Otto anni di conflitto hanno profondamente trasformato la società siriana, la sua composizione, le sue istituzioni e persino l’autopercezione della popolazione. Queste trasformazioni si rifletteranno pesantemente sulla configurazione postbellica del Paese.

Il primo fattore da considerare è la natura profonda dello scontro tra il regime di Assad e l’opposizione, che fin dall’inizio è apparso come un gioco a somma zero. L’obiettivo del regime e della maggior parte dei ribelli armati è stato l’annientamento completo del nemico, senza nessuna possibilità di un processo negoziato di transizione e/o cooptazione politica. I nemici non si sono mai reciprocamente riconosciuti come attori legittimi con richieste e interessi legittimi. Tutto ciò ha avuto conseguenze cruciali sull’evoluzione della guerra e, soprattutto dalla prospettiva del regime, ha fatto della soluzione militare l’unico scenario accettabile. La mancanza di qualsiasi prospettiva realistica per una soluzione politica ha portato al prolungamento indefinito della crisi e ha aumentato la sofferenza della popolazione siriana. Questo approccio militaristico e a somma zero sembra destinato a ripercuotersi anche sull’ordine postbellico. Per comprendere meglio tale aspetto, questo articolo indaga tre concetti centrali legati al futuro assetto della Siria: il concetto di ridimensionamento del conflitto (opposto a una sua risoluzione completa), quello degli accordi “permanenti-temporanei” e il concetto di frammentazione sociale.

Il ridimensionamento di una guerra irrisolvibile

“Se proprio non puoi risolverlo, gestiscilo e ridimensionalo”. Questa la formula che riassume il concetto di conflict management, apparso come la principale strategia applicata dalla Russia ai conflitti in cui è stata coinvolta nella sua storia recente. Un concetto diametralmente opposto a quello di conflict resolution, che ha costituito la principale cornice utilizzata negli ultimi decenni dalle potenze occidentali, spesso con scarso successo. I due concetti differiscono sia per l’approccio ideologico che per i mezzi utilizzati. Mentre il secondo è fondato sui valori – dal momento che mira a imporre a conflitti locali risoluzioni globali basate sui valori e sugli interessi occidentali – e sfrutta la posizione egemonica militare ed economica detenuta dagli USA e dalla Nato sulla maggior parte del mondo dalla fine della Guerra Fredda, il primo non è ideologico e poggia su un approccio tattico e flessibile tipico dei poteri che non hanno i mezzi per proiettare un dominio egemonico sugli altri attori coinvolti.

Il graduale affievolimento della proiezione egemonica americana in Medio Oriente – iniziato sotto l’amministrazione Obama e continuato con l’attuale presidente Donald Trump – ha dato alla Russia la possibilità di tornare nell’arena politica della regione dopo una lunga assenza. La Siria è stata il palcoscenico di questo ritorno e, a partire dal suo intervento militare diretto nel 2015, Mosca ha preso il sopravvento negli sforzi diplomatici per porre fine alla crisi. Questo ha permesso al governo russo di testare lo stile di gestione del conflitto che ha influenzato gli ultimi sviluppi della guerra e potrebbe incidere fortemente sulla configurazione post-bellica del Paese. Per esempio, la mancanza intrinseca di una visione strategica da cui è caratterizzato tale approccio implica che la fine della guerra sta emergendo più come il risultato di una catena di decisioni tattiche influenzate più da interessi e forze contingenti che da qualsiasi progetto di lungo termine, fatta eccezione per il mantenimento del regime di Assad. Inoltre, un approccio del genere non è adatto ad affrontare tutte le cause all’origine del conflitto – vale a dire la disastrosa gestione socioeconomica prebellica da parte di Assad e la crescente richiesta di cooptazione politica da parte di vaste parti della società, soprattutto nelle aree rurali. Durante i lunghi anni della crisi, questo ha portato all’utilizzo di narrazioni iper-semplificate, che dipingevano tutti i ribelli e i loro sostenitori come terroristi appoggiati da potenze straniere.

Tuttavia, le problematiche che la soluzione militare adottata dal regime e dai suoi alleati non ha potuto risolvere stanno riaffiorando con il consolidamento della vittoria di Assad. Nelle aree una volta occupate dall’opposizione – e in molti territori nelle mani del regime – le tensioni sociali sono oggi trattenute dal pugno di ferro delle forze di sicurezza del regime, ma potrebbero riaffiorare nel medio termine se una nuova crisi riportasse l’apparato securitario ad allentare la presa sulla società locale. Per questa ragione, non è appropriato parlare di “fine” del conflitto; è più corretto parlare di una situazione a lungo termine di conflitto a bassa intensità, esito del processo di conflict management. In una situazione del genere, tensioni e rimostranze sono tenute sotto controllo attraverso strumenti securitari fino a quando questi mezzi non si indeboliranno o non interverrà un altro evento rivoluzionario – simile all’onda di rivolte regionali del 2011 – in grado di generare un nuovo “effetto contagio”.

