A pochi giorni dall’adozione del Global Compact ricorre la giornata internazionale per i diritti del migrante. L’ Alta rappresentante Ue, nell’occasione, riafferma la necessità di impegnarsi nella prevenzione dei viaggi irregolari e rischiosi

Bruxelles – “La storia dell’essere umano è una storia di migrazioni”. Dice cosí l’alta rappresentante Ue Federica Mogherini in occasione della giornata mondiale dei migranti, che ricorre domani 18 dicembre. “Per migliaia di anni le persone si sono spostate da un luogo a un altro per una molteplicità di ragioni, e continua a farlo tuttora”.

Nel 2000 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 18 dicembre Giornata internazionale per i diritti dei migranti. Lo stesso giorno di 10 anni prima era stata approvata la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. L’esigenza di occuparsi delle condizioni dei lavoratori che migravano, pero’, era sorta già numerosi anni prima. Nel 1972 è un evento in particolare a smuovere per la prima volta le Nazioni Unite: un camion che avrebbe dovuto trasportare macchine da cucire e coinvolto in un incidente nel tunnel del Monte Bianco. Nell’impatto 28 lavoratori originari del Mali perdono la vita: erano nascosti sul camion. Viaggiavano verso la Francia, alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita dignitose. La vicenda spinge le Nazioni Unite ad occuparsi, per la prima volta, dei diritti dei lavoratori migranti.

Oggi i migranti internazionali a giro per il mondo sono 258 milioni. In una nota, la Commissione europea sottolinea che l’Ue “riafferma in questa giornata il suo impegno a proteggere i diritti umani dei migranti, nell’intento di prevenire i pericolosi viaggi irregolari, garantendo per contro opportunità per percorsi legali e sicuri”.

“Per fare ciò stiamo lavorando con tutti i nostri partner a livello mondiale. Il fenomeno migratorio richiede alleanze globali: nessun Paese può occuparsi da solo di migrazioni, né l’Europa, né alcun altro al mondo”, si continua a leggere nella nota.

Un messaggio che arriva forte, soprattuto all’indomani delle proteste di ieri a Bruxelles contro il Global Compact, nel quartiere delle istituzioni europee. Il patto globale sulle migrazioni voluto dall’Onu è stato infatti siglato la scorsa settimana a Marrakech da 164 Paesi. I manifestanti si sono scontrati con un altro corteo, che sfilava invece contro xenofobia e razzismo. L’intervento della polizia non ha tardato ad arrivare, rispondendo con gas lacrimogeni e idranti davanti alla Commissione europea.


Da "www.eunews.it" Ue, Mogherini: “La storia dell’uomo è una storia di migrazioni”

Tagli al sociale

Venerdì, 28 Dicembre 2018 00:00

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano trova la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sulle società. Le parole del segretario della Cei

Sotto l’albero di Natale il non profit italiano – il mondo del sociale e della beneficenza in particolare – trova un "regalo" poco gradito: la cancellazione dello sconto del 50% sull’Ires, l’imposta sui redditi delle società.

La cancellazione della mini-Ires «agli enti non commerciali» rientra tra i molti tagli introdotti per recuperare risorse a favore del Reddito di cittadinanza e Quota 100 alle pensioni senza incorrere nella Procedura europea. La misura secondo le previsioni del governo dovrebbe fruttare 118 milioni.

L’Ires raddoppierà dal 12 al 24% per moltissime realtà considerate meritevoli da quasi mezzo secolo. Ad essere colpiti, come si era intuito ed è stato confermato dall'emendamento presentato dal governo, sono gli enti indicati nell’articolo 6 del Dpr 601 del 29 settembre 1973 (Disciplina delle agevolazioni tributarie), dunque, tra gli altri: gli istituti di assistenza sociale, le società di mutuo soccorso, gli enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, gli istituti di istruzione e di studio, i corpi scientifici, le accademie, le fondazioni e associazioni storiche, letterarie, scientifiche, gli enti ecclesiastici, gli Istituti autonomi per le case popolari.

Non appena si è diffusa la notizia, qualche organo di stampa ha subito parlato di taglio delle agevolazioni alla Chiesa, in realtà i soggetti penalizzati tra chi interviene a favore dei poveri e dei più deboli o chi opera nella cultura e nell’assistenza sono moltissimi, alcuni legati al mondo cattolico, tanti altri invece laici.

Russo (Cei): verrebbe penalizzato il volontariato
Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Stiamo seguendo – come tutti – i contenuti della Legge di Bilancio, rispetto ai quali non mancano elementi di preoccupazione, che ci auguriamo di poter veder superati. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui versa il Paese, come pure delle richieste puntuali della Commissione Europea. Nel contempo, vogliamo sperare che la volontà di realizzare alcuni obiettivi del programma di Governo non venga attuata con conseguenze che vanno a colpire fasce deboli della popolazione e settori strategici a cui è legata la stessa crescita economica, culturale e scientifica del Paese. In particolare, se davvero il Parlamento procedesse con la cancellazione delle agevolazioni fiscali agli enti non commerciali (con la soppressione dell’aliquota ridotta Ires), verrebbero penalizzate fortemente tutte le attività di volontariato, di assistenza sociale, di presenza nell’ambito della ricerca, dell’istruzione e anche del mondo socio-sanitario. Si tratta di realtà che spesso fanno fronte a carenze dello Stato, assicurando servizi e prossimità alla popolazione».

Il Forum del Terzo Settore: una misura assurda
Dura anche la reazione del mondo del sociale e del volontariato: "E' assurdo che debba essere proprio il Terzo settore a pagare l'accordo con l'Europa. Un prezzo alto: da una prima stima, solo per il primo anno, il volontariato italiano andrà a versare 118 milioni di euro" ha affermato la Portavoce del Forum nazionale del Terzo Settore, Claudia Fiaschi. "Un provvedimento - continua Fiaschi - che ci sembra particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore". Il Forum ha criticato anche gli "effetti paradossali" e penalizzanti ddel cambio delle norme sulla fatturazione elettronica per gli enti che hanno optato per il regime forfettario.


Da "www.avvenire.it" Tagli al sociale. Manovra, a pagare è il non profit. Russo (Cei): penalizzati i deboli

Natale 2018

Martedì, 25 Dicembre 2018 00:00

Buon Natale!

