Una strage silenziosa in un luogo perduto

Venerdì, 29 Marzo 2019 00:00

Il giornalista racconta all'Huffpost il reportage in onda stasera a PiazzaPulita, con immagini rubate dai centri di detenzione e testimonianze di carcerieri e carcerati.


Guardate quelle immagini, ascoltate quelle testimonianze. Sono un contributo straordinario alla ricerca della verità. Una verità scomoda, angosciante, che chiama in causa l'Europa, l'Italia, indifferenti se non complici. L'inchiesta di Piazza Pulita sui gironi infernali dei lager libici (in onda nella puntata di stasera), rappresenta un documento di straordinaria efficacia perché per la prima volta escono da quelle carceri precluse a qualsiasi controllo internazionale, immagini che danno conto di una condizione disumana. Immagini e testimonianze di vittime e aguzzini, racconti di persone sopravvissute a quella barbarie e racconti di carcerieri che esibiscono le loro prede e spiegano le modalità di tortura preferite. Viaggio nell'orrore libico. HuffPost ne parla con Corrado Formigli.

Sul piano giornalistico, qual è il tratto peculiare dell'inchiesta di Piazza Pulita?

"Si tratta di una inchiesta esclusiva che abbiamo realizzato con metodi complessi. Oggi entrare in Libia è impensabile ma noi siamo riusciti attraverso le testimonianze di carcerieri e carcerati, a far arrivare quelle immagini qui da noi. Immagini 'catturate' anche attraverso telefonini affidati a persone di nostra fiducia che in quelle carceri sono entrati".

Come definire quelle immagini?

"Sconvolgenti. Immagini che arrivano non dalle carceri ufficiali dove vengono tenuti i migranti. Da quelle carceri arrivano immagini 'accettabili' fatte filtrare dal regime libico. Quelle che mandiamo in onda nella nostra inchiesta sono immagini 'rubate' dentro i centri di detenzione illegali, che testimoniano situazioni e condizioni allucinanti".

Qualche esempio?

"Innanzitutto abbiamo, per la prima volta, la testimonianza di due carcerieri, uno dei quali si trova nella regione di Sabah, il quale spiega come i suoi schiavi, così li chiama, possano liberarsi solo attraverso il pagamento di un riscatto. E se questo riscatto non viene pagato vengono sottoposti a torture atroci. Lui stesso ce ne descrive una tra le sue preferite: utilizzare sul corpo dei suoi schiavi un ferro da stiro rovente. Un altro carceriere ci mostra schiave nigeriane come fossero bestiame al mercato, dandoci una quotazione, vendute come prostitute. Poi abbiamo la testimonianza di un migrante detenuto fuori da un carcere libico privato che spiega come, nell'ultimo anno, 90 persone sono morte in quel carcere per malattie".

Sulla base di questa inchiesta, forte, sconvolgente, come definiresti la Libia oggi?

"Come un luogo perduto, nel quale si sta compiendo una vera e propria strage silenziosa, un Paese nel quale si consuma senza soluzione di continuità una sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Il primo pensiero che ho è che quando noi, noi Italia, autorizziamo la Guardia costiera libica a soccorrere migranti in mare, in realtà stiamo decidendo di consegnarli a questo inferno. Ed è semplicemente incredibile, scoraggiante, pensare che venti anni fa abbiamo fatto una guerra nei Balcani in nome dei diritti umani, ritenendo intollerabile ciò che stava avvenendo ai danni della minoranza etnica albanese, mentre oggi immagini ancora più terribili trovano l'Europa indifferente e direi anche complice".

Questa inchiesta, oltre che una pagina di grande giornalismo, rappresenta anche un documento politico. Cosa vorresti chiedere in proposito a chi ha responsabilità politiche e di governo?

"Al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vorrei chiedere, innanzitutto, se è informato e nel caso non lo fosse di guardare anche questa inchiesta. In secondo luogo, se noi intendiamo continuare a finanziare la Libia con il risultato di continuare ad alimentare questo orrore, queste stragi di innocenti. Ma questa domanda dovrebbe essere rivolta anche all'opposizione. Oggi c'è un nuovo leader del Partito democratico, Nicola Zingaretti: qual è la sua posizione su ciò che sta accadendo in Libia? Ci sarà una continuità con la linea di Minniti o ci sarà uno scarto?".

Da "www.huffingtonpost.it" Corrado Formigli mostra in tv le carceri in Libia: "Immagini sconvolgenti. Una strage silenziosa in un luogo perduto"

Sono vari anni che la Cina bussa alla porta italiana, poiché l’Italia si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania”. Parla Lucio Caracciolo, analista di geopolitica, direttore di Limes ed editorialista del quotidiano la Repubblica

La notizia del giorno è la probabile, addirittura imminente, adesione dell’Italia – primo Paese del G7 a farlo – al maxi progetto infrastrutturale della Cina di Xi Jinping: la “Belt and Road Initiative” (BRI). Sono le famose “nuove vie della Seta” che si sostanzieranno in sei corridoi, cinque terrestri ed uno marittimo, tra Asia ed Europa, capaci di connettere la Repubblica Popolare al mercato strategico del Vecchio Continente e a quelli emergenti dell’Asia sudorientale, dell’Asia centrale, del Medio Oriente e dell’Africa.


Un progetto ambizioso, fiore all’occhiello del presidente Xi, con cui Pechino si candida a guidare una nuova fase della globalizzazione, questa volta con “caratteristiche cinesi”. Ma al quale non pochi guardano con sospetto, riconoscendovi l’imprinting di un preciso disegno geopolitico che mira ad assorbire intere regioni e paesi in una nuova sfera di influenza della Cina. La quale diventerebbe, così, il nuovo centro di un mondo riconfigurato secondo i desiderata, e le esigenze, del Partito Comunista Cinese.

I primi a suonare l’allarme sono, ovviamente, gli Stati Uniti. I quali, nello stesso articolo del Financial Times che riportava ieri le dichiarazioni con cui il sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Michele Geraci, rivelava che il Memorandum of understanding con cui aderiremo alla BRI è in dirittura d’arrivo, consegnavano al nostro paese un duro monito, arrivato attraverso le parole di Garret Marquis, portavoce del National Security Council, organo della Casa Bianca che si occupa di minacce strategiche.

Nelle stesse ore, inoltre, fonti del Corriere della Sera portavano a galla le pressioni esercitate dagli Usa sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte e sul sottosegretario di Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti affinché l’Italia non dia seguito al suo proposito di essere il primo paese del gruppo dei Grandi a partecipare alla BRI e non approfitti in particolare della visita nel nostro paese del presidente Xi, programmata per i prossimi 22 e 23 marzo, per apporre la fatidica firma.

Un dossier scottante che Start Magazine ha deciso di approfondire.

Ecco la conversazione con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, la prima rivista italiana di geopolitica e fucina di analisti ed intellettuali che dissezionano i grandi trend strategici del nostro pianeta.

Cosa sono dunque, Caracciolo, le nuove vie della Seta, ovvero “una cintura, una strada”?
Rappresentano una strategia di globalizzazione vestita da progetto di promozione infrastrutturale marittima e terrestre, che ha il compito di collegare il mercato europeo a quello cinese e ad altri mercati asiatici. Un progetto con un chiaro sottotono geopolitico, che punta sulla valorizzazione del marchio Cina e sull’espansione dell’influenza cinese nel mondo, con particolare riguardo ai paesi toccati da queste rotte marittime e terrestri.

Un insieme di progetti, la BRI, nell’ambito dei quali il nostro paese dovrebbe ricoprire un ruolo privilegiato, nella sua qualità di sbocco delle vie della seta: di qui l’importanza dei porti dell’Alto Adriatico, tra cui quello di Trieste.
Più che di ruolo per il nostro paese, parlerei di potenziale. Nel senso che sono vari anni che la Cina bussa alla porta italiana, poiché l’Italia si configura dal punto di vista geografico come un paese privilegiato, nel centro del Mediterraneo, ideale dunque per il collegamento tra le rotte marittime provenienti dall’Oceano Indiano via canale di Suez e poi dirette verso l’Europa centrale e la Germania. Potenziale, perché sinora l’Italia non è stata in grado o non ha voluto offrire vere sponde alla Cina.

