OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

Venerdì, 02 Agosto 2019 00:00

OGNI PROMESSA È DEBITO PUBBLICO

Il leader della Lega attacca il ministro dell'Economia: "Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro". Ma quella del ministro dell'Interno è l'ennesima ricetta da apprendista stregone che non risolverà i veri problemi dell'Italia

Il nemico del giorno di Matteo Salvini si chiama Giovanni Tria. La colpa del ministro dell’Economia è di aver promesso di tagliare un po' di tasse, rispettando le regole europee. Un’eresia per il ministro dell’Interno che da mesi assicura di risolvere i problemi dell’Italia con una flat tax, che non è una vera flat tax, da 10 miliardi di euro. Anche a costo di sforare il deficit oltre il 3%. E si sa, ogni promessa del governo gialloverde è debito pubblico. «Se pensa di fare una manovra economica da robetta non sarà il nostro ministro dell’Economia», ha detto Salvini. Il problema del leader della Lega è che il suo vero nemico non è Tria, né la commissione Europea e neppure Carola Rackete, ma qualcosa che non potrà essere denigrato o sminuito a colpi di slogan: la realtà. Oltre 2.365 miliardi di debito pubblico, il 132,2% del nostro prodotto interno lordo, e oltre 66 miliardi spesi ogni anno per pagare gli interessi sul debito. Questa è la robetta, ciò che rimane dopo decenni di politiche economiche di apprendisti stregoni convinti che la loro ricetta avrebbe cambiato le magnifiche sorti progressive del nostro Paese. È l’Italia, bellezza e per ora neanche il leader della Lega ha potuto farci niente.

«Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile», spiega l’economista Nicola Rossi, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e autore di “Flat tax. Aliquota unica e minimo vitale per un fisco semplice ed equo” (Marsilio, 2017). «Che facciamo, ogni volta che c'è una congiuntura negativa facciamo una riforma fiscale? In media durano decenni. Sarebbe un po' ridicolo metterla in questi termini». E dire che Nicola Rossi è il primo a pensare che all’Italia serva il prima possibile una riforma complessiva del sistema fiscale. Quello che abbiamo oggi ha ormai più di 50 anni e non regge più. È un tessuto slabbrato, formato da imposte, detrazioni e bonus che hanno stravolto il senso della riforma del 1971. Salvini invece impugna la flat tax come una clava convinto che uno shock fiscale alla Trump faccia ripartire l’economia italiana.

Pensare che la flat tax sia un modo per sostenere l'economia in una fase congiunturalmente difficile è una posizione infantile. (Nicola Rossi, presidente dell'Istituto Bruno Leoni)


La riforma leghista si basa su un grande equivoco: la flat tax non è una vera flat tax. Ovvero non ci sarà mai una singola aliquota fiscale a tutti i livelli di reddito. Le aliquote non passerebbero dalle cinque di oggi a una singola valevole per tutti i livelli di reddito. E anche chi come Rossi ha proposto nel suo libro una singola aliquota al 25% rimane spiazzato: «Le parole hanno perso completamente il loro significato. Ho sentito parlare persone di una flat tax a tre aliquote senza arrossire» commenta Rossi. «Quello che si intende è una riduzione del carico fiscale. Una cosa sensata purché non sia a debito. Non è una questione ideologica, semplicemente non funziona. Se invece assieme alla flat tax si riduce la spesa pubblica si lascerebbe spazio e margini di libertà al settore privato, si libererebbero risorse». Ma la “flat tax“ che ha in mente Salvini costa almeno 10 miliardi e nessuno parla più di spending review. Senza contare l’ultima idea della Lega: la “flat tax volontaria”: due o tre schemi per le famiglie e ognuno deciderà se gli conviene il nuovo regime forfettario che assorbirà deduzioni e detrazioni, o rimanere al vecchio. «Gli italiani saranno costretti a fare due conti invece di uno: volevano semplificare il sistema. Questa è la maniera perfetta per complicarlo», spiega Rossi.

