L’economista della Bocconi Carlo Alberto Carnevale Maffè spiega perché il differenziale tra Btp e Bund si è allargato ai massimi da fine agosto: «Se il mondo economico ha un piccolo raffreddore il nostro Paese ha la febbre. E abbiamo finito il vaccino».

Lo spread si alza e l’Italia ha di nuovo paura. Ma questa volta il governo giallorosso c’entra poco con l’aumento del differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi. O quasi. La figuraccia dello scudo penale tolto, rimesso, tolto e ancora non rimesso ai dirigenti dell’ArcelorMittal ha causato l'annuncio della chiusura dell'impianto e ha consolidato la fama di un Paese poco affidabile. Ma perché venerdì lo spread è arrivato a 166 punti base? Alcuni osservatori sostengono sia colpa del ministro dell’Economia tedesco Olaf Scholz perché in cambio dell’unione bancaria ha chiesto agli istituti di credito di ridurre il numero di titoli di Stato. E le banche italiane hanno almeno 400 miliardi di rischiosissimi Btp. Secondo altri la colpa sarebbe del fenomeno di arbitraggio delle banche italiane che hanno sfruttato il nuovo meccanismo introdotto dalla Banca centrale europea per comprare prestiti a tassi negativi dalle banche del Centro nord Europa per depositarli a tasso zero nei conti correnti della Bce, guadagnando con la differenza. Ma così hanno diminuito la loro liquidità e in modo indiretto i tassi dei titoli di Stato italiani. O forse, come sempre la risposta vera è quella più semplice: non c’è un solo motivo ma sono questi e altri fattori legati alla congiuntura internazionale. «Dobbiamo metterci il cuore in pace: trovare una singola determinante dell'andamento lo spread è impossibile. C'è però un movimento a livello europeo per comprare i titoli di Stato dei Paesi "core countries" come Germania e Olanda», spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia aziendale alla Bocconi.

Carnevale Maffé, se gli investitori internazionali comprano titoli dei Paesi più affidabili, che conseguenze ci sono per i nostri Btp?
Non buone, perché nel mercato si stanno vendendo sempre più titoli di Stato dei Paesi “periferici” come Italia, Spagna e Portogallo. Bisogna dire però che un po’ è anche colpa degli spagnoli. Dopo le quarte elezioni in quattro anni non hanno dato il segnale ai mercati di essere uno Stato stabile.


Anche l'Italia?
Sì, in generale il problema è che quando il mondo economico ha un piccolo raffreddore l'Italia ha la febbre. E quest'anno abbiamo finito il vaccino. Ma in questo momento particolare il nostro Paese è un po' alla deriva di fenomeni a livello europeo che passano sopra le nostre teste.

Diciamone uno.
L'atteggiamento della nuova presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde potrebbe non essere così accomodante come era sembrato fino a qualche settimana fa. Un comportamento diverso rispetto all'era Draghi metterebbe ulteriormente sotto pressione i paesi periferici dell'Unione europea, compresi noi.

Il Governo quindi non c'entra nulla?
Questi fenomeni di mercato e di politica monetaria che inficiano sullo spread non dipendono dall'andamento del nostro dibattito politico interno. Detto questo, è vero che il governo giallorosso finora ha dato segnali al mercato di confusione, conflitto e inconcludenza. Tra l'altro già ampiamente previsti fin dalla sua nascita. La vicenda Ilva è il caso emblematico. Se aggiungiamo ai fenomeni esterni anche un certo autolesionismo italico, tutto questo spiega in buona parte una posizione prudente dei mercati sullo spread Btp-Bund.

Anche il nostro outlook non aiuta.
L'outlook economico italiano è purtroppo senza infamia e senza lode. Stiamo sempre parlando di un rating BBB che non cresce. Una situazione non positiva, ma neanche critica. Per fortuna all'orizzonte non ci sono segnali preoccupanti di devastazione. Semmai c'è qualche rasserenamento sul fronte internazionale con le ipotesi di accordo tra Cina e Usa sui dazi.

Perché la crisi dei dazi non impatta sullo spread tedesco? In fondo ha appena schivato la recessione per un soffio.
La Germania ha resilienza e una capacità di reazione differente da noi. Può mettere in campo investimenti importanti perché ha uno spazio fiscale e industriale molto ampio. Possono reagire con forza alla congiuntura non positiva e i mercati si fidano. Mentre l'economia in Italia non tira, abbiamo un mercato sottile tenuto in piedi dalle nostre banche che ovviamente non hanno uno spazio infinito. Se ci mettiamo dentro anche le crisi industriali che stanno partendo adesso non è un bel sperare. Abbiamo una corda al collo.

Il Governo rIschia di stringerla con la legge di bilancio?
Ci sono grandi attese sull'anno prossimo. La legge di bilancio potrà determinare una variazione significativa dello spread. Il problema è che finora il Governo ha inserito due voci molto aleatorie sul lato entrate: il minor pagamento della spesa per interessi grazie al calo dello spread e il gettito fiscale che deriva dalla lotta all'evasione.

Perché non andavano messi nella legge di bilancio?
Perché come abbiamo visto in questi giorni lo spread è un fattore tutto esogeno: non si può far conto che il mercato ti grazi. Se non succede si rimane a secco. E anche la lotta all'evasione non dovrebbe essere un tema di recupero di spazio fiscale. In linea teorica ogni euro recuperato dalla lotta all'evasione, deve andare a compensare chi le tasse le paga già. Il saldo fiscale dovrebbe essere zero.

Ci grazieranno i mercati?
Per nostra fortuna abbiamo un governo cialtrone ma sostanzialmente europeista che non dice di voler uscire dall'euro. E questo è già un passo in avanti rispetto a un anno. Se pensiamo anche alle fazioni più estremiste del Movimento Cinque Stelle, al massimo sono anti industriali, ma non più anti europeisti. Per questo i mercati non vedono shock significativi di rischio. Teniamoci pronti però a vedere altri piccoli alti e bassi sullo spread come quello accaduto negli ultimi giorni.


