Una seria minaccia alla nostra sicurezza energetica è più facile che abbia radici nell’abbandono dell’investire, non in instabilità locali.

L’Iran è sotto embargo e quasi in guerra. In Libia è guerra civile. E siccome entrambi ci vengono tramandati come grandi produttori di petrolio, la nostra sicurezza (energetica) vacilla. O almeno questa è la narrazione corrente. Lasciamola ai media, che la realtà è un poco più articolata.

L’Iran, per cominciare. È arrivato ad esportare, nel 2018, fino a tre milioni di barili/giorno. Post sanzioni, la stima corrente è che al meglio ne esporti 350.000. In un anno sono spariti dal mercato (quasi) 3 milioni di b/g. Grosso modo il 3% della produzione mondiale; ma anche quasi l’8% del petrolio venduto sul mercato internazionale. Eppure il prezzo non ha praticamente fatto un plissé. Il bello del tempo dell’abbondanza è che puoi far sparire un produttore senza che nessuno ti mandi il conto a casa.

Qualche sana cautela. E dunque possiamo vivere tranquilli, e cullati da un mercato liquido ed abbondante? Qui qualche cautela. Del 3% scomparso dal mercato mondiale non si è accorto nessuno; ma dei 60/70 miliardi di dollari perciò scomparsi dal bilancio iraniano si sono accorti, e dolorosamente, tutti gli iraniani. Le guerre, contrariamente al divulgato, non si fanno per il petrolio; ma può accadere che si facciano per il controllo della rendita petrolifera. Se un produttore vive di rendita, togliendogliela gli togli i soldi della sua spesa sociale; in pratica gli tagli pensioni e ospedali e, via esasperazione sociale, lo accompagni verso la destabilizzazione. Le sanzioni americane all’Iran sono quindi esempio di scuola.

Perché prendersela con l’Arabia Saudita? C’è però un rovescio della medaglia. Se tu non lo destabilizzassi, il produttore non ti metterebbe mai a rischio l’approvvigionamento (poi c’è stata qualche mente acuta, vedi Chavez, che ci ha provato; ma è girata subito in farsa). Il suo bisogno di rendita è tale che ha perso la libertà di non vendere. Se però gli togli la rendita prima di destabilizzarsi magari reagisce. E la reazione più naturale è di cercare di rendere il proprio petrolio di nuovo indispensabile provando a distruggere quello altrui; ed il modo più efficace consiste nella messa fuori uso dell’infrastruttura petrolifera concorrente. L’attacco con droni del centro olio saudita diventa a sua volta esempio di scuola.

Lezione iraniana. Nessun produttore è indispensabile. La rendita per alcuni produttori invece lo è. Creando instabilità poni la premessa per una reazione. La reazione può concretizzarsi nell’aggressione degli impianti altrui. Se l’aggressione è seria e di successo qualche tema di sicurezza dell’approvvigionamento può infine porlo. La sicurezza dell’approvvigionamento, in definitiva, non più funzione della capacità produttiva, ma funzione della sicurezza dell’infrastruttura che deve trattare e trasportare la produzione.

Adesso la Libia. Che tutti dicono sia energeticamente strategica e prioritaria; e però si dimenticano di spiegarci perché. Loro a fine dell’anno scorso esportavano grosso modo un milione di barili/giorno; insomma un terzo dell’export iraniano dei tempi d’oro. Però noi “dipenderemmo” da loro per oltre il 12% delle nostre importazioni correnti (2019) di greggio (comunque, poco più di 100.000 b/g). Ma che significa “dipendere”? Morto un greggio non se ne può fare un altro? Certo, deve avere caratteristiche petrofisiche affini (ogni greggio è bello a raffineria sua e la destinazione di un carico la decidono, appunto, le raffinerie, e non le Cancellerie); ma in tempi di abbondanza e liquidità trovare greggi fungibili, e tra l’altro per approvvigionarne volumi modesti, non dovrebbe essere impresa difficile. È già successo. Fine di Gheddafi e (in pratica) fine temporanea dell’export di greggio o quasi. Scenari a mezzo stampa di tregenda energetica italiana. Il nostro sistema di raffinazione si mise poi quietamente ad acquistare greggio azero (ma la notizia non conquistò la prima pagina), l’Azerbaijan divenne (temporaneamente) il nostro primo fornitore, e nessuno si trovò a patire per il greggio libico scomparso. Cosa ci fosse di “strategico” francamente mi sfugge.

Obiezione. C’è il gas, e ci sono gli interessi strategico-nazionali dell’Eni. Uno alla volta. Il gas dei giacimenti che alimentano il gasdotto o arriva qui o semplicemente non lo esportano. Il tubo girevole ancora non lo hanno inventato; e perciò un gasdotto crea un matrimonio indissolubile tra un giacimento e un mercato. Insomma se non arriva qui non può di massima che essere ancora una volta per un problema di sicurezza dell’infrastruttura. Se poi malauguratamente succedesse (come già è storicamente successo) dovremmo anche qui riuscire a cavarcela con gas sostitutivi (che col gas non c’è neanche da affrontare la rigidità del sistema di raffinazione). Dalla Russia c’è ancora posto; gli impianti di rigassificazione si sono messi a funzionare, e altro. Poi se capita tutto senza preavviso qualche disagio è più che possibile; ma l’assideramento invernale non pare prospettiva concreta.

Infine l’Eni. Che però non si capisce bene dove stia il problema. Dicesi che la competizione diplomatica francese miri a scalzare l’Eni in favore di Total. Ma riuscite a pensare nel 2020 ad un produttore così folle da “espropriare” l’Eni e a reintestare il tutto ad un’altra società petrolifera; e/o ad una società petrolifera occidentale così oltre qualunque regola da accettare il dono? Se volete convincermi che gli interessi dell’Eni in Libia possano essere a rischio me la dovete raccontare meglio. Poi non c’è dubbio che quelli dell’Eni siano interessi importanti; ma non tutto ciò che è importante è anche per definizione strategico.

Lezione libica. Al netto dei temi infrastrutturali, nell’età dell’abbondanza, più un mercato (e qui il riferimento è a quello europeo) è liquido e diversificato e più diventa difficile trovare qualcosa cui attaccare l’etichetta di “strategico”. Nell’età dell’abbondanza, però. E l’abbondanza o, se volete fare i tecnici, il tendenziale eccesso dell’offerta è frutto di impressionanti investimenti in esplorazione, sviluppo, produzione ed infrastruttura. Oggi questi investimenti sono sospettati di crimini contro il pianeta; e probabilmente sono pure colpevoli. Osservo però che non possiamo farne a meno da domattina. Oggi la quota fossile della nostra energia primaria è all’81%; lo scenario IEA di Sustainable Development (quello cioè più “decarbonizzato”) modellizza per il 2030 una riduzione del 10% dei consumi di petrolio e un lieve aumento di quelli di gas, mentre gli altri scenari ipotizzano un aumento in volume di entrambi; e se non continuiamo ad investire per rimpiazzare almeno in parte quello che stiamo consumando rischiamo di transire dall’abbondanza alla scarsità e persino di riscoprire la dimensione dello “strategico”.

Una seria minaccia alla nostra sicurezza energetica è più facile cha abbia radici nell’abbandono dell’investire che non in instabilità locali. E questa minaccia, se volete, possiamo chiamarla strategica.

