Un percorso su cui scommettere

Lunedì, 25 Febbraio 2019 00:00

Nel dialogo – diceva un esperto in materia come il domenicano egiziano Georges Anawati – ci vuole una «pazienza geologica». Negli ultimissimi anni, tuttavia, il cammino ha avuto un ritmo più sostenuto. Un ruolo rilevante l’ha giocato, suo malgrado, il jihadismo terrorista, che ha spinto leader e intellettuali musulmani a dissociarsi con maggior chiarezza dalla violenza perpetrata in nome di Dio. E un contributo decisivo è arrivato anche in questi giorni da Papa Francesco e dal Grande Imam dell’Azhar Ahmad al-Tayyeb.

Nel 2016, quando i due si erano incontrati dopo cinque anni di crisi diplomatica tra la moschea-università del Cairo e la Santa Sede, il Papa aveva dichiarato che proprio l’incontro era il messaggio. Tre anni più tardi questo messaggio si arricchisce del sorprendente “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, firmato da Francesco e da al-Tayyeb ad Abu Dhabi davanti a una platea di rappresentanti religiosi di ogni fede e provenienza. Il testo, che indica «la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio», si situa nel solco tracciato dal Concilio Vaticano II, come ha specificato il Papa durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dagli Emirati, invitando a un ulteriore avanzamento. Non mancano infatti gli elementi di novità, a partire dal metodo con cui la dichiarazione è stata prodotta. Lo ha sottolineato Adrien Candiard, uno dei frati domenicani che all’IDEO del Cairo portano avanti il lavoro avviato da Anawati:

il testo è scritto a quattro mani. È intriso di riferimenti alla fede cristiana e quella islamica; attinge alle due tradizioni. È insieme che questi due responsabili religiosi parlano di fraternità umana. È facile fare appello al dialogo quando si è da soli; ma qui sono due voci, e due voci potenti, che si esprimono insieme.

Oltre all’aspetto metodologico, il testo sfonda il quadro circoscritto dell’appartenenza alle religioni abramitiche, che caratterizzava anche i più recenti documenti di al-Azhar, proponendo un umanesimo fondato sulla dignità intrinseca di ogni essere umano, credente o non credente. A partire da questa prospettiva, il dialogo è chiamato a diventare lavoro comune in tanti ambiti cruciali del mondo contemporaneo.

C’era il rischio che l’incontro interreligioso si riducesse a una grande operazione di propaganda per gli Emirati, un Paese che ha fatto del soft power un asse strategico della sua politica estera, ma che allo stesso tempo è segnato da forti contraddizioni tra i principi declamati e la loro applicazione in politica interna ed estera. L’immagine degli emiri esce sicuramente rafforzata dalla visita, ma il Papa non ha taciuto alcuni nodi particolarmente problematici. Per esempio ha ribadito che la libertà religiosa «non si limita alla sola libertà di culto, ma vede nell’altro veramente un fratello, un figlio della mia stessa umanità che Dio lascia libero e che pertanto nessuna istituzione umana può forzare, nemmeno in nome suo». Inoltre, riferendosi nello specifico ad alcuni fronti – Yemen, Siria, Iraq e Libia – su cui è impegnata la “Piccola Sparta del Golfo” (così sono noti gli Emirati), ha affermato che la fratellanza umana esige il «dovere di bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra».

Dopo l’entusiasmo per la riuscita dell’evento, inizia il tempo più impegnativo della ricezione. La dichiarazione firmata da Francesco e da al-Tayyeb chiede esplicitamente che il «documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi» e invita intellettuali, artisti e uomini di cultura a fare la loro parte.

Gli ostacoli non sono pochi, a partire dalle fratture interne al mondo sunnita, che durante il viaggio del Papa si sono manifestate nella forma di una nota critica dell’Unione mondiale degli Ulema musulmani e che attraversano anche la realtà dei musulmani europei. Inoltre, nonostante il prestigio della carica che ricopre, l’imam al-Tayyeb non dispone di una vera e propria autorità magisteriale. Il suo coinvolgimento politico nell’ascesa del generale al-Sisi e la sua presa di posizione a favore dell’isolamento del Qatar ne fanno peraltro una figura divisiva, mentre la portata del suo sforzo di rinnovamento è dibattuta anche in patria.

Allargando lo sguardo non si può tuttavia non notare una significativa evoluzione: nel 1978, la moschea dell’Azhar aveva elaborato una Costituzione islamica pensata «per qualsiasi Paese che avesse voluto conformarsi alla shar?‘a islamica». Oggi invoca la cittadinanza paritaria tra cristiani e musulmani. Intanto la dichiarazione di Abu Dhabi è già stata rilanciata da Sawt al-Azhar, la rivista settimanale della moschea. Se questo impegno sarà confermato, anche altri soggetti potrebbero essere spinti a intraprendere la stessa strada. Non a caso, un membro di quell’Unione mondiale degli Ulema che ha contestato l’opportunità del viaggio papale ad Abu Dhabi, oggi ha invitato il pontefice ad aprire un “dialogo internazionale tra civiltà”.

Lo stesso Papa Francesco ha messo in conto reazioni negative anche all’interno del mondo cattolico: «se uno si sente male, io lo capisco, non è una cosa di tutti giorni…ma è un passo avanti», ha detto durante la conferenza stampa sul volo di ritorno.

Tuttavia, le ragioni per scommettere con convinzione sul percorso avviato ad Abu Dhabi sono solide e le ha indicate ancora una volta il Papa nel suo intervento: «Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace».

Da "www.oasiscenter.eu" Papa Francesco negli Emirati: un percorso su cui scommettere di Michele Brignone

Dalla Spagna arriva un vento sovranista

Venerdì, 22 Febbraio 2019 00:00


Le elezioni anticipate in Spagna potrebbero portare per la prima volta il partito di ultradestra Vox al potere e far scattare un effetto domino che influenzerebbe l'esito delle europee di maggio. L'ago della bilancia sarà il partito di centro Ciudadanos

Oggi in Spagna si è decisa la data che cambierà il destino dell’Europa. Dopo il Consiglio dei ministri straordinario il premier socialista Pedro Sanchez ha comunicato il giorno delle elezioni: il 28 aprile. Non sarà solo un voto, ma qualcosa di più. Perché mercoledì il Parlamento spagnolo non ha semplicemente bocciato la legge di Bilancio del governo (191 contro, 158 a favore) e determinato la fine della legislatura con un anno di anticipo, ma ha innescato la prima tessera di un effetto domino che potrebbe influenzare, e di molto, il risultato delle elezioni europee. Nel nuovo bipolarismo alla spagnola si sfidano due componenti: la sinistra rappresentata dal Psoe di Sanchez con Podemos, e la destra, formata dal partito popolare a braccetto con la grande sorpresa degli ultimi mesi: Vox un partito considerato neofascista, in crescita nei sondaggi, che chiede di eliminare le autonomie (compresa quella catalana), deportare i migranti irregolari e chiudere le associazioni femministe. Tra i due poli c’è Ciudadanos, partito liberale centrista che sarà il vero ago della bilancia della politica spagnola: con il Psoe ha in comune il forte filoeuropeismo, mentre con il Pp e Vox condivide un atteggiamento intransigente verso le richieste degli indipendentisti catalani. Quest’ultimo trio da dicembre governa inaspettatamente l’Andalusia, la regione più a sud della Spagna dopo 36 anni di dominio socialista, e domenica ha fatto le prove generali per una alleanza nazionale partecipando tutti insieme alla manifestazione contro la politica di Sanchez, considerata troppo morbida verso le rivendicazioni di Barcellona. Proprio martedì è incominciato il processo per “ribellione” ai 12 leader della Generalitat che rischiano fino a 25 anni di carcere per il tentativo (fallito) di secedere dalla Spagna. E questo processo pubblico influenzerà il dibattito pre elezioni.

L’azzardo di Sanchez è chiaro: non mostrarsi debole nei confronti degli indipendentisti e cercare di capitalizzare il prima possibile la fiducia degli elettori, chiamati a votare per la terza volta in quattro anni, mobilitando gli elettori della sinistra astensionista e ponendosi come l’unico argine a un governo tricefalo di destra. Secondo gli ultimi sondaggi di El Pais al momento il Psoe è dato come primo partito in Spagna al 24%, seguito da Pp (21%), Ciudadanos (18%) e Podemos (15%). Il problema è che non esiste un equilibrio stabile tra i cinque partiti e anche cambi minimi dell’elettorato possono cambiare facilmente il numero di seggi in Parlamento. Perché lo stesso sondaggio dà Vox come quinto partito in Spagna intorno al 11%, ma è quello più in crescita: +6% in soli tre mesi, mentre tutti gli altri sono calati nei consensi. Ma perché il movimento guidato da Santiago Abascal, nato quattro anni fa dalla costola di ultradestra del Partito popolare è così apprezzato in Spagna? «Vox piace soprattutto nelle regioni della Spagna di cui si parla meno all’estero come la Castilla y la Mancha o Castilla y Leon che non hanno un’identità nazionalista forte come la Galizia o Valencia o i Paesi Baschi. A loro Vox offre risposte drastiche contro il problema della migrazione e un atteggiamento intrasigente contro la deriva indipendentista catalana che ha scosso molto l’uomo medio spagnolo», spiega Lucia Mendez Prada, giornalista ed editorialista di punta di El Mundo.


