Al diavolo le grandi città!

Venerdì, 31 Maggio 2019 00:00

La Lega è il più vecchio partito italiano, e negli anni ha costruito una rete molto radicata nel territorio. Amministratori locali, politici di riferimento. Un'onda verde che permette al messaggio di Salvini di attecchire in modo capillare anche fuori dalle Grandi Città.

L’exploit di Matteo Salvini alle recenti elezioni può essere letto in molti modi, e sicuramente ci saranno ancora molti mesi di analisi sul “fenomeno” che sta orientando la politica italiana di questi ultimi anni. C’è però una domanda che sta girando tra cui si sta occupando delle faccende di cronaca politica: «quanto durerà?». Per molti la parabola di Salvini rischia di essere simile a quella di Matteo Renzi. Accumanti da una tendenza al rischio totale, alla giocata a effetto comunicativa, all’all-in come strategia per far pesare i propri rapporti di forza. La lettura vede in questo atteggiamento la tendenza a volare troppo alto e, come Icaro, tra narcisismi e velleità, precipitare miseramente. In effetti nel periodo tra le Elezioni Europee del 2014 (quelle del 40,8%) e il referendum costituzionale del 2016 (ve lo ricordate?) la narrazione renziana era inscalfibile. Sembravamo dentro una nuova era, “The Renzian Age”, destinata a orientare la politica italiana per anni e anni. Quando le ali di Icaro si sono sciolte si è perso tutto. Qualcuno arrischia un parallelo, quasi cercando di determinare una profezia che si autoavvera. Un wishful thinking. Ma leggendo i dati che stanno arrivando — e altri ancora ne arriveranno, quindi avremo modo di tornarci — e inserendoli dentro una prospettiva di più ampio respiro, si rischia di uscirne delusi.

La Lega è il più vecchio partito italiano attualmente in circolazione. Negli anni ha potuto radicarsi nei famosi “territori” di cui la sinistra parla sempre (nonostante il suo progressivo arretramento), ha potuto costruire una rete di amministratori e riferimento locali in grado di essere antenne e ripetitori di una narrazione che — al netto delle differenze di leadership tra Bossi, Maroni e Salvini — non ha mai cambiato la sua radice: protezione della comunità e degli interessi locali; ricalcolo fiscale in chiave autonomista; espulsione dell’altro in quanto disturbatore di quiete, ordine pubblico, sicurezza, occupazione e crescita economica. Per quanto sembri inconcepibile, è la Lega oggi l’unico vero “partito del territorio”. E cercare di spiegare le ragioni del successo di Matteo Salvini con la pervasività della sua comunicazione non significa sbagliare, ma vedere solo la punta dell’iceberg. Dare contro alla Bestia, a Luca Morisi e alle fake-news è una chiave di lettura limitata e limitnte perché profondamente urbana e metropolitana. Curiosamente, i luoghi in cui Matteo Salvini non sfonda.

Per quanto sembri inconcepibile, è la Lega oggi l’unico vero “partito del territorio”. E cercare di spiegare le ragioni del successo di Matteo Salvini con la pervasività della sua comunicazione non significa sbagliare, ma vedere solo la punta dell’iceberg

Il successo della Lega è fatto di anni e anni di “buona amministrazione” e un discorso fortissimo sui valori di riferimento. Cambiano le classi dirigenti, cambiano i periodi politici, ma la Lega — che passa da locale a nazionale — non perde mai il focus ideologico. Cambia riferimenti, si riempie dei vestiti migliori per adattarsi (dalla canottiera di Bossi alla felpa di Salvini), agisce nel vuoto ideologico con spregiudicatezza, passa da libertaria a moralista, ma non perde mai il radicamento territoriale, l’appartenenza alla comunità, e l’idea che proteggere il piccolo mondo equivalga a escludere il nemico. E il nemico, lo sappiamo, può cambiare sulla base della minaccia che si percepisce in quel momento.

Ogni libro che analizza la storia della Lega e le figure di Matteo Salvini e Umberto Bossi concorda nel vedere nell’eredità del “metodo PCI” la vera scuola che ha insegnato loro a fare politica. Bossi è stato iscritto al partito (per due anni, dal ’74 al ’75) e Salvini ha iniziato nella ‘corrente’ dei Comunisti Padani. Quest’ultimo, inoltre, ha studiato da giornalista mentre faceva carriera come funzionario di partito. Imparando a costruire opinione e radicamento. Girando in tutte le comunità capendo che il popolo fuori dalle città non votava sulla base di opinioni e ideologie, ma sulla base degli interessi minimi e delle proprie necessità e rivendicazioni. Può non piacere, ma è un discorso di “cura” e di costruzione di risposte a partire dalle richieste di quel territorio che negli anni il Partito Democratico ha smesso di presidiare in nome di una vocazione maggioritaria e dell’esaurimento della carica valoriale dentro la dimensione burocratica della gestione del potere. Il metodo è sempre quello. Non si sono inventati niente. Anzi, lo hanno imparato dagli altri.

Cambia riferimenti, si riempie dei vestiti migliori per adattarsi (dalla canottiera di Bossi alla felpa di Salvini), agisce nel vuoto ideologico con spregiudicatezza, passa da libertaria a moralista, ma non perde mai il radicamento territoriale, l’appartenenza alla comunità, e l’idea che proteggere il piccolo mondo equivalga a escludere il nemico

Possiamo consolarci con i dati che vedono Salvini non sfondare, appunto, nelle grandi città (oltre a Bari, Lecce e Modena, dove hanno vinto sindaci di sinistra, la Lega non si afferma a Torino, Milano, Reggio Emilia, Bologna, Roma e Napoli. Esatto, la linea dell’alta velocità), ma secondo gli ultimi censimenti nelle aree urbane vive 1 italiano su 3. E stando alle mappe diffuse da YouTrend, l’onda verde si diffonde proprio tra quei puntini rossi che noi abitanti cosmopoliti, metropolitani, laureati e progressisti usiamo per costruirci una spiegazione consolatoria che però ci impedisce di capire la profondità (e la diffusione) della questione.

La politica è una cosa seria. Ed è fatta di proposte minime e minimali dentro un racconto ampio, una cornice, una visione in cui inserirle. La comunicazione è fondamentale, ma c'è molto altro. Mentre la sinistra stava pensando a operazioni di make-up delle sue nuove liste elettorali e dei suoi nuovi partiti post-ideologici, e mentre si stava beando con il mito della “buona amministrazione” e dei sindaci come sistema di governo da mutuare su scala nazionale, e mentre stava delegando agli spin-doctor e alle agenzie di comunicazione la costruzione dell'agenda politica, qualcuno stava girando tutti i bar di provincia a raccontare che in quel mondo c’era bisogno di una nuova visione, e una nuova classe dirigente. E intanto il discorso attecchiva. Il presidio cresceva. Il frame si radicava. Salvini potrà anche bruciarsi, ma dopo di lui qualcun’altro — presto o tardi — prenderà il suo testimone e potrà ricominciare da capo, perché il discorso in cui inserirsi resterà un discorso che le persone riconosceranno. E voteranno.


Da "www.linkiesta.it" Al diavolo le grandi città! Il successo di Matteo Salvini è più radicato di quanto sembri di Hamilton Santià

La fede, i simboli, la mafia

Lunedì, 27 Maggio 2019 00:00

Il comizio appassionato di Matteo Salvini, sabato, in piazza Duomo, a Milano, da un lato ha confermato alcune linee del suo stile e del suo progetto politico, dall’altro le ha evidenziate, facendo cadere alcuni equivoci.

La caduta dei miraggi
Per quanto riguarda le politiche migratorie, in questo raduno, dove si sono raccolti i movimenti sovranisti d’Europa, è stato definitivamente chiaro a tutti che la giustificazione con cui il nostro ministro degli Interni aveva attirato il consenso di molti italiani alla sua politica di intransigente chiusura dei porti era solo un gioco illusionistico, ormai disinvoltamente smentito dallo stesso interessato.