E oggi?
Oggi, se veramente si firmerà questo memorandum, le cose procederanno diversamente. Lei ha citato Trieste, ma si potrebbe citare Genova, così come altri porti meno rilevanti, che potrebbero diventare dei perni del collegamento marittimo e ferroviario dalla Cina all’Europa. Trieste ha la caratteristica speciale di essere un porto franco, fondato 300 anni fa dagli Asburgo: ciò significa un vantaggio doganale notevole per chi vi sbarca o lo utilizza. Trieste è ben collegata alla linea Vienna-Monaco piuttosto che al resto dell’Italia. E poi Trieste ha da sempre una vocazione autonoma, di carattere anche geopoliticamente ambiguo fra Italia ed Europa di mezzo, e questo rappresenta da un certo punto di vista un vantaggio, ma anche un problema per l’Italia. Poi c’è un secondo capitolo della BRI…

Quale?
È il capitolo rappresentato dalle vie della seta digitali, ossia la penetrazione di cavi internet e data center. Su questo i cinesi puntano molto, in particolare Huawei, portatrice di una tecnologia 5G che le conferisce una posizione privilegiata rispetto agli americani. Questo crea però una tensione forte tra Italia e Usa, perché Washington teme che la Cina usi l’Italia come base di spionaggio.

E qui, dopo le opportunità che i progetti cinesi offrono all’Italia, si apre la questione delle minacce. Che gli Usa, sia per quanto riguarda BRI che per Huawei, ci ricordano ad ogni pie’ sospinto. Perché, concretamente, gli Usa vogliono che l’Italia si tenga alla larga dalla BRI e dalla Cina più in generale?
Gli Stati Uniti vedono nella Cina la minaccia numero uno al loro primato mondiale. Vedono nella tecnologia cinese nel campo di internet un rivale pericoloso, capace di penetrare anche i segreti degli Usa e della loro sfera di influenza imperiale, di cui noi facciamo parte. Quindi, se, come già sta avvenendo, Huawei apre dei centri di raccolta dati e internet in Italia, questo crea un malumore negli Stati Uniti.

Gli Usa lanciano l’allarme Huawei, ma non esibiscono le prove: non c’è la pistola fumante di un coinvolgimento dell’azienda di Shenzhen nello spionaggio di Pechino. Le famose “backdoor” che Huawei piazzerebbe nella rete, e che costituirebbero il cavallo di Troia con cui il regime cinese penetrerebbe nei nostri network, non le ha viste nessuno.
Noi sappiamo che da parte britannica, dunque di un alleato privilegiato degli Usa, è stata notata una relativa innocuità delle tecnologie di Huawei. E’ chiaro che, in questo campo, prove certe non ci sono, o se si hanno ciascuno le tiene per sé, magari sotto il tavolo. Quindi non mi aspetterei rivelazioni clamorose. Resta il fatto che gli americani, che abbiano ragione o torto, credono che Huawei sia un pericolo.

Un pericolo anche perché la legge cinese sull’Intelligence del 2017 dice chiaramente che Huawei è obbligata a collaborare col governo.
Ma questo è perfettamente normale, in tutti i paesi normali. Anche Google e Facebook collaborano con il governo americano.

Ma quali minacce specifiche pone la Via della seta al nostro Paese?
Nessuna in particolare. Il vero problema a mio avviso è che i cinesi potrebbero usare l’Italia per i loro fini esclusivi e mettano un’impronta troppo forte ed esclusiva sull’Italia. Questo significa evidentemente una minaccia per un paese come il nostro che fa parte della Nato ed è dentro la sfera di influenza europea dell’America. Quindi, come vediamo anche dalla cronaca, siamo sottoposti ad una serie di pressioni.

Peraltro, è la stessa Unione Europea a nutrire diffidenza nei confronti della BRI. Ricordo solo il report firmato da 27 ambasciatori in Cina dei paesi UE – tutti tranne quello ungherese – che l’anno scorso evidenziò tutte le perplessità europee sul progetto.
Per la verità alcuni paesi europei non secondari, come la Germania o l’Inghilterra, sono già in rapporti con Huawei ed hanno già rapporti piuttosto avanzati in campo tecnologico con la Cina. Credo che retorica e sostanza in questo caso non coincidono.

Secondo lei, il governo italiano sottovaluta i problemi intrinseci ai dossier BRI ed Huawei? Vede la possibilità all’orizzonte di uno scollamento nei rapporti tra Italia e Usa?
C’è un problema di dilettantismo, o se si preferisce di ignoranza. Questo è un governo composto da persone che non hanno mai avuto a che fare con questo genere di dossier, e dunque si sono fatte prendere alla sprovvista. Di Maio stesso pensava di poter firmare il memorandum of understanding sulla BRI nel novembre scorso (mentre era in visita istituzionale in Cina, ndr), ed evidentemente è stato fermato dagli americani.

E invece la Lega – al di là dell’entusiasmo di Geraci – che posizione ha su questi dossier?
Almeno finora, direi che sostanzialmente condivide la necessità di aderire alle Vie della seta. Non vedo dunque su questo una divaricazione tra M5S e Lega.

Gli Usa tuttavia, va detto, hanno un atteggiamento quanto meno ondivago. Perché se da un lato chiamano all’ordine gli alleati su Huawei e BRI, poi scopriamo dal New York Times che Donald Trump ogni tanto si consulta con i suoi consiglieri su come si possa far uscire l’America dalla Nato. Quindi non ci si può stupire se l’Italia non sappia più come orizzontarsi.
A parte le esercitazioni di Trump, è chiaro che gli Usa non hanno alcuna voglia di uscire dalla Nato. Anzi, negli ultimi tempi la loro presenza in Europa anche militare si è accresciuta.

A proposito dei nostri rapporti con il nostro maggiore alleato, cosa ne pensa della partecipazione del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi alla ministeriale di Varsavia convocata due settimane fa dagli Usa per dare vita ad una poderosa coalizione contro l’Iran? Un’iniziativa che è stata disertata, oltre che da Federica Mogherini, dai capi delle diplomazie di Francia e Germania, che hanno preso clamorosamente le distanze dal tentativo americano di coinvolgere l’Europa nella campagna di “massima pressione” nei confronti degli ayatollah. Le chiedo, l’Italia ha per caso aderito, senza strombazzarlo troppo, alla coalizione anti-Iran?
Non mi risulta. L’Italia mantiene una posizione piuttosto riservata. Comunque la posizione italiana non conta granché visto che il nostro paese, per sua scelta, non ha voluto partecipare ai negoziati con l’Iran sul trattato contro la proliferazione nucleare. Quindi siamo fuori da questo gioco.

Nella grande partita che è in corso nella Mezzaluna tra regimi come quello di Sisi e bin Salman da un lato e forze islamiste guidate da Turchia e Qatar dall’altro, noi stiamo facendo un gioco, come dire, altalenante, che non sembra nemmeno funzionale ai nostri interessi nazionali, come dimostra il caso della Libia, che ci vede sempre più isolati ed in difficoltà. Lei cosa suggerirebbe a questo governo?
Io penso che sia importante mantenere relazioni decenti con tutti, anzitutto con l’Iran, che è uno dei paesi veri della regione. A parte Teheran, io vedo solo Israele e Turchia come realtà consolidate. Il resto sono o famiglie allargate, vedi quella saudita, o regimi su cui difficilmente si può scommettere per il futuro. Segnalo anche i sommovimenti in corso in Algeria, che ci interessano da vicino.

Da "www.startmag.it" Via della Seta, perché la Cina punta sull’Italia e perché gli Usa sbuffano di Marco Orioles

“Se l’uso dei combustibili fossili minaccia la nostra esistenza, come è possibile che continuiamo a usarli? Perché non ci sono dei limiti? Perché non è illegale farlo?”. Così ha scritto in una lettera al Guardian Greta Thunberg, la ragazza svedese ispiratrice delle migliaia di giovani che parteciperanno al Climate strike, la marcia globale per il clima prevista per il 15 marzo contemporaneamente in 105 paesi e 1.659 città, di cui 178 in Italia.

Il 13 agosto 2018, una settimana prima che Thunberg cominciasse la sua protesta solitaria per il clima davanti al parlamento svedese, il tribunale della corte di giustizia dell’Unione europea ha accettato il ricorso presentato dalle dieci famiglie riunite nella causa collettiva People’s climate case contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea per le politiche climatiche dell’Ue, considerate insufficienti a proteggere la salute dei cittadini.

Attraverso direttive e regolamenti l’Unione europea ha fissato come obiettivo per il 2030 la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 40 per cento rispetto ai valori del 1990. Ma in questo modo, accusa il People’s climate case, il parlamento e il consiglio europei autorizzano emissioni significativamente superiori all’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) da rispettare nell’Ue per raggiungere gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi per contenere la temperatura media terrestre entro 1,5 gradi o comunque ben al di sotto dei 2 gradi.