Devote dirlo all’inglese Theresa May. Sicuramente ha atteggiamento rigido e supponente, nel pieno buio. Tuttavia, nonostante la sua pretesa che “i giorni migliori sono davanti a noi”, le prospettive non promettono nulla di buono. Nel migliore dei casi, il Regno Unito naviga verso anni di disordini e di rimorsi e acrimonia politici che influenzeranno società, economia ed autorità di governo. Nel peggiore dei casi, stress e tensioni sul divorzio Brexit dall’Europa potrebbero vedere la famiglia delle quattro nazioni divisa da una crisi costituzionale. Dovremmo ricordare che mentre parti della storia culturale della Gran Bretagna hanno effettivamente un passato lungo ed eminente, la Magna Carta per esempio del 1215 che stabilì diritti legali e politici individuali, l’attuale struttura del “Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord” ha meno di 100 anni. Il Regno Unito, come sappiamo, è il risultato di quando il resto dell’Irlanda si separò da uno Stato nazione dopo la guerra d’indipendenza del 1919-21. Probabilmente, il Regno Unito è un amalgama piuttosto traballante tra Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord. Quest’ultima regione vide un conflitto trentennale (1968-98) con decine di migliaia di truppe inglesi che occuparono la regione per mantenervi una parvenza di ordine. Scozia e Galles hanno movimenti separatisti, cogli scozzesi che promettono un secondo referendum sull’opportunità di dichiarare l’indipendenza dal governo centrale di Londra. La testimonianza della fragile configurazione costituzionale della Gran Bretagna è la questione del confine irlandese su cui la Brexit è fallita. L’incapacità di Londra di negoziare un pacifico divorzio dall’Unione Europea era dovuta al pantano politico e costituzionale creato dalla rivendicazione territoriale della Gran Bretagna verso l’Irlanda del Nord. La maggior parte del popolo d’Irlanda non vuole un confine netto con la Brexit, e nemmeno il resto dell’UE. Ciò significava che il governo inglese doveva elaborare l’attuale piano Brexit mantenendo il Regno Unito nella zona commerciale dell’UE, al fine di evitare la questione dei confini con l’Irlanda. Ecco perché i brexiteer nel partito conservatore al governo minacciano di rovesciare la leadership di Theresa May. Considerano il suo piano di accordo un tradimento del risultato del referendum del giugno 2016 per lasciare l’UE, perché la vaghezza sull’Irlanda è, per loro, un’erosione dell’integrità territoriale inglese. Ma cos’è l’integrità territoriale inglese?
Anche un grande collegio elettorale con popolazione inglese che vuole rimanere nell’UE non è felice. Vedono l’accordo proposto da May come “mezzo arrangiata” e una “casa di recupero” senza capo né coda. Gli elettori scozzesi pro-indipendenza hanno anche notato le anomalie sull’Irlanda. Ragionando, gli scozzesi dicono che se all’Irlanda del Nord viene assegnato uno status eccezionale, essendo ancora nell’UE per evitare il problema dei confini, allora richiedono anche loro delle eccezioni. Va notato che nel 2016 le maggioranze referendarie in Scozia e Irlanda del Nord votarono per restare nell’UE. Il problema della Brexit è che riflette le profonde divisioni nel Regno Unito. Divisioni che c’erano probabilmente da sempre, ma erano rappezzate da una carata da parati unitaria. La Brexit era essenzialmente uno slancio inglese, specialmente tra quei “piccoli inglesi ” nazionalisti del partito conservatore che nutrivano il sogno di riportare la Gran Bretagna all’antico dominio, alla gloriosa Britannia, quando un quarto della massa terrestre era sotto l’impero. In quasi 40 anni di appartenenza all’UE, il partito conservatore inglese era in stato di guerra cogli euroscettici e chi desiderava far parte del blocco europeo. Il referendum sulla Brexit fu concesso dall’ex-capo dei Tory David Cameron per placare gli euroscettici del suo partito. Ciò che la maggior parte della gente non si aspettava era che il voto per uscire vincesse al referendum. Si può ipotizzare che una componente cruciale del voto fosse guidata dalla protesta contro le autorità in Gran Bretagna e a Bruxelles, non tanto sull’appartenenza all’UE. In generale, si trattava di una protesta per l’austerità economica e la mancanza di rappresentanza democratica. In altre parole, la brigata neo-imperialista inglese del partito Tory fu fortunata attingendo all’ampia ondata di malcontento popolare. Si è poi verificato un problema in base al quale la Gran Bretagna era sulla via del divorzio dall’UE, ma senza mai raggiungere il consenso su come rendere accettabili i termini del divorzio. Quasi la metà della popolazione votante non l’ha mai voluto il divorzio. Ecco perché il governo di May ha avuto un compito impossibile negoziando il sistema della separazione. Come può Londra venire a patti quando il Regno Unito è così frammentato sulla questione? Theresa May stessa era per rimanere nell’UE. Eppure guida un governo che negozia la Brexit. Ci sarà conflitto di interessi e convinzione, che si manifesta come la classica confusa crisi inglese.
May è in una posizione poco invidiabile. Ha il compito di raggiungere un compromesso impossibile tra fazioni inconciliabili, sia nel suo partito, sia nel Parlamento e nel Paese. Dopo due anni di rudi trattative tra Londra e Bruxelles, il futuro della Gran Bretagna sembra ancora più incerto e traballante I coltelli sono agitati dai parlamentari stessi, nonostante si riferiscano a lei come “mia onorevole amica”. May potrebbe sopravvivere a una sfida alla leadership, in parte perché i brexiteer come Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg non sembrano avere lo stomaco di prendere il calice di veleno. La scommessa migliore di May è forse indurre il parlamento ad abbozzare e votare il suo accordo sulla Brexit, perché l’alternativa dell’uscita dall’UE a marzo anno sarebbe catastrofica per l’economia e la società. Di fronte a uno scenario negativo, i legislatori inglesi del suo partito e dei vari partiti di opposizione potrebbero solo appoggiare i suoi piani per la Brexit. Nella migliore tradizione inglese, il Paese continuerà a lavorare a un piano che pochi sostengono davvero. La transizione per uscire dall’UE potrebbe andare avanti per anni, discutendo di questo o di quello. Tale processo di decadimento porterà solo ad ulteriore alienazione tra gli inglesi verso l’establishment politico e le istituzioni governative. Ma il rancore spingerà anche a un dibattito aspro in Scozia, Galles e Irlanda del Nord sulla validità del costrutto noto come Regno Unito. Già la debacle della Brexit ha reso nettamente chiaro che l’Irlanda sarebbe stata meglio unificata ed indipendente dalla Gran Bretagna. Le contorsioni sul confine irlandese dimostrano che la rivendicazione territoriale di Londra sull’Irlanda del Nord è dubbia e viola la giustizia naturale dovuta agli irlandesi. Sembra solo questione di tempo prima che le varie regioni che compongono la Gran Bretagna inizino a rendersi conto che la loro governance va meglio se sottratta al controllo di Londra. Ecco l’ironia. La Brexit può essere stata ispirata dalla nostalgia inglese per reclamare la gloria imperiale e bucaniera. Ma cercando di riportare l’orologio a un’immaginaria fu grandezza, i brexiteer finiscono per smantellare il Regno Unito.

