La strana mediazione tra popolo ed élite, le prassi costituzionali ribaltate, il rapporto tra segreterie e premier incaricato, e quello col Quirinale: ecco perché il prossimo governo sarà il più grande esperimento politico degli ultimi trent'anni


Chiamatelo come volete — il grande azzardo dei cosiddetti populisti europei, il grande rischio per la democrazia italiana ed europea — ma non c’è dubbio che quello tra Lega e Cinque Stelle sia il più grande e interessante esperimento politico italiano negli ultimi trent’anni, uguagliato solo dal Polo delle Libertà e del Buongoverno di Silvio Berlusconi nel 1994. Lo è perché gliel’hanno fatto fare, ovviamente. E lo è perché è inedita l’alleanza, e pure lo schema che lo ha generato. Non c’è alle spalle il Partito Popolare Europeo né quello Socialista. Non c’è il tentativo di bilanciare una forza politica tradizionale con una anti-sistema, soprattutto in chiave di politiche europee. E non c’è un’alleanza organica e politica, ma nemmeno è un mero governo di grande coalizione come può essere quella tedesca tra Cdu e Spd. Lo è, altrettanto ovviamente, per le innovazioni introdotte nella negoziazione, dal contratto per il governo del cambiamento promosso da Luigi Di Maio e accettato da Matteo Salvini, alla votazione online del programma condiviso. Difficile se ne farà a meno, a partire da domani.

Non solo, però: il governo giallo-verde è anche figlio di una curiosa mediazione tra popolo ed élite, tra ggente e professoroni. A guidarlo, infatti, sarà Giuseppe Conte, 19 pagine di curriculum, avvocato, docente di diritto privato alla Luiss, uno che è passato dalle più prestigiose università europee e dal mondo delle grandi magistrature romane. Non esattamente uno “del popolo”. Contraltare di Conte e di un ministro degli esteri come Luigi Massolo — vicepresidente di Morgan Stanley — sarà Luigi Di Maio, che in curriculum non ha lauree, bensì qualche lavoretto e la vicepresidenza della Camera dei Deputati, che si dovrebbe sedere sulla poltrona di un superministero del lavoro e dello sviluppo economico.

Peraltro, esperimento nell'esperimento, ci ritroviamo nello strano scenario in cui il Presidente del Consiglio incaricato non ha scrito mezza riga del programma che dovrà attuare, e si troverà in mano una lista di ministri che dovrà nominare. C'è chi dice — e forse ha più di qualche ragione — che siamo sul crinale dell'incostituzionalità. Di sicuro prevediamo problemi politici, se la china dovesse essere questa anche nei mesi a venire. Quella, cioè, di un primo ministro teleguidato dall'esterno, magari addirittura dai gazebo e dai voti online. Che peso potrà avere, ad esempio, nel trattare alla pari e con la discrezionalità che dovrebbe competergli, con un Macron o con una Merkel? Mistero.

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove
Se di anomalia si tratta, lo è anche per il ruolo ambiguo che sta esercitando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lungi dall’essere un king maker come Re Giorgio Napolitano, ha tuttavia gestito questa crisi senza far mancare la sua moral suasion — vedi la fermezza con cui ha negato al centrodestra un reincarico senza una maggioranza parlamentare che lo sostenesse — e si suppone gestirà con altrettanta influenza i primi anni di governo del nuovo esecutivo. Antipasto di questo ruolo, il discorso sull’Europa dello scorso 10 maggio, a poche ore dall’annuncio del dialogo tra Lega e Cinque Stelle, in cui ha ricordato ai cari Matteo e Luigi le sue preferenze e le sue prerogative: niente scherzi sui conti pubblici, sui trattati europei, sull’impossibilità di lasciare la moneta unica, e l’evocazione della possibilità che possa non nominare ministri e non controfirmare leggi sgradite, nel caso. Sarà una convivenza interessante, quella tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Che non è detto non veda dalla stessa parte la Presidenza della Repubblica e quella del Consiglio, unite contro le segreterie dei due partiti. Un inedito, pure questo.

Lo è, soprattutto, perché è un governo di crasi tra due differenti nazioni, perlomeno da un punto di vista politico, che hanno premiato — la Lega al Nord, i Cinque Stelle al Sud — due agende di governo completamente diverse tra loro. Se Di Maio ha ragione dimostrerà che destra e sinistra non esistono più e che due forze con radici e programmi così lontani tra loro possano coesistere. Se dovessero avere ragione, immaginatevi che cambiamento potrà innestare questo esperimento nel contesto degli altri 27 partner europei. O, meglio ancora, nel parlamento continentale che nascerà dopo il voto della prossima primavera.

Lì, alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove, ad esempio una grande alleanza populista in grado di contare parecchio, tra Bruxelles e Strasburgo. Siamo solo all’inizio. Allacciate le cinture.


Da "http://www.linkiesta.it" Governo Lega-Cinque Stelle: comunque vada, cambierà per sempre la politica italiana di Francesco Cancellato

Imparare a vivere con la complessità

Venerdì, 25 Maggio 2018 00:00

Quarant’anni fa, nella primavera del 1978, Michel Foucault è impegnato in un tour di conferenze in Giappone. Al termine di una lunga intervista rilasciata a Morioki Watanabe, esprime la convinzione che, alla stregua dei philosophes del XVIII secolo, l’intellettuale di oggi potrà svolgere al meglio la sua funzione non certamente enunciando verità profetiche, ma diagnosticando il presente, gli accadimenti in corso, spesso invisibili per la loro prossimità, e conclude: “Credo che il sapere, nelle nostre società, sia diventato attualmente qualcosa di così ampio e di così complesso da essere ormai il vero inconscio delle nostre società. Noi non sappiamo davvero quel che sappiamo, non conosciamo quali siano gli effetti del sapere. Per questo mi sembra che l’intellettuale possa assolvere il ruolo di colui il quale trasforma questo sapere, che domina come l’inconscio delle nostre società, in una coscienza”. Il lavoro di ricerca e di elaborazione, che, già da alcuni decenni, Mauro Ceruti conduce, collima sicuramente con l’immagine foucaultiana di “filosofo”, come conferma anche la sua ultima fatica: il libro-intervista edito da Raffaello Cortina di Milano e intitolato Il tempo della complessità.

È il libro di un epistemologo di lungo corso, cresciuto alla scuola di Ludovico Geymonat e approdato a quella di Edgar Morin (è di quest’ultimo la prefazione al libro), che da anni osserva lo sviluppo delle scienze e dei saperi con la consapevolezza che le sfide della conoscenza umana e i modi di intelligibilità che le orientano si legano storicamente, in modo esplicito o sotterraneo, alle prospettive culturali, etiche e politiche delle società umane. Il che vale senz’altro a partire da quell’evento fondativo che ancora ci attraversa, che per Ceruti è la modernità inaugurata simbolicamente dalla scoperta del Nuovo Mondo del 1492, da cui l’autore prende le mosse, presentandola come la “terza globalizzazione”, dopo la fase del primo popolamento dei cacciatori-raccoglitori e dopo il Neolitico. L’unica ad abbattere effettivamente o a rendere porose le barriere che separavano fino ad allora civiltà, popoli, tribù e territori, a creare interdipendenze e ad acutizzare sul piano sociale, politico, continentale e planetario quella tensione vorticosa tra unità e diversità che già si era manifestata e continuava a operare sul piano biologico, ecologico e culturale, lungo l’asse evolutivo dell’ominazione e della vicenda millenaria dell’Homo sapiens. E la principale presa di coscienza alla quale Mauro Ceruti invita è quella relativa al nuovo paradigma che gradualmente matura e prende forma dalle rotture epistemologiche provocate dalle nuove scoperte, a partire dagli inizi del secolo scorso, nella fisica, nell’astronomia, nella biologia, dai nuovi approcci trasversali come la teoria dell’informazione e la teoria dei sistemi, da ibridazioni e migrazioni disciplinari (astrofisica, biochimica, ecologia...): il paradigma della complessità.

