Si arriva anche a protestare contro le sardine, tacciandole di non essere democratiche. Ma la realtà è che persino il linguaggio di Almirante era meno regressivo di quello della Bestia di Salvini. Tant’è che ormai pare impossibile avere uno schieramento senza «tanfo di fureria», direbbe Pasolini.


“Piove, opposizione ladra!”. Gli uomini e le donne cui è caro Matteo Salvini, cominciando dai cronisti di fiducia, gli inviati, le matrone degne di un Satyricon populista, i Capezzone, lo scrittore opinionista che racconta di padre Pio che riteneva fosse peccato non votare “la fiamma”, i già insediati d’ufficio nei talk televisivi, come si nota dalle battute ricorrenti e tra loro sempre collimanti, hanno trovato un modo certo per affermare insistentemente l’assenza di un vero sentimento democratico da parte di una presunta piazza di governo, meglio, “pro governo”, travestita da barricata tra grunge e hipster, cominciando dal profilo attitudinale, dunque antropologico, delle cosiddette sardine.

Da parte del solerte minculpop sovranista si afferma infatti che si sarebbe mai vista una massa così pronta a innalzare cartelli di protesta rivolti ingiustamente a chi si trovi fuori dal Palazzo, per sporchi giochi di potere cui si sarebbero prestati anche gli ex alleati grillini, cioè l’opposizione, perculata sistematicamente, non senza, appunto, picchi di volgarità e addirittura violenza, manco fosse l’esecutivo. Proprio come si diceva prima: piove, opposizione ladra!

Nel sostenere così, Salvini e alleati sembrano affermare l’esistenza comprovata – una possibile regia di Romano Prodi, sempre aspirante al Quirinale, nel caso della scintilla iniziale nella bolognese piazza Maggiore - di un blocco unico compatto, soggetto a un disegno preordinato, tutte cose in cui la sinistra sarebbe da sempre provetta; per farla breve, le sardine come massa di manovra informale, se non agli ordini, comunque organica ai desiderata del Partito democratico di Zingaretti, un’operazione di ingegneria militante orchestrata, come già i girotondi, il popolo viola, sorta di “orfanelli di Ceausescu”, all’incirca prossimi a chi durante la rivolta in Romania di trent’anni esatti fa stettero fino all’ultimo al fianco dell’infame “Conducator”, per bloccare l'atteso e auspicato cambiamento in senso populista.

Ora, nessuno di noi giunge a negare che nella macrostoria della sinistra vi siano stati fiancheggiatori entusiastici perfino dei carri armati sovietici di Budapest e di Praga e addirittura d'Afghanistan, in questo caso tuttavia, oltre il quadro storico mutato, la situazione è decisamente differente, negarlo può risultare risibile.

Al netto dell’espediente propagandistico, chiarito che in termini di agit-prop fa sempre colpo sentirsi dire che l’altro vuole più bene ai “poteri forti”, alla “casta” che non al singolo cittadino inchiodato sotto il solito “torchietto”, il dispositivo messo in atto dalla falange salviniana custodisce una tara culturale propria delle destre, incapaci di comprendere che il dato della questione possa essere innanzitutto culturale, individuale, pulsionale, prim’ancora che strettamente politico, cioè bloccato sull’agenda spicciola. L’irruzione di una Lega depurata dal localismo e dalle barbe vichinghe, più di quella di Bossi, per linguaggio, attitudine, narrazione al limite dell’orgia del potere sudamericana, lì a pompare consensi anche attraverso l’acido della subcultura razzista, non ha infatti precedenti nella storia d’Italia già repubblicana, un po’ come immaginare fantapoliticamente i neofascisti del MSI, insediati al governo con le loro intatte parole d’ordine oscillanti tra ordine e gerarchia, nazione e autarchia, posto che, a nostra memoria, perfino il linguaggio di Almirante, per assurdo, era addirittura assai meno regressivo di ciò che pronuncia Salvini attraverso i giovani galoppini mediatici della sua “Bestia” social.

Fuori dalla comprensione di un simile dato regressivo, risulterà impossibile intuire la reazione carsica, il flusso, la rivolta, il sentimento proprio degli autoconvocati in atto al momento, come risposta sia difensiva sia oppositiva rispetto al consenso crescente e plebiscitario delle destre arrembanti.

Matteo Salvini, certo, ma anche, la Meloni e i suoi Fratelli d’Italia, che per linguaggio, parole d’ordine, per frasario essenziale – «… io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana» – si costituisce come ulteriore elemento di precipizio culturale ancora prima che politico.

Nel manifestare questa percezione, diventa davvero inevitabile riflettere sull’esistenza di due distinte Italie che storicamente si fronteggiano in nome delle proprie predilezioni, si fa per dire, etiche. Al momento, rinunciando a intuire quale possa essere maggioritaria, resta la certezza dell’esistenza di chi nel Paese vorrebbe tornare indietro, in termini di conquiste e diritti civili primari, tra razzismo, sessuofobia e intolleranza etnica, cui va aggiunta il riferimento ai migranti come virus criminogeno sia in potenza sia in atto, un lessico segnato, almeno ai nostri occhi, da povertà interiore assoluta: poltrone, tasse, presepe, rosario, «prima gli Italiani».

Insomma, il vero presepe della raggelante incompiutezza della destra italiana, mai uscita dalla cella frigorifera del fascismo, ai suoi occhi un caldo bene rifugio mentale, proprio di una subcultura piccolo-borghese, ottusamente certa del proprio primato fondato sul dominio delle paure, dell’insicurezza che fa intuire in un possibile redivivo, metti, Pinochet uno zio necessario.

Intendiamoci, le carenze della destra non potranno essere colmate da altri, tantomeno da una sinistra supplente e edificante che al momento non sembra meno rabberciata e in confusione, chiarita la dissoluzione del centro moderato, spetterà a un terzo incomodo porsi come laboratorio di un fronte conservatore minimamente decoroso, spendibile, di cui non vergognarsi, oltre la linea nera dei Bolsonaro, degli Orban, delle Le Pen, perfino dei Trump, una destra che non sappia, come direbbe Pasolini, di «tanfo di fureria» e di camera di sicurezza, che non assecondi il plauso a chi ha ridotto a carne da obitorio Stefano Cucchi, ma trovi il proprio racconto quotidiano, se ne ha i mezzi mentali, lontano dall’implicito disprezzo plebeo per le conquiste minime di democrazia e di civiltà, una destra che sappia distinguere tra pulsioni individuali verso un sentire di libertà e spirito gregario che fa ritenere che perfino il più modesto Pd debba essere protetto come il migliore dei danni possibili. Arriveranno mai a comprendere che, nel più dei casi, la coscienza non conosce deleghe, a maggior ragione in bianco? Piove, diluvia…

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco perché in Italia non potremo mai avere una destra decente di Fulvio Abbate

Esisterà

Venerdì, 27 Dicembre 2019 00:00

Esisterà

Dove sono i bambini che non hanno
l’albero di Natale
con la neve d’argento, i lumini
e i frutti di cioccolata?
Presto, presto, adunata, si va
nel Pianeta degli alberi di Natale,
io so dove sta.

