La politica senza i politici

Lunedì, 30 Settembre 2019 00:00

Il taglio dei parlamentari, le liste civiche e i candidati della società civile in Umbria. Nata per sbarrare la strada alla “deriva salviniana”, la maggioranza giallorossa rischia di aprire la strada alla deriva grillina.

Contrordine, compagni. Dopo essersi guadagnati la medaglia al valore democratico – rifiutandosi di alzare il culo per esaudire gli schiribizzi estivi di Matteo Salvini – i parlamentari italiani sono tornati a essere quello che sono sempre stati negli ultimi vent’anni: uno spreco di denaro pubblico da tagliare al più presto. Il lieto annuncio lo ha dato ieri Luigi Di Maio, affermando che al contrario di quel che dicono i leghisti (ovvero, che «questo governo è nato per mantenere le poltrone»), sarà proprio questo governo a tagliare «trecento quarantacinque poltrone». Non per dare una nuova forma alle istituzioni repubblicane (per esempio, superando il bicameralismo perfetto). Si taglia il numero dei parlamentari perché – nell'ottica delle legge – i parlamentari guadagnano troppi soldi e non danno nulla in cambio ai cittadini che gli pagano lo stipendio. Sono, cioè, delle pure macchine succhia denaro. Perciò, via.

Il voto – l'ultimo, quello decisivo – è stato fissato per il 7 ottobre. E la novità è che dopo aver detto per tre volte no, voterà sì anche il Partito democratico. «Siamo persone serie e manteniamo la parola», ha detto Graziano Delrio. Intendendo la parola che hanno dato al nuovo alleato di governo, firmando l’atto di nascita del Conte Due. Non quella che avevano manifestato in aula, ripetutamente. Obiettando, da ultimo il 9 maggio scorso, al momento della dichiarazione di voto finale in aula, che la riforma voluta dai 5 stelle era solo «un taglio casuale numerico», «uno spot elettorale», perché è mancata la «volontà di affrontare i nodi strutturali».


Ora, il Partito democratico voterà invece sì, per fedeltà allo spartito della nuova maggioranza giallorossa. E nessuno, nemmeno Beppe Grillo issato sul palco del V-day di Bologna, nel pieno del suo furore anti casta, avrebbe potuto prevedere che, per vincere, l’antipolitica avrebbe avuto bisogno del sostegno dei più professionisti tra i professionisti della politica. Che magia.

L’unica certezza era che il Partito democratico sarebbe stato sempre dall'altra parte della barricata. E invece il rischio è che ora i Dem siano ormai entrati nelle fauci del mostro dell’antipolitica

La genesi è Tangentopoli. Quando prende piede l'idea che i politici scelti dai partiti siano per natura – anzi, per formazione – portati alla corruzione, al malaffare, al ladrocinio, al parassitarismo. Perciò, li hanno chiamati sanguisughe, avvoltoi, vampiri, spudorati. Fino al punto che essere parlamentare è diventata una vergogna da nascondere anche in famiglia, se necessario.

L’alternativa è stata immaginare che la classe politica sia sostituita con uomini scelti dalla società civile. I quali possono sia guadagnare di meno, sia essere in numero inferiore. Poiché, sia lo stipendio dei politici, sia il loro numero, non è determinato da esigenze pratiche della democrazia, ovvero l'autonomia e la rappresentatività del rappresentante del popolo, bensì dall'interesse del ceto politico.

Dal popolo dei fax, si è passati ai girotondi, sino ad arrivare all'uno vale uno dei nostri giorni. Ogni volta, è cresciuta la volgarità e l'intensità dei proclami, sino al “vaffanculo” puro e semplice. Il Partito democratico è sempre stato dall'altra parte. A differenza di uno dei suoi predecessori, il Pds, che invece credette di poter cavalcare l'onda anti politica di Tantentopoli. Mentre solo una parte del popolo e della classe dirigente piddina ha continuato a mobilitare questi umori. Mai vi aveva ceduto completamente, però, come sta avvenendo oggi. Peraltro, in nome di un'alleanza di governo giustificata dall'eccezionalità della situazione italiana. Non da una scelta strategica.

Così, nata per sbarrare la strada alla "deriva" salviniana, la maggioranza giallorossa rischia di aprire la strada alla deriva grillina. I segni si scorgono anche a livello locale, dove si sta sperimentando il paradigma della convergenza strutturale tra Pd e 5 stelle. In Umbria, la prima regione in cui si voterà, l'accordo si è trovato sulle parole d'ordine scritte da Luigi Di Maio in una lettera a La Nazione: «Le forze politiche facciano un passo indietro». Il Partito democratico ha detto subito sì. Sottoscrivendo l'idea che si possa fare politica senza politici. Nella convinzione che si possa democratizzare il vaffa. Dare un volto umano alla bestia anti politica. Sebbene, le statistiche dicano che, una volta entrati nelle fauci del mostro, non è così facile uscirne vivi.