Si tratta di prendere atto, quindi, della crisi del paradigma classico che ha segnato Seicento, Settecento e Ottocento, dominato dal mito e dal fantasma deterministico dell’onniscienza, della regolarità, della riduzione, della disgiunzione, della compartimentazione specialistica di oggetti, saperi, facoltà. L’universo-macchina di Laplace, che avrebbe consentito di conoscere ogni evento passato e prevedere ogni evento futuro, è stato per tre secoli il focus imaginarius e insieme il traguardo ritenuto possibile degli scienziati moderni, che, facendo a meno dell’“ipotesi di Dio” (come Laplace dichiarava a Napoleone, nel celeberrimo incontro tra i due), in verità introduceva nel cosmo gli attributi divini: la perfezione, l’ordine assoluto, l’immortalità e l’eternità. Invece, ci ricorda Ceruti, “attraverso la sfida della complessità si delinea un radicale pluralismo epistemologico. Non tutti i sistemi dell’universo sono di un unico tipo: non tutti sono semplici, lineari, prevedibili e descrivibili sulla base di leggi universali, astoriche, deterministiche. Questi sistemi sono certo presenti nell’universo, ma, già a livello fisico-chimico, sono soltanto una parte, e forse nemmeno maggioritaria, dell’architettura del cosmo.”


Si tratta di comprendere che gli indubitabili successi tecnico-scientifici del paradigma classico e la potenza stessa conferita attualmente alla tecnoscienza hanno generato una complessità nell’organizzazione sociale e materiale, nello sviluppo delle reti di connessione e negli impatti sull’ecosistema, che, paradossalmente, sfugge oppure è inesorabilmente mutilata dai principi generali di quel paradigma. La posta in gioco rispetto alla quale, oggi, ci può attrezzare un “pensiero complesso”, capace cioè di concepire la complessità della condizione umana (dalla micro-dimensione individuale alla macro-dimensione planetaria dell’umanità), è per Ceruti un modo storicamente più avanzato di pensare l’unità e la diversità, l’uno e il molteplice, con ricadute sul futuro, più o meno immediato, comprese le impasses che lo stanno anchilosando, di due possibili e già in parte reali “comunità di destino”: l’Europa metanazionale e, sullo sfondo, lo Stato cosmopolitico di ascendenza kantiano, le cui sorti costituiscono la preoccupazione e l’orizzonte filosofico principali della proposta di Ceruti. Anzi, per certi versi, il successo e l’approfondimento del processo d’integrazione della prima rappresentano il “trascendentale” del secondo. Se è vero che, immediatamente dopo le guerre di religione del XVI secolo, lo Stato nazionale si è affermato come la risposta alla drammatica tensione tra unità e diversità, localismi e universalismi dell’Europa moderna, per converso, la sua esacerbata “semplificazione” nel disegno dello Stato nazionale monoetnico, con annessa “sacralizzazione” dei confini, ha condotto l’Europa alla hybris coloniale-imperialistica e alla tragedia immane di un trentennio di “guerra civile”, tra Otto e primo Novecento. Semplificazione e omologazione che Ceruti accosta e vede simmetrica alla logica “purificatoria” del laboratorio, su cui il ricercatore del paradigma classico ha imperniato la sua impresa scientifica.

Ma è sul rischio di nuove semplificazioni nell’approccio agli inediti problemi locali e globali e sulla tentazione ricorrente ad aggirare, con i principi del vecchio paradigma, l’incertezza e l’incontrollabilità ineliminabili, di fronte ai quali ci ha posto il paradigma della complessità, che Mauro Ceruti lancia il suo grido di allarme. Mai come adesso, invece, urge insistere, secondo l’autore, nell’elaborazione di “un pensiero complesso che si muova nella consapevolezza (nel rispetto e nel valore) dell’irriducibile molteplicità di dimensioni interconnesse (complementari e talvolta anche fra loro antagoniste) da cui emerge l’universo umano, e in cui sono immerse l’etica, la politica, la tecnologia, la scienza”.

Sei anni prima della sua scomparsa, in un incontro con i socialdemocratici austriaci, interrogandosi sui venti dell’antipolitica, della crisi dei partiti e del populismo, che cominciarono a soffiare sull’Europa dopo il crollo del Muro di Berlino, Ralph Dahrendorf avvertiva: “Il populismo è semplice, la democrazia è complessa: questo alla fine, è forse il più importante carattere discriminante fra le due forme di riferimento al popolo. Diciamolo più chiaramente. Il populismo poggia sul consapevole tentativo di semplificazione dei problemi”. E, in Il tempo della complessità, Mauro Ceruti sembra rideclinare l’ammonimento di Dahrendorf, dicendo: “I sovranismi sono semplici, l’Europa è complessa”. Una democrazia matura esige elettori sufficientemente scettici verso soluzioni semplici o ritorni al passato improbabili e regressivi, così come richiede al “politico di professione” di weberiana memoria la responsabilità di evitare le grandi semplificazioni, rendendo tuttavia comprensibile la complessità delle cose. Basti vedere come in questo momento le contorsioni nazionalpopulistiche e neoprotezionistiche di alcuni governi rendano tortuosa e precaria la politica comunitaria dei migranti o miope la politica del commercio estero. Collegare, tessere, intrecciare, integrare, contestualizzare, ma anche conoscere i limiti della nostra conoscenza: ecco i principi-guida del pensiero complesso che si rivelano le chiavi segrete per aprire le porte dell’etica alla fraternizzazione umana planetaria e della politica democratica alla gestione di problemi che trascendono la dimensione e la sovranità dei vecchi Stati nazionali.

Sono passati più di trent’anni da quando Mauro Ceruti, con Gianluca Bocchi, chiamò a raccolta le migliori voci internazionali delle scienze naturali e sociali contemporanee e della filosofia della scienza, da Morin a von Foerster, da Prigogine a Varela, da Stengers a Laszlo, per raccogliere e inquadrare la sfida della complessità dei decenni a venire. Ora, con Il tempo della complessità, Ceruti ci ricorda che quella sfida è uscita dal recinto epistemologico e si è imposta ormai come la sfida antropologica e il compito educativo del nuovo secolo, cioè come la sfida a imparare a vivere con la complessità. E come gridavano i ragazzi per le strade di Parigi, nel maggio di cinquant’anni fa: “Ce n’est qu’un debut!”.


Da "http://www.doppiozero.com" Imparare a vivere con la complessità di Francesco Bellusci

Opposizione e politicofobia

Lunedì, 21 Maggio 2018 00:00

“Governare assieme a un partito che trovo obbrobrioso, oppure stare all’opposizione?” Questo dilemma assilla i partiti dopo le elezioni del 4 marzo. Ma prima di tutto occorre capire che cosa implichi, oggi in Italia, governare e stare all’opposizione.

Dal 1994, da quando si è votato con un sistema maggioritario, a ogni elezione ha vinto l’opposizione. Nel 1994 vinse la destra (non uso i termini ipocriti centrodestra e centrosinistra: dirò destra e sinistra), nel 1996 vinse la sinistra, nel 2001 rivinse la destra, nel 2006 rivinse la sinistra, nel 2008 rivinse la destra. Nel 2013 la sinistra ebbe una vittoria mutilata. Nel 2018 sono stati proclamati vincitori i due partiti più all’opposizione: il M5S che incarna un’opposizione radicale, e la Lega che era all’opposizione da sette anni, riformata da Salvini in modo da toglierle i connotati di un partito che aveva governato per otto anni con Berlusconi. È insomma un’alternanza perfetta, come a lungo vagheggiato da chi era disgustato dalla prima Repubblica, nella quale dal 1948 fino al 1992 ha vinto sempre un solo partito: la Democrazia Cristiana. E dove un partito perdeva sempre: il Partito Comunista. Se questo ritmo di alternanza rigida sopravvivrà al passaggio al proporzionale, dobbiamo trarne indicazioni precise.

La prima è che decidere di governare, in Italia, significa abbonarsi alla sconfitta nella successiva elezione. Semplice. Credo che grazie a questo ragionamento Renzi abbia optato per una scelta drastica di opposizione di fronte a un governo possibile di Lega e M5S: è prenotare la vittoria del PD al prossimo turno elettorale. Sempre che la legge cosmica dell’alternanza regga.

La seconda indicazione, molto più profonda, è che l’alternanza perfetta è una spia della crisi della democrazia. Si dice che una democrazia è matura – paradossalmente – quando vota poca gente. Quando in Italia si andava a votare in percentuali bulgare, l’Italia non veniva considerata ancora democraticamente matura… Ovvero, una democrazia è solida quando una parte rilevante dell’elettorato non crede più nella democrazia! In effetti, se una parte consistente degli italiani vota sempre contro il governo, cioè è scontenta di qualsiasi governo indipendentemente da quello che ha fatto, questo significa che prima o poi smetterà di votare. Ovvero, si dirà, come del resto tantissimi già dicono, e non solo in Italia: “I politici sono tutti eguali. Non cambiano nulla. Sono tutti dei magna-magna.” Il successo di questo epiteto, magna-magna, si presta a osservazioni psicoanalitiche che avanzerò alla fine. Ma se tutti i politici, che noi cittadini abbiamo scelto col nostro voto, deludono, questo apre le porte al fascismo: se il popolo sceglie sempre e solo dei magna-magna, allora meglio avere un super-politico che scelga per il popolo, un duce, un Führer, un caudillo… L’alternanza perfetta è l’anticamera di un processo che può portare agli Orbán, ai Putin o agli Erdogan, che della democrazia conservano solo la facciata. È quello che dico ai miei amici che si vantano di non votare: astenersi dal voto è dare spazio al fascismo. Non votando, si lascia decidere ai propri concittadini – è il primo passo di una delega che può portare molto lontano. Questa delega della scelta politica ai concittadini è il vestibolo di un regime in cui Loro – per evocare il film di Sorrentino – decideranno per noi.

