Missione Tria in Cina

Venerdì, 31 Agosto 2018 00:00

E’ questione di pochi giorni: lunedì prossimo parte ufficialmente la missione di Tria in Cina. Il ministro dell’economia punterà soprattutto a cercare una nuova platea di finanziatori del debito pubblico italiano. Finanziatori che possano sostituire la Bce, quando nel teatro della finanza globale calerà il sipario sul QE, noto anche come scudo BTP.

La missione di Tria è cruciale: convincere gli investitori ad acquistare BOT e BTP in un momento, tra l’altro, in cui la fiducia degli strategist verso i titoli del debito pubblico italiano rasenta quasi i minimi, in vista della nota di aggiornamento al Def e della presentazione all’Ue della legge bilancio del 2019.

Ieri l’articolo del Financial Times ha certificato la fuga degli investitori stranieri dal debito italiano. Il quotidiano ha parlato di un vero e proprio “esodo”, citando gli ultimi dati della Bce: dati per niente incoraggianti visto che indicano come, nel mese di giugno, gli investimenti nei titoli governativi sono scesi, su base netta, di 38 miliardi di euro, accelerando il passo rispetto al calo netto di maggio – proprio quando si era verificata la tempesta sui mercati italiani per le incognite sulla formazione del nuovo governo – , che era stato per intensità già un record.

I numeri hanno sorpreso non poco anche qualche addetto al settore, come David Owen, responsabile economista per l’Europa presso Jefferies:

“Avevamo sospettato che le vendite estere di debito italiano, su base netta, fossero continuate a giugno, ma i numeri sono molto più alti di quanto ci aspettassimo”. Praticamente, scrive l’FT, per il secondo mese consecutivo gli smobilizzi su base netta hanno testato il record della storia.

Se però gli investitori esteri sono fuggiti, le banche italiane sono rimaste.

In generale, nel secondo trimestre del 2018, gli istituti di credito del paese hanno aumentato infatti gli investimenti netti nei bond italiani di più di 40 miliardi di euro, al valore più alto dai momenti più bui della crisi dei debiti dell’Eurozona. Non proprio una bella notizia per chi agita il pericolo del

E’ in questo contesto che Tria si muoverà in Cina. D’altronde, come riporta La Stampa, “per l’Italia la Cina è un partner perfetto: investitori ricchi ma (più o meno) manovrabili dall’alto, un governo a dir poco stabile”. Di conseguenza, “la missione principale di Tria a Pechino e Shanghai è suscitare interesse per i titoli di debito italiano”.

“Altro che l’aiuto russo accennato a mezza bocca da Paolo Savona – scrive ancora il quotidiano – la potenzia di fuoco delle istituzioni finanziarie di Pechino è almeno dieci volte più grande di quelle moscovite“. Tra l’altro, “i ben informati raccontano che tra il 2011 e il 2012 (la Cina) contribuì non poco a far scendere la tensione sui titoli italiani dopo la tensione sullo spread”.

E i tentacoli di Pechino sono ormai ovunque, con la banca centrale del paese, “la People’s Bank of China, che detiene partecipazioni nelle grandi banche oppure quelle di Bank of China in Telecom e Prysmian, di State Grid nella holding di Cassa depositi e prestiti, che controlla la maggioranza di Terna e Snam e poi Inter e Milan” e tante altre medie imprese.

L’ombra della tragedia di Genova provocata dal crollo del ponte Morandi seguirà però Tria anche in Cina: sempre La Stampa riporta che il ministro dell’Economia dovrà rassicurare in modo particolare “la comunità finanziaria, preoccupata dalle prime mosse della maggioranza di governo. Quella che ha creato più sconcerto è la gestione politica del crollo del ponte Morandi, che ha tra i suoi azionisti il fondo Silk Road (detiene il 5% circa)”.

Tornando allo spread, l’FT ha sottolineato come la presenza di Giovanni Tria nel governo sia considerata dagli investitori vitale. In particolare, Mauro Vittorangeli, responsabile investimenti per la divisione di conviction fixed income presso Allianz Global Investors, ha detto chiaramente al quotidiano britannico che, un eventuale addio di Tria – ipotesi circolata sulla stampa italiana qualche settimana fa – potrebbe essere letto dagli investitori come risultato di un approccio aggressivo da parte della coalizione populista.

Nel grafico il trend dei tassi sui bond a due e 10 anni dell’Italia. Oggi lo spread BTP-Bund non registra particolari oscillazioni. I tassi decennali sui BTP rimangono tuttavia superiori alla soglia del 3%.


Da "http://www.finanzaonline.com" Missione Tria in Cina: cercasi investitori pronti a puntare su BTP al posto della Bce di Laura Naka Antonelli

Non ci sono parole di fronte alla immane tragedia del ponte Morandi di Genova. Ma al di là dello sconforto e dell’emotività si impone una riflessione seria sul fatto che simili tragedie possono accadere perché le infrastrutture esistenti sono poche, spesso non sono più adeguate, sono intasate, troppo sollecitate e quindi possono diventare anche meno sicure. 

Un Paese moderno ha bisogno di reti che siano al passo con i tempi, con l’espansione del traffico (nei trasporti, nell’energia, nell’acqua e nelle telecomunicazioni) nonché con lo stesso livello di sviluppo dei territori e delle loro esigenze di relazionarsi con gli altri territori, a livello sia nazionale sia internazionale.

Emblematico sotto questo profilo è il caso della Tav e di quell'area economica europea integrata che va da Trieste a Lione, passando per Treviso, Padova, Verona, Bologna, Milano, Novara, Torino e Grenoble, che nel 2016 ha generato un Pil di 1.191 miliardi di euro, più grande di quello della Spagna (1.118 miliardi) e della somma di due colossi come il Baden-Württenberg e la Baviera (1.049 miliardi insieme). Chi vuole frenare l'alta velocità della Torino-Lione forse non conosce questi numeri e non sa che il quadrilatero produttivo italo-francese che si colloca grosso modo a Sud e ad Ovest delle Alpi pesa in Europa di più che il potente meridione della Germania, il doppio della grande Londra, 1,7 volte i Paesi Bassi e più di due Svezie o di due Polonie. I numeri parlano chiaro: il Nord Ovest Italia ha un Pil di 549 miliardi di euro, il Nord Est Italia di 387 miliardi, il Rodano-Alpi di 217 miliardi e l'Alvernia di 39 miliardi.

Basta fare la somma e si capisce che la macroregione subalpina del Nord Italia e del Centro-Est della Francia è uno snodo cruciale dell'economia continentale e come tale meriterebbe non solo un progetto di più forte ed articolata cooperazione italo-francese ma anche il completamento di tutte le opere infrastrutturali, Tav in primis, che possano rendere quest'area più moderna e competitiva.Nella macroregione subalpina il Nord Italia nel suo insieme riveste un ruolo economico fondamentale, non solo in termini di Pil (936 miliardi) ma anche in termini di valore aggiunto manifatturiero (169 miliardi nel 2015). In entrambi i casi i numeri del Nord Italia sono superiori sia rispetto a quelli del Baden-Württenberg (479 miliardi e 139 miliardi, rispettivamente) sia rispetto a quelli della Baviera (570 miliardi e 135 miliardi).

Un'area economica così forte e strutturata come il Nord Italia necessita di collegamenti infrastrutturali moderni e veloci, che sono vitali non solo nelle relazioni con il Nord (Brennero, Gottardo), con l'Est e il Mediterraneo ma anche ad Ovest con il Centro-Est della Francia, con il quale il Nord Italia costituisce un'area economica omogenea.La forza del territorio manifatturiero del Nord Italia, che necessita come l'aria di collegamenti infrastrutturali efficienti con il resto d'Europa per la sua grande vocazione all'export, emerge anche dai dati provinciali. Infatti, nel Nord Italia troviamo 2 province sopra i 10 miliardi di euro di valore aggiunto manifatturiero (Milano e Torino, dati 2015), 10 province sopra i 5 miliardi (Varese, Monza-Brianza, Bergamo, Brescia, Vicenza, Treviso, Padova, Reggio Emilia, Modena, Bologna), 17 province sopra i 2 miliardi (Novara, Alessandria, Cuneo, Genova, Como, Lecco, Pavia, Cremona, Mantova, Bolzano, Trento, Verona, Venezia, Pordenone, Udine, Parma, Forlì-Cesena).

