Umberto Eco e i migranti

Lunedì, 29 Aprile 2019 00:00

Come sempre Umberto Eco non ci tradisce. Anche alcuni scritti (o parlati, visto che in molti casi si tratta di conferenze) che potremmo definire minori, non peccano mai di banalità. Anche questo libretto, nato dalla trascrizione di interventi fatti in momenti diversi sul tema del razzismo e delle migrazioni, rivela osservazioni interessanti e in certi casi, visto che alcuni scritti sono della fine degli anni Novanta, anche premonitrici. Interessante la distinzione tra immigrazione e migrazione: nel primo caso è solo una parte di una popolazione che si sposta ed è quindi un fenomeno, che può essere gestito: nel secondo si tratta invece di fenomeni paragonabili agli eventi naturali a cui è pressoché impossibile opporsi. Pertanto, il futuro dell’Europa (ma anche il passato peraltro lo è stato) sarà del meticciato: «Ebbene, quello che attende l’Europa è un fenomeno del genere, e nessun razzista, nessun nostalgico reazionario potrà impedirlo».

Invece si assiste ogni giorno di più a un barbaro tentativo di opporsi al diritto che ogni essere umano dovrebbe avere, di cercare un futuro migliore. In tutta l’Europa vediamo rigurgiti di razzismo, che speravamo relegati nei polverosi scaffali della storia, utili a essere studiati come prodotto di un passato ormai lontano e scomparso. Ci eravamo sbagliati, non avevamo prestato abbastanza fede alle parole di Primo Levi in I sommersi e i salvati: “è accaduto, potrebbe accadere di nuovo”.

Eco, infatti, mette in evidenza come in queste nuove forme di intolleranza, batta un cuore antico. Non sono figlie della contemporaneità, se non nella forma. Alla base c’è una storia, più o meno lunga, a cui ricollegarsi, per presentare di nuovo il conto della razza. Per esempio l’antisemitismo pseudoscientifico, scrive Eco: «sorge nel corso del XIX secolo e diventa antropologia totalitaria e pratica industriale del genocidio solo nel nostro secolo, ma non avrebbe potuto nascere se non ci fosse stata da secoli, sin dai tempi dei padri della Chiesa, una polemica antigiudaica, e presso il popolo minuto un antisemitismo pratico che ha attraversato i secoli in ogni luogo ove vi fosse un ghetto».

Quel rancore che percorre oggi molte delle nostre strade, delle nostre città è roba vecchia, è un sentimento che si è trasformato in risentimento contro chiunque ci appaia (senza peraltro necessariamente esserlo) diverso da noi. Non ha neppure bisogno di avere teorie di riferimento, vive di azioni improvvisate, alimentate da bassi sentimenti. Un razzismo non scientifico come quello della Lega, sostiene Eco, non ha le stesse radici culturali del razzismo pseudoscientifico (in realtà non ha alcuna radice culturale), eppure è razzismo.

Parlando di intolleranza, che può condurre al razzismo, Eco sottolinea come l’intolleranza sia più pericolosa quando non viene elaborata. Quella che nasce in assenza di qualsiasi dottrina, che scaturisce da pulsioni elementari e che a differenza di un razzismo pseudoscientifico è più difficile da sradicare. Perché è impossibile per qualunque individuo dotato di capacità di ragionamento, opporre un pensiero razionale. Non ci si può battere contro l’intolleranza selvaggia, ci dice Eco: «perché di fronte alla pura animalità senza pensiero il pensiero si trova disarmato». Questo è il grande rischio che corriamo: la fine del pensiero, del confronto, del polemos, che sta alla base della democrazia vera.

Che fare? L’unica strada per sconfiggere l’intolleranza selvaggia è batterla dal basso, alle radici. Occorre una educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, ma che continui anche nell’età adulta, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza».


Da "www.doppiozero.com" Umberto Eco e i migranti di Marco Aime

Il Regno Unito nel tunnel della Brexit

Venerdì, 26 Aprile 2019 00:00

Una tragedia nazionale. Un infinito psicodramma che ha lasciato l’opinione pubblica britannica stordita, confusa e senza gli strumenti necessari per capire cosa stia davvero succedendo. Oppure – specialmente per gli osservatori continentali – una gustosa commedia grottesca, con i suoi colpi di scena, la trama che scivola imprevedibile, la perfetta scenografia del parlamento di Westminster e un cast di eccentrici protagonisti: la caricatura dell’inglese posh incarnata dal conservatore euroscettico Jacob Rees-Mogg, l’algida e robotica premier Theresa May, il simpatico sbruffone Boris Johnson, lo speaker del parlamento John Bercow nei panni del vecchio zio burbero che fa rigare dritto i piccoli monelli, impersonati dai deputati di seconda fila della camera dai comuni, i cosiddetti backbenchers, ognuno con il suo caratteristico accento.

Sarà anche una fotografia piena di cliché, ma in qualche modo è emblematica del paese che il 23 giugno 2016 ha votato per uscire dall’Unione europea, immaginando un futuro di gloria, ricchezza e sovranità ritrovata, e che oggi annaspa ancora nell’incertezza di un negoziato complicatissimo. La Brexit promessa in campagna elettorale dai Boris Johnson, dai Michael Gove, dai Rees-Mogg – quella del take back control, dei 350 milioni di euro a settimana risparmiati e investiti nella sanità pubblica, del paese che torna a essere una potenza globale – si è rivelata una brutale menzogna. E la complessità del processo messo in moto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, che regola l’uscita volontaria dei paesi membri dall’Unione, ha rivelato l’inadeguatezza di una classe politica che dopo il trionfo del voto si è ritrovata senza una strategia, senza un piano negoziale, senza un’idea del futuro del paese.

Per chi aveva osservato la modestia culturale e intellettuale del dibattito della campagna referendaria – essenzialmente un esercizio di meschini calcoli su quanto costasse appartenere all’Ue, accompagnato da evidenti falsità e sparate retoriche, senza una minima riflessione sul senso dell’appartenenza a un grande organismo sovranazionale – l’impreparazione dei brexiter non è stata certo una sorpresa. Invece di guidare i negoziati, i britannici si sono sempre ritrovati a inseguire la diplomazia europea, che aveva preparato lo scenario del divorzio del Regno Unito con molta più cura.

