La politica tedesca ha chiesto l’appoggio al parlamento. Nel suo discorso ha ribadito l’importanza di salvare le persone in mare e si è detta disposta a prorogare nuovamente la Brexit

Una giornata decisiva per il parlamento europeo e per Ursula von der Leyen (Vdl), ministro della Difesa tedesca candidata alla presidenza della Commissione europea. Una giornata lunga che è cominciata alle 9:00 con la dichiarazione della candidata e si concluderà alle 20:00 con il voto in aula.

I lavori sono stati avviati dal presidente del parlamento europeo David Sassoli. Nel suo discorso von der Leyen ha citato i principali temi già affrontati nella lettera invita ai socialisti e ai liberal democratici – tutela dei lavoratori, uguaglianza di genere, emergenza climatica, maggiore flessibilità in tema fiscale – con qualche sorpresa: ha di nuovo ribadito l’importanza di salvare le persone in mare, in riferimento alla crisi migratoria nel Mediterraneo, e ha annunciato, a sorpresa, di essere disposta a concedere una nuova proroga al Regno Unito per la Brexit.

Non è ancora chiaro se la politica tedesca ha un numero sufficiente di voti per raggiungere la soglia dei 374 voti che le servono per diventare il nuovo presidente. Il suo gruppo – il Partito popolare europeo – nella persona di Manfred Weber ha accolto favorevolmente il suo discorso, ribadendo la loro completa fiducia.

Più titubanti, ma comunque ben disposti i socialisti, che hanno chiesto maggiori garanzie e più chiarezza nelle sue proposte ma si sono detti disponibili ai dialogo, e da parte dei liberal-democratici, che le hanno augurato di ottenere la fiducia del parlamento.

No secco dei Verdi, infastiditi dal troppo temporeggiamento in materia ambientale e la mancata condanna del modello della ‘fortezza Europa’, che «si appoggia ai regimi totalitari per garantire l’impermeabilità delle sue frontiere». No secco anche dai sovranisti (compresa la Lega), nella persona di Jorg Meuthen che ha tacciato von der Leyen di non avere «una visione convincente di un’Europa che sia veramente moderna, che serva ai cittadini».

Lo spirito di Simon Veil
Il discorso di Vdl è iniziato con un riferimento alla politica francese: «Sono passati esattamente 40 anni da quando la prima presidente donna del parlamento europeo Simone Veil ha presentato la sua visione di una Europa più giusta. Dopo 40 anni posso dire con orgoglio che è finalmente una donna ad essere candidata alla Presidenza della Commissione europea».

Elogio del multilateralismo
«Noi vogliamo il multilateralismo, il commercio libero, noi difendiamo un ordine impostato sulla legge perché sappiamo che è il modo migliore per noi. Ma se vogliamo seguire la strada europea dobbiamo innanzitutto riscoprire la nostra unità».

Il clima
«Voglio che l’Europa diventi il primo continente climaticamente neutro in Europa entro il 2050. Per fare questo presenterò un Green Deal per l’Europa nei miei primi cento giorni in carica. Presenterò la prima legge per tradurre in realtà l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 50% nel 2050. Trasformerò la banca per gli investimenti europei in una banca per il clima».

Piccole-medie imprese
«Dobbiamo rafforzare la colonna portante della nostra economia. I cittadini europei hanno bisogno di poter accedere al capitale ovunque in questo unico mercato. Realizziamo finalmente l’unione dei nostri mercati monetari»

Patto di stabilità
«Gli investimenti e le riforme sono necessarie. Dobbiamo garantire che vengano realizzati. Dobbiamo utilizzare tutta la flessibilità conferitaci dalle regole. Ma l’economia deve essere a servizio delle persone, non sono le persone a essere al servizio dell’economia. Difenderò una fiscalità giusta sia che riguardi il settore automobilistico o il digitale. I grandi giganti tecnologici realizzano grandi profitti: va benissimo, ma se utilizzano questi utili usando i nostri lavoratori, le nostre infrastrutture, non è accettabile che li realizzino senza pagare tutte le tasse».

I giovani
«Voglio più giustizia e equità per i giovani. Il nostro compito è realizzare i loro obiettivi. Per questo motivo farò sì che la garanzia per i giovani, funzioni in ogni Paese. Sosterrò l’iniziativa del parlamento europeo di triplicare il bilancio per l’Erasmus nel prossimo bilancio».

Uguaglianza di genere
«Voglio realizzare un pilastro per i diritti sociali. E inizierò dal mio Paese: garantirò una piena uguaglianza nel mio gabinetto. Dal 1958 ci sono stati 183 commissari. Solo 35 sono state donne. Meno del 20 percento. Noi rappresentiamo metà della popolazione mondiale ma vogliamo la nostra giusta parte».

Stato di diritto
«Non si può parlare di compromessi quando si parla del rispetto dello stato di diritto. Sostengo pienamente un meccanismo europeo per la difesa dello stato di diritto. E’ uno strumento che viene ad aggiungersi a quelli esistenti: la Commissione sarà sempre un custode indipendente dei trattati. La ‘signora giustizia’ è cieca, difenderà lo stato di diritto ogni volta che verrà attaccato».

Migranti
«Il Mediterraneo è diventato una delle frontiere più letali al mondo. In mare c’è l’obbligo di salvare le vite. Nei nostri trattati e nelle nostre convenzioni c’è l’obbligo legale e morale di rispettare la dignità di ogni singolo essere vivente. L’Unione europea deve difendere questi valori, dobbiamo salvare le vite, dobbiamo ridurre l’immigrazione irregolare, dobbiamo lottare contro i trafficanti e gli scafisti, dobbiamo tutelare il diritto all’asilo e dobbiamo migliorare la condizione dei profughi per esempio attraverso i corridoi umanitari. Proporrò un nuovo patto che comprenda anche una riforma di Dublino e un rafforzamento delle guardie di confine e la guardia costiera».

Brexit
«Per la prima volta nel 2016 un Paese membro ha deciso di abbandonare l’Unione europea. Questa è una decisione seria, la deploriamo ma la rispettiamo. D’allora insieme al governo in carica nel Regno Unito l’Ue ha lavorato strenuamente per garantire un’uscita ordinata. Sono disposta a concedere un’ulteriore proroga nel caso fosse necessaria per evitare esiti gravi. In ogni modo il Regno Unito rimarrà il nostro alleato e un Paese amico».