L’accordo “permanente-temporaneo” con la Turchia e la “cipriotizzazione” della Siria del Nord

La necessità del regime e dei suoi alleati di raggiungere accordi temporanei con attori nazionali e regionali per gestire le varie fasi del conflitto ha portato a una limitata spartizione del Paese, che difficilmente sarà riunificato in un futuro prossimo. In particolare, Mosca – per conto di Damasco e di Teheran – ha negoziato accordi con la Turchia, che negli ultimi tre anni si è affermata come principale sponsor dell’opposizione siriana armata. Più che sulla fine di Assad, le politiche di Ankara degli ultimi anni si sono concentrate sulla limitazione del controllo dell’YPG curdo nel nord della Siria. Il raggiungimento degli accordi tra Ankara e Mosca ha dato alla Turchia il via libera per lanciare operazioni militari nel territorio siriano. Nel 2017 e nel 2018 queste operazioni hanno portato all’occupazione di vaste aree nel nord della provincia di Aleppo e nella provincia di Afrin.

Ankara e Mosca hanno inoltre raggiunto un accordo sulla regione di Idlib – ultimo baluardo dell’opposizione armata – che è stata posta sotto la tutela turca in cambio della promessa di Erdogan (finora non mantenuta) di liberarsi dei gruppi jihadisti attivi nell’area. Nonostante la presenza turca in questi territori – diretta o esercitata attraverso gruppi siriani che agiscono per conto di Ankara – fosse inizialmente intesa come temporanea, la Turchia ha in molti modi dimostrato la sua volontà di mantenere a lungo il controllo di queste terre. Per esempio, la loro amministrazione è stata direttamente collegata all’amministrazione delle province di frontiera della Turchia e le istituzioni nazionali turche forniscono tutti i servizi di base; i programmi di studio sono insegnati sia in arabo che in turco, mentre università turche stanno aprendo succursali locali.

Ankara ha invitato i propri imprenditori a investire in queste aree – anche creando zone industriali speciali – e le milizie locali sono addestrate dalle forze di sicurezza turche e trasformate in un corpo direttamente dipendente da esse. Così facendo, il governo turco mira a perseguire tre interessi: primo, evitare la formazione lungo il suo confine di un’autorità curda indipendente – o autonoma – guidata dal PYD (che la Turchia considera il ramo siriano del PKK); secondo, ottenere, lungo i suoi confini, porzioni di territorio in cui Ankara può ricollocare almeno una parte degli oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani attualmente ospitati in Turchia; terzo, adempiere, almeno in parte, agli impegni presi con i gruppi di opposizione siriana che Ankara ha sponsorizzato e, in generale, esercitare un’influenza sui futuri affari interni della Siria. Soprattutto il secondo e il terzo di questi obiettivi sarebbero stati irraggiungibili se un’ampia porzione di società siriana non fosse stata pronta a sostenere la presenza di una forza di occupazione al fine di ottenere un rifugio sicuro all’interno del proprio Paese.


Gli osservatori internazionali riconoscono in queste politiche qualcosa di molto simile a quanto successo a Cipro Nord dopo l’invasione turca del nord dell’isola nel 1975. Secondo questa prospettiva, Ankara mira a creare un mini-Stato separato controllato dai suoi alleati siriani, simile alla Repubblica di Cipro Nord. La posizione ufficiale di Ankara è che la Turchia si ritirerà dalla Siria solo quando sarà raggiunta una soluzione politica complessiva tra il regime e l’opposizione. Una posizione formale che, come nel caso di Cipro, intende giustificare sia la presenza a tempo indeterminato di Ankara sia l'affermazione secondo la quale la Turchia non vuole annettere questi territori, ma difendere gli interessi dell’opposizione siriana fino a quando non sarà firmato un (improbabile) accordo di pace.

Una società più piccola e fedele

Le stime dei costi per la ricostruzione siriana vanno dai 200 ai 400 miliardi di dollari. Il regime siriano e i suoi alleati non possono fornire una quantità tanto elevata di finanziamenti senza il sostegno di potenze internazionali economicamente forti come i Paesi occidentali, la Cina e le monarchie del Golfo. Tuttavia, finora solo alcune monarchie del Golfo – soprattutto gli Emirati – hanno manifestato il proprio interesse a fornire qualche tipo di supporto finanziario. Le potenze occidentali hanno ripetutamente rifiutato di partecipare alla ricostruzione in assenza di un serio processo politico di transizione. Da parte sua, la Cina, nonostante abbia diplomaticamente sostenuto il regime durante l’intera crisi, non ha mostrato un grande interesse nel giocare un ruolo centrale nella ricostruzione del Paese. Secondo alcuni osservatori, ciò è dovuto allo scetticismo della leadership cinese nei confronti della capacità del regime di garantire la stabilità nel lungo periodo. Inoltre, tutti i potenziali donatori sono diffidenti a causa delle attuali sanzioni americane ed europee, che probabilmente resteranno in vigore anche nel futuro prossimo.