A lungo Salvini aveva sostenuto che il suo obiettivo era costringere gli altri Paesi europei a prendersi le proprie responsabilità nell’accoglienza dei migranti e a non lasciare sola l’Italia. Sabato scorso, a Milano, è stata finalmente detta la verità (peraltro già anticipata nella visita del vice-premier, in Ungheria, al muro anti-profughi di Orban): ciò a cui la Lega e gli altri sovranisti mirano non è una più equa distribuzione nell’apertura agli stranieri, ma una rigorosa chiusura dell’Europa ad ogni forma di accoglienza.

Da ora in poi il ragionamento di chi appoggiava questa politica, pur non condividendone i toni sprezzanti, perché intercettava un elemento di verità – l’egoismo degli altri Stati e la loro ipocrisia nel condannare l’Italia –, dovrà essere accantonato.

Come dovrà essere liquidata l’altra falsa giustificazione, la distinzione tra profughi politici e “migranti economici”: i porti resteranno chiusi per tutti. Perciò ci si dovrà assumere la responsabilità di scegliere tra un’Europa aperta verso il mondo esterno (anche se più attenta a conciliare accoglienza ed integrazione) e un’Europa ermeticamente chiusa in se stessa. Meglio: un’Europa di Stati esclusivamente dediti a perseguire i propri interessi nazionali.

La preghiera di Salvini
Ma non è stato questo che ha richiamato l’attenzione dei mezzi di comunicazione.

Ciò che ha colpito tutti è lo stile comunicativo del leader della Lega che, per sostenere le sue tesi, dopo aver baciato un rosario che aveva in mano, si è lanciato in un’appassionata preghiera: «Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa, a San Benedetto da Norcia, a Santa Brigida di Svezia, a Santa Caterina da Siena, ai Santi Cirillo e Metodio, a Santa Teresa Benedetta della Croce. Ci affidiamo a loro, affidiamo loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità del nostro popolo».

E che poi, agitando il rosario, ha concluso: «Io personalmente affido l’Italia, la mia e la vostra vita, al Cuore immacolato di Maria, che son sicuro ci porterà alla vittoria».

Eloquente il secco commento del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: «Io credo che la politica partitica divida, Dio invece è di tutti», ha dichiarato il capo della diplomazia vaticana. «Invocare Dio per se stessi è sempre molto pericoloso».

In realtà è stato molto significativo anche il contesto di questa preghiera. Nel suo discorso Salvini ha citato con grandi elogi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, per la loro difesa delle radici cristiane dell’Europa, mentre a papa Francesco – il cui solo nome ha suscitato nella folla dei presenti una salve di fischi – ha riservato solo un accenno polemico, quando ha rivendicato di aver dato “risposte con i fatti, non con le parole” al problema dell’immigrazione: «Lo dico anche a Papa Francesco, che oggi ha detto “Bisogna ridurre i morti nel Mediterraneo”. Il governo sta azzerando i morti nel Mediterraneo, con orgoglio e spirito cristiano».

L’ora di scegliere tra Lega e Chiesa
Come in tutta la storia della Lega, fin dalle sue origini, siamo davanti a una pretesa religiosa che punta su simboli e forme devozionali tradizionali per accreditarsi come cristiana, ma allo stesso tempo si contrappone a viso aperto alla Chiesa istituzionale nella visione della vita sociale e nell’interpretazione stessa del Vangelo.

Anche in questo caso, i precedenti riferimenti sarcastici del leader della Lega ai «vescovoni», secondo lui ormai screditati agli occhi del popolo cristiano, ci avevano preparato a questo esito, sottolineato dai fischi della piazza all’indirizzo del pontefice.

E così ha interpretato il discorso di Salvini il quotidiano dei vescovi, «Avvenire», in un corsivo non firmato (quindi espressione del Direttore), che ha definito Salvini «alfiere di un cattolicesimo tutto suo, distante dal magistero del Papa e della Chiesa».

Anche su questo fronte, più religioso che politico, ci troviamo dunque alla resa dei conti in una partita in cui per troppo tempo i miraggi avevano sostituito la realtà. I cattolici che credevano di vedere nella Lega un baluardo al servizio dei valori cristiani ora sono chiamati a decidere se a rappresentarli è papa Francesco o Salvini. Una scelta, peraltro, che si collega a quella tra i modelli di Europa di cui i due sono, rispettivamente sostenitori.

Una contraddizione storica
Solo che il richiamo di Salvini alle radici cristiane dell’Europa contrasta, dal punto di vista storico, col suo progetto politico, perché l’Europa nacque nel medio evo proprio dall’apertura della precedente civiltà romana agli influssi di popoli e di culture che venivano dal di fuori dell’impero e che il cristianesimo non respinse, anzi accolse e assimilò, dando luogo a quel fecondo meticciato che ha plasmato la civiltà occidentale.

Una contraddizione religiosa
Così come suona contraddittorio, dal punto di vista religioso, l’uso delle parole più tradizionali della tradizione cattolica – la consacrazione alla Madonna, l’invocazione ai santi – in un discorso che, in aperta rottura con questa tradizione, pretende di anteporre l’autorità di un leader politico a quella del papa e dei vescovi. Quella di Salvini, a questo punto, non è più la fede cattolica. Ma allora in nome di che cosa presentarsi come suo “gran sacerdote”?

Una contraddizione politica
Anche dal punto di vista della laicità della politica siamo davanti a una chiara incoerenza. Da un lato ci si appella al realismo machiavellico del “prima gli italiani”, al di là di ogni “buonismo” di matrice religiosa, dall’altro ci si impadronisce dei simboli religiosi, in una pseudo-liturgia, facendone la bandiera del proprio partito, come nelle società sacrali di un remoto passato.

Mi dispiace per Salvini
È questa rozza commistione di sacro e profano, che non rispetta né l’uno né l’altro, l’elemento forse più inquietante di questa vicenda. Per quanto ne so – e lo dico da siciliano –, il solo soggetto che a mia conoscenza ha fatto uso in modo così disinvolto del linguaggio e dei simboli della fede per affermare il proprio potere è la mafia. Mi dispiace per Salvini, ma è un fatto.

Di fronte a questo, molti sinceri credenti – e, non lo nego, tra questi anch’io – hanno provato un moto di disgusto. Ci sono molte prese di posizione, sullo scenario politico, che non condivido e che combatto con tutte le mie forze, perché sono sbagliate, anche gravemente. Ma questa orgia di religiosità – tanto più evidentemente strumentale quanto più grossolanamente esibita – è spregevole. Mi dispiace – lo dico sinceramente – per Salvini.


Da "http://www.settimananews.it" La fede, i simboli, la mafia di Giuseppe Savagnone

Il pestilenziale laboratorio italiano

Venerdì, 24 Maggio 2019 00:00

Ci sarebbe quasi da divertirsi, a seguire su base regolare il teatrino in cui Lega e M5S tentano disperatamente di accreditarsi agli occhi della plebe berciante come i salvatori della patria. Praticamente da quando questo governo è nato, l’obiettivo pressoché unico della sua cosiddetta azione è stato quello di arrivare alle elezioni europee di domenica prossima come momento dirimente per accelerare le elezioni politiche.

Un anno di nulla, quindi? Magari. In realtà, un anno di spesa pubblica e voti di scambio, zero investimenti, proclami da ubriachi al bar contro tutti i nemici esterni. Progressivamente, i punti di contatto sono stati sostituiti da uno stallo sfociato in paralisi. Oggi siamo al momento delle reciproche accuse: notevole, nei giorni scorsi, lo scambio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini: “dove sono i rimpatri?” versus “i morti sul lavoro sono in aumento, che pensi di fare?”.