Tra poche settimane scopriremo cosa farà ciudadanos, se ci sarà una replica del modello Andalusia o se il partito di Rivera si alleerà con il Psoe rinforzato dalla scissione che sta vivendo in questi giorni l'altro partito di sinistra, Podemos.

«Con la sua retorica anti immigrati e sovranista che si rifà all’idea della gloriosa Spagna di un tempo, piano piano sta conquistando molti elettori storici del Pp delusi dagli scandali giudiziari che hanno coinvolto i vertici del partito di Rajoy», chiarisce Mendez Prada. Se n’è accorto anche il giovane leader dei popolari Pablo Casado, che ha virato a destra la sua campagna elttorale per non perdere ancora più voti e ha cercato di sdoganare prima e “normalizzare” poi Vox portandolo sotto la sua ala protettrice. La Spagna riscopre la sua anima franchista? Non proprio. «A Vox al momento si addice di più l’etichetta di movimento “Trumpiano": lotta all’establishment e soprattutto al politicamente corretto visto che tra i punti del programma c’è quello di rivedere la legge sull’aborto e i provvedimenti a difesa dei diritti delle comunità lgbt» spiega Mendez Prada.

Vox all'estrema destra, Ciudadanos al centro, PP a destra. Tre partiti, tre elettorati diversi uniti in un’unica alleanza. Sembrerebbe una strategia politica scritta da Silvio Berlusconi. Perché lo schema sembra la versione spagnola del modello "Polo delle Libertà" del 1994 che fece trionfare Lega (al nord), Msi (al Sud) e Forza Italia nel resto d’Italia. E i tre partiti spagnoli stanno già dando prova di poter governare insieme in Andalusia. Però il sistema elettorale nazionale è diverso da quello locale perché ci sono più collegi con meno seggi da assegnare. Una legge elettorale perfetta per un sistema bipolare, inadatto e con effetti distorsivi per una corsa a 5. Ciudadanos avrebbe più possibilità di essere il terzo partito nazionale rispetto a Vox perché più capillare nel Paese. Il movimento di estrema destra vivrebbe lo stesso paradosso politico che ha relegato la Lega a basse percentuali nell’era pre Salvini: fortissima al Nord, inesistente nelle altre regioni. Così come Vox, forte nella vera Spagna, debole nelle comunità autonome con identità più marcate.

Ma potrebbe essere proprio Ciudadanos a sganciarsi da questo trio. Perché oltre alla strategia su come trattare gli indipendentisti catalani, il partito ha poco in comune con la retorica sovranista e xenofoba di Abascal e Casado. lI leader di Ciudadanos, Albert Rivera guarda da sempre a En Marche di Macron e quel che resta dell’esperienza renziana in Italia e ha scelto l’ex primo ministro socialista francese Manuel Valls come candidato sindaco di Barcellona. Anche per questo Rivera ha evitato foto a tre nella manifestazione contro il governo di domenica scorsa. Tra poche settimane scopriremo cosa farà Ciudadanos, se ci sarà una replica del modello Andalusia o se il partito di Rivera si alleerà con il Psoe rinforzato dalla scissione che sta vivendo in questi giorni l'altro partito di sinistra, Podemos. Ai posteri spagnoli l’ardua sentenza. Ma anche ammettendo che Vox mancasse l'impresa di entrare al governo avrebbe pochissimo tempo per rifarsi con gli interessi. Perché il 23 maggio si voterà per le elezioni europee e il partito di ultradestra potrebbe attrarre il voto di protesta di chi si sente poco attratto dall'Unione europea. L’obiettivo di Salvini, Le Pen, Wilders. è quello di allearsi con il PPE per spostare a destra le decisioni della Commissione europea e lo schieramento dell’Europarlamento. E Vox potrebbe essere un prezioso alleato. «Sono tanti i punti di contatto, uno su tutti la lotta per proteggere i confini. Vox non ha ancora ben espresso la sua idea di Europa perché banalmente non c'è nel suo manifesto politico ma avrà tempo per farlo» spiega Mendez Prada. Ora bisognerà capire se chi ha comandato per anni l’Europa affronterà questa ventata sovranista costruendo muri o mulini.

Da "www.linkiesta.it" Dalla Spagna arriva un vento sovranista (e non promette nulla di buono per l’Europa) di Andrea Fioravanti

I problemi del reddito di cittadinanza

Lunedì, 18 Febbraio 2019 00:00

Il divano c’è sempre, ma la donna è in piedi e un fumetto con una lampadina le accende il pensiero. Alle spalle, uno scaffale con qualche libro. Anche sul sito del governo lanciato il 4 febbraio per illustrare il reddito di cittadinanza – e su cui dal 6 marzo si potranno presentare le domande – il totem che ha dominato la discussione sulla misura simbolo del Movimento 5 stelle resta il divano. O meglio, la paura che il provvedimento, immaginato come “una misura di politica attiva del lavoro di contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all’esclusione sociale”, finisca per disincentivare il lavoro, inducendo le persone a restare sul divano di casa invece di “attivarsi” e cercare un impiego.

Tuttavia, com’è risultato evidente durante la presentazione del sito e della “card” fatta dal vicepremier Luigi Di Maio, il reddito di cittadinanza non è un reddito ma una carta acquisti delle Poste italiane che vale 18 mesi; e non è di cittadinanza perché per averla servono altre condizioni oltre a essere cittadini italiani. Ossia, bisogna essere poveri e disponibili a lavorare.


La prima condizione, la povertà, definisce la platea delle persone a cui si rivolge la legge. La seconda, essere disponibili a lavorare, iscrive il nuovo strumento nella filosofia del workfare, che in Europa ha cambiato il modello del welfare tradizionale e ha subordinato l’aiuto a chi è in difficoltà alla sua “attivazione” sul mercato del lavoro. Questo modo di vedere le cose si porta dietro un apparato fatto di controlli e punizioni, che nel caso del reddito di cittadinanza è molto più esteso rispetto al reddito di inclusione sociale (Rei), voluto dal precedente governo Gentiloni.

La platea
Come ha spiegato Pasquale Tridico, consigliere economico di Di Maio e tra gli ideatori del provvedimento, il nuovo reddito è, a tutti gli effetti, una prosecuzione e un ampliamento del Rei. Ma il Rei era sottofinanziato e riguardava solo 378.557 nuclei familiari, per un importo medio mensile di 305 euro.

La nuova carta raggiungerà 1,3 milioni di nuclei familiari, secondo la relazione tecnica del governo. L’Inps però abbassa la stima a 1,2 milioni, e dice che i meccanismi della legge premieranno soprattutto i nuclei familiari composti da una sola persona.

Per fare la richiesta, i nuclei familiari dovranno rispettare una serie di requisiti: avere un indicatore della situazione economica equivalente (Isee) inferiore a 9.360 euro; un reddito familiare inferiore ai seimila euro all’anno se si è proprietari della casa dove si vive, e a 9.360 euro se si vive in affitto; un patrimonio immobiliare, esclusa la casa di residenza, non superiore ai 30mila euro; e un patrimonio mobiliare (depositi, titoli, azioni) inferiore ai seimila euro.

Per fare un esempio, una persona che vive da sola e in affitto, a fine mese può ritrovarsi sulla carta 780 euro.

Nord e sud
Quanto alla distribuzione geografica, ci sono pochi dubbi: più della metà del reddito di cittadinanza andrà alle persone che vivono nelle regioni del sud e nelle isole, visto che qui si concentrano le famiglie più povere secondo l’Istat. Sicilia e Campania sono in vetta.

Nella ripartizione geografica del beneficio, il nord è penalizzato da due fattori. Il primo è che il provvedimento non tiene conto – come fa per esempio l’Istat quando stima la povertà assoluta in Italia – né del costo della vita (più alto al nord) né della differenza tra grandi e piccoli centri (in un’area metropolitana del nord la soglia di povertà assoluta è di 826 euro, mentre in un piccolo comune del sud è di 560 euro).


Il secondo è che il provvedimento esclude il 36 per cento degli stranieri che vivono in Italia: per ottenere il reddito di cittadinanza, infatti, è necessario non solo il permesso di soggiorno di lungo periodo ma anche la residenza da almeno dieci anni nel paese. Parliamo di circa 90mila famiglie, che vivono in maggioranza nell’Italia del nord.