E, tra le rimanenti province del Nord, ve ne sono altre 9 sopra il miliardo. A questo “filotto” di province italiane super-industrializzate del Nord Italia, al di là del Fréjus si aggiungono altre 2 aree territoriali del Centro-Est Francia equiparabili, in base alla classificazione europea Nuts3, alle nostre province, con un valore aggiunto manifatturiero superiore ai 5 miliardi di euro (Rhône e Isère), 5 sopra i 2 miliardi (Haute-Savoie, Loire, Puy-de-Dôme, Ain, Drôme) e 2 sopra il miliardo (Savoie, Allier). Vale la pena di ricordare, da ultimo, che il Nord Italia da solo si collocherebbe secondo in Europa subito dopo la Germania per migliore surplus commerciale manifatturiero con l'estero esclusi gli alimenti (73,1 miliardi di euro nel 2017). E che il Nord Italia esporta in Francia ben 33,4 miliardi di merci. Forse un breve ripasso di tutti questi numeri farebbe bene a coloro che, cavalcando il nuovo populismo-pauperista, negano ogni evidenza economica e l'utilità della Tav o di altre importanti infrastrutture necessarie per la crescita e la sicurezza del Paese. Con ciò alimentando sentimenti anti-crescita, anti-impresa e anti-infrastrutture che non creeranno né occupazione né benessere ma faranno soltanto danni, specie a discapito di una realtà forte e dinamica come il Nord Italia. Realtà che ha bisogno di integrarsi in Europa e che meriterebbe una guida di politica economica meno dilettantistica e più consona al suo status di potenza economico-manifatturiera continentale.


Da "http://www.ilsole24ore.com" Tav e non solo: servono infrastrutture per crescere di Marco Fortis

Per rincorrere il consenso gli ultimi governi (nessuno escluso) hanno preferito bonus immediati a investimenti in infrastrutture, più di lungo periodo.


Nel mare magnum della spesa pubblica italiana vi è un capitolo che effettivamente pare avere subito l’austerità, e non essersi ripreso neanche quando il PIL ha ricominciato a crescere.

Non si tratta però, come accaduto nei Paesi che più hanno subito la crisi, di servizi pubblici essenziali, sanità, istruzione, o degli stipendi dei dipendenti statali.

Stiamo parlando di qualcosa di meno percepibile nel breve periodo e molto di più nel lungo termine. Quando però, parafrasando Keynes, saremo tutti morti.

Ed è anche per questo che probabilmente è stato scelto proprio di sacrificare le spese in investimenti più di tutte le altre.

Si tratta di strade, ferrovie, dighe, e anche ponti, appunto. Come quelli crollati e quelli che avrebbero potuto forse alleggerire l’afflusso di traffico su questi.

Infrastrutture di ogni tipo che richiedono anni di realizzazione.

È quella spesa in capitale fisso che oggi ci vede agli ultimi posti in Europa per percentuale rispetto al PIL ad essa dedicata. Siamo terzultimi assieme alla Spagna con il 2%. Solo Irlanda e Portogallo, non a caso due dei PIIGS, fanno peggio. Se la media europea è del 2,7%, in alcuni Paesi nordici e baltici e sorprendentemente anche in Grecia invece si supera il 4%.


Non è stato sempre così. Nel 2009 l’Italia arrivò a spendere il 3,4% del PIL a questo scopo, più che in Germania (complice un crollo del denominatore, il PIL appunto, quell’anno).

Già allora tuttavia il gap rispetto alla media UE stava aumentando, rispetto agli anni in cui era vicino allo zero, all’inizio del millennio.

Il trend poi è continuato, sia durante gli anni della recessione, che in quelli della ripresa, la differenza rispetto agli altri Paesi si è allargata.


Anche rispetto alla Germania. Per la prima volta spendiamo in capitale fisso meno del Paese di Angela Merkel (sempre in rapporto al PIL, si intende).

Quella Germania che è sempre stata accusata di tenere stretti i cordoni della borsa proprio nella spesa per infrastrutture, nonostante i tassi bassi. Persino il non certo anti-tedesco ex premier Monti aveva fatto notare direttamente a Schauble quanto sarebbe stato conveniente per tutti poter investire di più nel suo Paese.

Ebbene, oggi siamo noi a risultare più “tirchi” in questo frangente.


Cosa accade? Si tratta di una imposizione europea? I vincoli di Maastricht e gli accordi con la Commissione Europea ci impediscono di spendere e di fare investimenti indispensabili?

In realtà non sembra. Perchè negli altri capitoli di spesa gli stessi tagli non vi sono stati, e non risultiamo tra gli ultimi in Europa allo stesso modo.

Per esempio se prendiamo a termine di paragone il 2000 la spesa corrente è salita in 17 anni del 45,3%, a dispetto di un calo del 4,7% di quella in capitale fisso, ovvero per investimenti.

Un gap che non si incontra nè in Francia nè in Germania, per esempio, nonostante anche qui, e soprattutto Oltralpe, la spesa in conto capitale sia cresciuta meno.


Anche prendendo come termine di paragone invece il 2009, l’inizio della crisi, il gap è ugualmente evidente. + 4,3% la spesa corrente, -37,9% gli investimenti pubblici.

Un po’ in tutta Europa questi ultimi sono stati lasciati indietro, un segno dei tempi (nella UE in media sono scesi del 8,2%, a fronte di un + 13,9% per la spesa corrente), ma solo in Spagna tra i grandi Paesi si è fatto peggio che in Italia.

In Germania per esempio le due crescite sono sono andate di pari passo.


Gli investimenti sono rimasti indietro anche rispetto ad altri capitoli importantissimi. I consumi finali dello Stato, come sono indicati in ambito ragionieristico, di fatto il welfare pubblico, cresciuti anche se di poco, gli interessi che paghiamo sul debito, decollati nel 2012 e poi ridotti, e anche gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici. Che sono diminuiti più che altrove, è vero (del 4,5%), grazie al blocco del turnover, ma non come la spesa per investimenti.


l risultato è che nel complesso nella spesa corrente oggi rimaniamo al di sopra della media UE, con il 48,9% del PIL contro una media del 45,8%. Così come ovviamente nella spesa per interessi, 3,8% contro il 2%.

Mentre siamo al di sotto della stessa media per quanto riguarda consumi finali e stipendi pubblici, ma in nessun caso al terzultimo posto come per la spesa in capitale fisso.


Si è trattato in realtà di una cosciente e soprattutto indipendente scelta dei governi italiani, che hanno preferito nel corso degli anni, dal 2000 a oggi, e in particolare dopo il 2008-09, tagliare negli investimenti, nelle infrastrutture, e di non farlo altrove, o di farlo in misura molto minore.

Una strategia portata avanti pressochè da ogni governo, e anche indipendentemente dalla congiuntura economica.

Non sono stati i lacciuoli di Bruxelles, che guarda caso non hanno provocato alcun taglio in molti altri capitoli di spesa, ma a quanto pare soprattutto considerazioni politiche. La consapevolezza che in una fase di sempre maggiore disincanto dell’opinione pubblica e ostilità verso la politica, l’esborso immediato di denaro pubblico, che sia per un bonus bebè, o un bonus cultura, o uno sgravio fiscale, è molto più produttivo, almeno in apparenza.

Mentre la costruzione di strade e ponti spesso attira grane immediate (le immancabili proteste nimby) e produce vantaggi molto in là nel tempo, magari in un’epoca in cui al taglio del nastro vi sarà qualcun altro, un avversario politico.

È stata una rinuncia consapevole, che oggi paghiamo tutti, l’ennesimo capitolo nel libro del declino italiano.


Da "www.linkiesta.it" Gli investimenti in infrastrutture? Sono calati più di tutte le altre spese, e non è colpa dell'austerità di Gianni Balduzzi

Nemmeno un terzo dei braccianti africani che lavorano nella Piana di Gioia Tauro ha un contratto, e tutti vivono sospesi fra dinieghi, rinnovi del permesso di soggiorno, precarietà di alloggio, fatica, “pizzo” e sfruttamento. Daniela Sala è stata per noi nelle tendopoli della Piana e a parlare con lavoratori e sindacalisti, anche per capire con quali strumenti si sta tentando di contrastare la nuova schiavitù.

I primi a venire qui in cerca di lavoro – negli anni Sessanta e Settanta – sono stati gli italiani. Poi sono arrivati i marocchini e i polacchi. Oggi invece a Rosarno ci lavorano soprattutto i richiedenti asilo: persone che abbandonano i centri di accoglienza perché hanno bisogno di lavorare e sono stanche di aspettare. Oppure persone allontanate dai centri di accoglienza dopo il diniego della commissione territoriale alla loro domanda di asilo.

I lavoratori stagionali, impiegati soprattutto in inverno nella raccolta degli agrumi, ora vengono dal Mali, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria.