Uscire da un progetto multinazionale com’è l’Unione europea è molto più complicato di quanto pensassero i brexiter

Con diverse soluzioni ancora possibili, non è eccessivo affermare che per i britannici finora la Brexit è stata un imbarazzante fallimento, una sconfitta politica epocale, lo smascheramento dell’illusione di essere ancora una forza globale ma allo stesso tempo insulare e isolata dal continente. Uscire da un progetto multinazionale com’è l’Unione europea è molto più complicato di quanto pensassero i brexiter, ed è evidente che la disfatta britannica sarà un monito efficacissimo per quelle forze politiche – per la verità sempre meno numerose – che in altre parti d’Europa sognano di liberarsi dall’abbraccio di Bruxelles.

Nelle ultime settimane la subalternità del Regno Unito, la sua debolezza e l’ottusità della sua classe politica si sono manifestate prepotentemente. Ricostruire per sommi capi le scelte del governo a cavallo del 29 marzo, la data che doveva segnare l’uscita del paese dall’Europa, può servire a illustrare l’improvvisazione con cui Londra ha gestito e sta ancora gestendo l’intero processo.

Dopo due bocciature parlamentari del suo accordo, a gennaio e a marzo, il 29 marzo la premier Theresa May ha sfidato lo speaker della camera dei comuni e ha riproposto in aula lo stesso testo per la terza volta, privato della parte sul futuro dei rapporti tra Londra e Bruxelles. E ha perso di nuovo. A quel punto i deputati hanno preso in mano la situazione, presentando e mettendo al voto alcune proposte (i cosiddetti indicative votes) per trovare un’alternativa da sottoporre all’Unione europea e negoziare così un’ulteriore proroga alla scadenza della Brexit, nel frattempo già spostata al 12 aprile. Tutti gli otto emendamenti sono stati però bocciati.

Una scelta obbligata
Tre giorni dopo la stessa sorte è toccata ad altre quattro proposte di altrettanti deputati. Il 2 aprile, dopo una riunione di sette ore con i suoi ministri, Theresa May ha fatto quello che probabilmente andava fatto da tempo: aprire ai laburisti. In sostanza, ha proposto al leader Jeremy Corbyn di sedersi e discutere un piano alternativo da proporre a Bruxelles, per ottenere più tempo ed evitare un’uscita senza accordo. La sera stessa la camera dei comuni ha bocciato l’ipotesi di tenere nuovi indicative votes (per la verità solo grazie al voto dello speaker Bercow, dopo che la votazione si era conclusa in parità) e in fretta e furia ha approvato una proposta di legge bipartisan per evitare lo scenario che molti temono ma che giorno dopo giorno si fa sempre più probabile: la Brexit senza accordo, il famigerato no deal.

Ora, la mossa di May sembra finalmente in grado di rompere lo stallo. Ma se arriva a tempo praticamente scaduto è perché presenta anche degli evidenti rischi politici, che finora la premier aveva preferito non correre. Con l’acqua alla gola la scelta è diventata inevitabile. Il primo è la spaccatura del Partito conservatore. Molti esponenti tory non accettano il dialogo con il “marxista Corbyn”, per usare le parole di Rees-Mogg, e considerano l’idea di una Brexit morbida come un tradimento della volontà popolare (altro concetto che è stato evocato con troppa leggerezza e brandito come una clava nel dibattito sulla Brexit, soprattutto dai leaver più spregiudicati).

In effetti non si tratta di una prospettiva facilmente digeribile in un paese che è forse l’unico dove i grandi partiti tradizionali godono ancora del sostegno della maggioranza della popolazione. In fatto di istituzioni e democrazia i britannici sono comprensibilmente orgogliosi delle loro tradizioni. E una spaccatura interna ai conservatori sarebbe un tradimento della vocazione maggioritaria, governativa e istituzionale del partito. D’altra parte, se la situazione è arrivata a questo punto di non ritorno è proprio perché nel processo della Brexit una parte dei tory, un minoranza rumorosa e ben organizzata, ha pervicacemente messo il proprio interesse di parte davanti a quello del partito e soprattutto del paese.

A un rischio di tipo diverso è esposto invece Jeremy Corbyn. In caso di fallimento della trattativa, l’apertura di May potrebbe infatti servire a scaricare la responsabilità sul leader laburista, anche perché il punto di partenza dei colloqui rimane l’accordo già bocciato in tre occasioni dal parlamento. Ma per Corbyn l’offerta è anche una grande opportunità. Finora il leader laburista, un brexiter riluttante che guida un partito diviso tra chi vuole rimanere in Europa e chi è pronto ad accettare un’uscita morbida, ha sempre esitato a prendere posizione, condannando il Labour a un ruolo di secondo piano in tutta la vicenda della Brexit. Se stavolta saprà giocare bene le sue carte, se dimostrerà senso di responsabilità e si rivelerà disponibile a fare compromessi nell’interesse del paese, magari pretendendo un nuovo voto popolare, potrà uscire da questa intricata situazione come il leader che ha portato il Regno Unito fuori dalla sua più grave crisi politica del dopoguerra.


Da "www.internazionale.it" Il Regno Unito nel tunnel della Brexit di Andrea Pipino

Il reddito di cittadinanza crea nuovi disoccupati e fa crollare i salari. Quota 100 diminuisce il tasso di occupazione. E se il governo non ci fosse le cose andrebbero meglio. Questo dice il Documento di Economia e Finanza presentato ieri: i due vicepremier l’hanno letto, almeno?

Ci sono due possibilità: o Salvini e Di Maio non hanno letto il Def redatto da Giovanni Tria, o hanno bevuto il siero della verità e hanno improvvisamente deciso di mettere nero su bianco il loro fallimento. Non ci sono alternative. Perché a leggere i numeri del documento di economia e finanza sembra sia stato scritto dalle opposizioni, o da Juncker e Moscovici. Non c’è una riga, non una tabella che non racconti brutale quanto tutto quel che è stato fatto e speso lo scorso anno non sia servito a nulla. In compenso, ci sono righe e tabelle che mettono nero su bianco cose il nostro declino strutturale, aggravato da una spesa pubblica e da una tassazione complessivamente in crescita per i prossimi anni.