Le offerte di lavoro
Il reddito di cittadinanza è condizionato alla disponibilità a lavorare. Ossia a iscriversi ad appositi programmi previsti dai centri per l’impiego e ad accettare le loro offerte. L’obbligo diventa via via più stringente: entro dodici mesi la prima offerta potrà arrivare nel raggio di cento chilometri (o cento minuti di viaggio); se è rifiutata i chilometri diventano 250; mentre la terza offerta può arrivare da tutta Italia.

Con il passare del tempo si allontana la corrispondenza tra il livello della qualifica e il lavoro che si deve accettare. Ma soprattutto, il contratto di lavoro può anche essere a termine. Per fare un esempio, dopo un anno e alla terza offerta di lavoro, una famiglia potrebbe essere costretta, per non perdere il reddito di cittadinanza, a spostarsi da Grottaminarda, in provincia di Avellino, a Brescia, con un salario che a malapena coprirebbe l’affitto.

In questo caso il reddito si trasforma da sussidio ai poveri in sostegno alle aziende, perché riduce i contributi sociali che devono pagare. Qui si evidenzia in modo chiaro la natura ambigua della misura: è un sostegno ai poveri, alle aziende o all’occupazione? E, in questo caso, di che occupazione parliamo? Quali, tra le aziende italiane – che attualmente ricorrono pochissimo ai centri per l’impiego – sceglieranno di assumere “i poveri”?

Problemi
L’enfasi sul divano e sull’obbligo del lavoro, oltre a dare per scontato che i poveri siano tali perché non lavorano o non vogliono lavorare, crea alcuni effetti negativi.

Il primo è che per togliere queste persone dal divano e trovargli un lavoro bisognerà occuparne altre in tempi brevi. Per questo saranno assunte alcune migliaia di “navigator” in fretta e furia: una mossa che ha un suo ritorno in tempi di campagna elettorale per le europee, ma che non basta a portare i centri per l’impiego ai livelli europei.

Il secondo è che la lotta ai possibili illeciti, dalle false dichiarazioni per ottenere il reddito a chi lavorerà in nero per non perderlo, è fatta puntando più su punizioni e manette che su disincentivi e controlli incrociati.

Un approccio che i cinquestelle hanno sposato con enfasi, ma che rischia di ridurre il grande tema della lotta alla povertà e alle disuguaglianze alla cronaca quotidiana della caccia ai “furbetti” e agli evasori, con guardia di finanza impiegata per fare controlli su chi rifiuta le offerte invece che come strumento contro la grande evasione.


Da "www.internazionale.it" I problemi del reddito di cittadinanza di Roberta Carlini

Dal 17 novembre scorso, ogni sabato in Francia si ripropone la protesta dei gilet gialli contro il Governo di Macron. Proviamo a metterci in ascolto di questo complesso fenomeno cercando di capire qual è la carta d’identità dei manifestanti, come reagisce la classe politica francese e che cosa questa esperienza insegna agli altri Paesi europei.

Puntualmente, ogni sabato a partire dal 17 novembre 2018 si susseguono in Francia gli “atti” della protesta dei gilet gialli: strade e rotatorie bloccate, caselli autostradali occupati, viali di città e piccoli centri pieni di manifestanti. Il clima di collera e rivendicazione è forte, e non mancano tensioni, violenze e scontri con le forze dell’ordine: nel momento in cui scriviamo hanno provocato 10 vittime, oltre 3mila feriti e quasi 5mila arresti. Il protrarsi delle manifestazioni sta producendo un impatto sensibile sull’economia nazionale.

In Italia l’attenzione si è concentrata soprattutto sugli aspetti di cronaca, quali l’andamento delle manifestazioni e il bilancio delle violenze, e sui tentativi di strumentalizzazione da parte del nostro mondo politico. La protesta è presentata come una sollevazione popolare contro l’aumento del prezzo dei carburanti; ma questo occulta la complessità di un conflitto sociale e politico che attraversa l’intera società francese, dal presidente Macron agli esponenti dei diversi partiti, al mondo dei media e della ricerca sociologica, fino all’insieme della cittadinanza che di fronte alle rivendicazioni dei gilet gialli prende comunque posizione. Si tratta di una sorta di sismografo dei nostri tempi: dinamiche globali ampie e profonde si declinano con modalità e forme diverse in specifici contesti nazionali. Per questo è interessante mettersi in ascolto di quanto sta accadendo in Francia, rispettandone la specificità e quindi evitando di omologarlo con troppa rapidità e superficialità a vicende di casa nostra. Proveremo a farlo nelle pagine che seguono, ricorrendo a inchieste giornalistiche e studi scientifici realizzati in Francia fin dagli inizi della protesta, ma che hanno avuto scarsa circolazione nel nostro Paese. Certo non si tratta di una analisi esaustiva o definitiva, visto che la vicenda è tutt’altro che conclusa. Ma le richieste formulate dai manifestanti e le risposte date dalle istituzioni non possono non cominciare già a interpellarci.

1. Il profilo della protesta
Mentre è facile identificare l’episodio iniziale della protesta nelle manifestazioni del 17 novembre, provare a rintracciarne le origini ci conduce immediatamente a fare i conti con il carattere sfuggente che i fenomeni sociali e politici assumono nell’epoca dei social media. Non c’è infatti una convocazione ufficiale da parte di un soggetto strutturato, né un gruppo promotore che lancia un appello o pubblica un manifesto. Nel tentativo di ricostruire la vicenda, la stampa transalpina ha identificato una serie di possibili inneschi: petizioni, video e post pubblicati su vari social media da semplici cittadini o piccoli gruppi che negli ultimi mesi protestavano contro alcune scelte del Governo francese, in particolare l’aumento delle accise sui carburanti per sostenere la transizione verso un sistema economico più attento alla sostenibilità. Poi, a partire dal mese di ottobre, in modo abbastanza spontaneo compaiono in rete appelli a bloccare le strade il 17 novembre, provenienti da tutto il territorio francese, rilanciati e amplificati da centinaia di gruppi di condivisione. Il fenomeno sembra avere un’origine diffusa e anche il tentativo di identificare dei leader in coloro che per primi avevano pubblicato un post di protesta non ha dato esito, mettendo talvolta queste persone nei guai.

Colpiscono comunque l’elevato numero di partecipanti alle manifestazioni di sabato 17 novembre (stimate dal Ministero degli Interni in circa 290mila persone) e la diffusione su tutto il territorio nazionale. Il numero di persone coinvolte resta alto anche negli appuntamenti successivi; ancora più consistenti sono il sostegno e la simpatia che i gilet gialli riscuotono nell’opinione pubblica francese, con punte del 75% registrate da più fonti e un valore medio di poco meno del 70%. Tra gli altri elementi che contraddistinguono la protesta dei gilet gialli vanno segnalati un alto tasso di partecipazione femminile; il ricorso alla violenza da parte di alcuni manifestanti, a cui corrisponde una repressione altrettanto violenta; un rapporto problematico con i media, segnato anche da aggressioni ai giornalisti, oltre all’ormai inevitabile pullulare di fake news. La rappresentazione mediatica e l’enorme numero di articoli, anche scientifici, dedicati fin da subito al fenomeno hanno influenzato fortemente la sua percezione e anche autopercezione, e quindi la sua evoluzione.

Pur nella sua essenzialità, questo profilo evidenzia che l’approccio alla protesta dei gilet gialli richiede di mettere da parte una serie di categorie, stereotipi e proiezioni interpretative, che lo iscriverebbero immediatamente in una traiettoria populista piuttosto che in una antagonista o rivoluzionaria. Ad esempio, non si tratta di rivendicazioni di lavoratori in sciopero: le manifestazioni si svolgono il sabato e non in un giorno lavorativo. Ugualmente non si tratta di una esplosione di malcontento delle classi più povere o emarginate, quali pure la Francia ha conosciuto a più riprese negli ultimi anni, tanto che ad esempio le periferie più popolari dell’area parigina sono rimaste ai margini della protesta. Infine, ascoltando le voci dei manifestanti, è chiaro che i gilet gialli non portano avanti rivendicazioni ideologiche: non vogliono discutere se il mondo è giusto o ingiusto, se il libero mercato è una cosa buona, se certe politiche sono di destra o di sinistra, se l’Europa può o non può accogliere più migranti, ecc. La loro coscienza politica parte e torna a una esperienza comune, al di là delle molte differenze: la fatica di ritrovarsi tutti «nella stessa melma».

a) Il carico fiscale e la sua distribuzione
È indubbio che la questione fiscale giochi un ruolo di primo piano. Se l’aumento delle accise sui carburanti è stato il collante della mobilitazione, in particolare all’inizio, più in profondità appare la convinzione di essere vessati da un sistema fiscale che ripartisce gli oneri sui cittadini in modo diseguale e ingiusto. I gilet gialli si sentono vittime delle politiche fiscali degli ultimi Governi, che hanno reso la loro vita insostenibile. In Francia sono scesi in piazza contribuenti che pagano regolarmente le imposte, ma non sono abbastanza poveri da beneficiare delle prestazioni di welfare riservate ai più emarginati, né abbastanza ricchi da accedere ai dispositivi di defiscalizzazione e alle diverse forme con cui i contribuenti più abbienti (liberi professionisti, commercianti, imprenditori) riescono, in modo più o meno legale, a ridurre il proprio carico fiscale oppure a indirizzare la spesa pubblica verso obiettivi di loro interesse. Si tratta di cittadini che dal punto di vista fiscale si trovano tra l’incudine e il martello.