Da "http://aurorasito.altervista.org" Come la debacle della Brexit distrugge il Regno Disunito

Guida all’accordo sulla Brexit

Venerdì, 21 Dicembre 2018 00:00

1) Perché è stato così difficile per il governo britannico approvare l’accordo con Bruxelles?

Il testo concordato fra i negoziatori britannici e quelli europei a Bruxelles ha suscitato — e continua a suscitare — molte perplessità a Londra perché lascia la Gran Bretagna strettamente legata alla Ue: in particolare i britannici continueranno a far parte di una forma di unione doganale e di fette del mercato unico, almeno fino a quando non sarà pienamente in atto una nuova partnership fra Gran Bretagna e Ue (il che potrebbe richiedere molti anni, o anche non realizzarsi mai). Inoltre ci saranno condizioni speciali, ancora più strette, per l’Irlanda del Nord. Agli occhi dei sostenitori della Brexit, questo è un tradimento del risultato del referendum del 2016, che loro interpretano come un mandato per una rottura netta con la Ue. Ma anche i politici filoeuropei ritengono che sia insensato uscire dalla Ue solo per rimarvi poi agganciati di fatto: meglio restare dentro, a questo punto.


2) Perché il governo di Theresa May ha ritenuto alla fine necessario accettare questo compromesso?

La soluzione prospettata si è resa necessaria per venire a capo della questione dell’Irlanda del Nord. Dopo gli accordi di pace di vent’anni fa, che hanno messo fine alla sanguinosa guerra civile fra cattolici e protestanti, la provincia britannica è di fatto un condominio con l’Irlanda e non vi è alcun confine fisico fra le due parti dell’isola. Ma con la Brexit quella diventerebbe la frontiera di terra fra il Regno Unito e la Ue e dunque non potrebbe più restare «aperta». Per evitare il ritorno a un confine «duro», che metterebbe a rischio l’architettura degli accordi di pace, è stato necessario mantenere tutto il Regno Unito all’interno dell’unione doganale, aggiungendo in più delle clausole speciali per l’Irlanda del Nord.


3) Cosa succederà ai cittadini europei?

La sorte dei cittadini europei era stata già concordata lo scorso dicembre: Londra si è impegnata a garantire tutti i diritti attuali agli europei che già risiedono nel Regno Unito. Anche chi arriverà durante il periodo di transizione, che durerà fino alla fine del 2020 e durante il quale si manterrà lo status quo, potrà godere degli stessi diritti. Le cose cambieranno a partire dal 2021: uno dei pilastri della Brexit è la fine della libertà di circolazione. Questo vuol dire che non sarà più possibile venire a vivere e a lavorare nel Regno Unito senza un permesso. Ovviamente i turisti potranno continuare a viaggiare indisturbati (anche se potrebbe essere necessario esibire il passaporto invece della semplice carta d’identità), mentre chi viene per lavoro o per studio dovrà avere un visto. Il governo britannico non ha ancora definito nei dettagli quale sarà la futura normativa in materia di immigrazione, ma si pensa che ci saranno visti agevolati per i giovani o per chi viene a lavorare in caffè e ristoranti (lo hanno chiamato il «visto del barista»).


4) Quali sono gli altri elementi importanti dell’accordo?

Londra si è impegnata a pagare un «conto del divorzio» che ammonta a circa 40 miliardi di sterline (quasi 50 miliardi di euro) per assolvere gli obblighi già presi nei confronti del budget europeo e dei futuri progetti.


5) A questo punto è tutto risolto?

No, perché l’accordo dovrà passare al vaglio dei leader europei e soprattutto del Parlamento britannico, dove i malumori sono ancora molto forti.


6) Cosa succede se a un certo punto l’accordo viene bocciato?

In questo caso si aprono forti incognite. La cosa più probabile è che la Gran Bretagna esca dall’Unione europea, il 29 marzo dell’anno prossimo, senza nessun accordo: un esito catastrofico che avrebbe pesanti conseguenze sull’economia britannica ma anche su quella europea. Con ogni probabilità cadrebbe il governo May e si rischierebbero le elezioni anticipate, con una possibile vittoria laburista. Ma non si può del tutto escludere che si apra la strada a un secondo referendum, con la possibilità che la Brexit venga annullata.

 

Da "www.corriere.it" Guida all’accordo sulla Brexit

Un emendamento approvato alla Camera esclude le famiglie numerose straniere dalle agevolazione della “Carta della famiglia”. Un altro gradino verso il basso, dopo la fine della protezione umanitaria e il caso mense di Lodi: ormai siamo al razzismo di Stato.

Prima il problema non erano gli stranieri, ma i richiedenti asilo “che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa, non certo ragazze e ragazzi che, a prescindere dal colore della pelle, contribuiscono a far crescere il nostro Paese” (parole e musica di Matteo Salvini, giusto un’estate fa). Poi il problema sono diventati anche coloro che potevano beneficiare della protezione umanitaria, concessa in situazioni in cui non si poteva richiedere asilo politico, ma si era comunque davanti a persone in fuga da persecuzioni o disastri naturali, un istituto della durata di due anni e permetteva di accedere al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Abbastanza per cancellare pure questa, con un colpo di spugna nel decreto cosiddetto sicurezza, e per trasformare, non si sa bene per quale motivo, decine di migliaia di persone - 39mila nel solo 2017 - in fantasmi senza possibilità di lavorare e senza fissa dimora.