Che strano, beato Pianeta…
Qui è Natale ogni giorno.
Ma guardatevi attorno:
gli alberi della foresta,
illuminati a festa,
sono carichi di doni.
Crescono sulle siepi i panettoni,
i platani del viale
sono platani di Natale.
Perfino l’ortica,
non punge mica,
ma tiene su ogni foglia
un campanello d’argento
che si dondola al vento.

In piazza c’è il mercato dei balocchi.
Un mercato coi fiocchi,
ad ogni banco lasceresti gli occhi.
E non si paga niente, tutto gratis.
Osservi, scegli, prendi e te ne vai.
Anzi, anzi, il padrone
ti fa l’inchino e dice: “Grazie assai,
torni ancora domani, per favore:
per me sarà un onore…”

Che belle le vetrine senza vetri!
Senza vetri, s’intende,
così ciascuno prende
quello che più gli piace: e non si passa
mica alla cassa, perché
la cassa non c’è.

Un bel Pianeta davvero
anche se qualcuno insiste
a dire che non esiste…
Ebbene, se non esiste, esisterà:
che differenza fa?

Gianni Rodari, da Filastrocche in cielo e in terra (Einaudi 1960)

Buon Natale

Martedì, 24 Dicembre 2019 00:00

«Nazioni, individui: ogni crisi ci rafforza»

Lunedì, 23 Dicembre 2019 00:00

Crisi. Come rinascono le nazioni, di Jared Diamond, esce ora a 22 anni dal suo volume più famoso,  Armi, acciaio e malattie. Quella era la risposta di un fisiologo alla «domanda di Yali», un nativo della Nuova Guinea: perché la ricchezza è fiorita in Occidente e non lì da loro? O, se preferite, perché Cortès ha conquistato l’impero azteco con pochi soldati contro decine di migliaia e non viceversa? La elaborata Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (era il sottotitolo), era la risposta è uno di quei «libri da salvare» per diverse generazioni di lettori. Ma questo sorprendente autore americano, ora 82 anni, che è anche geografo, antropologo, ornitologo e, alla prova dei fatti, storico, ha continuato ad applicare il suo metodo multidisciplinare alla storia più recente e alla politica affrontando la questione dell’ambiente (con Il collasso, nel 2005) e ora propone di esaminare, con l’ultima opera, le vicende dei popoli confrontandole con la vita degli individui. Il parallelo individuo-nazione, che sarebbe tanto piaciuto a G.B Vico, si applica a sette casi di studio, a sette grandi crisi: la Finlandia in guerra con l’Urss, il Giappone ottocentesco dei Meiji, il Cile di Pinochet, l’Indonesia degli anni Sessanta, la Germania e l’Australia dopo la guerra, gli Stati Uniti oggi.

  1. Crisi è la parola chiave che descrive fasi della vita di una persona come di una nazione: possono essere lunghe o rapide, provocate da cause esterne o interne, da una catastrofe naturale o da devastanti vicende umane. Si sa che la parola può includere strazianti sofferenze, ma anche opportunità. «Quello che non ti uccide ti fa più forte». Parole di Nietzsche. Lo ripeteva anche Churchill: «Mai sprecare una buona crisi». Citazioni evocate dall’autore che ascoltiamo dal suo studio a Los Angeles.

Come è nato questo libro?

È nato da due ispirazioni: la prima dai paesi dove ho vissuto e di cui conosco le lingue, come per esempio la Germania dove ero quando hanno eretto il muro, la Finlandia dopo la guerra, l’Indonesia dopo il genocidio e anche il Cile dopo la dittatura; la seconda viene da mia moglie. Quando ci siamo sposati nel 1978 si stava specializzando in un settore della psicologia clinica che si chiama terapia della crisi, una disciplina nata nel 1942 in occasione del gravissimo incendio del locale Cocoanut Grove, a Boston, che racconto nel libro.

Morirono in 450, padri, madri, figli, mariti, fratelli.

Si tratta in quei casi di assistere persone che devono affrontare perdite gravi e improvvise, ma la terapia vale anche per la rottura di una relazione individuale. Non si tratta della consueta analisi che dura anni. Si deve agire in fretta perché c’è un rischio di suicidio e la durata tipica è di sei settimane. I terapisti coinvolti devono settimanalmente esaminare i progressi e i rischi. I racconti di mia moglie, che certo non mi faceva i nomi dei pazienti, mi hanno fatto pensare ai paralleli con le crisi nazionali, ai fattori che predispongono ad uscire dalla crisi oppure no.

Non possiamo qui raccontare tutti e sette i casi. Colpiscono quelli che sono più famigliari per i lettori italiani: la crisi cilena, Pinochet. L’incapacità di trovare un compromesso in Cile è alla radice della politica italiana del «compromesso storico» alla fine degli anni Settanta.

L’incapacità di trovare un compromesso è anche quello che più spaventa noi americani oggi, è quello che più sconvolgeva anche i miei studenti quando ne ho parlato nei corsi degli ultimi anni alla UCLA. Il Cile mostra proprio un caso di quello che può accadere a un paese che è stato una democrazia per duecento anni e che può precipitare nell’incubo della sua fine in un tempo molto breve. Quello fu un caso di sterminio dell’opposizione, perché non si riuscì a fermare il processo di radicalizzazione del conflitto politico. E la polarizzazione politica è oggi il maggior problema degli Stati Uniti.

Il paragone è molto forte!

Ma quando leggiamo sui giornali che il presidente di un paese chiede a un paese straniero di investigare sull’ex vicepresidente, ora suo avversario, si tratta di qualcosa di terribile. Accade in regimi ben lontani dalla democrazia che si mettano in carcere gli avversari, non negli Stati Uniti o in Italia.

Perché in certi casi la politica democratica sembra incapace di moderare il contrasto e fermare la corsa verso la polarizzazione?

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti ma anche in misura crescente in Europa non è semplice da spiegare. Posso andare per tentativi. Avendo vissuto a lungo in Nuova Guinea, so come ci  rapporta gli uni con gli altri in una società tradizionale senza telefoni e televisione, faccia a faccia, da noi la maggior parte delle interazioni avviene attraverso telefono e sms. E se non ci si guarda in faccia è più facile passare i confini della decenza nel linguaggio. Metà della mia risposta è dunque: il collasso delle relazioni personali. L’altra metà è che quell che consente a oppositori politici di sedersi a un tavolo e trovare un terreno comune è la condivida identità nazionale. In paesi con una forte identità nazionale conservatori e progressisti si riconoscono come cittadini dello stesso paese. L’indonesia aveva una debole identità nazionale, nel 1965 non si pensavano come concittadini, questo rese più facile il massacre di indonesiani ad opera di indonesiani.