L’appello finale
«L’Unione è come un lungo matrimonio. Possiamo litigare ma dobbiamo conciliarci. Questa Europa ha un’influenza e vogliamo assumerci tutte le responsabilità, per l’Unione e per il mondo. I miei figli mi dicono non giocate con il tempo, per questo motivo mi sono presentata, per questo motivo ho bisogno del vostro aiuto e del vostro sostegno. Viva l’Europa, lunga vita all’Europa».

Da "www.open.online" L’Europa di von der Leyen è verde, donna e anti-sovranista. Le critiche: «Discorso vago» di Riccardo Liberatore

Chi è von der Leyen

Domenica, 28 Luglio 2019 00:00

Membro della Cdu e ministro della Difesa dal dicembre del 2013, 61 anni, è stata la prima donna a ricoprire questo in carico nel suo paese. Ha puntato su un rafforzamento del dialogo con la Francia, nella direzione di una difesa europea.

Alla fine il tweet del presidente del Consiglio Ue Donald Tusk non ha fatto altro che confermare quanto era nell’aria già nelle prime ore del pomeriggio. Dopo ore di trattative febbrili e concitate a Bruxelles, in occasione della riunione straordinaria del Consiglio europeo tra i capi di Stato e di governo dei 28 per dare un nome e un cognome al nuovo presidente della Commissione europea, la scelta dei Ventotto è caduta su Ursula von der Leyen, ministro tedesco della Difesa.

Martedì 16 luglio il parlamento Ue di Strasburgo ha dato luce verde alla sua nomina. Il Presidente della Commissione europea, è infatti eletto dal Parlamento Ue a maggioranza dei membri che lo compongono, sulla base della proposta del Consiglio europeo avanzata a maggioranza qualificata “rafforzata”, tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate.

Membro della Cdu (l’Unione cristiano democratica, il partito di Merkel) e ministro della Difesa dal dicembre del 2013, 61 anni (è nata nel 1958 a Ixelles, in Belgio, ma è cresciuta a Bruxelles), sette figli, Von der Leyen è stata la prima donna a ricoprire questo incarico nel suo paese. Figlia di Ernst Albrecht, ex ministro-presidente cristiano democratico della Bassa Sassonia, ha trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio, frequentando la scuola europea di Bruxelles dal 1964 al 1971. Successivamente ha studiato presso il liceo scientifico di Lehrte, mentre dal 1977 al 1980 ha studiato Economia a Göttingen e Münster. Nel 1980 ha iniziato a studiare medicina presso l’università di Hannover, laureandosi nel 1987. Nel 1992 si è trasferita presso l’Università di Stanford, per poi rientrare in Germania quattro anni dopo.

Iscritta alla Cdu fin dai primi anni Novanta, la sua carriera politica è iniziata 18 anni fa, nel 2001, quando ha ottenuto un mandato locale presso la regione di Hannover. Nel febbraio del 2003 è stata eletta deputata al Landtag della Bassa Sassonia. Il 4 marzo, dopo la vittoria di Christian Wulff, è diventata ministro degli Affari sociali, delle donne, della famiglia e della salute della Bassa Sassonia. Due anni dopo, nel novembre 2005, è stata scelta dalla Cancelliera Angela Merkel per diventare ministro della Famiglia.

Molto vicina a Merkel, ha promosso iniziative a sostegno della famiglia a cominciare dagli asili nido, così da mettere le donne tedesche nelle condizioni di conciliare la vita lavorativa e il loro ruolo di madri. Nel 2009 è stata confermata prima come ministro della Famiglia, poi nominata ministro del lavoro e degli affari sociali a seguito delle dimissioni di Franz Josef Jung. Nel dicembre del 2013, l’ultima tappa (almeno per ora): è diventata ministro della Difesa.


Convinta che la sicurezza tedesca passi inevitabilmente dall’Unione europea e dalla Nato, anche nel contesto di una linea Trump che prospetta un ridimensionamento degli Usa nell’Alleanza atlantica nel caso in cui i paesi europei non dedicassero maggiori risorse alla difesa del Vecchio continente, e in quello altrettanto “sentito” di una Federazione russa sempre più “dinamica” al confine orientale con l’Unione europea, von der Leyen ha sostenuto l’esigenza di mettere in campo un asse con l’altra grande potenza europea, una cooperazione rafforzata con la Francia, a cominciare da un esercito comune europeo. Una tappa di questo percorso è l’accordo quadro sullo sviluppo del “sistema di combattimento aereo del futuro (Scaf)”, un ambizioso progetto promosso da Parigi e Berlino e a cui di recente si è aggiunta la Spagna. Il nuovo caccia, composto da sistemi d’arma con e senza equipaggio, dovrebbe essere operativo a partire dal 2040.

Più cooperazione con Parigi significa, agli occhi del ministro della Difesa tedesco, ridurre i rischi di derive nazionaliste in quel paese, derive che potrebbero trovare nella diffusione di posizioni politiche euroscettiche un assist.

Nel maggio del 2016, si è resa protagonista di una vera e propria inversione di strategia nella gestione delle forze armate tedesche: ha annunciato il reclutamento di migliaia di nuovi soldati nella Bundeswehr, rafforzando in particolare la presenza alla frontiera con la Russia, per rassicurare i paesi est-europei che fanno parte della Nato che si sentivano (e si sentono) a rischio dopo l’annessione russa della Crimea.

Un anno dopo, ha ordinato un’ispezione in tutte le strutture delle forze armate dopo che in due caserme dell’Esercito erano stati rinvenuti materiali appartenenti alla Wehrmacht, le Forze armate naziste. Una scelta di rottura nei confronti di un passato drammatico e un messaggio all’Europa che verrà, nell’ambito della quale, a questo punto, lei - arrivata la conferma del Parlamento europeo - è chiamata ad avere un ruolo di primissimo piano.


Da "www.ilsole24ore.com" Chi è von der Leyen, ministro della Difesa di Merkel che guiderà la Commissione Ue di Andrea Carli

Meditare la vita

Lunedì, 22 Luglio 2019 00:00

Nonostante sia “mushotoku” ossia, secondo la definizione Zen, senza scopo né spirito di profitto, si parla spesso della meditazione a partire dai (molti) benefici psicofisici che è in grado di produrre in chi vi si dedica con una certa continuità; tuttavia tale approccio rischia di tradire il senso originario e decisamente più profondo di questa pratica che, come spiega con una prosa ispiratissima e a tratti poetica Chandra Livia Candiani, consiste piuttosto nel fare i conti con se stessi per provare, e non necessariamente imparare, a stare con quel che c’è:

“meditare non è cercare vie d’uscita ma piuttosto vie d’entrata. (…) Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un’illusione anestetizzante, la pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quel che accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell’autonarrazione, l’intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell’esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti” (p.58).