Da "https://www.linkiesta.it" La politica senza i politici, così il Pd rischia di finire nelle fauci del grillismo

Nuovo rapporto Onu sul clima

Venerdì, 27 Settembre 2019 00:00

I danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, dicono gli scienziati. Unico possibile rimedio: limitare decisamente l’innalzamento della temperatura mondiale.

I cambiamenti climatici stanno già causando enormi conseguenze sugli oceani e sui ghiacciai. E i danni futuri causati dall’innalzamento dei mari e dallo scioglimento del ghiaccio sono ormai quasi certi, con straripamenti dei fiumi, inondazioni e alluvioni sempre più frequenti. A dirlo è l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite sullo stato delle calotte polari, diffuso a poche ore dal vertice Onu dedicato ai cambiamenti climatici.

Il clima sempre più caldo, dicono gli scienziati, sta già uccidendo le barriere coralline, sovraccaricando le tempeste e aumentando le temperature dei mari. E il futuro sarà ancora più catastrofico, se le emissioni di gas serra rimarranno incontrollate. Con alluvioni e inondazioni sempre più violente e frequenti.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali, secondo l’Ipcc. E se le emissioni continuassero ad aumentare, i livelli globali del mare potrebbero crescere di oltre un metro entro la fine di questo secolo, circa il 12% in più rispetto al gruppo stimato nel 2013. Provocando danni enormi all’approvvigionamento idrico e alla pesca.

Le grandi inondazioni che finora hanno colpito alcune città costiere e le isole una volta ogni 100 anni potrebbero diventare entro il 2050 eventi annuali

«A causa dell’eccesso di gas serra nell’atmosfera, già oggi l’oceano è più alto, più caldo, più acido, meno produttivo e contiene meno ossigeno», ha spiegato Jane Lubchenco, ex amministratore della National Oceanic and Atmospher Administration. «La conclusione è inevitabile: gli impatti dei cambiamenti climatici sull’oceano sono ben avviati. A meno che non prendiamo provvedimenti molto seri molto presto, questi impatti peggioreranno, molto, molto peggio». Conseguenze profonde e potenzialmente devastanti si prospettano per la vita marina, gli ecosistemi artici e intere società umane, quindi, se i cambiamenti climatici continueranno senza sosta.

Già lo scorso autunno, l’Ipcc aveva avvertito in un suo rapporto la necessità di apportare rapidi e radicali cambiamenti sul fronte dell’energia e dei trasporti per mantenere il riscaldamento al di sotto di un aumento di 1,5 gradi, la soglia chiave individuata nell'accordo sul clima di Parigi.

«L'emergenza climatica è una gara che stiamo perdendo, ma è una gara che possiamo vincere se cambiamo le nostre strade adesso», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres nel corso del summit sul clima. «Quello che una volta era chiamato “cambiamento climatico” ora è veramente una “crisi climatica”. Stiamo assistendo a temperature senza precedenti, tempeste inarrestabili e prove scientifiche innegabili».


Da "https://www.linkiesta.it" Il nuovo rapporto Onu sul clima: inondazioni e alluvioni saranno inevitabili

Sui migranti la risolviamo all'europea

Venerdì, 20 Settembre 2019 00:00


La presidente della Commissione promette una soluzione diversa dal modello Usa e dall'Australia. Il tedesco Steinmeier vede Mattarella: "L'Italia non va lasciata sola".


“L’Europa deve essere un modello sull’immigrazione, con un sistema efficace, umano, sostenibile. Lo stile di vita europeo non è quello americano, né quello australiano”. Con queste parole, Ursula von der Leyen tenta di rassicurare i gruppi dell’Europarlamento, agitati per il portafoglio con competenze sui migranti nella nuova Commissione europea, quello affidato al greco Margaritis Schinas con la contestata titolazione ‘Proteggere il nostro stile di vita europeo’. A Strasburgo, la presidente della nuova Commissione Ue lascia la conferenza dei presidenti dei gruppi ancora abbastanza sorpresa da tutta la discussione e anche un po’ scocciata. E’ disponibile solo ad aggiungere qualcosa per specificare meglio il titolo di questo e altri portafogli contestati. Non lo fa oggi, suscitando sconcerto soprattutto tra i Verdi e i liberali. Però, all’indomani della visita di Emmanuel Macron a Roma e nel giorno della visita del presidente della Repubblica federale tedesca Frank-Walter Steinmeier da Sergio Mattarella e Giuseppe Conte, von der Leyen dà una mano all’Italia sulla questione dei migranti.