Secondo i dati raccolti dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani, Medu, il 67,8 per cento è in Italia da meno di tre anni. La situazione giuridica, l’alloggio, la condizione lavorativa: a Rosarno tutto è precario – ma lo sfruttamento è lo stesso per tutti i lavoratori stranieri: 25 euro al giorno per 8 -10 ore di lavoro. Oppure a cottimo: 1 euro a cassetta per i mandarini, 50 centesimi per le arance. Cifra da cui bisogna sottrarre il “pizzo” dovuto ai caporali: 3 euro per il trasporto e 3 per un panino e l’acqua, almeno stando ai dati che ci ha comunicato Flai-Cgil .

E sempre più migranti (circa 700 quest’anno, secondo le stime di Usb e Flai) decidono di fermarsi qui tutto l’anno, anche in estate: chi perché è in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno presso la questura di zona, chi perché ha poca speranza di trovare lavoro altrove e non vuole sprecare i soldi del viaggio.

La tendopoli di San Ferdinando, che durante l’inverno arriva a ospitare tra le 2.500 e le 3.500 persone, è un capolinea, geografico e non solo. Isolata dal resto del centro abitato, si trova in uno spiazzo tra i capannoni abbandonati di quella che doveva essere la zona di sviluppo del porto di Gioia Tauro, uno dei porti più importanti del Mediterraneo, che da solo contribuisce al 72 per cento del Pil calabrese.

Tecnicamente le tendopoli sono due, a una cinquantina di metri di distanza una dall’altra. E poi ci sono centinaia di migranti che vivono nei casolari abbandonati dei dintorni. Quella che tutti chiamano “vecchia” tendopoli risale all’inizio del 2012 e all’inizio prevedeva 300 posti. Rimasta senza gestore sei mesi dopo il suo allestimento, si è trasformata rapidamente in una baraccopoli. A dicembre 2013 è stata sgomberata, a seguito – come ricorda il rapporto di Medu “I dannati della terra” – di una relazione dell’Azienda sanitaria locale sulle preoccupanti condizioni igienico-sanitarie. È stato quindi allestito un nuovo campo di accoglienza, il secondo, sul sito dell’attuale baraccopoli, dove le tende blu del Ministero dell’Interno sono ormai lacere e i container adibiti a bagni a malapena utilizzabili.

Nell’insediamento è sorta un’economia informale: ci sono piccoli negozi, ristoranti, un tendone comune adibito a moschea e diverse ciclo-officine, perché la bici è il mezzo di trasporto più diffuso tra i braccianti. Da mesi si susseguono le voci di uno sgombero imminente, anche in seguito a un rapporto dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) che avrebbe rilevato potenziali elevati livelli di tossicità del sito. Non è chiaro però quali siano le alternative proposte.

La nuova tendopoli, quella allestita ad agosto 2017, è quindi in realtà la terza tendopoli in ordine di tempo. Costata 600 mila euro (spesa sostenuta grazie a un finanziamento della Regione) è controllata da telecamere e circondata da mura alte un paio di metri e da grate in metallo. All’interno, 54 tende per 700 posti. Un tendone funge da moschea e un altro, poco lontano, da chiesa. I bagni sono all’interno di alcuni container. Poco lontano, un altro container serve da cucina, con alcuni fornelli dove i migranti possono cucinarsi i pasti.

La gestione doveva essere affidata dal Comune di di San Ferdinando tramite un bando, che però non è ancora stato fatto. Ogni tre mesi il Comune affida la gestione della tendopoli a una cooperativa diversa: più che altro una formalità, visto che nel frattempo i dipendenti sono rimasti sempre gli stessi. A febbraio era la Augustus, ora è la Exodus: 13 mila euro al mese, ci dice il sindaco di San Ferdinando, per garantire la pulizia e controllare gli ingressi. Qui, infatti, sono ammessi solo i lavoratori in possesso di un permesso di soggiorno, mentre i visitatori per poter entrare devono lasciare un documento all’entrata.

Il problema dei documenti: la storia di Barry
È qui che a febbraio avevamo incontrato Barry: era seduto su una delle brandine all’interno di una delle tende, mentre due ragazzi stavano ascoltando la musica e un altro preparava un thè. Barry ha 24 anni e viene dalla Sierra Leone: aveva appena passato la notte di fronte alla questura, per essere sicuro di ottenere un appuntamento in mattinata. Barry ha fatto richiesta d’asilo, ma la Commissione e il tribunale di primo grado gli hanno negato la protezione. I suoi genitori sono morti quando lui era bambino, durante la guerra civile. Poi tre anni fa, a causa dell’epidemia del virus Ebola, sono morti anche i suoi genitori adottivi. Non gli era rimasto più nulla, racconta, così se n’è andato per lavorare in Libia. E da lì – viste le condizioni nel paese – è partito per l’Italia.


Ma per la Commissione territoriale queste non sono ragioni sufficienti per ottenere protezione. A febbraio, Barry mi diceva di essere rassegnato ad aspettare a Rosarno per tutta l’estate, arrangiandosi con lavori di fortuna. Ma quando a luglio ci risentiamo, dice di trovarsi a Foggia: “sto mettendo da parte i soldi per pagare un altro avvocato”, spiega. Sta aspettando da mesi l’esito del ricorso in appello, ma da tempo non ha più notizie dal suo avvocato: a febbraio aveva appuntamento con lui in tribunale ad Ancona, dove si svolge il ricorso. L’avvocato non si è mai presentato e da allora ha smesso di rispondere alle sue chiamate. “Non ho perso solo i 250 euro che gli avevo dato: ho sprecato anche i soldi del viaggio”, spiega Barry. Se sei mesi fa era ottimista rispetto al ricorso, oggi dice di essere stanco: “a volte vorrei solo lasciar perdere tutto, smettere di lottare”.

Celeste Logiacco, della Flai-Cgil di Gioia Tauro, non è affatto sorpresa quando le raccontiamo l’esperienza di Barry con il suo avvocato: “su cinquanta persone che si rivolgono al nostro sportello perché le loro pratiche di rinnovo del permesso o di ricorso sono bloccate”, spiega, sono almeno tra i 15 e i 20 i casi in cui non siamo più riusciti a metterci in contatto con gli avvocati”. Perché succede? “Bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati”, risponde Logiacco, “può darsi che per alcuni sia una questione di soldi, oppure di incompetenza”.

Il problema, come denuncia Medu, è che “lo sfruttamento sistematico” è “facilitato dalla ghettizzazione sociale e lavorativa dei lavoratori migranti”. Nonostante all’inizio fosse previsto, nella nuova tendopoli non c’è nessuno sportello fisso di informazione o di tutela legale. Così, chi non segue per conto proprio e con attenzione le procedure per i rinnovi, chi manca gli appuntamenti in Questura o si trova ad avere problemi con il proprio avvocato, rischia di diventare irregolare proprio mentre si trova a Rosarno. A tamponare la situazione ci stanno provando i volontari dell’Hospitality school, una struttura finanziata grazie a un crowdfunding e installata a marzo appena fuori dalla nuova tendopoli, dove oltre ai corsi di italiano si trova uno sportello di orientamento legale, gestito da Flai-Cgil e da progetto Incipit.

Stando ai dati raccolti dalla clinica mobile di Medu, le persone che non hanno documenti in regola sarebbero una minoranza – il 7,35 per cento. Ma sono sempre più numerosi i richiedenti asilo “diniegati”, cioè chi ha ricevuto un primo o un secondo diniego alla domanda di asilo – circa il 33 per cento, sempre secondo Medu. Una percentuale che rischia di aumentare sensibilmente. Sul territorio sarebbero infatti già evidenti gli effetti del decreto Minniti-Orlando, che ha eliminato il secondo grado di ricorso in appello per le richieste di asilo negate: “lo vediamo già da mesi nel nostro lavoro quotidiano allo sportello”, ci dice Aboubakar Soumahoro del Coordinamento Lavoratori Agricoli USB, “per effetto del decreto stiamo assistendo a un aumento dei dinieghi definitivi”.


Anche Barry, come Soumaila Sacko, il lavoratore maliano ucciso in una sparatoria il 2 giugno scorso a San Calogero, è un attivista sindacale con l’Usb. E non ha dubbi: “senza documento sei in prigione. Se non hai i documenti, o se sei soggetto al rinnovo ogni sei mesi, anche protestare per le condizioni di lavoro è più difficile. Spesso cerchiamo di convincere le persone a non accettare meno di 30 euro al giorno. Ma se non hai scelta puoi solo accettare quello che ti danno”. Barry non nasconde la frustrazione che prova, ma conclude: “Nonostante tutto non possiamo arrenderci, e invito tutti i miei amici a non farlo”.