Da "http://www.limesonline.com/" Libia e Iran. Ovvero dell’essere strategici ed altre leggende di Massimo Nicolazzi

Attaccate banche iraniane e siti governativi americani. Mentre decelera l'escalation militare, la guerra fredda cibernetica sta diventando calda a colpi di DDoS e defacement. Cosa è accaduto finora e cosa potrebbe accadere

La Banca iraniana Sepah ieri è stata sotto attacco per diverse ore. A causa di un DDoS, un attacco da negazione di serivizio in gergo informatico, un attacco condotto per fare collassare il sito web bersaglio di innumerevoli richieste di accesso da parte di un'orda di computer zombie, una botnet, precedentemente infettati e comandati da remoto. Autore dell'attacco sarebbe il gruppo Prizraky, che dalle verifiche di Repubblica rimanda a un sedicenne brasiliano pro-Trump che in chat ha dichiarato di essere un simpatizzante del presidente Bolsonaro e che con questa sua azione ha voluto dimostrare che "se gli americani devono temere attacchi dall'Iran, anche l'Iran deve temere attacchi cibernetici nei suoi confronti". Mentre scriviamo il sito web della banca è ancora irraggiungibile dall'Italia. Ma potrebbe semplicemente aver alzato le difese deviando il traffico straniero per proteggersi. In ogni caso siamo dinanzi a un segnale da non sottovalutare affatto. Che succederebbe se sull'onda dell'emozione ogni hacker in erba cominciasse la sua cyberguerriglia personale?

L'attacco alla banca non è l'unico segnale delle attese schermaglie cibernetiche temute dal Dipartimento per la sicurezza nazionale Usa (DHS). Tramite l'Agenzia per la protezione delle reti e delle infrastrutture Cisa, il Dipartimento aveva avvertito di mettere in sicurezza dati, reti e sistemi proprio il giorno della Befana per il pericolo di potenziali attacchi alle infrastrutture fisiche e digitali sia al settore pubblico che privato provenienti dall'Iran.

In effetti a poche ore dall'uccisione del generale iraniano Soleimani ordinata da Trump si erano verificati attacchi cibernetici di bassa intensità con centinaia di siti web americani colpiti da defacement, una tecnica di hacking che consiste nel cambiare l'aspetto delle homepage dei siti web che, troppo frettolosamente, alcuni commentatori avevano derubricato come azioni da ragazzini (script kiddies, in gergo "i ragazzini che usano il codice senza capirlo"). Non la pensano così gli analisti americani che nel comunicato sopra citato hanno richiesto di avvertire il governo di ogni piccolo segnale di "guerra cibernetica", defacement inclusi. Il defacement potrebbe essere infatti un modo per dimostrare che le difese sono state penetrate più in profondità.

Nei giorni precedenti l'immagine di Trump sanguinante e preso a cazzotti campeggiava sul sito della Libreria federale americana da cui ogni cittadino scarica le pubblicazioni governative, dalle leggi ai censimenti. Lo stesso era accaduto con il sito web del Dipartimento per l'Agricoltura americano. Entrambi defacciati da sedicent hacker iraniani.

Gli analisti concordano tutti che l'Iran non ha le capacità offensive di Russia e Cina, e che una guerra aperta nel cyberspace vedrebbe gli iraniani soccombere, come era già successo con Stuxnet, il virus israelo-americano usato per bloccare le centrifughe per l'arrichimento dell'uranio nel 2010 e pure pochi mesi fa quando gli Usa avevano attaccato i sistemi di gestione dei droni iraniani. Ma, come ricorda il DHS, nel passato gli hacker di stato iraniani avevano colpito duro, mettendo fuori servizio 30 mila stazioni di benzina della Saudi-Aramco con il virus Shamoon; cancellato i dati del casinò Sands di Las Vegas, e attaccato con successo il Nasdaq e il settore bancario Usa e circa 100 università. In un caso erano riusciti a penetrare nel sistema di gestione della diga di New York, il cui colpevole, iraniano, è stato processato.

E in effetti i timori maggiori non sono per quello che sta già accadendo ma per quello che potrebbe accadere "nei settori della difesa, della finanza, dell'energia e dei trasporti" perché i cybergruppi iraniani "useranno i network che hanno gia compromesso durante attività spionistiche per realizzare nuovi attacchi" sia contro bersagli americani che alleati nel golfo persico, dicono gli esperti. Come Mike Beck di Darktrace secondo cui "La minaccia alle infrastrutture nazionali critiche oggi è più grave che mai. Gruppi sofisticati utilizzano software avanzati in grado di passare sotto i radar dei tradizionali controlli di sicurezza e di impiantarsi nel cuore dei sistemi critici."

Motivo per cui la Cisa consiglia tutti di fare attenzione alle email, agli allegati, alle password, a ogni comportamento anomalo dei sistemi informatici. Soprattutto nei settori gestiti dagli ICS/Scada, i controlli industriali che, comandati da software aprono le valvole del gas e i rubinetti dell'acqua o comandano dispositivi idraulici e meccanici nella produzione di cibo e farmaci o nel trattamento dei rifiuti. La raccomandazione è di prestare attenzione nelle ore "più strane", come di notte. Nel passato hacker islamici sono stati scoperti perché attivi durante le ore d'ufficio a Teheran. Era successo lo stesso con i russi responsabili dell'hacking del Comitato elettorale democratico (DNCleaks).

A suonare l'allarme è Chris Krebs, direttore della Cisa secondo cui gli attaccanti legati all'Iran usano dei wiper sempre più distruttivi per cancellare dati dai computer chiarendo che "Quello che sembra il semplice furto di un'email può essere il primo passo della compromissione di un intero network." Oppure nelle parole di Joe Loveless della Neustar: "gli attacchi DDoS sono spesso un diversivo per l'inezione di malware". D'accordo con loro anche gli analisti della Brookings Institutions: la paura è che l'Iran stia solo testando le difese americane.

Altro segnale da non sottovalutare: in questi giorni abbiamo assistito a un picco nell'uso di Tor, la darknet protetta dalla crittografia, proprio dall'Iran, con il 70% di accessi rispetto al 3% di accessi dagli States.

Da "https://www.repubblica.it/" Iran vs Usa, la cyberguerra è solo agli inizi di Arturo Di Corinto

La prospettiva chiave per affrontare i futuri cambiamenti è l’innovazione delle competenze. Il mondo della quarta rivoluzione industriale cambierà profondamente il nostro modo di vivere; i ragazzi di oggi vivranno la loro età adulta in un mondo che neppure possiamo immaginare.

Si tratta della rivoluzione più complessa che la storia abbia mai affrontato: nei prossimi due decenni il 47% dei lavori è destinato ad automatizzarsi e il 49% delle ore lavorate potrebbero essere computerizzate. Si perderanno milioni di posti di lavoro ma tanti altri verranno creati.

Già nel 2015 uno studio del World Economic Forum ci segnalava che il 65% dei bambini che inizia la scuola primaria farà da adulto un lavoro che oggi non esiste. In questo quadro si stanno vanno delineando due visioni diametralmente opposte: una pessimista che preconizza una società automatizzata che produrrà l’esclusione di milioni di cittadini dal mondo del lavoro e un’altra che ritiene che le tecnologie digitali sostituiranno molte delle attuali forme di lavoro e impresa ma ne costituiranno altre migliori.

La sfida che ci aspetta è non arrenderci a questa visione pessimista della rivoluzione in corso ma promuovere con urgenza uno sviluppo delle potenzialità umane per trarre benefici dai cambiamenti in corso in termini di sviluppo e benessere collettivo. Gli effetti della rivoluzione che stiamo attraversando possono essere determinati prima di tutto attraverso cospicui investimenti in formazione e ricerca, dando a milioni di ragazzi e lavoratori la possibilità di formarsi nel modo adeguato.

Tutte le analisi recenti certificano come nel nostro Paese non manchi il lavoro, ma le competenze per svolgerlo. Nell’ultimo anno il 33% delle professionalità ricercate dalle aziende è risultato irreperibile per la carenza di persone con le competenze per occupare i posti di lavoro disponibili.

