"Questi qua" al potere

Lunedì, 28 Gennaio 2019 00:00

Il mostro, come lo chiama, l’autore è un tomo di 958 pagine dove si racconta la storia della politica italiana e dei partiti cominciando dai grandi dominatori della prima repubblica, i democristiani, sino ad arrivare a “questi qua”, ovvero gli attuali governanti gialloverdi. S’intitola Invano per indicare che è tutto vano, inutile, che il potere è vanità delle vanità, come dice l’Ecclesiaste. Filippo Ceccarelli, romano, firma di “La Repubblica”, è l’archivista e il commentatore curioso e onnivoro di un cinquantennio della nostra vita nazionale. Dopo i democristiani, dalle origini ad Aldo Moro, ci sono Craxi e i rampanti, la caduta e il marasma di Segni e Di Pietro, quindi i barbari della Lega con Bossi, e i comunisti, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni, i fascisti, il lungo ventennio berlusconiano, infine l’Ulivo che prende fuoco, ed eccoci qui, ai giorni nostri.

Filippo Ceccarelli: Comincio dalla metà degli anni Sessanta, quando ho iniziato a occuparmi di politica, ma c’è anche il prima. Quando incontravo i grandi, Nenni e Moro, necessariamente mi documentavo; sentivi in loro il peso dell’esperienza e l’importanza che avevano avuto.

Marco Belpoliti: Tutto questo oggi sembra sparito. Sembra che la politica, le figure dei politici, comincino oggi, e invece non è così. Cos’è cambiato? Il costume, la mentalità o la politica stessa?

FC: “Questi qua” vengono un po’ dal nulla; all’apparenza sono figure la cui storia politica è molto misera. Non senti dietro una scuola, dei maestri, a meno che non si voglia considerare come maestri Bossi, Grillo o qualche tardo democristiano, che può avere avuto Renzi come giovane d’ufficio. Sono persone che si sono fatte da sé. La scuola di Salvini, Renzi e Di Maio è stata la televisione. Non è un caso che il loro esordio sia nei telequiz, luoghi nei quali tu entri senza essere nessuno e dopo due settimane sei già diventato un personaggio. Le classi dirigenti del passato erano transitate per i consigli comunali, provinciali e regionali, le segretarie della federazioni locali, i comitati provinciali, avevano fatto i portaborse, poi gli assessori. Venivano da esperienze come l’occupazione delle terre o le lotte in fabbrica, il sindacato, era un cursus honorum che durava vent’anni, a volte di più. “Questi qua” vengono dalla televisione. I nomi e le cose risuonano nell’immaginario secondo suggestioni curiose; il programma di esordio di Renzi è “La ruota della fortuna”, un tema machiavellico. La fortuna viene, la fortuna va; si adatta perfettamente al personaggio. Salvini da un programma che si chiama “Doppio slalom” e da un altro: “Il pranzo è servito”. Sono titoli che sono quasi un destino. Questo genere di scuola fa sì che questi nuovi siano molto rapidi. Per fare il telequiz bisogna essere veloci. Per loro la rapidità è il ritmo, e la velocità è tutto. Hanno la battuta subito, l’idea subito, il cambio subito, ma anche l’errore subito nei social: la chat sbagliata, la foto con il criminale. Tutte cose che costituiscono tutto il contrario della classe dominante precedente: la pazienza, la cautela e una riflessione che teneva conto della complessità. Ora è invece una specie di rotolata veloce verso il risultato apparente e appariscente.

MB: Sono animali politici molto caldi, empatici con il proprio pubblico, performativi. Mi sembra vivano dentro una bolla di rappresentazioni, che producono loro stessi attraverso i diversi media, dalla televisione ai social. Vivono in diretta, iperconnessi con una community che oggi c’è, e domani non più. Sono il frutto della rapidità come tu dici; e la subiscono, o forse la subiranno. Rischiano di scambiare il consenso con la curiosità verso di loro. L’altro elemento che colpisce è che si vestono nello stesso modo. Pensa alla camicia bianca di Renzi, replicata da Di Maio e Salvini. A parte le felpe di quest’ultimo, che gli sono servite per farsi vedere, gli italiani probabilmente li confondono tra loro.

Nel tuo libro si sente molta nostalgia per quel tempo passato, quello dei politici di una volta. È un libro autobiografico, anche se racconti la storia di tantissime persone, non solo dei grandi, di personaggi infimi: ci sono trenta pagine fitte con l’indice dei nomi. Molto malinconiche sono le pagine sulla Lega, su Bossi e le sue malattie.

FC: Oggi la condizione di una classe politica in cui ogni energia, ogni speranza e affidamento si concentrano su un’unica persona, fa sì che la politica ritorni ad essere monarchica, nel senso autentico della parola. Quello che viene ritenuto una virtù, che per risolvere i problemi serva una sola persona, finisce per essere invece una debolezza terribile. Craxi, Bossi e lo stesso Berlusconi sono figure su cui si concentra il futuro di tre pezzi importanti della storia politica. Due si ammalano e finiscono male; il terzo offre il destro alla possibilità d’essere diffamato e colpito, lasciando dietro di sé il nulla. Non c’è in nessuno dei tre casi una soluzione. Bossi viene sostituito da Maroni, ma è una soluzione intermedia. Il Partito Socialista finisce con Craxi e Forza Italia con Berlusconi. Non lasciano eredi.

MB: Il caso Berlusconi nella tua descrizione costituisce qualcosa di particolare. Si può già parlare di un’epoca berlusconiana. È già storicizzata, ed è durata più del Fascismo. Berlusconi è ancora qui. Non c’è stato un dramma finale come per Mussolini, un Piazzale Loreto, del resto non c’è stata neppure una guerra persa. Abbiamo attraversato tante piccole catastrofi di varia natura, anche economica. Berlusconi è oramai una mummia vivente, ora gioca con il nuovo leader Salvini. Non credi che la lunga durata di Berlusconi configuri qualcosa di nuovo e diverso nel panorama della storia italiana? Sono state le televisioni, il denaro, la natura principesca del suo dominio.

