L’incertezza sta uccidendo l’Italia

Venerdì, 30 Novembre 2018 00:00

Ci sono due cose che il governo dovrebbe fare, subito: chiudere la legge di bilancio prima possibile. E finire la guerriglia contro l'Europa. Perché è questa lunga e snervante incertezza che sta bloccando il Paese, non uno o due decimali di deficit in meno.


Riassunto delle puntate precedenti: da circa sette mesi i tassi sul debito pubblico italiano sono tra i 100 ed i 200 punti base maggiori di quanto fossero stati nei tre anni precedenti e oscillano, a volte violentemente, fra 220 e 320 generando sia incertezza che lauti guadagni per chi o ben anticipa gli umori del mercato o ben li influenza. Durante questi lunghi mesi nessuna legge di bilancio è stata varata, le politiche fiscali, assistenziali, pensionistiche, di investimento e di spesa pubblica in generale per gli anni a venire (a partire dall’1 gennaio prossimo venturo e per i tre anni seguenti) rimangono oggetti nebulosi che cambian forma, contenuto e data d’attuazione ogni settimana a seconda di quale membro del governo abbia voglia di rilasciare alla stampa le sue personali opinioni. Questa settimana, sembra, tocca alle esternazioni rassicuranti ed alle dichiarazioni di “buona volontà” (a dire: forse facciamo un deficit di 0,2% minore di quanto annunciato e forse cominciamo a buttar soldi nel buco nero del sussidio qualche mese dopo di quanto annunciato) ragion per cui abbiamo aperto con dei tassi d’interesse in leggero calo e tutti sono molto ottimisti che, una volta ancora, “vedrai che ce la caviamo”. Rimaniamo in ansiosa, se non divertita, attesa di cosa ci riservi il prossimo inizio settimana: le montagne russe sono evidentemente la giostra che questo governo preferisce.

Nel frattempo, però, non è proprio vero che non sia successo nulla. Delle cose son successe – per esempio è rallentata l’espansione economia sia a livello europeo che mondiale e, soprattutto, ogni singolo indicatore italiano ha cominciato a segnalare “recessione in arrivo”, buon ultimo l’indice di confidenza dei consumatori e delle imprese pubblicato ieri da ISTAT – ed altre, sgradevoli assai, stanno accadendo proprio a causa del fatto che sembra non sia successo nulla. Non è un gioco di parole, ma semplicemente la riaffermazione che in situazioni di incertezza, una delle cose maggiormente dannose che si possa fare consiste nell’aumentarla! Quindi, senza dover ricorrere all’eterna predica delle riforme strutturali dimenticate e sepolte, va detto con chiarezza che la scelta elettoralistica di questo governo sta facendo danni seri al sistema economico del paese.
Che la scelta sia elettoralistica è lapalissiano e ci si tornerà alla fine. Prima l’elenco dei danni dai quali escludiamo l’impatto dell’incertezza. Il quale impatto, come appare da ogni misurazione delle aspettative o dei livelli di confidenza degli operatori, è negativo al di là di ogni dubbio ma purtroppo difficile da quantificare. Quante imprese stiano rimandando investimenti o evitando di esporsi al mercato italiano perché incerte o paurose di quel che il governo intende fare non lo possiamo certo stimare, ad esempio? Ma chiunque parli con le persone che quelle decisioni prendono quotidianamente sa benissimo che tale impatto è sia reale che negativo.


I danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione

Fa danno già ora l’aumento dello spread perché genera perdite in conto capitale per chi deteneva debito pubblico (anzitutto banche e famiglie italiane), riduce la capitalizzazione bancaria ed aumenta il costo di approviggionamento del Tesoro (come le mal-andate recenti aste confermano) e fa aumentare il costo di ogni tipo di credito concesso ad imprese e famiglie italiane.
Quest’ultima affermazione non vale solo per i tassi sui nuovi mutui/prestiti alle famiglie (oggetto di ridicoli dibattiti mediatici nei quali affabulatori di professione s’inventano compreso il credito agevolato: andate sul sito ABI e confrontate i tassi di novembre con quelli di maggio, per esempio). E’ un po’ presto per fare affermazioni ugualmente decise sulla quantità di credito concesso ma tutto quanto sappiamo sul funzionamento delle banche e, soprattutto, tutto quanto ci ha insegnato una pluriennale esperienza converge a dirci che è solo questione di mesi. Se lo spread dei tassi italiani rispetto ai tedeschi continua a viaggiare attorno ai 300 punti base (diononvoglia che qualche dissennata dichiarazione gli faccia saltare un ulteriore gradino andando a quota 400) la riduzione della quantità di credito concessa ad imprese e famiglie italiane arriverà entro la primavera del 2019. A quel punto la combinazione di tassi maggiori, minor credito e fase recessiva in corso potrebbe avere effetti veramente pesanti sul sistema economico nazionale.

Questi danni sono già stati fatti, tutti. Si possono ridurre o, perlomeno, si può evitare che aumentino se e solo se il Governo ha il coraggio di fare due cose:. La prima: mettere fine all’incertezza deliberando una volta per tutte cosa intende mettere nella Legge di Bilancio, La seconda: terminare la guerriglia di parole e provocazioni con la Commissione, guerriglia in atto dal giorno del giuramento. La settimana scorsa avevamo avanzato, a questo fine, una brutale e semplice proposta: si passi all’Esercizio Provvisorio. Di fatto questa rimane, anche ora, l’unica seria opzione sul tavolo visto che ogni altra proposta che intenda tenere in piedi l’impalcatura di questo DEF pur modificandone i dettagli soffre di un limite fatale: si basa su previsioni macroeconomiche prive di senso e del tutto infondate. Questo è il vero segreto di Pulcinella che tutti gli addetti ai lavori conoscono ma che l’informazione italiana non racconta all’opinione pubblica.

Questa è anche la ragione della perdurante incertezza e del fatto che ogni affermazione del tipo “va bene, faremo uno 0,X% in meno di deficit” lascia il tempo che trova. Perché, siccome ogni numero viene calibrato sul Pil e sulle sue variazioni attese, se le variazioni attese del Pil sono prive di senso anche i numeri su di esse calibrati lo sono. Essi costituiscono solo ulteriore fumo negli occhi, fumo prodotto per occultare all’opinione publica italiana le responsabilità governative cercando di scaricare sulla Commissione la “colpa” di un ulteriore “no”. Questo perché, ovviamente, i tecnici della Commissione sanno benissimo che le previsioni di crescita del PIL che il Governo italiano continua ad utilizzare sono pura fantasia a fini elettorali.

Il problema, da lungo tempo, non è economico ma politico: usare la legge di bilancio per fare campagna elettorale danneggia il Paese. Il governo Conte non è certo il primo a scegliere questa strada, sta semplicemente imitando e peggiorando gli esempi del passato. Ma gli effetti di una sequenza di scelte erronee non si elidono fra di loro, si cumulano.

 

Da "www.linkiesta.it" L’incertezza sta uccidendo l’Italia: chiudete quella manovra e piantatela di fare campagna elettorale di Michele Boldrin

Qualità della vita, perché Roma sprofonda

Lunedì, 26 Novembre 2018 00:00

Bolzano è la città italiana dove si vive meglio mentre la qualità della vita sprofonda a Roma. I risultati dell’indagine sulla qualità della vita nelle città italiane realizzata da Italia Oggi in collaborazione con l’università La Sapienza dicono che la Capitale paga soprattutto l’incapacità di affrontare questioni fondamentali, dai rifiuti ai trasporti pubblici,certificata dalla stessa Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici del Campidoglio. Le valutazioni peggiori si riscontrano in riferimento a rifiuti e trasporti. Nell’ultima indagine dell’Authority, infatti, i romani hanno assegnato un voto medio di 3,5 (su 10) alla pulizia delle strade e 3,8 alla raccolta della spazzatura. Insufficiente anche il trasporto su bus e tram (4,4). Su diciotto servizi pubblici locali soltanto undici erano risultati appena sufficienti. Come sempre, il MoVimento 5 Stelle, al governo della città da due anni e mezzo, dice che è colpa delle amministrazioni precedenti anche se le scelte decisive su ATAC e AMA sono state fatte in questi due anni e mezzo dai grillini.