Altrettanto significativa è l’analisi della dispersione territoriale della protesta, che non consente di collocarla nella tradizionale opposizione tra aree urbane e rurali. In ambito rurale, le proteste coinvolgono soprattutto le regioni più remote, in cui la popolazione sta diminuendo e così la disponibilità di servizi pubblici e la presenza dello Stato. In ambito urbano, le manifestazioni si collocano in modo particolare nelle aree ai margini delle metropoli: non periferie degradate, ma insediamenti satellite, in cui i costi delle abitazioni sono nettamente inferiori. Vi abitano persone con ridotte disponibilità economiche, che devono raggiungere la città tutti i giorni per ragioni di lavoro e sono quindi più sensibili ai problemi della mobilità o all’impatto delle accise sui carburanti. In entrambi i casi comunque la scarsa visibilità dello Stato sociale gioca un ruolo importante: la sua assenza o lontananza provocherebbe una resistenza fiscale. Il problema quindi non sarebbe tanto il livello della pressione fiscale in sé, ma la distribuzione diseguale sia del carico delle imposte, sia dei benefici dell’azione dello Stato.

b) Cittadinanza e riconoscimento
Tuttavia la protesta non è solo antifiscale: vi si associano altre forme di malcontento. Oltre a denunciare le ingiustizie fiscali e a rivendicare la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita, i gilet gialli esprimono un desiderio di rispetto e di riconoscimento in quanto cittadini, in modo particolare da parte delle autorità politiche. Non per niente indossano un giubbotto fosforescente: simbolicamente questo manifesta che ciò che cercano è innanzi tutto uscire dall’oscurità, essere visibili, riconoscibili e riconosciuti, oltre che sintonizzati e connessi all’interno di un gruppo. Molti scendono in piazza per la prima volta nella loro vita; finora avevano accettato la condizione sociale ed economica di “piccoli” rispetto ai “grandi”, con una certa tolleranza delle disuguaglianze sociali; avevano imparato a cavarsela da soli senza dare troppo fastidio. Proprio qui si radica la loro collera: la mancanza di autonomia che deriva dalla diminuzione del reddito disponibile è vissuta come una forma di umiliazione. Sono indignati di non riuscire più a farcela da soli, come avevano sempre cercato di fare. Per questo si riconoscono nello slogan «non vogliamo più soldi, vogliamo meno tasse». Vogliono vivere del proprio lavoro, senza che il “sistema” li renda “assistiti” e quindi dipendenti. Questo desiderio di potersi sentire pienamente cittadini trova espressione nella bandiera francese, sventolata durante le manifestazioni, così come nel canto dell’inno nazionale, anche di fronte ai cordoni di polizia: una rivendicazione di cittadinanza a pieno titolo, non una fatica a riconoscersi nei simboli della Repubblica.

c) Nello spazio politico
Nella scia di questa rivendicazione va analizzata anche la collocazione dei gilet gialli nello spazio politico francese. Li unisce l’opposizione radicale al presidente Macron, di cui invocano le dimissioni, visto come rappresentante di un ceto politico professionale che sentono sideralmente lontano, a cui attribuiscono la responsabilità della situazione e di cui non sopportano più il cinismo e i modi. Le reazioni di alcuni esponenti dell’establishment talvolta legittimano la sensazione di essere presi in giro. Tuttavia la maggior parte dei gilet gialli non vuole governare il Paese o proporsi come leader (dopo timidi tentativi alcuni si sono tirati indietro): chiedono però di essere governati in modo da poter mantenere una vita “normale” e un livello minimo di sicurezze: lavorare senza dover rinunciare al riscaldamento, andare al cinema e a cena fuori con i figli una volta al mese, non doversi indebitare e perdere la casa in caso di malattie. In questo senso, a differenza ad esempio degli indignados spagnoli, non sono portatori di una critica ideologica al sistema, alle grandi imprese, alle banche o alla finanza. Dall’economia desiderano che sia al servizio di una vita sociale dignitosa e sono disponibili ad accettare le disuguaglianze e l’accumulo di ricchezze da parte di alcuni, a condizione che siano ragionevolmente funzionali dal punto di vista sociale. Ciò che li unisce è una esperienza concreta di vita, non una collocazione ideologica o la coscienza di far parte di una classe sociale in conflitto con altre. Per questo sono anche poco sensibili ad altre questioni che agitano lo spazio politico, prima fra tutte quella dell’immigrazione.

Non per questo sono da considerare apolitici: la loro “rivolta” ha chiaramente un segno e un’intenzione politica, pur insistendo nel rimarcare la distanza dalle élite politiche, di cui non si fidano, e anche dai partiti di opposizione. Tale è la sfiducia verso le forme della rappresentanza che fino ad ora, salvo qualche eccezione locale, i gilet gialli hanno rifiutato di eleggere o di riconoscere dei rappresentanti o di darsi qualsiasi forma di strutturazione. È chiaro che si tratta di una posizione difficile da sostenere nel lungo periodo, e non è al momento facile prevedere se il movimento si organizzerà e in che forma o se la sua forza si disperderà poco a poco.

d) Il ricorso alla violenza
Contrariamente a quanto una certa rappresentazione mediatica potrebbe indurre a pensare, la maggior parte dei gilet gialli rifiuta la violenza, tanto che in vista delle manifestazioni del 19 gennaio a Parigi è circolato l’invito a scendere in piazza con una candela o un fiore per le vittime della violenza. Tuttavia riconoscono e si rammaricano che le istituzioni reagiscano solo in seguito agli scontri. Le risposte tardive da parte del Presidente e del Governo hanno esasperato i gilet gialli e rafforzato in alcuni l’idea che la violenza sia necessaria per farsi sentire. Non va trascurata la confluenza nelle proteste, in particolare a Parigi, di altre componenti sociali minoritarie di estrazione antagonista o anarchica, animate da propositi di lotta e di vendetta, specie nei confronti delle forze dell’ordine, che sfruttano l’occasione per realizzare azioni violente. Infine va segnalato che anche la risposta dello Stato è stata percepita come sproporzionatamente violenta, soprattutto per l’utilizzo da parte della polizia di proiettili di gomma che hanno causato molti feriti, anche gravi.

2. Le risposte del Presidente e del Governo
La repressione non è però l’unica risposta alle proteste da parte delle autorità, che mettono in atto anche iniziative più propriamente politiche, lungo filoni diversi. Ripercorriamo brevemente i passaggi più significativi, che in Italia ci sembrano aver ricevuto un’attenzione ancora minore di quella riservata alle manifestazioni.

Il 14 novembre, quando la prima manifestazione era già stata convocata ma non si era ancora svolta, viene annunciata una serie di misure per la riduzione dell’onere sopportato dalle famiglie per la bolletta energetica. Alle violenze registrate il 17 novembre, in particolare a Parigi, il Governo reagisce annunciando una posizione «senza compromessi». Il presidente Macron parla per la prima volta del fenomeno 10 giorni dopo, il 27 novembre, confermando la prospettiva della transizione energetica, ma annunciando un trimestre di dibattito pubblico a riguardo e promettendo interventi di riduzione del carico fiscale, anche sui carburanti. Nuove concessioni vengono fatte dopo la terza protesta del 1° dicembre. Poco dopo, il 10 dicembre, il Presidente dichiara lo «stato di emergenza economica e sociale» e annuncia misure redistributive e di sostegno ai redditi più bassi (quali l’aumento del salario minimo a carico dell’erario), riconoscendo, come pochi giorni dopo farà anche il Primo Ministro Edouard Philippe, come sia centrale la questione del “potere d’acquisto” e della possibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro per tutti i cittadini. Infine, il 13 gennaio il presidente Macron si rivolge direttamente a tutti i cittadini francesi, scrivendo loro una lettera per dare inizio a quello che definisce il “Grande dibattito nazionale” che durerà fino al 15 marzo e affronterà i temi della fiscalità e della spesa pubblica, dell’organizzazione dello Stato, della transizione ecologica e della salute della democrazia. Un apposito sito offre schede di approfondimento delle diverse tematiche e la possibilità per i cittadini di offrire il proprio contributo. Successivamente saranno organizzati anche diversi tipi di incontri e consultazioni aperti alla cittadinanza, ad alcuni dei quali anche il Presidente parteciperà in prima persona.