Da "www.linkiesta.it" Lo spread sale, ma l’Italia non potrà farci nulla

Ai poveri non basta la carità

Lunedì, 18 Novembre 2019 00:00

Siamo ormai abituati a parlare di povertà coi numeri statistici. Pensiamo al dato e poi la mente visualizza qualche “barbone” che vediamo per strada o negli interstizi della nostra città. Li vediamo... a intermittenza: a volte con la coda dell’occhio o fingendo di non vederli; a volte il nostro sguardo frettoloso non ci bada proprio, sente solo l’odore. Stabilizzare lo sguardo sarebbe già un bel passo in avanti.

I poveri sono sofferenza fatta carne: sono uomini, donne, bambini. Il messaggio del Papa per la III Giornata mondiale dei poveri chiama tutti - politici, associazioni e società civile, - ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alle vecchie e nuove povertà che ogni giorno minano il futuro di numeri consistenti di persone: popolazioni intere, devastate dalle guerre e dai cambiamenti climatici.

Quello del Papa è un appello a non voltarsi dall’altra parte di fronte “alle nuove forme di schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini”, schiavi della povertà e degli interessi della criminalità organizzata, di politiche “economiche miopi”, di violenze e umiliazioni. Ma poi si va oltre. Nella concretezza che caratterizza questo Papa, parte l’appello affinché non ci si fermi alle sporadiche iniziative di carità. Papa Francesco chiede qualcosa di più, ovvero restituire a queste persone la speranza e la fiducia nel futuro a chi la speranza l’ha persa e a chi il futuro non sa cosa sia: a non dar loro la colpa della povertà, lo stigma dell’inadeguatezza.

In Italia, secondo i dati diffusi dall’Istat (eccoci ai dati), l’incidenza della povertà assoluta sulle famiglie con 4 componenti è dell’8,9%, del 19,6% se i componenti salgono a 5; mentre per gli stranieri è del 30%. E sono 1,26 milioni i minori che vivono in povertà assoluta, contro gli 1,2 dell’anno prima. Questa condizione coinvolge 52mila minori in più rispetto al 2017: 52mila minori che non hanno accesso al minimo indispensabile per vivere una quotidianità dignitosa.

Tra questi poveri non sono conteggiati gli stranieri in fuga: quella è un’altra storia ancora. “Si possono costruire tanti muri - spiega Papa Bergoglio - e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori. Non sarà così per sempre”, perché ogni genitore scalerà quel muro per portare il figlio al sicuro, ogni madre navigherà ogni mare su una piccola barca per la propria prole, ogni bambino attraverserà il deserto per arrivare in un posto senza bombe e fame sperando di sedersi a un banco di scuola. I cristiani non possono essere indifferenti di fronte a questa realtà: e in alcun caso non possiamo affermare che c’è un “prima qualcuno” perché, come dice Francesco, c’è un intero popolo, quello cristiano, “che, sparso tra tante nazioni, ha la vocazione di non far sentire nessuno straniero o escluso, perché tutti coinvolge in un comune cammino di salvezza”. È per questo che Francesco dà un compito spiegato attraverso quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

Le questioni sono dunque tante e complesse. Ma non è la complessità a spaventarci: abbiamo la tecnica e la conoscenza per limitare il problema e portarlo a qualche soluzione positiva. Occorre solo una forte volontà politica a non fermarsi a qualche dichiarazione o a qualche provvedimento ancora molto imperfetto.

In Italia, ad esempio, occorrerebbe una revisione del Reddito di cittadinanza, che va riequilibrato in favore dei minori e degli stranieri, almeno ripristinando la situazione esistente al tempo del Rei. Sarebbero poi necessari degli investimenti di medio e lungo periodo, per un vero piano contro la povertà assoluta, che punti su formazione e inclusione, rafforzando tutti i soggetti coinvolti nella presa in carico dei cittadini in povertà. Infine servirebbe rivedere il nostro sistema di sostegno alla famiglia: le politiche familiari, come al solito, sono al palo.

E poi non ci sono solo le politiche direttamente orientate a contrastare la povertà. Ci sono anche quelle indirette. E tra queste non possiamo dimenticare la necessità che il Paese si doti di una seria politica industriale. Il caso dell’Ilva ci dice anche questo: non avere un disegno a medio periodo conduce un’impresa a fallire e una città a rischiare di morire o di impoverirsi significativamente. La povertà si cura anche partendo da altri punti: siccome tutto è connesso, allora anche la povertà si può contrastare così.

La povertà è una questione che non riguarda solo i poveri. È anche un mistero che continua ad accompagnarci nella storia del mondo: perché non si risolve pur sapendo quasi tutto sul tema? Il povero - scriveva don Primo Mazzolari - è una protesta contro le nostre ingiustizie, è una polveriera. Maneggiare con cautela, potremmo dire, allora: ma mai perdere la presa e la volontà di tenere.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Ai poveri non basta la carità di Roberto Rossini

Il sindaco di Milano intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival

«Non sono un teorico della Milano città Stato. La creazione di un nuovo modello sociale mi sta benissimo e lavoriamo per questo. Ma questo modello è da governare», dice Beppe Sala, sindaco di Milano, intervistato dal direttore de Linkiesta Christian Rocca, insieme ai giornalisti Eva Giovannini e Federico Sarica, al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso de Linkiesta Festival. Il primo cittadino, che ha definito «solida» l’ipotesi di una sua ricandidatura alla guida della città, ha elencato i prossimi passi da compiere per migliorare il “modello Milano”. Un modello, dice, «che va applicato all’Italia intera», lasciando intravedere quindi anche un suo impegno nella politica nazionale.

«In questi anni la città si è molto consolidata nelle sue componenti, dalle università all’industria. Stiamo fagocitando le energie e le risorse anche di questo Paese. Di 8mila multinazionali presenti in Italia, 4.300 sono a Milano. Milano fa il 10% del Pil. Gli investimenti immobiliari a Milano nei prossimi anni raggiungeranno i 12-13 miliardi su Milano. E quest’anno supereremo i 10 milioni di turisti nell’area metropolitana». Basta tutto questo? No, secondo il primo cittadino milanese. «È tutto bene, ma è da governare», ribadisce Sala. «Gli investimenti immobiliari devono essere inseriti in una dimensione coerente e sostenibile. E serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento di questo beneficio ne hanno goduto in pochi. Una parte ancora troppo limitata della città sta godendo di questo momento positivo. Quindi andiamo avanti su questo percorso ma governandolo e sentendoci in dovere di agire perché ci sia più equità».

