"Voi sapete come me qual è la verità", Emma Bonino critica la politica migratoria applicata dal governo

Emma Bonino al Senato critica la politica migratoria del governo e la scelta di fornire ai libici 12 motovedette con un intervento duro e battendo le mani sul tavolo: “Voi sapete, come me, qual è la verità”.

“Voi sapete come me che non c’è pacchia che tenga. Voi sapete come me che i migranti non sono in crociera. Voi sapete come me che non ci sono i taxi del mare”, dichiara la leader di Più Europa nel corso della 26esima seduta dell’Assemblea.

Interrotta dagli insulti, la Bonino prosegue. “Io so che in quest’aula tutto mi è ostile ma non è possibile che una delle pochissime voci in disaccordo debba subire minacce, insulti e mancanza di rispetto”.

La scelta del governo di donare 12 motovedette alla Libia

Durante il question time alla Camera del 27 giugno, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato la decisione di donare 12 motovedette alla Libia con “conseguente formazione degli equipaggi per continuare a proteggere vite nel Mediterraneo”.


Secondo indiscrezioni, le imbarcazioni sarebbero 6 e non 12, dal prezzo unitario di circa 10mila euro.

Le navi – secondo quanto affermato dal ministro dell’Interno e leader della Lega – andranno alla guardia costiera libica. Quella stessa pattuglia che, un anno fa, venne accusata di aver aperto il fuoco contro la ong ProActiva Open Arms. Quello stesso corpo che dipende dalla marina militare locale che, a sua volta, è governata dal governo di Al-Serraj, riconosciuto dall’Onu, ma di fatto privato di qualsiasi potere.

In Libia Al-Serraj è in un angolo, mentre il resto del paese è retto – semplificando la situazione politica – dal governo di Tobruk guidato dal generale Khalifa Haftar, che – tra l’altro – in questo momento è reduce da un ricovero misterioso di qualche mese fa (addirittura è stato dato per morto in diverse circostanze).

La donazione delle motovedette italiane rischia di finire nel caos.


La situazione totalmente ingestibile di uno stato che è sull’orlo del fallimento ormai da diversi anni – e che manda i sindaci di alcune cittadine (veri e propri capi-tribù) a negoziare con i rappresentanti delle istituzioni straniere – non garantisce un buon esito della transazione.

Ma le “donazioni” fatte alla Libia rientravano già in un piano molto più vasto realizzato dal suo predecessore Marco Minniti.

Già nello scorso anno, infatti, si parlò di una operazione ampia – costata anche 800 milioni di euro e che già scatenò fortissimi dubbi – che prevedeva la cessione alla Libia di imbarcazioni, ma anche di ambulanze, jeep, automobili, telefoni satellitari, mute da sub, bombole per l’ossigeno, binocoli diurni e notturni.

Minniti diffondeva i numeri degli sbarchi, soddisfatto. Meno 32 per cento dall’inizio dell’anno, meno 67 per cento a luglio, il mese in cui l’Italia ha imposto il Codice di condotta alle Ong presenti nel Mediterraneo, minacciando di chiudere i porti e incassando al vertice di Tallin la disponibilità dell’Europa per un maggiore impegno per far fronte alla crisi migratoria.

A fronte dei 173 mila migranti sbarcati nei primi undici mesi del 2016 nel nostro paese, nel 2017 ne sono arrivati 117 mila. 55 mila in meno.

La svolta ci fu il 28 giugno 2017, quando Minniti adottò una delle decisioni più eloquenti sui numeri e le difficoltà a reperire le strutture di accoglienza di fronte all’emergenza migranti: durante un volo istituzionale diretto negli Stati Uniti dispose il dietrofront aereo per tornare in Italia e ridiscutere della gestione dei flussi migratori col premier Paolo Gentiloni.

Il ministro valutò attentamente l’intensificazione della collaborazione con la guardia costiera libica, formata da nostro personale e dotata di 10 motovedette ristrutturate dall’Italia, e la guardia libica di frontiera, lungo i 5 mila chilometri al confine con Ciad e Nigeria.

Questa possibilità rappresentò sicuramente un punto di svolta, quanto mai prezioso quindi una presa di posizione chiara e inequivocabile da parte del presidente del Consiglio. Un suo intervento in questa direzione avrebbe certamente un peso specifico importante per cambiate le carte in tavola.

Il 9 gennaio 2017, Minnito volò a Tripoli per gettare le basi di un’intesa con il governo di unità nazionale libico di Fayez al Serraj sulla gestione dell’immigrazione, il controllo delle frontiere e il contrasto al traffico di esseri umani.