Il tutto accade nelle stesse ore in cui a Roma Steinmeier ribadisce a Mattarella che “l’Italia non va lasciata sola. Dobbiamo trovare una soluzione europea che alleggerisca il peso che sinora ha gravato sull’Italia”. Il capo dello Stato ringrazia il tedesco “per la disponibilità ad accogliere i migranti. Crediamo sia necessario che i Paesi che avvertono la responsabilità attivino meccanismi comuni di redistribuzione e la Ue dovrebbe assumere l’onere dei rimpatri, nel rispetto dei diritti umani per quelli che non hanno diritto a restare nella Ue”.

Sostanzialmente, escludendo dal suo orizzonte i modelli “americano e australiano” che sono esempio di sistema chiuso e rigido sui migranti, von der Leyen fa capire che la direzione in Europa è opposta, più vicina alla distribuzione di responsabilità dei paesi membri. Il che naturalmente aiuta paesi periferici come l’Italia, sottoposti alla continua pressione degli arrivi nel continente. Fin dal giorno della sua nomina a capo della Commissione, la nuova presidente è stata chiara sulla necessità di rivedere il regolamento di Dublino, invocata da Roma. E comunque ha bene in chiaro il fatto che ormai molti Stati europei non ne possono più di continuare a discutere di immigrazione senza trovare un sistema comune. E’ ora di uscire dall’impasse. L’impostazione c’è, come ha lasciato capire ieri sera Macron nell’incontro con il premier italiano Giuseppe Conte. L’azione ancora no.

Sull’uso delle parole usate per denominare il portafoglio sull’immigrazione, per dire, von der Leyen ancora non molla. La Verde Ska Keller, una dei più insistenti tra i capigruppo a chiedere spiegazioni alla nuova presidenza, si sarebbe aspettata già oggi una decisione che accogliesse le richieste del Parlamento. E invece no. Von der Leyen se ne va lasciandosi dietro la sola promessa di “aggiungere” qualcosa per specificare meglio portafogli di cui continua a essere fiera. Trapela che potrebbe aggiungere “dignità delle persone”, al titolo contestato.

Anche il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha avuto una “recente discussione con Ursula von der Leyen su questo argomento”, come racconta lui stesso in un’intervista a Le Monde. “Credo - dice Sassoli - che pensi davvero ai valori di cui all’articolo 2 del trattato dell’Unione: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle minoranze, eccetera Il legame che ha stabilito tra migrazione e ‘protezione’ non era chiaro, tuttavia. A mio parere, dovrebbe riflettere su come integrare meglio questi valori nella definizione del portafoglio del futuro Commissario. Anche i temi della ricerca, della cultura, della gioventù dovrebbero essere evidenziati. E il portafoglio del commissario per il Lavoro deve essere meglio definito attorno ai temi dell’Europa sociale”.

Ad ogni modo, non è solo una questione di parole. Nella conferenza dei presidenti, le hanno contestato anche l’organizzazione “piramidale” della stessa Commissione, composta da una presidente e tre vice (Dombrovskis, Vestager e Timmermans) che dovranno sovrintendere al lavoro dei commissari, a seconda delle competenze. E poi le hanno contestato anche la titolazione di altri dicasteri, soprattutto quello chiamato ‘Gioventù e innovazione’, che dovrebbe interessare la ricerca, la cultura: peccato che non capisca bene se è così, come rileva un appello firmati da diversi accademici europei. “E dove sta la pesca?”, le avrebbe chiesto Keller. Von der Leyen insiste che è meglio usare la parola ‘oceani’ per identificarla. Inoltre il portafoglio ‘Job’, lavoro, sul quale ha delle perplessità anche il presidente uscente della Commissione Jean Claude Juncker.

I portafogli stabiliscono anche i dossier che poi arrivano in Parlamento. Se non si capisce di cosa si occupano, diventa più complicato individuare le commissioni parlamentari di competenza. Questione noiosa e tecnica? Fino a un certo punto. Von der Leyen intanto giustifica la scelta di dare alla Commissione una struttura piramidale con la necessità di stabilire un ordine sul lavoro da fare. Ma, per fare un esempio, è difficile non vedere un senso politico nella decisione di far sovrintendere dal ‘falco’ Dombrovskis il lavoro del Commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

La discussione oggi in conferenza dei presidenti lascia uno strascico di malumore tra i gruppi che, a partire dalla prima settimana di ottobre, dovranno votare sui candidati commissari in audizione nelle varie commissioni parlamentari e poi alla plenaria di ottobre dovranno esprimere un voto su tutta la squadra von der Leyen: senza maggioranza non passa.