L’azione legale è stata intrapresa da famiglie che provengono da Portogallo, Germania, Francia, Italia, Romania, Kenya, Fiji e dall’associazione giovanile svedese del popolo sami, Sáminuorra, ed è supportata dal Climate action network, coalizione di più di 1.300 ong impegnate nel contrasto al cambiamento climatico.

L’esperienza della famiglia Elter
La famiglia italiana è quella di Giorgio Elter, agricoltore a 1.800 metri di altitudine nel comune di Cogne, in Valle d’Aosta, e padre di quattro figlie che con lui e con la madre hanno deciso di fare causa all’Unione europea. Elter coltiva ortaggi, piccoli frutti e piante aromatiche che poi trasforma direttamente. La sua attività è particolare, perché a quelle altitudini le principali attività agricole sono l’allevamento di bovini e la produzione di formaggio.

“Io non coltivo niente di particolare, non coltivo certo i pomodori. Coltivo le specie tradizionali tipiche di Cogne e della zona. Ma oggi a causa dell’alterazione dei cicli stagionali queste piante hanno difficoltà a maturare e ne risente anche la produzione”, racconta Elter. “Due anni fa c’è stata pochissima neve in inverno, e un caldo tardoinvernale in febbraio e marzo che è fuori della norma per queste altitudini”, continua. “Questo ha fatto sì che la vegetazione cominciasse a riprendersi in anticipo producendo gemme e fiori. Poi ad aprile sono arrivate le gelate, che sono normalissime per quel periodo, ma visto che le piante avevano già ripreso l’attività vegetativa il freddo ha bruciato le gemme e i fiori e non ho raccolto né fragole né lamponi”.

Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce, osserva Maria Elter, che ha quasi 18 anni

Nella zona climatica delle Alpi ci dovrebbe essere la neve fino ad aprile e tutta la vegetazione dovrebbe essere in riposo vegetativo fino al suo scioglimento in primavera. Le nevicate sono importanti perché proteggono dal gelo le piante perenni, come le fragole e i lamponi, e i terreni dove è stato seminato. I piccoli frutti, che possono essere venduti freschi o trasformati in confettura, sono dei prodotti importanti da un punto di vista economico. Nel 2017, a causa della mancata raccolta di fragole e lamponi, Elter ha subìto una perdita di circa il 20 per cento del fatturato annuo.

Quest’anno somiglia paurosamente a quello di due anni fa. “Ai primi di marzo a 1.800 metri dovrebbe esserci ancora un metro di neve e la temperatura dovrebbe essere sotto zero. Invece abbiamo già toccato i 20 gradi e sono 15 giorni che ho cominciato a lavorare i campi”, racconta l’agricoltore spiegando la gravità dell’impatto del cambiamento climatico per le coltivazioni e per il suo lavoro. “L’agricoltura deve adeguarsi, deve cambiare tutto. Non potremo più coltivare le specie tradizionali tipiche di Cogne”.

La coltivazione della fragola richiede parecchio tempo, e non ne vale la pena se un anno sì e un anno no le colture non arrivano a produzione. “Io coltivo tante specie, così da non rimanere in ginocchio quando un anno va male. Le fragole sono una coltivazione importante, ma prima di prendere la decisione di cambiare tutto, uno ci pensa”, dice Elter.

Maria Elter, la figlia più giovane di Giorgio Elter, compie 18 anni il mese prossimo e parteciperà alla marcia per il clima ad Aosta, a 45 minuti in pullman da Cogne. Maria ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico nei primi anni delle superiori. “Quand’ero bambina non mi preoccupavo dei problemi ambientali. Ma dal paese in cui vivo si vedono i ghiacciai che si sciolgono, ogni anno, sempre di più, e quando mio padre ci ha detto della causa legale contro il parlamento europeo e il consiglio dell’Unione europea sono stata entusiasta di poter contribuire a un’azione che potrebbe aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo”.

Anche alcuni amici di Maria, “quelli che capiscono il problema”, sono stati entusiasti quando hanno saputo del People’s climate case, mentre altri sono rimasti indifferenti. “Penso che la mia generazione sia stata educata a non alzare mai la voce e ad accontentarsi di ciò che il mondo offre. Molte persone non sono interessate a fare qualcosa contro i cambiamenti climatici perché non si rendono conto della gravità del problema”, dice Maria che studia al liceo di scienze umane Regina Maria Adelaide di Aosta.

Secondo lei una parte dell’indifferenza è dovuta al fatto che a scuola se ne parli poco e male, e che nel dibattito pubblico non se ne parli abbastanza. “Io penso che la manifestazione del 15 marzo sarà molto bella, molto unita”, dice Maria, “è partita da una cosa piccola e fa vedere che dal gesto di una persona si può arrivare a qualcosa di grande”.

Di chi è la responsabilità
I campi di Elter sono esposti a sud e da lì si vede il versante nord del massiccio del Gran Paradiso, con il ghiacciaio del Gran Cru e il ghiacciaio della Tribolazione. “È evidente per chiunque viva o frequenti Cogne che si stanno ritirando in maniera folle”, osserva Elter. Il cambiamento climatico è più rapido nelle zone montuose rispetto a quelle pianeggianti, e il rapporto Ispra 2018 sulle variazioni della temperatura in Italia mostra che un aumento medio di temperatura di 1 grado in bassa quota corrisponde a un aumento doppio sulle Alpi. I ghiacciai delle Alpi sono le riserve di acqua dolce per le pianure a valle e per il bacino idrografico del Po e gli effetti del loro ritiro si stanno già facendo sentire a chilometri di distanza.

A Cogne, oltre al modello di agricoltura dovrà cambiare anche quello del turismo. D’inverno si pratica lo sci di fondo, ma se non nevica le piste non aprono. Si potrebbe ricorrere alla neve artificiale, ma non se la temperatura è troppo alta. Cogne è famosa per le cascate di ghiaccio che attirano alpinisti da tutto il mondo. Ma anche quest’attività comincia a risentire del cambiamento climatico, spiega Elter: “L’alta temperatura invernale impedisce al ghiaccio di formarsi sulle cascate e le riserve idriche che le alimentano si stanno esaurendo a causa della diminuzione delle nevicate invernali, che normalmente servono a incentivare il recupero delle risorse idriche, e delle siccità estive che le prosciugano”. Forse, tra 20 anni, l’arrampicata su ghiaccio non sarà più praticata a Cogne.

L’aumento della temperatura media ha effetti anche sul permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato. “Fino a trent’anni fa era difficile trovare temperature superiori allo zero sopra ai tremila metri. Adesso lo zero termico arriva in cima al Monte Bianco, oltre i cinquemila metri”, denuncia Elter. E anche alla fine di febbraio, a 3.500 metri la temperatura era sopra lo zero.


Laureato in scienze forestali, prima di cominciare l’attività di agricoltore nel 2007 Elter era libero professionista e ha lavorato per anni su valanghe e dissesto idrogeologico, diventati più frequenti e di maggiore intensità. Elter era già a conoscenza degli impatti e dei rischi legati al cambiamento climatico quando l’ong Save the planet, che paga le spese legali del People’s climate case, l’ha invitato a partecipare al ricorso contro le istituzioni dell’Unione europea. Dice di avere subito accettato per la “responsabilità che uno sente nei confronti delle nuove generazioni. Abbiamo condotto uno stile di vita che ha creato situazioni di eccessivo sfruttamento ambientale senza preoccuparcene. Non siamo stati capaci di uno sviluppo sostenibile, non siamo stati di capaci di mantenere intatto quello che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri nonni”.

L’insufficienza dell’Europa
Il People’s climate case basa la sua accusa sulle analisi delle emissioni di gas a effetto serra condotte dall’ong Climate analytics, che fornisce informazioni scientifiche rilevanti per lo sviluppo di politiche in difesa del clima.

Climate Analytics, il NewClimate Institute, un’ong che dal 2011 si occupa di politiche climatiche internazionali, e la società di consulenza energetica Ecofys, hanno creato il progetto Climate action tracker che si occupa di valutare le promesse di riduzione delle emissioni dei vari stati e le azioni effettivamente in atto. Le politiche climatiche degli stati sono valutate da “modello da seguire” a “criticamente insufficiente”. L’Europa è classificata come “insufficiente”.