Dopo il podio, interamente occupato dal Triveneto, dalla quarta alla decima posizione si trovano città che hanno recuperato terreno rispetto all’anno scorso a parte Treviso, che è passata dalla sesta alla nona posizione. Al quarto posto troviamo Siena, che ha recuperato sette posizioni (era undicesima), seguita da Pordenone, che passa dalla nona alla quinta, e da Parma, che ha guadagnato una posizione rispetto al 2017 (era settima). In forte ascesa Aosta e Sondrio, rispettivamente al 7° e 8° posto, partendo dal 18° e dal 16°. Decima Cuneo, che ha guadagnato tre posizioni. Nel 2018 si conferma tra l’altro all’acuirsi del divario fra piccoli centri (in cui si vive meglio) e grandi centri urbani, che soffrono maggiormente.

Da "www.nextquotidiano.it" Qualità della vita, perché Roma sprofonda

Il disastro italiano in un grafico

Venerdì, 23 Novembre 2018 00:00

Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo)
L’elaborazione grafica di un economista mostra come la nostra spesa procapite in rapporto al debito sia la più bassa d'occidente. Un dato che fa rabbrividire: vuol dire che oggi non si costruisce futuro, ma lo si dissipa. I giovani ci sono, o preferiscono continuare a farsi i fatti loro?


1291 contro 1267. Stampatevi bene in testa queste due cifre, magari usatele al prossimo corteo studentesco, perché meglio non si può raccontare il furto generazionale che le giovani generazioni italiane stanno subendo, che stiamo sbagliando strada, che stiamo accelerando sulla strada sbagliata, e che se continuiamo così finiremo contro a un muro. 1291 sono gli euro che abbiamo speso pro-capite, tra il 2015 e il 2017 nell’istruzione. 1267 sono invece ciò che ciascuno di noi ha speso, nel medesimo periodo, per gli interessi sul debito pubblico.


L’idea di mettere insieme i due numeri e di confrontarli con quelli di tutte le grandi economie occidentali è venuta al giovane economista Claudio Baccianti, che nel suo sito web “Italia dati alla mano” ha scoperto che in nessun altro Paese europeo queste due grandezze si avvicinano così tanto, al punto di collimare, cosa che probabilmente accadrà nel 2018, peraltro. Per dire: la spesa pro-capite per l’istruzione è una volta e mezzo gli interessi sul debito pro-capite in Spagna, più del doppio nel Regno Unito, due volte e mezzo negli usa, il triplo in Francia, cinque volte tanto in Germania, più di trenta volte in Svizzera o in Finlandia. Persino in Grecia, la spesa pro capite per l’istruzione è una volta e mezzo il debito pro-capite.

Attenzione, che non sono due grandezze a caso, ma sono di fatto la rappresentazione di due orientamenti culturali ben precisi e opposti: quello di chi, per avere benefici domani, investe in istruzione oggi. E quello di chi per avere benefici che non può permettersi oggi, lascia il conto a chi verrà nei prossimi anni. Bastano queste due cifre per comprendere che in Italia il secondo approccio è oggi più che mai egemone, che fonda la sua egemonia sul peso elettorale delle generazioni più anziane e che prospera, in questo contesto, perché non c’è forza politica che possa dirsi immune dalla malattia. Prima che alziate i forconi contro i gialloverdi: questi sono dati relativi al triennio dei mille giorni di Matteo Renzi, preceduto dai mille e rotti giorni di Mario Monti e dagli anni e anni di potere di Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Nessuno di loro ha mai invertito la rotta, nessuno di loro - nemmeno Renzi - ci ha mai davvero provato.


Se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio

Lega e Cinque Stelle semmai stanno facendo peggio - o meglio: dipende da come la si vede: stanno semplicemente fregandosene della scuola, cui hanno aggiunto e tolto briciole, al solito. E hanno invece rivendicato la volontà politica di fare più deficit - quindi più spesa a debito - per far andare prima la gente in pensione. Il bello è che lo rivendicano, senza nemmeno un briciolo di ipocrisia, quasi fosse un vanto, quello di spendere poco per la scuola e tanto a causa dei debiti contratti.

Se questa è la nostra anomalia, se davvero siamo un Paese che preferisce pagare interessi che ricercatori, forse qualcuno dovrebbe prendersi la briga di farla notare, di costruire su queste due cifre una parvenza di opposizione, anziché passare il tempo attorno ai pugni di Toninelli e ai congiuntivi di Di Maio. Allo stesso modo, sarebbe altrettanto auspicabile che gli studenti puntassero il dito contro questa anomalia. Magari potrebbero chiedere che a ogni euro in più di interessi sul debito se ne aggiunga uno e mezzo in spesa per l’istruzione. Che si renda obbligatorio questo rapporto. Che si ancori il debito che accumuliamo ogni anno per mancette e sussidi a qualcosa che serve per farci crescere. Anzi, alla cosa che serve di più, molto più del debito in sé. Fossimo in chi ci governa, una pensata la faremmo.


Da "www.linkiesta.it" Il disastro italiano in un grafico: gli interessi sul debito ci costano quanto l'istruzione (e siamo unici al mondo) di Francesco Cancellato

Il video del Guardian:

“Se vivessi qui capiresti perché siamo tutti per la Brexit. Non ci sono scuole, stanno anche tagliando i fondi per l’ospedale”, dice un residente di Boston, nel Regno Unito. “Bisogna chiudere la faccenda. Abbiamo votato, ora dobbiamo uscire dall’Unione europea”, aggiunge un altro cittadino.

Il giornalista del Guardian John Harris è andato a Boston, nella contea del Lincolnshire, dove tre persone su quattro hanno votato per uscire dall’Unione europea. Qui i cittadini pensano di essere stati dimenticati dalle istituzioni e gli immigrati si sentono sempre meno benvenuti. Ma a Londra la situazione è diversa: una manifestazione contro Donald Trump, l’uomo che simboleggia tutte le divisioni del 2018, offre una speranza che potrebbe risanare le fratture del paese.


Da https://www.internazionale.it Dopo il trauma della Brexit è il momento di ricostruire la democrazia

Londra piange, Bruxelles non ride

Venerdì, 16 Novembre 2018 00:00

All’apparenza l’accordo è un successo dell’Ue e uno smacco per Downing Street: in realtà non sarà mai ratificato e quella con Londra sarà solo l’ultima crisi che l’Europa non è riuscita a risolvere. Colpa di una governance che non funziona, da rottamare prima possibile.


Fa persino tenerezza, Theresa May, avviata verso una delle più umilianti sconfitte che un Premier di Sua Maestà a Westminster abbia mai conosciuto. Sulla Brexit dopo due anni di negoziato che hanno assorbito l’intero capitale politico e l’attenzione della classe dirigente di uno dei Paesi più importanti dell’Occidente, si marcia spediti verso un non risultato che era prevedibile sin dall’inizio. E, tuttavia, la probabile bocciatura dell’accordo raggiunto dopo due anni di negoziazioni difficili da parte del Parlamento britannico, sarà una sconfitta – ugualmente grave – per un’Europa che non riesce più a risolvere neppure una delle crisi che si trova a dover gestire. L’uscita del Regno Unito sarebbe, in fondo, dannosa soprattutto perché priverebbe un dibattito sul futuro dell’Europa che, ormai, è urgentissimo, del punto di vista di un socio polemico ma indispensabile per immaginare un’Unione che sopravviva alla sua obsolescenza.

Indubbiamente, alla fine la montagna ha partorito un topolino. Destinato, peraltro, ad una vita assai breve. È questo il risultato di migliaia di ore di lavoro, di interminabili vertici, di numerose dimissioni, ripensamenti e drammi politici. E che, alla fine, ha prodotto la bozza di un accordo di 580 pagine che rimanda lo scioglimento di alcuni dei nodi politici e mette insieme i peggiori degli esiti possibili.

L’accordo che la May sta presentando al Parlamento mentre i ministri del suo governo – incluso quello responsabile dei negoziati – si dimettono, riesce nell'impresa di svuotare di significato il referendum sull’uscita, perché la Gran Bretagna resta nell’unione doganale senza più poter influenzare le regole che dovrà rispettare e ciò porta all’opposizione di diversi conservatori. Non solo: mette a rischio l’unità del Regno – l’Irlanda del Nord resterebbe nel mercato unico allontanandola da Londra e ciò provoca l’opposizione degli Unionisti dell’Ulster che sono indispensabili per ottenere la maggioranza e, infine, accetta di pagare alla Commissione Europea un maxi assegno di separazione 40 miliardi di sterline per impegni già presi, che rende, ancora più forte, l’opposizione dei laburisti che potrebbero ritrovarsi a dover ereditare un fardello che stroncherebbe qualsiasi ipotesi di politica espansiva che Corbyn avesse in mente per quando dovesse arrivare al governo.