Ma perché una vasta parte della popolazione è puntualmente scontenta di chi governa e segue entusiasticamente l’ultimo demagogo sulla piazza che promette di fare piazza pulita? Le ragioni sono complesse e non posso sviscerarle qui. Già Platone, Aristofane e Tucidide se ne erano occupati, confrontati alla democrazia ateniese, e con una perspicacia in gran parte ineguagliata dai pensatori di oggi. Mi basterà però dire che, contrariamente a quel che si è ripetuto fino alla noia in due mesi di commenti ai risultati elettorali italiani, i partiti al governo non perdono perché commetterebbero errori. Cosa vuol dire che Renzi, ad esempio, ha perso le elezioni per gli errori commessi? Che cosa è un errore in politica?

Nel 1945 Churchill, subito dopo aver vinto la seconda guerra mondiale, perse malamente le elezioni, perdendo quasi il 12% dei voti. Fu battuto dal labourista Attlee. Churchill perse allora rovinosamente perché aveva commesso errori? Certo non nella conduzione della guerra, dato che era riuscito a guidare il popolo britannico in un’eroica resistenza e poi in una sfavillante vittoria. La verità è che i britannici volevano voltare pagina; sentirono d’un tratto, dopo i sacrifici della guerra, il bisogno di una politica più sociale. Il vento era cambiato, ed è difficile, anche per il miglior politico, andare contro il vento, che in certi casi diventa uragano. Anche se tutti i venti, anche quelli più impetuosi, prima o poi si placano, o cambiano direzione. Accadde qualcosa di simile quando nel 1992 Clinton batté Bush Sr. alle presidenziali americane, anche se Bush aveva vinto la guerra del Golfo senza errori e sbavature. Ma Clinton mostrò subito di avere un’intelligenza e un fascino straordinari, a cui il vecchio Bush non poteva tener testa, anche senza commettere alcun errore.

Quanto all’Italia di oggi, era chiaro dal 2016 che il vento andava contro Renzi, perché, a torto o a ragione, la gente identificava ormai il PD con il Potere, così come in passato avevano identificato il Potere con la DC e poi con Berlusconi. La politica è in gran parte irrazionale, funziona più con la pancia che con il cervello. E non ne faccio una questione di livello culturale di chi vota. Anche gli intellettuali hanno una pancia, e spesso ce l’hanno molto ulcerosa.

Un vento portò nel 1922 al trionfo elettorale di Mussolini, e poi nel 1933 a quello di Hitler in Germania; negli anni 60, un vento portò alle grandi riforme dei diritti civili negli Stati Uniti (fine della discriminazione di razza, eguaglianza di genere), un altro portò al successo del neo-liberismo reaganiano e thatcheriano negli anni 80… Come si vede, alcuni venti possono essere considerati molto lodevoli, altri invece catastrofici, ma hanno in comune di essere venti poco resistibili. Oggi spira per l’Europa una raffica sfavorevole alla sinistra, a qualsiasi sinistra, radicale o moderata, ed è difficile per un partito di sinistra uscirne indenne – a meno di non fare gli opportunisti, di cavalcare la tigre o vento che sia, farsi portavoce delle domande popolari più becere e malsane. Ci sono certamente politici che cambiano non solo casacca, ma anche visione del mondo, pur di inseguire il consenso. Ne conosciamo tanti di questo tipo: non sono pastori che guidano il gregge umano (come voleva una metafora secolare del buon governo), ma lupi che seguono il branco, in modo da trarre i maggiori vantaggi personali dalle passioni momentanee del branco furibondo. Nelle ultime elezioni italiane, sono emerse queste esigenze popolari come predominanti: (a) rigetto dell’Europa e tentazione di separatismo sovranista, (b) rigetto degli immigrati e chiusura delle frontiere, (c) un generale abbassamento delle tasse soprattutto a chi è ricco, (d) un’assistenza di stato a chi ha problemi economici. Può un partito di sinistra, o che si proclama tale, far proprie queste esigenze “dal basso” giusto per vincere le elezioni? No, anche se questo significasse ridursi al 10% dell’elettorato. Un partito serio è fatto non solo per vincere, ma per tener fermi certi principi, anche se fuori moda.

Non mi pare che i tanti commenti di esperti e persone comuni alla sconfitta della sinistra il 4 marzo offrano nell’insieme linee di superamento della crisi, anzi, ripetono proprio quei clichés che hanno portato alla sconfitta della sinistra. Per esempio, si ripete continuamente che il PD avrebbe dovuto fare come il M5S, andare nelle periferie, tra chi non riesce a emergere dalla gig economy, tra i più marginali. Forse, è vero, occorreva andare di più tra questa gente, ma per dir loro che cosa? Non basta ascoltare le lamentele scuotendo il capo in modo affermativo. Se sei al governo e vai tra le folle, rischi di essere fischiato, non di ascoltare rivendicazioni. Il M5S è andato tra i marginali perché aveva una proposta demagogica, non realizzabile in Italia, come il reddito di cittadinanza (la Finlandia, che ha un PIL pro capite del 30% superiore al nostro, ha introdotto una forma di reddito di cittadinanza, ma ha dovuto eliminarlo dopo un anno). I leader di sinistra dovevano andare nelle periferie per fare anch’essi questa promessa fasulla? Certo che i PD hanno impostato la campagna elettorale non su promesse ma cercando di difendere quello che avevano fatto. Ma non basta mai rivendicare le cose buone fatte per acquietare il malcontento. Basti guardare alla Germania. È parere condiviso dagli esperti che la coalizione CDU-SDP, Merkel più socialdemocratici, abbia governato bene la Germania fino al 2017, facendone il paese leader dell’Europa e assicurandole uno sviluppo economico solido. Eppure i due partiti della coalizione hanno perso insieme alle elezioni del 2017 circa il 14% dei voti. Un disastro. Molto più di quanto non abbia perso il PD tra 2013 e 2018 (circa il 7%). Questo perché Merkel e Schultz hanno commesso errori? No, semplicemente perché i tedeschi, anche se un po’ meno degli italiani, sono scontenti di chi governa, chiunque esso sia.

Quel che acceca molti intellettuali sulla politica è che non vogliono riconoscere la sua irrazionalità. Ad esempio, il rigetto popolare dei politici in quanto tali, ma soprattutto dei politici che governano. Certamente molti politici sono corrotti e inetti, ma il rumor ubiquo fa di ogni erba un fascio. La psichiatria e la psicoanalisi possono esserci di aiuto per capire questa politicofobia che sta portando al tramonto della democrazia. Credo che il Leitmotiv “politici tutti magna-magna” sia una forma di ipocondria sociale.

L’ipocondriaco, in senso lato, è una delle figure più diffuse nel panorama umano moderno. È qualcuno che certamente vive disturbi in senso stretto, ma non li correla a un disagio soggettivo: ne fa una questione medica. È convinto che il proprio corpo è malato, anche se una valanga di analisi mediche non mostra alcuna lesione organica. L’ipocondriaco attribuisce insomma al suo corpo una qualità persecutoria: lo fa soffrire perché questo corpo è malato. Con la psicoterapia si scopre, poco a poco, che questo corpo dolorante esprime un soggetto sofferente. È come se uno soffrisse di sudori freddi, ma senza sentire di avere paura; come se uno arrossisse continuamente, ma senza provare vergogna; o come se una donna ‘soffrisse’ di secrezioni vaginali, senza provare alcuna eccitazione sessuale… Il corpo è scisso dalla soggettività: è un altro che mi fa soffrire. Ma perché mi fa soffrire? Direi perché il mio corpo gode per conto suo, ma a mie spese. Come nell’esempio delle secrezioni vaginali (senza alcuna causa fisica precisa): il corpo di questa donna gode, ma a scapito della donna stessa.