FC: Lui voleva essere questo: un principe. In Berlusconi sono evidentissime le riemersioni, all’interno di una cornice tecnologica, televisiva, di segni e simboli di un passato, che ritorna in forme smaglianti, ma di un’epoca pre-democratica. Berlusconi si comporta come un re. Ha le corti, i palazzi, le professionalità di servaggio: il cuoco, il preparatore atletico, il musico, il poeta encomiastico, le guardie, i servi, le cortigiane. Un mondo in cui ritornano le corone, le investiture, i troni. Nel suo caso, a differenza di Craxi e di Bossi, c’è l’attenzione al corpo, alle malattie, le vicissitudini fisiche che dà in pasto all’opinione pubblica. Quello che lo rende diverso dagli altri è che in lui si rappresenta un aspetto tutto italiano: offre al suo pubblico l’intera parabola del potere: l’ascesa, il trionfo, la caduta, il ritorno, la celebrazione, e anche il momento della nuova caduta e della pietà. Riguardo a Berlusconi si può esaurire l’intera gamma delle forme del potere, arrivando fino ad avere pena per quest’uomo che è stato l’uomo più potente d’Italia e che finisce per fare l’aeroplanino ai malati e agli anziani della Casa della Divina Provvidenza di Cesano Boscone. Si configura come una manifestazione della caducità delle cose terrene. Questo gli ha dato una marcia in più rispetto a Bossi e Craxi.

MB: Viviamo nell’epoca della immediatezza. Un tempo veloce, rapido. Ti sembra che sia cambiata l’antropologia degli italiani? In fondo i democristiani e i comunisti, pur nelle grandi differenze, si somigliavano.

FC: Le due chiese, la DC e il PCI funzionano all’unisono sin verso gli anni Ottanta. I democristiani al potere erano consapevoli di non essere amati; c’era almeno mezzo paese che non li amava. Questo faceva sì che le classi di governo avessero un’attitudine alla riflessione, alla prudenza, al non dover esagerare, non dovevano manifestare un primato per le apparenze, ma per la sostanze delle cose. Su questo si è forgiata la classe di governo all’altezza del dramma geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo. Dietro quel mondo esistevano moltitudini di cui i leader, i gruppi dirigenti, espressione sconosciuta oggi, sapevano che ogni parola, ogni scelta, ogni documento, doveva tenere nel dovuto conto la sensibilità di milioni di persone. Questo sistema andava ovviamente contro i progressi della tecnologia. È la tecnologia che ha cambiato gli italiani. Esiste una linea di frattura: l’arrivo al potere di Craxi. Più passa il tempo e più ci sembra una persona di cerniera.


FC: I democristiani per la prima parte della loro esistenza, fino agli anni Ottanta, ritenevano il potere un prestito di Dio, non una cosa loro. Alla fine della loro vita di singoli, San Pietro gli avrebbe chiesto conto di questo potere, di come l’avevano esercitato. C’era il paradiso o l’inferno. I fascisti, componente della cultura politica del secolo scorso, avevano la Patria, la terra dei padri, per la quale si poteva morire. I loro Santi erano tutti morti, era un culto religioso. Nel mondo comunista, se il compagno moriva viveva negli altri: la sua bandiera sarebbe stata raccolta da altri. C’era la missione di liberazione degli oppressi. La politica italiana aveva una dimensione religiosa molto forte. I socialisti per la prima volta negli anni Ottanta si ritrovano al comando dell’Italia e si chiedono: cosa c’è dopo? Non c’è niente. La morte per il Partito Socialista è irreparabile. Questa che è una laicizzazione, una liberazione dalle ideologie, dal fanatismo, ma può rivoltarsi nel suo contrario: viviamo qui, voglio tutto, datemi il potere. Questo porta a una dimensione in cui l’etica si smarrisce. Con Craxi finisce il partito glorioso dei lavoratori dopo 100 anni. Se ci pensi le due grandi morti che stabiliscono la fine di tutto sono quelle di Moro, nella Renault rossa, e Berlinguer, che ha un colpo apoplettico durante il comizio e vuole continuare a parlare stringendo il fazzoletto in mano. Visivamente sono le due morti che dicono che tutto sta finendo, anche se passeranno dieci anni per il crollo del sistema dei partiti.

MB: Credo che sia stato l’avvento della televisione, quella della Rai, e poi la commerciale di Berlusconi, a determinare il cambiamento. Non la televisione da sola, tuttavia è l’elemento decisivo. Uccide l’immortalità della religione, sia quella sacra che quella laica. McLuhan ha sostenuto che se ci fosse stata la televisione non ci sarebbe stato né il fascismo né soprattutto il nazismo perfetti invece per la radio, media delle dittature novecentesche. Mussolini e Hitler, scrive, sarebbero risultati ridicoli, comici in tv. Pensa alla comicità di Berlusconi, al suo uso della barzelletta: buttava tutto in vacca, come si dice. La battuta e la comicità stanno tutte nel presente. La televisione ha realizzato, insieme al sistema consumistico dei supermercati, in quanto supermercato delle immagini ha demolito ogni immortalità.

FC: Forza Italia viene presentata a Casalecchio di Reno da Berlusconi in un supermercato.

MB: Berlusconi coglie e produce a sua volta il cambiamento. Pasolini, super citato, ha intravisto questo cambiamento all’inizio degli anni Settanta. Oggi la televisione non è tramontata; in un mondo di anziani soli, che stanno in casa, che si spostano poco, la tv è la loro badante. Nonostante facebook, il social dei nonni, la televisione resta un elemento importante della vita quotidiana. McLuhan ha spiegato come un media continua quello seguente: la radio nella televisione, la televisione nel web e nei social. Pensa ai video di Salvini e Di Maio, sono fatti per la tv portatile.