Non siamo a questo livello di rischio. Ma l’aria non è tranquilla intorno alla nuova presidente. Il presidente del Ppe Manfred Weber ha cercato di darle una mano: “Stile di vita europeo sull’immigrazione vuol dire anche soccorrere vite in mare”, parole che la dicono lunga sulla volontà – anche da parte dei Popolari – di trovare un accordo sui migranti in modo da sfilare questo tema alla propaganda sovranista.

Uno dei più riottosi contro von der Leyen in conferenza dei presidenti è stato il capogruppo liberale Dacian Ciolo?, che ha anche sollevato il problema di alcuni candidati commissari oggetto di inchieste della magistratura nei propri paesi d’origine. Per la verità, questo è anche il caso della francese Sylvie Goulard, accusata di aver assunto assistenti del suo partito (la Republique en marche) con fondi Ue, tanto da doversi dimettere dall’incarico di ministro della Difesa due anni fa. Ma Ciolos, presidente del gruppo che comprende anche gli eletti di Macron, ce l’aveva più con la sua connazionale Rovana Plumb, commissaria ai trasporti, candidata alla Commissione Ue dal governo socialista di Bucarest, coinvolta in un caso di corruzione nel 2017. In Romania a breve ci sono le elezioni e il partito di Ciolos – che è lo stesso del popolarissimo presidente della Repubblica Klaus Iohannis – vuole porre fine all’era socialista in paese.

“L’incontro è stato costruttivo e positivo”, dice von der Leyen lasciando l’Europarlamento di Strasburgo senza abbandonare il suo solito, imperturbabile sorriso. Ma molte tessere devono ancora andare a posto: l’Italia la aspetta sull’immigrazione, i gruppi la aspettano su tutte le questioni aperte.


Da "https://www.huffingtonpost.it" Ursula von der Leyen: "Sui migranti la risolviamo all'europea" di Angela Mauro

La mossa della disperazione

Lunedì, 16 Settembre 2019 00:00

In stile assurdo, quasi beckettiano, mostrano un ammiraglio solitario confinato su un pezzo di ghiaccio che parla con gli animali marini. Si sceglie di essere leggeri per colpire meglio le menti delle persone.


Per sensibilizzare sulle condizioni dell’ambiente e sul rischio del Climate Change non bastano gli appelli. Servono anche le pubblicità. Questa, per esempio, realizzata dal regista americano Errol Morris, con l’attore Bob Odenkirk, mette in scena un fittizio ammiraglio Horntower, “che ha a disposizione una flotta con una sola nave. E forse è anche l’ultimo uomo sulla Terra”, recita.


È confinato su un pezzo di ghiaccio galleggiante, si guarda intorno e apostrofa gli animali che incontra, con un tono a un tempo vivace e divertente. Ma che lascia trasparire la tragedia appena avvenuta: lo scioglimento dei ghiacciai e la sparizione dell’essere umano.

VIDEO

 


Da "www.linkiesta.it" La mossa della disperazione: ecco gli spot per far capire a tutti i rischi il cambiamento climatico

“Poltrona”: una parola di tempi calamitosi

Venerdì, 13 Settembre 2019 00:00

“Carica o impiego, spec. di grado elevato, che si suppone comporti un lavoro poco faticoso e molto redditizio”: questa definizione di poltrona compare, come terza, nella relativa voce di edizioni recenti del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, con l’ovvia precisazione che si tratta di un valore figurato, connotativo, non denotativo. Dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli si apprende tuttavia che lo Zingarelli la offre, immutata, sin dalla sua edizione del 1922. Non è un dettaglio trascurabile. È al contrario una spia che chiama l’attenzione.

