Vita lunga, vita immortale?

Lunedì, 16 Dicembre 2019 00:00


Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà.

Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore scrive sul rapporto della società contemporanea con la morte e il morire, tema molto significativo perché, sostiene, il modo in cui ci rapportiamo alla morte esprime quello che pensiamo di noi stessi, del nostro destino e del nostro ruolo nel mondo. Il pensiero di Manicardi si avvia dalla constatazione che la morte non è più percepita come un limite invalicabile fissato dalla natura stessa al nostro potere, egli perciò fa suo, mutuandolo dalla sociologa canadese Céline Lafontaine, il concetto di società postmortale per definire la nostra epoca "caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita". Per Manicardi si tratta di una società radicata nel biocontrollo la cui "preoccupazione centrale [è] la perfettibilità dell'individuo come essere biologico". In realtà non ha vinto la morte, ma semplicemente la rifiuta, la nega o la maschera.

Parafrasando la massima latina "si vis pacem para bellum", Sigmund Freud raccomandava: "si vis vitam, para mortem", ossia, se vuoi vivere davvero e pienamente preparati alla morte, prendila in considerazione come prospettiva finale capace di dare una direzione e un senso o un altro a tutto il tempo che la precede. Sin dalla notte dei tempi il mistero della morte e della sorte dell'uomo dopo di essa ha dato inizio e forma alla civiltà. È prevedibile perciò, sottolinea Manicardi, che l'attuale rifiuto dell'ineluttabilità della morte e l'obiettivo di procrastinarla all'infinito cambierà radicalmente – come sta già accadendo – la concezione antropologica.

Vita e morte sono come i due lati di una stessa medaglia, non c'è l'una senza l'altra. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché dobbiamo morire e cosa sia la morte. Si può rispondere, in modo solo apparentemente banale, che la morte sia una necessaria conseguenza della natura biologica e che la vita abbia bisogno della morte per continuare a rinnovarsi facendo spazio a nuovi viventi. Ma la domanda fondamentale, che nessuno probabilmente riesce a eludere, è quella che il giovane principe Naciketa rivolge al dio della morte Yama (Upanisad Vediche, Katha-Upanisad, Dialogo di Naciketa con la morte,): "C'è ancora l'uomo dopo la morte o non c'è più?" Per formulare una possibile risposta occorre riprendere il filosofo latino Seneca, il quale della morte diceva che essa è aut finis aut transitus, o fine della vita o passaggio verso un altrove, verso una condizione o uno stato immaginato in vario modo nelle differenti tradizioni culturali.


Questa seconda possibilità, la morte intesa come attraversamento di una soglia misteriosa che non porta all'annichilimento del vivente, è stata, e probabilmente è ancora oggi, la più diffusa in tutto il corso della storia umana. Ed esprime chiaramente quanto sia inaccettabile l'idea della fine assoluta per quanto si ritenga la morte un evento del tutto naturale. È un atteggiamento piuttosto contraddittorio, che merita attenzione perché il desiderio d'immortalità che abita il cuore dell'uomo non può essere liquidato come espressione di puro egoismo o di paura. Non soltanto, almeno. Dunque, perché abbiamo così tanta paura di morire e non riusciamo proprio a farcene una ragione? Non basta dire che è perché siamo materia aggregata e, siccome la morte è disgregazione della materia, ogni nostra singola cellula per istinto biologico vi si ribella. Se è vero che morte e vita appartengono in ugual modo alla stessa realtà, il contrario della vita non è la morte ma il nulla. Chi ha conosciuto la vita non riesce ad ammettere né a comprendere che il suo approdo sia il nulla, la sola idea provoca angoscia e terrore. Il desiderio d'immortalità esprime il rifiuto di ciò che nega ogni senso all'avere amato, gioito, sofferto; il destino del corpo ci turba, ma a sgomentarci è lo spreco, che il nulla ci prospetta, delle esperienze e della conoscenza accumulate, della saggezza raggiunta, delle relazioni intrecciate. Se il futuro a cui siamo destinati è il nulla, allora è come se non esistesse il futuro.