FC: Il discorso della morte e del potere come teatro dell’immortalità culminano in Berlusconi, che è il Re, che cerca di ingannare la morte. C’è un apologo perfetto, sembra uscito dall’antichità classica: Berlusconi e del pastore molisano. L’uomo e più ricco e potente d’Italia viene in rapporto durante una campagna elettorale con un uomo che conduce una professione antica. Berlusconi gli dice: Io ho lavorato così tanto nella mia vita che non ho avuto tempo di invecchiare. Il pastore: Arriva, arriva. Berlusconi: Le dispiace se mi tocco le palle. Pastore: Toccate quello che te pare, ma arriva. Ho la sensazione che questo potere, maledetto potere, in un tempo che l’ha privato delle ideologie, sia un sistema che alcuni individui hanno individuato per curare l’ansia di essere in scadenza. Alla nuova classe dirigente manca la consapevolezza di questo. Non sanno che in Italia chi l’ha esercitato fino in fondo, a cominciare da Mussolini e proseguendo per Craxi, Andreotti, lo stesso Berlusconi, fa una brutta fine. Guarda Bossi, che si è inventato uno stato inesistente, di cui era il Demiurgo scomodando una cosmogonia inesistente, che fine ha fatto. Pensa al suo allievo Salvini, che passa dal fare il tifo contro la nazionale di calcio – questo faceva a Radio Padania – a “Prima gli italiani”, gettando una corona d’alloro nel Piave, il sacro fiume. È l’immagine di una giravolta, che in politica si è sempre fatta, ma siamo in un mondo che si affida a l’ultima folata di vento. Un mondo che non va preso sul serio, se non fosse che con i gialloverdi i tuoi risparmi si possono volatilizzare da un momento all’altro.

MB: Di Maio sembra un adolescente, fragile e spavaldo, per dirla con uno psicologo. Mentre Salvini si presenta anche in termini fisici, e per le cose che dice, come un trasformista: dal comunismo padano al sovranismo. Sembra una figura più tragica, nonostante tutto. Di Maio, come il suo ispiratore Grillo, appartiene al campo del comico, del ridicolo. Salvini non è destinato a finire nel nulla come Renzi; sembra contenga l’istanza di un potere che vuole imporsi in forma autoritaria, e però sa che rischio corre ad agire come agisce.

FC: Il medium con cui si esprimono i nuovi arrivati, i ragazzotti, i sirenetti, i lupi mannari con le camicie bianche, ovvero la Rete, si adatta molto bene ai due principali generi artistici italiani: la commedia e il melodramma. Non c’è cosa che, dal terremoto alla caduta del ponte, dal naufragio di una nave da crociera ai dati della legge di stabilità, che rimanga seria per più di due o tre giorni nei social. E il melodramma, la malattia italiana, come la chiamava Gramsci: lacrime, effervescenza, retorica, cattivi e cattivissimi, complotti, congiure, eccetera. Il mondo dei nuovi arrivati offre infiniti spunti. Nell’arco di tre giorni ho dovuto scrivere un articolo su Salvini che ha in mano la madonnina di Medjugorje e Salvini fotografato a tradimento mentre dorme dalla sua bella. Se poi aggiungi che in quei dieci giorni abbiamo visto Salvini issato a cavallo alla fiera equina di Verona, disteso per terra sulla pista di Rho con un ciclista che lo saltava, e altro ancora. La tragicità della figura non la vedo. Ma mi rendo conto delle conseguenze di questa costante esposizione del corpo, di darsi in pasto, e mi chiedo se non sia tragico il consumo di questa figura. Per attirare la curiosità, uno deve fare delle cose strane per avere l’attenzione e connettere le persone. Ma alla lunga il troppo stroppia. Una così intensa consumazione porta al nulla.

MB: Dei due viceministri Salvini è senza dubbio il più interessante: fa capire di essere uno di noi; fa le cose normali di tutti e le cazzate che fanno tutti; si fa continui selfie, è un esponente di rilievo del narcisismo di massa. Poi c’è il decisionista, che ricorda Craxi, anche nelle posture. Salvini non ha però la corda comica come Bossi. È serio e vuole essere preso sul serio. Fa la faccia feroce, eppure non è fin in fondo antipatico. Con la sua barba e il viso grande è un cagnone: abbaia.

FC: A volte lascia pensare di non voler essere preso sul serio. Ci si domanda: ma lavorerà al Viminale? Non fa il ministro. Lui pensa di governare con le parole e con le immagini. Governare però è una cosa più complicata e difficile.

MB: Di Maio vorrebbe essere più concreto. Forse dietro di lui ci sono le istanze del M5S, ma non ci riesce. Salvini non ha ideologie; è un cinico con la patente. In questo è mussoliniano, non fascista. Imita il modo cinico di Mussolini di conquistare il potere: un trasformista. Ieri nordista, oggi sovranista, e poi chissà cosa. Non ha rimandato indietro i 500.000 clandestini. L’ha detto, ma non l’ha fatto. In realtà li ha rimandati indietro con le parole. È performativo: dire è fare.

FC: La realtà si prenderà la sua vendetta. Se parte lo spread e cresce, ci mette un giorno e mezzo a far precipitare la situazione. In Turchia è andata così. Tanto più tu lavori con l’innata attitudine italiana alla commedia, seppur con incursioni nel circo e nella fantascienza, e tanto più la realtà rischia di tornare in modo freddo e fattuale.

MB: Salvini è un giocare di poker. Rischia di continuo, bluffa. E nel fondo persegue una filosofia catastrofica, messo di fronte alla realtà: tanto peggio, tanto meglio. Nella commedia c’è l’idea di una catastrofe che può sempre accadere; il senso della commedia è di rimandare ad libitum tutto questo: senza fine. Lo spettacolo deve continuare. Tutti sperano che ci sia un happy and, che le cose alla fine s’aggiustino.

FC: Non manca solo il tempo lungo, manca anche il silenzio. Quello che necessariamente prepara la deliberazione. Teoricamente prima di fare una legge, di prendere una decisione, si valutano i pro e i contro, si chiede consiglio agli esperti, ai competenti, poi si decide con un supplemento di riflessione di silenzio: cosa è bene fare, e non cosa piace o non piace fare. C’è un rumore di fondo che sovrasta tutto. “Questi qua” litigano, e non sai più su cosa e perché. Pensa all’inceneritore. Litigano su come bruciare i rifiuti: è un simbolo fortissimo; disputano se dar fuoco o no alla monnezza, e poi sui preservativi, a chi dare i preservativi gratis. Nel mondo dei nuovi politici si parla usando i diminutivi: i numerini e la letterina. Là dove i primi sono i conti di bilancio del Paese e la seconda è quello che dovrebbe scrivere la UE per assegnarci le sanzioni. Un panorama ben poco sano.

