L’imperatore Nerone suonava la lira mentre Roma bruciava. Il presidente statunitense Donald Trump invece calcava i suoi campi da golf mentre la California bruciava e mentre più di 200mila statunitensi morivano di covid-19, una malattia che poi ha contratto anche lui. Al pari di Nerone, Trump passerà alla storia come un politico di eccezionale crudeltà. Alla fine di settembre milioni di persone nel mondo si sono sorbite uno spettacolo di 90 minuti, spacciato per “dibattito presidenziale”, in cui Trump ha dimostrato di non essere degno della presidenza e ha fatto capire perché tanti dubitano perfino della sua salute mentale. Certo, in questi quattro anni tutto il mondo ha capito chi è questo bugiardo patologico. Quindi che razza di dibattito si può fare se uno dei due candidati non ha alcuna credibilità?

Quando gli è stato chiesto di commentare le recenti rivelazioni del New York Times, secondo cui nel 2016 e nel 2017 ha pagato solo 750 dollari di tasse sul reddito, Trump ha avuto una breve esitazione e poi ha risposto che ha versato “milioni” di dollari, senza mostrare prove. Ancor più inquietante è stato il suo rifiuto di denunciare i suprematisti bianchi e gruppi violenti come i Proud boys. Inoltre non ha assicurato che l’eventuale passaggio di poteri a un altro presidente sarà pacifico e ha cercato di delegittimare le elezioni. Il comportamento di Trump nelle ultime settimane ha rappresentato una minaccia diretta alla democrazia.

Sono cresciuto a Gary, nell’Indiana, e da bambino ho studiato le virtù della costituzione statunitense. Verso la fine degli anni novanta, quando ero capo economista della Banca mondiale, giravamo il mondo per fare lezioni sul buongoverno e spesso indicavamo gli Stati Uniti come esempio. Oggi non più. Trump e i suoi compagni di partito ci hanno ricordato quanto siano fragili le istituzioni del paese.

Il Partito repubblicano sta facendo la guerra alle istituzioni, ridisegnando i collegi elettorali a proprio vantaggio

Gli Stati Uniti sono un paese fondato sulle leggi, ma a far funzionare davvero il sistema sono le regole della politica. E in questi quattro anni Trump e i repubblicani hanno innalzato a nuove vette la violazione delle regole, perdendo la faccia e danneggiando proprio le istituzioni che dovrebbero difendere. Nel 2016, quando era candidato alla presidenza, Trump si è rifiutato di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi. Da presidente ha ignorato i suoi conflitti d’interessi, ha tratto vantaggi tangibili dalla carica che ricopre, ha screditato gli scienziati indipendenti, ha ostacolato il diritto al voto e ha ricattato i governi stranieri per diffamare gli avversari politici.

Ora gli statunitensi si chiedono se la loro democrazia possa sopravvivere. In fondo, uno dei grandi timori dei padri fondatori era proprio che potesse saltare fuori qualche demagogo in grado di distruggere il sistema dall’interno. Il paese ha un compito difficile. Oltre alla pandemia fuori controllo, l’aumento delle disuguaglianze e la crisi climatica, c’è anche l’urgenza di salvare la democrazia. I repubblicani hanno dimenticato ormai da un pezzo il giuramento fatto all’entrata in carica, quindi le regole della democrazia dovranno essere rimpiazzate dalle leggi. Ma non sarà facile.

Le regole, quando vengono rispettate, sono spesso preferibili alle leggi perché si adattano meglio alle circostanze. Ma quando uno degli automobilisti non rispetta più le regole, bisogna mettere guardrail più resistenti. La buona notizia è che per farlo abbiamo già un piano. È il For the people act, approvato dalla camera nel 2019, che ha l’obiettivo di estendere il diritto di voto, fermare i tentativi dei partiti di ridisegnare a proprio vantaggio i collegi elettorali, rafforzare le regole e limitare l’influenza dei finanziatori privati sulla politica. Ma c’è una brutta notizia. I repubblicani sanno di essere sempre più in minoranza su quasi tutte le questioni politiche d’attualità: gli statunitensi chiedono controlli più efficaci sulla vendita delle armi, l’aumento dei salari minimi, nuove regole in materia di ambiente e di finanza, un’assicurazione sanitaria a prezzi abbordabili, l’aumento dei fondi pubblici per la scuola materna, un accesso più facile all’istruzione universitaria e limiti più stringenti al denaro in politica.


Questa volontà espressa dalla maggioranza dei cittadini mette i repubblicani in una posizione impossibile: non possono proporre il loro impopolare programma politico e al tempo stesso sostenere un sistema di governo onesto. Ecco perché oggi il partito sta facendo la guerra alla democrazia e sta condannando il paese al dominio permanente della minoranza, ridisegnando i collegi elettorali a proprio vantaggio.

Dato che i repubblicani hanno già fatto il patto con il diavolo, sarà difficile che appoggino qualsiasi tentativo di proteggere le istituzioni. Agli statunitensi resta un’unica scelta: far stravincere il Partito democratico alle elezioni di novembre. La democrazia statunitense è in bilico: se cade, i nemici della democrazia vinceranno in tutto il mondo.


Da "https://www.internazionale.it/" La democrazia statunitense è arrivata a un bivio di Joseph Stiglitz, economista

Nessuno si vuole prendere la responsabilità del fallimento della gestione dell’epidemia, ma qualcuno – il Governo, le Regioni, il Comitato tecnico-scientifico – dovrà pur risponderne.


Il sistema di tracciamento è saltato o sta per saltare completamente in gran parte delle regioni italiane, alcune delle quali – come Lombardia e Piemonte – in questi giorni hanno ammesso pubblicamente di avere ormai gettato la spugna. Il che significa, né più né meno, che il risultato dei tanto celebrati sacrifici compiuti durante il lockdown sta evaporando rapidamente. Senza che nessuno senta il bisogno di assumersene la responsabilità.

Non si tratta di un segreto di stato: dalle Asl agli esperti più autorevoli, compresi consiglieri del ministro della Sanità come Walter Ricciardi e componenti del comitato tecnico-scientifico, a cominciare dal suo presidente Agostino Miozzo, in molti hanno finito per riconoscere quello che la fondazione Gimbe ha certificato ieri nel suo report settimanale, e cioè «il fallimento del sistema di testing & tracing per arginare la diffusione dei contagi».