E, tuttavia, ciò che rende la situazione surreale, è che tutto era già previsto ed inevitabile. Proprio per come è costruita la stessa Unione Europea. Che non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni – da quelle di Schengen sulla libera circolazione senza frontiere comuni, al patto di stabilità sull’Euro che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare – nelle quali si entra senza convinzione, che nessuno riesce a modificare e dalla quali è difficile, persino, uscire, semmai uno Stato non ritenesse più conveniente l’adesione.


L’Unione Europea non prevede meccanismi di uscita ordinata. E che finisce con l’essere diventata la somma di mezze integrazioni che nessuno ha, davvero, la forza di far rispettare

Sulla Brexit ha sbagliato molto il Regno Unito, a partire dal fatto di aver indetto un referendum del quale nessuno – e ciò è incredibile per una macchina amministrativa così organizzata – aveva, davvero, previsto le conseguenze. Ma ha sbagliato tanto anche l’Unione Europea (cioè gli altri ventisette Stati) a porsi nell’atteggiamento di chi deve essere convinto delle ragioni di chi era, comunque, considerato, da sempre, il membro più scettico del club.

Se, indubbiamente, è vero che le banche di Londra rischiano un’altra crisi se perdono il passaporto europeo, è altrettanto vero che i grandi costruttori automobilistici tedeschi perdono il mercato nel quale esportano di più. Saranno, forse, contenti quelli che si nutrono di invidia nel Continente, ma un’Europa che si allontana da Oxford e da Oxfam è più povera di idee. Soprattutto, in un momento nel quale, l’Europa avrà bisogno di contributi originali per poter superare una crisi politica non meno drammatica di quella che potrebbero vivere a Londra nei prossimi mesi.

Oggi l’Europa sembra, prima di ogni altra cosa, prigioniera di una retorica che è servita il secolo scorso – quella di aver garantito, ed è un grosso merito, la pace nel continente che ha avviato le due guerre mondiali – e che, però, oggi non può più bastare. I Paesi membri sono, infatti, ormai indecisi a tutto, tranne che a bastonare chi si pone fuori – nel caso del Regno Unito - o contro – nel caso dell’Italia sulle regole di stabilità - un sistema che, aldilà delle argomentazioni sballate dei sovranisti, non funziona oggettivamente più.

Dovremo abbandonare le ambiguità di un’Unione che viene caricata di troppe responsabilità dagli Stati Nazionali solo per essere usata come capro espiatorio quando i problemi non vengono risolti. Dovremo, se vogliamo salvarla, focalizzare le istituzioni su un numero più ridotto di politiche per le quali gli Stati – consultando i cittadini – decidano di trasferire, in maniera completa, pezzi di sovranità. Prevedendo, peraltro, meccanismi di uscita senza i quali gli accordi europei si trasformano in matrimoni senza clausola di uscita che, come succedeva per le unioni irreversibili tra persone prima della legge sul divorzio, si trasformano in gabbie fatte di tradimenti che vivono di promesse d’amore senza più contenuto.

Se vogliamo salvare l’Unione dalla obsolescenza avremmo bisogno che gli inglesi tornassero indietro (con un altro referendum) per contribuire a portare avanti l’Europa nel ventunesimo secolo. Un’Europa che così com’è rischia di disunirsi ancora più velocemente di quel Regno che deve, ancora, avere il pragmatismo che sembra ver perso in questi ultimi mesi e che all’Europa serve per ripensare se stessa.

 

Da https://www.linkiesta.it Londra piange, Bruxelles non ride: ecco perché l’accordo sulla Brexit inguaia anche l’Unione Europea

Ministero ordinato: una questione di sguardo

Lunedì, 12 Novembre 2018 00:00

Esaminando il testo conclusivo del Sinodo 2018, al n. 148, intitolato Le donne nella Chiesa sinodale si resta colpiti da questa frase:

«Un ambito di particolare importanza a questo riguardo è quello della presenza femminile negli organi ecclesiali a tutti i livelli, anche in funzioni di responsabilità, e della partecipazione femminile ai processi decisionali ecclesiali nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

Mi pare che queste parole meritino un esame accurato: questa precisazione con cui si delimita – o comunque si determina – il ruolo femminile di partecipazione alla autorità ecclesiale, si concentra nella locuzione: «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato».

L’espressione può essere intesa in vari modi e una rassegna delle possibili interpretazioni può tornare di qualche utilità:

a) In un primo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» andrebbe intesa come una delimitazione di opportunità, essendo la partecipazione ai processi decisionali necessariamente riservata al “ministero ordinato”. Si potrebbe dire che la partecipazione delle donne al processo decisionale “entra necessariamente in rapporto con il ministero ordinato”;

b) In un secondo senso, l’espressione «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» assumerebbe un valore più forte, delimitando strutturalmente la partecipazione femminile al di fuori del ministero ordinato, che avrebbe la esclusiva sulla autorità, cui la donna non potrebbe in alcun modo partecipare;

c) In un terzo senso, che suonerebbe qui come la “lectio difficilior”, si potrebbe intendere «nel rispetto del ruolo del ministero ordinato» come la eventualità per la quale il contributo femminile al processo decisionale sarebbe diverso a seconda che la donna entri a far parte o meno del “ministero ordinato”.

Evidentemente, alla radice di questa espressione sta una questione di “sguardo”. Lo sguardo ecclesiale sulla donna, e lo sguardo femminile sulla Chiesa, pongono la questione del “rispetto” in una regione particolarmente delicata della esperienza ecclesiale.

In che modo possiamo intrecciare il “rispetto della donna” con il “rispetto del ruolo del ministero ordinato”? Per capirlo dobbiamo brevemente sostare sulla parola “rispetto”.

Rispetto e sguardo
Ciò che chiamiamo “rispetto” non è altro che un certo modo di guardare. Su questo tema dello “sguardo” Evangelii gaudium ha la bellezza di 25 occorrenze. È una delle parole che ricorrono di più. E più volte si afferma che la “conversione pastorale” non è altro che un cambiamento dello “sguardo”, del modo di guardare.

Ora, a tal proposito accade che “respectus” sia, appunto, uno di questi modi di guardare e di essere guardati. Respectus, insieme a conspectus, aspectus, prospectus, despectus sono tutti composti dal termine “spectus” che è, appunto, sguardo.

Allora forse, nella interpretazione della frase del Documento sinodale, dobbiamo chiederci quale “sguardo” può sostenere meglio quella relazione tra le donne e il ministero ordinato.

Se il documento sinodale auspica apertis verbis una grande conversione ecclesiale, nel superare i pregiudizi che ostacolano il riconoscimento della autorità femminile nella Chiesa, allora appare chiaro che la interpretazione della espressione sul “rispetto” non possa essere interpretata nei termini della ipotesi b). Infatti, in questo caso, un ministero ordinato assolutamente impenetrabile alle logiche femminili rivendicherebbe il “rispetto” che si deve ad una autorità altra. Le donne dovrebbero al ministero ordinato il rispetto che si deve ad una “alterità da onorare”. Ma questo “sguardo” da parte femminile non sarebbe compatibile con lo sguardo reciproco da parte maschile.

Restano allora le due ipotesi sub a) e sub c).

La ipotesi sub a) implica una relazione di collaborazione con il ministero ordinato, per cui il “rispetto” avrebbe il senso di negare ogni”dispetto”. L’apprezzamento per il ministero ordinato, e quello reciproco verso le donne, sarebbe opportuno per ogni tipo di lavoro comune.

Infine, la ipotesi sub c), che, ripeto, appare la ermeneutica più azzardata, potrebbe avere un certo fondamento in una prospettiva – non esclusa in nessun modo – di un accesso delle donne alla ordinazione ministeriale, nella figura di una loro possibile ordinazione diaconale. In tale caso, la espressione ”nel rispetto del ruolo del ministero ordinato” andrebbe intesa, addirittura, come la necessaria articolazione di funzioni autorevoli tra donne “ordinate” e donne non ordinate.