Per essere fatta oggetto di una registrazione lessicografica a quella data e per stare lì dove da allora si trova, poltrona con il valore qui pertinente, non soltanto figurato ma, com’è facile intendere, anche spregiativo, doveva essere d’uso corrente già negli anni precedenti: gli anni che seguirono la Grande guerra. Si può stare certi che gli storici della prosa giornalistica e della lingua della politica, se volessero, potrebbero fornirne loquaci attestazioni. Li si invita alle opportune ricerche. In quel contesto sociale e culturale e in scritti effimeri probabilmente ispirati da sentimenti anti-parlamentari, poltrona ricorse evidentemente con tale frequenza e pregnanza da meritare di entrare pochi anni dopo in un dizionario. Fu d’altra parte intorno al 1922 che l’Italia, come compagine politica unitaria, si avviò sulla scorta di quei sentimenti, forieri del peggio, verso un ventennio della sua storia che non le avrebbe fatto onore e a conclusione del quale, fuori di ogni pur opinabile giudizio politico, l’attendeva una spaventosa catastrofe, inconfutabilmente reale.


Erano d’altra parte passati pochi anni dal perfezionamento di quella catastrofe quando l’uso figurato di poltrona fu consacrato ancora una volta e sopra un piano diverso. A quasi trenta anni dal suo battesimo lessicografico, apparve infatti nel titolo di un best seller, di cui si può stare certi solo pochi conservano oggi memoria. Si tratta del discusso Navi e poltrone di Antonino Trizzino. Nei primi anni Cinquanta, questo libro scandalistico amplificò un’insinuazione serpeggiante tra i già nostalgici del regime da poco crollato e tra un pubblico qualunquista. Pretese di dotare quell’insinuazione di prove inconfutabili che furono tuttavia presto in gran parte confutate anche in sedi giudiziarie. L’insinuazione voleva che l’esito infelice e disonorevole della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale fosse da imputare al tradimento e all’intelligenza con il nemico di alte cariche militari nazionali, in particolare della Regia Marina. Nello scacchiere mediterraneo, quella partecipazione era stata del resto caratterizzata da un modo di condursi certo non onorevolissimo della forza armata.

Poltrona attraversò poi l’intera vicenda della cosiddetta Prima Repubblica, presa come fu a inopinata bandiera delle rimostranze anche di altra e diversa, se non opposta parte politica. Nel discorso delle opposizioni marcò la stigmatizzazione della più che trentennale permanenza nelle funzioni di governo della Democrazia Cristiana e dei suoi vari satelliti. In proposito, ancora un dato lessicografico è molto significativo. Nella relativa voce del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, a testimoniare l’uso di cui si sta discutendo è stato infatti chiamato un brano di un articolo del 1984 di Enzo Biagi (e si tratta ancora una volta di un trentennio). Ne era tema un uomo politico all’epoca del massimo rilievo: Bettino Craxi. Con ironia a buon mercato e gusto discutibile, la firma giornalistica allora tanto celebrata non risparmiava nell’occasione al lettore la menzione eufemistica di una parte anatomica del dileggiato: “È [Craxi] presidente del Consiglio, ed è sempre segretario del PSI: ed ecco un altro miracolo, perché, con un solo sedere, tiene occupate due poltrone”.


Nel dibattito politico odierno, poltrona e il suo plurale ricorrono spesso, come è appena il caso di dire, esalando gli olezzi tradizionali dei quali si è già fatto cenno: anti-parlamentarismo, insinuanti ipotesi di complotti e tradimenti, riferimenti a poco nobili parti del corpo. Intorno a esse, circola inoltre una famiglia di derivati, poltronismo, poltronista e così via: forme già registrate, per esempio, nel dizionario on line della Treccani.

Di fronte a tale nuova esuberante fioritura, non va allora dimenticato che il fenomeno pare perlomeno centenario. La memoria in proposito è infatti utile per intendere sopra quale terreno e con quale retroterra si sta verificando il nuovo rigoglio. Si potrà così collocarlo correttamente nei suoi valori ideologici e culturali, molti forse ancora una volta velenosi, certo non tutti proprio commendevoli e, in ogni caso, nessuno bene augurante.


Da "https://www.doppiozero.com" “Poltrona”: una parola di tempi calamitosi di Nunzio La Fauci