Sino al momento dadaista “dal consiglio dei ministri non uscirà nulla che non abbia le coperture”, detto da chi sino a pochi mesi fa riteneva che “le coperture” fossero rappresentate dal deficit. Gli investimenti pubblici sono fermi, dopo che i nostri eroi si sono reciprocamente annullati invocando non meglio precisati “supercommissari”, e la paralisi è insorta anche per dilemmi del tipo “ma serve un solo commissario o uno per ogni grande opera?”. Su Alitalia, meglio tacere. Sulla Rai, meglio prendere un antiemetico.

Nel mezzo, i pensosi dibattiti sulle richieste di scorporare dal deficit proprio la spesa per investimenti, concetto notoriamente molto malleabile, in questo paese. In fondo, anche pensioni e reddito di cittadinanza sono investimenti su un futuro da falliti, no?

E questi sono i personaggi che puntano a condizionare l’Europa per cambiarla. Ripeto, ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Ci sarà ben poco tempo per rallegrarsi dell’avvenuta celebrazione delle elezioni europee. L’Italia, come spesso le accade, manderà al parlamento europeo una nutrita rappresentanza di falliti e trombati, incapaci di comprendere dove si trovino ma molto abili a stare davanti alle telecamere dei pollai televisivi, che poi sono quelli a cui devono la loro visibilità e le loro carriere.

La situazione non è ancora precipitata solo perché l’economia non si è ancora degradata al punto giusto per provocare la reazione dell’elettorato. Se (quando) accadrà, vedremo che faranno questi personaggi. Nel video con Michele Boldrin che vedete qui sotto, io ipotizzo che alla fine prevarrà la vigliaccheria e li vedremo fuggire. Come tuttavia accade in questo ridicolo paese, molti tra loro non saranno condannati alla damnatio memoriae ma manterranno una base di fedeli, pronti a riportarli alla superficie della rete fognaria del paese, dopo una pausa di decantazione e robuste dosi di vittimismo e cospirazionismo. Perché in nessuna altra parte del mondo come in Italia “si stava bene quando si stava male”. Da sempre.

Non ci sono tragedie, in Italia, ma solo farse. Si tratta della cifra culturale di questo paese, dopo tutto. Prendete Silvio Berlusconi, che ora se ne esce con l’idea geniale di essere la levatrice degli ossimorici sovranisti europeisti, o perbene, da aggregare al Partito Popolare europeo. E che nel frattempo ha già lanciato la candidatura a premier di Mario Draghi. Della serie “io sono un talent scout, più che un politico: mi occupo di casting”. E avanti così, sino a consunzione biologica.


La cosa più triste è che arriveremo al punto da sentire la mancanza di Berlusconi, esattamente come oggi in molti arrivano a sentire la mancanza dei Craxi, De Mita, Andreotti e De Michelis. C’è una selezione negativa della specie politica, in questo paese, una continua sfida a Darwin. Qualcosa vorrà pur dire. L’unica speranza è che la natura faccia il proprio corso. Fino ad allora, il resto d’Europa (e non solo) continuerà a vedere al centro della nostra bandiera questo stemma.


VIDEO


Da "phastidio.net" Il pestilenziale laboratorio italiano

Migranti senza volto

Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

I Secondo la Banca Mondiale nel 2050 vi saranno 140 milioni di migranti per motivi legati al cambiamento climatico: la desertificazione, il depauperamento delle aree fertili, la mancanza d’acqua, l’aumento del livello del mare e così via. Sarà un esodo drammatico, in cui è probabile che moltissimi moriranno senza lasciare traccia di sé, come la maggior parte dei 1.000 migranti affondati con il “Barcone” che nell’aprile del 2015 si rovesciò al largo della Libia. Ma non tutti sono rimasti senza nome, grazie allo straordinario lavoro svolto da Cristina Cattaneo e la sua équipe e documentato nel bellissimo libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina editore, 2018).

Secondo alcuni quanto successo negli ultimi anni è solo un fenomeno temporaneo destinato a esaurirsi e usato ad arte dalla politica per motivi elettorali. Niente di più sbagliato. Le proiezioni relative al cambiamento climatico non potrebbero essere più chiare e non si vede una soluzione nel breve o nel medio termine. Certamente non la cattura dell’anidride carbonica, ma neppure lo sviluppo delle energie rinnovabili, considerata la lentezza con cui il mercato e la politica rispondono a un’esigenza divenuta immediata. La minaccia del cambiamento climatico, con la sua sequela di impatti umani e ambientali, richiede grande lungimiranza e incisività. Putroppo la Strategia Energetica Nazionale – per cui il governo Gentiloni aveva stanziato 175 miliardi fino al 2030 – è divenuta lettera morta, e l’attuale governo non sembra avere un piano energetico né una strategia di mitigazione del cambiamento climatico, problema ritenuto evidentemente di second’ordine.

Questa lunga premessa serve a dire che l’estrema miopia dei sovranisti, che si illudono di risolvere i problemi chiudendo i confini e respingendo i barconi, non fa altro che prepararci a una catastrofe, quando lo scontro tra una crescente xenofobia (tutta ideologica) e la realtà delle migrazioni di massa assumerà proporzioni ben maggiori rispetto a quelle attuali. Inutile ricordare che i “sacri confini della patria” che sono sottesi all’ideologia sovranista sono del tutto fittizi:

I confini non sono fenomeni naturali; esistono nel mondo solo nella misura in cui gli uomini li considerano come significativi (A.C. Diener, J. Hagen: Borders. Oxford University Press, 2012)

Il libro di Cattaneo è esemplare per impegno civile, chiarezza e sobrietà. Cattaneo è medico legale all’Università di Milano, a capo di un’équipe specializzata nel “dare il nome” a persone che ne sono prive. Questa attività richiede di ricorrere a tecniche molto complesse e sofisticate, ed è esclusivamente mossa dalla pietas per le vittime e le loro famiglie. Ma dai reperti dell’équipe della Cattaneo emerge molto più della pietas. Per esempio, i profili che si ricavano dalla ricostruzione post-mortem delle biografie delle vittime sono quasi ortogonali al comune pregiudizio salviniano di immigrati delinquenti e terroristi. Le vittime sono perlopiù studenti in viaggio verso università migliori di quelle in patria, ragazzi normali in cerca di opportunità all’estero (come molti di noi hanno fatto).

È un’umanità aperta al mondo, consapevole delle interconnessioni create dalla globalizzazione, ma che si scontra con la chiusura di una classe media occidentale timorosa di perdere i propri privilegi. Una testimonaniza di Cattaneo:

Non riuscivo a immagine questi ragazzi durante quel percorso infernale (Etiopia, Sudan e Libia, nota mia), gli stessi che festeggiavano le lauree, i matrimoni, che si fotografavano a casa mentre ballavano e che avevano Facebook. La nipote, che avevamo conosciuto attraverso i racconti dello zio, nelle immagini più recenti indossava una maglietta lilla e una collanina con strass simili a Swarovski, identici a quelli della mia figlioccia – ancora una volta, dettagli sovrapponibili alla mia, alla nostra vita quotidiana.