Come ha spiegato ieri al Corriere della Sera l’epidemiologo Carlo La Vecchia, la ragione è semplice: «Ormai ci sono troppi casi per poterlo ritenere uno strumento utile». Ma già martedì scorso Andrea Crisanti, il padre del modello Veneto, era stato ancora più netto in un’intervista all’Huffington Post: «In Italia siamo in grado di tracciare fino a 2.000 casi al giorno con le capacità che abbiamo. Con 12mila contagi salta tutto, il sistema va in tilt: non c’è contact tracing né App Immuni in grado di reggere un impatto del genere».

Figuriamoci ora che abbiamo superato i 16mila. Figuriamoci poi se in diverse regioni non si riesce neanche a trovare l’operatore che dovrebbe inserire i dati trasmessi dagli utenti, che già sono pochi (a scaricare l’app sono stati circa nove milioni di italiani). Figuriamoci poi se già oggi in diverse regioni le file ai tamponi durano anche dodici ore, una vergogna nazionale – regionale e nazionale – che costringe le persone a mettersi in auto all’alba e ad affrontare code interminabili in condizioni indegne, magari con due soli bagni chimici a disposizione, come in alcuni drive-in romani, per centinaia di persone (tra le quali, non dimenticatelo, un alto numero di positivi contagiosi, per ovvie ragioni statistiche).


Se è vero, come ormai ripetono tutti, che l’argine del tracciamento è crollato, qualcuno dovrà pure risponderne: il governo, le regioni, il comitato tecnico-scientifico, chi volete voi. Ma non è possibile continuare a cavarsela ripetendo che in Francia o in Spagna stanno peggio di noi, cioè esattamente con l’atteggiamento che all’inizio, quando eravamo noi in cima alla classifica dei contagi, mostravano la Francia e tanti altri paesi nei nostri confronti, e che giustamente stigmatizzavamo come prova di superbia e di cecità.

È chiaro che si tratta di una situazione difficilissima per tutti. Ma non è possibile passare nel giro di due settimane dal sentirci dire che eravamo i numeri uno al mondo nella gestione della pandemia al sentirci dire che la situazione è ormai fuori controllo. Eppure è esattamente quello che sta accadendo.

E così, dopo avere passato gli ultimi mesi ad ascoltare esponenti di governo e opposizione fare a gara nel gridare a più non posso che mai e poi mai, per nessuna ragione al mondo, avremmo potuto tornare al lockdown (la prima volta evidentemente lo abbiamo fatto per il gusto di farlo), e che mai e poi mai, per nessun motivo nell’universo, avremmo privato ancora i nostri ragazzi della presenza a scuola (la prima volta evidentemente lo abbiamo fatto per vedere l’effetto che fa), ecco che adesso, alla chetichella, una regione prima e una dopo, già cominciamo con i lockdown notturni e la didattica a distanza per le superiori, nella consueta, confusa, casuale escalation di provvedimenti nazionali e locali, a volte persino in aperto contrasto tra loro (vedi l’ultima incredibile polemica tra la ministra dell’Istruzione e i presidenti di Lombardia e Campania, peraltro di opposto colore politico).

E tutto questo a nemmeno un mese dalla ripresa autunnale e dalla riapertura delle scuole.

In pratica, tenendo conto dei venti giorni circa che ormai abbiamo imparato a considerare come il tempo minimo per verificare gli effetti di qualunque misura anti-contagio, possiamo concluderne che il modello italiano, il sistema di regole e protocolli di cui ci siamo vantati un’intera estate – vale a dire tutto quello che governo, regioni ed esperti avrebbero dovuto fare negli ultimi sei mesi – non ha funzionato un solo giorno.

Da "https://www.linkiesta.it/" Il modello italiano non ha retto neanche un giorno alla prova della riapertura di Francesco Cundari

L’Iran è ancora uno Stato rivoluzionario?

Venerdì, 23 Ottobre 2020 00:00

A quarant’anni dalla Rivoluzione del 1979, la retorica rivoluzionaria continua a essere presente nel discorso pubblico iraniano. Eppure le mutate condizioni sociali e la prevalenza dell’interesse nazionale hanno cambiato la politica iraniana.

La storia dell’Iran contemporaneo è attraversata da numerose rivoluzioni la cui essenza rimane a prima vista difficile da decifrare. La natura rivoluzionaria della politica persiana, e poi iraniana, si manifesta già alla fine del XIX secolo, quando durante la cosiddetta Rivoluzione costituzionale (1905-1906) emergono nuovi attori politici e la consapevolezza di classi sociali transnazionali. Certo, l’Iran di oggi ha ereditato alcune delle sue peculiarità dal movimento costituzionale, ma la rivoluzione del 1979 rifletteva anche determinate tendenze che si stavano diffondendo su scala internazionale, come l’Islam politico e l’ideologia di sinistra. L’epocale rivoluzione del 1979 aprì la strada alla fondazione della Repubblica islamica, un sistema politico ibrido in cui l’élite politica continua a definirsi enqelabi (rivoluzionaria) per affermare la propria adesione ai principi della rivoluzione, cioè a quei valori definiti soprattutto dai radicali religiosi che negli anni Ottanta monopolizzarono la scena politica escludendo altri gruppi.

A quarant’anni di distanza, l’establishment politico e in particolare alcune delle sue espressioni, conservano la retorica rivoluzionaria come elemento essenziale per la salvaguardia della loro legittimità interna. Manifestazioni sponsorizzate dallo Stato in cui si scandisce “morte all’America” ricordano lo zelo e gli slogan rivoluzionari degli anni Ottanta. Ciò potrebbe indicare che la rivoluzione non sia finita, ma continui a fornire riferimenti retorici per l’azione politica. Al mutare delle condizioni nazionali e internazionali, tuttavia, la narrazione antimperialista, così come altre rivendicazioni che hanno caratterizzato la rivoluzione del 1979, ha assunto una portata e significati diversi. A livello politico sono stati introdotti nuovi paradigmi, a volte coerenti con le nuove esigenze e richieste sociali e con le necessità economiche. Non è dunque convincente affermare che l’Iran è uno Stato rivoluzionario, ovvero uno Stato in cui la rivoluzione è ancora in corso, soprattutto alla luce dell’attuale fazionalismo e dell’uso permanente del discorso rivoluzionario. Per chiarire la natura dell’attuale sistema iraniano occorre perciò indagare prima la definizione stessa di rivoluzione.