Si tratta di un passo molto denso, sul quale vale la pena di meditare, che prende immediatamente le distanze da un uso strumentale della meditazione che è piuttosto presentata come un vero e proprio stile di vita, una postura grazie alla quale, zittendo il brusio del pensiero e delle sue rendicontazioni, ripristinare una certa intimità con il mondo. Meditare, come scriveva infatti María Zambrano, “è riconquistare il sentire originario delle cose, del paesaggio, della gente, degli uomini e dei popoli, il sentire della realtà immediata che apre la realtà del mondo” (Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 87). Non si pensi che questo significhi accedere a una dimensione straordinaria: si tratta piuttosto di apprendere a prestare attenzione a quelli che Chandra chiama “i miracoli del noto, del così già tanto visto che lo si dà per scontato.” Riuscendo a fare “spazio intorno a quei gesti tanto ordinari”, la meditazione “li fa brillare e permette che aprano un varco nell’oscurità in cui si solito viviamo, nel nostro quotidiano sonno. Allora pian piano si ricevono le visite di quella consapevolezza” (p. 19) che si rivela una “forma di amore” (p. 40), una premura e un’attenzione realmente maieutiche perché capaci di facilitare la fioritura di ciò di cui si prendono amorevolmente cura, rivelandosi capaci, prosegue idealmente Zambrano, di chiamarle “non solo a rivelarsi, ma a divenire, a divenire presenti» (M. Zambrano, L’uomo e il divino, Ed. Il lavoro, Roma, 2009, p. 246), a farsi vive, direbbe, altrove, Chandra.

Che vuol dire che questa particolare forma di «intimità» con ciò che accade, in noi e fuori di noi, è «impersonale»? Significa che essa non pone più l’io al centro della propria narrazione ma il Sé, ossia, come spiegava Jung, qualcosa che “anche noi siamo”. L’esperienza che ne consegue non è affatto spersonalizzante, essa chiama anzi in causa l’intero psichismo dell’individuo, ma si dà in virtù di quella che la psicoanalista Marion Milner definiva “una resa creativa” dell’ego, (M. Milner, Una vita tutta per sé, Moretti &Vitali, 2013, pp. 207, 12 euro) grazie alla quale il soggetto smette di girare attorno al proprio ombellico, a parlare sempre di sé, per provare piuttosto a essere davvero presente a sé e a osservarsi. Scrive Chandra:
“Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull’io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall’eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l’eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c’è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di avere paura della propria delicatezza.

Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato. Nella presenza c’è discontinuità rispetto all’io. Per sentire la presenza bisogna fare un passo fuori dall’io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di non essere niente” (p. 62).

Una forma di meditazione zen invita a prendere coscienza dei propri pensieri e stati d’animo, a riconoscerli con chiarezza, a etichettarli con una definizione chiara (ad esempio “ansia”) e poi a dirsi, mentalmente, “non io”. Non siamo di fronte ad un invito alla negazione, tutt’altro, bisogna avere piena coscienza degli stati d’animo che ci attraversano, ma occorre imparare a non identificarsi con essi, ad esercitare quello che il buddismo chiama, “non attaccamento”. Questa capacità che “consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto”, spiega Simone Weil, si chiama “attenzione” (Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, 2008, pp. 197) che a sua volta – come Chandra la consapevolezza e Zambrano il sapere filosofico – considera una forma d’amore.

Allo stesso modo, il pensiero non è affatto svilito nelle sue funzioni, al contrario; proprio perché non ha coperto le emozioni, sostituendosi ad esse, può rielaborarle e contribuire a chiarirne il senso, il significato, la portata, dando vita a quello che lo psicoanalista Thomas H. Ogden chiama “pensiero trasformativo”. Siamo di fronte ad un pensiero che segna “il passaggio da una mentalità basata sull’evacuazione dell’esperienza emotiva disturbante, non mentalizzata, a una mentalità in cui si prova a sognare/pensare la propria esperienza e, più avanti, il passaggio dalla conoscenza della realtà della propria esperienza, al divenire la verità della propria esperienza” (Thomas H. Ogden, Vite non vissute. Esperienza in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 2016, p. 27).

Si capisce qui come quella sospensione del pensiero come atteggiamento giudicante o anche solo intellettualizzante che Chandra scorge al centro della meditazione e che, ancora una volta sotto altre forme, sta anche al cuore dell’analisi (“prego astenersi da giudizi” a vantaggio delle “libere associazioni”), non abbia nulla a che vedere con la condanna del pensiero, ma costituisca piuttosto un metodo per valorizzarlo appieno, imparando innanzitutto a prendere posizione sulle sue prese di posizione, permettendoci di comprendere come, spesso, gli schemi abituali attraverso i quali organizza la nostra esperienza non siano gli unici possibili. Per questa ragione, lo psicoanalista Christopher Bollas si spinge ad affermare che “la psicoanalisi è una forma speciale di pratica meditativa che permette agli assiomi del sé di emergere” (C. Bollas, La mente orientale. Psicoanalisi e Cina, Raffaello Cortina Editore, 2013, p. 106). Nonostante si tratti di due percorsi di consapevolezza evidentemente differenti, è possibile scorgere tra loro alcune suggestive analogie che vorrei qui indicare: entrambi invitano a liberarsi dalle idealizzazioni per imparare ad essere se stessi e a stare con quel che (si) è, cosicché ciò che Chandra dice dell’esperienza della meditazione, vale senz’altro anche per quella della psicoanalisi: “non mi chiede di essere esemplare, non mi chiede di essere eroica, non mi chiede di tendere a niente di ideale, non cancella, non acuisce, sta. Con me. [mi permette di] Imparare a stare” (p. 4).

Non solo, dunque, non si tratta di percorsi per uscire dalla condizione che ci preoccupa ma, semmai, per imparare, come direbbe Hegel, “a soggiornarci, a guardarla faccia in ogni suo farsi,” (G. W. F. Hegel, La fenomenologia dello spirito, Bompiani, Torino, 2000, p. 87.) al tempo stesso non per accettarla e rassegnarsi ad essa ma, come spiega bene Chandra, per accoglierla (p.75) e solo dopo averla accolta, poterla rielaborare, sino a cambiarle di segno e di significato.