Al netto di una retorica patriottica tipicamente francese, la strategia contiene elementi apprezzabili e può sembrare la risposta razionale e democratica a una situazione complessa: mostrare comprensione e invitare al dialogo; contrapporsi alla violenza; non arretrare sul tema della sostenibilità offrendo però misure di sostegno e affrontandone l’impatto sul mondo produttivo. Oltre alle critiche, scontate, dell’opposizione politica, sono arrivate anche quelle dei gilet gialli, che danno voce alla loro sfiducia radicale verso le élite che gestiscono la politica. Il programma del Governo è tacciato di paternalismo, astrattezza, lontananza dalla realtà, mentre si teme che si tratti solo di propaganda e di concessioni fatte per placare i manifestanti, a cui non faranno seguito cambiamenti. Si sottolinea che l’impostazione del Grande dibattito nazionale promette la possibilità di sollevare qualsiasi questione, ma non contempla margini per uscire dallo schema prestabilito.

La polarizzazione della polemica sulla persona di Macron non aiuta la costruzione di percorsi di soluzione, mentre va riconosciuto nell’agenda governativa un retrogusto di marketing politico, di una comunicazione basata su quello che i francesi chiamano metodo SONCAS: sono le iniziali di parole chiave (in italiano: Sicurezza, Orgoglio, Innovazione, Confort, Soldi, Empatia) efficaci per “vendere” un prodotto politico e far digerire ricette altrimenti sgradite. Dire se ci troviamo di fronte a tentativi un po’ maldestri o in cattiva fede richiederebbe un’analisi più approfondita, oltre che la possibilità di seguire il processo fino alla conclusione. Resta la constatazione di una reale difficoltà della classe politica a esprimersi in modo credibile per quella parte di popolazione che si riconosce nei gilet gialli, la quale pure fatica a trovare al suo interno forme di espressione e di rappresentanza che trascendano il punto di vista di ciascun individuo. Non è certo un punto di partenza incoraggiante per un vero dialogo nazionale.

3. I conflitti che ci aspettano
Si tratta peraltro di una difficoltà che interessa non solo la Francia, ma tutti i Paesi avanzati. L’esame, pur rapido, di quanto sta accadendo oltralpe ci consente di identificare alcuni fattori che possono portare all’inceppamento della democrazia.

Il primo riguarda il peso concreto dei tanti riduzionismi oggi in circolazione: da quelli di stampo individualistico che limitano lo sguardo ai propri interessi, a quelli che reagiscono alla fatica della complessità attraverso la semplificazione all’eccesso, fino a quelli di tipo tecnocratico che riescono a vedere solo parte dei problemi e riducono la gestione del consenso a tecniche di marketing politico. Ciascuna di queste posizioni perde di vista una parte della realtà, che non può recuperare se non attraverso un dialogo autentico con le altre.

Un secondo tema che appare con forza è la necessità sempre più concreta (quindi non solo a livello di studio e discussione) di conciliare la questione della sostenibilità ecologica, che ha una prospettiva intergenerazionale, con quella della sostenibilità sociale, che riguarda l’inclusione e l’equa ripartizione degli oneri per la generazione presente. Il rischio, drammatico, è quello di non riuscire a offrire a tutti i cittadini un quadro convincente in cui inserire le scelte politiche perseguite, finendo per generare la convinzione che gli obiettivi sul versante ecologico siano una minaccia per l’equità sociale e viceversa. Purtroppo in molti Paesi appare quasi irresistibile la tentazione per i politici di costruirsi un consenso, soprattutto in alcuni strati della popolazione, grazie a politiche ambientali meno rigorose, vendendo l’illusione che più inquinamento significhi maggiore benessere. In radice, la crisi dei gilet gialli ci dice che davvero stiamo toccando con mano che lo stile di vita occidentale non è più sostenibile per tutti, senza scaricare sul futuro i costi del presente.

Un terzo elemento parte dalla constatazione della rabbia che anima la protesta. A portarla avanti sono gruppi sociali che si sentono traditi da un sistema di cui si consideravano parte, anche se con ruoli di second’ordine, e da cui si aspettavano tutele e garanzie. Sono parti della società che si scoprono “in via di esclusione e di emarginazione” e che a questo provano a resistere. Le dinamiche dell’economia globale vedono, all’interno di un generale miglioramento delle condizioni di vita di larghe fasce della popolazione mondiale, in particolare in Asia, sacche di stasi o di arretramento che coincidono con le classi lavoratrici dei Paesi industrializzati, mentre cresce l’opulenza di una fascia di ricchissimi ormai globale. In questo scenario, le tensioni che stanno dietro il fenomeno dei gilet gialli sono probabilmente solo l’antipasto di quello che il futuro riserva a un’Europa sempre meno capace di generare crescita e di guardare al futuro.

In una situazione come questa, la soluzione proposta da Macron e dal suo Governo, ovvero il lancio di un dialogo nazionale, tocca il punto dolente: da conflitti sociali di questo genere non si esce se non attraverso il dialogo sociale. Perché questo sia efficace, però, è necessario che la società disponga di un know-how e di istituzioni o forme organizzate di mediazione, che evitino la polarizzazione del confronto tra pretese individuali (o al massimo di gruppi molto omogenei) irriducibili tra loro. È la funzione che tradizionalmente si riconosce ai “corpi intermedi”: il loro nome dice non solo che occupano lo spazio tra il livello dei singoli e quello statuale, ma soprattutto che si tratta di istanze di intermediazione progressiva tra posizioni individuali, sfidate a decentrarsi progressivamente per assumere una posizione più ampia. Senza il decentramento dell’individuo e il riconoscimento della parzialità di ciascuno non può infatti aprirsi un vero spazio di dialogo e incontro. È proprio sulla capacità di aprire spazi di mediazione all’interno della società che si gioca il senso di una leadership politica che non voglia ridursi a tecnica di gestione del consenso a vantaggio degli interessi di alcuni: è questa la sfida che hanno di fronte Macron in Francia e tutti i suoi colleghi negli altri Paesi. Le vicende francesi hanno certo un colore locale, ma sono anche un laboratorio a cui tutti facciamo bene a prestare attenzione.


Da "www.aggiornamentisociali.it" Gilet gialli: in ascolto di un conflitto sociale inedito di Giacomo Costa

Un viaggio, un testo e l’attesa

Lunedì, 11 Febbraio 2019 00:00

Papa Francesco è arrivato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) il 3 febbraio alle ore 10 di sera, ricevuto solennemente all’aeroporto dal principe ereditario, nonostante che si fosse sempre detto che si trattava di una visita privata. Il mattino seguente è stato ricevuto al governo. Il pomeriggio ha visitato la grande moschea Zayed al-Nahyan e alle sei di sera ha firmato il documento sulla Fratellanza Umana. In calce la firma del papa e dell’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb.

La visita al governo doveva essere privata e il papa non ha pronunciato alcun discorso. Invece è risultata una visita da “mille e una notte”. Il papa ha voluto usare solo una macchina utilitaria ma, dietro di lui, si snodava una lunga serie di Mercedes nuovissime. Il corteo, scortato da cavalli con bandiere emiratine e del Vaticano, procedeva lentamente per i lunghissimi viali riccamente infiorati, mentre il cannone lanciava i suoi colpi sonori e nel cielo volteggiavano aerei che lasciavano dietro di sé code di fumo coi colori delle bandiere. Gli EAU hanno voluto prendere la palla al balzo per mostrare al mondo intero la loro ricchezza e potenza.

Il documento e le sue sfumature
Nel suo discorso Ahmad al-Tayyeb ha fatto la storia delle guerre tra Arabi e Israele (1948, 1956, 1967, 1973), tutte perse. Dell’ultima guerra (1973) ha dato l’interpretazione egiziana di Anuar al-Sadat, allora presidente dell’Egitto: abbiamo bloccato l’avanzata di Israele, abbiamo vinto! Ma in realtà Israele era arrivato alle porte de Il Cairo (al km 101 da Suez verso Il Cairo e non viceversa) e la famosa terza armata che avrebbe riportato quella vittoria fu semplicemente dispersa per la defezione quasi totale dei suoi soldati. L’intervento dell’allora Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, ha fermato la guerra e sbloccato la delirante situazione di non guerra né di pace che si protraeva dal 1967.