Serve soprattutto radicalizzare l’azione alla ricerca di maggiore equità sociale: al momento a Milano di questo beneficio ne hanno goduto in pochi

Spostandosi da Milano alla politica romana, Beppe Sala ha escluso per il momento un suo imminente salto nella dimensione nazionale, ma ha rivelato comunque che sta lavorando «per aggregare persone e idee per portare forza nuova e linfa nuova alla politica nazionale». Il “modello Milano”, ha spiegato, «ora va applicato all’Italia». Certo, ha aggiunto, «se mi ricandidassi a Milano, mi ricandiderei in discontinuità con me stesso. Vorrei avere intorno a me persone nuove, più fresche, che si affiancano a persone esperte».

Quanto al futuro del Partito democratico, Sala ha spiegato che «fino a febbraio-marzo, il Pd dovrà mettere giù la testa e trovare la formula per immaginare di andare a elezioni con un sistema diverso». Sulla debacle delle elezioni in Umbria, ha detto: «Hanno fatto una stupidata a mettersi insieme Pd e Cinque Stelle, lì era segnato il destino. Ti metti insieme la prima volta per una cosa che sai già che perdi. Mentre in Emilia l’idea dei Cinque Stelle di dire “non partecipiamo all’alleanza” mi sembra bislacca. Lì dovrebbero davvero stare insieme».

«Io ho aperto all’idea dei Cinque Stelle, perché in un’ottica proporzionale il Pd è un partito da 20%. Per cui dobbiamo trovare delle formule di coalizione», ha detto Sala. Anche perché, ha aggiunto, «l’appuntamento dell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 è fondamentale in un Paese come l’Italia. Io mi sentirei in forte disagio a immaginare un presidente della Repubblica scelto da Matteo Salvini che governa per sette anni». E su Matteo Renzi, ha raccontato che «ci siamo sentiti molto durante la crisi di governo. Non è stata una sorpresa la sua uscita dal Pd. Forse è stata una sorpresa il timing. Certo non è che il Pd gli abbia steso mai tappeti rossi! Ma è tutto meno che uno da buttar via nello scenario politico italiano».

Da "www.linkiesta.it/" Beppe Sala: «Il “modello Milano” va applicato all’Italia»

Il 9 novembre 1989, mentre il muro di Berlino stava crollando, Hans-Joachim Binder faceva il turno di notte in una miniera di potassio a Bischofferode, un piccolo paese della Germania Est a guida comunista (la Repubblica Democratica Tedesca, Ddr). Binder, un addetto alle manutenzioni che aveva lavorato nella miniera per 17 anni, non aveva idea del momento storico che si stava consumando 240 chilometri più a est. Il primo segno che qualcosa bolliva in pentola fu quando la maggior parte dei suoi colleghi si allontanò per capire cosa stesse accadendo al confine con la Germania Ovest, distante appena dieci minuti di auto. Solo in tre tornarono per completare il proprio turno.

Meno di un anno dopo la Germania si era riunita, portando a termine una delle più straordinarie storie dell’età contemporanea. Non solo era crollata una dittatura comunista, liberando 16 milioni di persone dalla paura della Stasi (la polizia segreta) e dall’istupidimento della censura. A differenza di quanto accaduto a tutti gli altri paesi liberati da una tirannia, a tutta la popolazione della Germania Est fu concesso di appartenere a una grande e ricca democrazia. In segno di grandioso, anche se poi sciagurato, gesto di benvenuto, il cancelliere della Germania occidentale Helmut Kohl convertì alcuni dei loro risparmi senza valore in valuta forte, al tasso assurdamente generoso di un marco dell’ovest (deutschmark ) per ogni marco dell’est (ostmark).

Più di un milione di ex tedeschi dell’est approfittò della nuova libertà trasferendosi nella parte occidentale, dove la maggior parte della popolazione viveva nel benessere. Le statistiche ufficiali non consideravano più questo gruppo di persone – che erano in grandissima parte giovani, intelligenti, donne e ambiziose – come tedeschi orientali. Per quanti sono rimasti a est, tuttavia, i trent’anni passati dalla caduta del muro sono stati una miscela di grande crescita materiale, spesso data per scontata, e di amara delusione.

Un prezzo da pagare
Il danno arrecato da quattro decenni d’oppressione e indottrinamento non poteva essere sanato in una notte. Ma un popolo cresciuto in una società in cui l’iniziativa individuale era spietatamente repressa fu costretto ad adattarsi all’improvviso alle asprezze del capitalismo. Non sorprende quindi che molti non vi riuscirono. Binder fu licenziato. E lo stesso accadde a centinaia di migliaia di altre persone che prima avevano impieghi statali sicuri, tristi e improduttivi. Nonostante i tentativi di salvarla, comprese alcune manifestazioni e uno sciopero della fame, la miniera di potassio fu chiusa.

Furono 8.500 le aziende dell’est privatizzate o liquidate dalla Treuhand, una nuova agenzia governativa. Binder se la cavò facendo lavoretti per un po’, prima di ottenere i benefici previsti dal piano Hartz IV, i più modesti dei sussidi statali della Germania, grazie ai quali vive ancora oggi. Come molte donne della Germania Est, sua moglie seguì un corso di formazione e se ne andò quando ottenne un posto di lavoro a ovest. Quando gli si chiede oggi cosa pensi della riunificazione del suo paese, Binder risponde con un’alzata di spalle. “Mi ha fatto perdere il mio posto di lavoro garantito. Per me la Ddr poteva anche continuare a esistere”.

Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto dopo la riunificazione, senza lavoro

Non esisteva alcun manuale che indicasse la strada per l’assorbimento dell’est all’interno dell’ovest. Era ovvio che le politiche che hanno tradito persone come Binder fossero destinate a essere sempre oggetto di dure dispute. La sorpresa, mentre si avvicina il trentesimo anniversario della caduta del muro, è la velocità con cui simili polemiche sono tornate al centro del dibattito pubblico. Giornali e riviste sono piene di nuovi giudizi sulla wiedervereinigung (riunificazione). I tedeschi dell’ovest si crogiolano nei libri di memorie e nelle polemiche degli autori dell’est. Mai prima d’oggi la Germania aveva discusso della sua riunificazione con tale vigore. Ma perché?