Certo è possibile che si abbia l’impressione che simili svolte, le stesse che sottolinea Ogden, avvengano all’improvviso, come a seguito di un insight particolarmente fecondo; tuttavia esse sono piuttosto il frutto di una pratica costante che nel tempo ci ha esercitato a stare, ad ascoltare, a comprendere e poi, grazie a questi passi, a concepire e vivere diversamente, ciò che ci faceva problema; non solo a inquadrarlo da un altro punto di vista, ma anche a porci diversamente rispetto ad esso. Ma non si tratta di scoprire una verità profonda sull’esistenza, che si svela dietro le apparenze che la nascondevano, quanto, piuttosto, di sviluppare la possibilità di sperimentare, concepire e poi restare fedele, a una diversa maniera di vivere, di sentire, di concepire se stessi, il mondo e l’esistenza tutta. Una fedeltà che sarà stimolata da un senso di consonanza con ciò che nell’esercizio di queste pratiche sarà stato percepito come maggiormente autentico e significativo rispetto ai precedenti e abituali schemi di recettività e di elaborazione dei nostri pensieri e delle nostre emozioni.

L’irriducibilità di questo processo a uno schema impersonale – nel senso, questa volta, di valido per tutti, indipendentemente dalle specificità di ciascuno –, sottolinea come tanto la meditazione, quanto la psicoanalisi nelle sue diverse forme, non siano tecniche ma arti (Chandra, p. 59): le prime indicano procedure valide in se stesse che, se correttamente applicate, conducono necessariamente a risultati prevedibili e già testati, le seconde sono invece attività che coinvolgono l’intero psichismo dell’individuo e non possono verificarsi che secondo i suoi personali talenti, ossia le peculiarità di ciascuno, assumendo una piega e uno sviluppo mai del tutto prevedibili a priori e sempre, in qualche modo, unici. Mentre le tecniche richiedono di compiere atti oggettivi, le arti chiamano in causa comportamenti soggettivi nei quali gli individui non sono semplici esecutori di procedure ma interpreti, proprio come lo si può affermare di un artista del quale si dice che ha dato prova di una straordinaria interpretazione, frutto non solo del suo sapere ma, non di meno, della sua personalità e del suo percorso di vita.

Per questo entrambe, da ultimo, restano depotenziate se confinate in una o due ore a settimana nelle loro reciproche stanze di riferimento e compiono davvero la loro missione solo se il soggetto assume su di sé la responsabilità di estenderne l’esperienza alla vita di tutti i giorni. Scrive Chandra:

“Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamo “il mio carattere”, se comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l’amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull’io”. (p. 60)

Che cosa c’è di male a sviluppare una vita un po’ più quieta e a incentrarla sull’io, vi chiederete? Niente in sé, ma non è per questo che nascono sia la meditazione che la psicoanalisi; entrambe, nel solco della filosofia antica, mirano piuttosto alla piena fioritura delle nostre potenzialità, che non significa diventare straordinari ma divenire, appieno, se stessi, compiendo quello che Jung chiamava il processo di individuazione. E non è forse delle possibilità di quel tanto vituperato io che comunque si parla in questo processo, non è lui che deve diventare se stesso? potreste chiedervi. No, spiega Jung, il soggetto di questo processo deve essere il Sé, centro della personalità non solo conscio e pienamente consapevole di non essere il padrone di casa, per citare Freud. In gioco, come intende sottolineare il titolo di questo articolo che mi accingo a concludere, non c’è l’io ma la vita. Meditare sulla vita permette di meditare anche sull’io, meditare sull’io rischia di non dischiudere mai le questioni della vita. Ma soprattutto chiunque meditasse a fondo sulla propria condizione esistenziale finirebbe per comprendere, per dirlo con le fulminanti parole del filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag, che “la mia vita non sono io” (M. Benasayag, Oltre le passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2016, p. 120), che, semmai, ne faccio parte.


Da "www.doppiozero.com" Meditare la vita di Moreno Montanari

È uscito in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati (20 giugno) il Rapporto dell’UNHCR e anche quest’anno ci ricorda una serie di dati che non troviamo facilmente sui grandi media. Anzitutto la crescita delle persone che sono state costrette a lasciare la propria casa: 70,8 milioni a fine 2018, 2,3 milioni in più dello scorso anno. Uno su due sono minorenni. Due su tre vengono da cinque Paesi soltanto: nell’ordine Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia. Non esistono conflitti soltanto locali, privi di ripercussioni per le regioni circostanti.

Per quanto riguarda i luoghi di accoglienza, le sorprese non mancano rispetto a quanto comunemente si crede. La maggior parte dei rifugiati sono sfollati interni (nel gergo internazionale, IDP: Internal displaced people), ossia hanno cercato scampo in un’altra regione del proprio Paese. Si tratta di 41,3 milioni, il 58,3% del totale.

Quanto ai rifugiati internazionali (25,9 milioni più 3,5 milioni di richiedenti asilo), quattro su cinque si fermano nei Paesi che confinano con quello di origine, con i Paesi in via di sviluppo in prima fila. Ospitano infatti l’84% dei rifugiati internazionali. Troviamo al primo posto la Turchia (3,7 milioni, perlopiù siriani), seguita dal Pakistan (1,4 milioni, in gran parte afghani), dall’Uganda (1,2 milioni, provenienti soprattutto da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo) e dal Sudan (1,1 milioni, dovuti soprattutto agli arrivi dal Sud Sudan). Tra i Paesi ai primi posti della classifica, l’unico a sviluppo economico avanzato, oltre che appartenente all’UE, è la Germania.

I Paesi più deboli, collocati nelle ultime posizioni nella graduatoria basata sull’Indice di sviluppo umano dell’ONU, accolgono 6,7 milioni di persone, ossia un rifugiato su tre. Sono Paesi molto poveri come Uganda, Bangladesh, Etiopia, Ciad, Yemen. Rappresentano il 13% della popolazione mondiale e appena l’1,25% dell’economia globale.

Molto istruttivo anche il dato che confronta il numero dei rifugiati con quello dei residenti. Qui spicca il primo posto del piccolo e travagliato Libano, con 156 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi. Segue la Giordania con 72, poi la Turchia con 45. Gli unici Paesi dell’UE tra i primi dieci in questo caso sono la Svezia, con 25, e Malta, con 20. E l’Italia? A dispetto di tante polemiche, siamo lontani da questi numeri. Secondo l’ONU, a fine 2018 accoglievamo 295.599 richiedenti asilo e rifugiati, pari a circa 5 persone su 1.000 residenti. La distanza tra le narrazioni e la realtà è strabiliante.