Da "www.doppiozero.com" "Questi qua" al potere. Una conversazione con Filippo Ceccarelli di Marco Belpoliti


Per Salvini non potrebbe esserci smacco peggiore di trovarsi a difendere il governo dai Sì Tav e dalla protesta del popolo delle partite Iva. Per Di Maio, sarebbe dura giustificare al Sud l’autonomismo settentrionale. E lo stallo, per una volta, non conviene a nessuno. Un bel rebus


Immaginate per un attimo un referendum contro lo stop alla Tav. Immaginate che i capofila siano i governatori di Piemonte, Lombardia e Liguria Sergio Chiamparino, Attilio Fontana e Giovanni Toti, spalleggiati dai sindaci di Milano e Genova Marco Bucci, per metà del Pd, per metà di centrodestra. Immaginate la vittoria del referendum, da parte di questo eterogeneo fronte nordista. Immaginate lo smacco per Salvini, segretario della Lega (fu Nord), sconfitto da un referendum del Nord contro il governo di cui è dominatore assoluto, o quasi.

Basta capire questo, per comprendere perché la grande fronda della Lega su No Tav, No Trivelle e reddito di cittadinanza - bandiere dei Cinque Stelle che fanno venire l’orticaria al Nord produttivo, e in particolare allo storico elettorato leghista - è una questione molto seria, che rischia di minare la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. La Lega, banalmente, non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

La Lega non può permettersi che si apra un fronte nordista mentre sta compiendo la sua metamorfosi a partito nazionale. Per questo scenderà in piazza coi Sì Tav, sabato. Per questo sosterrà un eventuale referendum contro lo stesso governo di cui fa parte, e contro il contratto che ha firmato, nonostante sia teatro dell’assurdo. Per questo Salvini sta rilanciando sull’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Questo provocherà mal di pancia nella maggioranza? Più che probabile. I Cinque Stelle, è vero, non possono permettersi di piegare la testa anche sulla Tav e sulle trivelle, dopo i dietrofront su Ilva e Tap. Nello stesso tempo, tuttavia, non possono nemmeno permettersi di far cadere il governo oggi, con la Lega avanti di sei punti, alla vigilia delle elezioni europee, da affrontare con addosso l’alea del partito della decrescita da cui faticosamente stanno cercando di affrancarsi. La Lega lo sa e proprio per questo è difficile receda dalle sue posizioni. Soprattutto perché nel 2019 si vota anche in Piemonte ed Emilia - Romagna. Dovesse vincere in entrambe le regioni - ed è possibile accada - tutto il Nord sarebbe in mano alla Lega, da Torino a Trieste, passando per Milano e Bologna. Difficile Salvini si faccia scappare un’occasione del genere per salvare la faccia a Di Maio.

Allo stesso modo, però, è difficile che Di Maio decida di abbandonare il primo grande comitato che ha dato spazio e dignità all’avventura politica di Grillo e Casaleggio per salvare la faccia a Salvini. Né tantomeno che possa stare zitto - col Cinque Stelle che rischiano un’emorragia di consensi verso la Lega pure al Sud - di fronte alle spinte autonomiste lombardo-venete: il Nord che si tiene i suoi soldi non è una questione da poco, per un Mezzogiorno che non ha nemmeno gli occhi per piangere. Può Il Movimento Cinque Stelle farsi complice di questa deriva autonomista? Molto difficile.

Pure lo stallo non conviene a nessuno. È vero che la bella notizia, per Lega e Cinque Stelle, è l’assenza dell’opposizione da questa partita. Forza Italia ormai non è più una minaccia per la Lega al Nord. E il Partito Democratico non è credibile né come alfiere della protesta settentrionale, nonostante Chiamparino e Sala, né di ergersi a paladino dell’unità nazionale, visto che una delle regioni autonomiste è proprio l’Emilia Romagna guidata dal Stefano Bonaccini. Per ora. Perché è vero anche che nell’empasse potrebbero nascere esperienze politiche nuove, che ancora non hanno nome, né faccia, né voce, in grado di drenare consenso a entrambi. Occhio al Nord.

Da "www.linkiesta.it" Perché il Nord incazzato è il vero grande problema di Lega e Cinque Stelle

GILET GIALLI, CAMICIE VERDI, UMORE NERO

Lunedì, 21 Gennaio 2019 00:00

La rabbia è una forma di energia e concentrazione di cui l’uomo dispone fin da quando è comparso su questo Pianeta. L’ira è uno dei peccati capitali, ma è anche una caratteristica divina (“l’ira di dio”), saperla gestire è sintomo di civiltà, ma reprimerla rischia di portare conseguenze peggiori. Meglio usarla, possibilmente, a fin di bene.

Gilet gialli, camicie verdi, e umor nero ci stanno dicendo che di rabbia in giro comincia a essercene un po’ troppa. La rabbia è capace di creare coinvolgimento e attivismo, scatena energie insospettate ed è stata in passato motore di svolte storiche dell’umanità.

Purtroppo queste caratteristiche sono state utilizzate anche da chi aveva progetti politici non edificanti e ha alimentato e cavalcato la rabbia per elevarsi a leader. E poi c’è la situazione odierna, dove la rabbia sociale viene vista come collante e utilizzata per ottenere potere politico fine a se stesso.

I MOTIVI CHE SCATENANO LA RABBIA
La rabbia non è irrazionale, ha motivazioni comprensibili: viviamo in società che dicono di essere meritocratiche, che ognuno di noi se ha talento ed energia può emergere, il che implica che tutti coloro che non emergono sono autorizzati a sentirsi dei falliti, o almeno dei perdenti.

Ma in realtà la meritocrazia, specialmente in Italia, è ben lontana dall’essere realtà, e quand’anche lo fosse, la componente “fortuna” capace di cambiare le carte in tavola non potrà essere rimossa.

L’individualismo dilagante ci fa pensare che essere nella media sia una maledizione. Si sa, la classe media va estinguendosi ed è la più vessata, farne parte è “una sciagura”. Il fatto però è che, statisticamente parlando, la maggior parte non può che stare intorno alla media, quale che sia.