Una rivoluzione è intesa come un fenomeno politico o come un brusco cambiamento nell’ordine sociale. Secondo questi presupposti, una rivoluzione avviene in un preciso momento storico e definisce ciò che è stato prima e ciò che viene dopo, rappresentando dunque una cesura tra due momenti distinti. Allo stesso tempo, una rivoluzione può essere considerata come un processo a lungo termine volto a determinare un nuovo ordine politico. In questo caso, è rivoluzionario uno Stato che sta vivendo una rivoluzione e in cui gli attori politici cercano di affermare la loro visione del mondo. Che si tratti di un momento improvviso o di un processo in evoluzione, una rivoluzione ha lo scopo di trasformare il sistema politico esistente e aprire la strada a un nuovo assetto istituzionale in cui le forze post-rivoluzionarie possono competere per l’autodeterminazione. Secondo alcuni studiosi, l’Iran è uno Stato rivoluzionario perché le fazioni interne stanno ancora lottando per affermare la loro interpretazione della rivoluzione, e poiché questi gruppi continuano a richiamare i principi di Khomeini, la rivoluzione sarà considerata finita solo quando i valori rivoluzionari non saranno più simboli accettabili di solidarietà e legittimità politica. Altri studiosi, invece, sostengono che la rivoluzione è finita quando i radicali religiosi hanno istituzionalizzato la dottrina khomeinista della Velayat-e faqih (tradotto comunemente come autorità del giurisperito) e consolidato il sistema politico attraverso una “teocrazia repubblicana”.

La rivoluzione iraniana del 1979, riduttivamente ed erroneamente denominata islamica, fu il risultato di un lungo processo di significativi cambiamenti demografici, socioeconomici e culturali. Le politiche dello scià Mohammed Reza Pahlavi avevano alienato una popolazione in crescita, mentre l’opposizione politica fu silenziata e il dissenso costretto alla clandestinità. La società iraniana era prevalentemente agricola e analfabeta, e a causa delle distorsioni della Rivoluzione Bianca (1963), che tra le varie cose tentò di proporre una riforma della proprietà terriera, i contadini furono costretti a trasferirsi nelle città. Qui andarono a popolare le affollate e poco servite periferie urbane, dove mancavano l’elettricità e l’acqua, cominciando a maturare un senso di alienazione. L’industrializzazione pesante aveva favorito un metodo di produzione di tipo occidentale, che penalizzava i mercanti (bazaari), un ceto sociale tradizionalmente dinamico. I lavoratori stranieri sostituirono gli iraniani non qualificati nelle industrie, mentre gli artigiani e i negozianti locali subirono un notevole impoverimento, non potendo competere con la massiccia importazione di beni stranieri. D’altro canto, la crescita economica toccò solo un segmento ristretto della popolazione, e in particolare la famiglia reale e i proprietari terrieri, mentre si stima che il livello di povertà fosse al 30%, su una popolazione di allora 28 milioni di abitanti. La classe religiosa, normalmente indicata come “clero”, venne deliberatamente esclusa da quelle che erano le sue aree di competenza, come la magistratura e l’istruzione, e i loro modelli furono sostituiti da codici secolari e occidentali. Per lo scià il processo di modernizzazione coincideva infatti con quello di secolarizzazione. Per questo riabilitò la cultura preislamica e la gloria dell’antica Persia per accreditare l’identità nazionale non islamica. Ma questo discorso alienò le masse che, vista l’assenza di un’opposizione politica organizzata, iniziarono a seguire il discorso religioso, sempre più politicizzato. Per molto tempo la società iraniana aveva sofferto e contestato le interferenze esterne negli affari interni e il clero politicizzato accusò lo scià di “svendere” il Paese agli interessi imperialisti delle potenze straniere. Inoltre, il profondo divario tra l’élite politica e la società si ampliò a causa della forte repressione messa in atto dalla SAVAK, i servizi d’intelligence e la polizia segreta. Il regime mise a tacere intellettuali, studenti, studiosi, ulama, sradicò i partiti politici e perpetrò abusi contro i prigionieri. Il controllo socio-politico e la massiccia militarizzazione, tuttavia, non furono in grado né di prevedere, né poi di evitare la rivoluzione, un fatto che mostra la distanza esistente tra la dinastia regnante e la popolazione.

La retorica rivoluzionaria

Questa breve panoramica storica evidenzia le dimensioni socio-politiche da cui scaturì un movimento eterogeneo, che inizialmente chiedeva riforme e che ha finito per invocare una rivoluzione. Il carismatico ayatollah Ruhollah Khomeini ebbe un ruolo di primo piano nel guidare i rivoluzionari dal suo esilio, prima in Iraq e poi in Francia, con un’ideologia ibrida e composita. Il suo messaggio, semplice ma potente, riuscì a intercettare diverse esigenze sociali e a diffondersi in tutto il Paese grazie al ruolo attivo delle moschee. Lo slogan chiave nella guida della rivoluzione venne identificato nella nozione di giustizia sociale, edalat in persiano. Le masse percepivano la mancanza di giustizia a diversi livelli, dall’accesso limitato alle risorse, all’istruzione, al sistema sanitario e ai beni primari, alla mancanza di lavoro e di sicurezza abitativa e all’indipendenza nazionale. Nella sua serie di discorsi tenuti a Najaf tra il gennaio e il febbraio 1970 (poi raccolti nel famoso libro Il governo islamico), l’ayatollah Khomeini affermò: «Dobbiamo rovesciare i governi oppressivi instaurati dagli imperialisti e dare vita a un governo islamico di giustizia che sia al servizio del popolo». Questa frase combina i motivi principali della rivoluzione: la lotta contro l’imperialismo e l’ingiustizia, la creazione di un governo islamico la cui struttura – negli anni Settanta – non era ancora chiara, e la vocazione populista. In una descrizione dicotomica della società, divisa tra poveri o oppressi (mostazafan), e una ristretta élite politica fatta di oppressori (mostakbarin), la rivalsa dei primi contro i secondi era vista come un’azione legittima. Khomeini potenziò il concetto di giustizia tramite riferimenti religiosi e di sinistra, dando vita a una dottrina inclusiva, capace di assorbire diversi paradigmi. Il sollevamento della popolazione iraniana contro il regime oppressivo dello scià richiamava il sacrificio dell’imam Hussain a Karbala e allo stesso tempo assomigliava alla lotta di classe in termini marxisti. Il concetto di giustizia diventò quindi un potente slogan di emancipazione, anche se non rivelava un’agenda politica specifica. Altri elementi della narrazione rivoluzionaria erano la richiesta di libertà delle popolazioni oppresse, la riduzione della povertà, il miglioramento del tenore di vita dei cittadini, la redistribuzione di beni e servizi e il rafforzamento dei valori islamici. Questi slogan erano i vari componenti del discorso populista che intendeva rivolgersi alla maggior parte degli iraniani degli anni Settanta, ovvero i poveri, i subalterni, le “masse sfruttate”, coloro che non solo parteciparono alla rivoluzione ma crearono anche la base del sostegno al nuovo progetto politico.