Lei spiega nelle sue storie che ci sono leader capaci di portare a soluzione le crisi più difficili. Nel caso degli Stati Uniti esemplifica con un dialogo tra due americani. Uno chiede: «Quando saranno capaci gli Stati Uniti di prendere sul serio i loro problemi?». E l’altro: «Quando gli americani ricchi e potenti cominceranno ad avere paura per la propria incolumità fisica».

E’ così. Un fattore che spinge a evitare il compromesso è la percezione che tu possa prevalere sugli altri e avere via libera e così fino in fondo fino a sterminare l’opposizione. D’altra parte se capisci che non puoi prevalere, che non hai alternative, devi sederti con gli avversari e negoziare. Nel Cile del 1973, la destra e l’esercito pensarono di poter eliminare fisicamente la sinistra e lo fecero. Dall’altra parte la sinistra di Allende, tra il 1970 e il ‘73 includeva radicali che si armavano, ispirati anche da Fidel Castro pensava a sua volta di poter prevalere. Quando una parte pensa di potercela fare da sola, la possibilità del compromesso si allontana.

La prima tappa, il fattore primario necessario per avviare l’uscita dalla crisi è riconoscere il male, così come in un matrimonio riconoscere che non funziona o per un alcolista riconoscere di essere tale. Lei parla molto anche di Italia, un paese che fa fatica a riconoscere l’evidenza della sua crisi: il debito, l’invecchiamento, la bassa produttività, l’inefficienza della pubblica amministrazione. E la crisi inglese che lei paragona a una lunga malattia non è anche un caso del genere? Perché non si vuole vedere?

  1. Denial è la parola inglese, negare. Quando la situazione è difficile la prima inclinazione è quella di negare che ci sia un problema. Ma il primo passo indispensabile è quello. Segue il secondo: accettare la responsabilità. Negli Stati Uniti, la maggior parte di noi non vuole riconoscere che gli Stati Uniti stanno andando verso una crisi. Nel caso Italia, dove sono stato per cinque anni per insegnare alla Luiss, il problema era cronico ed è diventato più evidente negli ultimi due anni. Quindi ora siete più vicini degli americani a riconoscerlo. Ma il secondo passo è quello della responsabilità. E qui Italia e USA si assomigliano: Trump, invece di accettare l’idea che i problemi dell’America sono causati da noi stessi, accusa il Messico, la Cina, il Canada. Così vedo la tendenza tra molti italiani ad attribuire i problemi del paese agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente, che sono in realtà molto pochi in confronto con altri paesi, o persino all’Unione europea. Sia noi che voi stiamo fallendo nel fattore numero 2, la responsabilità.

Un altro fattore importante per uscire dalle crisi nazionali sono i valori fondanti. Qui l’Europa ha un punto di forza nell’aver portato pace, nei principi di libertà, politica, personale, nel rispetto dei diritti umani. Eppure le spinte contrarie sono molto forti.

Questi valori possono effettivamente aiutare ad spingere fuori dalla crisi. C’è molto di cui l’Europa e tutti i paesi che fanno parte dell’Unione possono essere fieri: ci sono qui i paesi con i più alti livelli di educazione e di sviluppo tecnologico. Non si sente molto in Europa parlare delle ottime cose che l’Europa ha conseguito e si sentono piuttosto i lamenti nei confronti dell’Unione e c’è addirittura chi vuole prendere le distanze dall’Unione europea, che è qualche cosa di unico nella storia del mondo: un gruppo di paesi che settant’anni fa hanno superato ogni precedente nel massacrarsi tra loro e che invece di prepararsi alla Terza guerra mondiale hanno dato un raro esempio di azione preventiva della crisi e già negli anni Cinquanta hanno posto le premesse – leader politici italiani, francesi, tedeschi – della futura Unione. Spero che si lavori adesso per rafforzarla invece che indebolirla. Ed è per me una tragedia quel che accade in Gran Bretagna.

Lei parla della Gran Bretagna come di un paese afflitto da una malattia lunga, di una paese che non più ritrovato la forza del proprio ego dopo la perdita del potere imperiale e le trasformazioni che sono seguite alla guerra.

Questo paese è il più chiaro esempio di negazione della responsabilità. Come Trump se la prende col Messico e la Cina così la Gran Bretagna attribuisce agli immigrati e all’Unione Europa i problemi inglese. L’altra metà delle ragioni che portano alla Brexit è che il popolo inglese si dimentica delle cose di cui può essere fiero. Quelli che erano vivi nel 1940 e ricordano la battaglia d’Inghilterra, quando il paese da solo si oppose a Hitler, appartengono a una generazione che sta scomparendo, mentre i giovani non ne sanno nulla. Questo significa perdere una fornte dell’orgoglio e dell’identità nazionale. La stessa cosa accade in Finlandia, dove ho scoperto parlando con giornalisti di quel paese, in occasione dell’uscita del mio libro, che i giovani parlano oggi delle azioni militari in difesa nei confronti dell’URSS come di una cosa brutta. Le genrazioni nate dopo il 45 non sano di vivere in una democrazia solo perché i loro genitori e nonni hanno combattuto e perso la vita per difendere la libertà della Finlandia.

Un altro fattore chiave che porta fuori dalle crisi personali e nazionali è la flessibilità, una virtù per giovani. L’Europa qui ha un bel problema, la popolazione è invecchiata e diminuita di fronte a un’Africa in espansione, che procede verso i due miliardi e mezzo.

Bisogna a questo rispondere onestamente che la flessibilità è una dote difficile da acquisire. O ce l’hai o non ce l’hai. E se non ce l’hai devi almeno riconoscere qual è il problema. E qui c’è una mancanza di onestà in Europa riguardo al problema dell’immigrazione. L’Europa è divisa tra due forze opposte: da una parte il nobile ideale di accogliere i rifugiati, che ha radici anche nella memoria della seconda guerra mondiale e dei milioni di persone che furono uccise perché altri paesi non le accettavano come rifugiati, dall’altra c’è la realtà crudele di una popolazione africana di un miliardo e mezzo, che potrebbero vivere meglio se stessero in Europa, cosa che però è assolutamente impossibile da realizzare. Lo stesso si può dire per centinaia di milioni che vivono in condizioni terribili e che vorrebbero raggiungere l’Europa dal Medio Oriente e dall’Asia. Ma la verità è che l’Europa non può accogliere centinaia di milioni di migranti. Come conciliare il nobile ideale con la realtà? Molto difficile, ma mi pare che prima di tutto i dibattiti sull’argomento in Europa manchino soprattutto di onestà.