Quando parliamo di digital transformation, industria 4.0, economia della conoscenza facciamo riferimento a una realtà socio-economica sempre più articolata e complessa che richiede di investire proprio sulle nuove competenze e sulla capacità degli studenti di acquisire capacità idonee al mercato del lavoro che l’economia dell’innovazione produce.

Sempre il World Economic Forum ha pubblicato il report “New Vision for Education Unlocking the Potential of Technology” con cui ha stilato la lista delle 16 “skills” del ventunesimo secolo, cioè le capacità che il sistema educativo deve garantire già oggi.

Investire in formazione, anche continua, unendola a una politica che abbia un vasto orizzonte temporale e non quello del giorno dopo. Una politica che pensi ai giovani e allo sviluppo del capitale umano. L’investimento in questa direzione è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione per rafforzare la competitività del Paese, per crescere con una maggiore velocità ed efficacia e per dare agli studenti opportunità concrete di accedere a un mondo del lavoro che sta profondamente cambiando il suo paradigma.

In questo senso, tutto il nostro sistema di istruzione dovrebbe essere messo nelle condizioni di costruire nuove conoscenze innovative, ma anche trasversali, ibride, superando le tradizionali “materie” nei vari livelli di istruzione e ricerca.

Le competenze necessarie per il futuro vanno oltre il semplice studio delle materie tradizionali. E’ necessario che le scuole rendano strutturali le competenze tecnologiche, promuovendo anche curricula flessibili per l’apprendimento trasversale, seri programmi di alternanza scuola-lavoro, modelli di orientamento realmente efficaci.

Dobbiamo trovare il modo di incentivare i ragazzi a scegliere conoscenze multiple per andare incontro al fabbisogno del sistema di produzione industriale e rafforzare il sistema di formazione tecnica e professionale. Dobbiamo favorire la sinergia tra università, centri di ricerca, enti di formazione e società con l’obiettivo di produrre, trasferire e diffondere innovazione, perché nei prossimi anni nessuno sia escluso, per non lasciare un’intera generazione nella condizione di non poter competere ad alti livelli o di essere estromessa.

Alla rivoluzione in atto nel mondo del lavoro deve corrispondere una rivoluzione nel mondo dei saperi. Il tema del rafforzamento dell’innovazione didattica deve diventare centrale nell’agenda di qualsiasi governo che abbia l’obiettivo di una crescita a lungo periodo del Paese. Nella quarta rivoluzione industriale, formazione e competenze sono gli strumenti per garantire alle nuove generazioni il diritto al futuro.

Da "https://www.linkiesta.it/" Innovare la formazione per garantire il diritto al futuro di Vanna Iori


Le “rivolte” dei vari Paragone e Fioramonti non hanno sbocco. La notizia che Di Maio pensi a lasciare la guida è un pettegolezzo, fatto per screditarlo. Perché il vero dominus del Movimento, per statuto e per business, è e resta unicamente Davide

È possibile che il movimento Cinque stelle chieda il divorzio da Rousseau e quindi da Davide Casaleggio? La risposta è semplice e spiega come questa ipotesi investa le sorti del governo Conte due. Sono due gli statuti che stabiliscono il ruolo di dominus di Davide Casaleggio. Quello del Movimento, rifondato nel 2017 dallo stesso Casaleggio e Luigi Di Maio, e quello di Rousseau.
Quest’ultimo stabilisce la carica a vita dell'imprenditore milanese, mentro lo statuto del Movimento dice che Rousseau si occuperà per sempre della gestione di alcuni aspetti del partito. Chi ha deciso che Rousseau sia fornitore di servizi del Movimento? Nessuno, o meglio l'hanno deciso Casaleggio e Di Maio di fronte a un notaio. Per cambiare lo status quo servirebbe cambiare lo statuto del Movimento. Come? Su Rousseau.

I parlamentari, e quindi anche Di Maio, non hanno alcuna possibilità di influire sull'associazione di Casaleggio. E allora il divorzio tra Rousseau e il Movimento è tecnicamente impossibile, non esiste una procedura che possa deciderlo. Solo Davide Casaleggio può decidere di sciogliere questa unione che non è stata votata da nessuno, ma imposta.
Soltanto il figlio di Gianroberto Casaleggo può decidere di spegnere i server e con essi il Movimento. Rousseau gestisce i processi decisionali e di e-voting, la comunicazione interna ed esterna, l'anagrafica degli iscritti. Il cuore del primo partito italiano è nelle mani di un associazione privata di natura commerciale su cui il partito non ha nessun controllo.

Casaleggio può in qualsiasi momento far valere la clausola "vessatoria" per cui chi non versa l'obolo di 300 euro al mese alla sua associazione è fuori dal Movimento. Ciò dimostra per tabulas chi è il padrone e quanto inutile sia chiedersi se il Movimento sia di sinistra o di destra: M5S è di Casaleggio. Siamo passati dalla retorica dei pieni poteri a Salvini a quella dei pieni poteri di un imprenditore che con un'entità commerciale gestisce il primo partito italiano per numero di seggi.

Senza Rousseau e quindi senza il controllo sul Movimento, Casaleggio e la sua azienda perderebbero appeal: quello che gli ha permesso di raddoppiare il fatturato in un anno e quasi decuplicare gli utili, dopo un lungo periodo di crisi. Quello, detto chiaramente, che ha permesso a una piccola azienda di acquisire clienti di prima fascia come la multinazionale Philip Morris. Queste partnership commerciali sopravviverebbero a un’eventuale crisi che vedesse il M5S uscire dall’area di governo o all'uscita di Casaleggio dalla gestione del Movimento?
Se Casaleggio mollasse il Movimento continuerebbe a essere interlocutore politico del Pd, riceverebbe ancora le telefonate di Zingaretti?
Se davvero i parlamentari volessero intraprendere una "guerra a bassa intensità" contro il Dominus, per liberarsi del "giogo" non servirebbero documenti o interviste, basterebbero atti precisi. Come per esempio indagare a fondo su quali sono le nomine cui è interessato l'imprenditore-fondatore, a partire da quella sul Garante della Privacy.

D’altronde che in tema di nomine governative Casaleggio conti qualcosa lo ha ammesso lui stesso. «Se fossi stato interessato ai soli soldi avrei forse potuto aspirare a una nomina da qualche centinaia di migliaia di euro di solo stipendio», ha recentemente detto, confermando di avere una qualche influenza sul governo. Per questi motivi sia la “rivolta” di alcuni parlamentari o le generiche accuse di Gianluigi Paragone e Lorenzo Fioramonti, sia le ipotesi di distacco tra Movimento e Rousseau ci sembrano vadano archiviate come pettegolezzi. Ciò non significa che siano prive di significato, anzi.

È evidente che la notizia che il capo politico Di Maio pensi al divorzio da Casaleggio abbia come obiettivo lo stesso Di Maio, qualcuno sta provando a trasformarlo in un target, un obiettivo da abbattere. Una campagna marketing ben orchestrata che però per creare davvero il caos dovrebbe riuscire a convincere Casaleggio, l'unico che può davvero spodestare Di Maio e rompere il patto che ha permesso ad entrambi la scalata. Mentre sempre più spesso si parla (finalmente) di conflitto di interessi, Casaleggio deve scegliere su chi puntare.


Chi può garantire meglio il suo ruolo nella vita politica italiana? Di Maio o Conte?