Durante la conferenza stampa Minniti diede qualche indicazione in più sul memorandum d’intesa. “Tenendo conto degli accordi già fatti tra Italia e Libia, uno nel 2008, l’altro più recente nel 2012, abbiamo comunemente deciso di raggiungere un accordo nei tempi più brevi possibili, che consenta a Italia e Libia di combattere insieme gli scafisti”.

Da allora i rapporti con il paese nordafricano si sono sempre più intensificati.

Nell’ultimo anno è cambiato tutto nel contrasto ai flussi migratori con la politica intrapresa da Minniti e dal governo Gentiloni con l’intenzione di creare due sale operative: un centro marittimo di soccorso e una sala operativa di contrasto. Lo spiegò, per esempio, il generale Stefano Screpanti, capo del III Reparto-Operazioni della Guardia di Finanza, il 5 luglio al Comitato Schengen.

Screpanti disse che “la Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia di frontiera con l’Unione Europea sta mettendo a punto un progetto per creare queste due strutture. Nel Mrcc libico (la sala operativa di soccorso, ndr) ci dovrebbe essere l’apporto della Guardia Costiera italiana”. Nell’altra “ci dovrebbe essere il supporto principale della Guardia di Finanza, anche per svolgere azioni di contrasto e investigative”. L’annuncio del premier libico potrebbe riguardare quest’ultima ipotesi.

Nell’ultimo incontro di dicembre tra Al-Sarraj e Minniti si parlò di altri due argomenti fondamentali: il controllo delle frontiere meridionali e la chiusura delle decine di centri gestiti da criminali dove i migranti sono tenuti in condizioni disumane.

Gli stessi centri per i quali il ministro Salvini ha parlato di falsa “retorica”.

 

 

Da "www.tpi.it" Migranti, il discorso di Emma Bonino che scuote il Senato

Decreto dignità, il testo piace agli italiani. Per 3 elettori su 4 il Jobs act va cambiato

La misura più apprezzata è la stretta alle imprese che delocalizzano; quella considerata in modo più critico è il giro di vite sui contratti a termine

Il decreto Dignità sta incontrando un largo consenso nell’opinione pubblica: tre italiani su quattro esprimono un giudizio positivo sulla stretta alle imprese che delocalizzano dopo aver ricevuto agevolazioni dallo Stato (75%), nonché sull’introduzione di limiti alla pubblicità per le aziende del gioco d’azzardo (74%), e una quota analoga (71%) concorda con l’aumento degli indennizzi ai lavoratori nei casi di licenziamento senza giusta causa e la restituzione proporzionale di eventuali aiuti statali per chi licenzia (71%). Il 54% apprezza le agevolazioni fiscali per i liberi professionisti e il 51% la restrizione sull’uso dei contratti a termine. Alcuni provvedimenti incontrano il consenso anche di una larga parte degli elettori dei partiti dell’opposizione, da Forza Italia al Pd.

Al centro del decreto c’è il lavoro e il vicepremier Di Maio ha dichiarato che si tratta di un primo passo per smantellare le norme del Jobs act che hanno favorito la precarietà. L’ex premier Renzi ha invece sottolineato come secondo l’Istat la disoccupazione stia continuando a scendere e sia ora ai minimi da 6 anni, grazie al Jobs act. A questo proposito il 43% degli italiani ritiene che la riforma del lavoro promossa dal governo Renzi non vada smantellata ma corretta, il 30% al contrario vorrebbe che fosse completamente smantellata e solamente il 4% è del parere che vada mantenuta così com’è, mentre il 23% non si esprime. Anche tra gli elettori del Pd prevale l’idea del parziale cambiamento del Jobs act (73%), mentre il 17% lo manterrebbe inalterato.

Gli italiani promuovono il provvedimento e il consenso va ricondotto a diverse ragioni, a partire dal nome scelto, decreto Dignità, evocativo della difficile situazione vissuta da alcune categorie di lavoratori.

Il lavoro, infatti, si colloca al primo posto tra le priorità degli italiani fin da quando — prima con il «pacchetto Treu» (1997) e poi con la legge Biagi (2003) — furono introdotte nuove tipologie di contratto (a progetto, in somministrazione, intermittente, ripartito, ecc.), facendo emergere lo spettro della precarietà e della difficoltà per i giovani di avviare percorsi di vita autonoma. È quindi comprensibile che il decreto susciti aspettative elevate, dato che la disoccupazione giovanile, nonostante la significativa riduzione registrata nelle più recenti rilevazioni (è ai livelli più bassi dal 2012), in Italia si colloca su valori quasi doppi rispetto alla media europea. Le aspettative elevate rappresentano una grande opportunità di consenso per i governi nella fase di avvio del mandato, ma possono rivelarsi assai perniciose perché, indipendentemente dalla realtà oggettiva, i risultati rischiano di essere inferiori alle attese.