Hanna Fekete è una delle fondatrici del NewClimate Institute e osserva: “Entro il 2030 l’Europa dovrebbe ridurre le sue emissioni di CO2 di almeno il 60 per cento rispetto ai valori del 1990. Questo è lo sforzo minimo per un’equa condivisione dello sforzo”. L’approccio di un’equa condivisione dello sforzo (fair effort sharing) si basa su vari criteri “tra cui le responsabilità storiche e le capacità dei singoli stati; l’idea che i paesi con un prodotto interno lordo maggiore debbano fare degli sforzi maggiori; o ancora che nel 2050 ci debba essere una convergenza che porta a emissioni pro capite uguali in tutti i paesi”.

Un rapporto pubblicato da Climate action tracker nel dicembre 2018 mostra che dall’entrata in vigore dall’accordo di Parigi del 2015 le politiche realmente applicate nei vari paesi mostrano pochi progressi, e se anche tutti i governi mantenessero gli impegni presi, questi non sarebbero sufficienti e la temperatura media del pianeta nel 2100 supererebbe di tre gradi quella dell’epoca preindustriale. Il rapporto Scaling up climate action in the European union mostra, però, che l’Unione europea potrebbe tagliare le sue emissioni di più del 50 per cento entro il 2030 rispetto al 1990 agendo solo su tre settori che rappresentano oggi circa il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra: la produzione di energia, le abitazioni residenziali e il trasporto passeggeri su gomma.

Le cause dal basso
Per quanto riguarda invece i processi e gli esposti in tribunale relativi al riscaldamento climatico, secondo una recente analisi dell’istituto Grantham di ricerca sul cambiamento climatico e l’ambiente su oltre mille cause legali che riguardano il clima, le imprese e le multinazionali sono quelle più presenti nelle aule giudiziarie, dove si oppongono alle decisioni delle pubbliche amministrazioni in materia di clima, come il rifiuto di rilasciare nuove licenze per la costruzione di centrali a carbone o l’introduzione di quote per l’emissione di gas a effetto serra.

Gli autori dell’analisi notano tuttavia un aumento negli ultimi anni delle cause legali intentate dal basso, da cittadini e ong che ricorrono alla giustizia contro privati e governi quando ritengono che il riscaldamento climatico determini una violazione dei diritti fondamentali delle persone. Secondo i ricercatori queste iniziative potrebbero avere un “impatto significativo” perché stanno allargando il dibattito sulle responsabilità del fenomeno.

Questo tipo di processi può essere replicato in Italia, perché il cambiamento climatico incide sul diritto alla salute

Nel 2015, 886 cittadini olandesi rappresentati dalla fondazione Urgenda hanno vinto una causa per “violazione dei diritti umani” contro il loro governo, e il tribunale distrettuale dell’Aja ha ordinato al governo dei Paesi Bassi di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 25 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020 in conformità con l’obbligo specifico di “proteggere i suoi cittadini”. Il governo olandese, il cui obiettivo di riduzione era attorno al 17 per cento, ha fatto ricorso contro la decisione in corte di appello. Pur avendolo perso, invece di rispettare la sentenza ha deciso di presentare un nuovo appello.

Nell’ottobre 2016, una coalizione di giovani attivisti, rappresentanti di popolazioni indigene e Greenpeace ha presentato ricorso contro la decisione del governo norvegese di aprire il mare di Barents alle esplorazioni petrolifere. Il primo ministro è stato accusato di mancato rispetto dell’articolo 112 della costituzione norvegese che recita: “Ogni persona ha il diritto a un ambiente favorevole alla tutela della salute (…). Le risorse naturali devono essere gestite sulla base di valutazioni lungimiranti e di portata globale che permettano di salvaguardare tali diritti anche per le generazioni future”.

Il 14 marzo 2019, l’associazione francese Notre affaire à tous, insieme a Oxfam France, a Greenpeace e alla fondazione Nicolas Hulot, ha depositato presso il tribunale amministrativo di Parigi un ricorso chiamato l’Affaire du siècle contro il governo di Emmanuel Macron. Sostenuto da più di due milioni di cittadini che hanno firmato l’appello, il ricorso chiede allo stato francese di prendere misure per mitigare il cambiamento climatico e allo stesso tempo garantire la giustizia sociale.

A prescindere dall’esito, quella del People’s climate sarà una causa pilota che potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci

Secondo Michele Carducci, ordinario di diritto costituzionale e comparato e di diritto climatico presso l’Università del Salento, questo tipo di processi potrebbe essere replicato anche in Italia. Anche se la parola “clima” non compare nella costituzione italiana, osserva Carducci, “i cambiamenti climatici sono riconducibili a sfere di garanzia e riconoscimento già inclusi nella nostra costituzione. Il clima è un fatto naturale che prescinde dalle azioni umane, mentre i cambiamenti climatici non sono solo un fatto naturale. La comunità scientifica ha accertato che c’è una forte determinazione causale delle azioni umane, e in particolare di due azioni: l’uso dei combustibili fossili e l’inadeguatezza dei modi per limitare i danni”.

Quindi, conclude, Carducci, “in quanto fenomeno sociale il cambiamento climatico può essere perfettamente riconducibile al diritto fondamentale alla salute individuale e collettiva, sancito nell’articolo 32 della costituzione, e all’articolo 41 secondo cui l’attività economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”.

Gli osservatori sanno che le battaglie nel campo della difesa ambientale sono basate su un rapporto di forze, e non si può prevedere quale sarà l’esito del People’s climate case. “A prescindere dall’esito, sarà una causa pilota. Grazie all’impatto politico e nei mezzi d’informazione e al contributo delle conoscenze scientifiche potrebbe condurre all’adozione di politiche più efficaci”, commenta Chiara Maiorano, avvocata specializzata in diritto dell’ambiente e protezione internazionale.


Maiorano nel 2018 ha ottenuto la protezione umanitaria per problemi legati al cambiamento climatico nelle regioni di provenienza per un cittadino del Bangladesh, uno dei territori più vulnerabili all’alterazione delle condizioni ambientali determinate dall’aumento della temperatura terrestre.

L’esperienza di Firenze
Emma Romoli, 19 anni la settimana prossima e studente all’ultimo anno al liceo classico Michelangelo, è una delle organizzatrici della marcia a Firenze: “Ho sentito parlare per la prima volta di cambiamento climatico alle medie, in una lezione di geografia non molto approfondita e non ricordo un granché. Invece, in seconda liceo, le Mamme No Inceneritore (un’associazione che si batte contro i progetti di costruzione del nuovo inceneritore e di estensione dell’aeroporto di Firenze), sono venute a un’assemblea a scuola e ci hanno parlato delle conseguenze che inceneritori e traffico aereo hanno sulla salute e sul clima. Ricordo che mi ha colpito moltissimo. Poi c’è stata un’inchiesta di Report che mi ha aperto gli occhi: mostrava un documentario di Rai Storia sull’inquinamento a Londra negli anni ottanta. E due giorni fa ho letto sul giornale di quante persone muoiono per l’inquinamento atmosferico”, continua Romoli che dopo il liceo pensa di iscriversi alla facoltà di filosofia. “Io non avrò un futuro: vado in bicicletta e mi prendo zaffate di aria inquinata. Sono molto arrabbiata per il progetto dell’estensione dell’aeroporto di Firenze e per la distruzione dell’ambiente”.

Tutti gli anni, Romoli e il collettivo Studenti uniti del Michelangelo organizzano cortei per la scuola a ottobre, manifestazioni dell’8 marzo e del 25 aprile, e quest’anno hanno occupato la scuola per protestare contro il comune per il degrado dell’edilizia scolastica. “Prima di conoscere la storia di Greta Thunberg e la nascita del movimento #FridaysForFuture non avevo mai pensato di organizzare una manifestazione per il clima. Per la mia generazione sembra impensabile riuscire a fare qualcosa contro i problemi ambientali”.

Gli studenti del gruppo #FridaysForFuture Firenze si sono imposti di rimanere svincolati dai partiti “per evitare che i politici italiani si possano identificare con noi a sproposito”, spiega Romoli. Secondo loro questo permetterà anche a persone che non fanno politica di partecipare alla manifestazione e di “rendersi conto delle inadempienze di ogni partito politico nella lotta al cambiamento climatico”.