Chiesa sinodale e sguardo sinodale
Lo sguardo di cui dobbiamo diventare capaci ci è ancora difficile. Dobbiamo imparare a guardare diversamente. Per questo, certo, ci vuole rispetto. Ma rispettare il ruolo del ministero ordinato, per le donne, può significare tre cose, che non sono per nulla identiche:

1) rispettare una forma di attribuzione o di riconoscimento della autorità che esclude le donne per principio e rispetto a cui le donne possono sperimentare solo “autorità residuali”;
2) valorizzare una struttura di esercizio della autorità, rispetto a cui le donne possono trovare forme di integrazione, almeno indiretta;
3) aiutare a tradurre la tradizione maschile di ministero ordinato in una forma nuova, declinando anche al femminile la autorità ordinata nella Chiesa, sul piano dell’esercizio femminile del ministero diaconale.

Pertanto la espressione del documento finale del Sinodo, che per alcuni ha solo il significato n. 1, può rimandare certamente anche al significato n. 2 e non è affatto escluso che domani, secondo uno sviluppo ecclesiale tutt’altro che impossibile, noi tutti potremmo trovarci costretti ad interpretarla come una “velata profezia” del significato n. 3.


Da "www.cittadellaeditrice.com" Ministero ordinato: una questione di sguardo di Andrea Grillo

Vorrei dare al mio contributo la forma di un percorso, di un itinerario. Partirò? dalla certezza di trovarmi a casa nell’ignoranza dello straniero. Attraversando poi il?momento di lacerazione legato alla sensazione interiore di estraneità, concluderò ?con la riscoperta del dovere – e del diritto –? dell’ospitalità. L’itinerario è segnato ai due? estremi da due testi biblici di riferimento. Il primo fa memoria di un tempo di cattività e di liberazione, il secondo fa profezia di un tempo di giudizio nel quale sarà reso manifesto quello che avremo fatto della nostra vita e della nostra storia. Il primo è scelto tra una serie di testi appartenenti a diverse tradizioni dell’Israele biblico, in cui risuona lo stesso richiamo a ricordare: «Poiché siete stati stranieri nel Paese d’Egitto». Tutti gli ebrei fanno memoria di questo testo e di altri simili in circostanze liturgiche, familiari o private. I testi si leggono nell’Esodo, nel Deuteronomio, nel Levitico. Ho scelto Levitico 19,34 perché inserisce e intercala l’amore del prossimo tra l’esortazione all’ospitalità e il ricordo di essere stati stranieri. Ecco il testo, lo leggo nella Bibbia di Gerusalemme per la quale nutro una particolare predilezione: «Lo straniero che risiede con voi sarà per voi come un compatriota, e tu lo amerai come te stesso, poiché siete stati stranieri nel Paese d’Egitto».

Ecco il punto: il ricordo giustifica l’ospitalità; il “poiché” e anche il “come” (come un compatriota, come te stesso) legano l’ospitalità al comandamento dell’amore. Dirò poco, per cominciare, del secondo tema che appartiene alla sequenza chiamata del “giudizio finale” in Matteo 25; gli specialisti definiscono questo testo una “piccola escatologia” perché evoca un giudizio finale, che è un doppio giudizio: «Ero straniero e mi avete accolto», «Ero straniero e non mi avete accolto». Per iniziare l’itinerario, vorrei anzitutto ricordare le circostanze del primo testo. Non è una questione di esegesi; è bene però ricordarsi che nella costruzione dell’identità di Israele, dell’Israele biblico, l’erranza, l’esilio svolgono un ruolo centrale. L’erranza della figura patriarcale di Abramo, «mio padre era un arameo», il celebre testo che un tempo era considerato addirittura quasi il credo d’Israele; i soggiorni obbligati in terra straniera, l’erranza di quarant’anni nel deserto e soprattutto l’esilio babilonese.


«In principio l’esilio», ha scritto Françoise Smyth. Oggi molti esegeti ritengono che sia stato l’esilio l’esperienza fondatrice e che l’Egitto abbia svolto il ruolo di ricordo favoloso, di origine fondatrice, nei confronti del ricordo storico dell’esilio. La mia, l’ho detto, non è una questione di esegesi; si tratta di sapere che cosa significa per noi oggi «fare memoria di essere stati stranieri». Non significa necessariamente, né essenzialmente, fare memoria di avvenimenti reali. Del resto le grandi migrazioni del primo millennio dalle quali veniamo (siamo tutti ex barbari) non sono radicate nella nostra memoria collettiva, ancor meno in quella personale. Si tratta perlopiù di una memoria simbolica attraverso la quale interiorizziamo la condizione effettiva di stranieri. Cercherò di rianimare in noi questa memoria simbolica. Propongo di percorrere l’intervallo tra i due testi, Esodo e Matteo. Con intento pedagogico, marcherò con forza le tappe successive di questo itinerario.

Gli stranieri a casa loro?
Per partire – primo stadio – cominceremo da quella che all’inizio ho chiamato la sensazione di trovarsi a casa. Questa sensazione molto chiara è propria di quelli che io chiamo i “cittadini insediati”, come in gran parte siamo. È la nostra condizione abituale, normale. Vorrei mostrare le certezze che in essa si mescolano e che fanno da schermo alle fonti dell’ospitalità: certezze che la memoria simbolica di essere stati stranieri va immediatamente a disturbare.

Ma che cos’è lo straniero? E chi sono gli stranieri? Prima di esaminare la condizione indifferenziata di straniero – l’essere straniero, per così dire – passiamo in rassegna le molteplici figure di straniero. A un estremo troviamo lo straniero come visitatore, figura pacifica per eccellenza: dal turista che circola liberamente sul territorio del Paese che lo accoglie fino al residente che si è stabilito in un luogo – da noi – e vi soggiorna. Al centro del quadro stanno i migranti, cioè perlopiù lavoratori stranieri, quelli che altrove vengono chiamati Gastarbeiter o guest-workers: sono visitatori forzati, costretti ad affittare la loro forza lavoro tra noi; la loro vita è tracciata da autori sociali che non sono loro, da noi nazionali. Certo, abitano lo spazio protetto dello Stato che li accoglie; circolano liberamente e sono consumatori come noi nazionali; una parte della loro libertà è dovuta al fatto che partecipano come noi all’economia di mercato; un’altra parte risulta dall’avere accesso, entro certi limiti, alla protezione dello Stato-provvidenza; godono dei diritti sindacali e in linea di principio beneficiano degli stessi diritti alla casa dei cittadini di una nazione; ma non sono cittadini e sono governati senza il loro consenso. La loro sorte fa avvertire il contrasto tra la mobilità del lavoro su scala mondiale e la chiusura dello spazio politico della cittadinanza di cui parleremo tra poco. Alla base di tutto c’è il fatto che essi non hanno contribuito alla storia silenziosa del voler vivere insieme su cui si fonda il patto nazionale. All’estremo opposto troviamo la figura dello straniero come rifugiato, figura che sottolinea la scelta sovrana degli Stati per quanto riguarda la composizione della popolazione e l’accesso al territorio, concetti sui quali rifletteremo tra poco. Diciamo subito che questa scelta sovrana degli Stati fa da diga a un diritto derivante da una fonte diversa dal desiderio di risiedere altrove, ossia il diritto alla protezione delle popolazioni perseguitate, al quale corrisponde il dovere di asilo da parte dei Paesi che le accolgono.

Non aggiungo altro sulla diversità delle figure di straniero. Vorrei invece concentrarmi sulla condizione di fondo, globale, dello straniero, per sottolinearne l’estraneità primaria. Ma era importante cominciare respingendo la riduzione sbrigativa, nell’immaginario collettivo, della condizione di straniero a quella di immigrato, come eravamo abituati a dire, poi della condizione di immigrato a quella di clandestino e di questa alla situazione di emarginato. Vorrei risalire la china: dall’emarginato al clandestino e da questi al migrante, che si colloca al centro del quadro della condizione di straniero. E vorrei prendere in considerazione quest’ultima di per sé.