La ricerca dell’indipendenza nazionale venne declinata attraverso lo slogan dell’autosufficienza, ovvero la capacità di provvedere a tutte le esigenze economiche senza affidarsi ad attori esterni. Il sentimento comune di espropriazione fu a lungo associato all’ingerenza straniera, iniziata già nel XIX secolo con la rivalità russo-britannica in Persia e in Asia centrale, per passare poi allo sfruttamento straniero dell’industria petrolifera iraniana, fino al coinvolgimento britannico e americano nel colpo di Stato che rovesciò il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq. A questo proposito, uno degli slogan più famosi diffusi all’indomani della rivoluzione fu: «Né Est, né Ovest, solo la Repubblica islamica». Quest’affermazione implicava sia il rifiuto dell’imperialismo occidentale che dell’adesione a uno dei due blocchi o sistemi ideologici in competizione durante la Guerra Fredda. La Repubblica islamica, nata con un referendum nazionale nel marzo 1979, dopo la caduta dell’ultimo scià Pahlavi e il ritorno di Khomeini nel Paese, voleva affermare la sua indipendenza politica, culturale ed economica. Anche per questo motivo la politica estera fu inizialmente guidata da slogan ideologici e la rivoluzione sembrava in corso. Alcuni gruppi politici chiedevano di “esportare la rivoluzione”, un motto che incarnava lo zelo ideologico della neonata repubblica. Questa narrazione venne percepita come una minaccia esistenziale da parte dei Paesi arabi vicini, preoccupati di una possibile rivolta delle loro comunità sciite. In linea con i propri principi ideologici, l’Iran assunse quindi una posizione aggressiva, che ne determinò l’isolamento internazionale e in alcuni casi la sua demonizzazione. Il congelamento delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, il sostegno iraniano alle milizie di ispirazione religiosa della regione, come il gruppo libanese Hezbollah o quello palestinese Hamas, hanno diffuso la percezione della Repubblica islamica come un Paese irrazionale, guidato dall’ideologia, e la cui rivoluzione ispirava sia la proiezione regionale che le relazioni estere.

Una nuova classe politica

La rivoluzione iraniana ha dato vita a un sistema politico inedito, in cui convivono non senza problemi autorità religiose e autorità repubblicane. La sua struttura ibrida combina istituzioni rappresentative, come il parlamento e la presidenza della Repubblica, incaricate del potere legislativo e di quello esecutivo, e istituzioni non elettive di supervisione religiosa, come la magistratura e il Consiglio dei Guardiani della Costituzione che dipendono dall’autorità divina della Guida Suprema (rahbar). Questo sistema, che integra due autorità distinte nel processo decisionale, si consolidò negli anni Ottanta e Novanta. I principi rivoluzionari, come l’autosufficienza, l’antimperialismo, l’islamismo, la lotta contro l’ingiustizia e la povertà, sono rimasti elementi essenziali nel discorso di un establishment politico intento a mantenere lo status quo. A sostegno delle promesse rivoluzionarie, già a partire dagli anni Ottanta, la Repubblica islamica aveva sviluppato un sistema di welfare per migliorare la vita della popolazione e di conseguenza ottenere il sostegno popolare di quelle categorie sociali a cui il clero politicizzato si era rivolto durante la rivoluzione. Furono distribuiti sussidi per i beni di prima necessità; l’accesso all’istruzione secondaria e al sistema sanitario fu garantito in tutto il Paese, incluse le aree rurali, che insieme alle aree suburbane furono dotate di elettricità, acqua potabile, frigoriferi. L’universalizzazione di beni e servizi rifletteva la vocazione populista della rivoluzione. Di conseguenza, la riduzione della povertà portò all’emergere di una classe media istruita, le cui esigenze non erano più il cibo e l’istruzione, ma piuttosto il lavoro, le opportunità, la liberalizzazione e lo sviluppo economico.

La significativa crescita demografica e i cambiamenti generazionali modificarono le esigenze sociali e pertanto l’agenda politica, che non fu più finalizzata a soddisfare i ceti inferiori, ma la nuova classe media. Nei discorsi pubblici emerse un nuovo linguaggio politico, mentre gli slogan rivoluzionari rappresentavano la roccaforte di uno specifico gruppo politico che mirava a mantenere lo status quo e a evitare qualsiasi cambiamento potenzialmente dannoso per la sua posizione. Le forze socio-politiche che tentavano di sfidare le fazioni conservatrici venivano facilmente accusate di essere antirivoluzionarie e quindi nemiche del nezam, sistema politico. È utile ricordare che nessuna delle fazioni politiche ha mai rifiutato la retorica della rivoluzione, ma mentre alcune l’hanno usata per consolidare il proprio potere, altre hanno introdotto nuovi paradigmi per muoversi verso forme di “post-islamismo”. Questo indica come gli slogan rivoluzionari fossero semplicemente confinati ai loro significati retorici e usati come strumento nella competizione dialettica tra fazioni. Al contrario, le decisioni politiche rispondevano gradualmente a esigenze pragmatiche ed erano meno dipendenti da imperativi ideologici. L’agenda politica si basò quasi immediatamente sull’interesse nazionale, e fu quindi guidata da un approccio più pragmatico.