Molti osservatori sostengono che il dibattito sia diventato più acceso tre o quattro anni fa. La spiegazione più ovvia starebbe quindi nella crisi dei migranti del 2015 e 2016. Petra Köpping, ministra dell’integrazione in Sassonia, uno dei cinque stati orientali creati dopo la riunificazione, sostiene che quando ha cercato di spiegare ai suoi elettori perché lo stato stava aiutando i rifugiati, alcuni hanno risposto: “Integrate prima noi!”. Molti tedeschi orientali sono rimasti indispettiti per le risorse destinate ad aiutare i nuovi arrivati, quando loro stessi si sentono trascurati. Non hanno inoltre gradito che le loro lamentele fossero etichettate come razziste.

Ma la crisi dei profughi ha semplicemente fatto emergere un cambiamento più profondo, sostiene Christian Hirte, commissario speciale del governo per la Germania orientale. Un’idea, ventilata da Angela Merkel – che in quanto cancelliera è il prodotto d’esportazione più noto della Ddr –, è che l’est stia vivendo qualcosa di paragonabile all’esperienza della Germania Ovest nel 1968, quando i figli obbligarono i propri genitori a rendere conto delle loro attività nel periodo nazista. Oggi, viene detto, i giovani tedeschi dell’est cercano una spiegazione a quanto accaduto ai loro genitori nei primi anni della riunificazione. “Le ferite più profonde sono rimaste nascoste perché le persone era assorbite nel cercare il loro posto nella nuova società”, dice Steffen Mau dell’università Humboldt di Berlino. “Forse per rendersene conto servivano 25 anni”.

L’estate scorsa Marie-Sophie Schiller, una giovane abitante di Lipsia autrice di un podcast intitolato L’Est: una guida, ha avuto una “commovente” conversazione con i suoi genitori a proposito delle loro esperienze dopo il 1990. È rimasta stupefatta nello scoprire le loro umiliazioni e difficoltà quotidiane. Stefan Mayer, un attivista cresciuto a Berlino Est, ricorda di aver assistito al declino della fiducia dei genitori, a mano a mano che questi faticavano a trovare la loro dimensione nel nuovo paese.

La necessità di capire
Dopo il 1990, i tedeschi dell’est hanno dovuto “riprogrammare interamente la loro vita”, spiega Markus Kerber, un pezzo grosso del ministero dell’interno. Alcune sofferenze a breve termine erano inevitabili. La produttività media della manodopera nell’est era il 30 per cento di quella dell’ovest. La decisioni di Kohl di scambiare gli ostmark a un tasso identico a quello dei deutschmark ha reso un sacco di aziende automaticamente non competitive. Quelle che sono sopravvissute hanno faticato ad adattarsi alle regole occidentali che hanno dovuto accettare per intero. Secondo alcune stime, l’80 per cento dei tedeschi orientali si è trovato, a un certo punto della propria vita, senza lavoro.

Forse la Treuhand avrebbe potuto procedere più gradualmente, dicono alcuni oggi. Forse il paese unificato avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione invece di limitarsi a estendere quella occidentale all’est. L’occidente avrebbe potuto apprendere alcuni degli aspetti più illuminati della Ddr, come le cure mediche gratuite per i bambini e il sostegno alle donne affinché lavorassero fuori casa. I partiti radicali di sinistra e destra portano simili argomentazioni fino agli estremi, sostenendo che la riunificazione è stata la “colonizzazione” di un popolo frastornato da parte di un occidente predatorio.

Simili punti di vista attingono al sentimento, diffuso tra molti tedeschi dell’est, di aver faticato a riprendere le redini del proprio destino. Köpping sostiene che solo il 4 per cento delle professioni d’élite a est sono svolte da tedeschi orientali. Molti di questi ultimi vivono in affitto in appartamenti di proprietà dei tedeschi occidentali, che possiedono buona parte del parco immobiliare orientale.

Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo

“A volte i tedeschi dell’est sentono di non essere padroni del proprio destino, ma di essere comandati da altri”, dice Klara Geywitz, una brandeburghese in corsa per diventare co-segretaria generale del Partito socialdemocratico tedesco. Circa 14 anni dopo essere salita al potere, Angela Merkel, come Joachim Gauck, presidente dal 2012 al 2017, rimane un’eccezione invece che un’avanguardia. Poco propensa a soffermarsi sulle sue origini, Merkel ha recentemente cominciato a riflettere pubblicamente sull’eredità contrastante della riunificazione. “Dobbiamo tutti… cominciare a capire perché, per così tante persone degli stati tedeschi dell’est, l’unità della Germania non è solo un’esperienza positiva”, ha dichiarato il 3 ottobre scorso.

Un ostacolo a tale comprensione è il fatto che i tedeschi vedono la riunificazione in modi diversi. Metà dei tedeschi occidentali considera l’est un successo. Due terzi dei tedeschi dell’est non sono d’accordo. Molti a ovest ignorano le difficoltà affrontate dai loro nuovi compatrioti. “Il 4 ottobre 1990, il giorno dopo la riunificazione, dopo una notte di festeggiamenti, la mia vita ha continuato come prima”, racconta Kerber. “Non un singolo tedesco dell’est ha avuto la stessa esperienza”. In alcune zone sopravvivono gli stereotipi occidentali riferiti ai cittadini dell’est, con espressioni come jammerossi (“i lamentosi dell’est”), o dunkeldeutschland (Germania scura), un termine risalente alla guerra fredda e che esprime l’idea di arretratezza.

Più recente è l’idea dell’est come culla del neonazismo, alimentata dalla forza che ha, in quelle zone, il partito d’estrema destra Alternativa per la Germania (Afd). La rappresentazione dell’est nei mezzi d’informazione nazionali (leggasi occidentali) tedeschi somiglia spesso a dispacci da una terra esotica e problematica, dove l’estrema destra marcia costantemente nelle strade o maltratta gli immigrati.


Simili descrizioni rischiano d’ignorare gli immensi progressi fatti dall’ex Germania Est dopo la riunificazione. I cittadini si sono trovati liberi dalle umiliazioni patite vivendo in uno stato di polizia. Hanno potuto votare alle elezioni, esprimere le loro opinioni e viaggiare, in Germania Ovest e oltre. Dal punto di vista economico, nonostante le difficoltà dei primi anni, l’est ha presto cominciato a convergere verso l’ovest, e la vita è drasticamente migliorata in un’ampia gamma d’indicatori.