Da "https://www.linkiesta.it/" Tutto in mano a Casaleggio: quello tra i Cinque Stelle e Rousseau è un divorzio impossibile

Ecco il trend tecnologico del 2020

Venerdì, 17 Gennaio 2020 00:00

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane. Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, oggetti autonomi, il potenziamento dell’edge computing
Cosa ci riserva il nuovo decennio? Quali sono le tendenze della tecnologia? Gartner, che negli ultimi anni si è affermata come società di consulenza e ricerca nel settore, ha elaborato un rapporto che prova ad individuare le principali sfide tecnologiche, non mancando di sottolineare ancora una volta come ogni tecnologia emergente ha la capacità di cambiare la nostra vita. Ma tutto dipende dall’uso, solo un utilizzo corretto e consapevole della tecnologia può migliorare il nostro modo di lavorare e le strategie aziendali.

Per il 2020 Gartner ha elaborato l’analisi dell’impatto delle nuove tecnologie in due grandi categorie: tecnologie umano centriche e tecnologie “smart spaces”,

Nella categoria delle tecnologie umano centriche rientrano l’iper automazione, la multiexperience, la democratizzazione delle competenze, trasparenza e tracciabilità, aumento delle capacità umane.

Nella categoria “smart spaces”: il cloud, la blockchain, la sicurezza dell’Intelligenza artificiale, robotica, il potenziamento dell’edge compiuting

L’iper automazione ovvero la combinazione di più Machine Learning (ML), software e strumenti di automazione. Per questo è necessario che le aziende abbiano una totale comprensione di ogni momento dei meccanismi di automazione aziendale, per comprendere come gli stessi possono essere tra di essi ricombinati e coordinati. Sebbene ci siano delle similitudini con la Robotic Process Automation (RPA), l’iper automazione richiede anche una combinazione di strumenti per aiutare a supportare la replicazione di passaggi in cui una persona svolge un compito.

Per multiexperience si intende invece quel fenomeno, crescente per il quale l’esperienza con il quale le persone percepiscono il mondo digitale cambia. Si tratta di una modifica della percezione e dell’interazione che porta ad una diversa esperienza multisensoriale e multimodale. Le piattaforme stanno modificando infatti il modo con cui le persone interagiscono con le altre. Ma nel prossimo decennio, anche grazie alla disponibilità di maggiore banda in mobilità, la Realtà Virtuale e la Realtà Aumentata avranno maggiore diffusione, incidendo nella modifica delle modalità di interazione personale. Ovviamente le prime applicazioni saranno di tipo industriale, per coinvolgere poi ogni tipo di interazione persona-macchina e persona-persona. La novità è rappresentata anche dal fatto che le interazioni coinvolgeranno via via e sempre in misura maggiore più sensi oltre vista e udito.

Il tema della democratizzazione delle competenze è fondamentale per non lasciare nessuno indietro. Ciò consentirà esperienze radicalmente semplificate e senza richiedere una formazione estesa e costosa. Gli aspetti chiave di questa tendenza sono: democratizzazione dei dati e strumenti di analisi; democratizzazione dello sviluppo (mettendo al centro strumenti di IA da sfruttare in applicazioni sviluppate su misura); democratizzazione del design (attraverso l’espansione dei fenomeni low-code, no-code e con l’automazione di ulteriori funzioni di sviluppo di applicazioni); democratizzazione della conoscenza (per consentire a non informatici di accedere a strumenti e sistemi esperti che consentono di sfruttare e applicare competenze specializzate al di là delle proprie competenze e della propria formazione).

È sempre più crescente la consapevolezza del fatto che i dati personali hanno un valore e per questo devono essere controllati. La trasparenza e la tracciabilità sono elementi a sostegno di questa esigenza di etica digitale e di privacy. Si tratta di elementi che avranno una ricaduta diretta nelle policy nelle tecnologie utili per soddisfare i requisiti normativi. Ma il vantaggio sarà anche quello di preservare un approccio etico all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, rimediando alla caduta di fiducia nelle aziende. Centrale sarà il tema della proprietà e controllo dei dati personali e di una progettazione delle applicazioni allineata dal punto di vista etico.

La questione più controversa inserita da Gartner nella categoria delle tecnologie umano centriche riguarda l’aumento delle capacità umane, esistono già fenomeni di biohacker (o bodyhacker), persone che hanno impiantato sotto pelle microchip o inoculano vaccini fai da te o il proprio dna modificato. L’aumento può avere due aspetti uno fisico e uno cognitivo, in un caso si tratterà della possibilità di modificare le proprie capacità fisiche intrinseche, impiantando un dispositivo tecnologico nel corpo, ovvero anche in modalità indossabili. Nell’altro attraverso l’accesso alle informazioni e lo sfruttamento massivo di applicazioni su sistemi informatici tradizionali con l’emergente interfaccia multi-experience. Ciò avrà un effetto sui dipendenti delle aziende che cercheranno di sfruttare i loro miglioramenti personali – e persino di estenderli – per migliorare il loro ambiente di lavoro nel suo complesso.

Nell’ambito delle tecnologie smart spaces prima tra tutte rientra lo sviluppo del cloud. Il territorio del cloud si espande e sarà sempre più distribuito. Ciò significa che la distribuzione dei servizi di cloud pubblico avverrà in diverse località, mentre il fornitore si assumerà la responsabilità del funzionamento, della governance, degli aggiornamenti e dell’evoluzione dei servizi. Ciò rappresenta un significativo cambiamento rispetto al modello centralizzato della maggior parte dei servizi cloud pubblici e porterà a una nuova era nel cloud computing.

La blockchain ha il potenziale per rimodellare le industrie aumentando la trasparenza e la fiducia nello scambio di valore tra i diversi ecosistemi aziendali. Ciò consentirà anche di ridurre i costi di controllo e ridurrà i tempi di riconciliazione. Le aziende potranno apprezzare la tracciabilità dei beni riducendo i rischi di prodotti contraffatti: ciò avrà effetti anche nel settore alimentare dove maggiori sono i rischi di sfruttamento dei nomi di origine per vendere prodotti di scarsa qualità. Un altro settore nel quale la blockchain ha un potenziale di crescita sono gli smart contract, nonostante questo la blockchain può rimanere ancora per molto tempo non adeguata alle implementazioni aziendali a causa di una serie di problemi tecnici, tra cui la scarsa scalabilità e interoperabilità. Però proprio per questo le aziende dovrebbero iniziare a studiare l’utilizzo della blockchain nell’ambito del proprio business, anche se non ne prevedono un’adozione nel breve termine.

L’Intelligenza Artificiale e l’apprendimento automatico (machine learning) continueranno ad essere applicati sempre di più. Se ciò porta indubbiamente ad aumentare le capacità aziendali, dall’altro espone il business a nuovi rischi connessi alla sicurezza informatica. Le questioni chiave saranno quindi: proteggere i sistemi in cui è utilizzata l’intelligenza artificiale; sfruttare la stessa IA per migliorare la sicurezza; anticipare gli attacchi da parte degli aggressori.

Il prossimo decennio sarà quello della robotica. L’utilizzo di dispositivi fisici che utilizzano l’Intelligenza Artificiale per automatizzare funzioni precedentemente svolte dall’uomo, sarà sempre più massivo. Le forme attuali più riconoscibili sono i robot, i droni, i veicoli/navi autonomi e gli elettrodomestici. L’automazione andrà oltre rigidi modelli di programmazione grazie all’intelligenza artificiale per una migliore e più naturale interazione con l’ambiente circostante e con le persone. Inoltre con il miglioramento della capacità tecnologica, con una maggiore regolamentazione (e una crescente accettazione sociale), gli oggetti autonomi saranno sempre più diffuse negli spazi pubblici.