All’inizio degli anni Novanta si sono verificati cambiamenti fondamentali. L’esplosione del fazionalismo interno dopo la morte di Khomeini, il cui carisma aveva ridotto le divergenze interne al clero politicizzato, diede avvio a un incessante dibattito su come attuare i principi rivoluzionari. A livello retorico, una parte delle élite politiche iniziò ad affrontare temi come lo sviluppo, gli investimenti esteri, la privatizzazione delle industrie statali e una politica estera basata sul dialogo e sulla moderazione. Una politica estera moderata nei toni e un minor controllo statale sull’economia rimpiazzarono l’autosufficienza e la lotta contro l’imperialismo come motori ideologici, nonostante questi slogan siano rimasti riferimenti costanti dei conservatori. L’Iran migliorò i suoi rapporti con i Paesi europei e con le monarchie arabe e la diplomazia sostituì la volontà di esportare la rivoluzione, in particolare durante le presidenze pragmatico-riformiste di Hashemi Rafsanjani e di Mohammad Khatami. Gli ideali rivoluzionari sembravano superati dalle esigenze materiali, specchio di una società sempre in crescita, e dalla necessità di ricostruire infrastrutture, industria ed economia dopo la lunga guerra contro l’Iraq. Anche le nomenclature politiche riflettono il passaggio da una posizione ideologica a una pragmatica. Nomi come “Seguaci dell’Imam”, “Chierici militanti”, “Clero combattente”, sono stati sostituiti da “Costruttori”, “Fronte della partecipazione”, “Fronte di stabilità”, solo per citarne alcuni. Queste etichette mostravano un linguaggio politico inedito che voleva esprimere una nuova dimensione dello spettro politico. Parole come costruzione, sviluppo, speranza, stabilità mostravano uno Stato consolidato che puntava a crescere. Certo, emersero anche gruppi politici che richiamavano ai valori rivoluzionari, come gli Usulgarayan, seguaci dei principi, o Fronte della resistenza, ma spesso questi termini erano utilizzati per screditare la legittimità politica della controparte e riflettevano quindi la competizione tra élite.

Si può quindi sostenere che l’istituzionalizzazione del radicalismo religioso avvenuta negli anni Ottanta diede vita a un sistema politico stabile basato su principi precisi e valori condivisi. La rivoluzione fu quindi costituzionalizzata e non ci fu bisogno di rinegoziare questi valori, radicati e condivisi da tutta l’establishment post-rivoluzionario. Alla morte di Khomeini nel 1989, diversi gruppi iniziarono a sostenere una differente applicazione dei valori rivoluzionari. Emersero fratture interne all’establishment post-rivoluzionario, in particolar modo tra coloro che erano più inclini a mantenere l’ortodossia dei principi rivoluzionari, soprattutto perché questi ultimi convalidavano la loro posizione politica, e coloro che cercavano di superare quei principi coniugandoli con le nuove necessità. Nel complesso, tutte le fazioni agirono razionalmente per mantenere lo status quo, a volte utilizzando il discorso rivoluzionario, altre cercando di inserire nuovi paradigmi all’interno del sistema esistente. Mentre una reale opposizione non aveva canali per esprimere la propria voce, alle varie fazioni post-rivoluzionarie fu concesso un certo grado di competizione e dialettica.

Secondo molti, la morte di Khomeini determinò la fine della rivoluzione e l’inizio della lotta post-rivoluzionaria tra le seconde generazioni. Altri, invece, affermano la continuità della rivoluzione, dal momento che tutte le forze politiche persistono nel fare riferimento ai principi Khomeinisti per rivendicare legittimità. I conservatori si affidavano maggiormente all’ortodossia rivoluzionaria, facendo coincidere lo status quo con la loro posizione. Una parte di questo gruppo si orientò verso un atteggiamento più pragmatico, incoraggiando una politica estera moderata, in grado di aprirsi agli investimenti esteri, avviare la privatizzazione e lo sviluppo industriale. Altre fazioni, come i riformisti, si rivolsero alla nuova classe media e istruita urbana, studenti universitari che non avevano vissuto la rivoluzione ed erano cresciuti con riferimenti culturali e intellettuali diversi. I riformisti promuovevano una maggiore partecipazione popolare e un sistema politico più inclusivo. I cosiddetti ultraradicali, invece, preferivano mantenere l’ostilità con l’Occidente per beneficiare di un sistema chiuso e preservare l’identità rivoluzionaria della Repubblica. Gli ultraradicali rivendicano l’autosufficienza, l’antimperialismo e l’ostilità verso gli Stati Uniti anche per screditare la controparte politica, come è emerso nel dibattito interno sul Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), firmato nel luglio 2015, quando i principi rivoluzionari vennero strumentalmente utilizzati per accusare l’esecutivo e la posizione di Rouhani.

Un’altra caratteristica importante è il target sociale a cui si rivolge la politica iraniana. Nei quarant’anni successivi alla rivoluzione, esso è cambiato a causa della riduzione della povertà e dell’ampia fornitura di servizi. Sebbene il sistema di welfare abbia migliorato le condizioni di vita dei cittadini, le diseguaglianze sociali persistono. Le famiglie a basso reddito, i disoccupati, i lavoratori, i poveri delle aree urbane, furono il primo obiettivo dei conservatori, che assistevano queste categorie tramite fondazioni religiose, enti di beneficenza e attraverso i volontari Basij. Oggi questi segmenti della società iraniana si lamentano delle promesse non mantenute della rivoluzione, dal momento che, anche se il loro tenore di vita è migliorato, prevale la percezione di una distribuzione iniqua della ricchezza. Già negli anni Novanta, i poveri delle aree urbane protestavano contro le difficoltà economiche, diverse categorie di lavoratori accusavano la precarietà del lavoro, mentre le privatizzazioni aumentavano la ricchezza economica degli attori legati al settore statale e agli apparti militari. Ancora oggi hanno luogo ricorrenti proteste popolari contro la riduzione dei sussidi, l’alto costo della vita e degli alloggi, la disoccupazione -soprattutto giovanile e femminile- e i ritardi nei pagamenti. Ma motivo di malcontento sociale sono anche le più recenti problematiche ambientali, come la scarsità d’acqua e l’inquinamento atmosferico, che in alcune zone del Paese hanno un impatto non trascurabile sulla vita della popolazione. Quei gruppi sociali che originariamente costituivano la base del consenso popolare all’élite tradizionali sembrano non essere più essenziali nel conferire loro legittimità politica. Gli apparati militari, invece, sempre più innervati nel sistema politico-economico iraniano, garantiscono la continuità del sistema e sostengono i gruppi conservatori e neoconservatori.