Le critiche sollevate al decreto da sigle delle imprese e del sindacato hanno acuito la contrapposizione tra élite e popolo, rafforzando l’immagine di un governo che sta dalla parte dei cittadini. In questo contesto si inserisce il duro scontro tra il governo e il presidente dell’Inps Tito Boeri che nella relazione tecnica sul decreto ha evidenziato come le nuove norme potrebbero causare una diminuzione di circa 8.000 posti di lavoro all’anno. Il governo ha definito la relazione «priva di basi scientifiche e discutibile». Accuse che hanno fatto breccia, dato che il 48% degli italiani ritiene che i numeri dell’Inps siano contestabili, forse influenzati da opinioni politiche, mentre il 26% è convinto che l’Inps si sia limitata a fornire stime realistiche. La maggioranza dei cittadini, senza strumenti per giudicare i numeri, di fronte a stime contrastanti prende posizione in base alle proprie percezioni e all’appartenenza politica. Il clima da stadio che accomuna una parte non trascurabile di governanti e governati induce pericolosi processi di delegittimazione di istituzioni e «terze parti». Meccanismo rischioso che può travolgere chi lo mette in atto quando il vento dell’opinione pubblica cambia.


Da "www.corriere.it" Decreto dignità, il testo piace agli italiani. Per 3 elettori su 4 il Jobs act va cambiato di Nando Pagnoncelli

Per chi odia Marchionne

Venerdì, 27 Luglio 2018 00:00

Il dopo Marchionne vedrà una decisa internazionalizzazione del marchio, una probabile fusione con un grande gruppo estero, per superare i mali storici della Fiat. Ma l’Italia sarà sempre meno protagonista, preparatevi


Il futuro della Fca si chiama Jeep: quando Sergio Marchionne mesi fa, ancora in buona salute, lanciò questo messaggio agli analisti forse sapeva di lasciare il timone al manager inglese che ha rilanciato e potenziato il più tipico prodotto americano, diventato globale grazie all’intuizione felice del manager dal maglioncino nero. Tuttavia la Fiat Chrysler Automobiles non è un’azienda monomarca, è un gruppo complesso troppo grande per essere gestito come una impresa di nicchia, troppo piccolo per competere davvero con i colossi dell’auto. Il paradosso che per decenni aveva tarpato le ali alla Fiat si ripresenta oggi sia pure su scala diversa.

Nel frattempo, lo stesso metro di misura è cambiato in parallelo con la trasformazione del mercato mondiale. E cambierà ancora perché le quattro ruote sono investite anch’esse dalla rivoluzione digitale. L’automobile 4.0 sarà diversa, forse elettrica (qui il punto interrogativo resta perché il futuro è in gran parte legato alla tecnologia delle batterie), forse a pilota automatico, forse auto-volante come promette Elon Musk, un altro visionario dell’industria. Non lo sappiamo, anche se questi sono gli itinerari già imboccati dai produttori giapponesi, americani, europei e cinesi, gli ultimi arrivati e forse i più aggressivi.

Il capolavoro di Marchionne è stato non solo il salvataggio e il rilancio della Fiat grazie al quale il manager è finito nella copertina della Harvard Business Review, ma l’acquisizione della Chrysler senza far pagare un centesimo alla famiglia Angelli che John Elkann sta guidando su una strada sempre più finanziaria, un po’ Rockefeller un po’ LVMH, come vedremo. La Chrysler, offerta e rifiutata quando la Fiat era il numero due in Europa testa a testa con la Volkswagen, ha segnato l’ingresso sul mercato globale, la compiuta internazionalizzazione della Fiat che l’ha indotta a mutare pelle. L’uscita dall’Italia è stata la conseguenza immediata di questo salto di qualità.

La Fiat Chrysler Automobiles non è un’azienda monomarca, è un gruppo complesso troppo grande per essere gestito come una impresa di nicchia, troppo piccolo per competere davvero con i colossi dell’auto
Marchionne è stato messo in croce per questo, anche se il manager ha saputo dare una nuova dimensione, più ridotta, ma più produttiva ed efficiente, agli stabilimenti italiani. La Fca è ancora il più grande gruppo manifatturiero in Italia e ha assunto operai quando ancora la maggior parte delle altre grandi industrie licenziavano. I suoi nemici non lo hanno mai riconosciuto, sarebbe ora che lo facessero.
Così come dovrebbero ammettere che la sfida di Marchionne al sindacato, dura, talvolta brutale, era nel giusto: non solo introduceva una organizzazione del lavoro indispensabile per la produzione dei tempi nuovi, ma segnava uno spartiacque tra l’illusione di una conflittualità permanente e il bisogno di cooperazione, di collaborazione tra lavoratori e manager, tra operai e padroni, entrambi in vesti nuove, che l’era globale richiede. “Non ho mai capito perché gli operai americani mi ringraziano per avergli salvato la pelle, mentre quelli italiani la pelle vorrebbero farmela”, si chiedeva il capo della Fiat. E nella sua osservazione falsamente ingenua era condensata un’analisi impietosa, ma profonda della crisi italiana.