In realtà per chi ha perso il permesso di soggiorno, o ha ricevuto un diniego definitivo alla domanda di asilo, le possibilità sono ben poche. Quello in cui sperano i migranti senza permesso, anche se nessuno lo dice, è una sanatoria, una regolarizzazione. Ma l’ultima risale al 2012, con il governo Monti. E nel frattempo, per chi è ancora in regola in quanto richiedente asilo, è impossibile convertire il permesso di richiesta asilo in un permesso per motivi di lavoro, anche in presenza di un regolare contratto di lavoro.

Il lavoro e le alternative
Nella Piana, meno di tre lavoratori stranieri su 10 hanno un contratto, il 27,82 per cento: un lieve incremento rispetto agli anni precedenti. E molto diffuso è il lavoro “grigio”: spesso il contratto formale o la lettera di assunzione non si accompagnano al rilascio della busta paga, alla denuncia corretta delle giornate lavorate e al rispetto delle condizioni di lavoro così come stabilite dalla normativa nazionale. Perché? Anche per “truffare” sui sussidi di disoccupazione, come segnala Peppe Marra, di Usb: “sfruttando la disinformazione da parte dei lavoratori, spesso le ore di lavoro sono segnate a favore di un parente o di un amico del datore di lavoro”. Parente o amico che a fine stagione riscuoterebbe il sussidio. Una denuncia che trova riscontro nei numeri: le domande di disoccupazione presentate nella sola Piana di Rosarno-Gioia Tauro sono state 25.074, di cui 15.173 di calabresi, 6.491 di operai comunitari e solo 3.410 di lavoratori extracomunitari.

Soumahoro parla chiaro: “il punto è che di Rosarno si parla sempre come di una questione legata solo all’immigrazione, quando il vero problema è il mancato riconoscimento dei diritti dei lavoratori: si distrae in maniera colpevole l’attenzione da questo, spostando tutto e solo sul tema migranti”. Secondo Soumahoro, la chiave è dare la possibilità ai migranti di regolarizzarsi: “è questo che le persone attendono a Rosarno. E c’è bisogno di una regolarizzazione anche perché non si possono costringere i migranti a entrare per forza nelle misure di protezione internazionale anche quando non ne hanno bisogno o non si ritengono dei profughi”.

Le alternative ci sono, ma al momento sono su scala estremamente ridotta. Per la questione abitativa il modello è Drosi, una frazione di Rizziconi, dove molti cittadini hanno accettato l’invito della Caritas, affittando le loro case agli stagionali. Ogni migrante paga circa 50 euro al mese. A fare da garante è appunto la Caritas: un progetto che – a differenza della tendopoli – in pratica è a costo zero. E che potrebbe essere facilmente ampliato visto che, secondo le stime di Usb che mi riferiscono Soumahoro e Marra, gli appartamenti sfitti nella zona sono circa 35 mila.
Per quanto riguarda il lavoro, Usb chiede per esempio la gestione pubblica e trasparente dei reclutamenti attraverso i Centri per l’Impiego. Mentre alcune cooperative, tra cui Mani e Terra, Frutti del Sole, il Frantoio delle idee, tentano – aggirando il circuito della grande distribuzione – di garantire un salario equo anche ai lavoratori stranieri. Sos Rosarno, l’associazione che riunisce Mani e Terra e Frutti del Sole, è nata nel 2010, all’indomani delle rivolte dei braccianti nella Piana, e in alta stagione dà lavoro a circa 40 persone, soprattutto stranieri. Per poter vendere a prezzi competitivi, fa riferimento ai gruppi di acquisto solidale sparsi in varie zone d’Italia. Con un paradosso: “I miei compagni africani”, dice Nino Quaranta, di Mani e Terra, che lavora in campagna da decenni, “non possono certo permettersi questi prodotti: loro la spesa possono farla solo all’hard discount”. Almeno fino a quando, conclude Quaranta, “non si andrà oltre al concetto di legalità, e si inizierà a discutere di giustizia sociale”

Da "http://openmigration.org" Chi sono i braccianti sfruttati della Piana di Gioia Tauro di Daniela Sala

Tra il 2012 e il 2016 hanno lasciato il Sud Italia 783 mila giovani. In 16 anni andate via 2 milioni di persone. Verso il Nord e l'estero. I motivi: disoccupazione e malasanità. Il governo giallo-verde interverrà?


Il tema dell'immigrazione è tornato a monopolizzare l'agenda governativa. Eppure c'è un altro problema, sempre legato al flusso di persone costrette a trasferirsi per mancanza di opportunità e lavoro, che continua a essere ignorato dalla politica: quello dei migranti economici italiani. Sono sempre di più e partono soprattutto dal Sud. Molti emigrano all'estero, ma altrettanti prendono il treno per raggiungere il Settentrione, come fecero i loro nonni attorno alla metà del XX secolo.

ll Sud è vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo

La questione meridionale continua a essere rilevante, anche a livello economico. Se l'Italia cresce meno e più lentamente degli altri Paesi europei la colpa è parte del "fardello" del Sud, vittima di politiche economiche sbagliate e di fenomeni come la criminalità organizzata e il clientelismo che continuano a frenarne lo sviluppo. Tutto questo nel più totale disinteresse del legislatore: secondo i dati dell'Ufficio valutazione impatto del Senato, nella XVII legislatura (quella prima dell'arrivo dei giallo-verdi) la Camera Alta ha dedicato alla questione solo lo 0,3% dei disegni di legge presentati.

L'ESODO: VIA 783 MILA GIOVANI DAL 2012 AL 2016
Tra il 2012 e il 2016 sono stati 783 mila i giovani meridionali emigrati. È come se si fosse svuotata l'intera città di Palermo, sobborghi rurali annessi. In un Paese già afflitto dalla questione della denatalità, un simile dato si ripercuote non solo sulla stabilità del mercato del lavoro, ma anche su quella del welfare, a iniziare dalle pensioni.

SVUOTATO IL SUD: IN 16 ANNI PARTITI IN 2 MILIONI
Se si allarga il periodo di tempo in esame fino a ricomprendere gli ultimi 16 anni, l'esodo allora assume contorni biblici: circa 2 milioni di persone trasferite altrove, come se a spopolarsi fosse buona parte della Capitale. La metà di questi nuovi migranti italiani è composta da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Un dato che non ha subito controtendenze nemmeno nel 2016, quando il Paese ha agganciato una timida ripresa economica. Tra le regioni meridionali, le più colpite dal fenomeno sono la Sicilia, che ha perso 9,3 mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).

EMIGRAZIONE QUALIFICATA: SOPRATTUTTO DOTTORI
Rispetto alla metà del 1900, l'emigrazione meridionale ha cambiato pelle: oggi salgono al Nord soprattutto diplomati e laureati. Questo aspetto incrementa ulteriormente il divario tra Settentrione e Meridione. Gli esperti dello Svimez, l'associazione che si occupa dello sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, rilevano come la migrazione dei laureati provochi al Sud una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata pari a circa 2 miliardi l’anno (che equivale a un risparmio di pari importo per le regioni del Centro-Nord). Allo stesso modo, si legge nel report, il valore dei consumi pubblici e privati annui attivati dall’emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord è di circa 3 miliardi di euro (causando una perdita di pari importo per le regioni meridionali). Come vuole la teoria dei vasi comunicanti, l'emigrazione meridionale fa male al Sud e genera ricchezza al Nord, che ha bisogno di un capitale umano su cui investire, stante la bassa natalità nel Paese.

MIGRANTI SANITARI: PEREGRINAZIONI PER MALATTIA
L'arretratezza meridionale ha generato un altro problema, che gli esperti dello Svimez definiscono “cittadinanza limitata”. La mancanza di servizi, soprattutto ospedalieri, costringe infatti i cittadini del Sud a lunghe e penose peregrinazioni in caso di malattia. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sanitaria sono Calabria, Campania e Sicilia. Le mete dei malati meridionali sono ovviamente quelle in cui la sanità funziona meglio: la Lombardia e l’Emilia-Romagna. Il rapporto Svimez parla poi di “povertà sanitaria”: l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. In Italia, nel 2015, l’1,4% delle famiglie italiane si è impoverito per sostenere le spese non coperte dal Servizio sanitario nazionale; nelle regioni meridionali la percentuale raggiunge il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria e il 2,7% in Sicilia, mentre all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana.

UFFICI PUBBLICI LOCALI: UN DIVARIO DI PERFORMANCE
I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa, non solo ospedalieri. La Svimez ha costruito un indice sintetico della performance delle Pubbliche amministrazioni nelle regioni sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana: fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino-Alto Adige) emerge che quelle meridionali, a eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, arrancano e si trovano tutte al di sotto della metà: Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43.


