposta immediata di fronte a pericoli contingenti, come ad esempio gli animali feroci o gli agenti atmosferici. I nostri progenitori erano scarsamente attrezzati contro i pericoli a cui il loro ambiente li esponeva, che erano comunque sufficienti a tenerli concentrati su paure concrete, piuttosto che su quelle generiche e astratte che invece tormentano noi. Di conseguenza il loro rapporto con ciò che li spaventava era molto più diretto del nostro.

Come ha scritto Zygmunt Bauman in Paura liquida, “Se un tempo la paura aveva un nome preciso, nel mondo contemporaneo essa si scatena da cause apparentemente serie, ma di fatto è una forma di continua insicurezza, di vulnerabilità, di sensazione di essere perennemente esposti a pericoli che possono arrivare da qualunque parte, senza più difese.” Abbiamo domato molti aspetti pericolosi o sgradevoli della realtà, ma la paura non è scomparsa, perché, a ben vedere, la paura non dipende realmente dai pericoli effettivi che ci circondano. La paura è una nostra percezione di pericolo, è dentro di noi. E questo senso di allarme, come detto, è sempre più diffuso.

Fino a un paio di generazioni fa, per far fronte alla paura si faceva riferimento allo Stato. Anche lo Stato è nato dalla paura dei nostri predecessori – lo ha scritto Thomas Hobbes già a metà del Cinquecento nel suo Leviatano – ed è sempre prosperato grazie alla paura e alla guerra, come ha aggiunto Niccolò Machiavelli nei suoi Discorsi (II, 25). Almeno quando non li spingeva in guerra, lo Stato ricambiava i sui cittadini dandogli sicurezza, garantendo per quanto possibile la loro incolumità e i loro beni, in seguito raccogliendo risorse e poi ridistribuendole, più o meno equamente, sotto forma di diritti: se perdevi il lavoro, o ti ammalavi, lo Stato ti erogava sussidi e cure mediche. Eri al sicuro.

Oggi quest’ultima roccaforte illusoria si sta lentamente dissolvendo. Lo Stato tramonta, e a contare sono sempre più gli individui il cui orizzonte d’azione è il pianeta, persone capaci di giocare partite che trascendono le frontiere nazionali: finanzieri che operano su mercati mondiali, imprenditori che delocalizzano, o artisti e giocatori di calcio la cui nomea non ha confini. Sono le loro scelte, le loro mosse e il loro stile a creare scenari nuovi, inauditi, sconosciuti ai più. Chi non sa adattarsi ai nuovi assetti globali perché si sente posto davanti all’ignoto – e l’ignoto spaventa – finisce con interpretare questi orizzonti come “pericolosi” – anche perché alcune conseguenze di questa partita lo sono. Ecco la paura.


Una paura a cui lo Stato non dà più soluzioni, sempre più privata, che lascia l’individuo solo con se stesso. Questo però non rende la paura un fatto intimo, interiore. Anzi, al contrario, oggi si tratta sempre più un fatto sociale. Sono gli altri a dirci che cosa ci deve fare paura. Lo ha spiegato molto bene Norbert Elias in Potere e civiltà: i tipi di paura e di ansia che proviamo, la loro intensità, non dipendono dalla nostra natura intima. Ormai sono “determinati dalla storia e dalla struttura attuale della relazione con gli altri”. In altre parole, non siamo nemmeno titolari delle nostre paure. È sempre qualcun altro che stabilisce quali dobbiamo provare.

C’è comunque una cosa che non è mai cambiata: la reazione che sviluppiamo quando siamo spaventati è sempre la stessa. La paura provoca tensione, uno stato di allerta continuo, un senso di offuscamento della realtà; ci spinge a chiuderci in noi stessi, e quindi ad alzare barriere verso gli altri, o nel caso peggiore a chiedere a terzi che una qualche barriera venga alzata tra noi e ciò che ci terrorizza.


È esattamente in questo meccanismo che si insinua l’uso politico della paura. Ormai in larga parte inabili a fornire soluzioni concrete, alcuni politici le fomentano sapientemente con pericoli che dipingono come imminenti, dichiarando che il loro obiettivo è proprio far fronte al senso di insicurezza che hanno creato. I più scaltri sanno che abbinare tra loro due paure ne quadruplica l’effetto. Un esempio è l’abbinamento “barconi di immigrati” e “terrorismo islamico”. I due fenomeni, già presi separatamente, suscitano paura, ma sostenere a gran voce che “i terroristi viaggiano attraverso i barconi” ha un effetto ancora più destabilizzante.


Questo naturalmente succede nel momento di raccolta del consenso, quando le elezioni possono trasformare la paura indotta in altrettanti voti. Ma non è più necessario, anzi, potrebbe diventare controproducente, quando si è a un passo dal governo del Paese. Così, il brutale assassinio della diciottenne Pamela Mastropietro avvenuto a Macerata cinque settimane prima delle elezioni è stato ampiamente strumentalizzato. E un uomo che la paura ha riempito di odio, Luca Traini, è arrivato addirittura a esprimere in proprio, sparando a persone di colore, una malintesa “giustizia”. Mentre la scoperta che i responsabili della tragedia di Piazza San Carlo a Torino sono un gruppo di rapinatori di origine nordafricana non è stata strumentalizzata in chiave politica, ed è quasi passata sotto silenzio. Le elezioni d’altronde erano ormai già avvenute.


Annamaria Testa, su Internazionale, ha desunto da alcuni studi scientifici che i cervelli delle persone con un orientamento più conservatore sono dotati di una minor quantità di materia grigia nella neocorteccia (la parte cognitiva, più recente, che sa gestire l’incertezza e le informazioni contraddittorie) e hanno amigdale più grandi. L’amigdala è una piccola porzione di materia grigia di forma ovoidale (amygdala in greco significa mandorla) che fa parte della porzione primitiva del cervello ed è associata alle emozioni – prima fra tutte la paura – con la memoria emozionale e con la cosiddetta reazione fight or flight (attacca o scappa).

Di conseguenza, come dice Testa, “chi fa leva sulla paura o agita lo spettro di un qualsiasi ‘nemico’ […] sta promuovendo istanze di destra”. Purtroppo il fenomeno è meno circoscritto di quanto venga dipinto. Alcuni politici dimostrano di essere molto abili nel trasformare le calamità altrui in vantaggi personali, proponendo false soluzioni, come fortificare i confini e mettere uno stop alle ondate migratorie. Ma la capacità di sfruttare politicamente le nostre paure non ha una precisa coloritura politica, e le vittime non sono soltanto i cervelli orientati a destra.

Non è facile metterci al riparo dalla politica della paura, ma c’è una strategia a cui cerco di far arrivare i miei pazienti che soffrono di ansia e hanno subito gravi traumi che li rendono ancora più esposti. È la stessa che impieghiamo davanti alle manifestazioni più basiche della paura, come un rumore in casa che di notte ci sveglia di soprassalto. Andiamo a vedere, e non appena ci accorgiamo che non c’è nessun ladro, ma che è stato il nostro gatto a far cadere un oggetto, riusciamo facilmente a riprendere sonno.


Da "https://thevision.com" LA POLITICA DELLA PAURA E I SUOI EFFETTI SULLA NOSTRA VITA DI MARIARITA VALENTINI