Con la scomparsa di Marchionne, la filiera italiana dell’auto che ha fatto da locomotiva alla ripresa, è davvero appesa a un grande punto interrogativo. Mike Manley dell’Italia conosce poco e forse gliene importa ancor meno. Né gli interessa esercitare quel ruolo politico-sociale che Marchionne ha ereditato da Gianni Agnelli e ha esercitato a suo modo.

Gli obiettivi adesso sono due: entrare finalmente in Asia e maritarsi con un buon partito, in sostanza portare a termine le incompiute di Marchionne. L’alleanza o, come in realtà vorrebbe Elkann, la fusione con un gruppo maggiore, è resa più facile dall’addio di Marchionne. L’accordo con la General Motors è fallito perché la top manager Mary Barra non voleva essere estromessa da Super Sergio. Lo stesso è accaduto con la famiglia Peugeot: ha preferito accettare i capitali cinesi più un “aiutino” dello stato che era sempre stato orgogliosamente rifiutato per oltre un secolo, piuttosto che finire sotto il manager dal maglioncino nero. Manley non ha ancora lo status per pretendere il comando, quindi potrebbe gestire una trattativa senza creare allarmi su chi comanda.

Mike Manley dell’Italia conosce poco e forse gliene importa ancor meno. La Ferrari è stata già scorporata e in borsa vale 24 miliardi mentre tutta la Fca è a quota 26. Forse la Ferrari diventerà davvero il perno per creare quel polo del lusso che piace a Elkann
Ma una intesa di qualche genere è resa ancor più urgente dal cambiamento nelle prospettive dell’automobile: da una parte il rallentamento del ciclo economico, dall’altro gli ingenti capitali necessari per compiere il salto digitale, spingono a nuove concentrazioni. Il valore di borsa della Fca è decuplicato nell’era Marchionne e i debiti sono stati azzerati, insomma i fondamentali sono a posto e ci sono tutte le condizioni per un matrimonio con i fiocchi.

Ciò lascerà Exor come azionista di minoranza, magari non passivo, ma in ogni caso un investitore finanziario. Un altro passo avanti verso la trasformazione della galassia Agnelli. La Ferrari è stata già scorporata e in borsa vale 24 miliardi mentre tutta la Fca è a quota 26. Se finalmente vincerà un mondiale quest’anno con Sebastian Vettel, riceverà un’altra spinta al rialzo. E forse diventerà davvero il perno per creare quel polo del lusso che piace a Elkann, un po’ sul modello della LVMH di Bernard Arnault. La Ferrari è stata messa in mano a Louis Carey Camilleri, un manager che viene dalla Philip Morris e anche questo è un messaggio. La Cnh, concorrente della Catepillar, sarà guidata da una donna, Suzanne Heywood all’insegna della continuità. In cantiere c’è anche lo scorporo della Magneti Marelli che ha un ruolo chiave anche in vista dell’auto elettrica, con il quale si completa la concentrazione della Fca sul core business a quattro ruote, propedeutico anch’esso a un accordo.

Il futuro della Fca sarà un problema serio per il governo italiano che si trova tra le mani una sfida superiore alle capacità dei suoi ministri, anche dei migliori. Chissà se Luigi Di Maio avrà il tempo e la possibilità di leggere il bilancio della Fca, ben più complesso delle noterelle di Tito Boeri. Se ci è consentito un consiglio non richiesto, farebbe bene a prenderlo in mano subito, perché tra poco potrebbe trovarsi a gestire non un tavolo di crisi, ma un tavolo da poker.


Da "www.linkiesta.it" Per chi odia Marchionne: senza di lui, la Fiat sarà sempre meno italiana (e per i lavoratori saranno guai) di Stefano Cingolani

Caccia a Tito Boeri

Mercoledì, 25 Luglio 2018 00:00

Adesso tocca a Tito Boeri finire nel mirino dei complottisti del Decreto Dignità. Il presidente dell’INPS è “reo” di aver materialmente redatto la tabella allegata alla relazione tecnica del provvedimento varato dal governo che ha certificato la perdita di 8000 posti di lavoro per effetto delle norme contenute. E per questo ieri, mentre Di Maio individuava una “manina” maligna insieme a Giovanni Tria (riferendosi al Ragioniere generale dello Stato Daniele Franco), Salvini da Mosca – dove è andato a vedere la finale dei Mondiali, come Renzi a Flushing Meadows nel 2015 – coglieva la palla al balzo per invitarlo a dimettersi: «Il presidente dell’Inps continua a dire che la legge Fornero non si tocca, che gli immigrati ci servono perché ci pagano le pensioni, che questo decreto crea disoccupazione. Se non sei d’accordo con la linea politica di un governo ti dimetti».