La «forza dell’io» è decisiva negli individui davanti alle prove più dure. Lo è anche per le nazioni e si può chiamare «identità nazionale».

Questo è un punto debole dell’Italia. E dipende dalla storia del Risorgimento e dal modo in cui si è fatta l’Italia. L’identità nazionale è forte quando ci sono cose nella storia recente di cui un paese possa essere fiero. L’Italia non ne ha come la Finlandia o l’Inghilterra. Gli italiani hanno certamente grandi cose che li uniscono nella storia più lontana: il Rinascimento, l’Impero Romano. E poi sono fieri delle loro glorie calcistiche, della cucina, dello stile e del design, ma hanno qui un punto debole. E inoltre sono molto divisi tra Nord e Sud. Non ne ho fatto uno dei miei casi di studio perché la crisi italiana non è ancora veramente arrivata a manifestarsi completamente. Gli eventi cambiano la scena in maniera molto rapida.

Quella americana è più chiara, lei dice. E anche più grande. Lei cita il caso di due suoi amici che hanno lasciato la politica, pur potendo vincere un posto al Senato, perché disgustati dalla violenta radicalizzazione dello scontro.

La politica è diventata da noi un’esperienza sgradevole per gente che potrebbe occupare posizioni di vertice, che potrebbero essere buoni presidenti, ma non vogliono entrare nell’arena. In primo luogo dovrebbero spendere gran parte del tempo per trovare denaro. Nessuno che abbia il talento necessario ci vuole in realtà mettere piede. Per questo non si trovano tra i Democratici candidati capaci di battere Trump. Non va bene Biden, non va bene la Warren e neanche Sanders. Per vincere ci vogliono quelli come Clinton o Roosevelt. E chi ne ha le doti non si fa vedere. In Italia avete un problema simile.

Le sue critiche allo stato delle cose trovano obiezioni nei modernisti che ritengono che viviamo in ogni caso nel migliore dei mondi finora esistiti: i grandi dati globali ci parlano di riduzione della povertà, miglioramento della salute e delle aspettative di vita, crescita dell’alfabetizzazione e in generale dello sviluppo umano. Quindi avrebbe ragione chi come Steven Pinker vede l’Illuminismo sulla cresta dell’onda come mai prima. 

Conosco bene certo le tesi di Steve Pinker e ne sono anche amico. Ci vediamo ogni anno. Lui ha assolutamente ragione nel sostenere che molte cose nel mondo sono oggi migliori che in qualcunque altro momento della storia: meno carestie, meno guerre, miglior controllo delle malattie. Mai così bene. E questa è una buona notizia. Ma se volgiamo lo sguardo al futuro la domanda non è se le cose siano migliori oggi o nel passato, ma è un’altra: come saranno tra trent’anni. Molte cose nel mondo stanno andando in un modo che, se continuassero così per i prossimi trent’anni, rovinerebbero la vita sulla terra: penso al rischio nucleare, al climate change, all’uso insostenibile delle risorse e all’ineguaglianza. A chi sostiene l’idea che il mondo di oggi è il migliore finora esistito rispondo paragonando questo mondo a una persona che abbia un conto in banca che sia continuamente cresciuto e che poi abbia smesso di guadagnare e continui a spendere come prima. Finirà senza soldi. E quando dice di avere più soldi in banca di quanti ne abbia mai avuti prima dice una cosa vera, sì, ma sta scivolando inesorabilmente verso lo svuotamento. Perciò farebbe bene a smettere di felicitarsi per quanto grande sia il suo conto e dovrebbe cominciare a preoccuparsi della bancarotta in arrivo tra 30 anni. Noi viviamo a un ritmo insostenibile e se non correggeremo il cammino finiremo per precipitare nel burrone.

E’ il tema della parte finale del suo libro, dove lei parla di due cavalli in corsa: quello della distruzione e quello della speranza. Quale le sembra più forte?

Dipende dalle decisioni che si devono prendere ora. Lo vedremo per esempio dalle elezioni americane del 2020. Se Trump vincesse sarebbe un pessimo segnale per il cavallo buono.

 

Da "https://www.reset.it/" «Nazioni, individui: ogni crisi ci rafforza». Intervista a Jared Diamond di Giancarlo Bosetti

Banche, banchette e bancarotte

Venerdì, 20 Dicembre 2019 00:00

Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Bce e si applicano a loro le procedure europee , le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. Dove rientra il salvataggio della Banca Popolare di Bari). L'analisi di Giuseppe Pennisi
Noi contribuenti siamo chiamati a operare per il salvataggio della Banca Popolare di Bari quasi negli stessi giorni in cui siamo costretti a finanziare ulteriormente Alitalia in vendita da anni ma che nessuno vuole comprare, ci si prospetta un intervento a nostro carico per l’ex-Ilva e sta per essere emanata una legge di bilancio che aggrava ancora la pressione fiscale.

Sulla complicata operazione messa in atto per la Popolare di Bari credo sia essenziale fare una riflessione perché avviene dopo quella per un’altra banca decotta, la Carige, e può essere foriera di misure simili a favore di altri istituti che, con le loro mani, si sono messi in difficoltà ed i loro manager contano su un Babbo Natale pubblico per essere salvaguardati.

I principi di regolazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, e quelli leggermente più stringenti di quel che esiste dell’unione bancaria europea, sono – come ha ben scritto Lucrezia Reichlin su Il Corriere della Sera del 18 dicembre, semplici: chi contando in guadagni più elevati rischia (ed acquista azioni o obbligazioni subordinate), è chiamato a coprire le perdite tramite il bail in mentre il correntista è tutelato (sino a 100.000 euro) tramite il fondo interbancario di garanzia. Sono anche giusti, vorrei aggiungere, nel senso che questo termine ha in uno dei maggiori lavori di filosofia teorica della seconda metà del ventesimo secolo. “Una Teoria della Giustizia” di John Rawls (pubblicato negli Usa nel 1971 e la cui ultima edizione italiana è apparsa per i tipi di Feltrinelli nel 2017). Applica infatti il principio rawlsiano del maximin, massime tutele per i più deboli.

Alcuni anni fa, fu uno dei coautori di un libro collettaneo (a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Towards the European Banking Union – Achievements and Open Problems – Passigli Editore 2014) redigendo in particolare il capitolo sulle “risoluzioni bancarie”. La normativa, per quanto incompleta, è chiara: per gli istituti, la cui “risoluzione” presenta rischi per la stabilità del sistema creditizio dell’Unione monetaria europea, ci sono procedure europee definite nelle regole già approvate e ratificate nel quadro dell’unione bancaria.