L’edge computing è una modalità con cui l’elaborazione dei dati, la raccolta di contenuti e la consegna avviene più vicino alle fonti dei dati stessi, agli archivi e agli utilizzatori delle informazioni. Di fatto è una tecnologia che cerca di mantenere il traffico e l’elaborazione locale per ridurre la latenza. L’attenzione per l’edge computing deriva dalla necessità per i sistemi di IoT di fornire capacità disconnesse o distribuite nel mondo dell’IoT embedded per settori specifici come la produzione o la vendita al dettaglio. Per questo L’edge computing può diventare un fattore dominante in quasi tutti i settori industriali, aumentando i casi d’uso, grazie al fatto che risorse di calcolo sempre più sofisticate e specializzate, così come una maggiore capacità di storage, sono fattori sempre più diffusi. Inoltre complessi dispositivi, tra cui robot, droni, veicoli autonomi e sistemi operativi accelereranno il potenziamento dell’edge computing.

Da "https://formiche.net/" Ecco il trend tecnologico del 2020 di Sergio Boccadutri

A maggio del 2019, la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ha pubblicato un documento di sette pagine intitolato “Raccomandazione del consiglio su un approccio globale all’insegnamento e all’apprendimento delle lingue”. L’obiettivo richiamato dal consiglio dell’Unione europea è tanto semplice quanto affascinante e ambizioso: è essenziale che i cittadini dell’Unione europea conoscano almeno due lingue straniere, oltre alla propria lingua madre.

Già ai tempi della Comunità europea del carbone e dell’acciaio del 1951 i sei paesi fondatori – Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – riconoscevano quattro lingue ufficiali: italiano, francese, tedesco e olandese. Con l’estensione della comunità europea a nuovi stati, cresce anche il numero delle lingue ufficiali: nel 1973 si aggiungono l’inglese e il danese e negli anni ottanta il greco, lo spagnolo e il portoghese. Nel corso degli anni a queste sono state aggiunte altre lingue con la creazione e l’espansione dell’Unione europea fino a raggiungere un totale di ventiquattro lingue ufficiali e oltre sessanta lingue minoritarie e regionali.

Il multilinguismo è uno dei principi fondanti dell’Unione europea ed è inteso dalle istituzioni europee sia come la capacità del singolo individuo di esprimersi in più lingue (definita plurilinguismo), sia come la coesistenza di differenti comunità linguistiche in una specifica area geografica. Oltre ai naturali risvolti commerciali e industriali, promuovere l’apprendimento delle lingue significa favorire la comprensione reciproca tra persone di diverse culture, facilitare un dibattito pubblico transnazionale e rafforzare l’identità europea. In altre parole, il multilinguismo ha una dimensione strategica per l’Europa e per dirla come il consiglio dell’Unione europea “la competenza multilinguistica rappresenta il fulcro dell’idea di uno spazio europeo dell’istruzione”.

Allo stato attuale delle cose l’apprendimento delle lingue da parte dei cittadini europei è ancora solo un progetto sulla carta. Osservando i dati dell’Eurostat, poco più della metà dei cittadini europei dichiarano di essere capaci di tenere una conversazione in una seconda lingua. Solo un cittadino su cinque può parlare due lingue oltre alla propria e meno di uno su dieci ne conosce più di tre. Le percentuali naturalmente variano di paese in paese e in base alla classe d’età e alla situazione lavorativa del cittadino (mentre non ci sono grosse differenze tra uomini e donne). Per esempio se circa il 73 per cento dei cittadini tra i 25 e 34 anni parlano almeno una lingua straniera, il dato che scende gradualmente per tutti i gruppi d’età successivi, fino a raggiungere il 55 per cento tra i cittadini tra i 55 e 64 anni.

Non a sorpresa, secondo Eurostat, l’inglese è la lingua straniera più parlata e conosciuta nell’Unione europea e quella più comunemente studiata nelle scuole primarie e secondarie inferiori (da circa il 98 per cento degli studenti). Al secondo posto appare il francese (33 per cento degli studenti), seguito dal tedesco (23 per cento) e dallo spagnolo (17 per cento).

In molti paesi – inclusa l’Italia – si comincia a studiare anche la terza lingua. Il francese è studiato come terza lingua da più del 50 per cento degli studenti delle scuole secondarie inferiori in Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Romania e Portogallo. Il tedesco è studiato come terza lingua da più della metà degli studenti in Danimarca e Polonia, mentre lo spagnolo da circa la metà degli studenti in Francia. L’italiano, invece, è studiato dal 57 per cento degli studenti a Malta, il 10 per cento in Croazia e il 4 per cento in Francia.

Ma non è sufficiente misurare quanti studenti fanno lezione di lingue straniere. È anche necessario capire quanti effettivamente poi le imparano e sono incentivati a praticarle. E se i dati ufficiali sull’età di apprendimento delle lingue straniere sono incoraggianti, dai dati di altre ricerche emergono differenze importanti sulla padronanza delle lingue tra gli studenti dei vari paesi europei. Come emerge dalla prima indagine comparativa sull’effettivo apprendimento degli studenti europei delle lingue straniere uscita nel giugno del 2012, i risultati tra i vari paesi europei varia moltissimo. Per esempio l’82 per cento degli studenti svedesi sa parlare con padronanza l’inglese a fronte del 27 per cento degli spagnoli e del 29 per cento dei polacchi. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, non compaiono nello studio (ma compariranno nella prossima pubblicazione prevista tra qualche anno).

Un mosaico complesso
Secondo Nathalie Baïdak, coordinatrice di analisi e ricerca di Eacea, l’Agenzia esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la cultura alla guida di programmi e attività per conto della Commissione europea, la realtà dei fatti è un mosaico complesso. “Da un lato assistiamo a un incoraggiante abbassamento dell’età in cui si comincia a studiare le lingue straniere. Venti anni fa i bambini cominciavano a studiare una lingua straniera non prima dei 10-11 anni, oggi invece in quasi tutti i paesi dell’Unione europea si inizia dai 6-8 anni,” spiega Baïdak. “Dall’altro osservando i dati si scopre che le differenze tra i paesi sono enormi e c’è ancora molto lavoro da fare per migliorare lo studio della seconda lingua straniera.”

Secondo Baïdak, i fattori che determinano il successo dell’apprendimento delle lingue straniere sono principalmente due: l’efficacia dell’insegnamento delle lingue nel sistema scolastico e l’esposizione alle lingue nell’ambiente in cui si vive. Oltre quindi a potenziare la scuola (per esempio investendo nella formazione dei docenti e migliorando la continuità tra scuole elementari e medie) è utile favorire un’esposizione alle lingue più diffusa, per esempio attraverso la proiezione di film sottotitolati e non doppiati, come avviene nei paesi del nord. In questo senso la diffusione di internet e dei video on demand hanno facilitato l’apprendimento delle lingue, soprattutto dell’inglese.

Gli ultimi studi di Eurydice – la rete europea di informazione sull’istruzione finalizzata a fornire ai politici degli stati membri informazioni aggiornate e affidabili sulle quali basare le riforme dell’istruzione – fanno riflettere anche la necessità di approcci dell’insegnamento delle lingue ad hoc in un mosaico ricco e complesso come l’Europa.

Per avere un’idea, il rapporto Eurydice “Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue a scuola in Europa” analizza sessanta indicatori relativi allo studio delle lingue, prendendo in considerazione variabili come l’offerta delle lingue studiate nei programmi dell’istruzione dell’obbligo, le ore effettivamente dedicate all’insegnamento delle lingue, la mobilità transnazionale di docenti e studenti e il sostegno linguistico per gli studenti immigrati appena arrivati.