Oggi alcune regioni orientali della Germania hanno tassi di disoccupazione più bassi di regioni occidentali postindustriali come la Saarland o la valle della Ruhr. Trasferimenti monetari da ovest a est di circa due trilioni di euro hanno ridotto il divario infrastrutturale (oggi questi rappresentano circa trenta miliardi di euro all’anno, perlopiù sotto forma di pagamenti per la previdenza sociale). Gli stipendi a est sono oggi all’incirca l’85 per cento di quelli dell’ovest, e il costo della vita è inferiore. Il divario relativo alla speranza di vita si è chiuso, l’aria è più pulita e gli edifici sono più intelligenti. Secondo la società di sondaggi Allensbach, il 53 per cento dei tedeschi dell’est è felice della sua condizione economica, una cifra identica a quella dell’ovest. “Ha tutto funzionato sorprendentemente bene, ma questa versione a est non è diffusa”, dice Werner Jann dell’università di Potsdam.

Uno dei migliori
Lo scorso anno Andrea Boltho, Wendy Carlin e Pasquale Scaramozzino, tre economisti, hanno analizzato gli esiti successivi alla riunificazione tedesca, descrivendoli positivamente nel confronto con il Mezzogiorno italiano, dove il pil per abitante rimane di poco superiore alla metà di quello del nord. Forse il paragone più appropriato è quello con altre parti d’Europa che si sono liberate dal comunismo. La crescita pro capite della ex Germania Est è stata superiore a quella della maggior parte degli altri paesi dell’Europa orientale, nonostante sia partita da una base più alta. Come fa notare Richard Schröder, un ex dissidente della Ddr, l’applicazione di pratiche e leggi occidentali ha eliminato la minaccia di corruzione oligarchica che ha colpito molti dei vicini orientali della Germania.

Ma se i tedeschi orientali non sempre apprezzano la loro buona sorte, è perché i loro riferimenti sono stati Amburgo e Monaco, non Bratislava o Budapest. Implicito, nella promessa di riunificazione, c’era il patto che i tedeschi dell’est avrebbero potuto finalmente godere di quanto avevano a lungo invidiato all’ovest. Per anni erano stati costretti a osservare uno stile di vita che rimaneva fuori della loro portata, con i pacchi di caffè e dolci inviati dai parenti dell’ovest, le merci occidentali in mostra nei negozi Intershop – accessibili solo a chi possedeva valuta pregiata – o le pubblicità nei canali televisivi occidentali che trasmettevano da oltre il confine. Nel 1990 il cancelliere Kohl promise ai tedeschi dell’est “paesaggi rigogliosi”, ma invece hanno ottenuto deindustrializzazione e disoccupazione di massa. “Nel 1990 trecentomila persone si radunarono per inneggiare a ‘Helmut!’ in Augustusplatz, a Lipsia”, ricorda Kurt-Ulrich Mayer, che contribuì a radicare l’Unione cristiano-democratica (Cdu) di Kohl in Sassonia. “Quattro anni dopo ci tornò, e servirono degli ombrelli per proteggerlo dalle uova e dai pomodori”. A differenza di polacchi e ungheresi, i tedeschi dell’est avevano qualcun altro cui dare la colpa quando le cose andarono male.

In seguito la convergenza tra ovest ed est si è fermata. Oggi solo il 7 per cento delle cinquecento aziende più ricche di Germania (e nessuna di quelle inserite nel listino dax30) ha sede nella parte orientale del paese. Questo riduce il gettito fiscale delle amministrazioni comunali e alimenta il divario di produttività tra est e ovest, che da circa vent’anni si attesta intorno al 20 per cento. La maggior parte dei beni liquidati dal Treuhand finirono in mani straniere o della Germania ovest, ostacolando lo sviluppo di una classe capitalistica a est.

Per molti il modo migliore di avere uno stile di vita occidentale fu di trasferirsi a ovest, come il 25 per cento dei tedeschi orientali di età compresa tra 18 e 30 anni. Le parti rurali dell’ex Ddr furono le più colpite. A mano a mano che città e villaggi si svuotavano e il gettito fiscale diminuiva, le scuole chiudevano, i negozi abbassavano la saracinesca e i condomini residenziali venivano demoliti. L’emigrazione di massa dei giovani portò a un crollo del numero delle nascite. Dal 2017 l’emigrazione netta da est a ovest è stata prossima allo zero, fino a diventare equivalente a quella in senso opposto.

L’età media nell’est è inoltre molto più alta di quella nell’ovest. Dal 1990 il numero di ultrasessantenni è cresciuto di 1,3 milioni, nonostante la popolazione totale sia scesa di 2,2 milioni. Iwh, un istituto di ricerca con sede a Halle, ritiene che la popolazione in età da lavoro nell’est scenderà di oltre un terzo entro il 2060. Nel 2035, 23 dei 401 kreise (distretti amministrativi) tedeschi si saranno ridotti di almeno un quinto, secondo Susanne Dähner dell’Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, e tutti si trovano a est. In alcuni distretti ci saranno quattro funerali per ogni nascita. Invece di perdere persone a causa dell’emigrazione verso ovest, la Germania est li vedrà letteralmente morire.

La promessa costituzionale di “condizioni di vita equivalenti” in tutta la Germania appare quindi irraggiungibile. Il governo cerca di aiutare le regioni dette “strutturalmente deboli”, a est come a ovest. Ma sebbene l’investimento nelle infrastrutture o nelle università tecniche possa aiutare alcune città, non può arginare il declino demografico di molte regioni della Germania orientale.

Fare i conti
Il quadro è molto più roseo in alcune città dell’est. Potsdam, Jena e Dresda possiedono poli industriali e turistici, oltre che alloggi a buon mercato. Altre, come Lipsia (Hypezig, come è chiamata, facendo irritare i suoi abitanti), conoscono da anni un boom. La “bacon belt” (la cintura della pancetta) intorno a Berlino trae beneficio dal successo della capitale, soprattuto grazie ai lavoratori più anziani che si trasferiscono in periferia. Eppure, nonostante l’emigrazione generale vada esaurendosi, le città dell’est sottraggono persone istruite alle piccole città o ai villaggi già in difficoltà. Questa tendenza potrebbe continuare, visto che solo la metà dei lavoratori tedeschi nell’est lavora in città, rispetto ai tre quarti nell’ovest.