Occorre, quindi, chiedersi, in primo luogo, se la crisi della Popolare di Bari (e prima di questa quella della Carige) sono tali da mettere a repentaglio la stabilità del sistema creditizio dell’unione monetaria europea. Nell’eurozona ci sono Banche (con la maiuscola) e banchette. Le prime sono sottoposte alla vigilanza della Banca centrale europea e si applicano a loro le procedure europee menzionate. Le seconde sono sottoposte alla vigilanza nazionale e si applicano loro le regole generali di bail in di divieto di aiuti di Stato. È difficile pensare che la crisi della Popolare di Bari, pur di grande rilievo per la Puglia e forse per il Mezzogiorno, metta a repentaglio la stabilità del sistema creditizio europeo. Nel contesto dell’eurozona, si tratta di una banchetta. Per la quale, un intervento a carico delle nostre tasche non avrebbe giustificazione. Nei Palazzi del potere si argomenta che i tedeschi hanno fatto un intervento analogo per la Nordbank e che noi stessi ne abbiamo fatto uno simile per la Carige, con il quale abbiamo prosciugato il fondo interbancario di garanzia. Se i tedeschi e noi stessi siamo stati “trasgressivi” in due casi, non è certo il caso di fare della “trasgressione” la prassi e di porre a carico dei vari Mario Rossi le perdite causate da manager lautamente pagati e di investitori che amano il brivido del tavolo verde. A favore dei forti, dunque, non dei deboli.

Ma si tratta solo di incompetenza? Rino Formica, che ben conosce la Puglia, ha detto, in un’intervista, che i problemi della Popolare di Bari erano noti da dieci anni almeno. Le relazione della Banca d’Italia parlano chiaro. Non solo, l’amministratore delegato ha dichiarato che la contabilità era “taroccata” anche a livello delle singole filiali. Conoscenza di principi generali del diritto e buon senso, avrebbero consigliato di adire alla Procura della Repubblica prima di fare dichiarazioni e di sporgere denuncia, forse anche contro se stesso. Dalle notizie di cronaca – risparmiatori privi di adeguata conoscenza finanziari indotti ad acquistare azioni ed obbligazioni subordinate – pare che prima o poi i magistrati si muoveranno.

Ove trovassero che si tratta di una normale bancarotta di una banchetta di provincia, cosa avverrà? Che i responsabili vadano in galera, interessa ai Mario Rossi non più di tanto. Vogliono, anzi vogliamo, essere rimborsati dal capo politico del M5S e dall’agguerrita pattuglia dei parlamentari pugliesi pentastellati che per l’arzigogolato tappa buchi si sono agitati tanto.


Da "https://formiche.net/" Banche, banchette e bancarotte. Il caso Popolare di Bari visto da Pennisi di Giuseppe Pennisi

Vita lunga, vita immortale?

Lunedì, 16 Dicembre 2019 00:00


Nell'opera intitolata Morte e Vita del 1916, Gustav Klimt (1862-1918) dipinse la morte che osserva l’umanità raccolta davanti a lei in un groviglio di corpi – uomini, donne, giovani, vecchi, bambini – affettuosamente intrecciati l’uno all’altro. Anche se il suo sorriso è il ghigno di un teschio, nel quadro la morte non sembra maligna. Quasi intenerita, persino un po' dispiaciuta per il compito che deve svolgere, osserva i corpi abbracciati e sereni che fluttuano in un universo luminoso fatto di tessere dai colori vivaci. Più che aspettarli, li cova con gli occhi. Ha la testa leggermente inclinata e in mano tiene qualcosa: un bastone? una clessidra? una specie di campana per battere l’ora? Di sicuro, comunque, non una falce. Una striscia scura la separa nettamente dai viventi inconsapevoli della sua presenza. Non è cattiva, è soltanto brutta e triste; la sua immagine, così poco attraente, la condanna alla solitudine. Probabilmente l'orrore che suscita in noi riflette più i nostri sentimenti che non la sua vera realtà.

Il quadro di Klimt è riprodotto sulla copertina del saggio Memoria del limite (ed.Vita e Pensiero) di Luciano Manicardi, priore di Bose, in cui l'autore scrive sul rapporto della società contemporanea con la morte e il morire, tema molto significativo perché, sostiene, il modo in cui ci rapportiamo alla morte esprime quello che pensiamo di noi stessi, del nostro destino e del nostro ruolo nel mondo. Il pensiero di Manicardi si avvia dalla constatazione che la morte non è più percepita come un limite invalicabile fissato dalla natura stessa al nostro potere, egli perciò fa suo, mutuandolo dalla sociologa canadese Céline Lafontaine, il concetto di società postmortale per definire la nostra epoca "caratterizzata dalla volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita". Per Manicardi si tratta di una società radicata nel biocontrollo la cui "preoccupazione centrale [è] la perfettibilità dell'individuo come essere biologico". In realtà non ha vinto la morte, ma semplicemente la rifiuta, la nega o la maschera.

Parafrasando la massima latina "si vis pacem para bellum", Sigmund Freud raccomandava: "si vis vitam, para mortem", ossia, se vuoi vivere davvero e pienamente preparati alla morte, prendila in considerazione come prospettiva finale capace di dare una direzione e un senso o un altro a tutto il tempo che la precede. Sin dalla notte dei tempi il mistero della morte e della sorte dell'uomo dopo di essa ha dato inizio e forma alla civiltà. È prevedibile perciò, sottolinea Manicardi, che l'attuale rifiuto dell'ineluttabilità della morte e l'obiettivo di procrastinarla all'infinito cambierà radicalmente – come sta già accadendo – la concezione antropologica.

Vita e morte sono come i due lati di una stessa medaglia, non c'è l'una senza l'altra. Ma questo non ci impedisce di chiederci perché dobbiamo morire e cosa sia la morte. Si può rispondere, in modo solo apparentemente banale, che la morte sia una necessaria conseguenza della natura biologica e che la vita abbia bisogno della morte per continuare a rinnovarsi facendo spazio a nuovi viventi. Ma la domanda fondamentale, che nessuno probabilmente riesce a eludere, è quella che il giovane principe Naciketa rivolge al dio della morte Yama (Upanisad Vediche, Katha-Upanisad, Dialogo di Naciketa con la morte,): "C'è ancora l'uomo dopo la morte o non c'è più?" Per formulare una possibile risposta occorre riprendere il filosofo latino Seneca, il quale della morte diceva che essa è aut finis aut transitus, o fine della vita o passaggio verso un altrove, verso una condizione o uno stato immaginato in vario modo nelle differenti tradizioni culturali.