Per noi che ho chiamato i “cittadini insediati” lo straniero è anzitutto, semplicemente, un altro sconosciuto. Leggo la definizione di straniero dal dizionario Robert: «Straniero, che è di un’altra nazione e, parlando di un individuo: che fa parte di un’altra nazione». Diciamo semplicemente: lo straniero è chi non è di casa nostra, chi non è dei nostri. Ma nulla si dice di cosa sia lo straniero di per sé, a casa sua. Ed è una presa in giro dire: «Mi piacciono gli stranieri... a casa loro!»; proprio perché non si sa nulla su di loro a partire dalla semplice definizione della nazionalità. All’inizio abbiamo solo questo elemento decisivo per il diritto e per la giustizia, ma anche per la nostra coscienza, ossia l’opposizione binaria, massiva, tra noi e loro. Ebbene, questa semplice opposizione va pericolosamente in parallelo con un’altra divisione binaria: quella tra amico e nemico. Per i politologi è una struttura fondamentale del politico. Proprio il parallelismo tra l’opposizione noi-loro e l’opposizione amico-nemico costituisce il più grande pericolo spirituale. Da qui la domanda decisiva: su quale certezza si costruisce e si regge l’opposizione binaria cittadino-straniero, noi-loro? La risposta spontanea è questa: se non sappiamo chi siamo, si presume che sappiamo a cosa apparteniamo, di quale comunità siamo membri. Il concetto di appartenenza, di essere membri di... è così forte che ci porta a considerare la nazione alla quale apparteniamo come una persona, a indicarla con un nome proprio. Diciamo Francia, Inghilterra, Germania, Italia. Invece lo straniero viene definito negativamente come colui che non appartiene alla nostra cerchia d’identità, alla nostra sfera di appartenenza. Ora questo senso di appartenenza identitaria si troverà a vacillare, a essere in qualche modo scalzato, minato alla base, dalla riflessione che segue, incentrata sul ricordo simbolico di essere stati stranieri.

Ma restiamo un momento a questo stadio della sicurezza con i suoi aspetti giuridici forti: la certezza, la coscienza e la fiducia di appartenere a un dato corpo politico è una garanzia, protetta e sancita da un principio giuridico fondamentale, il principio di sovranità, che articola il diritto interno sul diritto internazionale e in base al quale rientra nella discrezionalità di uno Stato delimitare il proprio territorio, definire le regole di appartenenza alla comunità nazionale e dunque istituire l’opposizione binaria tra nazionale e straniero. Ciò significa,

in negativo, che uno non può scegliere, per esempio, di diventare britannico se lo desidera. La nazionalità è un bene che il nostro Stato concede sovranamente a chi vuole, è un bene che noi distribuiamo agli altri, ma che non abbiamo mai distribuito a noi stessi: di solito lo possediamo già.

Restando un momento sul piano giuridico, ricorderò tre applicazioni, tre corollari della sovranità. Primo corollario: il legame tra Stato, territorio e popolazione è immediato. La nazione è uno spazio popolato che ha un nome proprio. Dunque, nel costruirsi, lo Stato costruisce il proprio territorio, il proprio spazio di giurisdizione e le proprie frontiere; poiché esistono frontiere fisiche, giuridiche, politiche, che fanno della nazione un’entità limitata: è un Paese.

Seconda applicazione: il legame tra nazionalità e cittadinanza. Nella tradizione giacobina alla quale apparteniamo esse si sovrappongono quasi completamente, salvo poche eccezioni: bambini, carcerati, malati mentali; ma sostanzialmente si può dire che nazionalità e cittadinanza si sovrappongono. Ora, che cos’è la cittadinanza? È la capacità di contribuire, di partecipare al potere politico, in particolare attraverso l’elezione che conferisce a ogni cittadino un atomo di sovranità. Ne vediamo immediatamente il lato negativo: a definire da questo punto di vista lo straniero è, stando al primo criterio, il fatto che si situa al di fuori del nostro spazio nazionale, al di fuori delle nostre frontiere; e, stando al secondo criterio, non ha capacità politica. In alcuni Paesi si cerca in parte di rimuovere tale incapacità politica, per esempio autorizzando gli stranieri a partecipare alle elezioni locali. Ma per quanto riguarda la costruzione del potere centrale, esecutivo e legislativo, non esiste attualmente alcun esempio di accesso degli stranieri alla cittadinanza attiva. Ce ne sono stati in passato, durante la Rivoluzione francese: stranieri onorevoli sono stati trattati da cittadini attivi.

La terza implicazione della sovranità – con la regola negativa di esclusione che le corrisponde – trova la sua espressione in quella che chiamiamo la nostra carta d’identità. La nostra appartenenza allo Stato-nazione, con il suo territorio e la sua cittadinanza, costituisce una parte della nostra identità personale. È ciò che si chiama lo “stato delle persone”: la carta d’identità comprende cognome e nome, luogo e data di nascita e nazionalità. La nazionalità è dunque costitutiva dell’identità personale, che a sua volta costituisce un frammento dell’identità di appartenenza.

Ecco la base di partenza del nostro itinerario. Ho insistito, forse troppo a lungo, sull’importanza di questa pesantezza, di questa gravità, della sensazione rassicurante di appartenenza. Ripeto: se non sappiamo chi siamo, almeno sappiamo a che cosa apparteniamo. È questa posizione certa, stabile, di cittadini insediati che andremo ora a far vacillare.


Come combattere la xenofobia, naturale e spontanea
Proseguo l’itinerario con un secondo punto che chiamo di “destabilizzazione dell’identità”. È proprio la certezza di sapere a che cosa apparteniamo che la memoria simbolica o effettiva di essere stati stranieri va a lacerare. Si tratta molto spesso di una memoria simbolica, di una rimemorazione profonda dell’assenza finale di radici ultime alla base della nostra esistenza. La cattività in Egitto diventa il simbolo potente di essere potuti esistere in un luogo diverso dal nostro ambiente familiare. Tutto il movimento che intendo spiegare consiste nel passare dalla certezza dell’identità di appartenenza a una sorta di radicale incertezza che riguarda non più la domanda «A che cosa apparteniamo?» bensì «Chi siamo, in fondo? Chi sono io?». La domanda «Chi sono io?» è in qualche modo la chiave occultata da tutte le evidenze che ho appena richiamato e dalle risposte alla domanda circa a quale corpo politico apparteniamo. In altre parole, la nostra carta d’identità deve iniziare a porci un problema.

Comincia qui un itinerario di destabilizzazione, la scoperta della nostra stessa estraneità. Partiamo anzitutto dal fatto che non siamo del tutto informati e che non abbiamo ragioni trasparenti riguardanti questa appartenenza. Non siamo in grado di rispondere alla domanda: «Ma perché siete francesi?». Non è una domanda naturale, spontanea. Lo siamo, e al massimo possiamo chiederci con l’immaginazione: «Che cosa può voler dire essere francese?». È una domanda che crediamo di maneggiare meglio della domanda «Come dev’essere essere tedesco o britannico?». Per l’esattezza, il primo momento di destabilizzazione è il confronto. Confronto ineluttabile. Paragone: che cos’è essere francese e che cos’è essere tedesco o inglese? In questo confronto tutto può vacillare, perché anzitutto noi fantastichiamo sull’altro. Sempre rassicurando noi stessi di non essere l’altro. Così scopriamo questa inquietante, attraente, affascinante estraneità. Si può dire che con il confronto cominci una sorta di lacerazione e di minaccia. E perché? Perché l’identità profonda, quella che corrisponde alla domanda «Chi sono io?», e che l’identità di appartenenza maschera, si scopre di colpo incredibilmente fragile. Perché fragile? Per diverse ragioni. La prima fonte di fragilità consiste nella difficoltà di mettere al sicuro nel tempo la nostra consistenza, la nostra coerenza: come restare gli stessi attraverso tutti i cambiamenti di situazione, di esperienza, di azione e di sofferenza. Ci sentiamo sempre minacciati di venire distrutti dall’interno dal cambiamento. Seconda fonte di fragilità: cerchiamo sempre di essere uguali a noi stessi, di aderire perfettamente a noi stessi. Questo fantasma della chiusura su di sé si rivela un sogno impossibile. Facciamo acqua da tutte le parti nel tentativo disperato di chiudere il cerchio con noi stessi. Terza fonte di fragilità: la sensazione che alla base della nostra identità collettiva, e forse anche personale, ci sia la violenza: sono pochi gli Stati e le culture che non sono legati a una violenza fondatrice. Alla radice di tale violenza c’è un rapporto con la morte che non è riducibile alla certezza di dover morire; è la scoperta del rapporto con la morte conosciuta come inflitta dall’uomo all’altro uomo; questo rapporto con la morte non è riducibile alla semplice mortalità; è la minaccia dell’omicidio che sta alla base della cultura. Pochi Stati e poche culture sono sfuggiti a questa violenza fondatrice; perciò resta sempre precaria la conquista della civiltà sulla barbarie.