Partiamo dall’inizio, però. E precisamente dalla tabella a pagina 23, che mette a confronto lo scenario economico tendenziale e programmatico dell’Italia. In parole povere, quel che succederebbe se fossimo in esercizio provvisorio - cioè senza un governo nel pieno delle sue funzioni - e cosa invece dopo le misure previste dall’esecutivo. Crediamo sia un record, questo, perché per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione. Parliamo di un decimo di punto percentuale, peraltro proiettato sul 2022, ma rimane comunque un dato agghiacciante: dopo una finanziaria che c’è costata 40 miliardi, un mare di interessi sul debito pubblico e tutta la nostra credibilità internazionale residua, non succederà nulla. Zero, nada, nisba, per dirla alla Salvini.

Per la prima volta un governo ammette che dopo il suo intervento, le cose andranno peggio: peggio il Pil, peggio il tasso di occupazione, peggio il tasso di disoccupazione

Peraltro, andando a guardare gli effetti delle due misure-icona nel dettaglio si scopre che sono proprio il reddito di cittadinanza e quota 100 l’epicentro del fallimento gialloverde. Ed è buffo che il governo non solo non nasconda la cosa, ma ci regali addirittura due belle tabelle attraverso cui certifica il disastro. Nel raccontare l’impatto macroeconomico del reddito di cittadinanza - a pagina 27 - mette nero su bianco che nel 2020 il tasso di partecipazione al mercato del lavoro aumenterà dell’1,2%, il tasso di disoccupazione dell’1,3% e il tasso di occupazione di soli 0,3 punti percentuali. In pratica, che per i prossimi dodici spenderemo 6 miliardi in sussidi e politiche attive del lavoro che aumenteranno il numero dei disoccupati anziché diminuirlo. Fosse solo questo: a pagina 34 si dice pure che se le politiche del lavoro avranno piena efficacia, i salari saranno destinati ad abbassarsi, di 0,48 punti percentuali. Peggio: si dice pure che più aumenterà l’efficacia di queste misure, più i salari si abbasseranno. Evviva.

Peggio ancora va con Quota 100, che nelle intenzioni dovrebbe essere un formidabile generatore di nuovi posti di lavoro per i più giovani. Nelle intenzioni. Perché la tabella del governo - pagina 29 - dice che l’occupazione diminuirà di mezzo punto di Pil per il 2020 e che calerà anche, seppur in misura minore, nei due anni successivi. Anche in questo caso, mandiamo in pensione gli anziani prima del termine, pagando 9 miliardi all’anno, per veder diminuire il numero dei posti di lavoro disponibili.

E se state facendo i conti di quanto ci costa questo giochetto, potete pure riporre la calcolatrice nel cassetto della scrivania a andare a pagina 35: sono 133 miliardi in tre anni di spese aggiuntive, alla faccia dell'austerità: 2 di tasse in più (sì, aumenta pure la pressione fiscale, nonostante non aumenti l’Iva), 13 di tagli e dismissioni per ora tutti sulla carta, e 115 di nuovo debito pubblico, tutto sulle spalle dei giovani che hanno votato festanti Lega e Movimento Cinque Stelle, convinti che gli avrebbero cambiato il futuro. Eccolo qua, il futuro. Nero su bianco. Più nero, che bianco.

Da "www.linkiesta.it" Salvini e Di Maio hanno distrutto l’Italia: lo dice il Def (e no, non è uno scherzo) di Francesco Cancellato

Pasqua 2019

Domenica, 21 Aprile 2019 00:00

BUONA PASQUA

Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del presidente del Consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante. Il commento di Gianfranco Polillo

Che la Torino-Lione non diventi un’ossessione: invoca Giuseppe Conte, dalle pagine del Corriere della sera. Per carità: nessuna perversione. Ma poi ci vuole coerenza. Si può guardare con interesse e possibile sprezzo del pericolo al grande progetto di “connettività aurosiatica” nell’ambito dell’iniziativa Belt and Road con la Cina ed, al tempo stesso, rinunciare all’interconnessione dell’Italia con con il Corridoio Mediterraneo? La finiamo qui.

Meglio guardare agli altri tanti lati del problema dei rapporti tra l’Italia e l’Impero di mezzo. Sostiene sempre Conte: “Con Pechino dobbiamo riequilibrare la bilancia commerciale, attraverso un maggior accesso al mercato cinese per i nostri beni, dall’agroalimentare al lusso, e per i nostri sevizi”. Parola d’ordine che riecheggia nel Luigi Di Maio pensiero. Perfetta sintonia. Solo un in parte messo in dubbio da Matteo Salvini: “Aprire nuovi mercati alle imprese italiane e agli imprenditori italiani è fondamentale, però bisogna tutelare l’interesse e la sicurezza nazionale.”

Secondo i dati forniti dallo stesso ministero dello Sviluppo economico, nel periodo gennaio-novembre 2018, le esportazioni italiane verso la Germania, la Francia e gli Stati Uniti sono state pari al 32,2 per cento del totale. Quelle verso la Cina pari ad appena al 2,8 per cento. Sul fronte delle importazioni, invece, le prime sono state pari al 28,7 per cento. Mentre quelle dalla Cina sono ammontate al 7,3 per cento del totale. Confrontando i relativi dati è facile evidenziare un doppio squilibrio. La bilancia commerciale italiana è attiva rispetto a Germania, Francia e Stati Uniti. Mentre è passiva rispetto alla Cina. Ben venga quindi qualsiasi azione rivolta a riequilibrare quest’ultima situazione, favorendo la crescita delle esportazioni verso il quadrante orientale. Ma a condizione che questa strategia non pregiudichi i rapporti con l’Occidente.

Le motivazioni sono fin troppo evidenti: misurati dal diverso peso che hanno i due quadrati. Sulle esportazioni italiane verso i tre principali partner occidentali, quelle cinesi pesano per appena l’8,7 per cento. Maggiore é invece quel rapporto sul fronte delle importazioni (circa il 25 per cento). Ma questa asimmetria non fa altro che portare acqua al mulino dell’Occidente, quando lamenta l’eccessivo mercantilismo cinese. Dando, in qualche modo legittimazione ai successivi tentativi – soprattutto da parte americana – di limitarne il peso ricorrendo all’introduzione di dazi. Tentazione che si è più volte manifestata anche in Italia.