Viene da chiedersi che cosa è successo in Italia in questi ultimi quattro anni. Nel 2015 vi fu una straordinaria mobilitazione intorno al progetto lanciato da Cristina Cattaneo, che divenne rapidamente una “bandiera” di cui andare fieri (così come dovremmo andare fieri di quell’altro grande italiano, Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa). Per usare le parole dell’autrice,

Ancora oggi mi sembra incredibile e commovente pensare a come le più grandi agenzie italiane come la Marina Militare, l’Università, i Vigili del Fuoco insieme a molti altri si siano spesi – in un periodo storico in cui, a parlare di supporto ai migranti, si viene spesso trattati con sufficienza o biasimo – non solo per recuperare un barcone pieno di vittime dalla pelle scura, ma anche per trattarli come tratteremmo mille europei “bianchi” morti in un ipotetico incidente aereo…

Per associare qualche numero al racconto, nel 2017 sono arrivati in Italia circa 117.000 migranti vivi, mentre 2.800 sono morti, un numero enorme. Negli ultimi anni si è registrata una drastica diminuzione delle domande di asilo nell’UE, passate da 1.261.000 nel 2016 a 705.000 nel 2017 ma, all’opposto, una crescente domanda politica di “difesa” delle frontiere dell’ Europa, come espressa, per esempio, dal ministro Salvini:

Il problema non è respingere i migranti all’interno dell’UE ma difendere le frontiere europee (Ansa. Salvini meeting Conte for migrant talks. Ansa, 20.06.2018)

Ma a fronte della riduzione del numero di migranti, il rischio di mortalità per traversata marina è andato aumentando, raggiungendo il 5% nel 2018 (5 su 100!). Qualunque sia la spiegazione, la mortalità in aumento indica che evidentemente l’insieme dei dispositivi di salvataggio in mare è del tutto inadeguato. L’impreparazione del governo (dei governi) ad affrontare (non “fronteggiare”) il problema delle migrazioni nei prossimi decenni è irresponsabile. Una politica efficace (ma non sta a me dirlo) dovrebbe coniugare obiettivi umanitari a breve termine con obiettivi strategici. Il trasferimento di migranti clandestini è un affare colossale gestito da grandi organizzazioni mafiose. Questo è il problema, non respingere qualche decina di poveracci per guadagnare voti.

In quanto alla sfida umanitaria, l’impegno di Cristina Cattaneo è esemplare, perché antepone la pietas al suo livello più basilare (“dare un nome”) alle ragioni di Stato o alle ragioni di comodo (la mancanza di fondi), dimostrando che “si può fare”. Non solo si può fare ma si può fare bene, cioè con tecniche all’avanguardia che comportano l’esame dei liquidi bologici e degli organi (per esempio per identificare infarti pregressi nel cuore), e prelievi di ossa o muscoli per analizzare il DNA. Le pagine sul recupero dei resti umani dal Barcone sono particolarmente agghiaccianti ma anche lineari e sobrie. Ricordano alcune pagine di Primo Levi sui lager.

Non c’era modo di evitare ad alcuno di loro [i volontari coinvolti] il trauma del primo contatto, della vista, dell’odore di ciò che avrebbero dovuto toccare, abbracciare, sollevare. (…) Alla fine, la comprensibile repulsione potreva essere superata soltanto dalla consapevolezza non solo dell’importanza tecnica del loro operato ma anche dell’estrema pietas del gesto che si apprestavano a compiere. E questo fu esattamente ciò che accadde.

Vi sono momenti storici in cui il “tono” generale della società può cambiare repentinamente e, con il contributo di una massa di manovra ingenua e spesso ignorante, passare da quell’impegno civico esemplare dimostrato da una scienziata umanista come Cristina Cattaneo al pregiudizio xenofobo del blocco di Visegrad. Che peccato, e che vergogna.


Da "http://www.settimananews.it" Migranti senza volto di Paolo Vineis

Iconologia del rogo

Venerdì, 17 Maggio 2019 00:00

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.

Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento.

Anzi, come spesso accade, sgonfiatasi la notizia principale – l’incendio è stato domato e la Cattedrale è tutto sommato ancora in piedi – il focus del racconto si è spostato: sul futuro e sui modi e i tempi della ricostruzione; sul passato e sulla caccia al capro espiatorio responsabile dell’incendio; sulla gente e su quello che ha provato per l’occasione; su Trump e la sua ennesima gaffe sui canadair; sulla politica – ovviamente – interna (Macron, le sue dichiarazioni, le sue colpe) ed estera (il senso di europeismo che questo evento avrebbe fatto emergere); sulla gara di solidarietà, le generose donazioni per la ricostruzione; sulle colpe dei donatori che avrebbero dovuto sostenere cause più importanti; sui new media stessi e il loro modo di affrontare la notizia: i trending topics e gli hashtag correlati, i tweet più condivisi, le immagini divenute virali e dunque immaginario di tutti noi.

C’è da dire, comunque, che questo immaginario si è venuto effettivamente a creare in modi assai diversi: noi, spettatori più o meno casuali di un enorme bombardamento iconografico, siamo stati sollecitati a partire da leve anche molto differenti. Innanzitutto, a essere convocato è stato il nostro corpo: foto e video immediatamente a ridosso dell’accaduto hanno cercato di sublimare la distanza ponendoci di fronte a quanto si andava disegnando. Lo sguardo tanto ravvicinato quanto irrealistico (la zona era chiaramente transennata e non saremmo mai potuti arrivare laddove ci portavano gli zoom delle macchine fotografiche, dei droni e delle telecamere) ci poneva a pochi passi dall’incendio, con nubi, fiamme e potenti getti d’acqua proprio lì, sotto i nostri occhi. Ci sembrava quasi di toccarli, di sentirli, così come sentivamo le sirene e i rumori dal vivo che la scena ci restituiva. Il top di questo tipo di visione si è toccato con il momento clou e più spettacolare, la terribile caduta della guglia: lì abbiamo perso addirittura la visione d’insieme della Cattedrale, perché a essere di rilievo, in quel momento, era il dettaglio, la sequenza della spaccatura, magari da riportare al ralenti o in una serie di foto in sequenza che meglio rendessero conto quasi in termini materici dell’effetto di catastrofe, dello scenario bellico e apocalittico. Stessa cosa è accaduta quando siamo entrati, di nuovo ovviamente per primi e insieme ai vigili del fuoco, all’interno della Chiesa: anche qui a contare non era la visione di insieme ma piuttosto il frammento, anzi era proprio la visione frammentaria a restituire l’idea della tragedia.

Abbiamo guardato pezzi di volta caduti, pieni e vuoti architettonici, colori scuri e bluastri, piccole nubi di fumo che ancora si levavano dal pavimento, e di nuovo acqua. Il fuoco diventava quasi un fuoco fatuo, quello bluastro appunto che ogni tanto si sviluppa – guarda caso – vicino a corpi in decomposizione. L’unico tono brillante che emergeva per contrasto in questo desolato scenario di macerie era un crocifisso dorato, ancora evidentemente resistente, che di certo spiccava ancorando il nostro corpo a una speranza.

A questo zoom sui dettagli, ha fatto pendant tutta un’altra serie di immagini grandangolari, quelle sì in grado di restituirci la veduta d’insieme. Non sappiamo quanti droni abbiano sorvolato la Cattedrale in quei (questi) giorni, ma a naso sicuramente tanti. La prospettiva privilegiata, anch’essa, come la precedente, distante da quella dell’uomo comune, era appunto zenitale. Nôtre-Dame dall’alto, in planimetria: il senso del dramma che si stava consumando emergeva in prima battuta a partire dal confronto con ciò che la circondava. Era uno sguardo pacato che, attraverso una messa a distanza, puntava a una razionalizzazione dell’accaduto. Ed è stato anche uno degli sguardi più tipici del the day after, dell’immediatamente successivo, in cui molti giornali hanno fornito una visione post-traumatica volta a fare il punto della situazione, con un occhio posato sul disastro e volto allo stesso tempo a fornire un quadro di insieme. Mappe, plastici, spaccati si sono sprecati illustrandoci sequenze prima/dopo, com’era/com’è, cosa è andato perduto e cosa invece è rimasto intatto. E giù su queste rappresentazioni frecce e puntatori, indicazioni di cifre, orari, dettagli ben precisi, magari anche del tutto inutili e che pure però costituivano quell’effetto di precisione giornalistica che allontanava il pezzo dal rischio di essere percepito come fake news.