“L’Italia sotto questo aspetto mostra segnali di miglioramento. Ad esempio dal 2003, è stato introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’inglese a partire dal primo anno della scuola primaria. Inoltre, gli studenti italiani, come circa il 60 per cento circa degli studenti europei, stanno iniziando ad apprendere una seconda lingua straniera a partire dalle scuole medie”, spiega Simona Baggiani, analista di sistemi e politiche educative europee dell’unità italiana di Eurydice e parte dell’Agenzia Erasmus+/INDIRE.

Ma come nel resto d’Europa anche in Italia l’apprendimento delle lingue che varia di regione in regione. Dal rapporto Invalsi del 2019 i risultati medi migliori compaiono tra gli studenti dell’Italia settentrionale rispetto a quelli dell’Italia centrale e meridionale in termini di ascolto e comprensione della lingua inglese. Un quadro non lontano da quello emerso dall’indagine internazionale Pisa (Programme for international student assessment), dove il nord ottiene risultati superiori alla media Ocse, e via via muovendosi verso sud il risultato scende finendo sotto a quello della media Ocse.

Ci sono poi da considerare altri mezzi molto importanti per un apprendimento efficace delle lingue a scuola. “Tra questi spicca il programma Erasmus+ e tutti gli incentivi alla mobilità transnazionale degli studenti (non solo universitari ma anche di livello secondario) messi a disposizione dall’Unione europea”, spiega Baggiani. La mobilità degli studenti è una leva fondamentale per l’acquisizione di migliori competenze linguistiche. Su questa l’Unione europea ha promesso di investire fino a 30 miliardi tra il 2021 e il 2027 per rendere il programma più inclusivo. Ma serve uno sforzo ancora maggiore per aumentare il numero dei cittadini europei capaci di parlare più lingue, come raccomandato dal consiglio dell’Unione europea.

Da "https://www.internazionale.it/" Parlare più di una lingua in Europa è ancora un privilegio di Jacopo Ottaviani, giornalista

2020: la riforma della curia

Venerdì, 10 Gennaio 2020 00:00

Il 2020 sarà l’anno della riforma della curia romana. Il via libera del consiglio dei cardinali in dicembre 2019 lo prefigura. A sette anni dall’elezione di Francesco al soglio di Pietro si completerà la faticosa ristrutturazione dell’apparato vaticano. L’opera di rinnovamento sollecitata e pretesa dai cardinali nei dialoghi pre-conclave ha subìto torsioni e sobbalzi per le emergenze economico-finanziarie e per il peso dei provvedimenti anti-abusi.

Il metodo di operare prima sui singoli punti e dicasteri, di costruire a pezzi il progetto complessivo, ha reso possibile le verifiche, ma ha allungato i tempi.

Si dava come probabile l’approvazione della costituzione apostolica Praedicate Evangelium prima nel 2018, poi per la festa dei santi Pietro e Paolo a giugno del 2019. L’originale modo di coinvolgere il gruppo dei 9 cardinali (diventati 6) è apparso da subito alla curia particolarmente esposto a imprecisioni ed errori. Solo i cardd. Parolin e Bertello conoscono a fondo la “macchina”.

L’ultima bozza, firmata dal card. Maradiaga e mandata in lettura ai dicasteri e alle conferenze episcopali nel maggio 2019, ha ricevuto molti rilievi critici, talora contraddittori. Per alcuni il discusso profilo della Segreteria di stato (ai tempi del card. Tarcisio Bertone si denunciava un “secondo papa”) non solo non è stato ridotto, ma francamente aumentato. L’aggiunta di una terza sezione dedicata al rapporto con i nunzi e il ruolo di moderazione per l’intera curia (a scapito della suggerita figura del moderator curiae) conferma e rafforza il ruolo primaziale della Segreteria.

«Si dovrebbe fare astrazione dalle persone – mi diceva un autorevole osservatore. I giusti consensi verso l’attuale responsabile, il card. Pietro Parolin, non dovrebbero condizionare un testo che regolerà l’insieme per diversi anni, forse decenni».

Una seconda osservazione critica riguarda il riequilibrio fra Santa Sede e conferenze episcopali. Se, nella prima parte del testo, le enunciazioni a favore di una specifica responsabilità dei vescovi sono molto chiare, meno precise sono le regole e le norme contenute nella seconda parte del testo di carattere più direttivo. Il superamento dell’Apostolos suos non è ancora avvenuto. Più evocazioni di stile che norme precise.

È tutto da definire un nuovo dipartimento, una “segreteria papale” che avrebbe il compito di convocare i responsabili dei dicasteri per un’azione di coordinamento e di valutazione di priorità, anche senza la presenza del papa. Giusta risposta all’isolamento delle attuali Congregazioni, ma ancora una volta in capo, con ogni probabilità, alla Segreteria di stato. Per altri è in questione il legame diretto fra il papa e la curia. Se si appanna, non cede soltanto il rilievo dei curiali, ma il servizio stesso alle Chiese locali. Senza contare le numerose incertezze relative ai ruoli e ai compiti dei vari dipartimenti all’interno dei dicasteri.

Critiche e criteri
Le lagnanze e le osservazioni critiche si potrebbero ulteriormente evocare ma non si può ignorare l’urgenza di una riforma da tutti condivisa e la qualità dei riferimenti a cui risponde:

a) la necessità che la riforma abbia anzitutto una qualità spirituale e morale oltre che strutturale;

b) la priorità dell’urgenza dell’annuncio evangelico su quella del controllo delle Chiese;

c) un riequilibrio delle responsabilità fra curia romana e conferenze episcopali;

d) la sinodalità come stile di governo e di vita ecclesiale;

e) una struttura capace di rispondere ai cambiamenti dei tempi e alla dislocazione a Sud della maggioranza dei cattolici.

Tutti elementi assai lucidamente presenti nella prima parte del documento che comprende un «prologo» e i «criteri e principi» (decentramento, ruolo dei laici, la dimensione di servizio ai vescovi oltre che al pontefice, comunicazione interna).

Sette discorsi alla curia
Ai tratti ispirativi si rifanno i sette discorsi alla curia in occasione degli auguri di Natale. Dopo l’annuncio della riforma curiale (13 aprile 2013), il primo discorso verteva sulla professionalità dei curiali.

Nel 2014-2015 si affrontano le tentazioni e le virtù che interessano la curia, ma che si possono estendere alle comunità cristiane. Quindici le tentazioni e dodici le virtù.

Nel 2016 il discorso ruotava attorno ai criteri della riforma: dalla conversione personale a quella pastorale, dalla priorità dell’evangelizzazione alla razionalizzazione della curia con i caratteri della funzionalità, aggiornamento, sobrietà, sussidiarietà, sinodalità, cattolicità, professionalità e gradualità. All’elenco dei criteri seguiva il riferimento alle 19 decisioni che segnano il procedere della riforma: dalle disposizioni relative al comparto economico e finanziario alla creazione della Segreteria e del Consiglio dell’economia, dalla Commissione per la tutela dei minori alla Segreteria della comunicazione, dalla riforma del processo canonico all’erezione dei dicasteri per i laici e lo sviluppo umano integrale.

Nel 2017 l’attenzione andava all’attività esterna della curia, «ossia il rapporto della curia con le nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’islam e le altre religioni».

Nel 2018 il discorso è volto soprattutto a denunciare gli abusi di potere, di coscienza e sessuali in previsione della riunione dei presidenti delle conferenze episcopali che si sarebbe svolta nel febbraio 2019. «Sia chiaro che dinanzi a questi abomini la Chiesa non si risparmierà nel compiere tutto il necessario per consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti. La Chiesa non cercherà mai di insabbiare o sottovalutare nessun caso».