«Ben venga la flat tax ma sto aspettando che indichino le coperture». Se anche il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si è accorto che la realtà è una cosa e le promesse un’altra, forse siamo sulla buona strada. Ma se la Lega piange, il Movimento Cinque Stelle non ride. Perché l’idea del salario minimo a nove euro l’ora fa a pugni con la realtà dell’economia italiana. «Dicono di voler introdurre il salario minimo per aiutare i circa 3 milioni di italiani che vivono in assoluto precariato. Ma nessuno dice che la proposta del M5S li tiene fuori perché si rivolge ai lavoratori subordinati e i co.co.co strutturati» chiarisce Severino Nappi, professore di Diritto del lavoro all’Università di Napoli. «I veri precari sono quelli che consegnano i pacchi e le pizze, quelli che lavorano il sabato e la domenica, o i part time involontari che fanno due ore al giorno perché magari lavorano grazie agli appalti delle pulizie. Tutti esclusi perché giuridicamente non sono lavoratori subordinati né co.co.co. I bibitari meno fortunati Di Maio sono tecnicamente dei lavoratori autonomi. Ma il vero problema sono le gabbie salariali. Il disegno di legge prevede un salario medio a seconda delle zone. «Quindi lo stesso lavoro a Milano può valere X e a Reggio Calabria Z. Introdurre la possibilità di trattamento differenziato a seconda delle zone per la stessa mansione significa invitare aziende più fragili a fare prezzi più bassi. Sarebbe un attentato al Sud Italia», spiega Nappi.

La realtà è sempre implacabile: l’Italia ha il costo del lavoro lordo tra i più pesanti in Europa ma gli stipendi più bassi nel Continente per le professioni medio basse. Un salario minimo a carico delle aziende sarebbe letale. Perché in Italia il 95% delle imprese ha meno di cinque dipendenti e questo spingerebbe i datori di lavoro a pagare in nero. E nel paese del fatta la legge trovato l’inganno se la norma è generica si rischia di fare più danno. «Se noi stabiliamo che nove euro lordi sono il trattamento minimo legale, i rol (riduzione orario di lavoro, ndr) i permessi, i trattamenti accessori, le indennità e i premi devono essere calcolati in quella somma oppure no? Immagino già i sindacalisti, gli imprenditori, i commercialisti e consulenti del lavoro che cominciano a lavorare di cesello sugli altri istituti contrattuali. La legge si guarda bene a entrare in cose che appartengono al mondo reale». Il rischio vero è che un'azienda strutturata e furba con la scusa del salario minimo legale potrebbe addirittura abbassare i costi.

C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte

Dopo un anno possiamo dirlo: il governo del cambiamento sembra sempre più simile a quelli precedenti. Anche Lega e M5S credono in una politica pseudokenesiana all'amatriciana per cui l'unico modo per far ripartire l'Italia è spendere tanto a debito, fregandosene delle generazioni futura. Si parla qualche volta di spending review dei costi della politica che vale qualche centinaia di milioni, briciole per la spesa pubblica italiana che vale 800 miliardi. La sanità e il sistema pensionistico, la scuola, una vera riforma fiscale sono totem da non toccare perché sennò si perdono voti. C’è un filo rosso che lega l'idea di salario minimo, quota 100, flat tax e gli 80 euro. Sono piccole manovre da 9-10 miliardi l'una che accontentano di volta in volta alcune fette di elettorato a seconda di chi è al potere. Ma la coperta è corta e ogni nuovo governo non fa altro che spostare da un'altra parte, come il gioco delle tre carte. Per le vere riforme strutturali che l'Europa chiede da anni si vedrà. L’Italia sembra come una vecchia villa le cui fondamenta sono solide ma tutto il resto si sta lentamente degradando. A turno, ogni nuovo proprietario chiede un prestito per riparare solo una stanza. Mentre i tubi, il condotto di areazione, il tetto e le altre stanze vanno sempre più in malora. Forse la verità è che bisognerebbe avere il coraggio di ristrutturare. Il problema però è che l'Italia non è una villa ma la settima potenza industriale del mondo.

Da "www.linkiesta.it" Flat tax? il vero nemico di Salvini non è Tria, ma la realtà