La caccia a Tito Boeri, reo di aver fatto una tabella
Prima, nel comunicato congiunto del ministro dell’Economia e del vicepremier, Tria aveva speso tutta la sua autorità professorale per definire “priva di basi scientifiche” la tabella incriminata, fornendo così un bell’assist politico a Di Maio e preservando la sua posizione al ministero dell’Economia, traballante a causa del M5S. La risposta di Boeri arriva nel pomeriggio: “Le dichiarazioni contenute nella nota congiunta dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici nel nostro paese e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e all’opinione pubblica. Nel mirino l’INPS, reo di avere trasmesso una relazione “priva di basi scientifiche” e, di fatto, anche la stessa Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell’Inps”.

La vergognosa caccia di Salvini e Di Maio a Tito Boeri di Alessandro D'Amato

I filosofi e Macron

Domenica, 22 Luglio 2018 00:00

Secondo una leggenda metropolitana Enrico Cuccia, dopo aver deciso quale trust finanziare e quale far colare a picco, scriveva romanzi e poesie che pubblicava sotto pseudonimo. Come se chi detiene il potere (politico, finanziario, industriale) sentisse forte la tentazione di disfare di notte la tela che tesse di giorno. Il possesso del potere sembra essere legittimato da una fonte la cui natura non è però quella del potere. Assistente di Paul Ricoeur e tesista di Etienne Balibar, forse la fonte di Macron va cercata nella filosofia. Di Macron, «capace di audacia e trasgressione», Edgar Morin avverte la «straordinaria ambiguità d’essere un intellettuale con una cultura letteraria e filosofica e un uomo che ha fatto carriera agli antipodi della filosofia, nelle banche e nella finanza». Su questo argomento sono usciti in Francia Macron, un président philosophe di Brice Couturier e Il nuovo potere (sottotitolo italiano: Macron, il neo-protestantesimo e la mediologia, Franco Angeli, Milano 2018) di Regis Debray.


Per Debray l’azione di Macron è all’insegna di un pensiero neo-protestante. Lo aveva già detto Sloterdijk, in un’intervista a L’Obs: nella dichiarazione fatta a inizio mandato di voler «moralizzare la vita pubblica» Macron simpatizza con lo spirito di trasparenza che appartiene all’indole puritana. Macron è un agente consapevole della transparency international, nome di un’organizzazione che si occupa di corruzione ma anche «principio pubblicitario che lotta contro il principio dell’autorità» e che «rappresenta la lunga saga della democrazia, dall’affaire Calas fino al Watergate» (p. 23). Gli accordi negoziati dal basso che sostituiscono il contratto nazionale, il principio del federalismo che rimpiazza l’affectio societatis del codice civile francese, rendersi ostaggio di un fact-checking compulsivo in tempi di campagna elettorale permanente, tutte queste cose significano «dimenticare Firenze per tornare a Stoccolma, per sottrarsi da un dubbio chiaroscuro dove, per almeno tremila anni, il sublime si stringe con l’infame» (p. 28). Tutte prove che Macron, nuovo volterriano e Anti-Machiavel, risponde alla domanda di trasparenza in cui sembrano compendiarsi e, poco eroicamente, esaurirsi gli slanci democratici di un’intera generazione. Macron è l’araldo del «do it yourself, incoraggiato da una società dell’accesso dove tutti possono imparare senza insegnanti» (p. 39), «evangelista in marcia […], coach predestinato sia dell’escursionista sia dell’investitore, entrambi abbonati, il povero e il ricco, a una mobilità costante» (p. 45).

Per la Chiesa (ma anche il comitato centrale del Pcus e la Democrazia cristiana) il “popolo” – ammesso che questa entità fantastica esista – è fatto di bambinoni che devono essere educati e non vanno messi a parte degli arcana imperii. Il cattolicesimo del segreto è la regola aurea di ogni esercizio del potere. Il pastore non deve spiegare al gregge dove lo sta portando e se il gregge si ribella al pastore finisce presto nel crepaccio. Secondo i Protestanti, invece, siamo uguali davanti alla Legge che puntualmente ci castiga per le nostre menzogne e viltà: siamo tutti immaturi allo stesso modo, quindi le informazioni possono-devono circolare liberamente, perché nessuno siede su uno scranno più alto, nessuno ha il diritto di nascondere qualcosa agli altri e decidere per loro. Sul suolo di questa convinzione sono spuntanti il giornalismo d’inchiesta, le case di vetro e acciaio, i referendum e la democrazia diretta dei popoli nordici che un tempo avevano l’abitudine di confessarsi non a un prete, ma in pubblico, guardandosi in faccia. Ecco perché oggi non ci sembra così peregrino chiamare a raccolta l’intera comunità per decidere su cose di cui nessuno di noi sa quasi nulla – l’energia nucleare, i vaccini e la sottoscrizione degli accordi commerciali: perché siamo tutti protestantizzati.