Un corpo vivo e un ritardo intollerabile
Torna direttamente sul tema della riforma della curia il discorso del 21 dicembre 2019. «Nell’incontro odierno vorrei soffermarmi su alcuni altri dicasteri (oltre a quelli già accennati nei discorsi precedenti; ndr) partendo dal cuore della riforma, ossia dal primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione». La Congregazione per la dottrina della fede e quella per l’evangelizzazione dei popoli hanno direttamente a che fare con l’urgenza dell’annuncio del Vangelo.

In un tempo ormai di post-cristianità («Non siamo più in regime di cristianità»), davanti alla progressiva secolarizzazione della società e rispetto a fenomeni come l’espansione ormai prevalente del sistema urbano, dobbiamo «trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del vangelo di Cristo». In un contesto in cui «non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati».

Il dicastero della comunicazione, l’impresa più complessa della riforma perché ha unificato nove enti che si occupavano di informazione, deve rispondere a una cultura ampiamente digitalizzata «che ha impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi, di entrare in relazione con gli altri».

Il dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale è istituito per «promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Senza fretta, senza rigidità e mettendo in conto qualche errore, la riforma vorrebbe rispondere all’accorata affermazione del compianto card. Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

La quarta revisione
Dalla fondazione della nuova curia nel 1588 soltanto tre pontefici hanno avuto il coraggio di ristrutturare il suo apparato: Pio X nel 1908, dopo il concilio Vaticano I e la perdita dello stato pontificio e Paolo VI nel 1967 dopo il concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II nella costituzione Pastor bonus si limitò ad alcuni miglioramenti minori.

Quella avviata da Francesco è, quindi, la quarta riforma curiale. Le 9 Congregazioni e i 12 Pontifici consigli si ridurranno a 15 dicasteri, tutti giuridicamente uguali. Il termine “segreteria” viene riservato alla Segreteria di stato. Dopo di essa si snodano i vari dicasteri.

Quello per l’evangelizzazione sarà diviso in due sezioni: una per i problemi fondamentali riguardanti l’evangelizzazione nel mondo di oggi; la seconda col compito di offrire accompagnamento e sostegno alle nuove Chiese locali che non rientrano nella competenza del dicastero per le Chiese orientali.

Il dicastero per la dottrina della fede perde rilievo (non sarà più indicata come “suprema”) ma allarga i suoi compiti: non solo per il controllo dell’ortodossia, ma anche come stimolo alla ricerca teologica.

Segue il dicastero della carità, che eredita la tradizione della elemosineria apostolica, ora elevata allo stato di dicastero, guidato quindi da un prefetto.

Il dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti si dedicherà anzitutto alla promozione della sacra liturgica secondo l’insegnamento del Vaticano II, chiamato a “confermare” (non a giudicare) le traduzioni legittimamente preparate dalle conferenze episcopali.

Nel dicastero per i laici, la famiglia e la vita si dovrà percepire il nuovo ruolo dei laici e delle donne nella vita ecclesiale, a confronto con le recenti problematiche familiari.

Il dicastero per lo sviluppo umano integrale dovrà appunto sostenere «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato».

Trasversali a tutti i dicasteri saranno l’attenzione e i ruoli dei laici, il rapporto non solo con il papa ma anche coi vescovi, la particolare attenzione alle conferenze episcopali.

Il personale di curia (ora circa 2.500 persone) dovrà considerarsi al servizio del papa e, allo stesso tempo, dei vescovi. Gli ufficiali dovranno avere alle proprie spalle almeno quattro anni di esperienza nel servizio pastorale.

Prima la conversione, poi la funzionalità
La verifica partirà dal testo ufficiale che verrà approvato e nella pratica dei prossimi anni. Ma la riforma curiale è certamente un segno della vivacità della Chiesa. «È necessario ribadire con forza – dice il papa nel discorso alla curia del 2016 – che la riforma non è fine a sé stessa, ma è un processo di crescita e soprattutto di conversione. La riforma, per questo, non ha un fine estetico, quasi si voglia rendere più bella la curia; né può essere intesa come una sorta di lifting, di maquillage oppure di trucco per abbellire l’anziano corpo curiale… La riforma della curia non si attua in nessun modo con il cambiamento delle persone – che senz’altro avviene e avverrà – ma con la conversione nelle persone. In realtà, non basta una formazione permanente, occorre anche e soprattutto, una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità, lo sforzo funzionale sarebbe vano».


Da "http://www.settimananews.it/" 2020: la riforma della curia di Lorenzo Prezzi

Il candidato del centrosinistra nel Municipio XI: "Sarà battaglia". Il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie: "Inaccettabile".

La Giunta Capitolina ha deliberato che Roma Capitale indicherà come sito per lo smaltimento dei rifiuti nel territorio del Comune, ovvero la discarica di servizio per la città, l’area di Monte Carnevale, nel Municipio XI nella Valle Galeria. La Regione, tra le altre cose, disporrà tutte le attività necessarie per consentire, come richiesto da Roma Capitale, una serie lavori straordinari all’impianto Tmb di Rocca Cencia. Lo affermano Roma Capitale e Regione Lazio in una nota congiunta.

La Regione Lazio, vista l’individuazione sul territorio comunale dell’impianto, in concomitanza con l’approvazione del provvedimento capitolino, “stralcerà anche dal Piano Rifiuti in via d’approvazione, come da accordo, l’indicazione del sub-ato per il Comune di Roma Capitale e disporrà tutte le attività necessarie per consentire, come richiesto da Roma Capitale, una serie lavori straordinari all’impianto Tmb di Rocca Cencia”, conclude la nota congiunta.

Prima delle festività le due amministrazioni avevano trovato un accordo sui rifiuti di Roma che prevedeva il supporto della Regione nella gestione temporanea dell’immondizia a fronte dell’indicazione di un sito dentro il Comune da parte del Campidoglio da realizzare in circa 18 mesi. Dopo aver detto no all’ ipotesi Falcognana e Tragliatella la scelta è caduta, tra le cosiddette ‘aree bianche’ indicate dalla città metropolitana, su Monte Carnevale.

La scelta fa insorgere sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico. “La decisione di realizzare la nuova discarica di rifiuti urbani di Roma a due chilometri dalla discarica di Malagrotta è inaccettabile”. Lo afferma il presidente della Commissione parlamentare Ecomafie dei 5 stelle, Stefano Vignaroli. ”È una scelta vergognosa nei confronti di un’area già devastata e mai adeguatamente bonificata” aggiunge Vignaroli spiegando che “alla chiusura di Malagrotta non è seguito alcun intervento di risanamento ambientale”.

Duro anche Gianluca Lanzi, candidato presidente del centrosinistra nel Municipio XI: “Abbiamo appena appreso che la sindaca Raggi ha scelto il sito per la nuova discarica di Roma e tra i 7 siti possibili ha scelto quello di Monte Carnevale nel Municipio XI, nella Valle Galeria - afferma -. La nuova discarica di Roma, quindi, sarà a meno di 3 km da quella di Malagrotta, chiusa nel 2013 dalla Giunta di centrosinistra guidata da Ignazio Marino. Fino a poche ore fa sembrava che la scelta cadesse sul sito di Tragliatella, ma si è trattato evidentemente di un ‘depistaggio’ volto a coprire quello che la Raggi ha sempre avuto in mente: far tornare i rifiuti nella Valle Galeria”.