Seguo un giovane che per mesi ha sofferto di attacchi di tachicardia, in realtà attacchi di panico, senza che i vari test abbiano dimostrato la minima disfunzione cardiaca. Poco a poco, rivangando la sua infanzia, abbiamo scoperto che in qualche modo egli riproduce così gli effetti fisici del rapporto sessuale, che comporta sempre un’accelerazione cardiaca. Ma di questo rapporto sessuale egli non gode, anzi è preso da sconfinata angoscia: è l’altro a godere, a sue spese.

Ora, la cosiddetta classe – o casta – politica è un po’ come il corpo del campo sociale. La politica mi esprime, mi rappresenta, come il mio corpo mi esprime e mi rappresenta, ma a molti essa appare scissa da me, altra da me. Il politico mi deruba, mangia i miei soldi, perché gode; vive in una sorta di favoloso bunga bunga. Come per il corpo dell’ipocondriaco, il corpo politico non mi fa godere, perché mi esclude dai suoi piaceri. Del resto la metafora del magna-magna indica il fatto che il godimento dell’altro contro di me ha una qualità orale elementare: l’Altro è come un bambino vorace che succhia il mio latte, e mi dissecca.

Certo la democrazia delude, prima o poi, perché essa si basa su una promessa che non può essere mantenuta. L’utopia democratica afferma che la volontà popolare è quasi onnisciente: basta far esprimere il popolo, e si troverà la soluzione giusta. Ma sappiamo che non è così. Il popolo può scegliere liberamente Mussolini, Hitler, Putin… La gente si rende conto che la Grande Promessa – se il popolo sceglie, sceglie per il meglio – non si realizza. Persistono rabbia e disagio. Di chi è la colpa allora? Ma dei politici, ovviamente! L’errore non è nella scelta che fa il popolo, ma nel tradimento di quelli che il popolo ha scelto, che pensano a godere per se stessi, che mi succhiano il sangue. E così, sullo sfondo, si profila il capo buono, il Duce.

Approfitto dell’occasione per dire come vedo la funzione dell’Opposizione paradigmatica, il M5S. Pare che il 50% dei suoi elettori si dicano di sinistra, e solo il 20% di destra. Questo dà argomenti a quelli della sinistra che vorrebbero un accordo governativo con il M5S. Ma quando si chiede agli elettori M5S con chi preferirebbero fare un’alleanza di governo, la Lega è di gran lunga preferita al PD. Come mettere assieme questi due dati che sembrano contraddittori? Perché credo che la funzione diciamo storica del grillismo sia e sarà quella di traghettare una parte della sinistra verso destra. La demagogia del M5S, agitando temi in apparenza di sinistra come il reddito di cittadinanza, porta l’opinione un tempo di sinistra verso il nazionalismo sovranista e xenofobo dell’estrema destra. Potrebbe generalizzarsi all’Italia quel che è accaduto nelle ultime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Qui, nelle elezioni politiche di due mesi prima il M5S aveva ottenuto il 24,56%, due mesi dopo crolla all’11,67%. Ovvero, gran parte dei voti che alle politiche erano trasmigrati dalla sinistra ai pentastellati non sono tornati a sinistra, ma sono scivolati direttamente verso la Lega. Forse il Friuli-Venezia Giulia ha concentrato in un tempo fulmineo un processo che, più lentamente, potrebbe prodursi in tutta Italia. Se questa funzione del grillismo come stazione di passaggio nel viaggio verso Destra venisse confermata, questo si situerebbe in quello che considero il fatto politico più importante degli ultimi anni in Occidente: la progressiva radicalizzazione reazionaria, a destra, di tutti gli strati che in qualche modo si sentono sfavoriti, “perdenti”.

 

 

Da "http://www.doppiozero.com"  Opposizione e politicofobia di Sergio Benvenuto

Governano i peggiori? Digressioni bibliche

Venerdì, 18 Maggio 2018 00:00

Governano i peggiori? È una domanda antica che con il trascorrere del tempo non perde d’attualità. Uno dei fattori in gioco per formulare la risposta è il modo in cui i governanti hanno conquistato il potere; se ciò è avvenuto attraverso la violenza, il giudizio tende a orientarsi in senso negativo. Così però non capitò nella lunga stagione delle moderne rivoluzioni politiche, durante la quale venne legittimato l’uso di una determinata violenza.

Non si tratta però solo del ricorso alla forza fisica. I regimi democratici (o sedicenti tali), pur esenti da colpi di stato o da altre forme di violenza armata, non sempre sono al riparo né da forme d’intimidazione, manipolazione, propaganda demagogica, persuasione occulta (fattore sempre meno circoscrivibile nell’era massmediatica), né dalla comparsa di improvvise fascinazioni legate a mirabolanti promesse.

La Bibbia, assai familiare con un potere conquistato o mantenuto attraverso lo spargimento di sangue, non ignora però neppure procedure legate a forme in cui il consenso è catturato in modi incruenti. È il caso, per esempio, di Assalonne. Nella sua vicenda, non per nulla, fanno la loro comparsa alcuni consiglieri (Ioab, Achitòfel, Cusài), figure tipiche di chi usa l’intelligenza e l’astuzia al fine di raggiungere o mantenere il potere.

Il quadro interpretativo generale della storia legata alla famiglia di Davide è saldamente teologico, il suo fil rouge è ascrivibile alla storiografia deuteronomistica che spiega gli accadimenti negativi imputandoli alla presenza del peccato e ai successivi interventi punitivi di Dio; tuttavia, se si presta attenzione ai particolari, nella Scrittura si vedono all’opera dinamiche ampiamente trascrivibili in termini più «laici» e attuali.

Come era stato preannunciato dal profeta Natan, nonostante il pentimento del re, il peccato di Davide provoca una serie di torbide conseguenze: Amnon violenta la sorellastra Tamar, Assalonne (fratello di quest’ultima) fa assassinare il colpevole dell’infamia arrecata alla sorella e fugge (cf. 2Sam 13); tuttavia, grazie a uno stratagemma ideato da Iaob, in seguito è riammesso a Gerusalemme, gli è però precluso di vedere il padre. Assalonne, uomo dall’aspetto bellissimo (cf. 2Sam 14,25-27), il che ha, come sempre, un suo peso, cominciò a promettere aiuto a coloro che si recavano a Gerusalemme per discutere la loro causa di fronte al re; la sua fortuna inizia da qui.

Non essendo tra le pagine più conosciute della Bibbia conviene trascriverla: Assalonne si procurò un carro, cavalli e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui. Assalonne si alzava al mattino presto e si metteva da un lato della via di accesso alla porta della città. Quando qualcuno aveva una lite e veniva dal re per il giudizio, Assalonne lo chiamava e gli diceva: «Di quale città sei?».

L’altro gli rispondeva: «Il tuo servo è di tale tribù d’Israele». Allora Assalonne gli diceva: «Vedi le tue ragioni sono buone e giuste, ma nessuno ti ascolta per conto del re». Assalonne aggiungeva: «Se facessero me giudice del paese! Chiunque avesse una lite o un giudizio verrebbe da me e io gli farei giustizia». Quando uno gli si accostava per prostrarsi davanti a lui, gli porgeva la mano, l’abbracciava e lo baciava. Assalonne faceva così con tutti gli Israeliti che venivano dal re per il giudizio; in questo modo Assalonne si accattivò il cuore degli Israeliti (2Sam 15,1-6).

Il crescente consenso goduto dal figlio di Davide lo portò alla ribellione nei confronti del padre (cf. 2Sam 15,7-18,18). Da qui in poi il racconto conosce il versamento di molto sangue; tuttavia, il suo inizio è imperniato non sulla violenza bensì sui modi atti ad accattivarsi la simpatia collettiva mediante l’ostentazione e le facili promesse.

In un tempo in cui non vigeva la divisione dei poteri, assicurare da parte di un membro della casa reale il proprio sostegno nelle cause giudiziarie era operazione dotata di una capacità di convincimento paragonabile a quella con la quale oggi si promettono riduzioni di tasse, sussidi a pioggia, posti di lavoro garantiti, riforme palingenetiche, ordine e sicurezza prive di smagliature.

Il tutto, allora come ora, sostenuto da una fastosa e accattivante messa in scena posta al servizio di colui che si dimostra affabile e familiare nei confronti della gente. Nei nostri anni, almeno in Occidente, le rivoluzioni, le congiure, i colpi di stato non sono moneta corrente. Il discorso invece è ben diverso rispetto agli altri fattori sopraindicati; essi, con le grandi varianti del caso, sono tutti ancora all’ordine del giorno.