Dati questi rapporti di forza, nel dispiegarsi delle variabili del quadro macroeconomico, è facile individuare ciò che l’Italia deve o non deve fare. Deve tentare, certamente, di riequilibrare a proprio favore la bilancia commerciale con la Cina, aggredendo progressivamente il suo profondo rosso. Ma deve farlo senza irritare i suoi partner principali, che sono in Europa ed in Occidente. Altrimenti i piccoli vantaggi di un riequilibrio commerciale, potrebbero essere più che compensati dalle pesanti perdite su quei mercati che presentano un appeal decisamente superiore.

Si possono tradurre queste avvertenze sul terreno della politica? Certamente sì: dato che i segnali non sono mancati. Ma sono stati rumorosi ed altisonanti. Sia da parte americana che da parte della Commissione europea. Che Giuseppe Conte cerchi di minimizzare é più che evidente. Qualche segnale in controtendenza lo si è visto nelle ultime dichiarazioni di Michele Geraci, grande tessitore dei preliminari sul memorandum. Ma che vi sia sconcerto nelle principali cancellerie occidentali è più che evidente. Altrimenti queste ultime avrebbero attivato canali più riservati, rispetto alle pubbliche dichiarazioni piovute sulla stessa stampa. Tanto più che Giancarlo Giorgetti era appena di ritorno dal suo viaggio negli States. Quindi latore di messaggi non equivocabili.

Ma, evidentemente, quei canali riservati, che tra l’altro dovevano passare per il Ministero degli Esteri, non avevano prodotto i risultati sperati. Ed ecco allora la necessità di ricorrere a qualcosa di più esplicito. Basteranno le rassicuranti dichiarazioni del Presidente del consiglio circa la fedeltà atlantica dell’Italia per ristabilire un clima di fiducia? Non ne siamo così sicuri. In politica estera i sospetti, alla fine contano molto di più della solennità delle dichiarazioni. E l’Italia, nella sua lunga storia, non ha certo contribuito a dare di sé un’immagine totalmente rassicurante.

Quindi attenti a come muoversi. Un conto è operare d’intesa con i propri partner, pur rivendicando per sé spazi di autonomia, come quasi sempre è avvenuto. Basti pensare alla politica verso il Medio Oriente di Giulio Andreotti o Bettino Craxi. Un altro è pensare di poter fare di testa propria, nell’illusione di poter giocare, da soli, un ruolo ben più grande e gravoso rispetto alle proprie capacità. Come mostrano quei semplici dati sull’andamento del commercio estero, l’Italia non ha questa possibilità. Può bastare un niente a rovesciare una tendenza che finora ha agito in modo positivo. Non si dimentichi che dal 2012 in poi quel po’ di sviluppo che il Paese ha conosciuto si deve soprattuto alla positiva dinamica con l’estero. Mettere in discussione quegli equilibri, senza alcuna credibile contropartita, è solo un atto temerario, dalle insondabili conseguenze.


Da "www.startmag.it" Vi spiego che cosa sta sbagliando il governo su Cina e Usa di Gianfranco Polillo

La guerra commerciale è ancora in corso. E potrebbe allargarsi all'Ue, rallentando ulteriormente la crescita. Eppure si procede come se nulla fosse.

La sindrome dell'arto fantasma è una sensazione anomala che colpisce le persone che hanno subito un'amputazione. Si avverte la persistenza dell’arto mancante attraverso una sorta di formicolio, il cervello ragiona come se l’arto fosse ancora al suo posto, riesce persino a percepire sensazioni o dolore provenienti dall’arto che non c’è più. Una sorta di sindrome dell’arto fantasma sta colpendo i mercati finanziari, rassicurati dalla virata delle banche centrali, certo; fisiologicamente in rimbalzo dopo un 2018 negativo, certo; ma indubbiamente si comportano come se un formicolio segnalasse l’esistenza di un trade deal tra Washington e Pechino che, invece, non c’è.

I COLLOQUI TRA USA E CINA NON SONO CONCLUSI
La guerra commerciale tra Cina e Usa, uno degli argomenti che ha generato più preoccupazioni agli investitori nel difficile anno 2018, è stata messa in “pausa” a dicembre; i dazi sono una sorta di minaccia che pende, sono appesi all’esito di colloqui che - stando ai rumors che filtrano - procedono bene. Fatto sta che “procedono bene” da febbraio ma restano sempre non conclusi. Qualche dubbio è lecito farselo venire.

La sindrome dell’arto fantasma, talora, fa percepire addirittura dei movimenti come se l’arto amputato fosse ancora presente. È una sensazione, in realtà, assolutamente normale, non è sintomo di alcun problema psichico, fa parte dei meccanismi che regolano l’ordinario funzionamento del cervello. Per questo, anche se Mario Draghi ha ribadito che «l'indebolimento della crescita economica, causato dalle turbolenze geopolitiche e dal protezionismo, prosegue e potrebbe durare ancora per tutto l'anno», i mercati si comportano come se i mercati aperti facessero ancora parte del corpo economico.

IL DIVARIO TRA MERCATI AZIONARI ED ECONOMIA REALE SI ALLARGA
L’effetto fa così andare ben oltre l’evidenza empirica: le previsioni sulla crescita degli utili delle aziende americane si sono dimezzate negli ultimi 12 mesi, ma i mercati azionari sono rimasti sostenuti dall’arto fantasma, sotto forma di speranze di un accordo commerciale tra Washington e Pechino. Così il divario tra la forza dei mercati azionari globali e la lentezza dell'economia reale continua ad allargarsi. E non è una questione di percezioni, di formicolio, ma un dato di realtà: il ritmo globale della crescita è in rallentamento, anche il Fmi ha tagliato le sue previsioni per la crescita mondiale e avvisato che una brusca flessione potrebbe richiedere ai leader mondiali di coordinare nuove, ulteriori misure di stimolo. Diventa lecito pensare che i mercati intendano festeggiare l’arrivo di questi nuovi stimoli, valutando lo sfarinamento del contesto economico come un aumento di probabilità che quegli stimoli arrivino.


Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel frattempo, alza il livello dello scontro e minaccia di imporre tariffe per 11 miliardi di dollari anche sui prodotti degli alleati, la Ue. Il gioco di dazi e ritorsioni è partito anche tra le sponde dell’Atlantico, poca cosa rispetto alla grande partita fra Usa e Cina, ma comunque un segno dei tempi che viviamo. Se anche volessimo considerare gli stimoli monetari come protesi per un’economia “monca”, non dobbiamo per questo abbandonare una visione costruttiva: nell'uso delle protesi la presenza della sindrome dell’arto fantasma è particolarmente utile alla riabilitazione del paziente. Visti però i tanti effetti collaterali negativi che la continua e reiterata iniezione di stimoli sa generare, non ci resta che sperare che gli accordi commerciali vengano presto ripristinati, così da poter metter via le protesi e ritrovarci forti abbastanza da poter fronteggiare una prossima crisi, quando verrà.

Da "www.lettera43.it" L'accordo tra Usa e Cina non c'è ma i mercati non se ne rendono conto


Da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, il leader della Lega usa il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare
qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato

È se Salvini fosse niente? Niente mischiato con niente, nemmeno un post-ideologico (che di per sé ha voluto dire ben poco in questi anni) ma semplicemente il formidabile intercettatore di ciò che la gente si vuol far sentire dire, disponibile ad abbracciare qualsiasi ideologia e poi contraddirla seguendo l’algoritmo della pancia degli italiani, come ha appena fatto per la cittadinanza di Ramy passato in poche ore dal parente di pregiudicati e noi la cittadinanza non la regaliamo fino a diventare un figlio dopo avere capito che la maggioranza degli italiani non voleva sentire parlare di burocrazia per il ragazzino eroe. Del resto che sia tutto e il contrario di tutto lo racconta perfettamente la sua storia politica, da anti napoletano a patriota amico del Sud, da no Tav a pro Tav, da anti USA a pro Trump facendo anche arrabbiare l’amichetto Putin, a no Tap a sì Tap, e così via. Con la spregiudicatezza di chi è pronto a vivere una contraddizione come il semplice passaggio al racimolare più voti, accontentare più stomaci, infiammare la claque. Salvini non ha un’ideologia perché non ha un’idea sua, vive ascoltando il pensiero comune e lo trasforma in promessa politica, come una digestione veloce che non si preoccupa del sapore dei cibi, pronto a infornare merda e rivenderla come cioccolata se è il popolo a chiederlo.

Qui siamo oltre al fluidità di Renzi che riusciva a dire impunemente cose di destra fingendo una posa di sinistra e siamo perfino oltre alla post ideologia di Di Maio che altro non è che un vuoto rimbombante. Qui siamo di fronte a un interprete del prepensiero che utilizza il metodo Barabba in qualsiasi occasione politica chiedendo al popolo di mostrare il pollice e, se verso, è pronto a fare qualsiasi cosa perché il nemico di turno venga spazzato, deriso, annullato, contestato e fa niente che in pochi minuti possa trasformarsi nel miglior amico da difendere a spada tratta.


Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori

No, a Bestia non è l’algoritmo con cui il suo staff intercetta gli umori dei social: la Bestia è Salvini stesso, pronto a dire e fare tutto e il contrario di tutto, chiamarlo comunque buonsenso e utilizzare i figli per evitare di esprimere giudizi. I suoi lo dico da papà sono cerotti che coprono il niente: la cittadinanza, su cui Salvini batte tutti i giorni con l’ossessione di un fabbro che continua a raddrizzare una spada già dritta, è caduta nel giro di poche ore appena il suo popolo (che non è altro che il bacino da cui estrarre gli umori) ha deciso che anche se straniero quel Ramy lì meritava di entrare nelle stretta cerchia degli eletti italiani. Non è di destra, non è di sinistra: è Salvini.

Fa il fascista quando l’anima fascista del Paese spinge per chiedere un gesto ma poi riesce a fare incazzare Primato Nazionale (che dei neofascisti è una delle voci principali) per il suo diventare improvvisamente europeista. Lecca Bannon, lecca Trump, lecca Putin, lecca tutto ciò che i suoi algoritmi gli chiedono di leccare. Lecca anche Luigi Di Maio per non fare irretire gli elettori del Movimento 5 Stelle che piano piano sta ingoiando, inglobandoli affascinati dalla sua capacità di intercettare gli umori, il massimo per un elettorato che intende la politica come filiale di un fast food, vogliosa di abbuffarsi del qui, ora, subito, fino alla nausea. E, vedrete, in occasione delle Europee come riuscirà a dichiararsi amico dell’Europa se dovrà farlo, come accarezzerà un negro (l’ha già fatto) se capirà di non dovere esagerare e come, alla fine, si inchinerà ai poteri e ai potenti. Del resto è lo stesso che a Roma sparla di Berlusconi e poi nelle regionali lo insegue come un cagnolino. Tutto e il contrario di tutto: fondamentalmente, niente.

Da "www.linkiesta.it" Matteo Salvini non crede a nulla: per questo è ancora più pericoloso di Giulio Cavalli

Occhi ovunque

Lunedì, 08 Aprile 2019 00:00

Come vedono le macchine? A tutta prima potrebbe sembrare una curiosità, una di quelle su cui insistono le tante trasmissioni di divulgazione che ci fanno sentire tutti un po’ scienziati, e invece la questione è molto seria e promette di avere effetti non indifferenti sul nostro futuro. Inutile dire che le macchine in questione sono i computer, che già dagli anni Sessanta sono stati interfacciati, come si dice in gergo, con delle telecamere, sensori ottici che hanno dato loro la possibilità di acquisire dati che, secondo una logica tutta umana, pertengono alla vista. Sequenze di bit che sono direttamente prodotte dal modo in cui la luce incontra le cose che popolano il mondo, ma che una volta entrate nel cervellone della macchina diventano… cosa? Ecco la domanda che si fa Simone Arcagni nel suo L’occhio della macchina (Einaudi, 249 pp., 20 euro), un racconto appassionato e appassionante che ripercorre le teorie della cosiddetta Computer vision, ripensandole in una chiave sociale e culturale senza la quale non se ne capirebbe lo spessore. La questione infatti è che le macchine le abbiamo costruite noi. Siamo stati noi, in un’epoca estremamente vicina ma resa apparentemente distante dal ritmo del progresso tecnologico, a mettere i computer in grado di “vedere”. Lo abbiamo fatto a partire dalla nostra vista naturalmente, e questo ci ha obbligati a riflettere su di essa, a interrogarci sui processi cognitivi che la rendono possibile e la fanno funzionare. Nel momento in cui si sono cominciati a implementare gli algoritmi, però, rendendo reale quello che era considerato fantascientifico, si è prodotto un movimento inverso: la vista delle macchine ha cominciato ad avere effetti sulla nostra. A cambiare la nostra percezione del mondo.