Da "www.aggiornamentisociali.it" I numeri sui rifugiati: dalle narrazioni alla realtà di Maurizio Ambrosini

La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo)
Quasi l'undici per cento della popolazione mondiale vive in povertà. Ed è la Cina il paese che negli ultimi anni ha migliorato più di tutti le proprie condizioni economiche. E, sorpresa, è ancora una volta la Cina a guidare lo sviluppo africano

Il nostro ottimismo verso il futuro parte – anche – dalla considerazione che, nonostante tutto – e per tutto s’intende le guerre, le tensioni, gli squilibri, eccetera, che pervadono l’attualità mondiale – viviamo, in generale, nella società migliore e più equa di tutti i tempi. E nulla esclude che domani sia meglio di oggi. Per esempio, a livello macro, è indubitabile che l’aspettativa di vita media continui a crescere grazie a migliori condizioni di salute, e a una consapevolezza maggiore sull’importanza di uno stile di vita sano. L’altro tema macro sostanziale è quello della «povertà estrema». E anche in questo senso, la percentuale di quanti vivono nelle condizioni più disagiate – in una soglia di sussistenza che la Banca Mondiale fissa in 1,90 dollari al giorno – è drasticamente diminuita negli ultimi trent’anni. Va però sottolineato che resta un dato altamente drammatico visto che il 10,7% della popolazione mondiale è ancora estremamente povero.

È possibile scendere ulteriormente? E un giorno è pensabile di ridurre quella percentuale a zero? Ragioniamoci. Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nel 1981 l’88% dei cinesi era estremamente povero e nel 2013 la cifra era scesa, incredibilmente, al 2%! La stessa riduzione è avvenuta in maniera minore, ma ugualmente pazzesca, nell’India. Nello stesso periodo di tempo la popolazione povera è infatti diminuita dal 54% al 21% (dati Singularity)!
Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata. Perché se da un lato è migliorata come minor tasso di povertà – 54% nel 1990, 41% nel 2013 – dall’altro lato è massicciamente cresciuta la popolazione continentale con la conseguenza che il numero assoluto di poveri è aumentato a 113 milioni.

Il grande calo della povertà mondiale dagli anni Ottanta a oggi è coinciso con l’enorme sviluppo della Cina. Nell’Africa sub-sahariana, al contrario, la situazione è peggiorata

Quello cinese è un boom economico tanto esplosivo quanto irripetibile, innescato attraverso la sterminata manodopera a basso costo utilizzata dal mondo occidentale e successivamente alimentata da finanza, tecnologia e geopolitica, consentendo, appunto, di togliere dalle condizioni di povertà addirittura l’86% della sua popolazione in soli 32 anni: un dato di pura utopia fantascientifica. Con alcune peculiarità – altrettanto uniche – che hanno consentito ciò. Ebbene, innanzitutto va detto che se la Cina fosse stata una democrazia – con le sue fisiologiche lentezze decisionali e il confronto elettorale (ma anche con i suoi plus in termini di diritti umani e cura dell’ambiente) – probabilmente non sarebbe cresciuta tanto velocemente, senza dimenticarci dell’aspetto logistico-territoriale; infatti il governo possedeva anche tutte le terre del Paese con un ovvio beneficio di velocità e semplificazione nell’attuare nuovi progetti infrastrutturali, anche colossali. Quindi e paradossalmente viva la dittatura!

Inoltre non dimentichiamoci che in Cina dall’ormai lontano 1979 c’è il controllo della popolazione con la politica del figlio unico. Il risultato è stato altrettanto rivoluzionario: la popolazione cinese è cresciuta del 38% tra il 1980 e il 2013, mentre nello stesso periodo la popolazione indiana è cresciuta dell’84% e addirittura del 147% quella dell’Africa sub-sahariana. Se da un lato quella cinese può risultare una politica odiosa da «Grande Fratello», dall’altro lato ha portato senza ombra di dubbio più ricchezza pro capite.

Infine, al riguardo delle unicità cinesi, come dice il «Financial Times», la migrazione urbana della Cina in questo lasso di tempo è stato il più grande esodo umano della storia. Fenomeno che non poteva verificarsi con una popolazione troppo giovane o troppo vecchia. Però proprio le generazioni che hanno contribuito al boom cinese stanno invecchiando e il forzato tasso di (bassa) natalità del Paese non potrà sostituirli. Ecco che allora anche in Cina come nell’Occidente arriverà presto la questione della popolazione anziana maggioritaria con le relative questioni di costi per la sua assistenza. E per giunta è ancora enorme la disparità di reddito tra aree urbane e rurali. Detto ciò, basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema.

Basterebbe che la prossima ondata di industrializzazione avvenisse in Africa per generare un ulteriore abbassamento della percentuale – oggi il 10,7% – di restante povertà estrema

In tal senso è Singularity che nel confronto reputa quasi impossibile che ciò possa realmente accadere. Gli africani hanno già iniziato a lasciare le zone rurali per le città, con un tasso di crescita urbana annuale di quasi il 4% rispetto alla media globale che si attesta all’1,84%, senza però che tali città siano attrezzate per la gestione di un simile afflusso in termini di servizi fondamentali: assistenza sanitaria, trasporto pubblico e infrastrutture.

La Cina ha potuto gestire questa migrazione attraverso la guida unica del Partito Comunista mentre l’Africa sub-sahariana si trova in una situazione antitetica, avendo 46 Paesi diversi con relativi governi, molti dei quali corrotti o falliti. A peggiorare la questione vi è il tasso di fertilità – 4,92% nel 2015, più del doppio della media globale – che le Nazioni Unite prevedono innalzerà la popolazione a 2,5 miliardi di africani nel 2050, un numero potenzialmente esplosivo per la tenuta dell’economia continentale.

Allora, vi chiederete, qual è il colpo di scena che può farci guardare con (cauto) ottimismo il futuro con meno poveri grazie a un’Africa più ricca? Il colpo di scena è ancora lei: la Cina! Che sta investendo pesantemente in progetti infrastrutturali in tutta l’Africa, con annessi programmi di formazione politica per i leader africani, insegnando loro le tecniche utilizzate per stimolare lo sviluppo e con decine di migliaia di borse di studio per studenti africani.

Conoscendo i governanti cinesi, di filantropico c’è poco. Però se è proprio il business che muove tutto, chi meglio dei cinesi può ripetere in Africa quello che a casa loro hanno già fatto, stupendo il mondo ancora una volta?!?

Da "www.linkiesta.it" La lotta contro la povertà in Africa? La sta facendo la Cina (e ha ottime probabilità di successo) di Alberto Forchielli, Michele Mengoli

Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.