Per tutte queste ragioni l’altro è percepito fondamentalmente come una minaccia. Minaccia legata alla coerenza nel tempo; minaccia legata al fallimento dell’adesione di sé a sé; minaccia legata alla rimozione del fondo di violenza originaria, del rapporto della vita con l’omicidio. È terribilmente facile ritornare barbari. Altrimenti non si capirebbe quello che è successo nel XX secolo.

Tutto questo mostra che la xenofobia è naturale e spontanea. Bisogna ammetterlo. Le passioni identitarie sono profondamente radicate in noi. Nessun popolo ne è più affetto di un altro. L’importante sotto questo aspetto non è rimuovere il sentimento cattivo, ma portarlo alla luce del linguaggio. La vera domanda è: che cosa facciamo di questo sentimento; come lo combattiamo? Comincia qui il lavoro del ricordo dell’esilio.

Il pericolo dell’ideologia della differenza?
La prima fase del lavoro su questo ricordo, il ricordo dell’esilio, consiste nel condurre a termine tutti i pericoli del confronto, tutte le minacce scaturite dal fantasma dello straniero, finché non ci sentiremo uno fra i tanti. È un’esperienza che possiamo fare molto semplicemente con il linguaggio; la prima scoperta che uno scolaro può fare è che altri parlano lingue che noi chiamiamo straniere. Dobbiamo scoprire che la diversità delle lingue è un fatto fondamentale della realtà umana. Un fatto stupefacente, del resto, perché tutti gli uomini parlano. È proprio da questo che si riconosce in parte l’umanità. Ma non esiste una lingua universale. La diversità delle lingue costituisce una frammentazione primitiva. C’è, in questo, qualcosa che ci deve stupire e far andare avanti, perché il lavoro che possiamo fare sulla nostra lingua ci fa capire che è una fra le tante. A questo punto scopriamo, forse per la prima volta, il miracolo dell’ospitalità sotto la forma della traduzione. Attraverso la traduzione cominciamo a capire che quello che si dice nella nostra lingua può essere detto anche in un’altra; al tempo stesso in quella lingua viene detta un’altra cosa che forse nella mia non posso dire. Parlando della traduzione, non do solo un esempio, ma già un modello di ospitalità. Tradurre è abitare un’altra lingua: l’altra lingua nella nostra.

Dobbiamo proseguire sul cammino dello straniero, scoprire in noi stessi altre zone nascoste di estraneità. Così scopriamo dentro di noi pulsioni improvvise che ci stupiamo di avere accolto. Grazie a tali pulsioni e ai corrispondenti fantasmi, entriamo nel territorio dell’inquietante estraneità. Quando mi dicono «Se lei fosse nato in Cina non sarebbe cristiano», non mi dicono nulla di sensato. In realtà si tratterebbe di un altro diverso da me. Certo, ho la possibilità di immaginare che avrei potuto essere un altro; e questo è un fantasma fastidioso che dà da pensare. Ma è un fantasma.

Da qui passiamo al caso del luogo e dell’epoca. Esiste un legame fortuito tra quello che noi siamo e questo angolo di spazio o di tempo. Pascal lo avverte con una sorta di violenza spirituale, quando parla dell’uomo «perso in un angolo dell’universo». Faccio notare che in fondo è un tema biblico forte, legato a quello che sembra essere il suo contrario, cioè l’elezione. L’elezione è, per il nostro senso di appartenenza, l’equivalente dell’adozione per il nostro senso di filiazione. Siamo in qualche modo di una certa nazionalità per una simbolica adozione. Adottati come eredi dai nostri predecessori. L’elezione, così intesa, è la sensazione di avere un nostro diritto a essere qui piuttosto che là, a essere possessori di questa terra piuttosto che di un’altra. L’elezione deve essere pensata non come un privilegio, ma come il richiamo a gestire beni che ci vengono affidati e dei quali in definitiva non siamo possessori. È l’idea di un dono revocabile. Ecco il fondamento teologico dell’ecologia.

Su questo cammino la possibilità di perdersi è certamente grande. Possibili derive sono legate proprio al senso di estraneità, e ne guariremo solo attraverso l’ospitalità. Si è creato un notevole romanticismo popolare attorno a quello che chiamerò il culto dell’erranza, in cui ci si gloria di non parlare da nessuna parte, di non venire da nessuna parte, di non andare in nessuna parte, di essere perpetuamente altrove. È l’assoluto contrario del senso di appartenenza. E si spinge fino alla perdita dell’identità personale di sé. Vedo in molti dei miei giovani colleghi, in quello che viene chiamato il “postmodernismo”, tutta un’ideologia della differenza che mi sembra costituire l’esatto contrario dell’isteria identitaria. In realtà ciò che deve poter equilibrare il senso della differenza è il senso della similitudine umana, dell’altro mio simile. È il famoso “come” del Levitico. «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Nell’ideologia della differenza si rischia di perdere il “come”. C’è un punto estremo dove le differenze diventano indifferenze. C’è solo l’altro dall’altro, indefinitamente... È l’esilio senza ritorno, come se Ulisse non ritornasse mai a Itaca, come se Abramo partisse, ma non andasse da nessuna parte.

? Un diritto reciproco all’ospitalità

A questo punto vorrei abbozzare lo stadio del ritorno all’ospitalità. Il punto d’arrivo di tutta la riflessione qui percorsa è reinventare l’ospitalità grazie al ricordo fittizio o reale di essere stati stranieri. È l’ultimo stadio del nostro itinerario, nell’intervallo tra i due testi biblici, il Levitico e Matteo. Se dobbiamo fare memoria di essere stati, e di essere sempre, stranieri, è al solo scopo di ritrovare il cammino dell’ospitalità. È il senso profondo del Levitico: «Amare l’altro come me stesso». L’ospitalità può essere definita come la condivisione dello stare “in casa propria”, la messa in comune dell’atto e dell’arte di abitare. Insisto sul vocabolo “abitare”: è la maniera di occupare umanamente la superficie della terra. È abitare insieme. In proposito farò notare che il termine “ecumenismo” viene dalla parola greca che significa “terra abitata”.

L’ospitalità s’inscrive nella radice morale dell’atto di abitare insieme. Questo stesso atto riassume un itinerario condensato del quale il nostro vocabolario conserva traccia. La definizione del termine “ospitalità” nel Robert riassume tutto un percorso. Si parte da un senso medievale, quello di generosità gratuita, non obbligatoria e un po’ condiscendente, che corrisponde all’antico significato del termine “carità” (il Robert nota: antiquato, «Carità che consiste nell’accogliere, alloggiare e nutrire gratuitamente gli indigenti, viaggiatori, in un edificio apposito»). Ricordo che il termine “ospedale” viene da lì. Segue una citazione datata 1548: è l’epoca in cui si rileggono gli antichi. L’ospitalità antica ha una posizione chiave in Omero, poiché la guerra di Troia comincia con il rapimento di Elena, ossia con la violazione dell’ospitalità. I greci avevano costruito l’idea di un diritto reciproco a trovare alloggio e protezione gli uni dagli altri, per esempio tra due città. È questo diritto reciproco che Paride viola. È l’inizio della guerra di Troia. È solo dal XVI secolo, e dunque da una combinazione tra greco, ebraico e cristiano, che si è formato il significato positivo dell’ospitalità che il Robert definisce così: «Il fatto di ricevere a casa propria, magari alloggiandolo e nutrendolo gratuitamente, l’ospite». Dunque ci si imbatte nel termine ospite e non più ospedale. Questa storia condensata del termine ci fa assistere a una progressiva riduzione dello spirito di superiorità del donatore, della condiscendenza nella generosità, che contamina l’atto di ricevere in casa propria, di condividere l’“a casa”.