Questa seconda possibilità, la morte intesa come attraversamento di una soglia misteriosa che non porta all'annichilimento del vivente, è stata, e probabilmente è ancora oggi, la più diffusa in tutto il corso della storia umana. Ed esprime chiaramente quanto sia inaccettabile l'idea della fine assoluta per quanto si ritenga la morte un evento del tutto naturale. È un atteggiamento piuttosto contraddittorio, che merita attenzione perché il desiderio d'immortalità che abita il cuore dell'uomo non può essere liquidato come espressione di puro egoismo o di paura. Non soltanto, almeno. Dunque, perché abbiamo così tanta paura di morire e non riusciamo proprio a farcene una ragione? Non basta dire che è perché siamo materia aggregata e, siccome la morte è disgregazione della materia, ogni nostra singola cellula per istinto biologico vi si ribella. Se è vero che morte e vita appartengono in ugual modo alla stessa realtà, il contrario della vita non è la morte ma il nulla. Chi ha conosciuto la vita non riesce ad ammettere né a comprendere che il suo approdo sia il nulla, la sola idea provoca angoscia e terrore. Il desiderio d'immortalità esprime il rifiuto di ciò che nega ogni senso all'avere amato, gioito, sofferto; il destino del corpo ci turba, ma a sgomentarci è lo spreco, che il nulla ci prospetta, delle esperienze e della conoscenza accumulate, della saggezza raggiunta, delle relazioni intrecciate. Se il futuro a cui siamo destinati è il nulla, allora è come se non esistesse il futuro.

Oggi, sostiene Manicardi nel suo saggio, l'antica speranza di un'immortalità raggiungibile attraverso le religioni o le gesta eroiche o i figli ha preso forme diverse. La ricerca della salute ha sostituito la fama come obiettivo della collettività; sopravvivere nei propri figli non ha più presa "in un mondo che assolutizza il presente e l'individuo"; la tecnica ha preso il posto della religione e oggi ci si aspetta da lei, con fede e convinzione, una soluzione alla morte, ormai declassata da mistero a problema. Sugli effetti sociali, economici e politici del prolungamento della vita umana attraverso la tecnica ha scritto pagine molto interessanti lo storico israeliano Yuval N. Harari, e ne abbiamo già trattato su queste pagine. Rifiutare la vecchiaia ed emarginare chi ha un corpo imperfetto sono, per Luciano Manicardi, a un tempo i primi sintomi e i primi effetti del fatto che stiamo perseguendo "l'amortalità del corpo" anziché l'immortalità della persona che prospettano le fedi religiose. Il postmoderno "ha operato la decostruzione dell'immortalità", ha trasformato la morte, la vecchiaia e la malattia in problemi da risolvere o in sorgenti di rabbia e frustrazione; abbiamo dimenticato, ci ricorda il priore di Bose che morte, vecchiaia e malattia sono anche eventi spirituali e, quindi, toccano il senso della vita. Ci aiuterebbe di più, continua, "riscoprire il corpo nella sua dimensione spirituale" che non puntare ogni speranza sul raggiungimento dell'a-mortalità del corpo; purtroppo, invece, "abbiamo barattato la speranza di una vita eterna con l'ambizione di una vita lunga!"

Eppure è la vita stessa ad allenarci alla morte attraverso le tantissime piccole morti che la attraversano. Nulla permane, tutto muta e si trasforma perché la vita stessa è cambiamento continuo, qualcuno addirittura considera la morte l'unica via di fuga dal cambiamento, l'unico ingresso nella permanenza. Prima di arrivare all'ultima e definitiva tappa, avremo affrontato distacchi, abbandoni, passaggi di crescita. E non sono forse tutte piccole morti? Per essere donna non ho forse dovuto distaccarmi da me bambina? E un bambino che nasce siamo certi non viva, paradossalmente, un'esperienza non troppo diversa da quella di chi muore? Per cominciare a vivere il neonato deve uscire dal mondo in cui si è formato ed è sempre vissuto; mentre noi aspettiamo con ansia il suo urlo che ci dice che i polmoni sono entrati in funzione, lui forse crede di morire ma per noi sta nascendo. Nessuno sa se la morte sia così, ma non è assurdo sperarlo: "quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao-Tze sec.Va.C.).

Per Ireneo di Lione, vescovo e teologo del II sec., "la gloria di Dio è l’uomo vivente". In tal caso la morte dell'uomo è una sconfitta per Dio, una smentita della sua grandezza? Un destino votato al nulla coinvolgerebbe nell'insensatezza l'uomo e con lui Dio stesso, come esprime con un grido angosciato il poeta Rilke (Il libro d'ore):

"Che farai, Dio, se muoio?

Sono la tua brocca (e se mi spacco?).

Sono la tua acqua (e se m’appesto?).

Io sono la tua veste, il tuo strumento

senza di me non hai alcun senso.

Il tuo grande mantello t’abbandona.

Il tuo sguardo che caldo accolgo

sulle guance come su un cuscino

verrà a cercarmi a lungo

per cadere al tramonto

in mezzo a pietre estranee.

Che farai Dio? Ah! Che angoscia!"

La speranza che la morte non sia la fine di tutto si fonda sull'esigenza etica, morale e filosofica che sia possibile la giustizia per le vittime di ogni tempo, e che ogni singola vita e la Storia stessa abbiano un senso. Ogni sistema religioso ha elaborato una sua risposta. Le tradizioni orientali, la visione grandiosa del samsara (processo del divenire) e del karma (effetto delle azioni): dopo la morte ci attende la rinascita in un’altra vita la cui qualità dipende dalle azioni compiute in quella precedente. Se avremo agito con giustizia e fatto il bene, la nuova vita sarà buona, altrimenti sconteremo soffrendo i dolori che abbiamo provocato e le ingiustizie che abbiamo commesso. Lo scopo di queste continue rinascite è di riparare le colpe commesse e di progredire verso una vita sempre più spirituale che porterà all’uscita dal ciclo delle reincarnazioni, e al ricongiungimento con l’Atman, il principio della vita, e fondersi con lui.

Le religioni occidentali, ebraismo cristianesimo e islam, aggiungendo all’esigenza della giustizia la necessità logica della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua parola hanno concepito, con sfumature diverse, l’idea di risurrezione della persona alla fine dei tempi o dopo la morte. Impossibile infatti credere che un Dio amante della vita la destini al nulla! Ecco perché un altro poeta, John Donne (Sonetti Sacri), eleva un canto di vittoria:

"Morte, non essere superba, pur se t’hanno chiamata

possente e terribile, perché tu non lo sei,

perché quelli che tu credi travolgere

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me;

Passato un breve sonno, noi ci destiamo in eterno,

e morte non sarà più; Morte, tu morirai." (John Donne, Meditazioni Sacre)


Da "www.doppiozero.com" Vita lunga, vita immortale? di Michela Dall'Aglio

Impegniamoci per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini


Dopo il Regno Unito, l’Irlanda e la città di Parigi anche l’Europarlamento ha dichiarato l’emergenza climatica. Un segnale incoraggiante in vista Vertice Onu sul Clima che si apre la prossima settimana a Madrid, ma anche per a milioni di giovani europei che seguendo l’esempio di Greta Thunberg hanno protestato con i climate-strike e torneranno a farlo venerdì 29. Arrivato grazie soprattutto alla spinta dei Verdi Europei.