Studenti in un liceo di Palermo, marzo 2017. (Rocco Rorandelli, TerraProject/Contrasto)
SCUOLE
Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due
Christian Raimo, giornalista e scrittore
10 luglio 2019 15.56
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Il 10 luglio alla camera dei deputati sono stati presentati i risultati del rapporto Invalsi 2019. Al netto delle discussioni sul valore e sull’opportunità di queste prove (il punto è sempre chi ha la possibilità di utilizzare questi dati, ovviamente molto sensibili), il quadro che disegnano è il più ampio di cui disponiamo per conoscere in che condizioni si trova la scuola italiana, e quindi il paese rispetto alle conoscenze di base.

La relazione mostra una sostanziale omogeneità rispetto ai dati del 2018. Il miglioramento delle prestazioni alle prove è minimo. Nei vari gradi del ciclo scolastico, le ragazze e i ragazzi che ottengono risultati “adeguati” o “più elevati” in relazione agli standard indicati a livello nazionale sono il 65,4 per cento in italiano, il 58,3 per cento in matematica, il 51,8 per cento in inglese-reading (B2) e il 35 per cento in inglese-listening.

Questo vuol dire che un numero elevato di studenti non ha di fatto i suoi diritti minimi per diventare un cittadino adulto e consapevole. Ogni ragionamento sui ritardi della scuola italiana, sugli “anelli deboli”, sulle difficoltà di aggiornamento, sembra marginale rispetto alla constatazione che uno studente su tre in terza media ha problemi di comprensione del testo, in Calabria uno su due. L’articolo 3 della costituzione italiana – quello che prevede che sia compito della repubblica provvedere al pieno sviluppo della persona umana – è evidentemente fantascienza.

Nord e sud
Ma il dato più impressionante è quello che riguarda le differenze tra nord e sud Italia. In quattro regioni italiane – Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna – gli allievi con risultati molto bassi arrivano al 20 per cento, se non al 25 per cento, anche in italiano. Sono ragazzi che non saprebbero scrivere un’email per comprare un prodotto online, o compilare un semplice modulo alla posta.

Roberto Ricci, direttore generale dell’Invalsi, l’anno scorso sintetizzava questa situazione con una dichiarazione da brividi: “Un anno di scuola in Veneto vale come due anni di scuola in Calabria”. Quest’anno ha potuto essere più specifico ma non meno tragico: “Possiamo dire che in larga parte del sud ci sono ragazzi che affrontano l’esame di terza media avendo competenze da quinta elementare”.

Di fronte a questa macroscopica disuguaglianza, il progetto di legge sull’autonomia differenziata – il sito Roars ha svelato i documenti che si stanno discutendo – si rivela una mostruosità, un disegno di distruzione di una infrastruttura educativa e democratica già fragilissima.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola

Il ministro Marco Bussetti, intervenendo come l’anno scorso solo all’inizio della presentazione, ha glissato sulla gravità della situazione, ha elogiato senza ombre l’operato del suo ministero, e ha lasciato la sala. Solo nell’intervento di Carmela Palumbo, a capo del dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, sono state nominate alcune delle questioni emergenziali.

Ha ammesso che i finanziamenti del Programma operativo nazionale (Pon) non hanno funzionato come si pensava per contrastare le disuguaglianze. Ha evidenziato quella che sembra essere una generale crisi della didattica per la materia inglese: risultati così clamorosamente bassi – sia nella lettura sia nell’ascolto – non possono che indicare anche la mancanza di un’adeguata classe docente. Non è un mistero, per chi sta a scuola, che spesso a insegnare inglese sono maestri e professori che non padroneggiano bene la didattica della materia, ma nemmeno la lingua in modo corretto.


Infine, per le quattro regioni critiche del sud – la cui popolazione è di circa 15 milioni di persone – ha ventilato l’ipotesi che si possano creare delle “conferenze dei servizi” per discutere con le istituzioni territoriali una strategia comune per aggredire una situazione drammatica. Proposta che ovviamente accostata a quella sull’autonomia differenziata per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, fa ancora più specie.

Bisogna immaginare un’Italia in grado di far diventare eccellente la scuola, un paese dove trattarla come una questione sociale. Perché è facile ipotizzare che in un futuro non remoto la migrazione interna verso il nord o verso le aree urbane cominci a coinvolgere non solo chi frequenta l’università, ma anche le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori. Perché – se si hanno possibilità economiche – far studiare i propri figli in una scuola del sud, se vale molto meno di una del nord?

Da "www.internazionale.it" Il rapporto Invalsi è una fotografia disarmante dell’Italia divisa in due di Christian Raimo

’accaparramento delle terre da parte di aziende e Stati ha sottratto ai paesi emergenti 88 milioni di ettari di terra. Una ferita aperta che spreme le risorse ambientali e alimenta la crisi dei migranti in Europa. La situazione già grave, adesso, rischia di precipitare con il climate change

Porti chiusi, sbarchi bloccati e, perché no, la pacchia è finita. L’iter si ripete, come del resto si ripetono le immagini strazianti di quelle persone costrette a rischiare la propria vita solo per averne una decente. Così simili in ogni passaggio ed emozione suscitata, che spesso si dimentica perché sono lì. E se guerre e torture non bastano per giustificare l’azzardo, grazie al land grabbing l’Europa - prima di quanto possa immaginare - sarà teatro della più grande crisi di migranti della storia.

Il land grabbing non è nient’altro che l’accaparramento delle terre, venduta ad aziende o governi di altri paesi, senza previo avvertimento alle comunità locali che vi abitano, per coltivare, produrre, raffinare e ottenere guadagni.
Una pratica vecchia come il mondo, che con fare da montagne russe ha toccato la cima di sensibilità grazie ai Nativi americani, per poi crollare nella noncuranza generale ai giorni nostri.


Nato dopo la crisi finanziaria come cuscinetto per attutire le perdite e creare capitale garantito, questo fenomeno dal 2008 a oggi è cresciuto del 1000%, colpendo le aree meno sviluppate del pianeta e spingendo alla fame e all’esodo coatto migliaia di contadini. Africa, Asia e America Latina le più colpite dal saccheggio fondiario, mentre Europa e Stati Uniti i principali carnefici ancora in attivo. Sì, proprio quell’Europa solidale e spesso in pensiero per le sorti del continente africano e i rapporti commerciali con le potenze internazionali, non si è fatta troppi scrupoli nello sfruttare – sia chiaro, in termini di legalità non viene infranta nessuna legge – le limitate risorse altrui.


Negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati

Per farsi un’idea: negli ultimi 18 anni, secondo il report “I padroni della Terra. Il land grabbing”, realizzato da Focsiv e Coldiretti, 88 milioni di ettari di terra fertile, equivalenti a circa 8 volte la grandezza dell’intero Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador, in ogni parte del mondo sono stati accaparrati
Sono invece 2.331 i contratti attivati nello stesso arco di tempo, concentrati soprattutto nei settori agricoli, delle energie rinnovabili e nella produzione di biocombustibili.