La razionale ricostruzione degli eventi ha almeno due contraltari. Da un lato, e fa forse la parte del leone nella vicenda, tutta una serie di raffigurazioni miranti a scatenare in noi passioni, le più disparate, le più varie. L’imperativo sembrava essere: emozioniamoci. In primo luogo, in contemporanea e immediatamente a ridosso dell’accaduto, il nostro sguardo, dopo essere stato catapultato all’interno o nelle immediate vicinanze della Cattedrale, dopo avere colto l’edificio nel suo insieme, viene arretrato ancora un po’, si è spostato al di là della riva della Senna per coincidere con quello dei numerosissimi cittadini accorsi a guardare l’accaduto: gente attonita in lacrime, in ginocchio, in preghiera; tutti nostri ideali prolungamenti e utilissimi delegati con cui immedesimarci comodamente spaparanzati sul divano. Il luogo della tragedia, come sempre accade in questi casi, diviene meta di pellegrinaggio, dove andare non soltanto per curiosare ma anche per farsi prendere e contagiare emotivamente.

È il regno delle passioni collettive: cori più o meno spontanei che hanno salutano la Cattedrale, lacrime che si sono contagiate manco fossero sbadigli, pletore di convenuti compunti, tutti rigorosamente con gli occhi all’insù e con lo smartphone ben saldo nell’altra mano a testimoniare i fatti e la propria presenza. Una foto divenuta virale scattata un’ora prima dell’incendio, mostrava un padre che prendeva la sua bimba per le mani facendola volteggiare con le gambe in aria davanti a quello che di lì a poco si sarebbe trasformato in teatro della catastrofe. L’autrice dello scatto lancia un appello: vorrebbe fare avere la foto allo sconosciuto in ricordo di quell’inconsapevole momento di felicità ben presto destinato a incrinarsi.

La nostalgia e il rimpianto per il passato perduto si alternano alla rabbia e alla commozione per un presente che forse si sarebbe potuto evitare. Sono le prime pagine dei quotidiani francesi all’indomani della tragedia a dare sfogo a questi tumulti passionali, parlando di disastro, desolazione e, facile gioco di parole, “Notre Drame” – è il titolo di Libération. L’immagine-icona è ancora quella della guglia cadente ma stavolta presa dal basso e da una certa distanza, un’inquadratura che amplifica la passione, perché è come se fossimo lì giù, inermi, a osservare una caduta che è un qualcosa di dirompente che ci sopraffà, prendendo il sopravvento su di noi. Oppure le passioni si rifanno alle citazioni, Gobbo in primis, anch’egli assurto agli onori di cronaca e protagonista di svariate vignette che lo ritraggono triste, piangente, mentre abbraccia la Cattedrale o la porta via con sé, privato del suo luogo identitario, della sua casa-guscio.

Per non parlare della correlata, quanto mitica, “profezia” di Victor Hugo: non mancano le citazioni del passo del libro in cui si parla di un rogo all’interno della Cattedrale abbinate a selezionate immagini del presente, con una sincronizzazione e un conseguente effetto-stupore per questa coincidenza che assume quasi un che di sovrannaturale. Contraltare rispetto a questo clima grigio e triste è la convocazione di tutto un côté passionale quasi euforico, fatto di una proiezione speranzosa verso un futuro di rinascita dalle proprie ceneri, è il caso di dire. Il tweet del teatro La Fenice – anch’esso divenuto virale – è quel messaggio di solidarietà di chi ha attraversato una simile situazione e nonostante tutto è riuscita a ritornare agli antichi splendori. L’incoraggiamento, la grinta, la spinta positiva sono il naturale bilanciamento della negatività imperante. La vita continua, nonostante tutto, così come sorprendentemente continua, notizia dei giorni successivi, la vita delle api abitanti delle arnie impiantate sul tetto della Cattedrale anni addietro per un progetto di apicoltura: ancora vive nonostante tutto, chapeau.

Infine, in questo progressivo arretrarsi dello sguardo e conseguente ampliarsi di prospettiva, sono stati pubblicati una serie di articoli che hanno sottolineato come in realtà la Cattedrale non fosse mai stata quella architettura monolitica e definitiva che gli altri (giornali) ci stavano negli stessi giorni abituando a pensare, ma una cangiante figlia dei suoi tempi, esito della storia, degli eventi, delle mode, dei processi che l’hanno attraversata e di conseguenza modificata. Quell’eternità immobile e duratura a rischio crollo non era in realtà mai stata tale, e anche il rogo, in fondo, non rappresentava una frattura così netta: in un’ottica di lungo periodo, non era altro che uno dei tanti eventi, più o meno traumatici, più o meno invasivi, che avevano attraversato e trasformato nei secoli quella struttura che a noi sembrava sempre essere stata così.

Nello stesso tempo sono state diffuse una serie di raffigurazioni basate su uno stravolgimento programmatico di alcuni tratti dell’evento a fini satirici o polemici. Il rogo è divenuto il pretesto per parlare d’altro, un altro che deve essere innanzitutto capito, colto, intuito dal lettore/spettatore con cui si cerca una complicità innanzitutto a livello cognitivo. La copertina dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo, ipercondivisa sui social, pone su uno sfondo rosso la caricatura del volto di Macron: l’espressione è sadica e a mo’ di due corna campeggiano sul suo capo le torri in fiamme di Nôtre-Dame, la parola “Riforme” si abbina a un balloon che fa dire al Presidente “Je commence par la charpente”.

Il grado zero dell’accaduto non è semplicemente dato per scontato, ma per di più negato per farsi portatore di un discorso “altro” che tracima il rogo per addentrarsi su spinose questioni di politica interna. In tutta una serie di altre immagini, il bersaglio polemico è la considerevole cifra raccolta in pochi giorni per la ricostruzione grazie a donazioni e donatori più o meno noti e più o meno generosi: al suono di “rebuild this chatedral” l’immagine di Nôtre-Dame nel fuoco è stata accostata a selvagge foreste, fondali marini infestati di plastica e spiagge non più incontaminate ma invase da rifiuti. Insomma, anche qui i fatti del 15 aprile sono solo un pretesto per mettere in discussione il valore dei valori, le questioni etiche e le priorità. A noi spettatori, il compito di ingaggiare una caccia alla scoperta di questi ulteriori sensi dell’accaduto, la sollecitazione ad attivare un’interpretazione non immediata dei fatti.

Ecco, il rogo e Nôtre-Dame hanno vissuto e continuano a vivere a cavallo di queste dimensioni, ce ne siamo fatti un’idea dai racconti che abbiamo ascoltato, dalle immagini che abbiamo visto, dai video che abbiamo scaricato. Ma è in fondo nella traduzione tra tutti questi racconti, nella loro convivenza, a cavallo tra passato, presente e futuro che ancora Nostra Signora è con noi.


Da "www.doppiozero.com" Iconologia del rogo di Alice Giannitrapani

Ci sono quasi tutti, da quello del PD a quelli di Forza Italia, dei Verdi Europei e di +Europa: quello della Lega, invece, non si trova da nessuna parte


In vista delle elezioni europee del 26 maggio, i principali partiti hanno già presentato le liste dei propri candidati (QUI), più o meno si sa dove siederanno a Strasburgo e già da tempo vi avevamo detto tutto su come si vota (QUI). Quello che mancava erano solo i programmi elettorali, che sono la cosa più importante se si vuole decidere per chi votare.

Qui li trovate quasi tutti, manca quello della Lega, che sul suo sito ha pubblicato solo il documento (QUI) programmatico della nuova alleanza di partiti nazionalisti e sovranisti euroscettici (QUI). Il Post ha provato a chiedere informazioni al partito, ma per il momento non ha ricevuto risposta.

Da "www.ilpost.it" I programmi dei partiti italiani per le elezioni europee 2019 di Eugenio Dacrema

Otto anni di conflitto hanno profondamente trasformato la società siriana, la sua composizione, le sue istituzioni e persino l’autopercezione della popolazione. Queste trasformazioni si rifletteranno pesantemente sulla configurazione postbellica del Paese.