Salario minimo

Lunedì, 09 Settembre 2019 00:00

Qual è il giusto salario minimo? Poco più di sette dollari come negli Usa o 9,19 euro come in Germania? Deve stabilirlo una legge dello Stato o le condizioni del mercato? Intanto c’è una proposta del Pd, ma non definisce il «quanto», mentre quella targata M5S è di 9 euro l’ora al lordo delle tasse.
Paga oraria: come calcolare la propria
Per parlare di salario minimo orario bisognerebbe almeno capire di cosa si sta parlando. Il salario minimo da prendere in considerazione è quello tabellare (la paga oraria media mensile) oppure quello che tiene conto dei pezzi di retribuzione che saranno versati più avanti nell’anno (ferie, tredicesima, quattordicesima per chi ce l’ha) e cioè la paga oraria media annua? Ci sarebbe anche una terza possibilità, e cioè considerare il salario orario comprensivo anche della quota di tfr, che però è incassato quando si lascia l’azienda. La fondazione Di Vittorio ha preso i contratti delle principali categorie. Ha trasformato le retribuzioni mensili in retribuzioni orarie. Ne risulta che se consideri solo il salario orario mensile, quasi tutti i contratti (eccetto i bancari e pochi altri) sono sotto la soglia dei 9 euro. Per un dipendente di un’azienda chimica oggi il salario minimo è 8,8 euro; per un operaio metalmeccanico 7,58; un commesso del commercio 7,64, fino ai 6,20 euro di un addetto della vigilanza privata o ai 6,51 delle pulizie. Se invece si valuta il salario medio su base annua — comprensivo appunto di ferie, tredicesima e quattordicesima (escluso il tfr) — la paga oraria della maggioranza delle categorie i 9 euro li supera già. Si va dai 9,88 euro dei metalmeccanici ai 10,49 del commercio, dai 9,07 dei multiservizi ai 12,47 per l’alimentare passando per gli 11,63 euro dei chimici. La proposta però non chiarisce se il calcolo debba partire dalla paga mensile o se considera il «salario differito».


Il 22% dei dipendenti oggi non arriva ai 9 euro
Ma quanti italiani oggi guadagnano meno di nove euro lordi l’ora, tutto compreso (ferie, tredicesima, eccetera eccetera)? I conti li hanno fatti Inps e Istat. Viene fuori che il 22% dei dipendenti (2,9 milioni di persone) intasca di meno. Parliamo del 38% dei lavoratori dell’agricoltura e del 10% degli addetti dell’industria. Poi il 34% nei servizi, il 52% degli artigiani e il 59,5% degli apprendisti. Oltre al 100% delle colf. Se da domani si facessero salire tutti a 9 euro lordi l’ora, le aziende dovrebbero tirare fuori 3,2 miliardi. Gli imprenditori avrebbero davanti tre strade: 1) ridurre i margini di profitto, 2) aumentare i prezzi dei loro prodotti o servizi, 3) proporre ai dipendenti un compenso in nero.


Abbiamo 888 salari minimi
Ma come è possibile che il 22% dei dipendenti sia sotto i 9 euro se i principali contratti arrivano — tutto compreso — a questa soglia? Il punto è che in Italia i contratti firmati da sindacati e associazioni rappresentative si stima siano in tutto 250-300, mentre il totale dei contratti nazionali censiti dal Cnel, di fatto, sono 888. C’è il contratto del «codista» e quello dello sfasciacarrozze, quello dei dipendenti dei fotolaboratori e quello dei piloti di elicottero. C’è un contratto nazionale persino per i coach e gli emotional manager. I contratti «di nicchia» negli ultimi anni sono aumentati di pari passo con i contratti «tuttologici», i cosiddetti «multiservizi». In pratica contratti che abbracciano ogni specializzazione, per cui le stesse tabelle salariali possono essere applicate a tutti in modo indistinto. Parliamo di contratti firmati da organizzazioni che non rappresentano nessuno o quasi. Il loro principale obiettivo è abbassare i compensi. A volte in modo nascosto: le tabelle delle retribuzioni per le varie categorie sono uguali a quelle dei contratti principali, ma di fatto gli stipendi a fine mese sono inferiori perché si penalizzano voci come malattia, straordinari, notturni, festivi e versamenti agli enti bilaterali, con corrispondente taglio dei servizi da essi garantiti (questo soprattutto nel tessile e nell’alimentare).

Ridurre i contratti i pirata
La prima cosa da fare, affinché i lavoratori italiani non vengano sottopagati, sarebbe mettere un po’ di ordine e usare come parametro solo i contratti siglati da chi rappresenta qualcuno. I sindacati confederali hanno firmato un accordo nel 2014 in cui hanno concordato le regole per misurarsi. Ma l’intesa non è ancora stata applicata. Le associazioni delle imprese invece non trovano un accordo.