Il ruolo di Ahmadinejad e Khamenei

Alla luce di questa riflessione, è interessante citare la controversa figura di Mahmud Ahmadinejad, che a sorpresa divenne presidente della Repubblica nel 2005. Ahmadinejad si rivolse alle famiglie a basso reddito, a quelle che vivevano nelle zone periferiche del Paese e nei villaggi più remoti, facendo rivivere i principi ideologici della rivoluzione, la sfida radicale allo status quo e adottando una postura ideologica che sostituì la fase di pragmatismo e moderazione iniziata un decennio prima. La sua roboante retorica sulla riduzione della povertà, la lotta alla corruzione e l’antimperialismo indussero gli osservatori a pensare che l’Iran fosse ancora uno Stato rivoluzionario e che la rivoluzione non fosse ancora finita. Questa ipotesi, tuttavia, deriva da una lettura superficiale della presidenza di Ahmandienjad che si limita ad osservare solo i suoi aspetti retorici. Ahmadinejad non aveva credenziali religiose e rivoluzionarie, quindi richiamò all’ideologia rivoluzionaria prima di tutto per assicurarsi alleati e sostegno politico. In secondo luogo, dopo aver raggiunto l’apice del potere, Ahmadinejad sfidò lo status quo attraverso l’utilizzo del discorso rivoluzionario. Mentre rivendicava la necessità di tornare alle “radici della rivoluzione” e di combattere la corruzione politica, Ahmadinejad contestava l’establishment, e lo considerava responsabile del mancato raggiungimento degli obiettivi della rivoluzione. L’ex presidente della Repubblica usò così la retorica rivoluzionaria per accusare gli avversari e, di conseguenza, i conservatori si sentirono minacciati dalla sua posizione. Oggi Ahmadinejad si presenta come un leader populista che si rivolge ancora a quel segmento sociale disilluso, pur essendo privo di forti alleati politici.

Infine, qualche parola va spesa per Ali Khamenei, la Guida Suprema, che nei suoi discorsi richiama sempre i valori rivoluzionari. Khamenei fa parte della vecchia guardia dei conservatori tradizionali che hanno partecipato alla rivoluzione, contribuito alla fondazione della repubblica e ne hanno assicurato il consolidamento. Il rahbar ha preservato i valori rivoluzionari nella sua retorica politica, anche se gradualmente ha mostrato un atteggiamento pragmatico capace di superare i limiti imposti dalla rigidità dell’ideologia rivoluzionaria. Ad esempio, la necessità di rilanciare l’economia nazionale e di riabilitare il Paese sui mercati internazionali lo hanno portato ad accettare (e indirettamente favorire) la firma del JCPOA nel 2015. Se a livello retorico Khamenei è rimasto diffidente nei confronti degli Stati Uniti, soprattutto dopo il loro ritiro unilaterale dall’accordo nel maggio 2017, ha anche mantenuto una postura moderata per evitare la polarizzazione interna e per bilanciare l’impeto accusatorio degli ultraradicali contro il presidente in carica Rouhani. Nonostante l’appello all’autosufficienza, l’Iran è consapevole di dover rilanciare e diversificare la propria economia, esportare il suo petrolio, investire in macchinari all’avanguardia, e quindi evitare un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’Occidente.

Conclusioni

I principi rivoluzionari continuano a essere elementi importanti nel linguaggio politico della Repubblica islamica, anche se, in pratica, nell’agenda politica l’idealismo è stato sostituito da un pragmatismo più funzionale all’interesse nazionale. Come tendenza generale, la Repubblica islamica ha abbandonato gli eccessi e gli imperativi della rivoluzione per attuare politiche più urgenti e pragmatiche. Oltretutto, una volta istituzionalizzata la dottrina Khomeinista, diversi gruppi hanno avviato una lotta incessante per affermare la loro interpretazione dell’ideologia rivoluzionaria. Questa dialettica politica mette in evidenza una competizione per il potere tra le élite post-rivoluzionarie più che una lotta per la definizione di un nuovo ordine politico. Il fazionalismo attuale, infatti, non rende l’Iran uno Stato rivoluzionario, piuttosto riflette il concetto costituzionalizzato di maslahat (traducibile come “interesse”), che permette un dibattito plurale sulla messa in atto dei principi rivoluzionari.

La trasformazione da uno Stato rivoluzionario a uno consolidato è avvenuta a diversi livelli. A livello politico, la maggior parte dell’attuale élite rappresenta la cosiddetta seconda generazione, formata da tecnocrati con un background nell’apparato militare e che hanno partecipato alla guerra Iran-Iraq. La loro priorità è garantire la sicurezza nazionale e rafforzare il nazionalismo iraniano. Questa seconda generazione sta sostituendo la precedente generazione di conservatori e il clero tradizionale (non quello quietista, ma quello rivoluzionario), che a sua volta si era spostato verso posizioni più pragmatiche e moderate, ad eccezione di alcuni ayatollah di spicco che continuano a sostenere l’attuazione ortodossa dei valori rivoluzionari. Il numero dei chierici in Parlamento si è gradualmente ridotto rispetto a quello degli anni Ottanta. Ciò significa che il radicalismo religioso ha gradualmente lasciato spazio al militarismo nazionalista. Oggi è soprattutto l’apparato militare a guidare e determinare le traiettorie di politica estera e i rapporti di potere interni. Sul piano economico, le misure anti liberomercato e il controllo statale sull’economia, sulle industrie e sulle banche rispecchiavano i dettami rivoluzionari, ma si sono rivelati inefficienti a causa di una scarsa produzione interna, l’isolamento internazionale e la crescita demografica. Di conseguenza, il modello economico ha subito un notevole cambiamento abbracciando politiche neoliberali volte, tra le altre cose, alla privatizzazione delle industrie statali. Questa politica economica ha fatto aumentare la crescita e i consumi, ma non ha saputo contenere la disuguaglianza e le disparità sociali. Allo stesso tempo, non ha mai permesso una leale concorrenza economica tra gli enti privati e le imprese statali. L’utopia rivoluzionaria, fondata su slogan populisti che invocano l’uguaglianza e la giustizia sociale, ha rivelato i suoi limiti, mentre l’élite post-rivoluzionaria si è orientata verso la crescita, i consumi e i bisogni materiali, a scapito di una forma inclusiva di sviluppo economico. Per esempio, le privatizzazioni hanno aumentato l’insicurezza lavorativa, e la crescita economica e lo sviluppo non hanno avuto la stessa diffusione in tutto il Paese. La disoccupazione tra i giovani istruiti, inoltre, è una delle principali contraddizioni della universalizzazione dell’istruzione degli anni Ottanta e Novanta, alla quale non è seguita una specifica politica occupazionale. Infine, sul piano sociale, l’ideologia rivoluzionaria non è più un fattore di solidarietà sociale. La maggior parte della popolazione ha meno di 30 anni, il che significa che non ha vissuto la rivoluzione, non ne vede i principi come riferimenti culturali, intellettuali o politici. La gioventù iraniana è molto istruita, non è cresciuta con lo scontro ideologico degli anni Settanta, non ha vissuto la guerra Iran-Iraq, e quindi cerca riferimenti diversi da quelli delle generazioni precedenti. I paradigmi rivoluzionari risultano slogan vuoti per questa giovane generazione che chiede eque opportunità e un governo responsabile.