Ciascuno dà i propri frutti. La Bibbia dà grande spazio alla violenza collegata alla conquista e all’esercizio del potere. Tra i molti esempi ve n’è uno il quale, soprattutto perché sceglie d’anticipare la vicenda attraverso un apologo favolistico, sembra destinato a imprimere la convinzione secondo cui governano i peggiori.

Si tratta di una serie di avvenimenti contenuti nel libro dei Giudici. Abimèlec, figlio di Gedeone, in combutta con i signori di Sichem, conquistò il potere facendo uccidere, su una sola pietra, i suoi settanta fratelli (cf. Gdc 9,1-6). Dalla carneficina si salvò il solo Iotam. A quest’ultimo si deve il fantasioso apologo degli alberi rivolto ai signori di Sichem. Iotam raccontò che gli alberi si misero in cammino per eleggere sopra di loro un re.

L’ulivo, il fico, la vite non vollero rinunciare ai loro frutti per andarsi a librare sopra i loro colleghi. Alla fine, ci si rivolse al rovo, il peggiore, che accettò subito la nomina accompagnandola con parole di oscura minaccia: «Se davvero mi ungete re su di voi, venite e rifugiatevi alla mia ombra; se no, esca un fuoco dal rovo e distrugga i cedri del Libano» (Gdc 9,7-21).

Nella Bibbia l’apologo diviene una specie di profezia. Nel resto del capitolo si parla, infatti, della rottura avvenuta tra i signori di Sichem e Abimelèc. Il quadro interpretativo è di nuovo teologico: «Questa avvenne perché la violenza fatta ai settanta figli di Ierub-Baal [Gedeone; nda] ricevesse castigo» (Gdc 9,24).

Dopo una serie di scontri reciproci, ci fu una prima conclusione atroce. Tutti i signori di Sichem si erano radunati nei sotterranei del tempio di El-Berit. Abimèlec e i suoi uomini vi appiccarono il fuoco: «Così perì tutta la gente della torre di Sichem, circa mille persone, fra uomini e donne» (Gdc 9,49). Segue un episodio in cui Abimèlec si reca a Tebes; giuntovi, cinge d’assedio una torre in cui si erano rifugiati i signori della città.

La sua intenzione era anche questa volta d’incendiarla, tuttavia una donna dall’alto fece cadere una macina sul cranio di Abimèlec e quest’ultimo ordinò al proprio scudiero di trafiggerlo perché non si dicesse che fosse stato ucciso da una donna. L’episodio si conclude con la chiosa secondo la quale Dio fece ricadere su Abimèlec e sui signori di Sichem tutto il male da loro compiuto: «Così si avverò su di loro la maledizione di Iotam» (Gdc 9,57).

Assunto nel suo contesto, l’apologo è una maledizione efficace perché conforme alla visione deuteronomistica della storia; tuttavia, la suggestione delle sue immagini paradossali trascende l’ambientazione specifica. Grazie a esse, da un lato constatiamo il rifiuto di darsi alla politica da parte di coloro che producono frutti nella società (ulivo, fico, vite), dall’altro registriamo la volontà di occupare quel posto a opera di coloro che sono improduttivi sul piano economico e culturale (rovo).

Un dramma della politica è che non si può fare a meno del governo; eppure, di frequente, il potere cade nelle mani dei peggiori; ciò avviene anche perché i migliori rifiutano di assumere le responsabilità pubbliche che a loro competerebbero. Il discorso però è meno schematico di quanto non appaia. Lo è se si tiene conto della motivazione espressa dagli alberi fruttiferi, i quali concordemente sostengono di rinunciare alla carica perché la sua assunzione impedirebbe loro di produrre frutti.

In altri termini, governano i peggiori anche perché è l’esercizio stesso del potere a rendere le persone peggiori. Sciolte da ogni contesto teologico legato a un Dio che regge la storia (in modi peraltro non più accettabili dalle nostre coscienze), riflessioni legate al «governo dei peggiori» sono presenti nella componente autobiografica della settima Lettera di Platone.

Da giovane il grande filosofo pensava di dedicarsi alla politica, anzi era stato invitato a farlo anche da alcuni suoi familiari e conoscenti che rientravano nella cerchia dei Trenta tiranni. In effetti, egli allora riteneva che essi avrebbero potuto purificare la città dall’ingiustizia; tuttavia il loro comportamento ben presto fece apparire oro il governo precedente. Non andò meglio con la democrazia restaurata, la quale mise addirittura a morte Socrate.

Platone dovette quindi constatare che era sempre più difficile «partecipare all’amministrazione dello stato rimanendo onesti». La conclusione è nota: «Vidi dunque che mai sarebbero cessate le sciagure delle generazioni umane, se prima al potere politico non fossero pervenuti uomini veramente schiettamente filosofi, o i capi politici della città fossero divenuti, per qualche corte divina, veri filosofi».

Avendo ormai alle spalle sia la convinzione che Dio regga la storia attraverso punizioni atroci volte a suscitare pentimenti risanatori, sia la fiducia che la ragione filosofica possa rigenerare la politica, la nostra priorità si concentra sull’impegno che l’ulivo, il fico e la vite continuino a produrre i loro frutti nonostante l’incombere dei rovi; se risanamento ci sarà, non potrà cominciare che da lì.

Da "http://www.retesicomoro.it" Governano i peggiori? Digressioni bibliche di Piero Stefani

Mentre in Italia siamo più interessati a capire se nel Pd conta di più Renzi o Franceschini, in Europa continua a il lavoro sul prossimo quadro finanziario, al quale finiremo per accodarci senza averci messo becco. Se siamo irrilevanti in Europa è perché non ce ne frega niente


Funziona sempre così, con l’Unione Europea. Passiamo anni a non occuparcene, e improvvisamente ce ne ricordiamo quando i recinti sono chiusi e i buoi sono scappati. E, infine, completiamo l’opera parlandone solamente pro domo nostra, in funzione della polemica politica interna, senza avere la minima contezza dell’importanza del dibattito che grava sulle nostre teste: quello tra chi vuole un Europa con più soldi e più ambizioni, come Juncker, Macron e Merkel. E quella di chi vuole un’Europa «minima e più efficiente», come il presidente austriaco Sebastian Kurz e tutto il blocco di Visegrad.

Perché di questo si sta parlando quando si parla del bilancio europeo 2021-2027. E se ne parla da anni, dalle parti di Bruxelles, a colpi di dibattiti, conferenze, relazioni, pressioni governative: «Io da quando sono europarlamentare ho participato a tre conferenze high level organizzate da Wolfgang Schauble sul quadro finanziario 2021-2027. Capisci? Era appena partito il quadro 14-20 e loro già si occupavano di quel bilancio» ci aveva raccontato amaro l’europarlamentare Daniele Viotti, qualche mese fa «Venivano qui, invitavano i pezzi grossi della Commissione e gli spiegavano la strategia della Germania, la loro visione, l’importanza di mettere i soldi dove volevano loro. Noi di queste conferenze non ne abbiamo mai fatta una».

Eccola, la nostra irrilevanza nel dibattito europeo. E non pensate, come vi racconteranno, che la colpa ricadrà su questi due mesi scarsi senza un governo nel pieno delle sue funzioni. La nostra irrilevanza in Europa è figlia del nostro disinteresse per l’argomento quando un governo c’era eccome e si vantava dei pugni sbattuti sul tavolo per briciole di flessibilità. E c'era pure un’opposizione, peraltro, che sparava cannonate contro Bruxelles un giorno sì e l’altro pure.

Eccola, la nostra irrilevanza nel dibattito europeo. E non pensate, come vi racconteranno, che la colpa ricadrà su questi due mesi scarsi senza un governo nel pieno delle sue funzioni. La nostra irrilevanza in Europa è figlia del nostro disinteresse per l’argomento quando un governo c’era eccome e si vantava dei pugni sbattuti sul tavolo per briciole di flessibilità. E c'era pure un’opposizione, peraltro, che sparava cannonate contro Bruxelles un giorno sì e l’altro pure
Ecco: vi ricordate una sola dichiarazione in campagna elettorale in cui qualunque politico ha detto come avrebbe coperto i 13 miliardi mancanti del Regno Unito nel budget dell’Unione, se tagliando le spese come vogliono fare scandinavi e orientali, o aumentando i contributi netti dei ventisette Paesi rimasti nell’Unione, come vorrebbe la Germania, sfondando il muro dell’1%, come vorrebbe la Germania? E se tagli devono essere, abbiamo idea di dove tagliare? Meno sussidi per l’agricoltura o meno fondi europei al Mezzogiorno? E preferiamo aumenti il budget per la ricerca scientifica o quello per l’accoglienza ai migranti?