Ahmad al-Tayyeb ha poi ricordato l’attacco alle torri gemelle a New York avvenuto l’11 settembre 2001 e ha fatto notare come questa tragedia abbia trasmesso in Occidente l’idea che l’Islam sia terrorismo e che i musulmani siano pericolosi.

Infine, si è rivolto ai cristiani e ha detto che devono superare il loro complesso di essere una minoranza, perché anche loro sono cittadini come i musulmani. Ovviamente, questo discorso doveva essere rivolto ai musulmani e non ai cristiani, perché sono loro che hanno causato la pesante situazione dei cristiani. Ma Ahmad al-Tayyeb non è il papa dei musulmani, non ha la stessa autorità e non può parlare a loro come papa Francesco parla ai cattolici, di cui è pastore supremo. Ahmad al-Tayyeb è solo l’imam della moschea di Al-Azhar, a Il Cairo, e il suo parere è solo personale, seppur autorevole. Vogliamo pensare che Ahmad al-Tayyeb, non potendo rivolgersi direttamente ai musulmani, si sia rivolto ai cristiani dando in tal modo un messaggio indiretto ai musulmani. Si è poi rivolto ai musulmani che vivono in Occidente, li ha invitati a rispettare le culture locali e ha detto che, se trovano delle espressioni che contraddicono la loro fede, facciano conoscere il loro dissenso per via legale.

La consolazione dei fedeli locali
Papa Francesco ha parlato di giustizia, dialogo, libertà, fraternità. Ha chiarito che, oltre alla liberta di culto (secondo la quale si tollera che un cristiano possa celebrare la sua fede), occorre la libertà di religione, che permetta ad ognuno di scegliere quella religione che, secondo lui, lo aiuta di più ad essere fratello di tutti. Questo punto – la libertà religiosa – è molto sensibile e non esiste nei Paesi arabi, dove è proibito a un musulmano cambiare religione. (In Arabia Saudita l’abbandono dell’Islam viene punito con la pena di morte). La giustizia è un altro punto sensibile, perché gli stranieri sono, in molti casi, trattati come schiavi e non c’è nessuna legge che li protegga.

Come segno di riconoscenza e di amicizia, gli EAU hanno regalato al papa una chiesa ad Abu Dhabi e ad Ahmad al-Tayyeb una moschea. Entrambe saranno costruite a spese del governo.

Il giorno seguente il papa ha celebrato nello stadio Zaid e vi hanno partecipato circa 180.000 fedeli. Ha commentato il vangelo di Matteo sulle beatitudini, dando in tal modo un grande incoraggiamento ai fedeli a viverle nella loro vita quotidiana.

Dopo gli Emirati da chi andrà?
Qual è stato l’impatto di questa visita negli altri paesi arabi? L’Arabia Saudita ha mostrato reazioni diversificate. I giornali di lingua inglese hanno trattato l’argomento della visita del papa con grande generosità di articoli e di fotografie, quelli di lingua araba hanno ridotto l’annuncio al minimo possibile e gli altri giornali arabi non sauditi si sono mantenuti in una posizione mediana.

Una persona presente mi ha detto di aver concesso circa 30 interviste in arabo a tanti giornali e TV, ma a nessun media del Bahrain, del Kuwait o del Qatar. Questi tre paesi – c’era da aspettarselo – non hanno gradito la visita del papa agli EAU e hanno praticamente ignorato l’evento. Nel Golfo ogni paese vuole essere il primo e guarda a quello che fa l’altro in modo da superarlo, nella speranza di avere l’egemonia.

Il risultato positivo è l’avvicinamento del papa al Golfo. Non è più un personaggio che abita lontano, a Roma, ma è arrivato fin lì per parlare di fraternità a tutti. Non è escluso che, per bilanciare politicamente la sua posizione di super partes, il papa voglia far visita al Qatar, che è stato isolato dagli EAU, dal Bahrain, dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. L’eventuale visita al Qatar non sarà per niente gradita ai quattro paesi che l’hanno segregato, ma il papa deve armarsi di tanta pazienza e continuare a tessere il dialogo con tutti i paesi del Golfo, quindi visitando anche il Bahrain che l’aveva invitato 5 anni fa. In tal modo la gente capirà che egli è il padre di tutti.

È molto probabile che un nuovo ritorno del papa nel Golfo spingerà l’Arabia Saudita a rivedere certe sue posizioni tradizionali. Un’eventuale visita del papa anche in Arabia Saudita darebbe al paese l’occasione di presentarsi al mondo intero con un’altra faccia: non quella della paura e dell’Islam rigido e tradizionalista, ma quella della tolleranza e dell’apertura. Così lo ha proposto il principe ereditario, Muhammad bin Salman, che vuole aprire l’Arabia Saudita a tutte le religioni. Accogliendolo, Muhammad bin Salman troverebbe in papa Francesco l’appoggio ideale e più efficace per incentivare un nuovo corso al suo paese.


Da "http://www.settimananews.it" Francesco ad Abu Dhabi: un viaggio, un testo e l’attesa di Francesco Strazzari

Etty Hillesum e la gratitudine

Venerdì, 08 Febbraio 2019 00:00

“Non sopravvalutare le tue forze interiori”, scrive Etty Hillesum in un passo del suo Diario (Adelphi, 2012). È la mattina del 10 marzo 1941. Il groviglio della sua anima, che non smette di interrogare, è groviglio che, al cuore, ha questo “sentirsi prescelta”, questo “dover diventare ‘qualcuno’” cui fa spesso ritorno. L’educazione spirituale passa, per la giovane ebrea che morirà ad Auschwitz, attraverso una profonda accettazione della propria “nullità”: io stessa, scrive, devo scomparire interamente, devo abbandonare il mio piccolo ego. La propria vita emotiva e intellettuale è messa in relazione con quella delle persone che, ai suoi occhi, appaiono “normali”; sa bene, tuttavia, che non le è dato comprendere nulla del mondo interiore di chi ha davanti. Del proprio, invece, conosce la bizzarra irrequietezza. “Perché devi saper fare qualcosa?” L’ambizione trattiene il suo dire, la vanità lo attorciglia.

Etty Hillesum non porta soluzioni, le pagine del diario mostrano invece il continuo guardare alla propria posizione: dove sono?, sembra chiedersi in ogni parola che scrive. C’è un passo, in Vite che non sono la mia, in cui Carrère scrive: “la malattia, il terrificante approssimarsi della morte, gli hanno insegnato chi era. Sapere chi siamo – Étienne più che altro direbbe: dove siamo – significa essere guariti dalla nevrosi”.

Un groviglio occupa, in apparenza, poco spazio; dipanare la matassa significa cogliere l’immensa stratificazione che lo costituisce.

L’attenzione per la realtà pura, libera da pregiudizi e aspettative, e dunque il tempo della vita come tempo presente, appartengono a questa stessa necessità di fare a meno di pensieri che affaticano e confondono. Etty comprende che il continuo rimandare a domani risponde ad una logica che muove verso un ideale: iniziare “adesso” il proprio compito, muoversi “oggi”, non è dunque semplicemente un invito a godere l’attimo che fugge, ma, più precisamente, un invito a liberarsi da una prospettiva che ci voglia sempre in attesa dell’istante che ci troverà, finalmente, degni.

Ecco perché “una vera maturazione non può tenere conto del tempo”; quel tempo che vogliamo disponibile, sembrano suggerire le pagine del Diario, quel tempo che è necessario impiegare, far fruttare, investire, mostra – nel momento stesso in cui ci troviamo a pensarlo in questo modo, transito per qualcosa di ulteriore – la trappola che non smette di farci prigionieri. Concedersi al fluire del mondo è stare nel suo ritmo come appartenenza al vivente, porsi in ascolto del suo accadere. Legge Rilke, Etty, e chissà se aveva nella mente l’animale dell’ottava elegia “puro come il suo sguardo sull’Aperto./ E dove noi vediam futuro lui vede invece il tutto,/ e in quel tutto se stesso e salvo sempre”.

Le giornate devono iniziare rammendando calze, e sarà necessario, quando i buchi saranno finiti, crearne di nuovi.

Le parole di Etty mettono in luce quanto il senso di inadeguatezza e la presunzione, imponenti blocchi di granito che la schiacciano, siano l’uno il rovescio e il complementare dell’altra. Autocommiserazione e compiacimento. C’è la sua grazia, il suo dono – la scrittura –, ma vi è pure quel non esserne sicura. Il processo che pagina dopo pagina la Hillesum compie sotto ai nostri occhi, e che dimostra che all’essere umano è dato di cambiare, non è, come inizialmente scrive e crede, dal lato dell’ordine e della disciplina. Credere che sia la tecnica a mancarle, ipotizzare che il talento di cui scrive non sia supportato da una disponibilità al sacrificio, e che questo sia il limite da combattere, significa restare dal lato di un più, di un ulteriore, di un aggiungere. Ostinazione e avidità.