Bisogna tornare ad ammirare qualche quadro del pittore fiammingo Vermeer, che celebrava i piaceri del silenzioso eroismo del quotidiano, gustare le piccole cose come ricorda saggiamente di fare Kurt Vonnegut nei suoi libri.

GLI EFFETTI COLLATERALI DELLA GLOBALIZZAZIONE
Ci avevano promesso che la globalizzazione avrebbe generato benessere (ed effettivamente è successo), ma mentre la dinamica di allargamento delle disuguaglianze fra classe media e super-ricchi ha continuato come faceva anche prima, alimentando pulsioni socialiste.

Nel frattempo il recupero delle classi globalmente più svantaggiate ha fatto ridurre le disuguaglianze tra classe media occidentale ed economie in via di sviluppo, generando pulsioni protezioniste, nazionaliste e xenofobe.

E non è che nazionalismo, socialismo e xenofobia, mischiati insieme, abbiano prodotto meraviglie in passato…

Ci manca forse anche un po’ dell’umiltà che avevamo quando la società era più spirituale e meno secolare. Il laicismo ci ha tolto la prospettiva del soprannaturale, che era un promemoria per la nostra umiltà. Lo si ritrova nei panorami sterminati, nella vastità del cielo stellato, o nel panorama che un’escursione in alta montagna ci offre. Forse dovremmo concederci più tempo per la loro contemplazione.

E poi ci sono i media, che indirizzano regolarmente la nostra attenzione a cose che spaventano, preoccupano, fanno prendere dal panico e ci fanno arrabbiare, e mentre lo fanno non siamo in posizione passiva, con uno smartphone in mano, impotenti di fronte a quanto accade.

LA POSSIBILITÀ DI UN NEW DEAL ECOLOGISTA
Siamo esseri imperfetti, per definizione, e inquieti, per fortuna: l’inquietudine ci ha spinto a migliorare progressivamente per migliaia di anni e non smetterà di farlo, dobbiamo solo placare un po’ l’eccessiva rabbia che circola, talvolta bastano dei buoni amici con cui discutere le nostre paure e vulnerabilità, in fondo viviamo in tempi difficili. Dobbiamo però fare lo sforzo di cercare di accorgerci quando la nostra rabbia diventa solo uno strumento utile al raggiungimento di obiettivi altrui. Nel frattempo, per ridurla, la finestra più interessante che si apre è quella di un New Deal ecologista: rivedere i trasporti pubblici, la generazione e l’accumulo di energia sono tutte enormi opportunità per creare nuovi posti di lavoro.

In una proposta eccessiva e radicale la giovane deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha ipotizzato una tassazione del 70% a carico dei super-ricchi (un chiaro richiamo alla rabbia sociale generata dall’invidia). I proventi derivanti dalla tassazione andrebbero a finanziare un Green New Deal per portare a termine la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili.

Non c’è bisogno di spingersi a certi estremismi: il Green New Deal è un messaggio positivo su ciò che il governo può fare, per la nostra generazione e per le prossime. Oggi è in grado di offrire ciò di cui le persone che soffrono hanno più bisogno: un buon lavoro. E affronta il gravissimo problema dei cambiamenti climatici che minacciano il futuro. Così come in Germania i “verdi” stanno guadagnando posizioni, anche negli Usa il movimento del Green New Deal sembra il miglior filone che i democratici possono sfruttare per cercare di invertire la tendenza e scalzare Donald Trump dalla Casa Bianca, per salvarci dall’ondata di populismo, xenofobia e nazionalismo che sta investendo il mondo e che inizia anche a provocare un danno economico, alimentando altra rabbia sociale.


Da "http://www.pianoinclinato.it" GILET GIALLI, CAMICIE VERDI, UMORE NERO

The Movement

Venerdì, 18 Gennaio 2019 00:00

Intervista esclusiva di Formiche.net a Mischaël Modrikamen, fondatore e leader del Partito del popolo belga e di The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti al successo alle europee. Cos'è (e cosa non è), da chi è finanziato, da dove viene e dove vuole andare il Movement che ha catturato l'universo sovranista, da Salvini a Le Pen, da Farage e Bolsonaro
Se n’era parlato molto, quest’estate. Che fine ha fatto The Movement, la piattaforma con cui Steve Bannon vuole portare i sovranisti europei a strappare un quarto dei seggi dell’Europarlamento il prossimo maggio? Da qualche mese tutto tace. La sovraesposizione mediatica, fanno sapere dall’ufficio nuovo di zecca a Bruxelles, ha solo confuso le idee e non ha giovato alla causa. Mischaël Modrikamen (nella foto), avvocato, fondatore e leader del Partito del Popolo belga, vicepresidente del gruppo Adde (Alleanza per la democrazia diretta in Europa) a Strasburgo, decide di rompere il silenzio con Formiche.net. Ha creato lui The Movement, nel gennaio 2017. Da allora di cose ne sono successe. L’incontro folgorante con Bannon in un ristorante di Londra, le adesioni entusiaste di Farage, Le Pen, Salvini, Meloni, le defezioni e le polemiche. Mancano quattro mesi al voto che cambierà volto alle istituzioni Ue, ed è ora di scaldare i motori, a partire dal congresso di lancio previsto per marzo. In questa intervista Modrikamen ci racconta cos’è (e cosa non è), da dove viene e dove vuole andare questo Movement che ha fatto parlare di sé da Roma a Bruxelles, da Rio de Janeiro a Washington D.C.

Facciamo chiarezza. Cos’è davvero The Movement?

The Movement è un club dove i leader populisti si riuniscono da tutto il mondo, non solo dall’Europa. Un club dove i partiti possono incontrarsi, discutere un’agenda comune e supportarsi a vicenda. Ci saranno europei, sudamericani, asiatici, canadesi, israeliani. Steve (Bannon, ndr) vuole coinvolgere tre, quattro formazioni politiche americane, le stiamo ancora vagliando. Io spero che un giorno aderisca anche Trump, ma è presto per dirlo.

Quando è nata l’idea?

Faccio un passo indietro. Io fui uno dei pochi politici europei che decise di supportare Trump fin dalla sua candidatura. Nel febbraio 2016, poco prima degli attentati a Bruxelles, feci un video in cui spiegavo perché gli Stati Uniti non dovevano trasformarsi in una nuova Ue. Solo in America fece più di tre milioni di visualizzazioni.