“Io spero che in piazza alla manifestazione per il clima ci sia tanta gente arrabbiata contro le politiche che non seguono più il bene dei cittadini ma solo gli interessi delle multinazionali. Credo fermamente che ci sarà un risveglio della mia generazione. Lo so che la manifestazione del 15 marzo non avrà delle conseguenze immediate e lo so che la protesta andrà a scemare”, conclude Romoli. “Ma dopo ci sarà la marcia del 23 marzo a Roma per il clima e contro le grandi opere inutili, e dopo ancora continueremo a riunirci in assemblea e a sensibilizzare le persone perché è un nostro diritto avere una vita ecosostenibile”.

Osserva Christophe Traini, professore di scienze politiche all’istituto di scienze politiche di Aix-en-Provence: “Le mobilitazioni sono importanti perché il diritto non evolve solo grazie ad argomenti giuridici, ai quali è sempre possibile opporre dei controargomenti. Come dimostrato chiaramente dai movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, i magistrati fanno evolvere la giurisprudenza appoggiandosi ai valori e alle scelte espresse dalla società, nell’insieme o per segmenti consistenti”.

In una lettera scritta alla fine di febbraio al Guardian, venti giovani del gruppo internazionale di coordinamento dello sciopero del 15 marzo chiedono ai governi di prendere misure efficaci e reclamano “la giustizia climatica per tutte le vittime passate, presenti e future del cambiamento climatico”.

La difesa dell’ambiente si basa su rapporti di forze. La marcia del 15 marzo riuscirà a far pendere la bilancia dalla parte della giustizia climatica?

Da "www.internazionale.it" In lotta per il clima nelle piazze e nei tribunali europei

Per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Partito democratico: una centralità politica che i dem non avevano da molti mesi. Il nuovo segretario inizia con una forte legittimazione. Saranno decisivi la scelta della classe dirigente e il posizionamento sui temi più caldi


Può piacere o meno ma le primarie di domenica hanno dato una scossa importante al Partito Democratico e possono essere considerate a pieno titolo un successo. Al di là del numero di votanti, per 48 ore i media italiani hanno discusso sul presente e sul futuro del Pd: una centralità politica che i democratici non avevano da molti mesi.

L’asticella della partecipazione era stata portata volutamente in basso dai Dem: le aspettative pubbliche si aggiravano attorno al milione di elettori, un numero a portata di mano scelto anche per sfruttare l’effetto sorpresa di una partecipazione maggiore. Tuttavia, nessuno si aspettava davvero che i votanti potessero superare il milione e mezzo: duecento mila in meno rispetto a due anni fa, quando però lo stato di salute del Pd, che si aggirava attorno al 27% dei consensi, era ben diverso. Nel complesso, Nicola Zingaretti può quindi iniziare il proprio mandato da segretario con una legittimazione forte (anche questa superiore alle aspettative) e un Pd nuovamente al centro dell’attenzione mediatica. Avrà quindi tutti gli occhi su di sé in questi primi mesi, e dovrà essere attento a imprimere da subito al partito la svolta che gli elettori hanno chiesto a gran voce.


Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative.

Sono tre le sfide fondamentali che Zingaretti giocherà in questi primi mesi. La prima, è la scelta di una nuova classe dirigente. Molti l’hanno accusato di «riportare il Pd indietro»: il governatore del Lazio ora potrà rispondere con i fatti, promuovendo una segreteria giovane, fatta di volti nuovi, non ostaggio delle correnti. Il consenso delle primarie gli conferisce la forza per imporre i nomi che preferisce con estrema libertà. La seconda, è la sfida del posizionamento. Nei ringraziamenti dopo il voto, Zingaretti si è rivolto a molti segmenti sociali parlando loro direttamente e impegnandosi pubblicamente. Ora è il momento dei fatti. È partito dalla Tav, assieme al governatore Chiamparino, un chiaro segnale al Nord che l’ha premiato con percentuali plebiscitarie. Ora toccherà all’ambiente e alla lotta alla povertà, i primi impegni presi dal segretario domenica sera: due temi in cima alle priorità degli italiani, e fino ad oggi sottovalutati dal Pd.

Infine, c’è la sfida del voto europeo (e amministrativo). Per le europee, Zingaretti dovrà far valere il ruolo dei Democratici, che dopo il voto di ieri non potrà essere subalterno al progetto di Calenda, ma dovrà essere il perno di una coalizione larga. E soprattutto, dovrà lavorare molto nei comuni che andranno al voto. Per il Pd, le comunali sono una sfida ancor più decisiva del voto europeo: gli amministratori sono la grande forza del centrosinistra, perdere tanti governi locali sarebbe un sacrificio sanguinoso. Per la prima volta da mesi, tuttavia, i democratici possono affrontare la campagna elettorale futura con speranza: d’altronde, le primarie hanno spesso fatto da traino al centrosinistra, in particolar modo quando, come avvenuto domenica, la partecipazione è andata oltre le aspettative. È lecito quindi attendersi un effetto-Zingaretti nelle prossime settimane, ma non bisogna perdere di vista il punto di partenza: quello di un partito reduce da un anno di delusioni, sconfitte, liti interne e venti di scissione – per adesso rimandati.

Da "www.huffingtonpost.it" Arriva l'effetto Zingaretti per il Pd (ma occhio a non sprecarlo)

Il rientro in patria di Juan Guaidó, presidente del Parlamento venezuelano, autoproclamatosi Presidente ad interim e riconosciuto come tale da molti Stati occidentali (ma non dall'Italia), riaccende la tensione e gli interrogativi sul futuro del Paese guidato dal 2013 da Nicolás Maduro. Al di là della cronaca di queste ore, è necessario comprendere la complessa situazione sociale, politica e umanitaria in cui versa oggi il Venezuela alla luce del chavismo, al governo da vent'anni, e degli effetti che ha prodotto. Pedro José García Sánchez, docente di Sociologia alla Università Paris Nanterre, analizza le strategie impiegate in questi anni dal regime chavista per conservare il potere e riflette sulle condizioni necessarie per un ritorno alla vita pubblica civile e democratica.


Molti ancora non capiscono (perché non vogliono o non possono) il prolungarsi nel tempo della crisi venezuelana e l’urgenza generale che regna: il processo in atto, i leader, i drammi, i morti, quanti sono dimenticati, il progressivo deteriorarsi di tutti gli aspetti della vita che tocca il 95% della popolazione.

Un bambino ha bisogno di vaccini e di cure contro malattie come difterite, morbillo, malaria e non gli bastano né la tessera sanitaria, né la carta d’identità, né l’improbabile aiuto internazionale (lo Stato ha rifiutato per 5 anni di riconoscere l’emergenza medica). Possedere il carnet de la patria (un documento per l’accesso al welfare introdotto nel 2017) gli permetterà solo di alimentare le sue speranze, in mezzo all’opacità coltivata da uno Stato che non pubblica più statistiche sanitarie dopo l’epidemia del virus Chikungunya nel 2014.

Lo stigma biopolitico come meccanismo di selezione sociale è un metodo applicato da molto tempo dalla rivoluzione bolivariana. Nel 2003, quasi due milioni e mezzo di venezuelani firmarono la petizione a sostegno di un referendum per rimuovere Chávez dalla presidenza. Poco dopo, a seguito della pubblicazione di un database contenente i loro nomi e recapiti, questi cittadini si son visti privati dei loro diritti civici e lavorativi. La “Lista Tascon” (dal nome del deputato chavista che l’aveva creata) era la pietra angolare di un efficace modello di esclusione: chi vi era inserito era tagliato fuori dalla pubblica amministrazione, così come dai circuiti commerciali, di distribuzione di beni e di assistenza sociale dello Stato.

I fiumi di persone che abbandonano con ogni mezzo la patria emblematica del “Socialismo del XXI secolo”, nel più importante esodo latinoamericano dell’ultimo mezzo secolo, sono un indicatore indiscutibile dell’ultima generazione di segregati dal chavismo. 4,1 milioni di venezuelani (il 12% della popolazione) hanno lasciato il Paese; il 98% l’ha fatto dopo il 1999: 1,5 milioni fino al 2015 e 2,6 milioni dopo il 2016.

Questa fuga massiccia dal Paese che conta fra le più grandi riserve di petrolio del mondo è giustificata? Sì, finché la vita quotidiana si svolge sotto l’imperialismo del bisogno e lo sconvolgimento generale tipico delle situazioni difficili. Il 68% dei bambini fino a cinque anni presenta un deficit nutrizionale secondo la Caritas venezuelana. L’iperinflazione ha toccato un milione e mezzo per cento nel 2018 e vi è la previsione che arrivi a dieci milioni nel 2019. L’approvvigionamento è divenuto la prerogativa esclusiva dei comitati patriottici (CLAP) e di reti usurarie o delinquenziali. Tornare a casa senza correre rischi è una sfida quotidiana in un Paese che annovera sette tra le cinquanta più pericolose città del mondo e la cui capitale, Caracas, è al primo posto dal 2014. Sottomettersi alle bande armate (gruppi criminali diretti dalle prigioni, i commissariati o le milizie chaviste) è diventata una pratica normale per le persone che vivono nei quartieri popolari. Paradosso del cinismo sociologico locale: queste bande e milizie sono chiamate “collettivi”.