Questo è il dibattito su cui si stanno scornando ventisei governi e la Commissione guidata da Jean Claude Juncker. Questo è il dibattito da cui noi siamo drammaticamente assenti già da qualche anno. Il finale è già scritto: poiché il bilancio va approvato all’unanimità, finiremo per accodarci alle mediazioni altrui. E lo faremo mentre saremo impegnati a decidere se nel Pd conta di più Renzi o Franceschini, e se a Palazzo Chigi ci debba andare Di Maio o Salvini. Per fare cosa, non ci interessa. Ci basta avere un alibi, del latte versato su cui piangere, dei cattivi con cui prendercela, dopo. Da perfetti cialtroni, quali siamo diventati.


Da "http://www.doppiozero.com" Bilancio europeo: gli altri si scannano, noi ce ne freghiamo. Ce la meritiamo tutta, la nostra irrilevanza di Francesco Cancellato

"Land grabbing”: quando non siamo mai sazi

Venerdì, 11 Maggio 2018 00:00

Il fenomeno è noto da tempo, ma negli ultimi tempi si va allargando a dismisura aumentando ancora una volta il divario tra ricchi e poveri. Parliamo del “Land grabbing”, espressione inglese che indica l’accaparramento delle terre che priva i contadini dei terreni da coltivare, spesso solo per sopravvivere.

Un anno fa aveva preso avvio una campagna ecumenica dal titolo “Pianeta in svendita”, promossa dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese evangeliche in Svizzera, per sensibilizzare al problema, peraltro ben conosciuto, e denunciato a più riprese, da tanti missionari.

Ora è la volta delle organizzazioni non governative, delle associazioni, delle cooperative e degli ordini religiosi che sono parte della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario) che, operando in alleanza con la CIDSE (Coopération Internationale pour le Développement et la Solidarité = le ONG cattoliche internazionali di sviluppo sostenibile), raccolgono le preoccupazioni di molte comunità locali, mentre cresce la voce delle conferenze episcopali latinoamericane, africane e asiatiche schierate a fianco delle popolazioni.

La nuova campagna FOCSIV (con partner la Coldiretti) – che ha preso il via il 27 aprile, a 16 anni di distanza dalla precedente “Abbiamo riso per una cosa seria” – è dedicata proprio al contrasto al Land grabbing. In un Rapporto di 100 pagine – I padroni della terra – presentato a Bari, un’analisi della situazione e delle sue dimensioni, le norme internazionali tese a contrastarlo, alcuni casi emblematici come l’Ecuador – dove un’impresa petrolifera sta fagocitando terre della foresta amazzonica – o il Myanmar (con nuovi insediamenti industriali e monoculture intensive a spese delle popolazioni locali), e infine i progetti di impegno delle organizzazioni non governative, come FOCSIV e CIDSE, per contrastare le operazioni di Land grabbing nell’ottica di un riconoscimento del ruolo di protagonisti che non può essere affidato che alle comunità contadine che abitano le terre. Il Rapporto – come si legge – «non intende in alcun modo entrare nel merito di un’analisi di costi e benefici di un fenomeno oltremodo complesso, piuttosto vuole prendere una chiara posizione a fianco delle comunità povere e vulnerabili che sono espropriate dei loro diritti».


Nuovo sfruttamento dei poveri
Già nel 1945, in una Dichiarazione congiunta tra 28 leader cattolici, protestanti ed ebrei degli USA, si affermava: «La terra è una specie di bene tutto particolare. Il proprietario di un terreno non ha diritto assoluto di uso e di abuso, poiché il suo titolo di proprietà è carico di responsabilità sociali; il suo è infatti un diritto di gestione per la sua persona, per la famiglia e per la società, ma anche un patrimonio d’amore per i figli e per le generazioni future».

A ricordarlo è Luigi Bressan, vescovo emerito di Trento e rappresentante della CEI in FOCSIV, che richiama anche il sistema dei Giubilei della terra previsto nella Bibbia e la costituzione Gaudium et spes ai numeri 35 (“Norme dell’attività umana”) e 69 (“I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini”). Anni luce di distanza da quanto accade oggi.

Che il fenomeno stia subendo un’accelerazione era stato segnalato già dalla FAO in un Rapporto del 2011, ripreso nel 2015 dall’allora Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: «Può accadere che alcune popolazioni locali vengano estromesse – anche con modi molto aggressivi – dalle terre che occupano, perdendo il loro lavoro nel settore agricolo e ingrossando le aree di povertà delle periferie urbane».

«L’accaparramento di terre fertili rappresenta un problema antico scandalosamente attuale», si legge nel Rapporto FOCSIV, che fa riferimento ad un processo di vero e proprio saccheggio fondiario che, a partire dalla prima decade degli anni 2000, si sta consumando a danno delle comunità rurali più vulnerabili da parte di Stati, gruppi e aziende multinazionali, società finanziarie e immobiliari.

I dati che illustrano il fenomeno fanno riferimento al database di Land Matrix, il sistema più completo a livello internazionale per la raccolta di informazioni sui contratti di acquisizione o affitto della terra lanciato nel 2012, anche se la realtà è in tale continuo mutamento che risulta davvero difficile una fotografia perfettamente realistica.

Non mancano – è vero – gli aspetti positivi, da alcuni pure enfatizzati, come sottolinea Andrea Stocchiero: queste operazioni di investimento di capitali, di trasferimento di tecnologie e know how, di valorizzazione delle risorse locali vanno di pari passo con i nuovi capitali che entrano nei Paesi poveri favorendo l’occupazione e le esportazioni con aumento del reddito locale. Ma si tratta più spesso di benefici che vengono annullati dai danni che parlano senza mezzi termini di un nuovo sfruttamento dei poveri, andando ben oltre a quello che veniva definito neocolonialismo Nord-Sud.

Nello specifico, vengono indicati i Paesi target e quelli investitori del Nord o emergenti (Stati Uniti, Malesia, Cina, Singapore, Brasile, Emirati Arabi, India, Regno Unito, Olanda, Liechtenstein, Paesi dove sono approdate più di 300 multinazionali nell’ultimo decennio).

Tra i primi, si registrano Stati in cui si verificano conflitti e vittime in nome della difesa terriera da parte di piccole comunità rurali e indigene. Il Global Witness, nel luglio 2017, ha denunciato almeno 24 omicidi in 24 Paesi (in testa Repubblica Democratica del Congo, Papua Nuova Guinea, Brasile, Sud Sudan, Indonesia, Mozambico, Congo Brazzaville, Federazione Russa, Ucraina, Liberia) e migliaia di persone espulse o incarcerate perché difendevano la terra e l’ambiente in cui vivere.

Le terre così avidamente cercate – 88 milioni di ettari nel mondo! – servono per introdurre perlopiù coltivazioni intensive di riso, olio di palma, canna da zucchero, mais, girasole e jatropha (un’euforbiacea da cui si ottengono bioplastiche, olii lubrificanti e biodiesel con coltivazioni sperimentali avviate anche in Calabria).

Nuova geografia e nuova geopolitica
Esiste (o resiste!) uno scenario geografico di matrice neocoloniale con Paesi di tradizione coloniale come Regno Unito e Olanda che, insieme al capitalismo statunitense, occupano terre e “trasferiscono” risorse nella direttrice Sud-Nord, ma con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 si è passati via via ad una nuova geografia e ad una nuova geopolitica del controllo delle risorse con Paesi emergenti che, da target, diventano investitori o, come il Brasile, lo sono contemporaneamente, dipende dalle zone. Paesi petroliferi ad alta ricchezza, come Emirati Arabi e Arabia Saudita, ma anche paradisi fiscali come Singapore e Isole Mauritius non sono da meno.

Gli esempi sono impensabili ai non addetti ai lavori. La Cina ha stipulato 137 contratti per una superficie di 2 milioni e 900 mila ettari in oltre 30 Paesi nel mondo. L’India ha contratti con oltre 20 Paesi al mondo perlopiù in America Latina e in Africa occidentale. Gli Emirati Arabi investono in Africa prevalentemente in Sud-Sudan, apparentemente «per fini di conservazione della natura e turistici».

Le Isole Mauritius contano 16 contratti, pari a 423 mila ettari di terra concentrati soprattutto in Mozambico e nello Zimbabwe per la produzione di fibre e di biocarburante.

E pure l’Italia ha investito su 1 milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Stati, la maggior parte in Paesi africani (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal) e in Romania; in generale, le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare nei biocombustibili.

Nel Testo si legge un commento della sociologa Saskia Sassen (2015), la quale parla di «un generale cambiamento sistemico che vede la formazione di un vasto mercato globale della terra» che favorisce le operazioni di accaparramento e «una mercificazione su larga scala della terra che, a sua volta, può portare ad una finanziarizzazione di quella merce».