È necessario togliere, invece. Eliminare il ciarpame sempre presente.

Il dono deve accadere e la dolcezza appartiene a una logica del meno, di un vivere in perdita: nessuna risposta, nessun controbattere, nessuna battaglia, nessun nemico e nessun aggrapparsi. La forza deve farsi umile. Non si tratta di porgere l’altra guancia, si tratta, più radicalmente, di quel “disorientamento doloroso e al contempo interrogativo”, solo modo di porsi davanti all’odio così come davanti all’ambizione e alla spinta al possesso. Crollare violentemente sulle ginocchia, scrive Etty. E poi avere pace. “Sempre c’è mondo/ e mai quel nessundove senza negazioni/ puro, non sorvegliato, che si respira/ si sa infinito e non si brama”.

Vi è in questo, io credo, un invito importante da accogliere, un invito che richiede quel lungo lavoro spirituale che Etty compie nelle pagine del proprio diario: si tratta di abbandonare l’ideale, in ogni sua forma. Una tra le due metà in lotta del proprio volto.

L’abbandono dell’ideale porta a conseguenze che mettono in qualche modo di fronte a un radicale vuoto di senso, ma è solo grazie a questa tabula rasa, questa epoché, che diventa possibile accogliere qualcosa di più grande che poco tiene in conto la vita del singolo individuo se non per raccoglierlo in una logica del tutto; tutto che, nello stesso tempo, lo comprende e lo pervade: “volevo assoggettare la natura, vale a dire il tutto; volevo contenerlo. E il bello invece è – ed è davvero semplice – che adesso sono io a sentirmi assoggettata al tutto. Mi aggiro di qua e di là, invasa da questa profonda sensazione, ma essa non mi prosciuga più l’anima: al contrario: mi dà forza”.

Il vuoto di senso è quello dell’intercambiabilità, della non onnipotenza: non più la strada orientata e la guerra da combattere, non più il “cuore nervoso”, ma una radicale accettazione dell’accadere. Abbandonare l’io significa prima di tutto abbandonarne la presunzione. Il paesaggio interiore potrà allora consistere di grandi, vaste pianure, quasi prive di orizzonte.

Cambiare la propria posizione, guardare la parte che si ha nel disordine che si lamenta, è abitare una prospettiva che metta al centro l’insufficienza: non desiderare tutto, nemmeno se fosse possibile averlo. “’Che significa tutto questo, e la vita vale davvero la pena di essere vissuta? Sarebbe invece necessario vivere con pienezza, in modo che una simile domanda non abbia la benché minima possibilità di sorgere nel proprio io, e si dovrebbe traboccare di vita e di pace al tempo stesso”. “O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”. Sente la sua mente offuscata, e tuttavia confrontarsi con il dolore dell’umanità – di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri e sorelle – significa ospitarne ogni frammento.

Si tratta di una resa? No.

Scrive Freud che profondamente religioso non è l’uomo che ceda al sentimento della piccolezza e dell’impotenza umana di fronte all’universo, ma l’uomo che sappia attraversarlo per procedere oltre, per cercare aiuto contro tale sentimento. Chi si rassegna alla parte insignificante è irreligioso nel più vero significato della parola. Ma non è questo l’invito di Etty. L’inermità radicale non è che punto di partenza, possibilità di appello all’Altro.

Chi abita la propria insufficienza è chi può, come scrive Lou Andreas Salomé, specchiarsi nelle acque del fiume non già per rimanere prigioniero della propria immagine, ma per guardarsi riflesso al di sotto del pezzetto di cielo. Racconta Lou che la perdita del proprio sentimento religioso aveva coinciso, in lei bambina, in un’impressione, avvertita davanti alla propria immagine allo specchio, di estrema espropriazione: improvvisamente si era ritrovata esclusa da quel cosmo – Dio al suo centro – che fino a quel momento l’aveva accolta e contenuta. Un adulto, continua, avrebbe piuttosto sentito disagio nel contrario, nella perdita di delimitazione del proprio io. Questo ci insegna il narcisismo teorizzato da Freud, suo maestro. E tuttavia vi è una possibilità ulteriore, una possibilità di ripensare Narciso, di mostrare che vi è qualcosa di più in quel mito, qualcosa che Freud non ha saputo vedere. Nella lettura della donna, infatti, non è possibile guardare Narciso senza tenere a mente lo stato di pienezza originario, l’esperienza fusionale con il materno. Lungi dall’essere qualcosa che condanna a una nostalgia irreparabile, questa esperienza di unità permette al soggetto – la donna soprattutto, attraversata da questa comunione originaria in maniera più radicale – di provare uno stato di armonia con il cosmo che resta come memoria di una meta da ritrovare attraverso l’espressione artistica, l’estasi. Andreas-Salomé parla di un Tutto, di una completezza che definisce narcisistica, ma tale narcisismo è precisamente una tensione che non inchioda il soggetto a sé, ma lo rende per sempre appartenente a una realtà vitale che lo supera e anticipa. Il giovane uomo non guarda la propria immagine in uno specchio artificiale ma nelle acque della natura, e dunque non è solo sé stesso quello che vede, ma sé stesso in quanto creato. Narciso è l’uomo che ha fatto esperienza di una totalità. Stasi, malinconia e, soprattutto, abbandono di padronanza. È una nuova possibilità, un narciso femminile, scrive Lou.

“Che cosa hai tu, che tu non l’abbia ricevuto?”: sembra essere questo l’insegnamento di Etty in cui riecheggiano le riflessioni della psicoanalista. Non c’è logica di scambio. L’insufficienza, l’esistere come parte della Natura, si fa gratitudine e dunque motore. Rendere grazie non è movimento di chiusura che ha, come esito, la stasi, non è annullamento di un debito quanto piuttosto riconoscimento radicale della grazia dell’Altro, della sua differenza, della nostra stessa differenza in quanto sempre altro da noi. Gratitudine è rilancio, scommessa verso il futuro. Si tratta di raccogliere un’eredità d’amore, conoscere la provvisorietà della tenda e darsi all’esistenza come qualcosa che ci supera: è la comune appartenenza a renderci fratelli. L’esistenza universale, esistenza ferita, è occasione di legame. Non si dà posizione – dove sono? – se non in relazione all’altro. Soltanto in questa prospettiva diventa possibile quel dare non perché tu mi restituisca, ma perché tu dia ad altri.

È questo che ci insegna il mito di Filemone e Bauci, raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi. I due vecchietti, insieme sin dalla giovinezza, accolgono Giove e Mercurio nella loro povera casa, li accolgono nelle loro sembianze umane, di sperduti viandanti. La povertà in cui i due hanno vissuto rende loro possibile mettere in rapporto la propria condizione alla condizione dello straniero. Dividono ogni cosa, offrono il niente che hanno. Ed è l’ospitalità agli dei sotto mentite spoglie che permette il compiersi del prodigio: la casa si fa tempio e loro ne diventano i custodi. Zeus rivela così la sua identità. Un solo desiderio esprimono al potente dio: non sopravvivere l’uno alla morte dell’altro. Così, la metamorfosi: Filemone e Bauci diventano albero, pianta, mondo; fanno ritorno a quel Tutto che li ricomprende.

Da www.doppiozero.com Etty Hillesum e la gratitudine di Anna Stefi

A Roma, chi abita fronte strada dovrà pulire il suo pezzo di marciapiede. Intanto Salvini vuole armarci e farci diventare tutti sceriffi. Benvenuti nell’Italia degli statalisti col lavoro degli altri


«Piantiamola con queste nostalgie! Oltre che incivile è inutile. Arrangiatevi!» urla Totò affacciato alla finestra dell’ex casa chiusa in cui era andato ad abitare, rivolgendosi ai militari arrapati che continuavano a suonare al portone. E’ la scena più famosa del vecchio film di Mauro Bolognini, che raccontava un cambiamento epocale: la chiusura dei bordelli. Lo stesso grido «arrangiatevi» oggi arriva dalla finestra del Campidoglio pentastellato. Sempre di scopare si tratta, anche se in senso proprio, e c’entra sempre un bordello, anche se in senso figurato, cioè l’Ama, la municipalizzata per l’ambiente. Proprio stamattina a Roma viene discussa in Aula Giulio Cesare l’ultima delibera sull’emergenza rifiuti, che prevede fra l’altro il coinvolgimento dei «frontisti» (cioè chi ha casa o negozio che dà sulla strada) nello spazzamento nei marciapiedi davanti alla propria porta.