Poi?

All’indomani dell’elezione chiesi a Nigel Farage di consegnare al transition team di Trump un memo dove spiegavo che, dopo la Brexit e l’approdo del Tycoon alla Casa Bianca, quel movimento sarebbe dovuto divenire globale. Come può immaginare, il team in quel momento aveva altre priorità, non credo l’abbiano mai letto. Fui comunque l’unico politico belga invitato alla cerimonia di insediamento a Capitol Hill.

Da lì iniziò a prendere forma il piano…

Iniziai a porre le fondamenta legali del progetto nel gennaio 2017. Ho registrato il marchio, ma non arrivarono le risposte sperate e dunque rimandai a data da destinare l’avvio del movimento. Nella primavera del 2018 ho ricevuto una chiamata da Farage, allora leader dello Ukip. Mi disse che Steve voleva vedermi, organizzammo un pranzo a Londra l’8 luglio, anche grazie all’aiuto di Raheem Kassam, direttore di Breitbart Uk e amico di Bannon e Farage. Ci trovammo sulla stessa linea d’onda. The Movement doveva prendere forma.

Quindi nel gennaio 2017 Bannon, allora influentissimo capo stratega di Trump, non era a conoscenza del progetto?

Non credo Bannon sapesse nulla all’epoca. Anche se Nigel fosse riuscito a far arrivare quel memo di un avvocato belga sulla sua scrivania, si sarebbe perso fra le altre migliaia di memo che si ammassavano quei giorni…

Oggi chi c’è nella squadra?

Premetto che si tratta di un club molto informale, non siamo impegnati a tempo pieno. Steve ad esempio continua a coltivare i suoi contatti in America e si è impegnato molto per dare una mano ai repubblicani alle elezioni di midterm. Ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il neo eletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro, Marine Le Pen. Abbiamo mantenuto appositamente un basso profilo, rinunciando per il momento al sito internet e a uno stemma, così come ai social network. Ora stiamo preparando un summit, incrociando le dita riusciremo a organizzarlo entro marzo.

Chi pensate di invitare?

Ci saranno capi di Stato, primi ministri, leader di partito. Molti ancora non si conoscono di persona. Noi vogliamo metterli insieme, fare rete. Dopotutto i globalisti hanno decine di luoghi di ritrovo, hanno Davos, le Nazioni Unite, l’Ue. Ai sovranisti manca quest’opportunità, noi vogliamo farli incontrare intorno a tre pilastri essenziali: più sovranità, controllo dei confini e dell’immigrazione, lotta all’islamismo radicale.

Parlate spesso della Open Society di George Soros come la vostra nemesi. Perché?

Siamo sovranisti. Combattiamo l’ideologia globalista e le sue istituzioni perché in esse ravvediamo una nuova forma di imperialismo. George Soros inietta miliardi di dollari per finanziare questo sistema e di conseguenza è un nostro avversario. Noi siamo convinti che l’entità nazionale sia l’unica in grado di difendere la libertà e la democrazia. Se davvero volete capire in cosa crediamo vi consiglio di leggere un recentissimo libro dello scrittore israeliano Yoram Hazony, “La virtù del Nazionalismo”.

Oggi l’amministrazione americana è a conoscenza del vostro progetto?

Ovviamente. Siamo in contatto con diversi membri dell’amministrazione Trump, sia all’interno della Casa Bianca che dentro al suo movimento grassroot.

Il vostro obiettivo dichiarato è aiutare i partiti sovranisti alle europee. Come?

Bisogna essere cauti a usare la parola “aiutare”, perché in alcuni Paesi europei potrebbe configurare una violazione della legge. Per di più leader come Salvini, Meloni, Orban non hanno certo bisogno del nostro aiuto. Ripeto, siamo un club che vuole solo facilitare il loro incontro. Ho sentito storie su un nostro impegno per fondere insieme i gruppi Cre (Conservatori e riformisti europei) e Enl (Europa delle nazioni e della libertà), non c’è niente di vero.

Chi e come finanzia The Movement?

Il denaro arriva da donatori privati e serve a finanziare le nostre attività, è il caso del congresso che lanceremo a breve. Il crowfunding rimane lo strumento principale, non abbiamo nessuna intenzione di chiedere denaro ai partecipanti. Se i donatori lo vorranno, renderemo pubblici i loro contributi. Per il momento, credetemi, parliamo davvero di pochi soldi.

Ultimamente c’è stata qualche defezione di prim’ordine. Penso agli austriaci di Fpo, ma anche e soprattutto ai tedeschi di Afd che hanno preso le distanze da Bannon..

Ho letto delle polemiche di Alexander Gauland sui giornali. Posso assicurarvi che siamo in contatto con diversi esponenti di Afd, in molti stanno mostrando interesse per il progetto. L’invito è a non considerare The Movement solo da una prospettiva europea, al summit inaugurale vedrete gente da tutto il mondo.

Però non ci sono solo i tedeschi. In una conferenza stampa di ottobre a Roma Salvini e Le Pen hanno fatto lo stesso. Siete ancora in contatto con loro?

In questo momento io non sono in contatto con Salvini, ma sono fiducioso che Steve continui a sentire sia lui che la Meloni. Quanto a Le Pen, solo due settimane fa in una conferenza a Bruxelles con Bannon ha ribadito la volontà di lavorare insieme a The Movement.

Veniamo al voto europeo di maggio. Quanti seggi sperate di portare al fronte sovranista?

Tendenzialmente il nostro obiettivo è ottenere un quarto dei seggi, se riuscissimo a strapparne un terzo compiremmo un’impresa. Eleggere eurodeputati però è solo uno dei tanti modi per avere influenza in Europa. Il Consiglio dei ministri Ue conta almeno altrettanto. Lì Salvini e i leghisti, i sovranisti ungheresi, cechi, polacchi, danesi possono fare la differenza.

A proposito di Salvini, da molti è ormai ritenuto il leader di questa internazionale sovranista. È d’accordo?