Pensate a Google Maps e al modo in cui ci consente di esplorare nel dettaglio luoghi in cui magari ci troveremo in futuro – i dintorni dell’albergo che abbiamo prenotato per un viaggio, per esempio – finendo per renderceli familiari anche se non li abbiamo mai visti. Il problema insomma non è “cosa” vedono le macchine, ma “come” lo fanno e quindi “perché” e con quali conseguenze. Perché la vista, come ogni forma di percezione, non è mai neutra. Vedere è una capacità che ci serve per guardare, ovvero per ricercare, analizzare, strutturare quello che percepiamo, quei dati grezzi con i quali non avremmo nulla da fare se non trovassimo una qualche chiave per organizzarli. Proprio ciò che i primi ricercatori della Computer Vision hanno dovuto inventare e che oggi si è evoluto enormemente, trasformandosi anche grazie al fatto che le macchine stesse hanno inevitabilmente finito per rielaborare (pensare?) i loro stessi processi di elaborazione del visivo. D’altronde sappiamo che se oggi disponiamo di computer così performanti e miniaturizzati è perché ci sono altri computer ad aiutarci a progettarli. Senza di essi, quella evoluzione tecnologica non ci sarebbe stata. E tuttavia, come dicevamo, è fondamentale interrogarsi su tali processi, tenendo sullo stesso piano tanto la riflessione cosiddetta scientifica, quella degli ingegneri e dei programmatori come anche dei neurologi, quanto quella di matrice più umanistica, filosofica ma anche letteraria e, naturalmente, cinematografica.

Perché è chiaro che se esiste un campo in cui la visione viene problematizzata continuamente, smontandone l’accecante naturalità, è proprio il cinema. Non parliamo soltanto dei film che tematizzano le questioni della visione e del rapporto di questa con i calcolatori, da 2001 Odissea nello spazio a Terminator gli occhi meccanici abbondano, ma dei film in generale, in cui ogni storia passa per una messa in forma visiva che non ha nulla della visione naturale anche se è percepita da tutti come tale. Non è un caso che Simone Arcagni abbia maturato la sua sensibilità di studioso proprio all’interno degli studi sul cinema che, per quanto qui integrati con una cospicua mole di questioni informatiche, fanno continuamente capolino.

Alla fine (o all’inizio, visto che lo si legge già nell’indice) l’occhio della macchina non è uno ma tanti: dall’occhio computazionale a quello di Dio, passando per quello artificiale, cibernetico, virtuale ecc., ed è dall’intersezione fra questi possibili modi di pensarlo che si determina con tutta evidenza il nostro futuro. Da un lato l’iPhone, che dopo averci riconosciuto prima attraverso un codice numerico, come si addice a un calcolatore, è passato a rilevare la nostra impronta come fosse un poliziotto, per approdare finalmente al viso, ovvero proprio il modo in cui noi esseri umani individuiamo un amico. È questo che lui vuole essere, questo il modo in cui ci propone di relazionarci a lui. Con il non trascurabile particolare che affinché lui ci veda bene è necessario che anche noi lo guardiamo per un attimo, che lo riconosciamo insomma. Niente più tocco distratto, serve una bella occhiata che altrimenti, magari, non gli avremmo tributato. Per non dire delle automobili a guida autonoma, che per poter funzionare devono guardarsi intorno, ma, come è noto a qualunque automobilista, non per individuare degli ostacoli, ma per riconoscere ciò che potrebbe diventarlo. Una capacità che, una volta perfezionata in termini di calcolo, non potrà che avere ripercussioni su altre forme di elaborazione predittiva delle informazioni.

Per finire – ma è ovviamente solo un assaggio di tutto quello che c’è nel libro – con la diagnostica per immagini, in cui i computer non soltanto riescono a vedere quel che noi non possiamo, ma possono giudicarlo, porre su di esso l’attenzione o trascurarlo. Insomma, è chiaro che mettere insieme informatica e scienze umane è oggi una necessità, e non solo per scongiurare distopie fra le più inquietanti, ma perché in giro ci sono e ci saranno sempre più corpi in grado di vedere. Occhi attaccati a ogni cosa, in grado di andare ovunque e di vedere anche quello che i nostri non possono, e ogni volta avremo a che fare con soggetti che, proprio in funzione di quella capacità – e di quel corpo – agiscono. Quanto questo possa cambiarci ce lo dice qualcosa che abbiamo in tasca: lo smartphone. Da quando incorpora l’occhio di una macchina fotografica non la smettiamo più di fotografare. Siamo diventati tutti fotografi. È il bisogno che segue la funzione? Sorta di nemesi del mantra del design che voleva fosse la seconda a dover seguire il primo? Niente di tutto questo, semplicemente il fotografo, ovvero colui che si guarda intorno riconoscendo ogni tanto delle immagini che sente di dover fissare in qualche modo, non si dà se non nella relazione con un altro occhio che gli fa ripensare i suoi e il modo che ha di usarli. Alla fine, insomma, siamo tutti ibridi.

Da "www.doppiozero.com" Occhi ovunque di Dario Mangano

L’Europa e il suo fantasma

Venerdì, 05 Aprile 2019 00:00

Vi è una fantasma in Europa: la paura dell’islam. In particolare del fondamentalismo e della perdita di identità. Come giudicarla?
Vi sono evidentemente segni di una vigorosa ripresa del confronto fra mondo musulmano e mondo non musulmano. Anche se questa tipologia di ascrizioni è fortemente astratta, in molti discorsi e discussioni della maggioranza cristiana e secolare della popolazione il «musulmano» ha finito per diventare l’«altro» tout court, il «non-appartenente».

Questo va di pari passo con la ricerca di identità in un mondo globalizzato, nel quale l’ordinamento che poggiava su tradizioni trasmesse a livello familiare si è irrimediabilmente frantumato. Inoltre, nella nostra società capitalista ognuno deve rappresentare una marca.

Ognuno deve inventare se stesso e ascriversi un’identità. Tutto questo avviene, non da ultimo, mediante demarcazioni e delimitazioni. Il problema però è che queste identità sono virtuali. Quello che intendo dire è che un’identità forte deve essere storicamente radicata e avere a che fare con esperienze concrete, fatte sulla propria pelle, della sofferenza.