Poi non bastava nemmeno la protezione umanitaria e il blocco nazional-populista di Lega e Cinque Stelle se l’è presa con gli stranieri extracomunitari, legalmente residenti e contribuenti. È di ieri l’approvazione di un emendamento alla legge di bilancio che esclude le famigilie extra-Ue con più di tre figli dalle agevolazioni per le famiglie numerose legate alla cosiddetta “carta della famiglia”, istituita dal governo Gentiloni. Prima gli italiani? Nemmeno un po’, a questo giro. A questo giro è solo agli italiani. Perché si tratta di sconti dal 5% al 20% alle famiglie con almeno tre figli e un Isee inferiore a 30mila euro annui su medicinali, prodotti alimentari, bollette di luce e acqua, corsi di formazione, libri scolastici, biglietti dei mezzi pubblici, prodotti per l’igiene personale e biglietti per il cinema e per i musei offerti dai negozianti su base volontaria, senza costi aggiuntivi per lo Stato. Il Legislatore, in questo caso, sta dicendo a quei negozianti di non fare sconti alle famiglie extracomunitarie, in quanto extracomunitarie.

Questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia

Poca cosa? No, per nulla. Perché questa non è più paura, non è più sovranismo, non è più nemmeno xenofobia o intolleranza. Questo è razzismo di Stato, punto. Questa è discriminazione senza alcuna motivazione, se non quella della discriminazione stessa, dell’idea che nella società italiana debbano esistere cittadini e contribuenti di serie a e di serie b, in funzione dell’etnia. E fa pensare che tutto questo sia stato approvato a maggioranza in una commissione del Parlamento Italiano, senza che il Movimento Cinque Stelle, silente e ipocrita alleato leghista in questa corsa ad alzare sempre di più l’asticella dell’odio verso gli stranieri, decidesse di dissociarsi. O le opposizione di boicottare il voto. O dell’opinione pubblica di ribellarsi.

No. E forse, dopo sei mesi di dottrina Salvini, siamo già tutti rassegnati a questo clima infame verso chiunque sia contemporaneamente straniero e povero in Italia. Lodi e il regolamento che, attraverso un diabolico artificio burocratico, escludeva i bambini extracomunitari dalle mense e dagli scuolabus era stato l’esperimento, la versione beta. La reazione, per quanto bella, insufficiente a convincere il centrodestra a ritirare il provvedimento. La battaglia era già stata persa allora, a ben vedere. Quel che stiamo facendo passare oggi è il trasferimento su scala nazionale di quel medesimo disegno, sperimentato a livello locale. E, se passa, non è che l’inizio. Quand’è che suona la sveglia, Cinque Stelle, sinistra, opposizioni?


Da "www.linkiesta.it/" Niente agevolazioni alle famiglie extracomunitarie: l’Italia sta diventando uno Stato razzista di Francesco Cancellato

"La grande accellerazione"

Venerdì, 14 Dicembre 2018 00:00

Proponiamo questa recensione come primo contributo all’interno di un breve ciclo sui problemi della crescita incontrollata per come si è data fino ad oggi. L’occasione di questo percorso è data dalla pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’IPCC (International Panel for Climate Change), l’ente mondiale più qualificato per lo studio del cambiamento climatico. Si tratta senza dubbio del rapporto più catastrofico e disincantato di sempre. Tutti gli anni l’ente pubblica un rapporto, ma quello attuale è senza precedenti. Non solo si prospetta un maggiore tasso di distruzione ambientale a causa del cambiamento climatico già in atto (inevitabile, ormai, viene considerato un aumento medio delle temperature all’1,5%), ma si annuncia un anticipo del manifestarsi pieno (già molti sono i segnali in atto) di tale trasformazione ecosistemica. Il rapporto non lascia sperare altro che un contenimento minimo di tale crescita delle temperature (e per farlo bisognerebbe ridurre moltissimo le emissioni entro il 2030) in modo da non superare i due gradi. A titolo esemplificativo, le barriere coralline sarebbero perdute con un aumento di 2 gradi centigradi, mentre verrebbero distrutte al 70-90% con l’aumento (ormai inevitabile) di 1,5 gradi.

A fronte di dati tanto rilevanti, non si può non notare inesistenza di una discussione pubblica, almeno nel nostro paese, sul tema. Un rapporto dal tono apocalittico viene sostanzialmente ignorato. Da cosa deriva questo? Per dare qualche contributo per poter tentare una risposta a questa domanda fondamentale proveremo a illuminare, con l’aiuto di due libri da poco usciti, il contesto storico in cui la crisi ecologica assume potenza e i suoi effetti sulla dimensione globale e locale allo stesso tempo. Il primo elemento che emergerà sarà che la crisi ecologica non riguarda solo la crisi climatica, ma suscita tutta una serie di problematiche del tutto particolari, legate al fatto che l’essere umano vive effettivamente in un mondo e in un ambiente specifico, che è quantomeno quello terrestre tipico dell’Olocene (ed ora in trasformazione). Il secondo sarà che la gravità degli effetti della cosiddetta “Grande Accelerazione” è tale che rende semplicemente preoccupante l’indifferenza di fronte ai fenomeni di distruzione ambientale ed eco-sistemica.


Quando, più di anno fa, ci chiedevamo che cos’è l’Antropocene, facevamo riferimento più ai vari significati che quel termine poteva avere, più che addentrarci in una ricostruzione storica. In effetti, ricostruire storicamente l’Antropocene (cioè farne una storia) non è possibile se non a partire da un’idea di Antropocene.

L’ipotesi di McNeill, già autore di un grande classico nella storia dell’ambiente globale, Nulla di nuovo sotto il sole, e di Engelke, è che finora Antropocene e Grande Accelerazione si siano identificati. Già questa è una posizione del tutto originale, e non condivisa dalla gran parte dei discorsi sull’Antropocene. Paul Crutzen, l’inventore del termine Antropocene, ritiene ad esempio che tale epoca geologica sia iniziata alla fine del 1700, con l’invenzione della macchina a vapore. Altri ritengono che l’Antropocene sia iniziato con il neolitico; altri ancora nei tardi anni Cinquanta. Per McNeill e Engelke, invece, l’Antropocene inizia nel 1945. Lo stesso anno in cui inizia la cosiddetta Grande Accelerazione, cui il libro è dedicato.