Leader forse non è la parola giusta, ogni sovranista per definizione vuole essere leader nel suo Paese. Se parliamo di The Movement il tema non si pone, perché è un club, e in un club non ci sono leader. Quanto al fronte sovranista, diciamo che Salvini, un po’ come Trump, è divenuto un’icona in Europa. È uno dei pochissimi che è arrivato al governo, ha dimostrato loro che le cose possono cambiare davvero, che i porti si possono chiudere.

Avrà notato che Luigi Di Maio e i Cinque Stelle si stanno muovendo per costruire una coalizione europea alternativa alla vostra. È un mondo con cui riuscite a dialogare?

Per i populisti ci sono due vie. La prima è la via austriaca, ovvero un’alleanza con il centrodestra o il centrosinistra. La seconda consiste in un accordo fra populisti di sinistra e di destra. L’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentarla con il contratto fra Cinque Stelle e Lega. È un esperimento notevole, che a mio parere si sta reggendo molto sull’amicizia personale fra Salvini e Di Maio. Steve ne è rimasto affascinato. Io personalmente sono incline a preferire la prima via. D’altronde funziona in Andalusia, dove i nazionalisti di Vox e i popolari hanno appena trovato un accordo, ma anche in Danimarca, dove c’è un governo di coalizione fra conservatori, liberali e popolari.

Un’ultima domanda. Prima mi ha citato tre pilastri del sovranismo, ma ha sorvolato sulla politica estera. Quale postura auspicate per l’Europa nei confronti della Russia?

La politica estera è una questione estremamente divisiva. Ci sono Paesi che si oppongono alla Russia per motivi storici e geografici, altri, come l’Italia di Salvini, hanno posizioni opposte. Personalmente sono a favore di una gestione più aperta dei rapporti fra Ue e Russia, vorrei che l’Ue la considerasse un partner. Ciò detto non siamo certo naive, la Russia gioca secondo i suoi interessi, e questi non sempre sono allineati ai nostri.


Da "formiche.net" The Movement, parla il fondatore: così assalteremo la roccaforte Ue di Francesco Bechis

Ford dà lezioni di guida alle donne dell’Arabia Saudita. Lo scorso settembre un decreto regio ha annullato il divieto che ha impedito finora alle cittadine saudite di guidare l’automobile: da giugno 2018 le donne potranno ottenere la patente “esattamente come gli uomini”, senza chiedere il permesso al marito o al padre. In vista della storica data, Ford ha adattato il suo programma sulla formazione delle competenze alla guida, Driving Skills for Life (Dsfl), creando un corso “For Her” per la Effat University, università privata femminile di Jeddah. L’annuncio è stato dato da Shams Hakim, studentessa di Business Hr dell’ateneo, che, in un video su YouTube, invita le altre studentesse a iscriversi e mettersi al volante.

SICUREZZA E AUTOSTIMA

Il primo Driving Skills For Llife For Her si svolge tra il 5 e l’8 marzo e accoglie oltre 250 studentesse della Effat University. “La libertà di muoversi spinge il progresso dell’umanità e siamo onorati di poter sostenere le donne saudite in questo momento storico e dar loro il benvenuto al posto di guida”, ha detto Jim Vella, presidente del Ford Motor Company Fund. “Il nostro programma Dsfl For Her dà accesso a un percorso di formazione che aiuterà le donne a sentirsi sicure delle propria abilità quando saranno al volante”.

DSFL ha un focus specifico sulla sicurezza e, nella personalizzazione “For Her”, contiene lezioni non solo sul funzionamento del motore o sul codice stradale, ma anche test di guida su strade private per acquisire “confidenza con la macchina”. “Crediamo in questa rivoluzione, ma crediamo anche nella necessità di guidare in modo sicuro”, ha sottolineato la dottoressa Haifa Jamalallail, presidente della Effat University, come riporta il sito Al Bawaba.

PRIMA CONCESSIONARIA AL FEMMINILE

Ford ha creato il programma Dsfl 15 anni fa insieme all’associazione per la sicurezza stradale Ghsa e ha investito oltre 40 milioni di dollari nelle iniziative globali per la formazione delle competenze alla guida. In Medio Oriente il programma è arrivato nel 2013 e la versione esclusiva “For Her” sarà riproposta in nuovi appuntamenti. Dopo l’annuncio del decreto regio che consente alle donne di guidare, Ford e diverse altre case automobilistiche – Volkswagen, General Motors, Nissan – hanno celebrato lo storico traguardo con messaggi su Twitter indirizzati alle cittadine dell’Arabia Saudita: non si tratta solo di un passo verso l’uguaglianza di genere ma dell’apertura del mercato a una nuova potenziale fascia di clienti danarose. A gennaio, nella stessa città di Jeddah in cui ha sede la Effat University, ha aperto i battenti la prima concessionaria auto per sole donne.

PERMESSO DI GUIDARE

Da giugno le donne saudite potranno guidare anche moto e camion, secondo un nuovo decreto regio arrivato a gennaio che rafforza la legge sulla guida annunciata a settembre. Tuttavia le conducenti coinvolte in incidenti stradali o che violino le leggi sul traffico saranno processate presso centri dedicati, gestiti esclusivamente da donne. Il Global Gender Gap Report 2017 del World Economic Forum ha classificato l’Arabia Saudita come il settimo peggior paese al mondo in fatto di uguaglianza di genere; le leggi continuano a imporre il “tutoraggio maschile”, secondo cui le donne devono avere il permesso di un membro maschio della famiglia per svolgere numerose attività, come viaggiare e studiare all’estero ma anche scegliere le strutture sanitarie, affittare una casa, sposarsi.

Il decreto sulla patente è un significativo cambio di marcia: il prossimo passo per chiudere quel divario sottolineato dal Wef potrebbero essere corsi di formazione che non debbano chiamarsi “For Her”.


Da "formiche.net" “For her”, lezioni di guida per le donne saudite di Gloria Smith

Pensiero elastico

Venerdì, 11 Gennaio 2019 00:00

Il vecchio sistema di pensiero, solido, inamovibile, non funziona più. È in crisi. Servono nuovi spunti, nuove forme di intelligenza e di lettura della realtà.


Il mondo sta affrontando un grande cambiamento e per andargli incontro senza farsi travolgere, o spezzare, serve un approccio nuovo. Un modo di pensare diverso e innovativo. Questo filmato della Bbc Ideas lo chiama “pensiero elastico”.