Nel capitalismo, invece, tutto – anche la storia – diventa una qualsivoglia marca completamente vuota, la cui mancanza di ogni contenuto viene mascherata attraverso luoghi comuni e slogan commerciali. In questo modo, costruiamo dei collettivi che si basano letteralmente sul nulla.

Slogan come islam, cristianesimo, nazione, e così via, sono sempre più svuotati, eppure è proprio questo vuoto che ci permette di proiettare su di essi qualsiasi cosa. È così che le marche ottengono la loro propria dinamica.

Per quanto riguarda l’islam vi è effettivamente un problema se i giovani musulmani, a motivo di esperienze di esclusione in quanto «altri», iniziano a prendere le distanze da quello che si presume distingua l’Occidente davanti all’islam stesso – come i diritti della donna, la democrazia, la libertà religiosa e così via.

Da distinguere, rispetto a ciò, è un reale pericolo politico posto da raggruppamenti islamisti – per lo più nell’orizzonte del wahhabismo saudita (e del Qatar), ossia la versione fondamentalista dell’islam. Molte moschee in Europa, e sempre più anche in Africa, sono infiltrate da predicatori afferenti al wahhabismo.

È un fatto che dovrebbe generare sdegno che i compagni politici dell’occidente siano proprio gli sponsor principali e i precursori ideologici di un islam violento.

Corano: ispirato perché fa storia
Nel suo volume «Il tempo e Dio» (Queriniana, Brescia 2018) lei lancia una ipotesi di lavoro assai inconsueta: quella di considerare il Corano come ispirato. Non “opera del diavolo”, ma ispirato. In base a quali considerazioni?
Un passo biblico decisivo per questa prospettiva è il capitolo quinto degli Atti degli Apostoli: il saggio Gamaliele spiega chiaramente al sinedrio che per lui è insensato e sbagliato combattere il cristianesimo nascente. Se si tratta di un’opera umana, allora perirà come tutte le altre; ma se è qualcosa che viene da Dio, allora non può essere distrutto in alcun modo.

Detto altrimenti: Dio è un Dio della storia, e l’islam ha assunto sicuramente una dimensione storica, ossia contrassegna secoli e secoli di operare umano. Questo rilievo per la storia, teologicamente, non può essere spiegato sensatamente senza il volere di Dio (se si volesse contrassegnare l’islam come opera del diavolo si concederebbe troppo al diavolo stesso).

Ma se l’islam è parte del piano storico della salvezza di Dio, se esso si comprende come rivelazione e si rifà all’ebraismo e al cristianesimo (ossia alle religioni che hanno un testo sacro, la Bibbia), noi (la teologia) dobbiamo iniziare a chiedere quale significato teologico pertiene all’islam. Penso che, in questa prospettiva, il pontificato di Francesco sia profetico.

Senza rinunciare ai suoi fondamenti trinitari e alla piena manifestazione di Dio-misericordia in Gesù, cosa può apportare il Corano alla comprensione di Dio oggi?
Come cristiani non si può rinunciare alla fede nel Dio trinitario. Al tempo stesso, però, bisogna aggiungere che anche noi cristiani crediamo al Dio uno e non siamo triteisti. In merito, non siamo responsabili solo davanti ai nostri fratelli ebrei (Gesù era un ebreo che credeva nell’unico Dio), ma la confessione di fede monoteista ci è richiesta anche davanti all’islam.

Da ultimo, la Trinità è una maniera vincolante di confessare l’espressione del nome biblico di Dio. Io credo in Gesù e nel fatto che in lui è presente la kabod di JHWH, la gloria del nome biblico di Dio. La comprensione, il significato del nome di Dio porta all’esperienza della misericordia di Dio. Gesù è la misericordia divenuta carne di Dio, presso cui dimora il nome di Dio (si veda il motivo biblico della shekhinah).

Ovviamente, tutto questo conduce alla domanda sul significato del Corano per i cristiani, poiché la rivelazione cristiana è conclusa in Gesù. Penso qui a due dimensioni possibili. In primo luogo, credo che il cristianesimo sia essenzialmente orientato all’alterità; questa rende l’«altro» che è musulmano (non nel senso di un nemico estraneo) prezioso. In secondo luogo, Dio pone dei limiti a una pretesa cristiana (ma anche musulmana) di totalità.

L’islam è sorto in un’epoca in cui il cristianesimo, da ultimo, era a servizio della volontà di potere bizantina e dove la croce era divenuta sempre più un simbolo di sottomissione dell’altro (non da ultimo, anche degli ebrei).

Nel cristianesimo l’essere umano ottiene una posizione privilegiata, ma in questo vi è sempre il pericolo dell’hybris, dell’auto-deificazione. Infatti, l’essere vincolati all’altro significa anche l’apprendimento di modestia e umiltà – che dovrebbero essere virtù di tutta la Chiesa e non solo dei suoi membri più deboli.

Verso un dialogo istituzionalizzato: cristianesimo, islam e mondo secolare
Un dialogo teologico a questo livello cosa chiede ai sapienti islamici in ordine alla fissazione giuridica del testo e alla sua identificazione con un potere statale teocratico?
I sapienti islamici devono soprattutto tornare a imparare a leggere i loro testi senza pregiudizi – come lo devono fare i cristiani. Questo vuol dire rinunciare a una serie di idee, che non sono espresse nel Corano, come quelle che ebrei e cristiani avrebbero falsificato le loro scritture. Corano significa recitare: questo vuol dire che col Corano (come nella Bibbia) non entriamo in uno spazio che è la somma di dottrine catechistiche, ma in un paesaggio affettivo. Questo paesaggio è la parola di Dio della misericordia.

Si può ipotizzare un parallelo fra Parola-carne in Gesù e Parola-libro nell’islam?
Nel passato, alcuni studiosi delle religioni hanno spesso equiparato Gesù e Maometto, ma la cosa non funziona neanche sul piano musulmano perché anche nel Corano a Gesù viene riconosciuto un ruolo particolare in quanto spirito di Allah (Sura 4,171).