CAPORALATO 2.0: I WORKING POOR
Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta - scrivono gli analisti di Svimez - di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche. Preoccupante il fenomeno dei working poor: il lavoro a bassa retribuzione dovuto alla complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario.

PREVISIONI NEGATIVE: PALLA AL GOVERNO
Mai come nel 2018 l'azione del nuovo esecutivo è determinante per capire se il Sud potrà finalmente invertire la rotta e iniziare a crescere. Se, infatti, per Svimez, nel 2018 il Pil del Centro-Nord dovrebbe crescere dell’1,4%, ancora in misura maggiore di quello delle regioni del Sud ferme a +1%, per quanto concerne il 2019 molto dipenderà invece dal Documento di economia e finanza dell'autunno. Attualmente le previsioni non sono rosee: si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale, con una crescita del prodotto interno lordo pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud.

Con maggiori investimenti infrastrutturali sarebbe il Sud a crescere più del Nord, portando un beneficio per l’intero Paese

GLI ANALISTI SVIMEZ
Per questo, gli analisti Svimez scrivono che «in assenza di una politica adeguata, anche l’anno prossimo il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente (nel 2010). Se, invece, nel 2019 fosse possibile favorire in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha grande bisogno, ciò darebbe luogo a una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale (+0,8%), rispetto a quella prevista (appena un +0,7%), per cui il differenziale di crescita tra Centro-Nord e Mezzogiorno sarebbe completamente annullato, anzi, sarebbe il Sud a crescere di più, con beneficio per l’intero Paese». Insomma, tutto è nelle mani del governo giallo-verde: la coperta però è corta. La Lega accetterà di destinare maggiori risorse al Meridione rischiando di scontentare il proprio elettorato composto da imprenditori settentrionali?


Da "www.lettera43.it" La questione meridionale tra migranti economici e caporalato 2.0 di Carlo Terzano


Ogni anno, nell’anniversario della tragedia di Marcinelle, arriva il politico di turno che ci invita a ricordarci dei nostri nonni migranti. Errore: pensiamo ai nostri figli, piuttosto, il cui futuro, mai come oggi, è fuori dall’Italia. Chi vuole chiudere le frontiere fa un danno soprattutto a loro
«Non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti». Ogni anno così, sempre uguale. Arriva l’8 agosto, anniversario della tragedia di Marcinelle, in Belgio, nel 1956, in cui persero la vita 262 minatori di cui 136 immigrati italiani. E ogni anno - lo scorso anno il presidente Mattarella, quest’anno il ministro degli esteri Moavero Milanesi - arriva la ramanzina retorica sul nostro passato di migranti e sulle valigie di cartone dei nostri nonni. Seguito, puntuale come un selfie di Salvini, dalle risposte piccate dei nostri paladini delle frontiere chiuse, a partire dal leader leghista, per continuare col suo nuovo sodale Luigi Di Maio, secondo cui (sic!) «Marcinelle insegna che non bisognerebbe migrare dall’Italia».
Tocca dare una notizia a tutti, insomma. Che forse sarebbe il caso di piantarla con la retorica delle valigie di cartone e dei nonni in fila a Ellis Island, caro Moavero. E forse sarebbe il caso di piantarla con le sindromi da nazione invasa, cari Salvini e Di Maio. Perché siamo ancora - oggi, nel 2018 - una nazione di migranti. Perché più che ai nostri padri e ai nostri nonni dovremmo guardare ai nostri figli, che continuano imperterriti ad andare a cercare fortuna e opportunità altrove, come nell’ottocento e come negli anni cinquanta. E perché forse guardare a loro, anziché a un passato tanto romantico quanto lontano, aiuterebbe meglio a capire quanto i fenomeni migratori siano il cuore dello spirito del tempo e quanto le frontiere siano un freno allo sviluppo economico, sociale e umano, anziché un feticcio ottocentesco da difendere con le picche e le alabarde.

Eccoci al punto, cari Moavero, Salvini e Di Maio. Che dalle valigie di cartone ai trolley di plastica colorata è cambiato ben poco. Che ieri come oggi il benessere dei nostri connazionali si fonda sulle occasioni che vanno a cercarsi altrove. Che ieri come oggi siamo una terra da cui si parte, più che una terra in cui si arriva. Che ieri come oggi dovremmo ricordarcelo, che per ogni anima che mette il suo piede sulla nostra penisola ci sono cinque nostri connazionali, a spanne, che mettono i loro piedi in terra straniera. Che se si chiudono le frontiere e si alzano i muri saremmo tra i primi a subirne il danno
Diamo qualche numero, tanto per cominciare. Ad esempio, lo sapevate, cari Moavero, Salvini e Di Maio, che un abitante su cinque dell’Unione Europea vorrebbe migrare da dove vive, sette punti in più rispetto alla media globale? Lo dice una ricerca del World Economic Forum dello scorso anno, secondo la quale, curiosamente, noi europei siamo propensi a lasciare il nostro Paese per cercare un futuro migliore tanto quanto gli africani e i mediorientali devastati da guerre e carestie.
La seconda notizia è che in questa Europa piena di gente con la valigia in mano, noi italiani siamo ancora oggi i più migranti di tutti, anche se adesso fa figo dire expat. Avevano fatto clamore, lo scorso anno, i dati del rapporto Migrantes, che raccontavano di 114.512 gli italiani che si erano trasferiti all’estero nel 2016, contro gli 84.560 nel 2015, i 73.415 del 2014, e i 37.129 nel 2009. E sono sempre i dati del rapporto Migrantes a raccontarci come il numero degli italiani stabilmente residenti all'estero abbia superato da un pezzo la soglia-simbolo dei cinque milioni, con un incremento del 60 per cento negli ultimi dieci anni. E che la fascia d'età tra i 18 e i 34 anni sia quella in più rapido incremento, con un balzo del 23 per cento tra il 2016 e il 2017. La diciamo ancora meglio: stiamo parlando di un Paese, l’Italia, da cui emigra più gente di quanta ne emigri dal Messico o dall’Afghanistan. Ogni cento migranti nel mondo, 2,5 sono italiani.
Eccoci al punto, cari Moavero, Salvini e Di Maio. Che dalle valigie di cartone ai trolley di plastica colorata è cambiato ben poco. Che ieri come oggi il benessere dei nostri connazionali si fonda sulle occasioni che vanno a cercarsi altrove. Che ieri come oggi siamo una terra da cui si parte, più che una terra in cui si arriva. Che ieri come oggi dovremmo ricordarcelo, che per ogni anima che mette il suo piede sulla nostra penisola ci sono cinque nostri connazionali, a spanne, che mettono i loro piedi in terra straniera. Che se si chiudono le frontiere e si alzano i muri saremmo tra i primi a subirne il danno. Che forse non saremo un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori e di scienziati e navigatori. Ma di sicuro siamo un popolo di trasmigratori. E se fossimo coerenti con noi stessi dovremmo difendere e promuovere il diritto a trasmigrare, a cercare fortuna altrove, come un pezzo pregiato della nostra identità italica, che di questa disseminazione su scala globale ha tratto infiniti benefici (come credete che sia diventato il cibo più popolare del mondo, la pizza?). Che, in fondo, non c'è nulla di più stupido di un popolo di trasmigratori che vuole le frontiere chiuse. Pensiamoci, che al prossimo discorso di Marcinelle mancano solo 364 giorni.