Il primo fattore da considerare è la natura profonda dello scontro tra il regime di Assad e l’opposizione, che fin dall’inizio è apparso come un gioco a somma zero. L’obiettivo del regime e della maggior parte dei ribelli armati è stato l’annientamento completo del nemico, senza nessuna possibilità di un processo negoziato di transizione e/o cooptazione politica. I nemici non si sono mai reciprocamente riconosciuti come attori legittimi con richieste e interessi legittimi. Tutto ciò ha avuto conseguenze cruciali sull’evoluzione della guerra e, soprattutto dalla prospettiva del regime, ha fatto della soluzione militare l’unico scenario accettabile. La mancanza di qualsiasi prospettiva realistica per una soluzione politica ha portato al prolungamento indefinito della crisi e ha aumentato la sofferenza della popolazione siriana. Questo approccio militaristico e a somma zero sembra destinato a ripercuotersi anche sull’ordine postbellico. Per comprendere meglio tale aspetto, questo articolo indaga tre concetti centrali legati al futuro assetto della Siria: il concetto di ridimensionamento del conflitto (opposto a una sua risoluzione completa), quello degli accordi “permanenti-temporanei” e il concetto di frammentazione sociale.

Il ridimensionamento di una guerra irrisolvibile

“Se proprio non puoi risolverlo, gestiscilo e ridimensionalo”. Questa la formula che riassume il concetto di conflict management, apparso come la principale strategia applicata dalla Russia ai conflitti in cui è stata coinvolta nella sua storia recente. Un concetto diametralmente opposto a quello di conflict resolution, che ha costituito la principale cornice utilizzata negli ultimi decenni dalle potenze occidentali, spesso con scarso successo. I due concetti differiscono sia per l’approccio ideologico che per i mezzi utilizzati. Mentre il secondo è fondato sui valori – dal momento che mira a imporre a conflitti locali risoluzioni globali basate sui valori e sugli interessi occidentali – e sfrutta la posizione egemonica militare ed economica detenuta dagli USA e dalla Nato sulla maggior parte del mondo dalla fine della Guerra Fredda, il primo non è ideologico e poggia su un approccio tattico e flessibile tipico dei poteri che non hanno i mezzi per proiettare un dominio egemonico sugli altri attori coinvolti.

Il graduale affievolimento della proiezione egemonica americana in Medio Oriente – iniziato sotto l’amministrazione Obama e continuato con l’attuale presidente Donald Trump – ha dato alla Russia la possibilità di tornare nell’arena politica della regione dopo una lunga assenza. La Siria è stata il palcoscenico di questo ritorno e, a partire dal suo intervento militare diretto nel 2015, Mosca ha preso il sopravvento negli sforzi diplomatici per porre fine alla crisi. Questo ha permesso al governo russo di testare lo stile di gestione del conflitto che ha influenzato gli ultimi sviluppi della guerra e potrebbe incidere fortemente sulla configurazione post-bellica del Paese. Per esempio, la mancanza intrinseca di una visione strategica da cui è caratterizzato tale approccio implica che la fine della guerra sta emergendo più come il risultato di una catena di decisioni tattiche influenzate più da interessi e forze contingenti che da qualsiasi progetto di lungo termine, fatta eccezione per il mantenimento del regime di Assad. Inoltre, un approccio del genere non è adatto ad affrontare tutte le cause all’origine del conflitto – vale a dire la disastrosa gestione socioeconomica prebellica da parte di Assad e la crescente richiesta di cooptazione politica da parte di vaste parti della società, soprattutto nelle aree rurali. Durante i lunghi anni della crisi, questo ha portato all’utilizzo di narrazioni iper-semplificate, che dipingevano tutti i ribelli e i loro sostenitori come terroristi appoggiati da potenze straniere.

Tuttavia, le problematiche che la soluzione militare adottata dal regime e dai suoi alleati non ha potuto risolvere stanno riaffiorando con il consolidamento della vittoria di Assad. Nelle aree una volta occupate dall’opposizione – e in molti territori nelle mani del regime – le tensioni sociali sono oggi trattenute dal pugno di ferro delle forze di sicurezza del regime, ma potrebbero riaffiorare nel medio termine se una nuova crisi riportasse l’apparato securitario ad allentare la presa sulla società locale. Per questa ragione, non è appropriato parlare di “fine” del conflitto; è più corretto parlare di una situazione a lungo termine di conflitto a bassa intensità, esito del processo di conflict management. In una situazione del genere, tensioni e rimostranze sono tenute sotto controllo attraverso strumenti securitari fino a quando questi mezzi non si indeboliranno o non interverrà un altro evento rivoluzionario – simile all’onda di rivolte regionali del 2011 – in grado di generare un nuovo “effetto contagio”.

L’accordo “permanente-temporaneo” con la Turchia e la “cipriotizzazione” della Siria del Nord

La necessità del regime e dei suoi alleati di raggiungere accordi temporanei con attori nazionali e regionali per gestire le varie fasi del conflitto ha portato a una limitata spartizione del Paese, che difficilmente sarà riunificato in un futuro prossimo. In particolare, Mosca – per conto di Damasco e di Teheran – ha negoziato accordi con la Turchia, che negli ultimi tre anni si è affermata come principale sponsor dell’opposizione siriana armata. Più che sulla fine di Assad, le politiche di Ankara degli ultimi anni si sono concentrate sulla limitazione del controllo dell’YPG curdo nel nord della Siria. Il raggiungimento degli accordi tra Ankara e Mosca ha dato alla Turchia il via libera per lanciare operazioni militari nel territorio siriano. Nel 2017 e nel 2018 queste operazioni hanno portato all’occupazione di vaste aree nel nord della provincia di Aleppo e nella provincia di Afrin.

Ankara e Mosca hanno inoltre raggiunto un accordo sulla regione di Idlib – ultimo baluardo dell’opposizione armata – che è stata posta sotto la tutela turca in cambio della promessa di Erdogan (finora non mantenuta) di liberarsi dei gruppi jihadisti attivi nell’area. Nonostante la presenza turca in questi territori – diretta o esercitata attraverso gruppi siriani che agiscono per conto di Ankara – fosse inizialmente intesa come temporanea, la Turchia ha in molti modi dimostrato la sua volontà di mantenere a lungo il controllo di queste terre. Per esempio, la loro amministrazione è stata direttamente collegata all’amministrazione delle province di frontiera della Turchia e le istituzioni nazionali turche forniscono tutti i servizi di base; i programmi di studio sono insegnati sia in arabo che in turco, mentre università turche stanno aprendo succursali locali.

Ankara ha invitato i propri imprenditori a investire in queste aree – anche creando zone industriali speciali – e le milizie locali sono addestrate dalle forze di sicurezza turche e trasformate in un corpo direttamente dipendente da esse. Così facendo, il governo turco mira a perseguire tre interessi: primo, evitare la formazione lungo il suo confine di un’autorità curda indipendente – o autonoma – guidata dal PYD (che la Turchia considera il ramo siriano del PKK); secondo, ottenere, lungo i suoi confini, porzioni di territorio in cui Ankara può ricollocare almeno una parte degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani attualmente ospitati in Turchia; terzo, adempiere, almeno in parte, agli impegni presi con i gruppi di opposizione siriana che Ankara ha sponsorizzato e, in generale, esercitare un’influenza sui futuri affari interni della Siria. Soprattutto il secondo e il terzo di questi obiettivi sarebbero stati irraggiungibili se un’ampia porzione di società siriana non fosse stata pronta a sostenere la presenza di una forza di occupazione al fine di ottenere un rifugio sicuro all’interno del proprio Paese.