Il punto finale di questa evoluzione è l’idea che al dovere dell’ospitalità corrisponda un diritto all’ospitalità. Trovo espresso questo diritto nel Progetto di pace perpetua di Kant: «Si tratta qui non di filantropia ma di diritto. Ospitalità significa in questo caso il diritto che ha lo straniero, al suo arrivo in territorio altrui, a non essere trattato da nemico [...]. È il diritto di ogni uomo a proporsi come membro della società». Ciò significa che ogni ospite è un candidato virtuale alla cittadinanza. Consiste in questo la forza dell’idea del diritto all’ospitalità, che dunque non è un effetto di generosità suntuaria, condiscendente, ma un diritto effettivo. Quale diritto? A questo punto arriviamo al fondamento del diritto internazionale, a quel fondo del diritto che non è stato intercettato dal diritto nazionale, ma che non ha ancora trovato le sue istituzioni appropriate, dal momento che persino l’Onu è solo espressione della buona volontà dei suoi membri; è una coalizione; in questo senso non è ancora un’istituzione nel senso forte di istanza superiore sovrana. Il diritto internazionale è stato pensato con forza nel XVII e nel XVIII secolo come trascendente il diritto interno degli Stati-nazione. L’unica espressione che ne abbiamo attualmente sul piano giuridico si trova negli abbozzi del diritto d’ingerenza, nell’istituzione dei tribunali internazionali e fondamentalmente nel concetto di crimine imprescrivibile contro l’umanità di cui il genocidio costituisce il nocciolo duro. Ma se bisogna dare un senso all’idea di crimine imprescrivibile contro l’umanità bisogna che abbia un senso anche il concetto di umanità.

Ora, se l’umanità deve avere un senso sul piano del diritto internazionale, può essere solo a partire dal diritto reciproco all’ospitalità, quello che Kant chiama il diritto cosmopolita. È vero che oggi la cittadinanza può articolarsi solo nel quadro nazionale. È un fatto; e forse il concetto di “cosmopolita” non può costituire un concetto politico. Attualmente questo punto è molto discusso in filosofia politica. È possibile pensare una cittadinanza senza frontiere? In altre parole, si può uscire dal rapporto binario cittadino-straniero? Eccoci giunti al termine più avanzato del nostro viaggio nell’intervallo tra Levitico e Matteo. Ma non è un punto d’arrivo. Non è un punto di riposo, perché cominciano qui tutte le difficoltà. Dov’è il problema di fondo? È che non sappiamo, e nessuno sa, come combinare in maniera intelligente e umana il diritto internazionale, e il suo fondamento di diritto reciproco all’ospitalità, con la struttura binaria del politico: cittadino- straniero. Non lo sappiamo.

Il giudizio finale sullo straniero
Vorrei dire qualche parola sul testo del giudizio finale in Matteo. Questo testo viene spesso considerato in maniera moralizzante come un ammonimento: «Fa’ in modo di non trovarti dalla parte sbagliata nell’ultimo giorno». Se ci si ferma qui, il testo non aggiunge nulla a quanto abbiamo detto sul dovere dell’ospitalità e ancor meno sulle difficoltà di conciliarlo con tutte le limitazioni legate al rapporto tra cittadino e straniero. La ricchezza di questo testo risulta dalla messa in scena del giudizio, che mira a porre a nudo, allo scoperto, tutto quello che avremo dissimulato e il senso di quello che avremo fatto; è la verità dei nostri atti portata alla luce. Penso che sia molto importante quest’idea di messa allo scoperto. Inoltre si può interpretare il giudizio non solo come divisione tra due gruppi di persone, da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, ma come una divisione all’interno di ciascuno di noi. Sorge allora la domanda: quale parte di me sarà purificata dal fuoco di Dio e quale invece consumata, annientata...?

Vorrei concludere con una sorprendente osservazione del testo, ossia la sorpresa che è pari da una parte e dall’altra: «Quando, Signore, ti abbiamo visto affamato, assetato, straniero, malato o prigioniero?». Lo dicono entrambi i gruppi. Tutti sono stupiti. Certo, nel testo esiste una risposta: «In verità, vi dico, ogni volta che non l’avete fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto neanche a me». Ma bisognava passare attraverso la domanda perché la risposta restasse sorprendente. Penso allora a un altro proverbio biblico: «La tua destra ignori quello che dà la sinistra». Sono le mani della stessa persona, una deve ignorare ciò che l’altra dà o trattiene. Gloriosa ignoranza della mano generosa e tenebrosa ignoranza della mano avara. Se bisogna essere informati per quanto riguarda il prendere e il trattenere, non bisogna cercare di essere troppo informati per quanto riguarda il dare e il ricevere. Non si sa. «Quando, Signore, ti abbiamo visto affamato, assetato, nudo, straniero, malato o prigioniero?». E chi sono “i più piccoli” nei quali il Signore si mostra e si dissimula? Resta l’interrogativo. Sta a noi dare una risposta personale, una risposta sociale, una risposta politica, una risposta umana.

Da "http://rivista.vitaepensiero.it" Straniero, io stesso. Il dovere dell’ospitalità di Paul Ricoeur


Le folli idee nella manovra economica del Governo Conte. Fare più spesa dovrebbe agire da “moltiplicatore” sul Pil (ed è una proposta che non funziona). E non ci farebbe bene rinchiuderci in un sovranismo monetario ridicolo e pericoloso.


Una settimana è trascorsa dall’annuncio che la coalizione rosso-brunata aveva raggiunto un accordo sul testo della legge di stabilità finanziaria (Def): il deficit per il 2019 sarebbe stato pari al 2,4% del PIL, il bilancio dello stato avrebbe contenuto una serie di provvedimenti destinati a soddisfare (almeno in via di principio) alcune delle promesse elettorali di Lega e M5S. Ad oggi il Def – nel senso proprio del termine – non esiste e parlarne con un minimo di serietà è praticamente quasi impossibile (il lettore interessato troverà qui un tentativo apprezzabile). L’incommentabile sceneggiata del Ministro del Tesoro – che si presenta all'Ecofin, non sa cosa dire ai propri colleghi europei e quindi se ne scappa – altro non fa che confermare la natura pagliaccesca di quanto sta accadendo.

In attesa, quindi, che il governo produca simulazioni e tabelle tali da rendere comprensibile cosa intende fare durante il 2019 e gli anni seguenti, facciamo un passo indietro (o di lato) e proviamo a riflettere sull’impostazione di politica economica che sottende le misure annunciate. Le quali consistono, come abbiamo visto, in una serie di operazioni di trasferimento fiscale – alleggerendo il carico sui gruppi sociali da cui il governo riceve appoggio per scaricarlo su quelli ritenuti ostili – e di trasferimento assistenziale – aumenti di spesa a favore di gruppi sociali affini ai partiti di governo. Il tutto ci viene presentato come il primo passo sulla strada di un’autentica rivoluzione nella politica economica italiana, rivoluzione che porterà anzitutto ad una drastica riduzione delle disuguaglianze economiche (Di Maio ha dichiarato che questo DEF “abolisce la povertà in Italia”) seguita da una ripresa della crescita economica del paese (altri ministri hanno dato cifre roboanti a questo riguardo).


L’intero “stimolo alla crescita” si fonda sull’idea che – per fare un paio di ovvi esempi – dare reddito ai neo-pensionati e toglierlo ai giovani lavoratori possa creare un “moltiplicatore” maggiore

Che cosa giustifica queste roboanti affermazioni e meravigliose promesse? Qual è il modello di funzionamento del sistema economico che questo governo ha in mente e cosa suggerisce questo modello sui modi attraverso cui l’intervento dello stato potrebbe migliorare tale funzionamento? La risposta, ironicamente, la trovate su questo stesso quotidiano in un lungo articolo apparso un paio di giorni fa, articolo che riporta stralci dall’ultimo libro, appena tradotto in italiano, di Joseph Stiglitz. Il libro, o perlomeno gli stralci pubblicati, meriterebbero una disamina più articolata di quella che le prossime 500 parole permettono, ma alcune cose molto sintetiche possono essere comunque dette.

L’idea di fondo di Joe Stiglitz è che maggiori sono le disuguaglianze economiche minore sia la crescita economica. Tralasciamo gli errori fattuali (sia storici che statistici) e le incongruenze logiche su cui fonda questo suo ragionamento e prendiamolo per vero. Capisco risulti difficile farlo sia perché le disuguaglianze economiche sono diminuite, dopo la crisi del 2008, in molti paesi, sia perché sarebbe sufficiente dare un’occhiata ai dati su disuguaglianza e crescita nei vari paesi e regioni europee per capire che il semplice nesso che JS vuole stabilire non esiste e la relazione fra crescita e disuguaglianza è molto più complessa di quanto lui la faccia. Ma, ripeto, facciamo finta sia vero quel che JS predica.