Per concludere, l’Iran non è più uno Stato rivoluzionario, ma l’élite politica è riuscita a preservarne l’apparenza rivoluzionaria, a volte per la competizione interna, altre per proteggere le sue ambizioni in politica estera.

Da "https://www.oasiscenter.eu/" L’Iran è ancora uno Stato rivoluzionario? di Giorgia Perletta

Praticamente niente

Lunedì, 19 Ottobre 2020 00:00

Bar, ristoranti e pizzerie aperti fino a mezzanotte, sale da ballo chiuse, feste con massimo sessanta persone e riunioni a casa meglio non più di sei.

Ecco che cosa prevede il decreto del presidente del consiglio (dpcm) annunciato dal premier Giuseppe Conte in diretta televisiva.

Bar, ristoranti, gelaterie
Le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5:00 sino alle ore 24:00 con consumo al tavolo, e con un massimo di sei persone per tavolo; in assenza di consumo al tavolo l’orario di chiusura dovrà essere anticipato alle ore 18.00.

Consegne a domicilio
Resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché, fino alle ore 24, la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze.

Numero massimo
È fatto obbligo per gli esercenti di esporre all’ingresso del locale un cartello che riporti il numero massimo di persone ammesse contemporaneamente nel locale medesimo.

Sale giochi
Le attività di sale giochi, sale scommesse e sale bingo sono consentite dalle ore 8:00 alle ore 21:00.

Sale da ballo
Restano comunque sospese le attività che abbiano luogo in sale da ballo e discoteche e locali assimilati, all’aperto o al chiuso. Sono vietate le feste nei luoghi al chiuso e all’aperto.

Feste
Le feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose sono consentite con la partecipazione massima di 30 persone, fermo il rispetto dei protocolli e delle linee guida vigenti.

A casa
Con riguardo alle abitazioni private, è fortemente raccomandato di evitare feste, nonché di evitare di ricevere persone non conviventi di numero superiore a sei.

Sagre
Sono vietate le sagre e le fiere di comunità. Restano consentite le manifestazioni fieristiche di carattere nazionale e internazionale.

Convegni
Sono sospese tutte le attività convegnistiche o congressuali, ad eccezione di quelle che si svolgono con modalità a distanza

Sport
L’attività sportiva dilettantistica di base, le scuole e l’attività formativa di avviamento relative agli sport di contatto sono consentite solo in forma individuale e non sono consentite gare e competizioni. Sono altresì sospese tutte le gare, le competizioni e le attività connesse agli sport di contatto aventi carattere ludico-amatoriale.

Smart working
Nell’ambito delle pubbliche amministrazioni le riunioni si svolgono in modalità a distanza, salvo la sussistenza di motivate ragioni; è fortemente raccomandato svolgere anche le riunioni private in modalità a distanza.

Scuola
Fermo restando che l’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza, per contrastare la diffusione del contagio, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili nell’organizzazione dell’attività didattica, incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, che rimane complementare alla didattica in presenza, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9:00.

Università
Le Università predispongono piani di organizzazione della didattica e delle attività curriculari in presenza e a distanza in funzione delle esigenze formative.

Vie e piazze
I sindaci possono disporre la chiusura al pubblico, dopo le ore 21,00, di vie o piazze nei centri urbani, dove si possono creare situazioni di assembramento, fatta salva la possibilità di accesso e deflusso agli esercizi commerciali legittimamente aperti e alle abitazioni private.

Il dpcm entrerà in vigore lunedì 19 ottobre.

Da "https://www.linkiesta.it/" Ecco che cosa prevede l’ennesimo dpcm di Conte: praticamente niente


Il linguista attacca il negazionismo di Trump e appoggia il programma verde di Biden: « Gli Usa devono nazionalizzare e convertire le grandi aziende per un Green New Deal ». E torna sulla sua scelta di firmare la lettera contro la «cancel culture» a sinistra.

Questo articolo — pubblicato nella sezione Sette Green sul numero 41 del magazine in edicola il 9 ottobre — fa parte della grande inchiesta con cui il sistema «Corriere» racconta la terra (e noi): indagini, newsletter, storie e approfondimenti (come spiega qui Edoardo Vigna). Torna, gratis, anche il mensile verde Pianeta 2021. E proprio 7 ha realizzato attraverso i propri canali social l’ultima (in ordine di tempo) ricerca sulla sensibilità degli italiani rispetto ai temi legati all’ambiente: alle varie domande in pochissime ore hanno risposto oltre 10 mila lettori, ribadendo che la pandemia non ha allentato le scelte virtuose.

Causa Covid ci sono intellettuali che hanno perso un po’ del loro bene dell’intelletto, arrivando a negare la realtà dell’epidemia, come leader populisti pre-ricovero. Ci sono poi attivisti dei diritti civili che per arrivare a destinazione prima premono sull’acceleratore e pazienza se si investe qualche diritto... Poi, per fortuna, c’è chi resta lucido, anche perché è da anni che scruta il buio che stiamo attraversando, in termini di libertà e diritti al futuro, al lavoro e alla felicità che sono a rischio. Tra questi, l’americano Noam Chomsky, da decenni punto di riferimento della sinistra radicale e di chiunque rispetti chi, oltre ad aver ri-fondato da giovanissimo la linguistica moderna, critica con coerenza i mali del capitalismo neoliberista, i suoi seguaci e i falsi oppositori. Senza fare sconti, come quando già nel 1969 nel saggio I nuovi mandarini. Gli intellettuali e il potere in America criticava i “mandarini” comunisti, oltre i fiancheggiatori dell’imperialismo come Walt Rostow, di cui però difese il diritto di insegnare a Cambridge quando i movimenti pacifisti lo stavano spazzando via. Perciò Chomsky, oggi 91enne, può firmare appelli come quello di Haper’s magazine contro le derive liberticide della cancel culture di sinistra senza venire strumentalizzato da destra, o parlare dei danni di Trump senza scivolare nella semplificazione fascistoide.