Il chavismo al governo ha fatto il passo, molto corto, dal luogo comune secondo cui l’appropriazione-espulsione del pubblico era diventata una necessità al condizionamento totalitario come politica statale. Da quando è salito al potere nel 1998, il suo obiettivo principale è sempre stato di assicurarsi, a qualsiasi prezzo, l’egemonia. Non è possibile che questo potere senza limiti si perpetui all’infinito senza abbandonare gli elementi civili e umani che danno forma alla democrazia moderna e alla civiltà contemporanea.

L’“impressione” della perpetuità è tanto importante quanto il fatto che il suo “processo” si cristallizzi in modo progressivo. Il chavismo spesso è andato oltre a ciò che una razionalità democratica è pronta ad accettare, come si coglie dall’affermazione di Delcy Rodriguez, che ha guidato l’Assemblea nazionale costituente dal 2017 al 2018: «Non cederemo mai più il potere politico». Bisogna seguire questa pista per capire il gioco di prestigio politico che ha trasformato le elezioni da elemento chiave dei sistemi democratici in strumento che bandisce l’alternanza, annichilisce le garanzie democratiche e fa della perpetuità al potere di un partito il tempo della politica. Svuotare di senso le elezioni – privando il voto della segretezza, dell’uguaglianza e della libertà – illustra bene questo passaggio. Al centro di tutto questo vi è un tecnicismo meccanico: più si automatizza il sistema elettorale, più diviene opaco. Se a questo modello di “agire come se” si aggiunge che le responsabilità in sede elettorale, di mediazione, di statistica, di polizia e di giustizia sono attribuite a quanti sono “leali”, si comprende l’impalcatura di un presente che assicura il mantenimento del potere.

Pensiamo a un’idra e al modo in cui opera: occupa come un parassita gli spazi e si procura di continuo più tempo, rafforzando la propria posizione. La sua traiettoria reticolare seduce per la sua influenza, dato che prevarica con il suo progetto e domina per lo stretto controllo che esercita sul quotidiano. Questa dimensione avvolgente è essenziale per soggiogare: apre le porte della rassegnazione dando l’impressione che, in un contesto di necessità, tutto può essere controllato, dalle elezioni all’acquisto di farmaci. Il passaggio da questa situazione alla tragedia attuale in caduta libera è stato solo questione di tempo. Proprio quello che il Governo chavista e i suoi alleati non hanno mai smesso di cercare di procurarsi: più tempo per dare al loro tragico governo un’apparenza di eternità.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it" Venezuela, come il chavismo ha messo in ginocchio un Paese

Non c’è futuro senza femminismo

Lunedì, 11 Marzo 2019 00:00

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“La violenza di genere non riguarda solo le relazioni interpersonali: coinvolge la politica, l’economia e tutta la società”, dice Marta Dillon, intervistata al festival di Internazionale a Ferrara. “Con il movimento Ni una menos sono stata protagonista di una rivoluzione che ha portato grandi cambiamenti”, aggiunge la giornalista argentina.

Marta Dillon è tra le fondatrici del collettivo femminista Ni una menos, nato in Argentina nel 2015 per protestare contro i femminicidi e la violenza sulle donne (secondo la corte suprema del paese, nel 2017 sono stati accertati 273 femminicidi). Il movimento si è poi diffuso anche in altri paesi dell’America Latina e in Europa.

In Italia è nato il movimento femminista Non una di meno. Il 24 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ci sarà una manifestazione nazionale a Roma contro la violenza di genere e le politiche del governo.

Marta Dillon è una giornalista e sceneggiatrice argentina. Lavora per il quotidiano di Buenos Aires Página12 e dirige il supplemento Las12. Ha scritto Aparecida (Sudamericana 2015) e Corazones Cautivos. La vida en la cárcel de mujeres (Aguilar 2008). È autrice di programmi televisivi e documentari.

Da "https://www.internazionale.it" Non c’è futuro senza femminismo 

La legge che, a far data dal 5 ottobre 2018, ha soppresso il titolo di soggiorno attribuibile ai migranti in presenza di seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano, non può avere effetto retroattivo e, pertanto, non è applicabile alle domande di riconoscimento della protezione internazionale presentate prima della suddetta data.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione in una recente sentenza che, pur respingendo l’istanza di protezione internazionale e umanitaria di un cittadino della Guinea sul presupposto che le ragioni dell’allontanamento dal suo paese erano state esclusivamente di natura economica, rappresenta una sorta di spartiacque nella legislazione restrittiva in tema di immigrazione introdotta dall’attuale Governo e ne ridimensiona drasticamente la portata, in quanto stabilisce che l’abrogazione del permesso di soggiorno sostenuto da ragioni umanitarie rileva esclusivamente per coloro che hanno fatto domanda dopo il 4 ottobre 2018.

La protezione umanitaria nel diritto vivente
La protezione per motivi umanitari è un istituto introdotto nel nostro ordinamento nel 1998 per dare piena attuazione all’articolo 10, comma 3 della Costituzione che riconosce protezione e diritto di asilo allo straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana».

Un’ampia e univoca elaborazione giurisprudenziale ha positivamente considerato il carattere aperto della norma e ha messo in evidenza l’intima connessione esistente tra permesso umanitario e diritto di asilo costituzionale.

La qualificazione giuridica della protezione umanitaria come diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale, è stata affermata e mantenuta costante a partire dal 2009.

Tale peculiare natura ha avuto notevole rilievo nell’individuazione, da parte della giurisprudenza di legittimità, dei presupposti per il relativo accertamento, nel contesto di un catalogo aperto di situazioni ritenute meritevoli di considerazione per motivi socialmente rilevanti riferibili all’inviolabilità dei diritti umani e all’obbligo di solidarietà espressi dall’articolo 2 della Costituzione, nonché alla tutela e al rispetto della dignità umana che l’articolo 1 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea considera «inviolabile».

Si è, infatti, ritenuto che tali presupposti fossero diversi da quelli posti a base sia della tutela accordata allo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, sia della protezione sussidiaria di derivazione europea da considerare «complementare e supplementare» rispetto alla protezione dei rifugiati.

La protezione umanitaria costituisce una forma di tutela a carattere residuale posta a chiusura del sistema complessivo che disciplina la protezione internazionale degli stranieri in Italia, dal momento che le condizioni di vulnerabilità suscettibili di integrare i «seri motivi umanitari» sono necessariamente correlati al quadro costituzionale e convenzionale al quale sono ancorati e non predeterminati.

Un altro punto fermo della giurisprudenza di legittimità consiste nel riconoscimento che il diritto alla protezione umanitaria costituisce oggetto di accertamento e non di riconoscimento. Tale convinzione trova la sua ragione logico-giuridica nella necessità di ribadire come il diritto alla protezione umanitaria, quale teoricamente configurato dalle norme nazionali e sovranazionali, già appartiene al patrimonio dei diritti ed è suscettibile di concretizzarsi (mediante l’accertamento) nel momento in cui la persona di nazionalità straniera matura la decisione di avvalersi della situazione di natura sostanziale riconosciutagli dall’ordinamento (proposizione della domanda di protezione internazionale).

È questa la ragione per cui si deve parlare non di «riconoscimento del diritto» e del correlato status ma di «accertamento del diritto» e dello status di protezione, trattandosi di situazioni sostanziali che preesistono e che hanno una autonoma valenza giuridica ancor prima che il soggetto decida concretamente di invocarne l’applicabilità.

Di conseguenza, la protezione umanitaria, che sia già entrata a far parte del corredo individuale dei diritti (per effetto della normativa vigente al momento in cui la persona di nazionalità straniera abbia formalizzato la domanda di protezione), non può essere ridimensionata, o diversamente interpretata, o eliminata sulla base di una normativa sopravvenuta che non ha regolato il regime transitorio.

Detto in altri termini, l’esame della domanda è da considerare alla stregua di un procedimento tecnicamente ricognitivo. A costituire e ad accertare il diritto non sono le commissioni territoriali o il tribunale. L’autorità amministrativa o giudiziaria «accertano» che, quando la persona ha fatto la domanda di protezione, aveva diritto a che gli fosse riconosciuta.