Abbiamo qui il caso di un termine coniato dagli scienziati del clima per descrivere un momento storico (è stato infatti Jan Zalasiewicz nel 2004 a coniare il termine in un famosissimo articolo, almeno per chi si occupa di storia geologica) che viene accettato dagli storici stessi (o almeno, da McNeill e Engelke) e diviene l’argomento di un libro monografico dedicato all’argomento. Già da questo il testo acquisisce un interesse tutto particolare: è un esempio di come le storie che noi riteniamo solitamente “culturale” e quella “naturale” stiano venendo a confondersi e ad interagire, non solo al livello dell'”oggetto” (cioè, ciò di cui si parla) ma anche nelle discipline stesse, se è vero che quello che probabilmente è lo storico dell’ambiente più noto al mondo (McNeill) dedica un intero suo libro a spiegare cosa sia la Grande Accelerazione. Che cos’è, dunque, questa Grande Accelerazione? Si tratta del movimento che comincia nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, assolutamente eccezionale sul piano storico, e che consiste nell’allargamento indefinito dell’influenza dell’uomo sulla natura e sull’ambiente, attraverso l’esplosione dei processi di accumulazione di risorse, di crescita della popolazione, di crescita dell’utilizzo energetico, di distruzione di ecosistemi e forme di vita, di espansione abnorme dei complessi urbani, etc.


Il libro è diviso in quattro grandi capitoli, ma la divisione fondamentale è nascosta, tra una prima e una seconda parte. Vi è infatti una differenza sostanziale tra i primi tre capitoli ed il quarto. I primi tre, infatti, su Energia e popolazione, Clima e diversità biologica, Città ed economia, descrivono la Grande Accelerazione nel suo svilupparsi e nella sua “presa” sul pianeta, marcando la differenza rispetto alla storia dell’umanità che ha preceduto il 1945 (che ha certamente posto le condizioni per questa Grande Accelerazione ma è qualitativamente diversa da quella post 1945).

Il quarto invece cerca una spiegazione, che McNeill e Engelke non considerano onniesplicativa ma fondamentale, alle dimensioni immani di questa Grande Accelerazione, trovandola nella Guerra Fredda. La Guerra Fredda, infatti, viene analizzata come spazio competitivo all’interno del quale si è dato storicamente uno sviluppo indeterminato nei suoi esiti. Un larghissimo spazio viene dedicato dai due autori all’analisi della distruzione della natura all’interno del blocco sovietico, nonché della Cina di Mao. Non solo: spazio viene dato anche alla descrizione dei processi di distruzione della natura a causa delle guerre (Vietnam, Corea, etc.) che hanno reso più “calda” la Guerra Fredda. In generale lo sviluppo senza limiti del blocco comunista viene letto non tanto (anche) come prodotto di un’idea prometeica dell’umano interna al socialismo reale (l’uomo deve dominare la natura) quanto come esito di uno scontro tutto concentrato sulla crescita (non da ultimo a causa dell’imitazione scaturita per quell’Unione Sovietica che grazie ad uno sviluppo repentino della sua industria pesante aveva sconfitto il nazismo) in cui a venire sconfitto è stato in primo luogo l’ecosistema dei paesi in cui il socialismo reale aveva trionfato.

Lo scenario che emerge da quest’ultimo capitolo illumina l’origine storica dell’Antropocene legandola ad una serie di contingenze storiche, prima delle quali è quello scontro al rialzo (in termini di crescita) e allo stesso tempo al ribasso (in termini di conservazione dell’ecosistema terrestre olocenico) che McNeill e Engelke considerano la Guerra Fredda. Quel tipo di competizione è come la molla che ha dato quella spinta esplosiva che i due autori chiamano Grande Accelerazione. Ecco perché di essa si può parlare solo a partire dal 1945. Ma in cosa consiste tale fenomeno? Riassumiamo alcuni passaggi centrali.


I passaggi chiave della Grande Accelerazione
L’espansione energetica. Dal 1945 in poi non solo l’uso del carbone a livello globale assume dimensioni mai viste prima, ma si comincia a fare un utilizzo massiccio del petrolio. Il ché non ha solo un’influenza sull’inquinamento atmosferico, ma anche sulla distruzione di spazi ecologici mediante la costruzione di pozzi ed in generale di strumenti per l’estrazione. La descrizione di McNeill e Engelke si concentra su alcuni luoghi del mondo (ad esempio la foresta amazzonica ed il Niger) che hanno subito più di altri l’accelerazione dello sviluppo globale. Non solo l’estrazione, ma anche la costruzione di un’infrastruttura globalizzata di trasporto dell’energia ha creato (sia per la costruzione – oleodotti – che per l’innumerevole numero di disastri nel trasporto) l’Antropocene, nel senso che ha costruito quell’ambiente globale “distrutto” in cui ci troviamo a vivere oggi. Tutto questo, senza contare la dimensione di veri e propri “killer” di cui gli autori rendono partecipi il carbone ed il petrolio (come il nucleare): ancora intorno al 2000, i gas di scarico in Europa occidentale uccidevano quanto gli incidenti stradali.

La posizione di McNeill e Engelke non è però, mai, in nessun passaggio del testo, di auto-commiserazione dell’Occidente nemico della natura perché indissolubilmente legato alla tecnica. Al contrario, essi non perdono occasione per sottolineare come il rapporto tra tecnica e sostenibilità ecologica sia ambiguo: da un lato, certamente la Grande Accelerazione, nella sua dimensione distruttiva, è stata possibile grazie allo sviluppo tecnico. Dall’altro, lo sviluppo tecnologico ha reso in diverse occasioni possibili mitigazioni degli effetti di quella stessa accelerazione (gli autori fanno, tra gli altri, l’esempio dei frigoriferi odierni – che consumano 10 volte meno rispetto a quelli di anche solo vent’anni fa). Non vi è quindi alcuna paura della tecnica in quanto tale; se gli effetti della plastica minacciano di permanere nei millenni sul pianeta (al punto che si pensa di affiancare al nome di Antropocene quello di Plasticocene) è anche vero che non ogni tecnologia è distruttiva come la plastica. Questo tipo di approccio alla tecnica porterà gli autori alla fine ad “aprire” alla geo-ingegneria, cioè alla gestione, mediante la tecnica, dell’Antropocene.