Oggi, sostiene Manicardi nel suo saggio, l'antica speranza di un'immortalità raggiungibile attraverso le religioni o le gesta eroiche o i figli ha preso forme diverse. La ricerca della salute ha sostituito la fama come obiettivo della collettività; sopravvivere nei propri figli non ha più presa "in un mondo che assolutizza il presente e l'individuo"; la tecnica ha preso il posto della religione e oggi ci si aspetta da lei, con fede e convinzione, una soluzione alla morte, ormai declassata da mistero a problema. Sugli effetti sociali, economici e politici del prolungamento della vita umana attraverso la tecnica ha scritto pagine molto interessanti lo storico israeliano Yuval N. Harari, e ne abbiamo già trattato su queste pagine. Rifiutare la vecchiaia ed emarginare chi ha un corpo imperfetto sono, per Luciano Manicardi, a un tempo i primi sintomi e i primi effetti del fatto che stiamo perseguendo "l'amortalità del corpo" anziché l'immortalità della persona che prospettano le fedi religiose. Il postmoderno "ha operato la decostruzione dell'immortalità", ha trasformato la morte, la vecchiaia e la malattia in problemi da risolvere o in sorgenti di rabbia e frustrazione; abbiamo dimenticato, ci ricorda il priore di Bose che morte, vecchiaia e malattia sono anche eventi spirituali e, quindi, toccano il senso della vita. Ci aiuterebbe di più, continua, "riscoprire il corpo nella sua dimensione spirituale" che non puntare ogni speranza sul raggiungimento dell'a-mortalità del corpo; purtroppo, invece, "abbiamo barattato la speranza di una vita eterna con l'ambizione di una vita lunga!"

Eppure è la vita stessa ad allenarci alla morte attraverso le tantissime piccole morti che la attraversano. Nulla permane, tutto muta e si trasforma perché la vita stessa è cambiamento continuo, qualcuno addirittura considera la morte l'unica via di fuga dal cambiamento, l'unico ingresso nella permanenza. Prima di arrivare all'ultima e definitiva tappa, avremo affrontato distacchi, abbandoni, passaggi di crescita. E non sono forse tutte piccole morti? Per essere donna non ho forse dovuto distaccarmi da me bambina? E un bambino che nasce siamo certi non viva, paradossalmente, un'esperienza non troppo diversa da quella di chi muore? Per cominciare a vivere il neonato deve uscire dal mondo in cui si è formato ed è sempre vissuto; mentre noi aspettiamo con ansia il suo urlo che ci dice che i polmoni sono entrati in funzione, lui forse crede di morire ma per noi sta nascendo. Nessuno sa se la morte sia così, ma non è assurdo sperarlo: "quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao-Tze sec.Va.C.).

Per Ireneo di Lione, vescovo e teologo del II sec., "la gloria di Dio è l’uomo vivente". In tal caso la morte dell'uomo è una sconfitta per Dio, una smentita della sua grandezza? Un destino votato al nulla coinvolgerebbe nell'insensatezza l'uomo e con lui Dio stesso, come esprime con un grido angosciato il poeta Rilke (Il libro d'ore):

"Che farai, Dio, se muoio?

Sono la tua brocca (e se mi spacco?).

Sono la tua acqua (e se m’appesto?).

Io sono la tua veste, il tuo strumento

senza di me non hai alcun senso.

Il tuo grande mantello t’abbandona.

Il tuo sguardo che caldo accolgo

sulle guance come su un cuscino

verrà a cercarmi a lungo

per cadere al tramonto

in mezzo a pietre estranee.

Che farai Dio? Ah! Che angoscia!"

La speranza che la morte non sia la fine di tutto si fonda sull'esigenza etica, morale e filosofica che sia possibile la giustizia per le vittime di ogni tempo, e che ogni singola vita e la Storia stessa abbiano un senso. Ogni sistema religioso ha elaborato una sua risposta. Le tradizioni orientali, la visione grandiosa del samsara (processo del divenire) e del karma (effetto delle azioni): dopo la morte ci attende la rinascita in un’altra vita la cui qualità dipende dalle azioni compiute in quella precedente. Se avremo agito con giustizia e fatto il bene, la nuova vita sarà buona, altrimenti sconteremo soffrendo i dolori che abbiamo provocato e le ingiustizie che abbiamo commesso. Lo scopo di queste continue rinascite è di riparare le colpe commesse e di progredire verso una vita sempre più spirituale che porterà all’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, e al ricongiungimento con l’Atman, il principio della vita, e fondersi con lui.