E l’Italia? Lunedì scorso è andata in discussione generale alla Camera, e andrà al voto la prossima settimana, una mozione di maggioranza a mia prima firma per dichiarare anche l’Italia in emergenza climatica e per affrontarla con politiche adeguate. Sarebbe importante venisse approvata. Tanto più visti i tempi che corrono.

Settimane di allerta meteo, valli e paesi isolati, blackout, trombe d’aria, bombe d’acqua, allagamenti, ma anche onde di calore, siccità e agricoltura in ginocchio. E poi smottamenti in tutto il Paese. O forse è meglio dire che è il Paese a franare, proprio come quei 30 metri di viadotto sulla Torino-Savona. Fatti che dovrebbero bastare a convincere anche i più scettici: non è maltempo, ma crisi climatica. Proprio l’aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi è uno dei sintomi più evidenti dei mutamenti climatici, che sono causati dall’uomo e sono già in atto.

E i numeri lo confermano. Nel 2018 la concentrazione di anidride carbonica per l’Organizzazione meteorologica mondiale ha raggiunto un nuovo record: 407,8 parti per milione (ppm), contro le 405,5 del 2017. Alla viglia del summit sul clima, l’Unep ha gelato il mondo mettendo nero su bianco quando siamo lontani dall’obiettivo dell’Accordo di Parigi: gli attuali impegni assunti dagli Stati non bastano a contenere la febbre del pianeta a 1,5°C ma porteranno a un aumento della temperatura di 3,2°C. Con effetti devastanti.

Per l’Italia il 2018 è stato l’anno più caldo di sempre e dal rapporto 2019 dell’Osservatorio di Legambiente sull’impatto dei mutamenti climatici emerge che lo scorso anno il Paese è stato colpito da 148 eventi estremi, che hanno causato 32 vittime e oltre 4.500 sfollati. Perché il clima è già cambiato e sta presentando il conto. Ora ci restano solo una manciata di anni per invertire la rotta.

L’Italia è un paese fragile, dove i rischi sono acuiti dalla cattiva gestione del territorio e dagli effetti dei mutamenti climatici. Eppure ci ostiniamo a trattare questi fenomeni come singole emergenze - pagando il conto dei danni a ogni nuova alluvione, tempesta, o siccità - anziché prevenire.

In media investiamo circa 300 milioni l’anno per opere di prevenzione del rischio idrogeologico, mentre spendiamo circa un miliardo l’anno per riparare i danni dopo la tempesta. Esattamente quello che non ci possiamo più permettere. Basta alle soluzioni tampone. Per mettere in sicurezza i cittadini e affrontare in modo adeguato la crisi climatica, è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.

A partire dalla dichiarazione dello stato di emergenza climatica, dal rafforzamento del Piano energia e clima, dal graduale taglio dei 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi e da un piano strutturale per la messa in sicurezza del territorio, la mitigazione del rischio e l’adattamento al climate-change. Proprio come chiede la mozione a mia prima firma.

Ai molti politici che negli ultimi mesi sono andati in piazza accanto ai giovani avevo già proposto da tempo che rispondessimo ai ragazzi della ‘generazione Greta’ approvando leggi importanti per l’ambiente. Dal contrasto al consumo di suolo allo stop ai sussidi alle fonti fossili, passando per una forma di carbon-tax e per la promozione della generazione energetica diffusa e rinnovabile. Temi prioritari su cui sono a disposizione del Parlamento diverse mie proposte.

Ma intanto per dare un segnale forte è importante approvare la mozione sull’emergenza climatica che ho presentato a Montecitorio. L’atto impegna il governo a lavorare per l’inserimento del principio dello sviluppo sostenibile in Costituzione, per ridurre le emissioni di CO2 in tempi più rapidi e certi e per spingere il sistema Italia verso la conversione ecologica.

La mozione sollecita un programma di investimenti pubblici orientati alla sostenibilità che coinvolga i principali settori produttivi. Il governo dovrà anche impegnarsi per promuovere l’economia circolare, razionalizzare e stabilizzare gli incentivi previsti per l’efficientamento energetico e la sostenibilità in edilizia, per una mobilità e una produzione industriale sostenibili e per l’obiettivo delle zero emissioni nette al 2050.

Insomma per un Green new deal capace di rilanciare il Paese puntando sulla sostenibilità e di garantire più sicurezza ai cittadini. Affrontare con coraggio la crisi climatica, infatti, non è solo necessario, ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia più sostenibile, inclusiva, competitiva e quindi più capace di futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Basta chiamarlo maltempo, siamo in piena crisi climatica di Rossella Muroni


L’incompetenza delle classi dirigenti e la demagogia dei populisti sono alla base dei disastri di questi giorni. Uno dei primi atti del Conte 1 è stato quello di azzerare Italia sicura, la struttura del governo Renzi che ha sbloccato due terzi dei 1700 cantieri.

Guardando i telegiornali di questi giorni sembra incredibile che, fino a pochi mesi fa, il nostro Paese fosse convinto che la prima emergenza nazionale, la priorità assoluta delle politiche governative, la “top news” ineludibile di ogni giornata, fosse lo sbarco di qualche centinaio di migranti o richiedenti asilo e il conseguente timore di un piano di sostituzione etnica che cancellasse lombardi, liguri, romagnoli, ciociari, per mettere al loro posto ghanesi o marocchini.

Le cronache del disastro idrogeologico di novembre parlano dell’incompetenza delle classi dirigenti ma anche di noi, noi italiani, un popolo che il mondo considera intelligente e persino sofisticato e però così politicamente poco avvertito da non accorgersi che la casa gli sta franando sotto i piedi e che la prospettiva più credibile non è l’invasione degli immigrati ma la desertificazione e l’abbandono dei 7.275 Comuni classificati ad alto rischio per il combinato disposto tra frane e inondazioni.

Chi volete sia disposto a restaurare una casa invasa dal fango che fra un anno o due sarà nuovamente devastata? Chi credete che possa tenere aperta un’azienda sotto la minaccia dell’ennesima esondazione del Tanaro, del Polcevera o del Bisagno? La Ferrero di Alba è stata costretta a chiudere gli impianti a 24 anni esatti dall’alluvione del ’94 che si portò via anche una decina di vite umane ed è la seconda volta che succede negli ultimi due anni: è un’azienda abbastanza grande per decidere di restare, ma quanti soggetti più piccoli si faranno due conti e diranno “meglio andarsene”?

Sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione.

Mentre noi eravamo occupati a straparlare di Piano Kalergi, sulla gestione territorio si sono combattute guerre politiche assai più concrete tra addetti ai lavori, lobbisti, portatori di interessi confliggenti massimamente interessati a conservare o implementare i loro rispettivi poteri di azione e/o interdizione sulle opere pubbliche piccole e grandi.