Il processo di espansione demografica è certamente caratteristico, nonché unico ed irripetibile, della Grande Accelerazione. Dopo averne spiegato gli effetti e la portata, però, i due autori tendono ad evidenziare che la crescita demografica non è l’origine di tutti i problemi che spesso vengono ad essa ricondotti, come il consumo di suolo e della popolazione animale. Per i due autori, a volte la popolazione non c’entra affatto, e sono numerosi gli eventi che riportano (dalla pesca che ha distrutto l’ecosistema marino oceanico all’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera) dei quali sostengono che si può affermare con certezza che l’incremento demografico non ha rivestito alcun ruolo. L’aumento della popolazione, che certamente ha giocato un ruolo decisivo, non sempre e non dappertutto lo ha giocato in modo chiaro e ovvio. Può essere stato così per le grandi deforestazioni dell’Africa occidentale; non lo è stato per nulla nel caso della distruzione di diverse specie di balene. Alla caccia delle balene McNeill aveva dedicato molto spazio già in Nulla di nuovo sotto il sole, e riporta anche in queste pagine una serie di studi che dimostrano che l’intensificarsi della caccia ai grandi cetacei è più legata all’esigenza di ridurre il prezzo della materia prima piuttosto che all’aumento della popolazione umana.

Lo sviluppo spaventoso delle città, elemento costituente della Grande Accelerazione, tanto che essa potrebbe essere definita a partire da questo spropositato sviluppo. Tale crescita è apprezzabile sia in termini numerici (gli abitanti delle città) sia in termini di estensione: le città divengono veri e propri buchi neri di energia e di risorse a partire dal 1945. Nonostante questo, McNeill e Engelke tengono ad evidenziare il proliferare nel mondo di esempi di città che provano ad instaurare con il proprio ambiente un rapporto di sostenibilità al di là della città tipica della grande accelerazione. Peraltro, il problema della città non è semplicemente il suo impatto ambientale, ma anche le condizioni di vita precarie da un punto di vista ecologico-biologico-ambientale in cui versano gli abitanti (soprattutto quelli poveri) di questi macro-complessi urbani. Un altro elemento che emerge da questi passaggi sulle città ma che è trasversale a tutto il libro è l’interesse dei due autori per le specificità dei fenomeni, per quanto inseriti in una scala globale, addirittura “terrestre”, sia in una senso sincronico (lo spazio globale) sia diacronico (l’Antropocene come pezzo della storia della Terra). Ogni forma di inquinamento, come ogni forma di risposta ad esso, si colloca in un orizzonte locale che ha elementi particolari irriducibili nella loro interezza al contesto di una Grande Accelerazione globale. Da questo deriva sia un certo atteggiamento di accettazione di tale processo nella sua portata storica, sia l’idea che in fondo è possibile dare risposte (che avranno esiti, appunto, locali) a questi processi globali curvati su realtà particolari.

Questo processo non ha avuto luogo senza resistenze e senza scontri, anche violenti. La Grande Accelerazione si è fondata sulla distruzione di tutta una serie di ecosistemi, come abbiamo visto, che comprendevano spesso e volentieri anche delle forme sociali specifiche. L’ecologismo dei poveri è quindi la reazione immediata, locale, delle popolazioni povere (soprattutto nelle aree rurali). Da questo punto di vista McNeill e Engelke ritengono che non possa esserci alcun movimento di grande sviluppo economico come quello che abbiamo vissuto nella seconda metà del Novecento senza una costante nascita di resistenze e di pratiche di lotta. Storicamente, queste pratiche di lotta non sono però da ricondurre esclusivamente a quell’ecologismo dei poveri (che consisteva, appunto, in uno scontro localizzato e specifico), ma anche a movimenti nati nelle aree più ricche del mondo dalla generazione più ricca ed allo stesso tempo più rivoluzionaria della storia contemporanea (quella del ’68). Nel ’68 infatti affonda le radici il movimento ambientalista globale, anche nella sua dimensione di massa, sfociato poi nella costruzione di veri e propri partiti che, pur rimanendo sostanzialmente minoritari, si sono istituzionalizzati ed hanno acquisito un loro spazio in molte (non in Italia, ad esempio) delle democrazie occidentali. La massificazione dell’ambientalismo peraltro, cioè il suo divenire praticamente un brand pubblicitario con i fenomeni di cosiddetto green washing, non va senza problemi: spesso e volentieri la brandizzazione dell’ecologia e dell’ambientalismo portano ad un sostanziale depotenziamento del discorso critico insito nelle rivendicazioni ecologiche e quindi ad uno stato di stallo dal punto di vista delle politiche effettive di trasformazione del rapporto uomo-natura che è quello in cui ci troviamo.

Concludendo: se è vero che finora Antropocene e Grande Accelerazione (di cui abbiamo ripercorso alcuni grandi passaggi descritti dai due autori) hanno finora coinciso, è anche vero che questo loro andare insieme sta per terminare. In che termini? Per McNeill e Engelke, la Grande Accelerazione è finita, o sta per finire. Tale processo infatti, da un lato si scontra con limiti oggettivi alla sua espansione (l’esaurimento delle materie prime), dall’altro con limiti interni (la crescita demografica è in calo già da diversi anni). La Grande Accelerazione terminerà presto, dunque, mentre l’Antropocene continuerà indefinitamente.

Poiché l’Antropocene consiste nei segni che l’uomo ha lasciato sul pianeta, e questi segni permarranno nei millenni, come la concentrazione di CO2 nell’atmosfera; al contrario, il processo espansivo della Grande Accelerazione invece non durerà ancora a lungo. Certo, non è chiaro se per i due autori tale crescita si interromperà a partire da problemi interni allo stesso meccanismo di crescita (cioè dal suo sviluppare problemi interni -popolazione- e/o esterni -fine dei combustibili fossili-) o se si tratterà di arrestare il processo attraverso una presa di consapevolezza. Se pensiamo alla nostra situazione odierna, almeno quella del nostro Paese, in cui il tema dell’ambiente sembra completamente messo da parte, abbiamo qualche problema a credere in questa ottimistica profezia.

Da "www.pandorarivista.it" “La Grande accelerazione” di John R. McNeill e Peter Engelke

Lo sciopero delle donne in Argentina

Lunedì, 10 Dicembre 2018 00:00

Lo hanno organizzato i movimenti femministi dopo la recente assoluzione degli uomini accusati di aver stuprato e ucciso una ragazza di 16 anni, Lucía Pérez

Mercoledì 5 dicembre, in Argentina, un movimento femminista ha organizzato uno “sciopero delle donne”, contro la recente sentenza che ha assolto le persone accusate di aver ucciso Lucía Pérez, una ragazza di 16 anni che secondo l’accusa fu drogata, violentata, impalata, abbandonata all’ospedale di Mar del Plata, a sud di Buenos Aires, l’8 ottobre del 2016, e che morì in seguito a un arresto cardiaco causato dalle violenze. Ieri migliaia di donne si sono trovate in diverse città del paese davanti ai tribunali per chiedere la destituzione dei giudici del processo Pérez e denunciare «la giustizia patriarcale».