Questo significa che non avrebbe senso – anzi, sarebbe irragionevole – dare una risposta positiva all’istanza di permesso per motivi umanitari presentata in data anteriore al 5 ottobre 2018 da parte della commissione che è stata rapida a decidere e dare invece una risposta negativa solo perché la commissione è stata in grado di decidere – e di farlo in senso negativo – dopo la soppressione dell’istituto della protezione umanitaria.

La protezione umanitaria dopo il 4 ottobre 2018
Il problema posto all’esame della suprema Corte attiene, appunto, alla disciplina da applicare alle ipotesi di procedimenti in itinere dinanzi alle commissioni territoriali o ai giudizi in corso a seguito del provvedimento, di accoglimento o di diniego, dell’organo amministrativo.

Dal momento che, al riguardo, la legge tace, la prassi amministrativa ha scelto di applicare la norma con effetto retroattivo: scelta censurata dalla Corte di Cassazione. La quale, richiamando alcuni principi giuridici in tema di irretroattività della legge, che non è il caso in questa sede di esplicitare, ha affermato il seguente principio di diritto: «La normativa introdotta, a far data dal 5 ottobre 2018, con il decreto legge 4 ottobre 2018 n. 113, convertito in legge 1° dicembre 2018 n. 132, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore della nuova legge, le quali dovranno, pertanto, essere scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione. Tuttavia in tale ipotesi, all’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base dei presupposti esistenti prima del 5 ottobre 2018, farà seguito il rilascio da parte del Questore di un permesso di soggiorno contrassegnato dalla dicitura “casi speciali”, della durata di due anni, convertibile, laddove ne ricorrano le circostanze, in permesso di soggiorno per motivi di lavoro autonomo o subordinato».

Il che implica che la pubblica amministrazione dovrà applicare la legge come interpretata dalla giurisprudenza.

Ne consegue che le commissioni territoriali, se oggi esaminano la domanda di asilo presentata prima del 5 ottobre 2018, lo dovranno fare secondo l’interpretazione che della legge ormai abrogata ha offerto il diritto vivente.

Ad oggi, questo non succede. Se tale prassi dovesse persistere, non rimarrà, per le persone interessate, che adire le vie legali per l’accertamento del diritto alla protezione.

Abrogazione costituzionalmente legittima?
L’abrogazione, da parte del legislatore, della protezione umanitaria, ancorché sostituita in parte da permessi parcellizzati per situazioni specifiche e limitate, era stata aspramente criticata soprattutto dalle associazioni che operano nel campo della tutela dei diritti fondamentali dei migranti.

In occasione della firma del provvedimento il Presidente della Repubblica aveva, in modo inusuale, fatto recapitare una lettera al Presidente del Consiglio, con la quale aveva chiesto il rispetto degli obblighi costituzionali, in particolare del citato articolo 10 della Costituzione, oltre che di tutti quelli derivanti dagli accordi internazionali e dall’ordinamento europeo.

Poiché, in un passaggio della recente sentenza, la Cassazione afferma l’«intima connessione» del permesso umanitario con «il diritto d’asilo costituzionale», qualificandolo nuovamente quale «diritto soggettivo perfetto appartenente al catalogo dei diritti umani, di diretta derivazione costituzionale e convenzionale», ci si può fondatamente chiedere se la scelta governativa di abrogare la protezione umanitaria sia costituzionalmente corretta.

Come è stato affermato in sede parlamentare da parte di alcune forze politiche di opposizione, esistono forti dubbi sulla costituzionalità della nuova legge proprio nella parte relativa ai permessi per motivi umanitari.

Non si può dimenticare che forme di protezione umanitaria sono previste, con modalità diverse, in diciannove dei ventotto paesi dell’Unione Europea (Austria, Cipro, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia, Ungheria), così come stabilito all’articolo 6, quarto paragrafo della direttiva 115/2008/UE il quale prevede la possibilità per gli Stati membri di ampliare l’ambito delle forme di protezione tipiche sino ad estenderlo ai motivi «umanitari», «caritatevoli» o «di altra natura».

Da "http://www.settimananews.it/" Protezione umanitaria: l’abrogazione non è retroattiva di Andrea Lebra

Una casa ordinata non ci salva dal caos

Lunedì, 04 Marzo 2019 00:00

Non penso sia una coincidenza che i due guru degli stili di vita di maggior successo degli ultimi anni siano Jordan Peterson e Marie Kondo. I fan dell’incandescente professore canadese lo vedono come un paladino delle forze dell’ordine “maschili” contro il caos “femminile”, mentre i libri di Kondo e il suo nuovo programma su Netflix sono decisamente indirizzati a un pubblico femminile. Ma il loro consiglio più noto è esattamente lo stesso: fate pulizia.

Anche il loro ragionamento è lo stesso: non solo un ambiente ben organizzato è meglio di uno caotico, ma quell’esaltante clima di ordine e determinazione si trasmetterà a tutta la vostra vita (e, nel caso di Peterson, all’universo intero).

Il fascino che esercitano è legato alla promessa di un maggior senso di controllo in un mondo che molti si sentono scivolare tra le dita. Kondo “ci fa una proposta allettante”, hanno scritto due classiciste sul New York Times, notando alcuni paralleli tra le sue teorie e quelle del filosofo greco Senofonte: “Se organizzi i tuoi averi, il resto della tua vita tornerà magicamente a posto”.

Il paradosso del controllo
Ve ne sto parlando non per insinuare che i seguaci di Peterson e Kondo siano persone strampalate affette da profonde nevrosi. Cioè, lo sono, ma chi non lo è? (questo è fondamentalmente il motivo per cui tutti fanno tutto). E in quanto un po’ fuori di testa io stesso, capisco lo specifico piacere che può dare imporre la nostra volontà su quello che ci circonda.

Ma bisogna anche tenere conto del pericolo che si nasconde dietro il tentativo di assumere il controllo su una parte qualsiasi della nostra vita, e cioè che non ci riusciremo mai. Peggio ancora: più ci proviamo e più diventa difficile. È il cosiddetto “paradosso del controllo”, ed è il motivo per cui nessuno si dovrebbe meravigliare se rimettere ordine, nonostante tutti i suoi vantaggi, non ci dà mai la soddisfazione che speravamo.

In una casa disordinata, una maglietta piegata male non è un grosso problema

A volte il problema è che quello che stiamo cercando di controllare si ribella contro di noi: per esempio i bambini, i partner e perfino noi stessi, ogni volta che cerchiamo di imporgli nuove regole o abitudini.

Altre volte è che guardiamo solo ciò che stiamo cercando di controllare, diventiamo più esigenti e i piccoli fallimenti ci sembrano ancora più frustranti. In una casa disordinata, una maglietta piegata male non è un grosso problema, in una casa “kondificata”, è un’anomalia che ci disturba. È solo su un ripiano della cucina immacolato che una macchiolina ci colpisce.

Rabbia e insoddisfazione
Il caso estremo del paradosso del controllo, come spiega Nick Williams sul suo blog The negative psychologist, è il rapporto violento che si instaura quando una persona cerca di controllarne un’altra. Se l’altra si sottomette del tutto, di solito il violento non è soddisfatto, come potete immaginare, anzi si arrabbia.

Dopo aver completamente annientato l’altrui volontà non ha più niente da dominare, e si sente solo e insicuro come prima. Una volta che ha vinto, si rende conto che era l’ultima cosa che voleva.

Come ho detto, questo è un caso estremo. Non c’è niente di psicologicamente malsano nel desiderio di pulire e mettere ordine se lo si fa con moderazione. Ma è bene ricordare che il risultato finale non ci darà mai quella sensazione di controllo totale del caos. O di qualsiasi altra cosa. La magia che ci cambia la vita è sapere quando fermarsi.

Consigli di lettura
Nel suo libro Stuffocation, James Wallman consiglia di accumulare esperienze invece che oggetti, senza cadere nella trappola del minimalismo ossessivo.