Per avere un’idea della partita si consideri che in Italia sono 3.600 gli enti che si occupano di contrasto al dissesto idrogeologico, una proliferazione tumorale, mostruosa, che incrocia le sue competenze con gli enti locali e l’autorità centrale – il ministero dell’Ambiente, quello dell’Agricoltura e le Infrastrutture – in un confuso reticolo di commissari regionali, titolari dei Parchi, magistrati delle acque, e ovviamente Protezione Civile, Demanio, ministero dell’Interno e ministero per il Sud (non sia mai detto che qualcuno resti tagliato fuori).

Il primo atto del conflitto risale all’insediamento del governo gialloverde, nel giugno 2018, all’inizio dell’estate del “Cambiamo tutto”. Fra le prime decisioni del nuovo esecutivo Di Maio-Salvini c’è l’azzeramento di Italia Sicura, la struttura di Palazzo Chigi inventata da Matteo Renzi per compattare le competenze e facilitare l’iter burocratico delle opere di tutela territoriale e delle ristrutturazioni scolastiche.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole.

Secondo il suo dirigente, Erasmo De Angelis, ha avuto un certo successo, sbloccando due terzi dei 1.700 cantieri aperti all’epoca in Italia e consentendo un migliaio di interventi nelle scuole. E tuttavia i ministeri non vedono l’ora di riprendersi le loro potestà in via esclusiva: così, addio Italia Sicura («Era solo uno spot di Renzi » diranno per giustificare l’abolizione) e restituzione delle competenze all’Ambiente (quota M5S) e all’Istruzione (quota Lega).

Poco più di un mese dopo il crollo del Ponte Morandi accende i riflettori su infrastrutture e territorio e obbliga a riaprire la partita del “che fare”. Il ministro Danilo Toninelli ne approfitta per inventarsi una nuova agenzia tutta sua: si chiamerà Ansfisa e si occuperà di sicurezza delle ferrovie e delle strade, insomma dei 7.317 ponti, viadotti e tunnel gestiti dalle concessioni autostradali oltrechè dell’intera rete dei treni.

Occuperà 500 persone, quasi tutti ispettori qualificati. Sarà una super-task force. Ovviamente non se ne è fatto niente: l’Ansfisa formalmente c’è, ha persino un presidente, ma siccome mancano ancora statuto e regolamento è poco più di un ente fantasma. Ora il governo Conte Secondo sta pensando di sdoppiarla in due, separando strade e ferrovie: auguri.

Sono due casi di prima grandezza che incrociano le notizie di questi giorni sui torrenti esondati e i ponti crollati, ma spiegano bene lo stato dell’arte e l’emergenza vera e silenziosa che il Paese ha vissuto negli ultimi anni: non le Ong, non Carola, non i 35 euro al giorno spesi per ciascun migrante, ma una paralizzante contesa di potere sulla spesa pubblica destinata alla difesa del nostro territorio, delle nostre case, delle nostre imprese, che poi – a pensarci bene – dovrebbe essere la prima mission di qualsiasi sovranismo che si rispetti. Senza suolo, o con un suolo che frana a ogni temporale ragguardevole, difficile immaginare una Nazione padrona di sé e del suo destino.


Da "https://www.linkiesta.it/" Salvini ci ha venduto la balla dell’emergenza migranti, smantellando la task force contro i dissesti idrogeologici di Flavia Perina


"Davvero qualcuno pensa di andare al voto con una crisi industriale di questa portata, tra Alitalia e Ilva? E davvero pensiamo che Salvini poi sia in grado di gestire l'enormità delle problematiche che in questo momento gravano sull'Italia una volta a Palazzo Chigi?". Conversazione di Formiche.net con il direttore dell'Huffington Post Italia
Nessuno ha voglia di andare alle urne, meglio lasciare le cose come sono. Così Lucia Annunziata, direttore dell’Huffington Post Italia e conduttrice su Rai 3 del programma Mezz’ora in più che affida a Formiche.net la sua lettura della complicata fase politica e partitica. Il M5S? “Una causa persa della politica italiana, ma è il Pd a restare col cerino in mano”. E su Salvini: “Sa di avere la vittoria in tasca ma non è pronto per governare”.

Perché Grillo ha salvato Di Maio? Andare al voto subito significherebbe far scomparire il movimento?

Lo ha salvato perché, come tutti sanno, il movimento continua a perdere progressivamente consensi e fiducia. E un ministro degli Esteri non può un giorno essere ad un vertice internazionale (o non andarci) e un altro a battere i territori. È di tutta evidenza come nessuno in questo momento voglia andare al voto. Neanche gli altri partiti.

La sinistra può fare un accordo di lunga durata con il M5S con lo scopo di battere Salvini senza perdere la sua anima?

Il M5S è una causa persa della politica italiana, ma è il Pd a restare col cerino in mano. Non può che restare alleato con i grillini ai quali farà molte concessioni: penso alla tornata di nomine che si avvicinano, anche in Rai. Il quadro politico è talmente dissestato da imporre a tutti una sorta di stabilità nel mantenere le cose come sono. Davvero qualcuno pensa di andare al voto con una crisi industriale di questa portata, tra Alitalia e Ilva?

Il nuovo contratto di governo su che cosa potrebbe basarsi per essere minimamente credibile?

Su nulla, è solo un escamotage comunicativo come lo erano le frasi del passato sul rilancio di un programma. Il dato vero è che Pd e M5S hanno due visioni talmente diverse su moltissimi punti da rendere chiara la difficoltà di convivenza all’interno della stessa maggioranza.

La soluzione tatarelliana alla crisi di sistema di cui parla il leghista Giorgetti è nei fatti un accordo bipartisan con Pd e altri, non solo sulla legge elettorale ma in generale?

Certo, è la prova di come nessuno abbia una reale voglia di andare alle urne. È una tattica per allungare i tempi, proporre un tavolo di riforme e concludere la legislatura alla sua naturale scadenza. Davvero pensiamo che Salvini poi sia in grado di gestire l’enormità delle problematiche che in questo momento gravano sull’Italia una volta a Palazzo Chigi? Davvero pensiamo che anche chi sa di avere la vittoria in tasca sia pronto a portare questo peso?

È credibile Salvini quando prova a fare il moderato?

Non è una questione di immagine, ma di convenienza. Credo che in fondo anche alla Lega convenga mantenere lo status quo.

Cosa ne pensa delle sardine?

Da sessantottina quando vedo un movimento in piazza provo simpatia e ammirazione, ma credo che in questo momento l’Italia viva un momento complicatissimo che nessuna piazza potrà risolvere.

Da "formiche.net" Il M5S è una causa persa e il contratto è un escamotage. Parla Lucia Annunziata

Spazio Aperto - MES, con Costantino e Giampaolo Galli