Gli osservatori internazionali riconoscono in queste politiche qualcosa di molto simile a quanto successo a Cipro Nord dopo l’invasione turca del nord dell’isola nel 1975. Secondo questa prospettiva, Ankara mira a creare un mini-Stato separato controllato dai suoi alleati siriani, simile alla Repubblica di Cipro Nord. La posizione ufficiale di Ankara è che la Turchia si ritirerà dalla Siria solo quando sarà raggiunta una soluzione politica complessiva tra il regime e l’opposizione. Una posizione formale che, come nel caso di Cipro, intende giustificare sia la presenza a tempo indeterminato di Ankara sia l'affermazione secondo la quale la Turchia non vuole annettere questi territori, ma difendere gli interessi dell’opposizione siriana fino a quando non sarà firmato un (improbabile) accordo di pace.

Una società più piccola e fedele

Le stime dei costi per la ricostruzione siriana vanno dai 200 ai 400 miliardi di dollari. Il regime siriano e i suoi alleati non possono fornire una quantità tanto elevata di finanziamenti senza il sostegno di potenze internazionali economicamente forti come i Paesi occidentali, la Cina e le monarchie del Golfo. Tuttavia, finora solo alcune monarchie del Golfo – soprattutto gli Emirati – hanno manifestato il proprio interesse a fornire qualche tipo di supporto finanziario. Le potenze occidentali hanno ripetutamente rifiutato di partecipare alla ricostruzione in assenza di un serio processo politico di transizione. Da parte sua, la Cina, nonostante abbia diplomaticamente sostenuto il regime durante l’intera crisi, non ha mostrato un grande interesse nel giocare un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese. Secondo alcuni osservatori, ciò è dovuto allo scetticismo della leadership cinese nei confronti della capacità del regime di garantire la stabilità nel lungo periodo. Inoltre, tutti i potenziali donatori sono diffidenti a causa delle attuali sanzioni americane ed europee, che probabilmente resteranno in vigore anche nel futuro prossimo.

Tra i sostenitori del regime, la Russia è stata l’attore più attivo nella ricerca di sostegno finanziario. In particolare, Mosca ha attivamente corteggiato i leader europei e occidentali utilizzando la tesi secondo la quale una ricostruzione riuscita farebbe ritornare nel proprio Paese la maggior parte dei rifugiati presenti in Europa. I russi hanno fatto pressione sul regime (esplicitamente o dietro le quinte) per adottare politiche concilianti verso alcune richieste Europee, soprattutto in merito al rientro dei rifugiati. Tuttavia, Damasco si è adeguata raramente. Dopo mesi di discrete pressioni russe, una legge volta a promuovere progetti di ricostruzione, considerata dalla maggior parte degli analisti come uno strumento per espropriare i siriani fuggiti all’estero, è stata emendata senza che i suoi principali contenuti e suoi effetti venissero veramente alterati. Inoltre, dopo ripetute richieste dalle organizzazioni internazionali, il regime ha acconsentito a introdurre un’amnistia per i disertori militari – la maggior parte dei quali è fuggita all’estero durante il conflitto. Tuttavia, l’amnistia si limita a impedire che i disertori siano arrestati al loro ritorno, ma li costringe ad arruolarsi comunque nell’esercito: una condizione che priverebbe molte famiglie di rifugiati della loro principale fonte di reddito. Infine, mentre da un lato Damasco ha accusato i Paesi stranieri (soprattutto quelli europei) di impedire ai rifugiati siriani di tornare in Siria, dall’altro lato, molti di coloro che sono tornati sono stati fatti scomparire dalle forze di sicurezza. Anche quando le procedure coordinate per il ritorno sono state ratificate da governi stranieri – come il Libano – il regime ha introdotto lunghi e complicati controlli di sicurezza, che hanno prodotto solo poche migliaia di rientri.

Questa linea politica è difficile da capire se con “ricostruzione” s’intende il processo volto a riportare il Paese al suo stato prebellico. Se l’obiettivo fosse questo, ci si aspetterebbe che Damasco introducesse misure per incoraggiare i rientri e che soddisfacesse le richieste dei potenziali donatori. Ma a emergere dalle azioni e dalle dichiarazioni del regime è un’idea diversa di ricostruzione postbellica. Per comprendere meglio la strategia del regime, può essere più utile non considerare il significato letterale della parola “ricostruzione”. Occorre piuttosto intendere la strategia postbellica del regime come mirata a completare un processo che durante tutti gli otto anni di conflitto ha trasformato la società siriana. Le migrazioni forzate dalle aree precedentemente controllate dai ribelli e le ricollocazioni all’estero della maggior parte dei membri, sostenitori e simpatizzanti dell’opposizione hanno ridotto la popolazione siriana e «gli hanno fatto ottenere una società più omogenea», secondo le parole dello stesso presidente Assad. Pertanto, la ricostruzione non ha bisogno di essere tanto costosa ed estesa se è destinata unicamente a una popolazione più piccola e se i vantaggi della vittoria sono destinati a premiare quelli che hanno dimostrato fedeltà al regime, marginalizzando gli altri.

La fedeltà – più che l’identità confessionale – è la chiave per capire il principale fattore alla base di questo processo: se da un lato la maggior parte dei sostenitori dei ribelli e dell’opposizione è sunnita, dall’altro una parte significativa della popolazione sunnita – soprattutto nelle aree urbane – è rimasta fedele al regime e ci si aspetta che venga premiata, insieme ad altri gruppi sociali che hanno appoggiato Damasco fin dall’inizio. Di conseguenza, secondo la prospettiva del regime, la fedeltà ad Assad è il criterio principale che determinerà l’identità siriana postbellica.

Conclusioni

Per più di due anni, alcuni osservatori hanno ripetuto che il conflitto siriano era vicino alla fine e che il capitolo successivo per la Siria sarebbe stato un enorme processo di ricostruzione. Tuttavia, il conflitto è ancora in corso, sebbene si stia trasformando in termini di dimensioni e mezzi. Quest’articolo ha fornito tre concetti per comprendere meglio le prossime evoluzioni della guerra siriana e della ricostruzione del Paese: il concetto di “ridimensionamento del conflitto”, il concetto di accordi “permanenti-temporanei” e la descrizione della trasformazione sociale e identitaria che è avvenuta durante gli anni della guerra e che è destinata a determinare le caratteristiche principali della Siria futura.


Da "www.oasiscenter.eu" Tre concetti per comprendere il futuro della Siria di Eugenio Dacrema


La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire. Le persone devono pretendere dalle aziende di cui si fidano di fare scelte a favore dell'ambiente. Uno dei princìpi dello sferismo: incoraggiare l’individuo affinché si assuma più responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza


Finalmente la sostenibilità è un argomento che fa notizia. Tra un po’ diventerà di moda. Se però prima non diventerà uno stato di coscienza, passerà (come tutte le mode) fino a scomparire, e noi esseri umani stavolta rischiamo di scomparire con lei. In ogni caso, la mia inguaribile fiducia nell’umanità in questi giorni ha avuto una conferma: la sostenibilità è entrata nella quotidianità delle persone, anche degli italiani. E questa è già di per sé una buona notizia che ci viene raccontata dai dati del quinto Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile realizzato da LifeGate in collaborazione con Eumetra MR e patrocinato dalla Commissione europea, dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Lombardia, dal Comune di Milano, da Assolombarda e Confcommercio, alla cui presentazione ho apportato il mio punto di osservazione accanto alle testimonianze dell’architetto di fama internazionale Stefano Boeri, di Livia Pomodoro del Milan center for food law and policy, dell’autorevole giornalista Ferruccio De Bortoli, del vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò, di Simona Bordone, responsabile dei progetti speciali Domus, del primo chef vegetariano stellato Pietro Leemann.