Non è difficile svilupparlo. Ecco qui cinque modi per raggiungere un buon grado di elasticità.

Prendere un’idea al giorno, che si considera assurda, e cominciare a crederci. La cosa più efficace è immaginare che la sostenga qualcuno che goda di un certo rispetto. Questo altro non è che un continuo esercizio di una esperienza che, quando capita, si cerca di nascondere o di dimenticare: l’errore. Ci si allena, insomma, ad avere torto. E a essere pronti a cambiare idea quando se ne incontra una nuova e più convincente anziché restare ancorati alle proprie convinzioni solo perché sono proprie.

Sperimentare. Il caso del ristorante è il più efficace. Si deve andare in un posto nuovo, uno in cui di solito (per qualche ragione che non sia la salute) non si andrebbe. E poi si ordini una pietanza nuova, una che di solito (per qualsiasi ragione che non sia, ancora, la salute) non si ordinerebbe. Aiuta ad aprirsi a nuove idee, nuove percezioni di gusto, relativizzando le proprie preferenze. E poi, dicono i ricercatori, aiuta la creatività.


Parlare con gli sconosciuti. I genitori, saggi e apprensivi, hanno sempre consigliato il contrario. Ma una volta superata l’infanzia e la giovinezza – e in generale l’età dell’ingenuità – incontrare e conoscere sconosciuti è, al contrario, una cosa che si deve fare. Meglio farlo con persone che provengono da culture e pensieri diversi. Non è necessario cercare l’emigrato di Trinidad e Tobago. Uno potrebbe anche cercare l’elettore del partito rivale. E scoprire cose che lo lasceranno senza fiato.

Visitare le mostre d’arte. Secondo la Bbc è meglio Damien Hirst anziché Rembrandt ma noi di LinkPop ci permettiamo di dissentire. È un loro limite, tutto anglosassone, legato al loro scarso sistema scolastico. L’importante è vedere, incontrare e conoscere opere di pensieri diversi e nuovi. E non è detto che Hirst sia più originale e provocatorio di Rembrandt. Questo lo si vedrà tra 400 anni: Rembrandt ci sarà ancora, Hirst chissà.


Da "www.linkiesta.it" Pensiero elastico. Come promuovere un nuovo modo di pensare che sia al passo con i tempi

Video

Da "it.euronews.com" 19 gennaio 2019: Matera diventa "Capitale Europea della Cultura" di Marta Brambilla

Questo governo ha reso inutile il Parlamento

Venerdì, 04 Gennaio 2019 00:00

La senatrice di +Europa Emma Bonino dopo il vibrante intervento tenuto il 20 dicembre sulla manovra economica spiega a TPI le sue preoccupazioni e il suo possibile non voto in Senato

“Siamo di fronte a un pesante attacco alla democrazia. Il potere legislativo che dovrebbe avere la voce prioritaria è stato totalmente esautorato e reso inutile. È stato ridotto all’irrilevanza, in alcuni momenti a vera e propria tragica farsa, basta pensare al voto di fiducia imposto alla Camera dei deputati su una legge fantasma e farlocca che tutti sapevano sarebbe stata completamente riscritta e cambiata, però hanno imposto la fiducia lo stesso”.

Così parla a TPI la senatrice di +Europa Emma Bonino dopo il vibrante intervento tenuto il 20 dicembre sulla manovra economica in un’aula di palazzo Madama alle prese con una discussione su una legge di bilancio che di fatto ancora non c’è, visto che il maxi emendamento del governo arriverà solo oggi, 21 dicembre, alle 16 in Aula.


Il governo, infatti, presenterà oggi il maxi-emendamento alla manovra, su cui porrà la questione di fiducia in Aula al Senato. Il calendario votato a maggioranza, senza l’ok dell’opposizione, prevede che inizi subito la discussione in Aula: dunque la commissione termina i lavori senza aver fatto neanche un voto. Alle 22 di oggi sono previste le dichiarazioni di voto e alle 23 il voto di fiducia che terminerà intorno alla mezzanotte.


“Al Senato”, afferma Emma Bonino, “nessuno conosce per la verità i dettagli della manovra, ma ciò nonostante la commissione non ha espresso ancora neanche un voto, il caos è totale”.

“Nonostante questo, entro oggi, vogliono imporre la fiducia su un testo sconosciuto ai più”.

“Quindi è l’esautorazione totale del legislativo, se non è questo un elemento che faccia preoccupare non so cosa si stia aspettando. Siamo seriamente preoccupati dopo tutta una serie di episodi che sono stati sottovalutati in cui per esempio la differenza tra il giudiziario e l’esecutivo è stata completamente bypassata”.

A cosa si riferisce?

Se un procuratore come Spataro prova a parlare, gli viene detto “vada in pensione, che lei è stanco”, se un altro magistrato prova ad aprire un’indagine si parla subito di manette, quando non spetta al ministro dell’Interno decidere le manette sì, le manette no, ma dipende dalla magistratura. Se questo non preoccupa io non so che farci, ma io sono molto preoccupata.


Una preoccupazione che si manifesta con un annuncio eclatante: la rinuncia al voto. Forse la sconfitta più grande in una democrazia.

Sì, esattamente. Non serve l’Aventino, non è che mi ritiro. È l’inverso, è tentare di dare un segnale che vada al di là del semplice no, a una procedura e a dei contenuti che ritengo disastrosi per il Paese, non per l’opposizione, ma per il Paese.

Per il lungo periodo cosa si aspetta?

Ogni giorno ostinatamente, cocciutamente, provo ad andare avanti e a far ragionare le persone. So che tutto quello che ho è al servizio di questi principi.

Cosa riscontra rispetto alle passate legislature?

Noi abbiamo sempre denunciato le imperfezioni anche gravi della democrazia reale, ma a mia memoria non ricordo tanti episodi in così poco tempo fino all’esautorazione del parlamento che mi abbiano preoccupato così tanto. Provo a svegliare le coscienze.

 

Da "www.tpi.it" Emma Bonino a TPI: “Questo governo ha reso inutile il Parlamento, stiamo vivendo una tragica farsa”