Le religioni occidentali, ebraismo cristianesimo e islam, aggiungendo all’esigenza della giustizia la necessità logica della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua parola hanno concepito, con sfumature diverse, l’idea di risurrezione della persona alla fine dei tempi o dopo la morte. Impossibile infatti credere che un Dio amante della vita la destini al nulla! Ecco perché un altro poeta, John Donne (Sonetti Sacri), eleva un canto di vittoria:

"Morte, non essere superba, pur se t’hanno chiamata

possente e terribile, perché tu non lo sei,

perché quelli che tu credi travolgere

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me;

Passato un breve sonno, noi ci destiamo in eterno,

e morte non sarà più; Morte, tu morirai." (John Donne, Meditazioni Sacre)


Da "www.doppiozero.com" Vita lunga, vita immortale? di Michela Dall'Aglio

Impegniamoci per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini


Dopo il Regno Unito, l’Irlanda e la città di Parigi anche l’Europarlamento ha dichiarato l’emergenza climatica. Un segnale incoraggiante in vista Vertice Onu sul Clima che si apre la prossima settimana a Madrid, ma anche per a milioni di giovani europei che seguendo l’esempio di Greta Thunberg hanno protestato con i climate-strike e torneranno a farlo venerdì 29. Arrivato grazie soprattutto alla spinta dei Verdi Europei.

E l’Italia? Lunedì scorso è andata in discussione generale alla Camera, e andrà al voto la prossima settimana, una mozione di maggioranza a mia prima firma per dichiarare anche l’Italia in emergenza climatica e per affrontarla con politiche adeguate. Sarebbe importante venisse approvata. Tanto più visti i tempi che corrono.

Settimane di allerta meteo, valli e paesi isolati, blackout, trombe d’aria, bombe d’acqua, allagamenti, ma anche onde di calore, siccità e agricoltura in ginocchio. E poi smottamenti in tutto il Paese. O forse è meglio dire che è il Paese a franare, proprio come quei 30 metri di viadotto sulla Torino-Savona. Fatti che dovrebbero bastare a convincere anche i più scettici: non è maltempo, ma crisi climatica. Proprio l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi è uno dei sintomi più evidenti dei mutamenti climatici, che sono causati dall’uomo e sono già in atto.

E i numeri lo confermano. Nel 2018 la concentrazione di anidride carbonica per l’Organizzazione meteorologica mondiale ha raggiunto un nuovo record: 407,8 parti per milione (ppm), contro le 405,5 del 2017. Alla viglia del summit sul clima, l’Unep ha gelato il mondo mettendo nero su bianco quando siamo lontani dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi: gli attuali impegni assunti dagli Stati non bastano a contenere la febbre del pianeta a 1,5°C ma porteranno a un aumento della temperatura di 3,2°C. Con effetti devastanti.

Per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo di sempre e dal rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici emerge che lo scorso anno il Paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Perché il clima è già cambiato e sta presentando il conto. Ora ci restano solo una manciata di anni per invertire la rotta.

L’Italia è un paese fragile, dove i rischi sono acuiti dalla cattiva gestione del territorio e dagli effetti dei mutamenti climatici. Eppure ci ostiniamo a trattare questi fenomeni come singole emergenze - pagando il conto dei danni a ogni nuova alluvione, tempesta, o siccità - anziché prevenire.

In media investiamo circa 300 milioni l’anno per opere di prevenzione del rischio idrogeologico, mentre spendiamo circa un miliardo l’anno per riparare i danni dopo la tempesta. Esattamente quello che non ci possiamo più permettere. Basta alle soluzioni tampone. Per mettere in sicurezza i cittadini e affrontare in modo adeguato la crisi climatica, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.

A partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza climatica, dal rafforzamento del Piano energia e clima, dal graduale taglio dei 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi e da un piano strutturale per la messa in sicurezza del territorio, la mitigazione del rischio e l’adattamento al climate-change. Proprio come chiede la mozione a mia prima firma.

Ai molti politici che negli ultimi mesi sono andati in piazza accanto ai giovani avevo già proposto da tempo che rispondessimo ai ragazzi della ‘generazione Greta’ approvando leggi importanti per l’ambiente. Dal contrasto al consumo di suolo allo stop ai sussidi alle fonti fossili, passando per una forma di carbon-tax e per la promozione della generazione energetica diffusa e rinnovabile. Temi prioritari su cui sono a disposizione del Parlamento diverse mie proposte.

Ma intanto per dare un segnale forte è importante approvare la mozione sull’emergenza climatica che ho presentato a Montecitorio. L’atto impegna il governo a lavorare per l’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione, per ridurre le emissioni di CO2 in tempi più rapidi e certi e per spingere il sistema Italia verso la conversione ecologica.

La mozione sollecita un programma di investimenti pubblici orientati alla sostenibilità che coinvolga i principali settori produttivi. Il governo dovrà anche impegnarsi per promuovere l’economia circolare, razionalizzare e stabilizzare gli incentivi previsti per l’efficientamento energetico e la sostenibilità in edilizia, per una mobilità e una produzione industriale sostenibili e per l’obiettivo delle zero emissioni nette al 2050.