Ma sì, piantiamola con le nostalgie di una nettezza urbana affidata a un’azienda municipalizzata. Aspettarsi che la cordigliera di pattume che attraversa la capitale venga smantellata da un intervento pubblico è inutile. Uno vale uno, ma chi fa da sé fa per tre. Quindi, popolo romano, corri alle ramazze: ogni «frontista», anziché lamentarsi, si responsabilizzi e pulisca la soglia di casa propria, possibilmente non limitandosi a spostarla davanti alla soglia del vicino. Per la giunta Raggi è un bel ribaltamento: volevano essere la scopa del sistema, e invece rivalutano il sistema della scopa. Se ci sforziamo di dimenticare che si tratta di una delibera grillina, presumibilmente elaborata in una chat di gruppo durante le feste, fra una pennichella digestiva e il tombolone di Capodanno, il provvedimento sembra la dottrina luterana del libero esame applicata alla gestione dei rifiuti: non servono più mediatori esterni fra il cittadino e il problema del pattume, ognuno deve avere un rapporto diretto con la propria monnezza e interpretarla personalmente. Ma l’idea potrebbe mai funzionare nella capitale del cattolicesimo, che predispone da secoli i romani ad aspettare interventi provvidenziali, tanto più se a proporla è un partito politico che dalla sua nascita non fa che promettere interventi provvidenziali?


Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi»

Il M5s non è il solo a incentivare il fai da te, o meglio, il «dài, fa’ te». Anzi, è uno dei pochi punti in cui i grillini vanno d’accordissimo con la Lega. Che in mano ai cittadini non vuole mettere in mano le scope, ma le pistole. Questo ci dice Matteo Salvini quando si esibisce sui social in divisa da poliziotto e solidarizza con il gommista pistolero di Arezzo: lo Stato non può difendervi giorno e notte, ognuno può essere il tutore dell’ordine per sé e per la propria famiglia, con il beneplacito del ministro dell’Interno. In sostanza, il messaggio del governo gialloverde agli italiani è: vi abbiamo messo in tasca i soldi del reddito di cittadinanza e vi mandiamo in pensione prima, ora però voi in cambio fate i bravi ometti e vi accollate un po’ del lavoro sporco che dovremmo fare noi, se non fossimo così impegnati con i selfie. Cià, prendete lo scopino e la rivoltella, e via andare. Se poi volete tenervi il pattume e i ladri, non venitevi a lamentare con noi. Anche perché, ricordatevelo bene, la colpa di tutto è sempre del Pd e dell’Europa.

Uffa, ma che cavolo di governo di destra è questo? È come se Mussolini dicesse «volete che i treni arrivino in orario? Quella è la locomotiva, questa è una paletta da capostazione: arrangiatevi». Possibile che i grilloleghisti si comportino da statalisti solo quando si tratta di fare dispetti ai privati che gli stanno antipatici, e che per loro «pubblico» sia solo un sinonimo di audience? Viene da pensare che il vero mentore della politica gialloverde non sia Steve Bannon, ma lo svedese Ingvar Kamprad. Sì, il fondatore dell’Ikea, uomo non certo di sinistra, anzi, filonazista in gioventù e sempre vigorosamente nazionalista. Un vero genio del male, che è riuscito a farci trovare divertente passare le domeniche a schiacciarci le dita con i montanti di una libreria e slogarci il polso girando una brugola. Tanti indizi ci dicono che l’Italia sta diventando il laboratorio di un nuovo tipo di organizzazione politica, lo Stato-Arrangiatevi. Presto ci verranno forniti i kit in stile Ikea per i diversi servizi pubblici: la scopa per l’igiene ambientale, la pistola per la sicurezza e un giorno, chissà, pure uno stetoscopio e un bisturi per la sanità fatta in casa. Speriamo ci vengano almeno risparmiate le istruzioni scritte da Laura Castelli. Meglio leggerle direttamente in svedese.


Da "www.linkiesta.it" La Raggi ci vuole spazzini, Salvini ci vuole poliziotti: è l’Italia gialloverde, ma sembra l’Ikea

La nonno-terapia sulla panchina

Venerdì, 01 Febbraio 2019 00:00

L’idea di Dixon Chimbada, psichiatra dello Zimbabwe, ha aiutato 40 mila persone. «Ora lo fanno anche a New York, e mi ha cercato il Vaticano».

Se una panchina e una nonna diventano la soluzione alternativa e low cost all’immenso bisogno di servizi di salute mentale non solo in un Paese povero di risorse come lo Zimbabwe, dove ci sono soltanto 12 psichiatri su oltre 16 milioni di abitanti. L’idea è semplice e rivoluzionaria: usare le nonne per offrire un sostegno efficace, grazie a un programma di formazione, ai tanti che non hanno accesso a servizi psichiatrici convenzionali. Si chiama la Panchina dell’amicizia e l’ha inventata nel 2006 lo psichiatra Dixon Chimbada. Il programma ha avuto un tale successo, che è stato esportato in molti altri Paesi africani. E sta sbarcando nel mondo avanzato: a New York e a Londra. Ma anche il Vaticano ha mostrato interesse.

Le custodi della saggezza
Perché le nonne? «Sono le custodi della saggezza locale e hanno esperienza, che possono condividere. Le nonne hanno empatia, sanno ascoltare, sono amate e rispettate, hanno tempo libero. Le reclutiamo nella comunità, basta che sappiano leggere e usare uno smartphone», spiega Chimbada. «Poi le formiamo per 3 mesi. Il primo mese è teorico e consiste in un training cognitivo comportamentale basato su problem solving, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività. Dopo si passa a un training pratico usando molto le simulazioni (role play). Infine si fa pratica con pazienti veri». La formazione è completata da una serie di strumenti standard che permettono alla nonna di fare lo screening del paziente e capire qual è la diagnosi. Si tratta di questionari standard, che funzionano in modo semplice ed efficace. «Alcune persone a volta credono di essere depresse, ma hanno solo un problema. Parlare con una nonna empatica aiuta. Se invece esiste un problema medico, la terapia è standard».

La garanzia della privacy
Anche il colloquio sulla panchina segue una procedura precisa. Quando la nonna si siede con il paziente, prima di tutto si presenta e racconta di sé, poi chiede sempre al paziente se vuole condividere la sua storia, garantendo la privacy. La nonna ascolta la storia e prende appunti su una scheda, non più grande di una cartolina. Deve appuntare solo parole chiave, perché se la nonna scrive troppo, si distrae. Quando il paziente ha finito di raccontare, la nonna fa il riassunto della storia e chiede se è corretto. «È un passaggio molto importante, che dimostra al paziente che la nonna ha ascoltato davvero. A questo punto la nonna chiede qual è il problema da cui cominciare. Noi lo chiamiamo aprire la mente. Funziona. Perché quando le persone elencano i loro problemi, spesso lo fanno in un ordine non logico. Lavorare sul problema che scelgono, fa diventare gli altri meno rilevanti», dice Chimbada.

Trovare una soluzione
Il programma non arruola i nonni. «Gli uomini tendono a imporre la scelta dei problemi, sono meno molto bravi a usare l’empatia o a dare un abbraccio. Perché sulle nostre panchine si piange molto. Ma piangere è positivo, ha un effetto catartico», afferma lo psichiatra. Una volta selezionato il problema, la nonna comincia a esporre il modo per risolverlo, con un piano di azione definito. «Un’azione molto specifica. Ad esempio, fare visita a una zia. L’idea è di alzarsi dalla panchina con in mano una soluzione». La prima sessione può durare fino a un’ora e mezzo, quelle successive durano invece una mezz’ora. Dopo 4 sedute, il paziente è inviato a una comunità, che funziona come gruppo di supporto.

Quarantamila persone aiutate
Il progetto nasce dopo la crisi umanitaria che nel 2005 ha visto 700 mila persone restare senza casa e senza lavoro in Zimbabwe, un Paese troppo povero per sostenerle. «La panchina dell’amicizia è partita nel 2006 con 14 nonne, oggi sono poco più di 500 e parlano con 3 pazienti al giorno in media. Non sono pagate. È tutto volontariato. Tra il 2016 e il 2017 sulle panchine si sono sedute circa 40 mila persone», sostiene lo psichiatra. Oggi ci osno panchine dell’amicizia anche a Zanzibar, in Malawi, in Botswana e in Liberia. «E stiamo testando il programma a New York, con due panchine nel Bronx e a Harlem, e nel nord di Londra, a Edgware. Ho parlato con il ministro della sanità inglese, ci ha detto che è molto interessato. Alcuni grandi magazzini londinesi vorrebbero installare una panchina nei loro negozi. L’anno scorso ci ha contattato perfino il Vaticano, che però vorrebbe utilizzare i preti invece delle nonne. Hanno inistito molto per importare il modello, ma hanno imposto molte condizioni. Non so a che punto sia la discussione, perché non l’ho seguita direttamente».

Da "www.corriere.it" La nonno-terapia sulla panchina (per dare assistenza psicologica) di Giuliana Ferraino, inviata a Davos