Negli ultimi due anni Lucía Pérez è diventata – in Argentina e non solo – una specie di simbolo della violenza contro le donne. I dati più recenti dicono che in Argentina viene commesso in media un femminicidio ogni 36 ore, e che in più della metà dei casi l’aggressore è il compagno o l’ex compagno della vittima. Nel 2016 la sua morte scatenò una grande reazione popolare. In una lettera aperta il fratello della ragazza, Marcos, scrisse che era necessario «raccogliere le forze e scendere per le strade, per gridare tutti insieme, ora più che mai: “Non una di meno”». Quel femminicidio diede inizio al primo sciopero generale delle donne in Argentina e a una serie di manifestazioni femministe in molti paesi sudamericani, che avviarono a loro volta il movimento NiUnaMenos (“Non una di meno”) che poi, per contagio, portò al risveglio dei movimenti femministi di tutto il mondo, compresa l’Italia.


La prima ricostruzione di ciò che successe a Lucía Pérez la fece la pm Maria Isabel Sánchez durante una conferenza stampa a poche ore dai fatti: disse che la ragazza – che aveva sedici anni e che frequentava l’ultimo anno delle superiori – aveva subito «una violenza sessuale disumana». La mattina dell’8 ottobre due uomini la passarono a prendere a casa. Lei li aveva contattati il giorno prima per conto di un amico, interessato ad acquistare della marijuana. I due, raccontò la pm, portarono la ragazza a casa di uno di loro, la torturarono, abusarono sessualmente di lei e la seviziarono. Dopodiché la lavarono, la vestirono con abiti puliti e la portarono su un furgone davanti all’ospedale, dove i medici non riuscirono però a rianimarla. «La sua morte è stata causata da un riflesso vagale a seguito di abusi violenti con uno degli oggetti che le sono stati inseriti a fondo nella vagina e nell’ano, provocando delle profonde lacerazioni», disse Sánchez.

Per la morte di Pérez vennero identificati e fermati prima Matías Farías, di 25 anni, e Juan Pablo Offidani, di 43 anni, e poi un terzo uomo, Alejandro Maciel di 61 anni, accusato di aver cercato di coprire il reato cancellando le prove. Lo scorso 26 novembre è arrivata la sentenza: i primi due, per cui era stato chiesto l’ergastolo, sono stati assolti dall’accusa di abuso sessuale aggravato e sono stati invece condannati a 8 anni per la vendita di droga a una minorenne, mentre il terzo è stato assolto dall’accusa di occultamento di cadavere.

Secondo i giudici Pablo Viñas, Facundo Gómez Urso e Aldo Carnevale, la morte di Pérez non è stata un femminicidio e gli abusi sessuali non sono stati dimostrati. Nella sentenza hanno infatti scritto che la ragazza non è stata stuprata, che ha avuto rapporti consensuali e che è morta per overdose (i periti avevano stabilito che «la causa più probabile della morte» fosse «asfissia tossica» e che le lesioni trovate sul suo corpo potevano anche «non essere compatibili con gli abusi sessuali»). In base alle chat con le amiche, i giudici hanno detto che Pérez «non era una persona che poteva essere facilmente costretta ad avere relazioni sessuali non consensuali», che «sceglieva volontariamente gli uomini con cui andare», che dalle sue esperienze precedenti si poteva scartare la possibilità che fosse stata «sottomessa senza la sua volontà» e che aveva già avuto relazioni con uomini più grandi: «Qui non c’è stata violenza fisica, né psicologica, né subordinazione, né umiliazione», si legge nella sentenza. I giudici hanno anche chiesto di mettere sotto indagine la condotta della pm Sánchez, che dopo la morte della ragazza aveva parlato dei particolari delle violenze, secondo loro non dimostrabili, influenzando l’opinione pubblica.

Subito dopo la sentenza il movimento femminista argentino ha proclamato un nuovo sciopero nazionale delle donne, che si è svolto ieri, mercoledì 5 dicembre. A Buenos Aires la manifestazione è partita dal tribunale ed è arrivata a Plaza de Mayo, ma ci sono state manifestazioni in molte altre città, con performance, canzoni e striscioni.


«Questa sentenza aiuta gli stupratori e uccide ancora una volta Lucía», è stato detto. E ancora: «Siamo tutti Lucía, la giustizia patriarcale è l’impunità». La madre di Pérez è intervenuta alla protesta di Mar del Plata: «Loro non l’hanno stuprata, non l’hanno uccisa, non le hanno dato niente. E la morte di mia figlia cos’è, un regalo?». Il movimento NiUnaMenos ha scritto che «Lucía è stata uccisa due volte. La prima volta dagli esecutori diretti, la seconda da chi li ha assolti negando che due adulti che somministrarono cocaina per sottomettere una adolescente siano responsabili di abuso e femminicidio».

La critica principale alla sentenza sostiene che la decisione dei giudici si sia basata su un pregiudizio e soprattutto sulla vita privata di Pérez: su prove, cioè, relative ai suoi antecedenti sessuali e alla sua condotta, fornendo un contesto di giustificazione alla violenza e portando così a dare per scontato il suo consenso. A commento della sentenza è intervenuto anche l’Istituto argentino di studi comparati in scienze penali e sociali (Inecip): in una dichiarazione ufficiale, ha parlato di “giustizia patriarcale”, di «giudizi pregiudizievoli e illegittimi sulla vittima» e ha scritto che la decisione dei giudici «mostra un’indifferenza totale alle esigenze che la legge internazionale in materia di diritti umani pone da decenni nell’inserire la prospettiva di genere nei giudizi per crimini sessuali. L’imponente quantità di pregiudizi mostrati durante il processo, e ratificati dalla sentenza, rendono questa decisione un’imposizione arbitraria e manifestano una cultura della violenza. In questo modo si mette sotto processo la vittima».