Le mutazioni a est hanno conseguenze sociali, culturali e politiche che oggi si stanno rivelando con più chiarezza. Lo scorso febbraio migliaia di sostenitori della Dynamo Dresda, durante una trasferta ad Amburgo, hanno cominciato a scandire un coro poco familiare: “Ost, Ost, Ostdeutschland!” (Est, Est, Germania Est). Un filmato dell’episodio è diventato virale, scatenando un vivace dibattito: i tifosi stavano esprimendo una variante “orientale”, e di dubbio gusto, del nazionalismo militante tedesco? Oppure si è trattato di una gioiosa riappropriazione di un’identità che per lungo tempo è stata considerata un tratto di stupidità e chiusura mentale?

“L’identità è fondamentale per capire la Germania orientale”, spiega pensierosa Franziska Schubert, rappresentante dei Verdi per la città di Görlitz nel parlamento statale della Sassonia. Oltre il 47 per cento dei tedeschi dell’est sostiene che la propria identità sia orientale prima che tedesca, una proporzione molto più alta di quella rilevata durante l’euforico momento della riunificazione (lo stesso vale per il 22 per cento dei tedeschi dell’ovest). L’identità regionale non è certo un’eccezione in Germania – basta chiedere ai bavaresi – ma nell’est può sembrare un dato anche politico, e non solo culturale e tradizionale.


Quando, di recente, la scrittrice Jana Hensel ha tenuto una conferenza in una scuola di Lipsia, sua città natale, è rimasta sorpresa a dover rispondere per mezz’ora alle domande degli adolescenti sulle ossiquote (la proposta di favorire i tedeschi dell’est nell’attribuzione d’impieghi pubblici). “Più di 25 anni dopo la fine della Ddr, gli studenti sono ridiventati tedeschi dell’est”, dice. “Se non faremo attenzione, perderemo un’altra generazione”.

L’Afd ha sfruttato la forza del particolarismo orientale. Usando slogan come “l’est insorge!” il partito ha ottenuto più del 20 per cento dei voti in alcune elezioni statali a est, la più recente il 27 ottobre in Turingia. Qui, e nelle recenti elezioni in Brandeburgo e Sassonia, è stato solo grazie agli elettori di oltre sessant’anni e al loro sostegno per i partiti tradizionali che l’Afd non è stato il primo partito. In Sassonia e Turingia l’Afd è stato il partito più popolare tra le persone di meno di trent’anni. Un fatto preoccupante in una zona del paese dove l’estremismo ha trovato terreno fertile. Più di metà dei crimini d’odio in Germania ha avuto luogo nell’est, nonostante abbia appena il 20 per cento della popolazione totale e un numero minore di immigrati.

Ma l’identità orientale non è appannaggio esclusivo degli estremisti. Molti giovani tedeschi dell’est hanno semplicemente sviluppato un’identità “ossi” dopo essersi scontrati con l’ignoranza e il disprezzo nell’ovest. E non è necessariamente una cosa solo negativa. Matthias Platzeck, ex premier del Brandeburgo e oggi a capo di una commissione per il trentesimo anniversario della riunificazione, sostiene che le recenti elezioni nel suo stato sono state più che mai segnate dai malumori. Ciò nonostante spera che a est emerga una sana fiducia in sé stessi, costruita sulle fondamenta di storie di successo, e una nuova attenzione sui nuovi problemi che accomunano est e ovest. Il motto informale della sua commissione, dice, è “lo stretto necessario di celebrazioni nazionali, e quanto più dibattito possibile”. E dal momento che il muro di Berlino non esiste più, non esiste discussione che possa mandare qualcuno in prigione.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Da "www.internazionale.it" I tedeschi sono ancora divisi sul senso della riunificazione

COMECE: ecologia e demografia

Venerdì, 08 Novembre 2019 00:00

Il tema che ha delineato l’orizzonte dell’assemblea della COMECE, svoltasi tra il 23 e il 25 ottobre scorso a Bruxelles – la prima per il nuovo segretario generale, lo spagnolo don Manuel Barrios Prieto –, non poteva che essere quello delle prospettive per il prossimo quinquennio su cui intende muoversi la nuova Commissione Europea, ormai in procinto di entrare nel pieno esercizio delle sue funzioni anche se con un leggero ritardo.

Già da qualche mese disponiamo di un testo di riferimento al riguardo, con il discorso tenuto al Parlamento Europeo il 16 luglio scorso dalla presidente eletta Ursula von der Leyen, corredato dalle linee politiche della nuova Commissione.

Gli ambiti di tali orientamenti sono il proposito e la volontà di «un Green Deal europeo», di «un’economia che lavora per le persone», di «un’Europa pronta per l’era digitale», di «proteggere il nostro stile di vita europeo», di «un’Europa più forte nel mondo», di «un nuovo slancio per la democrazia europea». Ognuno di questi ambiti richiede un’esplorazione adeguata alla complessità delle questioni che abbraccia.

La questione ecologica
All’attenzione dell’assemblea sono state poste soprattutto la prevista creazione di un Commissario Europeo incaricato per la questione demografica, la preoccupazione per l’ambiente, la responsabilità per il bene comune.

Nonostante le possibilità non illimitate offerte dalle attuali competenze dell’Unione, questo rinnovato interesse per la demografia va visto positivamente e si intreccia con le scelte economiche da adottare, con il problema ecologico, con la questione migranti/richiedenti asilo, ma anche, più in generale, con la tenuta della democrazia, per non parlare della famiglia, pur restando la disciplina sostanziale di questa materia di competenza dei singoli paesi dell’Unione. Sembra comunque che demografia ed ecologia si profilino tra gli interessi principali della prossima Commissione.

La questione ecologica ha assorbito l’impegno maggiore dell’assemblea, che ha voluto incontrare e ascoltare non solo figure istituzionali della Commissione Europea, ma anche soggetti espressione della società civile e del mondo cattolico, come il Movimento cattolico globale per il clima, il CIDSE, Caritas Europa e la FAFCE. Ciò che emerge è, per un verso, il quadro di un tessuto sociale ed ecclesiale in fermento.