Emerge con forza l’attualità e la profondità dei concetti espressi nella Laudato si’ da papa Francesco il quale, nel volo di ritorno dal viaggio apostolico in Polonia, il 31 luglio 2016, rispondeva ad una domanda su chi alimenta il terrorismo nel mondo: «Nessun popolo, nessuna religione è terrorista! È vero ci sono gruppi fondamentalisti da ogni parte. Ma il terrorismo inizia quando “hai cacciato via la meraviglia del creato, l’uomo e la donna, e hai messo lì il denaro”».


E ancora non basta
Ma il mondo moderno non sembra ancora sazio di consumo: se la terra è ormai considerata come una merce (un concetto ben diverso da quello di «casa comune» proposta da Bergoglio), nello scenario internazionale si affaccia un ulteriore accaparramento di un’altra risorsa naturale limitata, l’acqua.

A denunciarlo con forza – nella Postfazione – è Andrea Segrè, ordinario di politica agraria internazionale e comparata a Bologna e di economia circolare a Trento, dove è presidente della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige: «È il cosiddetto “Water grabbing”, per riprendere il titolo di un recente lavoro di E. Bompan e M. Iannelli del 2018: l’accaparramento di acqua – e le sue conseguenze in termini di conflitti, migrazioni, povertà, disuguaglianze, squilibri – conferma l’approccio predatorio in atto peraltro su un bene comune indispensabile alla vita» scrive il prof. Segrè, aggiungendo una proposta operativa su quanto possiamo fare noi: «Arginare il fenomeno dell’accaparramento delle risorse naturali – terra, acqua, aggiungerei energia – ci riguarda tutti: il cambiamento dipende soprattutto da noi stessi e dal nostro comportamento. Consumare-distruggere porta ad accaparrare-incettare. Cambiamo i verbi e dunque le nostre azioni. Fruire e curare devono guidarci ad un nuovo stile di vita: più rispettoso, più responsabile, più sostenibile. Sarebbe, questa, una rivoluzione culturale».


Da "http://www.settimananews.it" "Land grabbing”: quando non siamo mai sazi di Maria Teresa Pontara Pederiva

Fare della Corea del Nord un Paese normale, se non addirittura ricco: ecco qual è l'obiettivo strategico di Kim Jong Un. Oggi tutti esultano, ma domani una Corea unita potrebbe diventare un problema per Cina e Giappone.

Che cosa spinge Kim Jong-Un a fare la pace con la Corea del Sud e forse anche con gli Stati Uniti? “It’s the economy, stupid”, risponderebbe Bill Clinton con lo slogan che gli fece vincere la campagna elettorale del 1992 contro Bush senior. Negli anni Sessanta la Corea del Nord, dopo la disastrosa guerra del 1950-53 che fece tre milioni di vittime, era più sviluppata della Corea del Sud: oggi è un Paese impoverito dove però buona parte della popolazione partecipa all’economia informale che si è diffusa negli ultimi anni. Se scoppia la pace le cose sono destinate a cambiare rapidamente, a cominciare da Kaesong, la zona economica congiunta tra le due Coree.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo. Sotto embargo americano dai tempi della guerra di Corea, il Paese è nel mirino delle risoluzioni dell’Onu da quando nel 2006 fece il suo primo test nucleare. Rafforzate l’anno scorso, le sanzioni interessano quasi ogni settore, dalle forniture militari agli articoli di lusso, ai beni commerciali più comuni e diffusi come il sapone. Diverse aziende nordcoreane sono sotto embargo, le operazioni finanziarie sono in pratica quasi bloccate se non con la Cina e la Russia e sono state congelate anche le esportazioni di carbone e quelle minerarie.

Secondo alcuni osservatori l’apertura di Kim è il segnale di disperazione dei un leader che vede il suo Paese assediato dalle sanzioni. La Corea del Nord è la nazione contro la quale sono state adottate più sanzioni al mondo
Ma questo sistema non è ermetico. Mosca e Pechino, che pure hanno votato nel 2017 a favore di nuove sanzioni, tengono ancora a galla la Corea del Nord e la Cina continua a esportare petrolio verso Pyongyang. Non solo, le zone economiche speciali con la Cina e la Russia riforniscono la Corea di Kim del necessario per sopravvivere.

In realtà la Corea del Nord è diventata nel tempo assai abile nell’aggirare le sanzioni e anche il Paese non è più così chiuso, almeno sotto il profilo economico, come in passato. Anzi pur restando il regime una sorta di fortezza ideologica c’è stata anche un’evoluzione verso l’economia di mercato, alimentata dai traffici di merci e di valuta: si è creata quella che gli osservatori definiscono una nuova “borghesia rossa” costituita da arricchiti all’ombra del regime.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo don Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”
La Corea di Kim non è un Paese sull’orlo di una crisi perenne come appare in certi rapporti occidentali e come lo fu certamente durante la carestia degli anni Novanta. E qui si viene forse alla vera motivazione che ha spinto il leader nordcoreano alla trattativa con il Sud e con gli Stati Uniti: Kim vorrebbe fare del Nord un Paese ricco. Queste ambizioni erano state espresse dal giovane leader nella sua linea strategica definita “Byungjin”, il Progresso Duale, che consiste nella creazione di zone economiche speciali e nello sviluppo dell’economia civile, finora sempre sopravanzata dagli investimenti militari nel settore nucleare e missilistico.

Negoziare con Seul un trattato di pace e poi sedersi al tavolo con Donald Trump, sono le mosse di Kim per accelerare la trasformazione della Corea del Nord, oggi povera e isolata, in un Paese ricco - o meno povero - e forse “normale”. Con una ricetta che i cinesi conoscono bene: liberalizzazione economica e stretto controllo della sfera politica. Adeguandosi al modello di sviluppo asiatico, Kim punta a far rientrare il Paese nell’ordine regionale: questa è in sintesi la transizione coreana. Ma non è detto che una Corea del Nord “normale” possa piacere davvero alla Cina o al Giappone, soprattutto se un giorno cominciassero a soffiare i venti di una possibile riunificazione. Parafrasando Andreotti sulla Germania, si potrebbe dire che i vicini della Corea la amano a tal punto che ne vorrebbero sempre due.

Da "http://www.linkiesta.it" La riunificazione delle due Coree? Per Cina e Giappone è un incubo che diventa realtà di Alberto Negri

Il quotidiano tedesco Handelsblatt sostiene che 27 su 28 ambasciatori di paesi Ue (Ungheria esclusa) hanno firmato un rapporto in cui si afferma che l’iniziativa “va contro l’agenda dell’Unione Europea per la liberalizzazione del commercio e spinge l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”. Il documento – non ancora pubblicato ufficialmente – sarebbe stato realizzato in attesa di un summit Cina-Usa previsto per luglio.

Perché è importante

Il Vecchio Continente mostra nuovi segni di malcontento riguardo la gestione cinese della Bri. Nell’ultimo anno Germania e Francia hanno fatto capire alla Repubblica Popolare di esigere maggiore reciprocità e trasparenza, al fine di far decollare realmente l’iniziativa. Inoltre, Bruxelles si è già mossa per monitorare meglio gli investimenti cinesi nell’Ue (318 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni) e adottare nuovi metodi di calcolo dei dazi antidumping.

A ciò si aggiunga che Roma e l’Ue stanno indagando su una presunta frode fiscale da parte di gruppi criminali che importano prodotti nel Vecchio Continente tramite il Pireo, scalo marittimo greco controllato dalla cinese Cosco.

Non sottoscrivendo il sopramenzionato documento, Budapest lascia intendere quanto consideri importante la partnership con Pechino. La Repubblica Popolare sta sviluppando una rotta ferroviaria dal Pireo fino alla Germania passando per Ungheria, Macedonia e Serbia. Proprio nel primo paese il progetto ha subìto una battuta d’arresto poiché la costruzione del tratto ferroviario era stato assegnato a un’azienda della Repubblica Popolare senza una gara d’appalto pubblica. Budapest ha dovuto indirla lo scorso novembre, in seguito all’indagine attuata dall’Ue.

LE PRIMA AUTO CINESI COSTRUITE IN EUROPA

Il settore automobilistico è tra quelli da osservare nei prossimi anni. Nel 2019, la Volvo, di proprietà della cinese Geely, produrrà il Suv della casa Lynk & Co a Ghent in Belgio. È la prima volta che un’azienda della Repubblica Popolare produce automobili in Europa.