Può darsi che l’ossessione della trasparenza – il cuore che si scalda sempre e soltanto per corruttele e vitalizzi, vitalizzi e rimborsi, rimborsi e scontrini – venga dal brodo della cultura nordica. Debray ne è profondamente convinto, ma non è detto che abbia ragione. La general confession e il public grovel delle comunità protestanti, in realtà, diminuiscono, invece di aumentare, l’importanza di ciò che viene confessato. Le cose confessate davanti a tutti diventano di tutti e così i peccatori finiscono per distinguersi gran poco al loro interno. Ai protestanti resta incomprensibile il prestigio che i cattolici assegnano al peccato. È difficile che un tedesco o uno svedese si faccia bello delle proprie inclinazioni naturali (quanto ho bevuto ieri…, quanto ho fumato…, quante me ne sono fatte…), non perché non pensa siano disdicevoli ma perché non ci vede niente di speciale. Il protestante riscopre la propria singolarità non nel peccato ma nella grazia che libera dalla Legge, se e quando viene “chiamato”. Una volta che è stato chiamato, però, non c’è granché da dibattere, non ci sono segreti da nascondere o propalare, perché – ce l’ha spiegato Heidegger – il richiamo della coscienza non dice niente. La grazia non è chiacchierona, e non è nemmeno un segreto da custodire: è una diversa forma di segreto, un segreto per sua natura inconfessabile e che obbliga alla solitudine. Quel che Macron ha di neo-protestante si è visto la notte dell’elezione nei tre minuti e mezzo di passeggiata per raggiungere il podio davanti alla piramide del Louvre, senza ali di folla, senza nessuno vicino. Non incipiente “culto della personalità”, ma immagine concreta di quel che Macron ha chiamato il «cammino intimo e segreto» delle proprie esperienze intellettuali, quando viveva in una «réclusion heureuse».

Non è vero – come vorrebbe Debray – che il neo- o il vetero-protestantesimo fanno a cazzotti con le astuzie e il savoir faire della politica. Come ha scritto il nostro Andrea Emo: per via religiosa Lutero è arrivato allo stesso risultato di Machiavelli che liberava dalle leggi e dalle colpe l’uomo politico, cioè l’uomo creatore. La creazione, la potenza del nuovo, abita la personalitas che – diceva Duns Scoto – ha bisogno della ultima solitudo come ciò che rende possibile la relatio trascendentalis. Solitudine e relazione non si contraddicono, il consorzio civile e l’animus impolitico spesso si alimentano reciprocamente. La solitudine è il rocchetto che gira su se stesso per dipanare il filo della relazione. «Anche se provo ad avere un metodo collegiale, la chiave di volta sei tu. Non ci sono più le persone a cui puoi dire qualcosa in modo ingenuo. C’è una parte irriducibile di mistero, la necessità della segretezza. Ritrovi una specie di spessore metafisico. Non è una funzione, è un essere» (Macron allo scrittore Philippe Besson).

L’espressione ausiliaria che Macron ha sempre in bocca, en même temps – al tempo stesso –, ha a che fare più con il pensiero della complessità di Edgar Morin che con la dialettica di Ricoeur. L’azione politica deve fare in modo che le tendenze di sistema vengano conciliate senza conciliarsi, stiano insieme in modo dinamico, producendo mulinelli in cui le forze avverse prendono a vorticare, come quando la corrente incontra sul fondo del fiume una pietra solitaria che fa tornare indietro parte del flusso. Macron non è la vittima regale dell’«illusione del tempo: vivere insieme senza differenze, […] la politica depoliticizzata, la società senza Stato, o come una sorta di piattaforma digitale» (p. 64). Egli è Stoccolma e allo stesso tempo Firenze. La politica di Macron cerca di comporre ritmi differenti: decisioni tattiche e strategiche, i tempi lunghi degli organismi internazionali e quelli veloci dell’amministrazione interna, il modello liberale per la nascita d’impresa e scelte progressiste nella spesa pubblica, dentro «un Paese fatto di calcare, di scisto e argilla, cattolici, protestanti, ebrei e musulmani». In questo patchwork geologico, storico e antropologico il vortice più importante è quello che si produce tra essere e funzione, mistero e pubblicità, solitudine e società. «La Francia», scrive Macron, «una e differente, misteriosa e trasparente, fedele e scettica»: non la France éternelle dei nazionalisti e degl’impauriti, ma la Francia che, diceva Proust, è «tradizione al tempo stesso antica e diretta, ininterrotta, orale, deformata, inesplorabile e vivente».