Da "www.ilpost.it/" Lo sciopero delle donne in Argentina

Contratti a tempo determinato a rischio

Venerdì, 07 Dicembre 2018 00:00

Assolavoro: "Da gennaio 53 mila lavoratori a casa". Martina attacca: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione"


"Con riferimento al Decreto Dignità, il 30% delle imprese" del settore metalmeccanico "non rinnoverà, alla data di scadenza, i contratti a tempo determinato in essere". Lo afferma Federmeccanica nel comunicato relativo alla sua Indagine congiunturale sull'Industria Metalmeccanica.

Federmeccanica aggiunge: "Il 37% intende trasformarli in contratti a tempo indeterminato mentre un altro 33% si riserva di decidere, valutando la situazione alla scadenza". Come spiega il direttore generale Stefano Franchi, l'associazione "monitorerà il trend, anche in relazione alla decisione delle imprese che non si sono pronunciate". In tema di occupazione, Franchi rileva in primo luogo che "per avere una occupazione stabile serve una crescita stabile".

Il direttore generale di Federmeccanica rileva inoltre che "le norme non creano occupazione, possono agevolare o meno un percorso di assunzione. Noi riteniamo che la flessibilità possa agevolare. Una flessibilità - sottolinea ancora - che non significa precarietà visto che nel nostro settore il 40% dei contratti a tempo indeterminato sono trasformazioni di contratti flessibili e il 98% dei contratti sono a tempo indeterminato".

In una nota di Assolavoro, che parla di "stima prudenziale, si afferma poi che sono circa 53.000 le persone che dal 1°gennaio 2019 non potranno essere riavviate al lavoro dalle Agenzie per il Lavoro perché raggiungeranno i 24 mesi di limite massimo per un impiego a tempo determinato. È l'effetto della circolare del Ministero del 31 ottobre che ha considerato compresi nelle nuove misure anche i lavoratori con contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della legge di conversione del Decreto Dignità.

Il primo commento arriva dal candidato alla segretaria del Pd, Maurizio Martina: "Il decreto Di Maio produce disoccupazione, altro che dignità. Secondo Federmeccanica il 30 per cento delle imprese non rinnoverà i contratti a tempo determinato ai propri dipendenti #ladridifuturo".


Secondo l'indagine di Federmeccanica, "circa il 50% delle aziende del settore metalmeccanico non trova profili richiesti e i neodiplomati e neolaureati assunti sono ritenuti dal 22% delle imprese non in possesso di una adeguata preparazione sia tecnologica/avanzata sia tecnica di base/tradizionale".

"Quello dell'Istruzione e della Formazione è un tema cruciale. I dati ci dicono che siamo in grave ritardo. È evidente lo scollamento tra scuola e impresa, che rende poi necessari interventi formativi riparatori, non solo sulle nuove tecnologie ma anche per le competenze di base", afferma il Direttore Generale di Federmeccanica, Stefano Franchi. "Per questo Federmeccanica ha lanciato nei giorni scorsi la Petizione 'Più Alternanza. Più Formazione' a sostegno dell'alternanza scuola lavoro e della formazione di qualità", ha sottolineato.

Settore metalmeccanico in fase di "sostanziale stagnazione", si spiega, a partire dai primi mesi del 2018. Nel terzo trimestre dell'anno la variazione congiunturale è risultata pari al +0,1% dopo il -0,6% del primo e il +0,8% del secondo mentre in termini tendenziali il tasso di crescita si è ridotto all'1% nel trimestre estivo rispetto a dinamiche medie di poco superiori ai 4,5 punti percentuali realizzati nel corso della prima metà dell'anno. Si sottolinea che "i volumi prodotti risultano inferiori del 22% rispetto a quelli che si realizzavano prima della recessione del 2008-2009". Pesa "la contrazione del tasso di crescita dei consumi delle famiglie e della domanda per beni d'investimento oltre al rallentamento della domanda mondiale, che incide negativamente sulle esportazioni del settore metalmeccanico che indirizza all'estero oltre la metà delle proprie produzioni", continua Federmeccanica.

Nel terzo trimestre il tasso tendenziale di crescita dell'export è stato pari, in valore, al +2,9% rispetto al +6,5% evidenziato nell'ultimo trimestre del 2017, aggiunge Federmeccanica, spiegando che complessivamente nei primi nove mesi del 2018, i flussi di produzione indirizzati ai mercati esteri sono cresciuti del 3,2% rispetto al + 3,8% delle importazioni, mentre il saldo dell'interscambio ha evidenziato un attivo pari a circa 39 miliardi di euro collocandosi sugli stessi livelli del precedente anno.

"L'industria Metalmeccanica italiana sta vivendo un momento di rallentamento e di incertezza", ha commentato Fabio Astori, vicepresidente di Federmeccanica. "Il quadro complessivo evidenzia ancora una volta l'esigenza di misure concrete di politica industriale per ridare slancio alla nostra economia. Occorre puntare sulle imprese per generare sviluppo. Non ci sono altre strade", ha spiegato Astori.

"C'è tanto ancora da fare sotto questo profilo su vari ambiti, ma oggi vogliamo sottolineare un aspetto su tutti, che deve stare alla base di qualsiasi percorso di crescita: la creazione delle competenze e conoscenze che servono alle aziende oggi e domani. Queste sono le fondamenta senza le quali il sistema non può reggere", ha concluso il vicepresidente di Federmeccanica.

Da "www.huffingtonpost.it/" Federmeccanica: "Col decreto dignità il 30% delle imprese metalmeccaniche non rinnoverà i contratti a tempo determinato"

L’Europa sull’orlo della recessione

Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

VIDEO

25 minuti di botta e risposta con il giornalista e amico Giuseppe di Vittorio sui temi di mercato e sulla situazione delle economie, in particolare di Europa e Italia.

Per chi ne vorrà discutere a fondo, e questo è un frangente delicato ma molto interessante, sono ancora aperte le iscrizioni ai due bellissimi eventi free organizzati insieme a Webank, il 27/11 a Firenze e il 5/12 a Verona.

Francesco Caruso è il creatore del Composite Momentum e di numerosi altri modelli quantitativi e indicatori di analisi tecnica ed è MFTA (Master of Financial and Technical Analysis), il livello più alto riconosciuto dall’associazione mondiale IFTA. Vincitore di premi, tra cui il John Brooks Award, il Leonardo d’Oro della Ricerca Finanziaria e due edizioni del SIAT Award, è il fondatore della Market Risk Management, società leader nei servizi di advisory indipendente (www.cicliemercati.it).


Da "www.francescocaruso.net" L’Europa sull’orlo della recessione di Francesco Caruso