Tra i mattatori della scena invece troviamo in testa, per l’estensione degli ettari “conquistati”, l’America di Trump (10 milioni), seguita dalla Malesia (4,1) e la Cina (3,2). Mentre a subire quella che da molti è già stata considerata come una versione edulcorata di colonialismo, sono la Repubblica democratica del Congo (6,4 milioni di ettari ceduti), la Papa Nuova Guinea (3,8) e il Brasile (che in difesa cede 3,0 milioni di ettari e in attacco ne conquista 2,2).

Il risultato di tutto questo? Non si commette errore candidando il land grabbing come principale motivazione delle future migrazioni planetarie, in quanto (se le implicazioni etiche e sociali non hanno avuto effetto finora) il metodo intensivo utilizzato per le colture ospiti provoca conseguenze disastrose per il suolo, fino all’impoverimento totale.

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime

Le terre accaparrate, inoltre, sono tutt’altro che abbandonate: intere popolazioni native (in alcuni casi da secoli) sono costrette a fare i bagagli, senza una meta precisa e con le ferite di uno sfratto spesso al limite dei diritti fondamentali dell’uomo. Ciliegina sulla torta, le modalità di acquisto dei terreni sono sì legali, ma non certo trasparenti e tantomeno legittime.

Lembi e fazzoletti di terreno che, pertanto, finiscono a mo’ di pochette nel taschino delle grandi potenze mondiali, non solo private. La Banca Mondiale, per esempio, ha attivato durante gli anni svariati investimenti sulla terra, senza mai stabilire un tetto massimo o uno standard da seguire. Storia analoga per l’Ue: l’ambizioso piano EIP (External Investment Plan – Piano di Investimenti Esterni) per incoraggiare gli investimenti in Africa si potrebbe rivelare in realtà in grado di far maturare nuovi debiti nei Paesi in via di sviluppo, aggravarne il deficit e per giunta favorire la permanenza delle multinazionali (senza però garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali dei Paesi interessati).

L’acquisizione delle terre può essere quindi il detonatore di una depressione senza eguali. Di pari passo e con più di un punto in comune, in Camerun si sta consumando la più grave crisi di sfollati al mondo, si stima che siano più di 450.000, mentre al livello globale Oms e Unicef hanno stimato che una persona su tre non ha accesso all'acqua potabile sicura, primi su tutti la popolazione – senza troppe sorprese – africana. C’è poi la questione demografica. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, la popolazione africana supererò i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE).


Da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire

Insomma, se non bastano guerre e torture a smuovere gli animi politici, sicuramente ad allarmarli ci penserà il climate change. Oltre a creare rifugiati, il land grabbing fa sì che intere foreste vengano tagliate per lasciare spazio alle coltivazioni aggressive, prosciugando le già scrane riserve acquifere e mutando drasticamente la morfologia ambientale dei territori.

E se non è dato sapere chi gioca realmente questa partita, i fondi sovrani o le società private si nascondono dietro imprese schermo o investitori locali corrotti, le mosse in corso sono quasi sempre scontate. La Cina ha messo le mani su tre milioni di ettari dell’Ucraina e buona parte degli appalti per l'edilizia urbana e infrastrutturale nell'Africa, in cambio rispettivamente di grano e di materie prime per le apparecchiature tecnologiche; mentre gli emiri hanno fatto mambassa in Tanzania (senza preoccuparsi troppi delle tribù Masai che vi abitavano) e l’Italia nella familiare Etiopia.

Parafrasando “Se di molta terra abbia bisogno un uomo” di Lev Tolstoj, si potrebbe parlare di un'ossessione nell'acquistare sempre più terre sempre più grandi e fertili, fino a esaurimento scorta. Il nostro Paese ha comprato o affittato un milione e 100 mila ettari con 30 contratti in 13 Paesi, fra cui l’Etiopia: le aziende italiane beneficiano di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro. Nel triennio 2013-2015 da parte dell’Italia sono stati destinati all’Etiopia quasi cento milioni di euro di “aiuti allo sviluppo”, che hanno portato alla depauperazione della bassa valle dell’Omo, con conseguente espulsione di circa duecentomila indigeni, e un investimento miliardario da parte dell’Enel, dai risultati ancora da scoprire.

Speculazione finanziarie e opportunità di mercato spingono, perciò, a una “febbre della terra”, con acquirenti che continuano assicurarsi un fabbisogno duraturo di biocombustibili, senza preoccuparsi troppo degli effetti innescati. Non esiste tutela sociale o ambientale, e il terreno per quanto possibile può essere inquinato, inaridito o genericamente esaurito di qualsiasi risorsa. La sopravvivenza della popolazione dell’Africa, come di una buona parte dell’Asia, è messa a dura prova, con o senza i ben noti slogan a minimizzare il tutto. Non ci stupiamo poi se quella che per noi è solo casa, per altri è la terra promessa.

Da "www.linkiesta.it" Land grabbing: così l’Occidente sta distruggendo l’Africa e creando nuovi migranti di Pietro Mecarozzi

La Costituzione e il CSM

Venerdì, 05 Luglio 2019 00:00

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta straordinaria dell’Assemblea plenaria del CSM, con all’ordine del giorno: «Insediamento dei nuovi Componenti del CSM, collocamento fuori ruolo dei Componenti eletti dai magistrati, indizione delle elezioni suppletive per due Componenti con funzioni requirenti di merito e nomina dell’Ufficio elettorale centrale presso la Corte di Cassazione».

Rivolgo a tutti un saluto cordiale, particolarmente ai due nuovi consiglieri, cui auguro buon lavoro all’interno del Consiglio nell’interesse della Repubblica.

Il saluto e gli auguri sono accompagnati da grande preoccupazione. Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile.

Quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero Ordine Giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica.

Il coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM, di indebita partecipazione di esponenti di un diverso potere dello Stato, si manifesta in totale contrapposizione con i doveri basilari dell’Ordine Giudiziario e con quel che i cittadini si attendono dalla Magistratura.

Tengo a ringraziare il Vice Presidente, il Comitato di Presidenza e i Consiglieri presenti per la risposta pronta e chiara che hanno fornito, con determinazione, non appena si è presa conoscenza della gravità degli eventi.

La reazione del Consiglio ha rappresentato il primo passo per il recupero della autorevolezza e della credibilità cui ho fatto cenno e che occorre sapere restituire alla Magistratura italiana.