Da "www.linkiesta.it" Piantiamola con la retorica delle valigie di cartone: l’Italia è ancora un Paese di migranti, oggi più che mai di Francesco Cancellato
Il caso dell’albergatore di Ischia, costretto a ritrattare il suo sostegno a Salvini per le disdette dei suoi clienti, tradisce la natura cazzara degli abitanti del Belpaese. Quando fanno i razzisti, così come quando fanno gli antirazzisti
Secondo lo storico inglese Denis M. Smith, un episodio illuminante per capire la vera natura degli Italiani era quello che vedeva protagonista un viaggiatore straniero che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, si era trovato ad attraversare il Belpaese in treno. Costui era rimasto stupefatto nel sentire i passeggeri raccontarsi barzellette su Mussolini senza il minimo timore reverenziale: mentre in Germania il nome di Hitler veniva pronunciato sottovoce, tale era il rispetto che il popolo nutriva nei suoi confronti, in Italia il Duce era lo sfortunato protagonista di storielle in cui veniva immancabilmente fregato, derubato o sodomizzato, per il sollazzo dei passeggeri dello scompartimento, Carabinieri inclusi.
Neppure il fascismo, insomma, era in grado di arginare la proverbiale cazzoneria degli Italiani, l’unico popolo sulla Terra per cui la situazione è sempre grave, ma mai seria. E infatti, a decenni di distanza dall’episodio narrato da Smith e dalla massima di Flaiano, basta leggere del caso di Aldo Presutti, l’albergatore simpatizzante di Salvini, per capire che non ci siamo mossi di un millimetro. Dopo che la sua promessa di sconti per chiunque avesse manifestato via Twitter il proprio sostegno per il Ministro degli Interni si è rivelata un terribile boomerang, costatogli numerose disdette e una valanga di insulti, il Presutti racconta di essere vittima di un colossale fraintendimento. Razzismo? Macché. Lui voleva solo esprimere “solidarietà” a un “Ministro della Repubblica” – uno a caso, eh? – colpito dall’onta di essere stato additato come persona “non gradita” dalla sfrontata isola iberica di Maiorca. Puro spirito patriottico, dunque, amplificato dalla sua “non totale padronanza della lingua”, come egli stesso rivela gettandosi la croce addosso, chiedendo asilo nel cuore dei tanti che, in questi giorni, lo hanno travolto di offese.
Che tenerezza: pare di sentire uno di quei bambini che fino a un momento prima si vantavano con gli amichetti delle loro bravate e un secondo dopo, quando vengono beccati, scoppiano a piangere dicendo di non averlo fatto apposta, di essersi fatti trascinare dalla situazione. L’albergatore conclude la retromarcia definendosi “italiano fino in fondo” e probabilmente nemmeno lui si rende conto di quanto sia vera questa definizione. Già, perché questo tentativo di giustificare, di ridimensionare, di correre ai ripari il giorno dopo argomentando con il piglio di un affannato Azzeccagarbugli, tradisce un sentimento unico, diverso sia dal razzismo ottuso dei suprematisti bianchi dell’Illinois, sia da quello aggressivo e sprezzante che impazza nei Paesi dell’Est Europa.
Si tratta infatti di “razzismo alle cozze”, un particolare tipo di razzismo italiano come il parmigiano o il San Daniele, il modo in cui la pancia del Paese ha digerito un fenomeno presente a livello mondiale e lo ha espulso sotto forma di farsa grottesca, in totale accordo con il proprio costume.
Intendiamoci: i delinquenti ci sono anche da noi – vedi Macerata o la banda dell’uovo molesto – e pure quelli che trafficano con svastiche e croci uncinate. Ma come dimostrano le percentuali ridicole ottenute dalla ridda di nani e nanerelli neri alle ultime elezioni, si tratta di minoranze esigue come capelli sulla testa di Adriano Galliani. Quello che da noi è davvero mainstream è invece un sentimento generico ma diffuso, una smargiassata che serve a sfogare la frustrazione accumulata da una situazione economica deprimente.
 
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quegli “antirazzisti” che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri
Succedeva lo stesso negli anni ’90 con i meridionali usati come pallina anti-stress: se si entrava nei bar del Nord Italia si favoleggiava di eserciti di contadini bergamaschi pronti a calare su Roma e sui muri delle strade di montagna si leggevano frasi che incitavano alla pulizia etnica contro i napoletani. C’erano episodi di intolleranza, esattamente come adesso: ma di rivolte armate nemmeno l’ombra. L’unica idea vincente di Salvini, a dispetto dei peana che per settimane hanno infestato le pagine dei quotidiani, è stata allora questa, il declinare l’originale intuizione di Bossi in chiave moderna. Proprio come i bambini, gli italiani adorano far la voce grossa e dar la colpa agli altri: ai tempi dell’Umberto lo facevano con i terroni, in questi del Matteo con gli Africani, ma quello che dicono, nella stragrande maggioranza dei casi, è da prendere tra le virgolette: alle pistole preferiscono le pistole ad acqua, alle bombe i gavettoni. Siamo, e rimaniamo, al massimo, un popolo di bagnini.
Il “razzismo alle cozze” è quindi un razzismo a bassa intensità, e che proprio per la sua bassa intensità è capace di diffondersi in qualunque contesto sociale: non solo nelle periferie rurali, come negli Stati Uniti, o nelle grigie periferie, come ai bordi di città balcaniche dai nomi impronunciabili, ma anche nei locali alla moda degli aperitivi, in coda alla macchinetta del caffè, ai tavoli dei ristoranti etnici chic. Ed è talmente pervasivo, nel nostro costume nazionale, da essere capace di assumere forme diverse riuscendo ad infiltrarsi ovunque, perfino nella testa di quelli che ogni giorno si lanciano in appassionati panegirici a sostegno degli immigrati “che ci pagano la pensione” o che “fanno i lavori che noi non vogliamo fare”. Loro non lo sanno – proprio come non lo sa il Presutti – ma tirate del genere tradiscono un pregiudizio evidentissimo ed italiano fino all’osso: che lo straniero sia sempre a noi subordinato e che le uniche possibilità a cui possa ambire da noi siano lavoretti usuranti e malpagati, come il consegnarci a domicilio il sushi in biciletta in cambio di una paga da schifo.
Sono, insomma, quelli che intendono l’accoglienza come un banchetto in cui loro sono i commensali e gli immigrati i camerieri, a cui lanciare gli avanzi da portare a casa e magari qualche spicciolo di mancia. E che si stupiscono, quando – improvvisamente – scoprono che lo straniero è in realtà una persona vera e propria, con i suoi pregi e i suoi difetti, e che quando sentono parlare Daisy sgranano gli occhi per la meraviglia. “Ma come parla bene l’italiano la nostra Daisy!” urlano stupefatti, come se stessero assistendo ad un prodigio, al numero da circo di una foca, e non al fatto normalissimo di una persona che si esprime correttamente nella propria lingua madre.
Questo antirazzismo paternalista, quindi, non è che una forma diversa dello stesso sentimento che fa straparlare il Presutti e quelli come lui: dietro c’è la stessa convinzione di appartenere alla parte buona e giusta del mondo, una convinzione granitica che unisce Centocelle a Capalbio, e prospera sereno dalle periferie giallo-verdi incazzatissime fino ai lussuosi poderi in Toscana. I razzisti, quando passano il segno, possono essere identificati. I lanciatori di uova arrestati. Ma per bonificare la nostra cultura di massa dal razzismo alle cozze serviranno ancora decenni.
 
Da "www.linkiesta.it" Benvenuti nell’Italia del razzismo alle cozze, dove anche l’intolleranza è una farsa grottesca di Francesco Francio Mazza

Un Pd meno partito, più movimento

Lunedì, 06 Agosto 2018 00:00

Annuncia la sua riforma del Pd più orizzontale e meno verticista, con "mille progetti di comunità" in un anno. Una mission più sociale che politica per i circoli. "Come i meet-up? Prendiamo esempio dalle migliori pratiche, come Corbyn o Ocasio Cortez".


A metà della conversazione, Maurizio Martina anticipa la sua proposta di riforma del Pd. Ospite nella redazione dell'Huffpost, il segretario dem illustra le linee guida del progetto di un nuovo Partito Democratico che parta dal basso, "un Pd utile". La sfida è realizzare "mille progetti di comunità" in un anno, promossi e coordinati dai circoli diffusi su tutto il territorio nazionale, per mettere il Pd "in mezzo positivamente fra i bisogni e i cittadini". Una mission sociale, prima che politica. Un Pd che sappia anche "trovare una sua idea di protagonismo sul web", un fronte su cui finora è risultato inadeguato.

Martina affronta anche i temi di più stretta attualità della politica, dalla consolidarsi del blocco sovranista nella maggioranza M5S-Lega che sostiene il Governo alla disgregazione del centrodestra, dalle contraddizioni nelle politiche del Governo all'emergenza razzismo nel Paese.

Maurizio Martina, la vostra posizione è chiara da giorni su tutta la vicenda Rai. La novità di oggi è la frattura che si è aperta nel centrodestra con la decisione di Silvio Berlusconi di votare contro Foa. È l'inizio di una nuova dinamica nel centrodestra?

Di sicuro la dinamica che si è aperta segna innanzitutto un punto di grande difficoltà per il Governo. È oggettivo che la forzatura fatta su questa ipotesi di presidenza è stata un clamoroso errore. Ed è oggettivo che siamo di fronte a una sconfitta per chi ha immaginato dal Governo di poter gestire i rapporti anche nel centrodestra sulla base di un tentativo di accordo sull'organigramma. Se Forza Italia confermerà la sua linea contraria insieme alle altre opposizioni sarà un passaggio rivelatore di una dinamica nuova che dobbiamo capire.

Ecco appunto, proviamo a capirla. È la fine del centrodestra come l'abbiamo conosciuto?

Secondo me non c'è più già da tempo, non c'era nemmeno prima del 4 marzo nonostante quella rappresentazione elettorale. La vicenda di queste ore segna un salto di qualità in questo ridisegno complessivo delle forze. Tutto quello che Salvini ha fatto in questi mesi porta oltre il centrodestra per come immaginato fin qui, penso che debbano rendersene tutti conto, in particolare Forza Italia.

Proviamo ad analizzarlo, ciò che c'è, o ciò che non c'è ancora.

Quello che abbiamo conosciuto, detta in estrema sintesi, era una dialettica cooperativa fra Lega e Forza Italia, sia prima del voto che nelle fasi iniziali della legislatura, quando hanno iniziato a trovare un punto di compromesso. Non regge più questo equilibrio, le traiettorie ora sono completamente diverse, lo strapotere e l'egemonia di Salvini su tutto quello che si muove dentro quell'orbita è talmente dirompente che non vedo spazio per la ricostruzione di un equilibrio. Poi ci sono i nodi di merito. Il decreto Di Maio, con il grido d'allarme dal Lombardo-Veneto, non fa altro che divaricare le posizioni, anche fra Lega e Forza Italia. Oggi Tajani prova a raccogliere questa istanza e si posiziona in maniera netta contro alcune scelte di quel provvedimento.

Si può dire che "socialmente" il centrodestra non c'è più perché non ci sono più i moderati? I moderati non ci sono. Il ceto medio piegato dalla crisi che ha votato Salvini è arrabbiato, non più moderato. E Salvini, per la prima volta, è egemone su Berlusconi.

Concordo. La categoria del moderatismo come l'abbiamo in testa noi e come l'abbiamo imparata in questi anni non esiste più. Due o tre mesi fa ho letto sul Resto del Carlino la storia di volontari di una parrocchia che da anni fanno volontariato e raccolgono vestiti per i rifugiati. Raccontavano al loro parroco, in piazza e al bar, perché hanno scelto la Lega alle elezioni. Attenzione. Secondo le nostre categorie, qui c'è una dissociazione: come si fa a fare volontariato in parrocchia per i migranti e poi scegliere la Lega? Evidentemente ci sono dinamiche che nessuno ha compreso. C'è una rilettura radicale del rapporto fra il cittadino, il suo consenso, la sua aspettativa politica e alcune categorie che non sono più attuali se prese così come le abbiamo imparate.

E se invece quello di Forza Italia sulla Rai non fosse un gesto di forza ma, al contrario, il singulto della morte?

Non lo so. C'è il rischio per loro che questo possa essere l'ultimo tempo. Dipenderà tantissimo dalla loro capacità di uscire da questa dinamica. Hanno anche atteso troppo. Ciò detto noi ci dobbiamo occupare della nostra prospettiva che è e rimane anche alternativa a loro.

Ma, al netto della Rai, a lei Forza Italia sembra un partito di opposizione e comunque un partito che ha ancora la forza di determinare le sorti del centrodestra?

Senza dubbio c'è un elemento di ambiguità nella nascita del governo e, ancora prima, ai tempi delle elezioni delle alte cariche quando immaginavano un altro percorso. In Parlamento devo dire che alcuni segnali di iniziativa di opposizione sono stati presi, ma il punto è che se non sciogli il nodo di fondo l'idrovora Salvini non guarda in faccia nessuno.

Ecco, Salvini. È chiaro quel che non c'è più, il centrodestra come l'abbiamo conosciuto finora ma come immagina che sarà la nuova destra? Cioè questo governo Salvini-Di Maio è solo un passaggio in vista di un bipolarismo Lega-Cinque stelle o si sta cementando un blocco politico comune?

Anche a me sembra questo il tema del futuro. Vedo una ragione sociale che li unisce, vedo un collante nazionalista, sovranista. L'idea che possano essere il tentativo, l'espressione insieme di una proposta sovranista, questo lo vedo. Quando Di Maio copre, come sta coprendo, il tema esploso con Daisy, la ragazza di Moncalieri e non problematizza la questione razzista facendo il copia incolla di Salvini, non c'è solo una difesa d'ufficio per l'operato del Governo, c'è una scelta che è anche politico culturale di stare in scia, di essere complice e partecipe. Questo può cementare un blocco, è abbastanza impressionante come Di Maio su un tema così importante non costruisca una dialettica per preservare anche una identità del Movimento differente dalla Lega, questo mi impressiona.

Se questa è l'analisi, il suo tentativo di fare il governo con i Cinque stelle risulta, ex post, velleitario.

Quella era una sfida ai 5 stelle. Quando si è trattato di ragionare in quel frangente, nessuno di noi ha pensato a una strada in discesa, sapevamo che le incognite erano tantissime e sapevamo che potevamo non farcela. Il Cinque stelle è un movimento composito che nel suo elettorato ha un pezzo di popolo che in passato ha votato la sinistra, ha diverse sensibilità al suo interno e lo vedremo quando esploderanno le contraddizioni. Quello che è successo in queste settimane, dalla sicurezza alle migrazioni fino al razzismo, ha spostato molto il Movimento a destra. Come dicevamo, ha coperto e basta la linea di Salvini, anche su questa evidente torsione razzista. Sono inconcepibili le dichiarazioni sia di Salvini che di Di Maio. È sconcertante Salvini che dice "Mi dispiace per Daisy, ma...". E che Di Maio non dica nulla.

Quando parla delle varie anime si riferisce all'anima di sinistra di Roberto Fico.

Per quello che dice, immagino la sua difficoltà di stare in una dinamica di maggioranza come questa. Inoltre oggi fa un mestiere super partes. credo però che tanti di loro abbiano un problema a riconoscersi dentro le scelte di questo Governo. Ma insisto, se vai anche più giù, lo stesso problema riguarda un pezzo dell'elettorato grillino che viene dal centrosinistra. Insomma, sono convintissimo che lo spazio dell'alternativa a Lega-M5S sia oggi più largo di quello che si vede, nella società. Magari Non si vede ancora, è anche difficile che si veda già. Poi certo non è automatico che uno dica allora vi volto le spalle e torno a votare il centrosinistra, ma dobbiamo prepararci.

Serve una proposta, che al momento non c'è ancora.

Il termine della nostra sfida non può essere quello dell'attesa, dobbiamo lavorare dentro le loro contraddizioni. Fare in modo che aumentino, esplodano, si rendano evidenti, dobbiamo essere soggetto attivo, provocare, infilarci negli spazi che abbiamo, sapendo che il lavoro che tocca fare non solo dentro la dinamica delle istituzioni, ma nella società.

Lei parla di contraddizioni. Quale è la principale contraddizione di questo governo?

La sfida si misura sull'interesse nazionale. Sarà presto chiaro che alcune scelte cruciali che questo Governo sta compiendo minano l'interesse nazionale: che si parli di dazi, o di riforme-controriforme del mercato del lavoro, o della collocazione dell'Italia nello scacchiere nazionale.

A proposito di interesse nazionale. La vicinanza di questo governo a Putin, cioè a un leader interessato a destabilizzare l'Europa, non è esattamente espressione dell'interesse nazionale. Voi siete pronti a una campagna sul tradimento dell'interesse nazionale da parte dei sovranisti?

Me la sento di fare una battaglia in cui pongo una questione politica: l'Italia non può esporsi in questo passaggio delicatissimo dell'Europa come il grimaldello che usano altri fuori dal contesto europeo per far deflagrare il progetto Ue.

Giochereste la carta del tradimento?

Sono pronto a misurare sul terreno dell'interesse nazionale le scelte di un governo. Per dire che alcune di esse rischiano di indebolire la nostra sovranità e comunque la capacità di questo paese di stare dentro il tempo in cui sta, soprattutto in Europa, nella dinamica che si è aperta. Ho trovato pericolose alcune posizioni, un posizionamento che tende a dire che l'Italia è sul mercato, penso che da questo punto divista dobbiamo essere preoccupati. Dopo di che la questione è se l'Italia sia un pezzo della soluzione o un pezzo del problema. Temo che con questo governo saremo un pezzo del problema. Siamo andati ai Consigli Ue e ne siamo usciti più deboli, non più forti, checché ne dicano Salvini e Conte.

C'è un problema però e non di poco conto. Lei dice che c'è al governo una forza razzista, xenofoba, che si deve alzare la guardia. Tutto bene. Però poi succede, e questa è la novità, che non scatta nel popolo della sinistra che è rimasto nemmeno l'evocazione del pericolo. E nelle zone rosse, in pieno governo gialloverde, perdi e nelle periferie dove era forte il Pci vince la Lega. È l'estinzione della sinistra?

Siamo davanti a un punto critico nuovo il rischio che corriamo è altissimo. Vorrei dare il senso della drammaticità del momento. E i tratti di questa novità dobbiamo riconoscerli. Rabbia, frustrazione, paura, solitudine...Nelle classifiche di quello che viene cercato nei motori di ricerca di questo paese ci sono i manuali sulla felicità. Significa molto. Per noi è fondamentale: come tornare a essere protagonisti dei legami sociali, della partecipazione consapevole, del fatto che la gente non si senta sola e rancorosa, che sfoghi questo in comunità e non in autonomia?

Come si fa?

Per fare questo devi fare innanzitutto promuovere un'idea del futuro del paese. Penso che anche per noi si apra una riflessione su come evolvere, anche nella forma. Approfitto di questa chiacchierata per annunciare che tra un po' presenteremo fra poco un progetto su questo, perché non siamo all'anno zero.

Di che si tratta?

Stiamo lavorando alla nostra rete nazionale dei progetti di comunità. La presenteremo fra poco. Il tentativo di mettere in rete esattamente questa idea: i circoli del Pd diventano soggetti di servizio ai bisogni attorno a due grandi assi: la cura della persona e la cura del territorio. Ci sono già ovunque circoli che fanno questo. Penso a Roma a Tor Bella Monaca dove due giovani avvocate fanno lo sportello gratuito per la compilazione della modulistica del Rei, o alla Sicilia dove ci sono circoli che fanno assistenza sociale. Non so se hanno perso meno elettoralmente per questo, ma non è solo una questione di misura del consenso, è il vero cambio di pelle del Pd. Stare vicino ai bisogni delle persone sul territorio. Aprirsi alle esperienze civiche di base, all'associazionismo. La sfida di qui a un anno è ripartire da mille progetti di comunità, dove i nostri si organizzano e organizzano risposte ai bisogni. Per fare rete sociale. A me interessa che il Pd sia soggetto protagonista, perché è il modo più intelligente, propositivo per fare militanza politica: mettiti di mezzo fra bisogni e cittadini e organizza un pezzo della risposta. Il 9 settembre a Ravenna, lanceremo la rete nazionale dei progetti di comunità in una grande assemblea dei circoli.

Sta annunciando una riforma del partito?

Il Pd non va sciolto o superato. Va riformato profondamente. Il "nuovo Pd" che voglio io parte dai mille progetti di comunità, parte dall'idea che nel territorio SI torni a essere un soggetto che risponde ai bisogni dei cittadini. Con l'azione. Un Pd che è più movimento, più orizzontale e meno verticale. I circoli devono fare non solo tessere, ma progetti di comunità. Se non fai così, qual è la ragione di un circolo oggi? C'è un radicamento statico di una sezione che sta lì, autoreferenziale, con discussioni sono interne, magari verticalissime. È invece possibile un radicamento orizzontale che porta gli iscritti del tuo partito di quella comunità a fare cose. Non so l'effetto elettorale, ma bisogna mettersi in movimento, riorganizzare una funzione muovendo le cose, aggregando persone.

Lei parla di rete dei circoli, ma parliamo anche di rete intesa come Internet. Il video di Di Maio sull'aereo ha avuto quattro milioni di visualizzazioni e oltre 100mila like. È vero che la rete è l'humus del grillismo ma è anche vero che i Cinque stelle sono sulla rete e voi no. Non crede che dovreste porvi il problema?

Sono numeri impressionanti, sono d'accordo. Bisogna capire intanto raggiunti come. Non nego comunque che si debba trovare una nostra idea di protagonismo nella rete che ancora non abbiamo. Sento tutta l'insufficienza delle lettura che noi diamo di come utilizziamo la rete. Lì si misura l'altra faccia della sfida di cambiamento del Pd, senza snaturarci. Se dovessimo solo scimmiottare quello che fanno gli altri avremmo già perso. Dobbiamo trovare il codice della nostra presenza sulla rete, per raggiungere i cittadini, che sia coerente e non ci snaturi. Le due facce del cambiamento sono da una parte un'idea più orizzontale, più aperta, più civica, che si misura con la sfida dei progetti di comunità e svolge un ruolo da protagonista attivo, la seconda faccia è questa. Organizzare la comunità, mettere insieme soggetti a fare delle cose insieme. La forza di Corbyn in Inghilterra non è solo nella sua capacità dialettica, ma in quello che c'è dietro un movimento che da anni fa questo tipo di politiche. Sia con Alexandria Ocasio Cortez a New York, sia nella storia di En Marche in Francia, ci sono i semi di questo lavoro. In Italia questa mossa di rinnovamento la deve fare il Pd. Il Congresso è questo, poi c'è anche la leadership, che è cruciale, ma se non facciamo prima questo lavoro, non riusciremo a ripartire.

Che differenza c'è tra questo modello e i meet up?

I meetup mi sembrano esperienza chiuse e spesso conflittuali al loro interno. Noi dobbiamo prendere esempio piuttosto dalle migliori pratiche anche in altri paesi, avere il coraggio di mettere il Pd al servizio. Penso davvero che questo sia lo spirito del Congresso. Se lo interpretiamo come una stagione di cambiamento, come sono i progetti di comunità, è il Pd orizzontale. Poi certo devi avere un segretario, un leader riconosciuto, forte. Sono consapevole che serva. Tutto questo sta in piedi se c'è un popolo e un leader. Non c'è il secondo senza il primo.

A proposito di Congresso: si farà prima delle Europee?

Sì, è quello che abbiamo deciso con l'assemblea nazionale.


Da "www.huffingtonpost.it" Un Pd meno partito, più movimento di Carlo Renda, Lucia Annunziata, Alessandro De Angelis, Fabio Luppino

Caro Di Maio, evitate le ipocrisie

Venerdì, 03 Agosto 2018 00:00

Caro Di Maio, evita le ipocrisie sul cosiddetto Decreto Dignità: il passaggio nelle Commissioni Finanze e Lavoro alla Camera lo ha reso negativo per lavoratrici e lavoratori. Abbiamo riconosciuto alla versione iniziale del Decreto un'inversione di rotta, seppur modesta, dopo 20 anni di interventi di precarizzazione, in particolare attraverso il padronale Jobs Act.

Ma avete ceduto alle pressioni degli interessi economici più forti. Avete allargato significativamente l'utilizzo dei voucher e facilitato la copertura del lavoro nero con l'estensione della loro validità da 3 a 10 giorni. Avete così determinato un doloroso arretramento finanche in confronto alla legislazione introdotta dal Governo Gentiloni, dopo lo scippo del referendum l'anno scorso. Avete respinto non solo il nostro tentativo di reintrodurre l'art 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma anche i nostri emendamenti per dare efficacia all'innalzata sanzione contro i licenziamenti illegittimi.

Così, per chi vorrà licenziare arbitrariamente, sarà sufficiente omettere le motivazioni per poter incorrere nell'invariata e modestissima sanzione per "vizi di forma". Avete bocciato la nostra proposta per estendere le causali anche ai contratti a tempo determinato sotto i 12 mesi. Così, dopo il vostro Decreto, vi sarà un'esplosione di contratti di breve periodo. Avete scimmiottato, in sedicesimi, la strada inutile e costosa percorsa dal Pd degli sgravi per le assunzioni con il contratto a virtuali tutele crescenti.

Anche voi imprigionati nella gabbia dell'economia dell'offerta, quando un vero governo di cambiamento dovrebbe alimentare gli investimenti pubblici come leva di buona occupazione. Avete approvato una norma che determina a giugno prossimo il primo licenziamento di massa dalla scuola pubblica: circa 7.000 insegnanti con Diploma Magistrale ante 2001/2002. Avete, infine, ma la lista sarebbe lunga, detto no a un nostro emendamento che estende le misure anti-delocalizzazioni anche ai Paese dell'Unione Europea, in alcuni dei quali si sposta, grazie a un mercato unico squilibrato, la stragrande maggioranza delle imprese in cerca di lavoro al ribasso.

Insomma, il segno sociale del Decreto, per chi guarda agli interessi dei lavoratori, è negativo. A questo punto, sarebbe meglio lasciarlo decadere in assenza di disponibilità a accogliere emendamenti rilevanti in aula da lunedì prossimo. Altrimenti, la dignità del lavoro viene ulteriormente ridotta.

Da "www.huffingtonpost.it" Caro Di Maio, evitate le ipocrisie. Sul Decreto Dignità avete ceduto agli interessi dei più forti