Da "www.internazionale.it" Una casa ordinata non ci salva dal caos di Oliver Burkeman

Bambini fragili

Venerdì, 01 Marzo 2019 00:00

Insegno da sette anni. Ho iniziato con le supplenze, per gioco e soprattutto per avere un doppio canale, accanto a quello che nei primi Duemila mi appariva come il mio lavoro principale: lo studio, la ricerca, ma anche la scrittura, la traduzione. Dopo un anno di pausa passato a chiedermi dove andare e cosa fare, ho cominciare a fare sostegno ai disabili (al momento giusto ciò che deve ci trova sempre), e quello è stato il momento in cui ho cominciato a fare sul serio. Fin dal primo giorno la scuola è stata per me il luogo in cui agire tutte le mie contraddizioni e imparare, io nella relazione con i miei alunni (io prima ancora dei miei alunni) a non tremare davanti ai compiti difficili e a fare ciò che si deve nel migliore possibile dei modi. Queste note sono nate dalla riflessione su una faglia tra felicità e nevrosi che, pur non essendo né comoda né facile, tutto sommato mi sembra un buon posto in cui stare, oltre che l'unico possibile.

Quando comincia la scuola, nessuno pensa alla sua fine. Durerà in eterno, e sembra certo. Quando la scuola finisce, non sembra possibile che debba ricominciare, prima o poi. In ogni caso, serve che tu sia capace di entrare e uscire all'ora che devi, e il giorno che finisci spiega brevemente ad alunni e genitori la natura poco sentimentale dei contratti a tempo determinato.

Nei documenti ufficiali ometti sempre i dati sensibili. Relazioni, lettere, comunicazioni che possono finire nelle mani sbagliate: i dati sensibili devono essere nascosti. Scrivi R puntato, S puntato, proteggiamo la famiglia, mettiamo al riparo la sensibilità del minore. Noi lo sappiamo, chi è, il bambino, noi lo conosciamo bene.

Non devi urtare la suscettibilità dei familiari. Se loro non vedono i loro figli, noi non possiamo vederli al posto loro. Se non vedono il buco nel muro, noi infileremo calce a forza, ma non butteremo giù il muro a pugni, non si può.

Quando hai l'impressione che non puoi fare niente di utile, di buono e produttivo, forse è davvero così. Una volta eri la salvatrice dei momenti difficili, ora non salvi più nessuno. Ti limiti a chiedere il silenzio, ad alzare le mani come per calmare le acque, a mettere un dito davanti alla bocca nei momenti più critici, più confidenziali.

Non ti disperi più per i bambini abbandonati, per quelli che non sanno distinguere le lettere tra loro, per quelli che a casa non hanno un tavolo su cui poggiare i quaderni, per quelli che si addormentano davanti alla televisione e se gli va bene gli tocca un panino. Gli passi di soppiatto una matita, un evidenziatore, una maglietta semi-nuova, parli con le loro madri, e ai figli ogni tanto, tra un'ora e l'altra, fai vedere qualcosa di tuo: una foto, un libro, un ricordo. Anche se non lo dicono, anche loro hanno bisogno di un altrove.

I momenti migliori non sono quelli in cui dimentichi dove sei, ma quando ti giri verso la finestra e per qualche secondo guardi gli alberi, le macchine, i panettieri con i sacchi in spalla. Di solito succede tra le dieci e le dieci e un quarto del mattino: sono gli attimi che respiri, e a modo tuo sei perfino efficiente.

Parli con le madri e con i padri. Di più con le madri, perché quello che arriva al cuore della madre non arriva al ginocchio del padre. Le madri sono distratte, grasse, magre, brutte, apprensive, passive-aggressive, brizzolate, stanche, schiena dritta, schiena curva, stolte o comprensive. Ti diranno cose vere e cose non vere. Tu, nel parlare, evita di essere personale.

Le madri diranno: non sappiamo cosa fare. Con questi ragazzi, cosa fare. Tu senti la mancanza di energia, senti che anche a te manca a te l'energia, che manca a tutti. Capisci che quelli come te siete un cerchio debole, e nonostante questo tutti vi chiedono aiuto, tempo e conforto. Sei, come tutti gli altri della tua categoria, moralmente lacero, però devi saltare ogni giorno più in alto, devi arrivare dove non arrivano gli altri, devi prendere ogni giorno la tua calce inesistente e spalmarla dove serve.

La tua stessa vita è una sfida all'inesistenza.

Il primo giorno che lavori con un handicappato ti rendi conto che il suo disagio è la misura del tuo mondo, e tu non lo sapevi. All'inizio cerchi di colmare lo spazio che vi separa mettendoci dentro tutto quello che hai, poi smetti perché mille storie d'amore te l'hanno già insegnato, a non tirare fuori dal cilindro il suo, oltre che il tuo. Impari finalmente a stare alla giusta distanza dai vuoti.

Siccome hai un buon udito, senti cosa dicono quelli delle ultime file, o giochi a indovinare. I dodicenni si sorprendono sempre se qualcuno riesce a sentirli, proprio come si spaventano delle storie paurose. Oppure fingono bene.

Non è senso materno, quello che ti spingerebbe a portarli con te fuori, lontano dalla scuola, da un gelataio o su una panchina. È solidarietà tra oppressi dagli adulti, anche se i bambini non sanno la parola oppressione, e tu come sempre esageri.

Sì, anche la tenerezza, per certi momenti in cui si accorano a raccontare le feste di compleanno e le vacanze dagli zii.

I dodicenni, se sei appena arrivato, sfruttano il vantaggio territoriale, e per istinto sanno che la tua poca conoscenza del territorio equivale a debolezza di posizione, e in cuor loro sei già in ultima fila.

Sono seduta a un tavolo, vicino a me un noto poeta mi porge un foglio. Sul foglio è stampata una poesia di Baudelaire in francese, ma è illeggibile. Penso che il noto poeta certamente dev'essere dislessico, ma non oso dire nulla. Leggo ad alta voce, inventando le parole, poi mi allontano e sento il noto poeta che dice: Che peccato che i giovani poeti ignorino i classici. Risponde mia madre: Non si può negare, ha ancora tanto da imparare.

Nelle stanze dove tu e i tuoi colleghi vi riunite, parlate spesso di cibo e montagna: più di rado di politica e case al lago. Dei figli si dice poco, se non che tutto sommato sono un fardello molto dolce da portare. I gatti sono oggetto di un'affezione apparentemente incondizionata.

Sono passati gli anni e tu sei ancora una debuttante. Lo sai tu e lo sanno tutti, ma come hanno fatto a scoprirlo? Gliel'avrà detto, a uno a uno, il tuo inconscio balordo. Intanto, tieni a freno lo sguardo, che nelle ore più stanche chiede tregua, o vorrebbe che qualcuno – ma di quel tipo, in questo posto, non c'è nessuno – gli risponda nello stesso alfabeto: non dubitare, questo è il tuo posto, non ce n'è un altro dove devi stare.

Più passano gli anni, più i bambini diventano fragili. Hanno braccia da rondinelle e pelli da piccoli animali in mutazione, dita pulite o dita sporche, lingue blu per le troppe caramelle, tatuaggi a penna nera e rossa sulle mani e gli avambracci, sorelle e fratelli che stanno per nascere, febbri misteriose, dolori nel traghetto da un'ora all'altra. Tra le cose che mancano, sicuramente le aspirine. E una grande stanza in cui calmarsi, prendere fiato, far passare la nebbia.

Il loro branco sopravviverà per sempre, ne sono sicuri.

Chiamano casa a tutte le ore, ma a volte non c'è nessuno. In questi casi, il magone si addormenta da solo.

Gli oggetti che lanciano volano troppo in alto, oppure rasoterra. Le traiettorie sono sghembe, i movimenti troppo bruschi o al contrario sognanti, imbambolati. Ogni giorno i bambini si muovono su un palcoscenico di festa; ogni giorno è il compleanno di qualcuno e in aria volano palloncini invisibili, si tagliano torte immaginarie, si stappano bottiglie di Fanta e si versano sui tappeti, mentre mamme invisibili portano tovaglioli per asciugare il bagnato. L'atmosfera, qualunque sia l'ora, è quella di eccitazione che precede l'apertura dei regali. I bambini sembrano ubriachi, ma è solo gioia pre-puberale di trovarsi tutti insieme, chiusi in una stanza, in un posto diverso da casa.

Gettano in aria parole grosse, ma per violenza di bestioline.

I bambini molto poveri sanno spesso cos'è giusto. Se chiedi a Sara se è giusto che lei viva in uno scantinato e non abbia i soldi per i libri, ti dice che non è giusto. Lei ha molto bisogno del mare o, in alternativa, della campagna albanese, dell'estate, i cugini, la nonna. Ahhhhh – dice allargando il petto – io in campagna rinasco.

Da "www.doppiozero.com" Bambini fragili di Marilena Renda