Insomma per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini. Affrontare con coraggio la crisi climatica, infatti, non è solo necessario, ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia più sostenibile, inclusiva, competitiva e quindi più capace di futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Basta chiamarlo maltempo, siamo in piena crisi climatica di Rossella Muroni


L’incompetenza delle classi dirigenti e la demagogia dei populisti sono alla base dei disastri di questi giorni. Uno dei primi atti del Conte 1 è stato quello di azzerare Italia sicura, la struttura del governo Renzi che ha sbloccato due terzi dei 1700 cantieri.

Guardando i telegiornali di questi giorni sembra incredibile che, fino a pochi mesi fa, il nostro Paese fosse convinto che la prima emergenza nazionale, la priorità assoluta delle politiche governative, la “top news” ineludibile di ogni giornata, fosse lo sbarco di qualche centinaio di migranti o richiedenti asilo e il conseguente timore di un piano di sostituzione etnica che cancellasse lombardi, liguri, romagnoli, ciociari, per mettere al loro posto ghanesi o marocchini.

Le cronache del disastro idrogeologico di novembre parlano dell’incompetenza delle classi dirigenti ma anche di noi, noi italiani, un popolo che il mondo considera intelligente e persino sofisticato e però così politicamente poco avvertito da non accorgersi che la casa gli sta franando sotto i piedi e che la prospettiva più credibile non è l’invasione degli immigrati ma la desertificazione e l’abbandono dei 7.275 Comuni classificati ad alto rischio per il combinato disposto tra frane e inondazioni.

Chi volete sia disposto a restaurare una casa invasa dal fango che fra un anno o due sarà nuovamente devastata? Chi credete che possa tenere aperta un’azienda sotto la minaccia dell’ennesima esondazione del Tanaro, del Polcevera o del Bisagno? La Ferrero di Alba è stata costretta a chiudere gli impianti a 24 anni esatti dall’alluvione del ’94 che si portò via anche una decina di vite umane ed è la seconda volta che succede negli ultimi due anni: è un’azienda abbastanza grande per decidere di restare, ma quanti soggetti più piccoli si faranno due conti e diranno “meglio andarsene”?

Sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione.

Mentre noi eravamo occupati a straparlare di Piano Kalergi, sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione e/o interdizione sulle opere pubbliche piccole e grandi.

Per avere un’idea della partita si consideri che in Italia sono 3.600 gli enti che si occupano di contrasto al dissesto idrogeologico, una proliferazione tumorale, mostruosa, che incrocia le sue competenze con gli enti locali e l’autorità centrale – il ministero dell’Ambiente, quello dell’Agricoltura e le Infrastrutture – in un confuso reticolo di commissari regionali, titolari dei Parchi, magistrati delle acque, e ovviamente Protezione Civile, Demanio, ministero dell’Interno e ministero per il Sud (non sia mai detto che qualcuno resti tagliato fuori).

Il primo atto del conflitto risale all’insediamento del governo gialloverde, nel giugno 2018, all’inizio dell’estate del “Cambiamo tutto”. Fra le prime decisioni del nuovo esecutivo Di Maio-Salvini c’è l’azzeramento di Italia Sicura, la struttura di Palazzo Chigi inventata da Matteo Renzi per compattare le competenze e facilitare l’iter burocratico delle opere di tutela territoriale e delle ristrutturazioni scolastiche.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole. E tuttavia i ministeri non vedono l’ora di riprendersi le loro potestà in via esclusiva: così, addio Italia Sicura («Era solo uno spot di Renzi » diranno per giustificare l’abolizione) e restituzione delle competenze all’Ambiente (quota M5S) e all’Istruzione (quota Lega).

Poco più di un mese dopo il crollo del Ponte Morandi accende i riflettori su infrastrutture e territorio e obbliga a riaprire la partita del “che fare”. Il ministro Danilo Toninelli ne approfitta per inventarsi una nuova agenzia tutta sua: si chiamerà Ansfisa e si occuperà di sicurezza delle ferrovie e delle strade, insomma dei 7.317 ponti, viadotti e tunnel gestiti dalle concessioni autostradali oltrechè dell’intera rete dei treni.

Occuperà 500 persone, quasi tutti ispettori qualificati. Sarà una super-task force. Ovviamente non se ne è fatto niente: l’Ansfisa formalmente c’è, ha persino un presidente, ma siccome mancano ancora statuto e regolamento è poco più di un ente fantasma. Ora il governo Conte Secondo sta pensando di sdoppiarla in due, separando strade e ferrovie: auguri.