La coincidenza con lo svolgimento del Sinodo per la regione Panamazzonica – al quale ha partecipato come membro nominato il presidente della COMECE, l’arcivescovo Jean-Claude Hollerich, creato cardinale alla vigilia del Sinodo – ha rafforzato la percezione di questo clima, da cui emerge una sensibilità crescente anche se diffusa in maniera non uniforme.

D’altra parte, la presentazione di un’informazione sia pure essenziale sulla situazione ecologica attuale desta, a dir poco, grande preoccupazione. In tale contesto si apprende, con senso di fiducia, l’intenzione programmatica della nuova Commissione di emanare la prima legge europea sul clima con l’obiettivo della neutralità climatica per il 2050 e, insieme ad altre misure, la proposta di un patto europeo per il clima che riunisca tutti gli enti regionali e locali, la società civile, l’industria e le scuole, come pure obiettivi climatici e misure collegate per passare da un’economia lineare a un’economia circolare, nella quale le risorse non vengano più consumate e irreversibilmente distrutte, ma rigenerate e riutilizzate.

La presenza della Chiesa cattolica
La domanda sui compiti che la Chiesa ha di fronte a tali sviluppi trova facile risposta nella ripresa della Laudato si’ di papa Francesco e nelle molteplici iniziative che sono nate e continuano a nascere sulla scia della sua recezione. Si coglie con grande evidenza, anche su un piano europeo, la conoscenza e la considerazione dell’enciclica ben oltre i confini ecclesiali; qualcuno, anzi, insinua più fuori di essi che dentro.

L’idea che si afferma sempre di più è che il compito dei soggetti ecclesiali deve essere rivolto alla promozione e alla diffusione di una visione integrale della questione ecologica, quale insegnata dall’enciclica, secondo cui la cura dell’ambiente non è separata e non si contrappone alla cura della persona nella sua integralità, ma ormai ne costituisce il contesto e la condizione. In questo senso, si può parlare di conversione ecologica, che rilegge e pone in nuova luce il messaggio biblico, la teologia della creazione, una spiritualità corrispondente e un’etica conseguente.

Assemblea COMECE

Proprio tali sviluppi della riflessione sulla questione ecologica impongono una considerazione più generale sulla missione della COMECE e sul rapporto tra la Chiesa nelle varie nazioni dell’Unione e l’Unione stessa. Ora si vede più chiaramente la differenza tra la Chiesa cattolica – come pure le altre Chiese, oltre che le altre confessioni e religioni – e le organizzazioni che fanno lobby presso l’Unione (peraltro in maniera trasparente, secondo un registro e regole definite).

Alcuni potrebbero, infatti, erroneamente etichettare l’azione della Chiesa cattolica come quella di un soggetto, sia pure sopranazionale, che abbia da difendere interessi di parte. Proprio il caso della preoccupazione per la cura dell’ambiente mostra invece che ci sono soprattutto fondamentali interessi comuni a richiedere il dialogo e la collaborazione della Chiesa con l’Unione e viceversa, soprattutto quando la Chiesa di cui si parla non è solo l’istituzione internazionale – quale ad esempio configurata nella Santa Sede e nella sua rappresentanza diplomatica – ma l’espressione legittima e riconosciuta delle comunità di credenti presenti nelle diverse nazioni.

Si tratta di un popolo europeo di credenti, che concorre alla vita dell’Unione in mezzo e insieme a tutti i popoli che trovano la loro organizzazione sociale e politica, statuale e costituzionale, ciascuno nella propria nazione. È tale configurazione che permette di riconoscere, anche nelle sedi istituzionali dell’Unione, che la Chiesa e la stessa COMECE, in quanto espressione degli episcopati nazionali, formano relazioni e reti di cittadini che coprono trasversalmente tutta l’Unione, costituendo così un fattore essenziale di integrazione che fornisce linfa vitale al progetto europeo. Un compito, questo, che la COMECE favorisce e assolve da quasi quarant’anni (l’anniversario ricorre l’anno prossimo) crescendo in esperienza e in capacità di riflessione, di relazione e di comunicazione. Ciò che la Chiesa si trova perciò a svolgere è un’opera di integrazione che le è connaturale per la sua identità comunionale, e si riflette in vari gradi e a vari livelli nelle dinamiche sociali e istituzionali nazionali e sopranazionali.

Essa porta nella dinamica sociale, culturale e politica pubblica il plesso di valori e di ideali che scaturiscono dalla fede comune che crea ed edifica la comunità ecclesiale, quali ad esempio quelli consegnati nel vivo e creativo insegnamento sociale della Chiesa, come fino ad oggi si sperimenta con il magistero di papa Francesco.

È naturale e necessario che emergano differenze, anche non marginali, di sensibilità e di orientamento ideale ed etico tra i popoli e dentro ciascuno di essi, ma ciò non impedisce di condividere aspetti importanti degli obiettivi comuni che i processi sociali vedono perseguiti nel cammino delle singole nazioni e dell’Unione Europea nel suo insieme. Per questo l’Europa ha bisogno della Chiesa, e questa può trovare in essa lo spazio in cui non solo esprimere la sua identità e missione, ma in cui trovare le condizioni per maturare più pienamente l’una e l’altra.

L’azione della COMECE
Di fatto un luogo di incontro degli episcopati diventa anche un luogo di confronto, e come un laboratorio, dove le differenze di storia e di tradizione, di cultura e di politica, dei singoli territori trovano una stanza di compensazione tra le diversità alla ricerca di una sintesi, che può rifluire esemplarmente e costruttivamente nel cammino di mai finita integrazione dell’Unione Europea.

L’ambito ecologico – ma con esso anche quello demografico, con tutte le questioni connesse a livello economico e sociale – è solo un esempio di spazio di convergenza e di condivisione di interessi e di obiettivi che stanno a cuore a tutti per un bene comune indivisibile.

A conferma di quest’opera di integrazione culturale e sociale, ispirata dalla fede e aperta ad ogni forma di relazione che non escluda nessuno, proprio in questa assemblea la COMECE ha adottato alcune forme di collaborazione, come quella con Iustitia et Pax Europa, o anche l’Alleanza europea Laudato si’ (ELSi’A) che raccoglie diverse sigle impegnate nella salvaguardia della casa comune, che esprimono da sole il lavoro di integrazione che intende compiere all’interno della comunità ecclesiale e nello spazio pubblico della società europea, oltre che nelle sedi istituzionali dell’Unione Europea.