Tra i sostenitori del regime, la Russia è stata l’attore più attivo nella ricerca di sostegno finanziario. In particolare, Mosca ha attivamente corteggiato i leader europei e occidentali utilizzando la tesi secondo la quale una ricostruzione riuscita farebbe ritornare nel proprio Paese la maggior parte dei rifugiati presenti in Europa. I russi hanno fatto pressione sul regime (esplicitamente o dietro le quinte) per adottare politiche concilianti verso alcune richieste Europee, soprattutto in merito al rientro dei rifugiati. Tuttavia, Damasco si è adeguata raramente. Dopo mesi di discrete pressioni russe, una legge volta a promuovere progetti di ricostruzione, considerata dalla maggior parte degli analisti come uno strumento per espropriare i siriani fuggiti all’estero, è stata emendata senza che i suoi principali contenuti e suoi effetti venissero veramente alterati. Inoltre, dopo ripetute richieste dalle organizzazioni internazionali, il regime ha acconsentito a introdurre un’amnistia per i disertori militari – la maggior parte dei quali è fuggita all’estero durante il conflitto. Tuttavia, l’amnistia si limita a impedire che i disertori siano arrestati al loro ritorno, ma li costringe ad arruolarsi comunque nell’esercito: una condizione che priverebbe molte famiglie di rifugiati della loro principale fonte di reddito. Infine, mentre da un lato Damasco ha accusato i Paesi stranieri (soprattutto quelli europei) di impedire ai rifugiati siriani di tornare in Siria, dall’altro lato, molti di coloro che sono tornati sono stati fatti scomparire dalle forze di sicurezza. Anche quando le procedure coordinate per il ritorno sono state ratificate da governi stranieri – come il Libano – il regime ha introdotto lunghi e complicati controlli di sicurezza, che hanno prodotto solo poche migliaia di rientri.

Questa linea politica è difficile da capire se con “ricostruzione” s’intende il processo volto a riportare il Paese al suo stato prebellico. Se l’obiettivo fosse questo, ci si aspetterebbe che Damasco introducesse misure per incoraggiare i rientri e che soddisfacesse le richieste dei potenziali donatori. Ma a emergere dalle azioni e dalle dichiarazioni del regime è un’idea diversa di ricostruzione postbellica. Per comprendere meglio la strategia del regime, può essere più utile non considerare il significato letterale della parola “ricostruzione”. Occorre piuttosto intendere la strategia postbellica del regime come mirata a completare un processo che durante tutti gli otto anni di conflitto ha trasformato la società siriana. Le migrazioni forzate dalle aree precedentemente controllate dai ribelli e le ricollocazioni all’estero della maggior parte dei membri, sostenitori e simpatizzanti dell’opposizione hanno ridotto la popolazione siriana e «gli hanno fatto ottenere una società più omogenea», secondo le parole dello stesso presidente Assad. Pertanto, la ricostruzione non ha bisogno di essere tanto costosa ed estesa se è destinata unicamente a una popolazione più piccola e se i vantaggi della vittoria sono destinati a premiare quelli che hanno dimostrato fedeltà al regime, marginalizzando gli altri.

La fedeltà – più che l’identità confessionale – è la chiave per capire il principale fattore alla base di questo processo: se da un lato la maggior parte dei sostenitori dei ribelli e dell’opposizione è sunnita, dall’altro una parte significativa della popolazione sunnita – soprattutto nelle aree urbane – è rimasta fedele al regime e ci si aspetta che venga premiata, insieme ad altri gruppi sociali che hanno appoggiato Damasco fin dall’inizio. Di conseguenza, secondo la prospettiva del regime, la fedeltà ad Assad è il criterio principale che determinerà l’identità siriana postbellica.

Conclusioni

Per più di due anni, alcuni osservatori hanno ripetuto che il conflitto siriano era vicino alla fine e che il capitolo successivo per la Siria sarebbe stato un enorme processo di ricostruzione. Tuttavia, il conflitto è ancora in corso, sebbene si stia trasformando in termini di dimensioni e mezzi. Quest’articolo ha fornito tre concetti per comprendere meglio le prossime evoluzioni della guerra siriana e della ricostruzione del Paese: il concetto di “ridimensionamento del conflitto”, il concetto di accordi “permanenti-temporanei” e la descrizione della trasformazione sociale e identitaria che è avvenuta durante gli anni della guerra e che è destinata a determinare le caratteristiche principali della Siria futura.


Da "www.oasiscenter.eu" Tre concetti per comprendere il futuro della Siria di Eugenio Dacrema