Da "http://www.doppiozero.com" I filosofi e Macron di Tommaso Tuppini

La triste verità

Venerdì, 20 Luglio 2018 00:00

Le rivoluzioni del populismo si mostreranno presto per ciò che sono: illusioni. Ma all’orizzonte non ci sono alternative, se non le ambigue tecno-utopie della Silicon Valley e qualche leader sbiadito in cerca di rivincite. Il momento di ripensare la democrazia è ora. Altrimenti, presto, saranno guai


Se domani la marea dei cosiddetti “populismi” esaurisse il moto. Se venissero a galla i gusci vuoti delle promesse elettorali, delle cifre che non tornano: le clausole di un “contratto” di governo che non regge. Sembra un giorno lontano, ma verrà. Quando le rivoluzioni saranno diventate riforme, o aggiustamenti. Quando il bimbo Salvini avrà rotto il giocattolo dell’attenzione mediatica, a furia di sbatterlo qua e là come un Trump senza presidenzialismo. Quando per i Cinque Stelle tutti quella per distinguersi sarà — lo è già, in parte — una battaglia esistenziale. Quando i battibecchi tra ministri diventeranno scontri politici. Quando la sparizione del primo ministro sarà completata.

Può darsi ci vogliano mesi, forse anni. Può darsi che i rivali possano prendersela comoda. Che abbiano tempo per leccarsi le ferite, polemizzare internamente su come farlo, azzuffarsi sulla forma della lama che li ha trafitti, e infine provare a costruire un’arma più affilata, per la prossima contesa elettorale. Ma è altrettanto possibile, specie nell’era del consenso istantaneo, che i tempi siano ben più ridotti.

Magari non lo è, ma se il crollo fosse dietro l’angolo, che alternativa credibile, quale offerta politica davvero allettante sarebbe disponibile agli elettori? È una domanda che vale in Italia, ma non solo. Se le destre, i nazionalismi, i sovranismi e i (tecno)populismi hanno realizzato davvero, come si legge ormai ovunque, una più o meno effimera “egemonia culturale”, quale risposta strutturata, di sistema, possono offrire i loro oppositori? Una volta generalizzato il frame populista di lotta e di governo per cui da una parte ci siamo noi, il popolo, i buoni, e dall’altra loro, le élites, i cattivi, come se ne esce?

I modelli social-democratici e progressisti sembrano essere da tempo al bivio tra sposare quella premessa, e dunque diventare a loro volta populisti, o fallire. Quelli liberal e liberali altrettanto: anche qui le “rivoluzioni” promesse non sono mai arrivate, e si percepisce una certa stanchezza ideologica, di visione. Mark Fisher lo chiamava “realismo capitalista”, l’idea per cui sembra non poterci essere alternativa di sistema al modello socio-economico neoliberista imperante. Ma non serve scomodare la teoria critica, e sposarne il radicale anticapitalismo, per comprendere che individualismo, consumismo ed efficienza a ogni costo si traducono in realtà in enormi disuguaglianze sociali e nuovi, insidiosi monopoli.

Magari non lo è, ma se il crollo fosse dietro l’angolo, che alternativa credibile, quale offerta politica davvero allettante sarebbe disponibile agli elettori? È una domanda che vale in Italia, ma non solo. Se le destre, i nazionalismi, i sovranismi e i (tecno)populismi hanno realizzato davvero, come si legge ormai ovunque, una più o meno effimera “egemonia culturale”, quale risposta strutturata, di sistema, possono offrire i loro oppositori?
A partire da quelli di Silicon Valley, particolarmente abili a colmare il vuoto ideale con la loro (sempre meno) scintillante utopia di automazione e connessione. Ecco, sembra che Mark Zuckerberg e colleghi siano rimasti l’ultima opposizione strutturata, ideologica, al ritorno dei muri, delle intolleranze, delle fobie e ossessioni razziste. Gli ultimi mohicani del mondo come villaggio globale, un’unica comunità intessuta dalla rete capace di vivere in armonia, nel rispetto delle differenze.

Ma la tecnologia non basta per fare una visione politica. L’alternativa ha bisogno di risposte più concrete. Faccio un esempio, che li riassume tutti: il reddito universale di base che molti nella Valley auspicano è inteso come una misura destinata a integrare o sostituire lo stato sociale? Solo nel primo caso abbiamo una risposta progressista allo stradominio dei padroni dell’automazione e degli algoritmi. Nel secondo, al contrario, abbiamo un modo libertario da destra per separare Stato e individuo. Una mancia pubblica, per lasciare poi sia il privato con le sue sole forze a trovare il modo di sopravvivere tra i robot e le discriminazioni automatiche.