La seconda buona notizia è che la percentuale degli italiani che hanno piena conoscenza della sostenibilità cresce del 10% rispetto all’anno scorso e si attesta oggi al 32%. La terza è che quasi tutti i nostri connazionali (il 92%) fanno la raccolta differenziata per rispetto delle generazioni future e che il 97% ritiene fondamentale ridurre l’utilizzo della plastica attraverso campagne di sensibilizzazione e leggi mirate. È giustamente auspicabile che nelle città del futuro non ci sia posto per le plastiche e le microplastiche; che vi sia invece spazio per gli alberi e per le aree verdi, dei quali dobbiamo sentire sempre più il bisogno. Dobbiamo chiedere e adoperarci per ottenere che le periferie rinascano, che i mezzi pubblici vengano potenziati e quindi adoperati, che vi sia una maggiore diffusione di auto elettriche.


La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale

La sostenibilità è finalmente un valore sul quale investire, e le persone oramai devono pretendere - e cominciano a farlo - che le aziende alle quali accordano la loro fiducia, facciano scelte orientate alla sostenibilità sociale e ambientale. Il cambiamento sta arrivando, lo dico da anni, e ci scopriremo fortemente fuori tempo se non ci accorgeremo presto che stiamo vivendo alla vigilia di un vero e proprio cambio d’epoca. Tutte le stime più accreditate, infatti, ci dicono che questo cambio epocale si manifesterà inevitabilmente tra il 2020 e il 2045 sotto la spinta inarrestabile dei 4 mega-trend che stanno ridisegnando il pianeta: la demografia, l’ambiente, la tecnologia e l’etica.

Le persone, gli esseri umani, sono responsabili del “tutto”. Non ci sono altri attori, non ci sono altre entità sulle quali scaricare colpe e responsabilità. E anche i meriti saranno loro! Non ci sono alternative: il singolo individuo deve tornare ad essere centrale, protagonista, al punto da poter incarnare questo rinnovato protagonismo proprio nella sua sfera di influenza, nell’interesse non più solo di sé stesso, bensì anche della collettività e del pianeta. Questo individuo, che io chiamo Nuovo Eroe, agendo per-il-Bene nella propria sfera di influenza, diventerà fondamentale in questo momento storico. Questo il movimento che ho definito Sferismo: l’incoraggiamento all’individuo affinché si assuma maggiori responsabilità nella propria sfera quotidiana di influenza. Ciascun essere umano dovrà quindi lavorare su sé stesso lungo tre direttrici - idee, emozioni, azioni - contribuendo a generare amore, rispetto e gratitudine. Generare un senso di gratitudine nell’altro è la sfida della nuova economia.

Vivete...eroicamente!


Da "www.linkiesta.it/" Salvare l’ambiente? L’umanità non è il problema, ma la soluzione

Come decidiamo quale prodotto comprare? Da tempo sappiamo che in genere non prendiamo decisioni sempre razionali. Anzi, sembrerebbe coinvolto anche il corpo


Per meglio comprendere il perché le persone sono spinte a un acquisto piuttosto che a un altro, è importante spiegare le modalità con cui l’uomo compie una decisione, azione insita nel processo di acquisto dei consumatori.


Si sceglie impulsivamente “di pancia” o razionalmente “di testa”?

Shopping: come prendiamo decisioni?


In generale, una decisione può essere definita come una risposta a una situazione nella quale sono presenti comportamenti alternativi che, conducendo a esiti diversi, determinano conseguenze differenti.

Molti studiosi si sono interrogati sulle modalità con cui l’uomo prende una decisione e dunque sceglie tra possibili corsi di azione. Inizialmente, i ricercatori hanno proposto un modello teorico secondo cui l’essere umano è razionale: in base a tale ipotesi il processo decisionale si conclude nell’opzione che reca un maggior guadagno al decisore, in base al valore attribuito da quest’ultimo alle conseguenze degli esiti dei corsi di azione valutati (utilità attesa) (Von Neumann, J., & Morgenstern, O., 2007). Tuttavia, dati empirici hanno messo in discussione tale assunto di base, evidenziando come gran parte delle scelte non vengono compiute mediante criteri razionali. Herbert Simon, economista, psicologo e informatico statunitense – focalizzando l’attenzione oltre che sugli esiti anche sulle procedure con cui le persone prendono le decisioni – ha introdotto il concetto di razionalità limitata che evidenzia i limiti della mente umana, i quali non rendono il processo decisionale razionale: le persone non dispongono di informazioni complete o di un sistema di preferenze stabile (Simon, H. A., 1978).

Studi successivi hanno messo in luce come alla base dei processi decisionali e valutatavi vi siano bias cognitivi, frutto dalle limitate risorse cognitive possedute dalle persone e dalle emozioni vissute da quest’ultime (Shefrin, H., & Statman, M., 2003; Zajonc, R.B., 1998; Tversky, A., & Kahneman, D., 1992).

Shopping: in quale modo le emozioni influenzano le nostre scelte?


Antonio Damasio – neurologo, neuroscienziato, psicologo e saggista portoghese – ha formulato l’esistenza dei marcatori somatici, ossia sensazioni piacevoli o spiacevoli – associate a segnali corporei più o meno intensi – che permettono di anticipare le emozioni che si provano in seguito a una scelta, influenzando quest’ultima (Bechara, A., & Damasio, A. R., 2005).

Egli ritiene che le esperienze emozionali siano radicate nel corpo umano e che vengano coinvolte in maniera decisiva durante le fasi decisionali. A sostegno di tale ipotesi, evidenze scientifiche hanno messo in luce come le persone con danni celebrali nelle aree prefrontali ventromediali, pur presentando un’intelligenza e una capacità sociale a livello normale, hanno difficoltà nei processi decisionali a causa di una mancata attivazione dei segnali corporei associati alle emozioni (marcatori somatici).

Secondo tale teoria, i suddetti marcatori gestiscono i comportamenti di evitamento e di avvicinamento: quando in una determinata situazione nell’organismo si presenta un segnale corporeo positivo – associato ad esempio alla gioia – esso viene espresso con un comportamento inconscio di avvicinamento, mentre quando si verificano segnali corporei negativi, associati ad esempio alla paura o alla vergogna, questi determinano di solito l’evitamento di situazioni analoghe.

In altre parole, i segnali corporei (marcatori somatici) sono lo step precedente al processo decisionale razionale, rappresentando una sorta di “pre-decisione” e collegano reazioni emozionali con i ricordi di determinati avvenimenti, creando una sorta di memoria emozionale: se si è nuovamente esposti a uno stimolo che precedentemente ha suscitato una determinata emozione, quest’ultima viene rivissuta – in quanto associata al segnale corporeo (positivo o negativo) precedentemente attivato – e determina una scelta anziché un’altra.

Le emozioni, infatti, agiscono come una sorta di sistema di guida che orienta in una determinata direzione gli esseri umani quando sono in procinto di compiere una scelta. (Damasio. A., 1995)

Shopping: perché compriamo proprio un prodotto e non un altro
Ogni comunicazione pubblicitaria e ogni strategia di marketing stimola un’emozione positiva che determina inequivocabilmente un marcatore somatico, il quale viene attivato ogni volta che il consumatore entra in contatto con il prodotto o con la marca sponsorizzata, finendo inevitabilmente per influenzare le decisioni d’acquisto: tale processo avviene associando al prodotto in vendita una rappresentazione mentale e stimoli fisici gradevoli o valorizzando il consumatore.

Ad esempio, se ad un determinato capo di abbigliamento viene associato un profumo piacevole, in quanto caratterizzante il punto vendita, il marcatore somatico elicitato dalla gradevolezza del profumo si attiverà anche semplicemente al contatto con il capo di abbigliamento stesso favorendo l’acquisto del capo stesso.

In altre parole, tendiamo ad acquistare i prodotti che riescono ad attivare con più frequenza e intensità sensazioni corporee piacevoli.

 

Da "www.stateofmind.it" Perché proprio quel prodotto e non un altro?