Li Shufu, proprietario della Geely, possiede anche la London Taxi Co., la Lotus e il 10% della Daimler, di cui fa parte la Mercedes Benz. L’azienda cinese collabora con la Volvo per specializzarsi nel settore delle auto elettriche. Tale dinamica interessa da vicino la Repubblica Popolare, che vuole abbattere gli alti tassi d’inquinamento non solo diversificando le fonti d’approvvigionamento energetico, ma anche riducendo le emissioni inquinanti dei veicoli a motore. La Volkswagen sta investendo circa 10 miliardi di dollari per cogliere l’occasione offerta dal mercato cinese.

LA BRI E IL DEBITO DEI PARTNER CINESI

Nello sviluppo delle nuove vie della seta la Cina deve prestare attenzione alla sostenibilità finanziaria dei progetti da parte dei paesi partner. Lo ha sottolineato anche Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi).

Secondo un rapporto del Center for Global Development, tra quelli più esposti al rischio di non poter ripagare il debito accumulato vi sono Maldive, Laos, Montenegro, Mongolia, Tagikistan, Kirghizistan, Pakistan e Gibuti.

Pechino pare consapevole di tale circostanza. Per questo ha recentemente lanciato con l’Fmi un centro congiunto per addestrare gli specialisti cinesi che operano all’estero nel settore dello sviluppo.

Yi Gang, a capo della Banca popolare cinese, ha sottolineato inoltre la necessità di creare un sistema di raccolta dei fondi degli investitori privati e uno di valutazione dei rischi di credito legati ai progetti nella cornice della Bri.

L’ITALIANA ESAOTE PASSA ALLA CINA

Un consorzio composto da fondi di private equity e compagnie cinesi prenderà il controllo dell’azienda nostrana produttrice di apparecchiature biomedicali. Tra i partecipanti vi è anche la Shanghai Yunfeng Xinchuang Investment Management Limited, co-fondata da Jack Ma, presidente di Alibaba, e David Yu, un tempo alla guida di Focus Media.

Elevare la qualità dei prodotti utilizzati nel settore sanitario risponde all’esigenza di Pechino di accrescere il benessere degli abitanti della Repubblica Popolare, nel quadro del ritorno a rango di potenza mondiale prefissato da Xi Jinping. Esaote accederà al mercato della Repubblica Popolare e il consorzio che la possiede venderà i suoi prodotti in Italia.

Il CENTRO DI BEIDOU APRE IN TUNISIA

Il primo centro all’estero del sistema di navigazione satellitare cinese Beidou è stato aperto in Tunisia. Si tratta di un progetto pilota tra la Repubblica Popolare e l’Organizzazione araba per l’informazione e la tecnologia della comunicazione. Tra i suoi obiettivi vi è addestrare gli scienziati che si occupano di navigazione satellitare e lo sviluppo dell’economia digitale nei paesi arabi.

Nel lungo periodo, Pechino vuole diffondere l’utilizzo di Beidou, rivale dello statunitense Gps, lungo le diramazioni della Bri ed estendere la propria rete a tutto il mondo entro il 2020. Lo sviluppo dei sistemi di navigazione satellitare ha implicazioni economiche e strategiche. Per la Cina, che punta a diventare una potenza cibernetica, il “dominio delle informazioni” – che comprende raccolta, analisi e sfruttamento delle informazioni – è infatti essenziale per vincere le guerre moderne.

L’INDIA NON SOSTIENE LA BRI

Difficilmente assisteremo a un riavvicinamento tra Cina e India durante l’incontro informale tra Xi Jinping e Narendra Modi fissato per il 27-28 aprile a Wuhan. Durante il recente summit dei ministri degli Esteri della Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), Delhi infatti non ha mostrato il proprio supporto alla Bri, a differenza dei governi di Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan.

L’India teme che la Cina si serva delle nuove vie della seta per accerchiarla, consolidando la sua presenza economica e militare nei paesi limitrofi (Pakistan, Nepal, Sri Lanka, Maldive). Ciò è parso evidente durante il faccia a faccia della scorsa estate tra le truppe dei due paesi nell’area del Dokhlam, contesa tra Repubblica Popolare e Bhutan.

A preoccupare Delhi è soprattutto la cooperazione tra Pechino e Islamabad, che insieme stanno sviluppando il corridoio economico sino-pakistano. Il porto di Gwadar, suo terminale marittimo, consentirebbe alla Cina di accedere all’Oceano Indiano alleggerendo la dipendenza dallo Stretto di Malacca. Non è da escludere che un giorno Pechino costruisca in prossimità dello scalo marittimo pakistano una base militare simile a quella operativa a Gibuti.


LE ESERCITAZIONI CINESI A LARGO DI TAIWAN E NEL MAR CINESE ORIENTALE

La scorsa settimana, la Repubblica Popolare ha condotto delle esercitazioni di tiro nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Orientale. Tutto ciò si è verificato dopo che la Repubblica Popolare ha realizzato la più grande parata navale della sua storia a largo dell’isola di Hainan.

La Cina di Xi Jinping punta a riprendersi Taiwan entro il 2050, possibilmente in maniera pacifica. Pechino vuole mostrare la sua superiorità militare a Taipei per convincerla che optare per la formula “un paese, due sistemi” (già usata per Hong Kong e Macao) è il migliore compromesso possibile per evitare un conflitto. Tuttavia, i rinnovati tentativi di Usa e Giappone di rafforzare i rapporti con Taiwan incoraggiano quest’ultima a non cadere tra le braccia di Pechino. Non a caso, Taipei ha annunciato che anche le sue Forze armate condurranno esercitazioni di tiro a fine giugno.

La partecipazione della Liaoning alle operazioni citate ha avuto probabilmente solo un valore simbolico. La portaerei di fabbricazione ucraina è stata dichiarata “pronta a combattere” nel 2016. Eppure i diversi limiti tecnici e di personale inducono a ritenere che la nave avrà solo un ruolo simbolico nelle strategie navali cinesi.

I PRIMI TEST DELLA SHANDONG

Discorso diverso vale per la Type-001A (soprannominata Shandong), seconda portaerei cinese e unica 100% made in China, pronta a cominciare i suoi test in mare. Lunedì 23 aprile, il giorno del 69° anniversario della Marina cinese, è stata diffusa sul Web una foto in cui la nave era attraccata al porto di Dalian affiancata da due rimorchiatori. La 001A, modello più evoluto della Liaoning, evidenzia la determinazione di Pechino a colmare il divario tra la sua Marina e quella degli Usa.

XINJIANG, IN METRO SOLO CON IL DOCUMENTO D’IDENTITÀ

Per il governo locale del Xinjiang, la regione è stabile, ma la dura campagna antiterrorismo non si fermerà. Al contrario, le autorità prenderanno provvedimenti sempre più severi al fine di erigere un metaforico “muro di ferro” per respingere il jihadismo. Tra le misure recenti, vi è la registrazione del documento d’identità per coloro che vorranno utilizzare la prima metropolitana della regione, pienamente in funzione a fine 2018.

Il governo cinese vuole impedire che i jihadisti di etnia uigura conducano attentati nel Xinjiang e nel resto del paese. Allo stesso tempo, Pechino non vuole permettere che quelli recatisi in Iraq e Siria per combattere nello Stato Islamico e nel qaidista Partito Islamico del Turkestan facciano ritorno in patria. Tuttavia, questo sforzo potrebbe inasprire i rapporti con la minoranza etnica musulmana e turcofona, costretta a sopportare misure di sicurezza sempre più stringenti. Questa dinamica potrebbe paradossalmente alimentare il malcontento della popolazione e quindi le possibilità di radicalizzazione.

IL TRENO FRA PANAMA E COSTA RICA

Panama sta valutando la costruzione di una linea ferroviaria lunga 450 chilometri verso il Costa Rica da realizzare con investimenti cinesi. Il progetto, di cui si sta valutando la fattibilità, dovrebbe prendere il via nel 2022.

Le relazioni diplomatiche tra Panama e Repubblica Popolare sono iniziate ufficialmente nel giugno 2017, dopo che la prima ha deciso di non riconoscere più la sovranità di Taiwan. Ciò ha determinato un rafforzamento delle attività economiche cinesi nel paese latinoamericano, strategico sia per la presenza del canale che collega l’Oceano Atlantico al Pacifico sia per la vicinanza geografica agli Stati Uniti. Il consolidamento della presenza cinese a Panama rientra infatti nel piano di Pechino per guadagnare il consenso in quello che Washington considerava un tempo il “giardino di casa”.

Da "http://www.limesonline.com" Quasi tutta l’Ue critica le nuove vie della seta di Giorgio Cuscito