Un salario minimo di ultima istanza
Se da domani i contratti pirata venissero eliminati, la grande maggioranza di quel 22% di dipendenti avrebbe un salario minimo definito attraverso un contratto nazionale da sindacati e associazioni di imprese rappresentativi dei rispettivi interessi. Con una garanzia: il livello del compenso minimo sarebbe figlio di un equilibrio che il mercato può sostenere. E un vantaggio: quello di eliminare la competizione sleale tra imprese sul costo del lavoro. Certo, qualche nicchia potrebbe rimanere scoperta, perché magari non esistono soggetti in grado di contrattare. Ed è qui che potrebbe intervenire un salario minimo definito per legge. Un sistema che ha funzionato in molti Paesi è quello che delega la definizione della paga minima «di ultima istanza» a una commissione indipendente, che ha anche il compito di aggiornarlo ogni anno. Accade nel Regno Unito (un presidente più 3 rappresentanti dei sindacati e 3 dei datori di lavoro più 2 indipendenti) dove il salario minimo si attesta poco sopra i 9 euro (8,21 sterline). Con uno schema simile si procede in Germania, Francia e Irlanda, dove il salario minimo è rispettivamente 9,19, 10, 03 e 9,8 euro) In alternativa c’è il modello americano, dove il salario minimo è fissato dal Congresso, che però non lo adegua da dieci anni. Infatti è fermo a 7,25 dollari. Va detto che dal gennaio ben 19 Stati hanno deciso di aumentarlo.

Salari e produttività
Più ancora dei salari minimi, nel nostro Paese sono i salari medi a essere particolarmente bassi. Eppure in Europa gli italiani sono tra quelli che lavorano più ore alla settimana.

Lo evidenzia l’Ocse. Lo lamentano i sindacati. E in qualche modo anche le aziende perché se la gente non guadagna poi non compra e la domanda interna resta bassa (e le esportazioni da sole non bastano). Che fare? Quello che si declama da anni ma non decolla mai: riforme strutturali e una politica industriale che aumenti la produttività, favorendo gli investimenti pubblici e privati. Puntare sui settori a più alto valore aggiunto, in modo che alla fine del mese imprenditori e dipendenti abbiano qualcosa da spartire. E poi agevolare una contrattazione sana che distribuisca la ricchezza, quando c’è. Dal 1992 al 2018 la produttività del lavoro è cresciuta troppo poco: il 16,6%. Ma i salari reali (parametrati al costo della vita) sono saliti ancora meno: solo dell’ 8,1%, in pratica la metà!

Da "https://www.corriere.it" Salario minimo: quanto deve valere e chi lo calcola? di Milena Gabanelli e Rita Querzè

Le clausole di salvaguardia prevedono a partire dal 2020 l’aumento IVA al 25% ed al 13%. Ma cosa sono e, soprattutto, chi le ha introdotte?

Chi ha introdotto le clausole di salvaguardia e, soprattutto, cosa sono e perché dal 2020 si rischia l’aumento delle aliquote IVA al 25% ed al 13%?

Alla vigilia di un Ferragosto bollente, le clausole di salvaguardia diventano protagoniste del dibattito pubblico, dopo le dichiarazioni del leader della Lega Matteo Salvini che, nel corso della discussione sulla crisi di Governo da lui innescata, ha attribuito al PD la loro introduzione.

Sulle clausole di salvaguardia che portano al rischio di un vertiginoso aumento IVA dal 2020 è in atto un vero e proprio rimpallo di responsabilità e, invece di definire un piano concreto per evitare la loro attivazione e per reperire quei 23 miliardi di euro necessari per disinnescarne gli effetti, è partita una vera e propria caccia al colpevole.


Matteo Salvini attribuisce al PD la loro introduzione; c’è chi invece l’attribuisce al Governo Lega-M5S.

La verità è che il termine clausole di salvaguardia, seppur in diverse forme, è entrato nella storia economica d’Italia dal lontano 2011 e che da allora rappresenta una delle eredità più pesanti del periodo di crisi economica del quale ancora oggi sentiamo gli effetti.

Cerchiamo quindi di vederci chiaro ed analizziamo di seguito cosa sono le clausole di salvaguardia IVA, cosa prevedono per il 2020 e a chi bisogna attribuirne l’introduzione.

In Italia si inizia a parlare di clausole di salvaguardia durante l’estate del 2011. È il periodo del DL 98, la manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.

Le cosiddette clausole di salvaguardia sono norme che prevedono la variazione automatica di specifiche voci di tasse e imposte con efficacia differita nel tempo rispetto al momento dell’entrata in vigore della legge che le contiene.

Il loro obiettivo è quello di garantire e salvaguardare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, prevedendo incrementi di gettito. Si tratta quindi di clausole volte a garantire maggiori entrate per lo Stato, necessarie per far “quadrare i conti” e per rispettare i parametri UE in materia di deficit.

Il Governo Berlusconi IV, alle prese con una vera e propria crisi dei conti pubblici e al fine di poter approvare le misure previste dalla manovra, strinse una sorta di patto con l’Unione Europea già da principio pressoché impossibile da rispettare.

Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali. Le clausole di salvaguardia in prima battuta prevedevano una profonda razionalizzazione delle tax expenditures, l’insieme delle spese fiscali a carico dello Stato.

Di li a poco il Governo Berlusconi, a causa dell’impennata dello spread e della sempre più malmessa condizione del debito sovrano italiano, verrà sostituito da Mario Monti e dalla sua schiera di “tecnici”, termine freddo utilizzato oggi per ricordare anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la sempre più discussa riforma delle pensioni del Ministro Fornero.

Sotto la guida del Premier Monti, con il decreto legge n. 201 del 2011 (decreto Salva Italia) le clausole di salvaguardia introdotte dal Governo Berlusconi sono state trasformate in aumenti delle aliquote IVA.

È da allora che i governi che si susseguono combattono con quella che potremmo definire come una vera e propria bomba ad orologeria. Non ce l’ha fatta a disinnescarle il Governo Letta: a partire dal 1° gennaio 2013 l’aliquota IVA ordinaria è passata dal 21% al 22% ma il sacrificio, costato caro all’allora leader dei Democratici, non è bastato ad allontanare lo spauracchio delle clausole di salvaguardia.

Le più recenti clausole di salvaguardia sono state previste dal Governo Renzi con la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015), la quale prevedeva un aumento progressivo delle aliquote IVA, accanto alle accise sui carburanti.

Trattandosi di norme volte ad aumentare le entrate fiscali, e quindi a portare ad un incremento della pressione fiscale, fino ad oggi si è sempre cercato di disinnescarle, con sterilizzazioni volte a rinviarne gli effetti. Mai un annullamento totale, ma soltanto una sospensione temporanea.

Ad ultimo ci ha pensato la Legge di Bilancio 2019 che, tuttavia, ha a sua volta rafforzato la clausola IVA che, senza misure alternative, si attiverà nel 2020 e che dispiegherà i suoi effetti fino al 2021.

Per finanziare le misure contenute nella Manovra e (soprattutto) per ottenere il via libera dell’Unione Europea, la clausola di salvaguardia è stata ulteriormente rafforzata, di modo da prevedere maggiori entrate pari a 23 miliardi di euro per il 2019 e 29 miliardi nel 2021.

Clausole di salvaguardia, l’aumento Iva previsto nel 2020 e nel 2021

Capire cosa sono le clausole di salvaguardia Iva serve a rendere più limpido il quadro dell’attuale dibattito politico.

Come ormai noto, la Legge di Bilancio 2019 ha sterilizzato temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva, rinviando al 2020 gli aumenti inizialmente programmati dal 2019.

È lo stesso testo della Legge di Bilancio che parla soltanto di un rinvio: l’aumento delle aliquote Iva dovuto all’attivazione delle clausole di salvaguardia partirà dal 2020 e si completerà definitamente soltanto nel 2021.

Dal prossimo 1° gennaio 2020 bisognerà fare i conti con l’aumento dell’aliquota Iva ordinaria e agevolata, ma sarà soltanto l’inizio. Sì, perché l’Iva aumenterà ancora, fino ad arrivare al 26,5% nel 2021.

Aumento inevitabile? Servono ben 52 miliardi di euro per sterilizzare le clausole di salvaguardia e ora, la crisi di Governo ed il rischio che venga rinviata l’approvazione della Legge di Bilancio 2020 rende tutto più difficile.

È quantomai urgente che il Parlamento si impegni a reperire i 23 miliardi di euro iniziali che serviranno per evitare gli aumenti nel 2020: il rialzo delle aliquote IVA porterebbe ad un aggravio pari a circa 530 euro a famiglia.

A pagarne le conseguenze sarebbero soprattutto i consumatori, che si troverebbero a dover fare i conti con l’ennesimo aumento dei prezzi di beni come prodotti alimentari, abbigliamento o del costo per gli abbonamenti a mezzi pubblici, palestra e via di seguito.

Le clausole di salvaguardia Iva sono il banco di prova più impellente per il Governo che verrà, “ipotecato” come i suoi precedenti dal patto tra Italia e UE che dal 2011 in poi minaccia l’economia italiana.


Da "money.it" Clausole di salvaguardia IVA: cosa sono e chi le ha introdotte di Anna Maria D’Andrea

Ecco i veri nodi dell’immigrazione

Lunedì, 02 Settembre 2019 00:00

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.


Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro

Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.

È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.

Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.

Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.

In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione

Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.

Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.

Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.

Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.


Da "https://www.lavoce.info" Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia diMaurizio Ambrosini