“Già lo scorso anno la sindaca aveva scelto di utilizzare il sito di Ponte Malnome, sempre nel Municipio XI, per la trasferenza dei rifiuti - continua - garantendo ai cittadini che il sito sarebbe stato utilizzato per soli 6 mesi, ma è passato oltre un anno da quella scelta e i rifiuti vanno ancora a Ponte Malnome. In tutto questo, va sottolineato che la destra ha svolto un ruolo decisivo: opponendosi prima al sito di Falcognana, con l’onorevole Renato Brunetta che ha manifestato in strada giungendo a incatenarsi per evitare che si realizzasse la discarica vicino alla sua abitazione, e poi a quello di Tragliatella, con i consiglieri regionali della Lega in prima fila, ha acceso i riflettori sulla Valle Galeria e ‘indirizzato’ in qualche modo la scelta della Sindaca. Realizzare la discarica nella Valle Galeria è una scelta inaccettabile e noi daremo fin da subito battaglia”.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" La discarica a Monte Carnevale scelta da Raggi e Zingaretti fa insorgere M5s e Pd

Il capo della Lega rappresenta un’idea di politica inedita finora, sostanziata solo nella forza comunicativa del suo stesso personaggio. Una concezione d’impatto, ma priva di qualsiasi sostanza. E per questo inevitabilmente votata a disintegrarsi.

Il mainstream del dibattito politico italiano concorda su un fatto: Matteo Salvini è l’uomo forte. Chi lo avversa evoca un inquietante pericolo per la democrazia, mentre chi lo sostiene non desidera altro che un condottiero politico torni ad abitare il potere romano. Esplicito subito la tesi di questo articolo: Matteo Salvini non è l’uomo forte, ma il più riuscito prodotto del dissolvimento della politica nella società dello spettacolo (un fenomeno che Guy Debord aveva previsto cinquant’anni fa). Ma andiamo con ordine.

Negli anni ’90, in Italia, si sono sovrapposti due fenomeni: il consolidarsi di un accresciuto potere televisivo generato dai rilevanti mezzi impiegati nelle lotte duopolistiche tra Rai e Fininvest e – dal 1993 – il vuoto di potere e di ceto politico generato dalle inchieste di Mani Pulite. Inevitabile è stato il congiungimento di questi due fenomeni attraverso l’occupazione della scena politica da parte di Silvio Berlusconi. Come nel Mocambo di Paolo Conte, il curatore del fallimento “era anche il padrone di tutti i caffè”.

L’egemonia berlusconiana ha progressivamente cancellato il DNA delle antropologie politiche tradizionali. Siamo giunti, soprattutto in Italia, al punto che la politica non sia ormai più in grado di prescindere dal mezzo televisivo. Si tratta della dimostrazione di come essa venga totalmente riassunta nei canoni della società dello spettacolo. Il nuovo scenario venutosi a creare, tuttavia, reclamava una antropologia politica diversa da quella del “padrone di tutti i caffè”. È qui che comincia a emergere Matteo Salvini.

In prima battuta, la leadership politica si è incarnata nella parabola renziana (anch’essa largamente debitrice dell’immaginario televisivo), ma le scorie delle tradizioni politiche da cui discendeva (ben simbolizzate dal celebre «Enrico stai sereno») ne hanno rapidamente decretato la fine. Matteo Salvini, al contrario, ha rinunciato a ogni eredità del passato (non solo perché quella di Bossi gli aveva lasciato un bel po’ di debiti…) e, sul piano psicoanalitico, ha rapidamente “ucciso il padre” senza portarne alcun rimorso. La sua Lega è divenuta un contenitore politico talmente neutro da riuscire anche a cancellare il proprio peccato originale (la Padania e il sogno secessionista).

In termini ideologici, Salvini mostra, con sincera e compiaciuta baldanza, come il passaggio “dall’essere all’avere” – che caratterizzava la critica marxista all’intelaiatura capitalistica del potere politico - in lui venga sublimato nel successivo passaggio spettacolare – e qui si torna a Debord – “dall’avere all’apparire”. Nella percezione della figura politica di Matteo Salvini, infatti, non si respira alcuna bramosia di potere. Che sia stato un errore o una mossa geniale, è un fatto che in agosto abbia lasciato una posizione molto comoda. In questa mentalità dissipativa sul piano del potere, c’è una autentica rivoluzione rispetto all’idea politica che ereditiamo dal passato, interamente finalizzata all’ottenimento del potere e al suo utilizzo. In Salvini, ogni dinamica di potere viene sostituita dalla dinamica di un consenso che basta finalisticamente a se stesso. Anche le suggestioni più cruente, dalle ruspe ai porti chiusi, in realtà rimangono funzionali alla conquista di un consenso interno alla rappresentazione mediatica. La giustificazione politica (la cosiddetta “campagna elettorale permanente”) assume solo il senso di dare una motivazione conosciuta a un fenomeno ancora da comprendere.

Insomma, Salvini desidera essere una tigre di pezza perché, con intelligenza mista a intuito politico, ha capito che oggi la superficie politica è esclusivamente quella del palcoscenico mediatico, dove le figure diventano virtuali, i problemi immaginari e gli animali di pezza. Ogni sua battaglia è interna al ring mediatico e digitale. Fuori c’è un mondo che gli è estraneo. Dall’azione della magistratura alla rappresentanza degli interessi, la struttura del reale rimane del tutto separata dalla logica politica sovrastrutturale di Salvini. Non è un caso che egli – io credo in piena buona fede - rimanga stupefatto di fronte alle vicende giudiziarie che lo riguardano (dalle navi ferme fuori dai porti ai 49 milioni di debiti della vecchia Lega) e non sappia cosa rispondere (manifestando una totale estraneità alla questione) sulla necessaria ricerca di risorse e di interessi economici da rappresentare che, infatti, si sono concretizzati attraverso grotteschi tentativi degni della fantasia comica di un “Totò e Peppino a Mosca”.

Se non fosse per l’esigenza spettacolare di un capro espiatorio che, purtroppo, produce conseguenze reali sui pochi malcapitati oggetto dei suoi strali (dai Rom che vivono nel nostro paese ai profughi che incappano in eccessi di rigore normativo), l’agire di Salvini sarebbe del tutto innocuo. Anche la fisiognomica – che pure va maneggiata con cautela - aiuta la comprensione del personaggio. Salvini, nella sua soddisfatta e paciosa corpulenza, non è grasso e nemmeno magro. Non rimanda ad alcuno dei vizi della fisiognomica, dalla rabbia alla lussuria. È una specie di Babbo Natale che, pur avendo a che fare con le sperdute e pericolose distese disabitate della tundra, desidera solo portare doni e piacere a tutti. Se fosse per lui, il nemico ideale da inserire nel copione di una politica resa spettacolo sarebbero gli alieni, cioè una comunità invisibile di cui si sa solo che potrebbe distruggere l’umanità.

Il 2020 potrebbe partire da questa consapevolezza: Salvini non fa paura e, come tutti i fenomeni virtuali, quando scomparirà (prima o poi tutti le avventure politiche finiscono) non lascerà alcuno strascico. Anche le parole velenose che, oggettivamente, il leader della Lega mette in circolo, restano prive di futuro, poiché si imprimono solo sui copioni destinati al palco mediatico. Se stessimo parlando di parole finalizzate a un’azione (“le parole sono pietre” della cultura politica novecentesca), le conseguenze sarebbero evidenti nei vissuti degli italiani e non solo nella propaganda delle sardine. Non dimentichiamoci che del fascismo sono presenti ancora scorie dopo settant’anni dalla sua fine. Della DC e del PCI qualcosa è comunque sopravvissuto anche nella mentalità del presente. Di Berlusconi, almeno sul piano del linguaggio, alcuni elementi sono divenuti strutturali (ad esempio, l’uso politico della metafora calcistica). Di Salvini, invece, non resterà nulla (a meno che non lo si voglia imitare).


Da "https://www.linkiesta.it" Matteo Salvini, ovvero della decadenza dei leader mediatici (che, credeteci, spariranno)