Merita, infine, di essere segnalata la dichiarazione, di imminente pubblicazione, firmata dai vescovi delegati in occasione del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con la quale si vuole ricordare un evento decisivo per il superamento di una divisione dolorosa dell’Europa e per l’allargamento a est della stessa Unione, con il ritorno alla democrazia di tutto il continente.

Assemblea COMECE

Ora, a distanza di tempo, quell’evento chiama a nuove esigenze e apre a nuove speranze, che guardano verso un futuro oppresso da pesanti nubi ma nondimeno non privo di promesse, soprattutto dalle nuove generazioni, insieme alle quali molti guardano a un’Unione più giusta e democratica, più vicina ai popoli, ma anche più solida e forte nell’affrontare le sfide che le si presentano nei rapporti con i vicini e negli equilibri geopolitici del mondo di oggi.

«Essere Chiesa in Europa – ha detto il presidente introducendo i lavori – significa anche impegnarsi a fondo per unire i popoli, per fare in modo che essi vedano fratelli e sorelle gli uni negli altri, che cooperino per il Bene Comune, gettando ponti tra le rispettive realtà, condividendo le rispettive ricchezze e imparando dalle stesse».

La Missa pro Europa, che è stata celebrata nel contesto dell’assemblea in occasione della Presidenza finlandese di turno del Consiglio UE, ha confermato tutti nella certezza che ogni impegno è reso veramente fecondo dalla preghiera e dalla fede che lo animano, dalle quali unicamente esso riceve energia e sempre nuovo slancio.

Da "http://www.settimananews.it/" COMECE: ecologia e demografia di Mariano Crociata

La profezia di un mondo nuovo

Lunedì, 04 Novembre 2019 00:00

Sinodo: perché sarà determinante il contributo delle donne per una “Chiesa dal volto amazzonico”

Il lettore europeo che si accosta all’Instrumentum laboris per il Sinodo per l’Amazzonia, che si celebrerà a Roma nel mese di ottobre, rimane immediatamente colpito da una duplice istanza che segna le pagine del documento: da un lato la sfida dell’inculturazione, superando le forme coloniali ricevute per “ri/comprendere” il vangelo in linguaggi, esperienze, culture “altre”, dall’altro il continuo richiamo alla novità.

Il titolo stesso rimanda a questa duplice prospettiva: unisce il riferimento a uno spazio umano e di vita, riconosciuto come “nuovo soggetto” nello scenario globale (l’Amazzonia), a un orientamento dinamico e innovatore (nuovi cammini) capace di riplasmare il volto della Chiesa e della società, la politica e l’economia, nel quadro unificante dell’idea di ecologia integrale, sviluppata da Papa Francesco nella Laudato si’. Come è emerso nella fase preparatoria del Sinodo, che ha coinvolto nell’arco di un anno e mezzo circa 87.000 persone, nel processo di trasformazione e di maturazione di una “Chiesa dal volto amazzonico” è e sarà determinante il contributo delle donne. Che si tratti di parrocchie di periferia delle grandi città o di comunità rurali, che si pensi a comunità quilombolas o a popolazioni originarie che vivono nella foresta pluviale, le sintesi mettono in evidenza l’apporto qualificato e sapiente delle donne e le numerose forme di ministerialità ecclesiale che hanno assunto: le donne, religiose e laiche, sono richiamate come vere protagoniste della vita della Chiesa in Amazzonia e si chiede che la loro leadership venga sempre maggiormente riconosciuta e promossa.

L’Instrumentum laboris, pubblicato nel giugno scorso, raccoglie e sintetizza queste indicazioni sia nella seconda parte, laddove si parla della famiglia (nn. 77-79), che nella terza parte, nel quadro dell’organizzazione delle comunità (n. 129) e dell’esercizio del potere (nn. 145-146). È ripetuta la denuncia del maschilismo e di una cultura patriarcale diffusa, che misconosce l’apporto femminile e pretende di giustificare — talora con pretestuose motivazioni religiose — le disuguaglianze di genere. Inculturazione della fede e rinnovamento della vita ecclesiale si daranno solo con l’empowerment delle donne, con il riconoscimento fattivo delle loro competenze e capacità, con l’accoglienza della parola sapiente e profetica delle donne, che sanno prendersi cura della vita e accompagnare lo sviluppo e la maturazione di tutti, e soprattutto con un loro effettivo coinvolgimento nei processi di animazione e di decisione, a tutti i livelli della vita ecclesiale. Al n. 129 a3, parlando dei nuovi ministeri, l’Instrumentum laboris richiama la necessità di «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne». A questo riguardo durante la fase preparatoria è emersa molte volte la richiesta esplicita di valutare la possibilità di ordinare donne diacono, nella prospettiva del Vaticano II (lg 29; ag 16).

La maggior parte delle comunità cristiane, lontane dal centro diocesano o parrocchiale, in Amazzonia sono animate da donne: sono migliaia le donne catechiste, ministre straordinarie della Comunione, coordinatrici di comunità, impegnate nella pastorale sociale e della salute; le celebrazioni domenicali in assenza di presbitero sono nella grande maggioranza dei casi guidate e curate da donne; la parola di annuncio del vangelo, la formazione delle nuove generazioni, la celebrazione della fede nella vita quotidiana passa attraverso parola e gesto femminili. Passare da una “pastorale di visita” (periodica e rara, da parte dei vescovi e dei presbiteri) a una “pastorale di presenza” (come si esprime Instrumentum laboris 128) e maturare una “pastorale missionaria e profetica” (Instrumentum laboris 132) comporta il reale riconoscimento della leadership delle donne e un coraggioso dibattito sulle forme ministeriali, necessarie e possibili, nella fedeltà alla Tradizione e nell’apertura all’azione innovatrice dello Spirito. La questione della soggettualità delle donne è avvertita nella Chiesa intera; anche in questo dal “nuovo mondo” — nella specificità di un’esperienza locale estremamente peculiare, quella dell’Amazzonia — può venire, per tutti, il dono di una riflessione profetica.


Da "http://www.osservatoreromano.va/" La profezia di un mondo nuovo di Serena Noceti Docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana