Procedura d’infrazione: Bruxelles potrebbe decidere di rinviare l’inizio delle sanzioni, previsto per domani; queste le indiscrezioni del Financial Times.

Procedura d’infrazione per deficit eccessivo: pare che la Commissione europea abbia deciso di rimandare l’inizio delle sanzioni previste per l’Italia. Lo si evince da alcune indiscrezioni del Financial Times, che ha citato due fonti anonime senza però specificare le tempistiche della procedura d’infrazione.

Se così fosse, il Governo Conte avrebbe più tempo per organizzare le trattative con l’Ue e studiare un piano di spesa alternativo e più aderente alle richieste dei vertici europei.

Per il Financial Times, la Commissione europea, organo esecutivo dell’Ue, sarebbe scissa in due: da una parte quelli che propendono per una linea severa nei confronti dell’Italia, dall’altra una linea più moderata, disposta a concedere ulteriore tempo per le trattative.

Procedura d’infrazione per debito eccessivo: quali sanzioni?

Dopo la prima bocciatura da parte dell’Ue, l’Italia ha avuto 3 settimane di tempo per adeguarsi alle regole sul debito pubblico, ma, nonostante gli ammonimenti, il Governo ha deciso di non apportare le correzioni necessarie.

Adesso, con la lettera del 29 maggio 2019, la Commissione Ue ha ammonito nuovamente l’Italia, poiché il debito pubblico risulta non essere conforme ai criteri stabiliti dall’Ue.

La procedura d’infrazione è regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea secondo cui tutti i Paesi dell’Unione europea devono soddisfare due requisiti:

il disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (PIL);
il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL.
Le sanzioni
Le sanzioni previste dalla procedura di infrazione sono:

la multa (fino ad un importo massimo pari allo 0,5% del PIL), calcolata in base all’importanza delle norme violate e agli effetti della violazione sugli interessi generali dell’Unione europea;
il congelamento dei fondi strutturali, ovvero dei finanziamenti che l’Unione Europea dà agli Stati membri per effettuare investimenti mirati alla crescita economica e occupazionale del Paese;
la fine dei prestiti della Banca europea, quindi l’interruzione dei prestiti concessi dalla Banca europea degli investimenti e anche l’uscita dal programma di acquisto di titoli di Stato della BCE (la Banca Centrale Europea).
I rischi per l’Italia
La scelta del governo italiano di non adeguarsi alle indicazione della Commissione europea ha aperto la strada alla procedura d’infrazione per deficit eccessivo che potrebbe avere degli effetti devastanti per la nostra economia.


Basti pensare che l’Italia è il Paese che più di tutti beneficia dei fondi strutturali, necessari per lo sviluppo economico e la crescita occupazionale del Paese.

Fino al 2020 l’Italia dovrebbe ricevere ben 73 miliardi di euro da 5 fondi strutturali: il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la coesione, per lo sviluppo regionale, per la pesca e il Fondo sociale. Perdere tali fondi sarebbe una grave perdita che andrebbe a ledere soprattutto le regioni del sud del Paese.

A questa misura va aggiunta anche una multa che può arrivare fino a 9 miliardi di euro: infatti la multa massima con cui l’Unione europea può colpire uno Stato membro è pari allo 0,5% del PIL, quindi nel nostro caso 9 miliardi di euro.

Debito pubblico e rapporto deficit/PIL
L’Italia, e tutti i Paesi facenti parte dell’Unione europea, è tenuta a rispettare le regole stabilite dal Trattato di Maastricht sul rapporto deficit/PIL: cioè mantenere una soglia inferiore al 3%.

In altre parole, ogni Stato può spendere più di quanto incassa, ma solo se mantiene il rapporto del 3% tra il deficit e il PIL del Paese.

Attualmente il debito pubblico italiano è di circa 2.300 miliardi di euro, ovvero il 132% del nostro prodotto interno lordo.


Da "www.huffingtonpost.it" Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia di Isabella Policarpio

Oggi dalle colonne del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia polemizza con la politica che ha dimenticato il Sud Italia. Lo fa a partire da un fatto di cronaca, ovvero dal dibattito generato dalle parole di due giovani cantanti neomelodici a un programma Rai, sulla criminalità organizzata, sulla magistratura, sui valori.

I due giovani simpatizzavano (usiamo un eufemismo) per la mafia e Galli della Loggia stigmatizza il fatto adducendo come spiegazione che “ormai il Sud è quello”, visto che è stato abbandonato dallo Stato. Ci sono due verità nel ragionamento di Galli della Loggia e una provocazione che io credo però del tutto infondata.

È vero che la politica ha abbandonato il Mezzogiorno e che in questo è stata aiutata dal mantra costruito ad arte anche da certa stampa (George Lakoff lo chiamerebbe “frame”), ovvero che al Sud si sperpera, che la colpa dell’arretratezza economica è dei meridionali, che la povertà è responsabilità della classe dirigente, che il Sud non è pronto alle magnifiche sorti progressive della globalizzazione perché legato al piccolo mondo antico, e così via.

Una serie infinita di luoghi comuni, vere e proprie fesserie, ripetute per anni, che hanno finito per legittimare le scelte politiche dei vari governi, riscopertisi improvvisamente “leghisti”, incapaci di sviluppare un discorso pubblico, politico e istituzionale sull’Italia unita. Un discorso sul Paese.

Come è ovvio, quindi, non sono per nulla d’accordo con l’argomentazione che il Sud sia quello dei cantanti neomelodici, perché così non è. Ci sono sacche di cultura (o subcultura), come è naturale che sia e come accade anche nelle gigantesche periferie delle grandi città italiane ed europee, a ogni latitudine. Ma è pure vero che di fronte a questi signori che inneggiano alle pistole e alle rivoltelle, e pure in totale assenza dello Stato, cresce da sempre un contropotere vero, concreto, nelle diverse esperienze sociali che si occupano di strappare i territori più in difficoltà a quello che sembra un destino ineluttabile.

Pensate al ruolo fondamentale degli insegnanti, in certe scuole di frontiera, in cui è già una vittoria fare in modo che i ragazzi stiano a scuola. Situazioni in cui la voglia di mollare tutto è forte, ma più forte è la vocazione per la professione. Ci sono esperienze così, ce ne sono tante in tanti comuni e vanno valorizzate.

Ma non voglio focalizzarmi sulla polemica con l’editoralista. Piuttosto mi interessa ribadire con forza ciò che da anni diciamo, spesso inascoltati, ovvero che il Sud è stato destinato ad una lenta morte programmata, dalle scelte scellerate della politica. Scelte che già in questi anni stanno mostrando effetti drammatici, come lo spopolamento di intere aree geografiche e la fuga di giovani studenti universitari, o addirittura di ricercatori, che dopo aver completato la formazione negli atenei del Mezzogiorno, sono costretti a perseguire i propri percorsi di vita fuori, per inseguire un qualche progetto di ricerca con borsa.

La demolizione del Sud si muove da anni lungo due assi: da un lato il costante taglio di risorse per i servizi, per le infrastrutture, per le opere pubbliche, per la sanità e per la formazione. Dall’altro, la mancanza di un disegno complessivo sulla vocazione e sul destino del Sud, che per altro, richiederebbe un’idea chiara sul destino dell’Italia, a meno che non si voglia tornare all’impero austroungarici... e visti i tempi e i dibattiti (anche su quell’obbrobrio chiamato autonomia differenziata) potrebbe anche essere.

In sostanza si scommette sul fallimento del Sud, determinandone il fallimento con le scelte. Sulla diseguale distribuzione delle risorse fra le diverse aree geografiche del Paese e fra i cittadini di diverse regioni, ho scritto più volte e ho denunciato i fatti anche all’interno del Parlamento. Una diseguale distribuzione che con i disegni di secessione dei ricchi che ha in testa Salvini, può solo peggiorare.

Ma ciò che più mi preoccupa è la mancanza di un’idea complessiva sul destino italiano, che nasconde in sé, credo, anche la ragione per cui non esistano praticamente più i cosiddetti “partiti nazionali”.

Scrive bene Galli della Loggia che bisognerebbe considerare la peculiare collocazione geografica e geopolitica del Sud (e dell’Italia), protesa nel Mare Mediterraneo e con la schiena rivolta ad est. Ma l’unica preoccupazione della politica rispetto al Mare Mediterraneo risiede nella guerra alle Ong che salvano le vite in mare. Nessun ragionamento, per esempio, viene fatto sui prossimi ingressi nell’area euro dei Paesi balcanici; nessun ragionamento viene proposto su quale debba essere la principale vocazione del Sud in un’epoca di economia globalizzata e con un pesante impulso alla deindustrializzazione di molte aree del Paese, che si riversa con più forza e maggiori drammi proprio sul Sud e sulla vita dei suoi cittadini.

Forse l’unica idea partorita è quella di fare del Sud il luogo in cui si possono “consumare” i soldi della propria pensione, viste le defiscalizzazioni proposte in manovra. Un po’ poco per un’area che perde decine di migliaia di giovani ogni anno. Eppure ci sarebbe da fare.

Proprio la centralità mediterranea del Sud dovrebbe indurre a ragionare su piattaforme logistiche per l’Europa, sulla necessità di investimenti infrastrutturali importanti, sulla costruzione di distretti produttivi a filiera, che valorizzino l’agroalimentare, evitando che il profitto finisca nelle mani della grande distribuzione organizzata.

E inoltre, un ragionamento serio sul futuro richiede un investimento importante sulla formazione, sulla cultura, sulla ricerca pubblica. Ci sono oasi produttive ad alta capacità tecnologica in questo Sud e penso in particolare al distretto della meccatronica in Puglia. Ma necessita di maggiore relazione e maggiore forza trainante da parte delle Università e della ricerca pubblica. E quindi necessita di maggiore risorse.

Queste sono solo alcune idee di un futuro possibile e possono essercene molte altre. Il punto è voler affrontare il tema e non avere pregiudizi ideologici sul Sud, come purtroppo qualcuno al governo dimostra di avere da molti, troppi anni.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Il Sud destinato a lenta morte programmata per le scelte scellerate della politica di Nicola Fratoianni

Oggi le cassette, domani i conti correnti

Lunedì, 17 Giugno 2019 00:00

Per finanziare flat tax e reddito di cittadinanza Salvini giura: “Una patrimoniale mai”. Ma allora cos’è questa storia delle cassette di sicurezza? Chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio. Tutto per negare la realtà: i soldi non ci sono.


“I soldi ci sono”. È stato il refrain delle elezioni politiche un anno fa e delle elezioni europee quest’anno. Viene ripetuto come un mantra dal governo gialloverde ogni volta che qualcuno, facendo appello al buon senso, chiede come si fa a finanziare la flat tax o un aumento del reddito di cittadinanza. “I soldi ci sono”. Finché si scopre che non ci sono e bisogna trovarli. Così spuntano fuori le ipotesi più strampalate come mettere mano nelle cassette di sicurezza. Lì i quattrini degli italiani ci sono davvero, quattrini dormienti perché di oscura provenienza o, molto più prosaicamente, perché servono per i tempi peggiori che verranno. Risparmi precauzionali, li chiamano gli economisti. Quanti sono non è noto. Decine o centinaia di miliardi secondo Matteo Salvini al quale lo ha detto “qualcuno”. Si possono stanare, si possono tassare.

Ecco, ci siamo. È forse l’anteprima di ben più consistenti imposte sui patrimoni e sulla ricchezza finanziaria? Le cassette di sicurezza sono chiuse a chiave, si pensa di mandare i carabinieri con tanto di mandato delle procure (magari quella di Catania)?. Ma attenti, ben altri soldi giacciono in banca, senza ricevere nulla in cambio, nemmeno un interesse minimo, intaccati dall’inflazione che, per quanto bassa, è comunque un punto percentuale l’anno. Stiamo parlando dei depositi in conto corrente. Non sono segreti. Si sa anche a quanto ammontano: circa 1.500 miliardi di euro, poco meno del prodotto lordo di un anno. Arrivarci non è difficile.

Lo fece Giuliano Amato nell’estate del 1992 su suggerimento di Giovanni Goria allora ministro delle finanze. E di notte, tomo tomo cacchio cacchio, il governo ormai alla canna del gas con la liretta sotto un furioso attacco speculativo, decise di tagliare il 6 per mille a tutti. Zac!. Il mattino dopo gli italiani si trovarono davanti a questa sorpresona. Non bastò. Non furono sufficienti nemmeno i rincari delle tasse e i tagli alle spese, la lira crollò in quel settembre nero in cui di fatto finì la lunga e non gloriosa storia della valuta nazionale. Oggi non siamo, non ancora, a questo punto. E in ogni caso il sei per mille porterebbe al fisco solo 9 miliardi di euro. Ma la rincorsa di idee balzane, dai minibot o al tortuoso salvataggio dei comuni super-indebitati, suscita sospetto e allarme tra i risparmiatori.


“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono?

Questa idea che esista una ricchezza occulta, immobile, da stanare, è stata lanciata da Matteo Salvini in televisione all’indomani delle elezioni europee, con la Lega ancora fresca di vittoria. Nel Movimento 5 Stelle prende una forma diversa, quella di una imposta sulle grandi fortune.

Quanto grandi i grillini non lo sanno. Si va dal modello francese che, grazie a un limite esente fino a un milione e 300 mila euro frutta un gettito molto piccolo (circa 4 miliardi di euro l’anno) alla proposta formulata da Thomas Piketty che, in Italia potrebbe portare fino a 35-40 miliardi di euro secondo i suoi sostenitori tra i quali il segretario della Cgil Maurizio Landini. Si tratterebbe di un’imposta ordinaria, cioè periodica non una tantum (su base annuale), tale da poter essere pagata, in condizioni normali, con il rendimento del patrimonio (esclusa la prima casa). Dovrebbe essere progressiva, con scaglioni simili all’imposta sul reddito, e tre aliquote: zero (cioè una fascia esente) fino ad un milione di euro; 1% da un milione a cinque milioni; 2% dai cinque milioni in su.

In questo modo si otterrebbe un prelievo crescente in rapporto al patrimonio. I soggetti all’imposta, pur essendo solo il 2,5% dei contribuenti, possiedono in media il 40% dei patrimoni. Si tratta quindi di una massa pari a due volte il prodotto lordo, e l’applicazione delle aliquote dell’1% e del 2% sugli scaglioni del patrimonio superiori a 1 o a 5 milioni fornirebbe un gettito pari ai due punti di pil.

Banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono

“Una patrimoniale mai”, ha sempre giurato Salvini, ma allora che cos’è questa faccenda delle cassette di sicurezza? Un altro condono? Secondo alcune interpretazioni rilanciate dal Sole 24 Ore sarebbe una nuova sanatoria volontaria che andrebbe a toccare il sommerso, stimato dal ministero dell’economia in 210 miliardi di euro pari al 12,4% del pil. Già l’anno scorso la Lega aveva fatto circolare l’ipotesi di un condono del contante con una cedolare a due aliquote 15 e 20%, la prima come l’Iva sulle partite sotto i 65 mila euro e l’altra per quelle oltre i 100 mila.

La liquidità portata alla luce doveva essere poi investita obbligatoriamente nei Pir, i piani di risparmio. Durante la discussione del decreto fiscale il maxi condono è stato abbandonato e sono spuntati molti mini condoni (i verbali, gli accertamenti, le liti, le cartelle) insomma tutto quel percorso chiamato “pace con il fisco”, ma che in realtà finisce per infittire e complicare la giungla fiscale denunciata dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco.

Adesso arrivano anche le cassette di sicurezza, ma chissà quanti altri escamotage da finanza creativa spunteranno di qui alla legge di bilancio del prossimo ottobre, strade tortuose nel tentativo di aggirare il risanamento delle finanze pubbliche e negare una banale, evidente, quanto tragica realtà: i soldi non ci sono. Nemmeno sfondando il tetto del 3% (disavanzo pubblico sul pil) sarebbe possibile allargare più di tanto gli spazi disponibili. Arrivare dal 2,5% attuale in assenza di interventi al 3,5% del pil porta tra i 17 e i 18 miliardi di euro, non abbastanza per realizzare la flat tax, ma sufficiente a far balzare lo spread verso le quote stratosferiche del 2011. Meglio dire le cose come stanno, non cercare scorciatoie e fare quel che non si può evitare. In questa campagna elettorale permanente, Salvini vuol vincere in autunno l’Emilia Romagna, ma non può farlo pagare al resto dell’Italia.


Da "www.linkiesta.it" Oggi le cassette, domani i conti correnti: ecco perché il governo ci metterà le mani in tasca

Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

Da "www.internazionale.it" Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma di Claudio Morici

C’è troppa gente troppo sola

Lunedì, 10 Giugno 2019 00:00

Lo afferma un recente articolo di Scientific American: “La solitudine è in crescita e ci sta letteralmente uccidendo”. Da un quarto a metà degli statunitensi soffre di solitudine per la maggior parte del tempo, e il sentirsi soli (la cosa è già stata ampiamente dimostrata) ha ripercussioni non solo sulla stabilità mentale, ma pure sulla vulnerabilità nei confronti di una serie di malanni anche gravi e sulla durata media della vita.

La sensazione di solitudine oggi – è sempre Scientific American a segnalarlo – affligge soprattutto chi ha più di 65 anni e meno di 25 anni: un fatto che suggerisce quanto ampi potrebbero essere i vantaggi di favorire maggiori scambi tra le generazioni.

Un’altra buona strategia è incoraggiare il volontariato. Una ricerca dell’università di Oxford ci offre un dato non così sorprendente come potrebbe apparire: anziane vedove (categoria a massimo rischio di solitudine) che fanno volontariato per due ore o più ogni settimana si rimettono in pari, in termini di soddisfacenti rapporti sociali, con chi continua a vivere con un coniuge. Insomma: essere altruisti fa stare meglio, allunga anche la vita e le dà, o le restituisce, un senso.

Il ministero della solitudine
Il problema della solitudine sembra grave anche nel Regno Unito della Brexit. Una ricerca governativa ha addirittura scovato duecentomila anziani che nel mese precedente all’intervista non avevano avuto una singola conversazione con un parente o un amico.

Il dato complessivo nazionale è apparso così preoccupante da dare luogo, nel 2017, al lancio di una campagna per porre rimedio alla solitudine, sostenuta da finanziamenti pubblici e privati, e poi da convincere il governo a creare per primo al mondo, nel gennaio 2018, un ministero per la solitudine.

Anche in Australia ora si sta valutando l’opportunità di adottare una soluzione simile, mentre Francia, Canada e Stati Uniti stanno disponendo misure governative per affrontare il problema che, anche per via del progressivo invecchiamento della popolazione, di certo non potrà risolversi da solo.

L’Italia come gli altri
Però noi italiani siamo per carattere più estroversi. Abbiamo un solido tessuto di relazioni familiari e sociali. Abbiamo inventato le piazze proprio per poterci incontrare. Abbiamo paesaggi che allargano il cuore solo a vederli, una cucina così varia e gustosa che accresce il piacere di stare insieme a tavola, e migliaia di cittadine e borghi dove tutti si conoscono e si salutano. Dunque le cose qui in Italia dovrebbero andare meglio che negli altri paesi, no?

Eppure no, le cose da noi non vanno meglio per niente. Una ricerca realizzata nel 2015 da Eurostat, l’Istituto europeo di statistica, ci dice che un italiano su otto si sente solo, perché non ha nessuno a cui chiedere aiuto, o perché non ha nessuno con cui sente di poter parlare dei suoi problemi. Tutto ciò ci colloca in cima alla classifica continentale della solitudine.

La solitudine causa una diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale sensazione di freddo

Incrociando questi con altri dati, si scoprono due ulteriori fatti significativi. Questo è il primo: da noi è la povertà a rendere soli (notate che a scriverlo non è una pericolosa testata estremista, ma il Sole 24Ore, in un articolo assai documentato). Questo è il secondo: chi ha una migliore istruzione soffre meno di solitudine.
Rispetto al 2015, le cose non stanno certo migliorando. Secondo il rapporto Istat 2018 (pagina 12), “il 17 per cento degli individui si sente privo o quasi di sostegno, mentre oltre la metà degli individui si colloca in una posizione intermedia (55,1 per cento)”.

Il rapporto prosegue affermando che nel “confronto con l’Unione europea, l’Italia mostra una maggiore fragilità: per tutte le classi di età è più elevata la quota di chi dichiara la percezione di un sostegno debole (15,5 per cento la media Ue). La maggiore debolezza del sostegno percepito si osserva nelle aree più densamente popolate a eccezione delle isole, dove le differenze per grado di urbanizzazione si attenuano”.

Un curioso e poco noto effetto del sentirsi soli è questo: la diminuzione della temperatura corporea, e quindi una maggiore e reale (non metaforica) sensazione di freddo.

Aumentano rabbia e paure
Un altro effetto poco noto (e un ulteriore buon motivo per occuparsi sul serio del tema) è che sentirsi soli incoraggia a credere alle teorie cospirazioniste. Il motivo è tutt’altro che banale: se ci si sente esclusi e la vita perde di senso, si va a cercare senso altrove, e anche nelle credenze più strane.

Inoltre: il sentirsi soli è connesso con la rabbia e il risentimento, con una sensazione di impotenza, con la paura, con le dipendenze.

Da tutti questi dati emerge un’immagine complessa ma netta. La solitudine, con tutto il suo contorno di rabbia, paura, malattie e perdita di senso, sembra essere una delle componenti di un circolo vizioso che comprende anche povertà, marginalità e minore istruzione.

È ovvio: ciascuno individualmente può fare qualcosa per sentirsi meno solo, specie se la sua situazione è transitoria e deriva da una specifica contingenza. Tuttavia la solitudine, sentimento sociale per eccellenza, e risultato di specifiche condizioni sociali, va affrontata nel suo complesso e attraverso un sistema integrato di politiche dedicate.

Dunque il problema, che riguarda la salute fisica e mentale collettiva, non si risolve senza investire sull’istruzione e portare la cultura nelle periferie, ridurre l’emarginazione, ricostruire il tessuto sociale lacerato e combattere, sul serio, la povertà. Senza contare che, in un paese più fragile, diventa più fragile anche la democrazia.

Da "www.internazionale.it" C’è troppa gente troppo sola di Annamaria Testa, esperta di comunicazione

L'ex presidente del Consiglio italiano: "La vittoria di Salvini fa male all'Italia perché ci isola ancora di più. Ormai è come se fosse una Brexit mascherata. La reazione dei Cinque Stelle alla sconfitta è infantile. Sono come l'apprendista stregone che ha evocato il demone e non sa come fermarlo"


La Lega trionfa, il Partito democratico regge, il Movimento Cinque Stelle crolla, doppiato dai suoi alleati di governo. I sovranisti crescono ma non sfondando. In Italia il risultato delle elezioni europee è chiaro, ma non è detto che questa possa essere una buona notizia per l'Europa. Per capire quale sarà l ruolo dell'Italia abbiamo intervistato l'ex presidente del Consiglio Enrico Letta ora decano della Scuola internazionale per gli affari di Parigi (Psia): «Tutti si aspettavano una vittoria dei populisti invece il miglior risultato l'hanno fatto i verdi. I sovranisti sono andati bene in Italia e in Francia. Anche se Le Pen era già andata bene nel 2014 e anzi ha ottenuto un risultato leggermente inferiore asciugando il partito gollista dei Chirac e Sarkozy che solo un anno fa aveva preso il 20% con Fillon».

Letta, la Lega ha stravinto le elezioni europee. Cosa succederà ora in Europa?
È un chiaro successo. Ma è stato un voto per il Parlamento europeo, non per quello italiano. La Lega ha fatto un ottimo risultato ma sarà sempre più isolata. E questo isolamento lo pagherà l’Italia perché la maggioranza dei nostri eurodeputati saranno condannati all’irrilevanza, emarginati da tutti gli altri. Al raduno di Milano, Salvini aveva detto che i sovranisti puntavano al secondo posto, subito dopo il Ppe, per obbligare i popolari a fare con loro un’alleanza di destra-centro. Ma l'eurogruppo di Salvini è ora solo quinto all’interno del prossimo Parlamento europeo: vale il 7% e sarà sempre più marginale. La situazione è preoccupante perché l’Italia si auto emargina nell’anno i cui si devono prendere due decisioni chiave.


Quali?
Il presidente della Commissione europea e della Banca centrale europea. Negli ultimi anni sono queste due scelte fatte nel 2011 e 2014 che hanno cambiato la linea politica europea grazie all’influenza dell’Italia nella decisione. Ricordo che l’ultimo presidente della Bce è l’italiano Mario Draghi e grazie a lui la Bce ha cambiato approccio. L’Italia ha influito anche sulla scelta del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker nel 2014 che ha cambiato la linea politica dell’austerità del suo predecessore José Manuel Barroso. L’Italia era ai tavoli dove si decideva anche e soprattutto per il suo interesse, ma oggi è fuori e chissà per quanto tempo. Il fatto che in Italia la discussione si è concentrata sul portafoglio economico del commissario italiano dimostra l'arretramento del nostro Paese.

Però al governo farebbe comodo avere un italiano come commissario agli Affari economici o all’Euro.
È una questione secondaria. I commissari europei sono 28: i portafogli sono tutti deboli di per sé. Anzi, il fatto di avere un portafoglio economico importante rende più difficile aiutare il Paese di origine del commissario. Perché c’è una grande attenzione sui conflitti di interesse in Europa. Salvini sta infilando l’Italia in una Brexit mascherata all’italiana.

Cioè?
Metterci così ai margini dai tavoli dove si decidono le cose è come essere usciti dal circolo di chi conta. Siamo diventati come gli ungheresi e i polacchi. Con la differenza che l’Ungheria e la Polonia non hanno l’Euro, mentre noi sì. Non possiamo permetterci un isolamento come questo.

Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati.

Però se lo sarà spiegato il successo della Lega.
Salvini ha radicalizzato il voto di centrodestra e si è mangiato politicamente Forza Italia. La colpa è anche di Silvio Berlusconi che non ha mai voluto fare il passaggio generazionale e ora ne paga nel conseguenze. Ma stiamo attenti a non commettere un errore.

Quale?
Non dobbiamo avere lo strabismo di credere che il voto delle europee sarà quello delle politiche. In questo tipo di elezioni capitano spesso dei balzi imprevedibili: lo ha dimostrato il 40% del Partito democratico di Renzi cinque anni fa, ma anche Berlusconi nel 2009 quando arrivò al 35%. Per dire, nel 1999 la lista Bonino da sola arrivò all’8%. Il dato politico è che esiste una parte di indecisi importante che non avrà problemi a spostarsi da un partito a un altro. Questo sarà il terreno su cui lavorare per chi vorrà vincere le prossime elezioni.

Secondo lei scopriremo presto cosa voteranno gli indecisi?
Sì, le elezioni nazionali si avvicinano con questo voto. Non ci sono più le condizioni perché la maggioranza al governo regga. Bisogna riflettere sul crollo impressionante del Movimento Cinque Stelle. Mi colpisce la reazione miope e infantile dei dirigenti grillini. Una bocciatura così sonora dovrebbe farli interrogare sul disastro che hanno creato. Sono come Topolino apprendista stregone nel film Fantasia: hanno evocato un demone e questo li ha mangiati.

Però il Pd non è mica al 40% come cinque anni fa.
Ma ha fatto un buon risultato rispetto alle ultime politiche. Ha dimostrato che può essere il baricentro attorno a cui costruire un’alternativa per questo Paese. In Italia bisogna costruire una proposta politica che unisca temi sociali e ambientali, perché la più bella notizia delle elezioni europee è il successo dei verdi, anche se non esistono nell’Europa del Sud: non hanno superato la soglia in Grecia, Spagna e Italia. Però i verdi hanno portato tanti giovani a impegnarsi e a votare, lo vedo qui anche con i miei studenti. L’ambiente è il tema su cui l’Unione europea è all’avanguardia da sempre. Il Partito democratico deve farsi paladino in Europa per far sì che nella nuova maggioranza formata da socialisti, popolari e liberali entrino anche i verdi.

Quali dovranno essere le priorità della prossima commissione europea?
L’Unione europea dovrà affrontare tre temi essenziali: l’ambiente, perché la lotta contro il cambiamento climatico è la vera emergenza di oggi. Ma anche il tema dell’umanesimo tecnologico: cioè la protezione della persona nei grandi cambiamenti che l’automazione e l’intelligenza artificiale porteranno nella nostra società. Il terzo è la questione sociale: c’è bisogno che l’Europa si occupi pesantemente di combattere la disoccupazione giovanile e la povertà. Tutto il resto è secondario.

Da "www.linkiesta.it" Enrico Letta: “Il trionfo della Lega? È una Brexit mascherata che ci isola in Europa”


Gli ecologisti che difendono l'ambiente e i diritti civili intercettano i delusi. Facendo blocco contro gli estremisti. Soprattutto in Germania. Viaggio alla radice di un boom sorprendente.

Se l’Europa unita ha tenuto di fronte all’alta marea dei populisti lo si deve – e non in Italia – soprattutto ai Verdi, che a sorpresa avranno un ruolo di punta nel prossimo europarlamento.

Sull’onda delle ultime Regionali gli ecologisti sono emersi come la seconda forza politica (21%) tra i tedeschi: il doppio delle precedenti Europee del 2014 e più del doppio delle Legislative del 2017. Ma il trionfo in Germania non è il loro unico successo: i Verdi si sono piazzati bene anche in Francia, terzo partito con il 13% davanti ai conservatori scavalcati pure nel Regno Unito dagli ecologisti (11%), forti di un buon 15% anche in Belgio. Il presidente francese Emmanuel Macron intende rafforzare gli aspetti ambientalisti del programma di En Marche, ed è chiaro che si può fare ancora di più, complice la spinta del movimento di Greta Thunberg e la sua meglio gioventù. Anche il commissario uscente dell’Ue Margrethe Vestager, leader dei liberali progressisti danesi, invita a «cogliere i segnali che arrivano dai Verdi».


GLI ANZIANI CON I VECCHI PARTITI DI MASSA
I Liberali che hanno mantenuto posizioni di apertura hanno avuto buoni risultati in Paesi come il Regno Unito e la Danimarca dove sono balzati sopra il 20%, Oltremanica superando addirittura i Laburisti: solo con i deputati della loro alleanza Alde, popolari (Ppe) e i socialisti europei (Pse) avranno una maggioranza nel prossimo europarlamento, che se i Verdi saranno della partita sfiorerà i 500 seggi. I liberali premono per coinvolgerli, convinti che per il rinnovamento indispensabile per vincere i sovranisti possa arrivare innanzitutto dai partiti più freschi, dinamici e innovativi. Quanto accade agli ultimi voti in Germania lo dimostra: i socialdemocratici (Spd) precipitati ancora al 15,5% (-12% dal 2014 e -5% dalle ultime Legislative), conservano uno zoccolo duro di elettori 60 e 70enni ex sessantottini, mentre le nuove generazioni dei 20 e 30enni sono proiettate verso il movimento ecologista, il primo partito per loro. Lo stesso trend calante, in misura attenuata, si conferma per l’Unione dei cristiano-democratici e sociali (Cdu-Csu) della Angela Merkel.