Di essa i cittadini ricordano i grandi meriti e i pesanti sacrifici anche attraverso l’esempio di tanti suoi appartenenti e hanno il diritto di pretendere che quei meriti e quei sacrifici non vengano offuscati.

A questo riguardo non va dimenticato che è stata un’azione della Magistratura a portare allo scoperto le vicende che hanno così pesantemente e gravemente sconcertato la pubblica opinione e scosso l’Ordine Giudiziario

Oggi si volta pagina nella vita del CSM. La prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione.

Tutta l’attività del Consiglio, ogni sua decisione sarà guardata con grande attenzione critica e forse con qualche pregiudiziale diffidenza. Non può sorprendere che sia così e occorre essere ancor più consapevoli, quindi, dell’esigenza di assoluta trasparenza, e di rispetto rigoroso delle regole stabilite, nelle procedure e nelle deliberazioni.

Occorre far comprendere che la Magistratura italiana – e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione – hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità.

La Costituzione prevede che l’assunzione di qualunque carica pubblica – ivi comprese, ovviamente, quelle elettive – sia esercitata con disciplina e onore, con autentico disinteresse personale o di gruppo; e nel rispetto della deontologia professionale.

Indipendenza e totale autonomia dell’Ordine Giudiziario sono principi basilari della nostra Costituzione e rappresentano elementi irrinunziabili per la Repubblica. La loro affermazione è contenuta nelle norme della Costituzione ma il suo presidio risiede nella coscienza dei nostri concittadini e questo va riconquistato.

Potrà avvenire – e confido che avverrà – anzitutto sul piano, basilare e decisivo, dei comportamenti. Accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione.

Ad altre istituzioni compete discutere ed elaborare eventuali riforme che attengono a composizione e formazione del CSM. Viene annunciata una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario in cui il Parlamento e il Governo saranno impegnati.

Il Presidente della Repubblica potrà seguire – e seguirà con attenzione – questi percorsi ma la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte.

Il CSM, peraltro, può – ed è, più che opportuno, necessario – provvedere ad adeguamenti delle proprie norme interne, di organizzazione e di funzionamento, per assicurare, con maggiore e piena efficacia, ritmi ordinati nel rispetto delle scadenze, regole puntuali e trasparenza delle proprie deliberazioni.

La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano e in base alla Costituzione e alla legge: queste indicazioni riguardano anche il Consiglio Superiore della Magistratura.

Questo è l’impegno che al Consiglio chiede la Comunità nazionale ed è il dovere inderogabile che tutti dobbiamo avvertire.

Da "www.settimananews.it" La Costituzione e il CSM di Sergio Mattarella

Domani Dombrovskis e Moscovici aggiorneranno la Commissione Ue sul 'caso Italia', ma la decisione verrà presa il 2 luglio a Strasburgo. Pressing su Roma in vista del Cdm.


Il ‘caso Italia’ plana sul tavolo della Commissione europea domani, nella riunione settimanale di collegio. Sarà compito dei commissari Valdis Dombrovskis, vicepresidente con delega sull’Euro, e Pierre Moscovici, commissario agli Affari Economici, aggiornare il presidente Jean Claude Juncker e i colleghi sullo stato delle trattative con Roma. Ma domani, confermano fonti della Commissione, non ci sarà una decisione sulla procedura per debito eccessivo, suggerita da Palazzo Berlaymont con l’approvazione del ‘pacchetto di primavera’ del semestre europeo il 5 giugno scorso, approvata dagli sherpa degli Stati membri riuniti nel comitato economico e finanziario, nonché dai ministri dell’economia della zona euro che all’Eurogruppo del 13 giugno scorso a Lussemburgo hanno dato il loro avallo politico. Domani ci sarà però “una discussione”, precisa una portavoce della Commissione. Palazzo Berlaymont tiene il fiato sul collo dell’Italia.

E’ stato chiaro già a Lussemburgo, quando il 14 giugno, a margine del Consiglio europeo dei ministri economici dell’Ue, fonti della Commissione facevano sapere che l’Italia aveva una settimana di tempo per dare una risposta. Vale a dire: entro il 21 giugno, venerdì scorso, quando Giuseppe Conte era al Consiglio europeo ma senza una risposta definitiva per Bruxelles. Non era un vero e proprio ultimatum ma un modo per mettere pressione al Belpaese che risponderà solo mercoledì prossimo, quando si riunirà il consiglio dei ministri per completare l’assestamento di bilancio. Ci saranno i dati sul primo semestre 2019 che, secondo il ministro del Tesoro Giovanni Tria, consegneranno una situazione migliore delle previsioni della Commissione (che prevede un deficit al 2,5 alla fine dell’anno) e potranno scongiurare la procedura, è il ragionamento che si fa a Roma.

A Bruxelles aspettano di vedere tutto nero su bianco. E anche per questo quindi nella riunione di domani non prenderanno alcuna decisione. Si aspetta mercoledì. La valutazione della Commissione europea avverrà solo nella riunione dei commissari del 2 luglio: si vedranno a Strasburgo, come succede ogni volta che c’è plenaria nella cittadina francese. Esattamente come accadde il 23 ottobre scorso: la Commissione bocciò la proposta di manovra italiana a Strasburgo, davanti alle telecamere di tutta Europa arrivate per la plenaria.

L’attenzione è massima sul dossier italiano. La procedura per debito eccessivo non è mai stata formalmente aperta nella storia europea. Il 2 luglio si capirà se va avanti, pronta per essere approvata dal Comitato economico e finanziario e poi formalmente dall’Ecofin del 9 luglio. I paesi nordici spingono per l’apertura. E anche la stessa Commissione uscente stavolta sarebbe orientata a non fare sconti, determinata a non passare alla storia come la squadra che ha riconosciuto all’Italia le flessibilità che ha chiesto dal 2014 in poi. Un’analisi che anche lo stesso Conte ha avuto modo di verificare, nei suoi contatti al consiglio europeo che lo hanno lasciato alquanto “preoccupato”.

E’ prevedibile che dopo la risposta in Consiglio dei ministri mercoledì, si entri nel pieno delle trattative al G20 di Osaka in Giappone, dove ci saranno Conte, Merkel, Macron, Moscovici e Juncker. Nel pieno dello scontro sulla manovra economica alla fine dell’anno scorso, fu proprio una colazione di lavoro tra Conte, Juncker e Moscovici a margine del G20 in Argentina a sbloccare la situazione, predisponendo le parti per un negoziato finito con l’accordo di dicembre.


Da "www.huffingtonpost.it" Nessuna decisione sull'Italia, ma fiato sul collo di Angela Mauro