Oggi i teologi e gli studiosi delle religioni comparano Gesù e il Corano, come parola di Dio divenuta carne, da un lato, e libro, dall’altro. A mio parere anche questo tentativo ha non pochi problemi. Io direi che Gesù è la parola della misericordia, ossia la misericordia di Dio. In questo, egli è il primo paraclito (aiuto e soccorso) nel quale vi è la creazione (si veda anche l’idea coranica di Gesù come Spirito, che ha un parallelo in Giovanni poiché anche qui Gesù è logos e paraclito).

Per quanto riguarda il Corano, lo riferirei allo Spirito Santo. Per i cristiani lo Spirito è colui nel quale la parola della creazione diviene leggibile, egli è il canone vivente, la Scrittura vivente che è molto di più che un mero oggetto del nostro studio.

Anche per i musulmani, nella recita del Corano, il mondo diventa percettibile e leggibile.

Al dialogo dei responsabili ecclesiali e al dialogo della carità delle comunità cristiane si deve aggiungere il dialogo teologico all’interno delle facoltà teologiche? Pensa a una sorta di magistero dei teologi?
No, Dio ci protegga da un magistero della teologia. La teologia deve essere a servizio della Chiesa e anche della società; essa ha una funzione critica e ce l’ha anche e proprio davanti al magistero della Chiesa e alla società.

Se essa stessa avanzasse la pretesa di essere magistero, perderebbe questa sua funzione critica. Importante è che le teologie entrino in dialogo le une con le altre. Avremmo bisogno oggi di nuovo delle teologie alle università statali, anche in Italia, non per un’apologia della Chiesa, ma quale voce critica in una società che è sì secolare, ma che contiene e porta con sé anche mondi simbolici che intellettualmente non sono inferiori (e questo dovrebbero comprenderlo anche i secolari).

Perché è lo stato liberale e in particolare quello europeo l’unico luogo in cui è possibile una ricerca di questo tipo?
Gli stati islamici sono, con poche eccezioni, o dittature repressive o democrazie tendenzialmente autoritarie. Si può ben dire che il cristianesimo con la sua visione della personalità ha rappresentato un aiuto che ha favorito la democrazia.

Si deve tuttavia aggiungere, che si è giunti a ciò contro un’opposizione ecclesiale massiccia, da un lato, e che, dall’altro, solo con il Vaticano II (che sarebbe stato impossibile senza l’esperienza della II Guerra mondiale) si è arrivati a un riconoscimento positivo della democrazia da parte della Chiesa cattolica.

In ogni caso, abbiamo bisogno di un quadro democratico e anche intellettuale affinché possa mettersi in moto un dialogo spirituale fra cristianesimo, islam e mondo secolare. Questo quadro è configurato, non da ultimo, attraverso l’università che, però, oggi si trova esposta a una forte pressione di stampo neoliberale.

L’Europa e la Chiesa, una nuova vocazione
Inoltre, occorre anche una statualità forte e funzionante. La base di una società democratica, in cui è possibile un dialogo istituzionalizzato fra mondi eterogenei, è lo stato democratico di diritto – che viene messo sempre di nuovo in questione (sia da sinistra che da destra).

L’Europa, che è nata dalle libere università e dallo stato sociale di diritto, ha qui una nuova vocazione come ce l’ha la Chiesa cattolica, che ha assommato una incredibile esperienza storica ed ermeneutica, al fine di portare avanti un dialogo anche con l’islam.

Mi auguro che il pontificato di papa Francesco duri ancora a lungo, perché egli è il volto di una Chiesa del dialogo.

Da "www.santegidio.org" L’Europa e il suo fantasma di di Kurt Appel

La sospensione della pena capitale nello Stato della California viene accolta dalla Comunità di Sant'Egidio con grande soddisfazione perchè - per la sua importanza e per le motivazioni addotte - apre alla speranza di una sua possibile, progressiva, abolizione. "In un mondo in cui la leadership si è spesso trasformata in “followship”, al seguito di sondaggi e umori variabili, la California e il nuovo governatore Gavin Newsom danno prova di un grande coraggio politico e leadership", dichiara il coordinatore della Campagna mondiale per l'Abolizione della pena di morte, Mario Marazziti.

In California c’è il più grande braccio della morte del mondo, con 737 condannati, ma dal 1978 le esecuzioni sono state 11, mentre 79 sono morti di cause naturali, 26 per suicidio. E 79 hanno, ad oggi, esaurito tutti gli appelli. La Comunità di Sant’Egidio, che assieme a oltre 20 ministri della Giustizia radunati a Roma nella Conferenza Internazionale della Giornata mondiale delle Città contro la Pena di Morte a Roma, il 29 novembre scorso, aveva promosso un appello al Governatore uscente Brown per commutare tutte le sentenze capitali, esprime la sua soddisfazione e si complimenta per la decisione e la chiarezza del Governatore Newsom, che ha ufficializzato che “non darà l’autorizzazione a nessuna esecuzione” durante il suo mandato, convinto come è che “l’uccisione intenzionale di qualunque persona è sempre sbagliata” , che il sistema della pena capitale “è un fallimento”, “ha discriminato persone con disabilità mentali, neri e di colore, e chi non si può permetter una adeguata difesa legale”, col risultato di persone sicuramente innocenti messe a morte.

Il Governatore Newsom, dichiarando la pena di morte “assoluta, irreversibile e irreparabile” si assume con coraggio le ovvie contestazioni di quanti in California hanno chiesto al contrario, con la Proposizione 66, di accelerare le procedure delle esecuzioni. In sintonia con la nuova consapevolezza cresciuta nella Chiesa cattolica dai pontificati di Paolo VI , Giovanni Paolo II e papa Benedetto, espressa dallo storico nuovo testo del Catechismo voluto da Papa Francesco, che dichiara la pena di morte non solo “non più necessaria”, ma “sempre “inammissibile".
Dalla California può venire un nuovo impulso verso il restringimento della pena capitale negli Stati Uniti, che vede prossima l’abolizione in New Hampshire, con voto bipartisan, dove già da venti anni si assiste ad una riduzione nel numero delle esecuzioni, scese di 5 volte, e per la prima volta la calendarizzazione di progetti di legge per l’abolizione o per una moratoria in stati a guida repubblicana, incluso l’Utah e quelli della “Montagna”.

Da "www.santegidio.org" Pena di morte: grande segnale di speranza la sospensione in California, il più grande braccio della morte del mondo