Sono due casi di prima grandezza che incrociano le notizie di questi giorni sui torrenti esondati e i ponti crollati, ma spiegano bene lo stato dell’arte e l’emergenza vera e silenziosa che il Paese ha vissuto negli ultimi anni: non le Ong, non Carola, non i 35 euro al giorno spesi per ciascun migrante, ma una paralizzante contesa di potere sulla spesa pubblica destinata alla difesa del nostro territorio, delle nostre case, delle nostre imprese, che poi – a pensarci bene – dovrebbe essere la prima mission di qualsiasi sovranismo che si rispetti. Senza suolo, o con un suolo che frana a ogni temporale ragguardevole, difficile immaginare una Nazione padrona di sé e del suo destino.


Da "https://www.linkiesta.it/" Salvini ci ha venduto la balla dell’emergenza migranti, smantellando la task force contro i dissesti idrogeologici di Flavia Perina


"Davvero qualcuno pensa di andare al voto con una crisi industriale di questa portata, tra Alitalia e Ilva? E davvero pensiamo che Salvini poi sia in grado di gestire l'enormità delle problematiche che in questo momento gravano sull'Italia una volta a Palazzo Chigi?". Conversazione di Formiche.net con il direttore dell'Huffington Post Italia
Nessuno ha voglia di andare alle urne, meglio lasciare le cose come sono. Così Lucia Annunziata, direttore dell’Huffington Post Italia e conduttrice su Rai 3 del programma Mezz’ora in più che affida a Formiche.net la sua lettura della complicata fase politica e partitica. Il M5S? “Una causa persa della politica italiana, ma è il Pd a restare col cerino in mano”. E su Salvini: “Sa di avere la vittoria in tasca ma non è pronto per governare”.

Perché Grillo ha salvato Di Maio? Andare al voto subito significherebbe far scomparire il movimento?

Lo ha salvato perché, come tutti sanno, il movimento continua a perdere progressivamente consensi e fiducia. E un ministro degli Esteri non può un giorno essere ad un vertice internazionale (o non andarci) e un altro a battere i territori. È di tutta evidenza come nessuno in questo momento voglia andare al voto. Neanche gli altri partiti.

La sinistra può fare un accordo di lunga durata con il M5S con lo scopo di battere Salvini senza perdere la sua anima?

Il M5S è una causa persa della politica italiana, ma è il Pd a restare col cerino in mano. Non può che restare alleato con i grillini ai quali farà molte concessioni: penso alla tornata di nomine che si avvicinano, anche in Rai. Il quadro politico è talmente dissestato da imporre a tutti una sorta di stabilità nel mantenere le cose come sono. Davvero qualcuno pensa di andare al voto con una crisi industriale di questa portata, tra Alitalia e Ilva?

Il nuovo contratto di governo su che cosa potrebbe basarsi per essere minimamente credibile?

Su nulla, è solo un escamotage comunicativo come lo erano le frasi del passato sul rilancio di un programma. Il dato vero è che Pd e M5S hanno due visioni talmente diverse su moltissimi punti da rendere chiara la difficoltà di convivenza all’interno della stessa maggioranza.

La soluzione tatarelliana alla crisi di sistema di cui parla il leghista Giorgetti è nei fatti un accordo bipartisan con Pd e altri, non solo sulla legge elettorale ma in generale?

Certo, è la prova di come nessuno abbia una reale voglia di andare alle urne. È una tattica per allungare i tempi, proporre un tavolo di riforme e concludere la legislatura alla sua naturale scadenza. Davvero pensiamo che Salvini poi sia in grado di gestire l’enormità delle problematiche che in questo momento gravano sull’Italia una volta a Palazzo Chigi? Davvero pensiamo che anche chi sa di avere la vittoria in tasca sia pronto a portare questo peso?

È credibile Salvini quando prova a fare il moderato?

Non è una questione di immagine, ma di convenienza. Credo che in fondo anche alla Lega convenga mantenere lo status quo.

Cosa ne pensa delle sardine?

Da sessantottina quando vedo un movimento in piazza provo simpatia e ammirazione, ma credo che in questo momento l’Italia viva un momento complicatissimo che nessuna piazza potrà risolvere.

Da "formiche.net" Il M5S è una causa persa e il contratto è un escamotage. Parla Lucia Annunziata

Spazio Aperto - MES, con Costantino e Giampaolo Galli