Egli sostiene che solo riducendo la disuguaglianza potremmo ottenere crescita economica e che la disuguaglianza va ridotta non solo con politiche redistributive ma anche, e soprattutto, redistribuendo potere da “patrimoni finanziari” a “il resto”. Come si faccia (altro che aumentando imposte sul reddito da capitale) JS non lo dice ma gli ascoltatori non disattenti delle teorizzazioni televisive dei nuovi guru rosso-brunati riconosceranno in esse gli echi delle confuse affermazioni stiglitziane. Il Def annunciato sembra costituire un esperimento, in quella direzione, lungo gli assi della redistribuzione e della roulette russa finanziaria. Il terzo asse, ovvero l’avvio di nazionalizzazioni e la ripresa di un intervento statale diretto nell’economia, seppur annunciato, si limita per ora all’ennesimo salvataggio di Alitalia.

Altro aspetto di questa manovra: la sfida alle regole più elementari della finanza e del credito nel nome di un “sovranismo monetario” tanto ridicolo quanto pericoloso

Il trasferimento di reddito da un gruppo sociale all’altro farebbe ripartire la crescita grazie al magico moltiplicatore. Ora, poiché (per la parte non a debito) tali trasferimenti si finanziano con tagli di altre spese, l’intero “stimolo alla crescita” si fonda sull’idea che – per fare un paio di ovvi esempi – dare reddito ai neo-pensionati e toglierlo ai giovani lavoratori possa creare un “moltiplicatore” maggiore. O che la propensione al consumo dei titolari di piccole partite IVA sia maggiore e più benefica alla crescita di quella dei dipendenti delle medio-grandi aziende industriali. O che tagliare ulteriormente i finanziamenti che vanno agli enti locali per scuola e sanità usandoli per nazionalizzare Alitalia ed altre imprese decotte aumenti la produttività aggregata e l’occupazione redditizia. Questa la prima scommessa “stiglitziana” che sorregge la finanziaria 2019 dell’Italia rosso-brunata.

Ve ne è poi una seconda, meno trasparente ma nondimeno importante, anzi forse più cruciale. Essa consiste nella sfida alle regole più elementari della finanza e del credito nel nome di un “sovranismo monetario” tanto ridicolo quanto pericoloso. Abbiamo assistito, in questi anni, a dozzine di “teorici monetari” che dagli schermi delle televisioni italiane hanno predicato cazzate d’ogni sorta, regolarmente applauditi da conduttori televisivi compiacenti. Abbiamo così scoperto che non vi sono limiti economici al rapporto fra debito pubblico e reddito nazionale, che la monetizzazione del debito pubblico è operazione indolore e che permette di aumentare la spesa pubblica a piacere, che i differenziali sui tassi d’interesse sono artificiali invenzioni dei poteri finanziari e che i debito emessi da stati differenti dovrebbero pagare lo stesso tasso d’interesse nominale ... e così via. Detto altrimenti: spendete a debito e non ponetevi il problema dei costi futuri del suo servizio. La teoria stiglitziana dice che possiamo emettere strumenti monetari “fiat” per ripagare, in modo indolore, tali costi in futuro.

Bene, come è già oggi apparente ed i prossimi giorni certificheranno, il governo italiano ha deciso di testare alcune di queste ipotesi e, con l’andare dei mesi, son certo che altre ne seguiranno. Avremmo quindi modo di verificare sulla nostra pelle se le “nuove” teorie economiche di Joseph Stiglitz (elaborate con il supporto cruciale della Fondazione Soros) saranno capaci di produrre il miracolo promesso, oppure no. Basta aspettare.


Da "www.linkiesta.it" Ma quale moltiplicatore: con la manovra del popolo non cresceremo mai

Manovra 2019, follie da condono fiscale

Venerdì, 02 Novembre 2018 00:00

Il decreto legge fiscale collegato contiene diverse disposizioni che hanno l’obiettivo di fare gettito incentivando, tra l'altro, alla chiusura delle liti fiscali o alla regolarizzazione dei capitali all’estero. Poi c’è l’integrativa speciale: è talmente strampalata da favorire chi ha evaso e penalizzare i contribuenti onesti e in difficoltà economiche.

Una delle novità più importante della manovra 2019 è il condono fiscale, anzi i condoni, perché sono più di uno. Il decreto legge fiscale collegato contiene infatti diverse disposizioni che hanno l'obiettivo di fare gettito incentivando i contribuenti alla chiusura delle liti fiscali, al pagamento delle somme iscritte a ruolo e finora inevase, all'adesione ai processi verbali di constatazione. Si tratta in tutti questi casi della riedizione, con leggere modifiche, di analoghe sanatorie già sperimentate nei mesi o negli anni scorsi.

Poi c'è l'integrativa speciale, che è la vera novità di questo giro di valzer. Si tratta di una sanatoria piuttosto strampalata, con alcuni aspetti difficili da comprendere e qualche contraddizione evidente. E poi c'è un problema politico. Il testo del decreto legge non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e già sono esplose le polemiche all'interno di una delle componenti del governo, i 5stelle, che contestano in particolare la sanatoria penale per i reati di riciclaggio e autoriciclaggio connessi ai maggiori redditi dichiarati. Ma si tratta di un non-problema, tutti i condoni sono sempre stati coperti da garanzie penali per le violazioni spontaneamente denunciate, anche se poi qualche volta lo stato ha smentito se stesso e le garanzie offerte al contribuente: basti pensare a scudo fiscale e condono tombale che si sono trasformati nel corso degli anni in uno scudo di latta i in un condono quasi-tombale.

I veri problemi legati alla dichiarazione integrativa speciale sono ben altri. Per esempio gli strani limiti imposti, che consentono di sanare fino ad un massimo del 30% di reddito imponibile dichiarato, con l'ulteriore limite di 100 mila euro per ogni anno. Come ha evidenziato uno studio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti il massimo vantaggio lo si ottiene facendo emergere almeno 75 mila euro di maggior reddito imponibile. Con una integrativa di 20 mila euro il vantaggio fiscale si assottiglia, fino a meno della metà.


Altro aspetto paradossale: chi dichiara un reddito in nero ottiene benefici in termini di sconti d'imposta, depenalizzazione, possibilità di rateizzare gli importi, mentre chi ha presentato una regolare dichiarazione dei redditi ma poi, per mancanza di liquidità, non ha versato le imposte dovute (e quindi è in un posizione oggettivamente meno grave) non può accedere a nessuno di questi benefici, in palese contrasto con quanto sottoscritto nel contratto del governo del cambiamento, dove si dichiarava di volere venire incontro ai contribuenti in difficoltà nel versamento delle imposte: se così fosse il primo ad essere agevolato dovrebbe essere proprio chi ha dichiarato tutto correttamente ma poi, per mancanza di liquidità, non ha potuto effettuare i versamenti, contando di poterlo fare dopo l'arrivo dell'avviso bonario: le imprese in queste condizioni sono più di quanto ci si potrebbe aspettare, per un valore di 40 miliardi di imposte non versate.

Difficilmente la dichiarazione integrativa, per come è strutturata, attirerà folle di contribuenti. Il costo infatti può essere elevato: 20% a titolo di imposte dirette e contributi previdenziali (ma l'Inps non ha niente da dire?) più eventuale 20% a titolo di ritenute, un caso per la verità piuttosto raro, più l'Iva al 22% o l'aliquota media. Inoltre è evidente che l'imprenditore che autodenuncia un'evasione rischierà di essere messo nella lista dei cattivi per gli accertamenti degli anni successivi. A queste condizioni la dichiarazione integrativa finirà per essere utilizzata solo in casi particolari, per esempio dal dipendente che non ha dichiarato una locazione per una casa che aveva a disposizione.

È evidente che i contrasti politici all'interno della maggioranza di governo non hanno consentito la stesura di un testo coerente ed efficace: si può solo sperare che nel corso dei lavori parlamentari vengano corrette almeno le storture più evidenti legate a questa innovativa sanatoria che, così come è stata scritta, sembra un flop annunciato.


Da "www.italiaoggi.it" Manovra 2019, follie da condono fiscale di Marino Longoni