La competizione è tra forze alternative come i Verdi e AfD al sistema di potere e agli usurati partiti di massa

I VERDI NUOVO NEMICO DELL’ESTREMA DESTRA
La destra moderata resta la forza più votata in Germania al 29%, ma come l’altro partito tedesco di massa perde colpi sia dalle Europee precedenti (-6%) sia dal voto del 2017 (-4%). Come la Spd la cancelliera e chi verrà dopo di lei attraggono anziani: anche a destra i giovani a questo punto preferiscono gli ultra-nazionalisti di AfD, passati in un lustro dal 7% all’11%. La competizione è tra forze nuove o svecchiate, come i Verdi dal 2018 sotto la dirigenza di Robert Habeck; comunque alternative al sistema di potere usurato – anche a Bruxelles – degli ultimi decenni. Non a caso il leader reazionario di AfD Alexander Gauland, seccato per il risultato inferiore alle aspettative tra i tedeschi e rispetto ai sovranisti in Italia e in Ungheria, ha identificato subito i Verdi come i «principali nemici»: «Ai loro antipodi» e coloro che «porteranno alla distruzione la Germania, se andranno al potere». Archiviate l’Unione di Cdu-Csu di Merkel e la Spd un nuovo “mostro” viene agitato dall’estrema destra, e non solo dello Stato con più eurodeputati a Strasburgo.

GIOVANI DI SINISTRA E LIBERTARI CONTRO AFD
Sui Verdi si stanno arroccando gli europei di sinistra e i libertari. La tedesca Ska Keller, loro capolista e più giovane candidato alla successione del supercommissario Jean-Claude Juncker, ha sottolineato la «grande responsabilità nel tradurre in azione la protezione del pianeta e la lotta per le libertà civili che la gente ci ha chiesto». La battaglia contro i cambiamenti climatici rilanciata da Greta alla vigilia della campagna per le Europee è la parte principale del programma degli ecologisti ma non è l’unica, in particolare per i tedeschi. Il governo saltato in Germania tra conservatori, Liberali (Fdp) e Verdi, del 2017, soprattutto per l’indisponibilità dei liberali a politiche economiche e sui migranti di condivisione nell’Ue, ha permesso agli ecologisti di restare puri. Anzi di essere l’unico partito in Germania a non retrocedere sull’accoglienza, dopo le politiche sociali german first lanciate anche dalla Linke e dalla nuova dirigenza socialdemocratica per i ceti medio-bassi. Per non parlare degli accordi di Merkel sui rimpatri dei richiedenti asilo da zone cosiddette «sicure».

I LAND ROSSI NON A DESTRA MA CON I VERDI
In altre parole, i Verdi non sono stati finora disponibili a compromessi che snaturassero i loro valori, né hanno cavalcato la paura e l’insicurezza sociale provocata dalle crisi tra la popolazione europea come fa la destra creando nemici. Non cercavano voti a destra, anche se alla fine secondo i calcoli ne hanno presi più di un milione anche dalla Cdu e dalla Csu, tra i giovani conservatori che non vogliono mettere in discussione i diritti acquisiti e la libera circolazione nell’Ue. Altrettante preferenze (circa 1 milione e 300mila dalle ricostruzioni) sono arrivati a Ska e Habeck dalla base dei socialdemocratici che – ormai in larga maggioranza – li vorrebbe fuori da coalizioni con Merkel, come chiede da tempo anche la sezione giovanile degli Jusos. Voti ai Verdi – come viceversa in Italia alla Lega – sono arrivati da Land rossi come il Nord-Reno Vestfalia dei distretti operai di Duisburg, perché i tedeschi di sinistra sono stufi della Spd anche nelle sue roccaforti. L’unica a resistere è la piccola città-Stato di Brema, rimasta socialdemocratica anche per le Europee.

MA NELL’EST I VERDI SFONDANO SOLO A BERLINO
In tutte le grandi città tedesche (da Monaco a Berlino, da Amburgo a Francoforte) i Verdi europeisti si sono affermati come secondo partito: dagli ex elettori della Linke, per esempio a Berlino, e dei liberali che per opportunismo scimmiottano i sovranisti, per esempio a Francoforte, è piovuto agli ecologisti quasi un altro milione di voti. Mentre in effetti da ex simpatizzanti di AfD si stimano arrivati 50 mila voti o poco più: non c’è compenetrazione. La prossima sfida dei Verdi è ripetere l’effetto Baviera alle Regionali di settembre e ottobre 2019 nei Land dell’Est che per AfD equivalgono all’Italia della Lega: nelle campagne e nelle province dell’ex Ddr l’estrema destra xenofoba di AfD è il primo partito al 30%. La propaganda dei Verdi risulta aver sfondato anche tra gli operai e i disoccupati (+10%) per decenni socialdemocratici, ma non nell’Est. L’affluenza (al 61%) è stata ai massimi dal 1989 in Germania: un buon segnale, in tanti raccontano di essere andati per «fermare le destre populiste», in crescita come da sinistre previsioni. Guai allora ad abbassare la guardia.


Da "www.lettera43.it" Così i Verdi hanno fermato l’estrema destra alle Europee di Barbara Ciolli