Due visioni opposte, senza che si capisca da che parte debbano stare i capi di Stato digitali. Significa che i giganti tecnologici e la loro visione del mondo potrebbero essere alleati di un’alternativa di sistema al Nuovo Mondo Populista che viene, ma potrebbero anche adagiarvisi comodamente. Dopotutto, sono le forze politiche “tradizionali” a voler regolare più severamente le piattaforme digitali, non i “populisti”. A questi ultimi, infatti, i social network vanno bene così come sono: hanno imparato a usarli meglio. Per raggiungere direttamente l’elettorato, parlare la sua lingua, adottare i suoi codici e insieme sabotare l’agenda mediatica, costringere giornalisti e commentatori ad adottarne — anche solo per criticarlo — lo stile comunicativo.

Anche i canali di informazione “alternativa”, per quanto improvvisati o manipolatori, fanno parte di una lotta anti-sistema, per certi versi sacrosanta, verso un Vecchio Mondo che lentamente muore. Alle piattaforme lo status quo piace, è l’equilibrio in cui hanno potuto muoversi rapidamente e rompere cose, accumulando ricchezze faraoniche. Ma se poi invece anche il Nuovo cominciasse a morire, non sarebbe certo Silicon Valley a salvarlo. Se, insidiate da una realtà che prima o poi presenta il conto, le cosiddette “forze antisistema” dovessero smarrire l’appeal, perdendo fiducia prima ancora che consensi, che accadrebbe?

Molto probabilmente, gli occhi dell’opinione pubblica e di tanti potenziali elettori tornerebbero sul “sistema”, cioè a quel che resta della politica dei partiti. E sarebbero costretti a testimoniare, per l’ennesima volta e anche nel momento del bisogno, che non ne è rimasto nulla, a parte guerre di potere intestine e l’ego di leader sbiaditi, che non riescono a imparare dalle sconfitte. Se così fosse, se le opposizioni si facessero trovare impreparate per quel giorno, sarebbe un momento esiziale per la democrazia.

Senza una nuova classe dirigente, nuovi leader, ma soprattutto un nuovo metodo di deliberazione per costruire una loro rinnovata idea del mondo, i partiti tradizionali non hanno alcuna chance di scalzare i sovrani “populisti”, nemmeno quando si dovessero rivelare meno illuminati di come si erano dipinti. Potranno deriderne le gaffes, ma non sarà con la sagacia che recupereranno il consenso perduto
Senza una nuova classe dirigente, nuovi leader, ma soprattutto un nuovo metodo di deliberazione per costruire una loro rinnovata idea del mondo, i partiti tradizionali non hanno alcuna chance di scalzare i sovrani “populisti”, nemmeno quando si dovessero rivelare meno illuminati di come si erano dipinti. Potranno deriderne le gaffes, ma non sarà con la sagacia che recupereranno il consenso perduto. Da un lato perché, tra un appiglio pericolante e il vuoto, nessuno sceglie il vuoto. Ma dall’altro, e soprattutto, perché la rabbia sociale già oggi così chiaramente percepibile cercherebbe sfogo in ancora maggiore demagogia, promesse ancora più irrealizzabili, teoremi ancora più complottisti, propositi ancora più visceralmente rivoluzionari. Difficile, e non auspicabile, che uno qualunque degli schieramenti politici tradizionali possa soddisfare richieste di questo tipo.

Più semplice, invece, baleni in molti l’idea di sacrificare la democrazia, pur di riuscirci. Del resto, si sarebbe oramai rivelata inefficiente e inefficace — e non lo è già, dopotutto? E poi, esaurite le opzioni politiche, come cambiare davvero, altrimenti? Per questo è così importante che nasca un’opposizione seria, critica e ideologica, al progetto dell’internazionale “anti-sistema”. Un’opposizione che sfrutti il meglio della rivoluzione digitale per rendere davvero partecipativa la sua ricostruzione. E, insieme, che sia in grado di creare un’alternativa politica più ambiziosa di una mera guerra al nuovo che viene.

Non è di una battaglia di retroguardia o di nostalgie che c’è bisogno: c’è bisogno di rifare tutto, e di rifarlo presto e bene. Servono le idee, certo, ma ancora prima serve un metodo per piantarle, accudirle e farle sbocciare. Un modo per renderle davvero accessibili a tutti, di tutti. O la ragione anti-populista si rivolta, o finito il populismo non resta davvero più nulla. Se quel giorno, domani, mostrasse un vuoto nello spazio politico di una tale portata, allora sì che ci sarà da preoccuparsi.

Da "www.linkiesta.it" La triste verità: non c’è alternativa al populismo (e le cose possono peggiorare ancora, se non ci si dà una mossa) di Fabio Chiusi