«No alla ‘cancel culture’ a sinistra: la richiesta di protezione per alcune categorie discriminate non può diventare intimidazione»

In gioco non c’è una ideologia da difendere, ma il genere umano, il cui progresso è possibile solo in un’ottica di pace ed ecologia del vivere, condivise da tutti. Lei cosa si aspetta dalle elezioni presidenziali del 3 novembre?
«Trump ha già dichiarato in pubblico che potrebbe non accettare il risultato del voto. La sua personalità, al limite della psicopatologia, non gli permette di accettare l’idea della sconfitta. Anche perché fuori dalla Casa Bianca ci sono molti guai giudiziari ad attenderlo».

Crede che la democrazia americana sia in pericolo?
«C’è chi dice che gli Stati Uniti siano una democrazia a partito unico, il partito degli affari, del quale democratici e repubblicani sono soltanto due fazioni. Ora i repubblicani hanno rotto la simmetria, sono diventati un partito di ultradestra, hanno molto in comune con i partiti neofascisti europei. L’amministrazione Trump persegue due soli obiettivi: far diventare i ricchi sempre più ricchi, e collocare a tutti i livelli dell’ordinamento giudiziario magistrati di destra. E un sistema giudiziario in mano a funzionari fedeli alla destra sarà in grado di bloccare per molti anni a venire ogni possibile riforma anche moderatamente redistributiva. La Costituzione americana del diciottesimo secolo era molto progressista. Ma il sistema politico in questo momento è ultraconservatore».

Trump ha acceso lo scontro sociale, fino a dove può arrivare?
«Trump non ha mandato l’esercito regolare a fronteggiare le manifestazioni legate al movimento Black Lives Matter, perché temeva che i comandi militari potessero disobbedire ai suoi ordini. Penso all’uso della polizia di frontiera e altre formazioni di polizia federale come forze paramilitari per reprimere le proteste, in contrasto con i sindaci e i governatori. L’escalation della violenza può fornire un pretesto per lo stato d’emergenza, e allora perfino lo svolgimento regolare delle elezioni sarebbe a rischio. Non immagino un governo militare o apertamente fascista. Il fascismo era un’ideologia e aveva una dottrina, cose fuori dalla portata di Trump. Lui somiglia più al piccolo dittatore di una repubblica delle banane, che agisce per tornaconto personale e per salvaguardare gli interessi di chi lo sostiene».

Quanto peserà sul voto la malagestione dell’emergenza Covid?
«Trump non ha ascoltato gli esperti, ha cercato di sfruttare l’epidemia per attaccare la Cina, ha accreditato le teorie del complotto. È direttamente responsabile per la morte di decine di migliaia di cittadini, e per questo cerca disperatamente qualcuno da incolpare, l’Oms, la Cina, i democratici».

Quali sarebbero le conseguenze di una rielezione di Trump?
«Una catastrofe per il mondo. Trump non è solo negazionista rispetto all’emergenza climatica, tutti i suoi atti legislativi contribuiscono a spingere il pianeta verso il disastro. È l’unico leader al mondo, insieme forse solo a Bolsonaro, che continua a favorire l’utilizzo crescente di carburanti fossili, a negare la necessità di ridurre le emissioni nocive, a rifiutarsi di riconoscere la realtà scientifica della crisi climatica. Sembra voler correre più velocemente possibile verso l’abisso. Il suo ruolo tossico riguarda anche altre questioni, dallo sdoganamento del suprematismo bianco, alla corsa al riarmo, al fiancheggiamento dei cosiddetti movimenti “pro-life”, che sono in realtà movimenti antiabortisti e oscurantisti in materia di diritti civili. Trump sta smantellando il sistema di controllo e contenimento della proliferazione di armi nucleari, tentando di alterare i trattati internazionali. E ha approvato un piano di rifinanziamento del Pentagono per sviluppare nuove armi ad alto potenziale distruttivo. È a rischio la sopravvivenza stessa del pianeta e dell’umanità. Sono le elezioni politiche più importanti della storia umana».

In caso di sconfitta di Trump, cosa si augura che avvenga?
«Per prima cosa l’intera industria dei carburanti fossili andrebbe progressivamente dismessa: il governo dovrebbe nazionalizzarla e avviare un processo di conversione, per raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero. Serve un nuovo regime di controllo sulla proliferazione di armi nucleari, fino a proibire l’impiego dell’energia nucleare a scopi militari... Atti concreti, che potrebbero in poco tempo restituire agli Usa la leadership morale».

«Black lives matter? Non si tratta solo di proteste contro le violenze della polizia, ma di un movimento contro le disuguaglianze e il razzismo istituzionale»
Quali sono gli elementi che la rendono più ottimista?
«Dopo la morte di George Floyd è nato forse il più grande movimento sociale nella storia degli Usa che ha contagiato il mondo intero. Non si tratta solo di proteste contro le violenze della polizia, ma di un movimento contro le disuguaglianze e il razzismo istituzionale. Poi penso a quanto arrivato da Sanders nella campagna di Joe Biden, per spingerla su posizioni più progressiste. Il programma di Biden sulle questioni ambientali, scritto con un gruppo ecologista radicale, Sunrise, prevede investimenti di milioni di dollari per lo sviluppo delle energie rinnovabili, e l’adozione di un Green New Deal tra le priorità dell’agenda legislativa. I democratici sanno che non possono deludere i giovani attivisti spinti verso la politica dall’allarme per il clima».

Italia ed Europa guardano alle elezioni con preoccupazione.
«I Paesi europei dovrebbero rafforzare la propria cooperazione. L’Europa deve superare le divisioni interne, valorizzare la propria unione economica e politica, e diventare una potenza autonoma, libera da influenze esterne, per contribuire a ridefinire gli equilibri mondiali».

Perché ha firmato l’appello sulla “cancel culture” a sinistra?
«La lettera non nominava mai la cancel culture, ma è significativo che sia stata interpretata all’interno di quel contesto. Si riferiva anche alle azioni di alcuni settori della sinistra che rischiano di creare un’atmosfera tossica, in cui la richiesta legittima di protezione per le categorie discriminate diventa una forma di intimidazione che limita la libertà d’espressione. Ma è una porzione minuscola della vera cancel culture. Le “cancellazioni”, le pressioni dirette o indirette che impediscono a qualcuno di parlare e di esprimere la propria opinione, praticate dall’establishment, da chi detiene il potere, e quindi in questo momento dalla destra, vanno contro chi contesta il sistema, e quindi molto più spesso la sinistra».


Da "https://www.corriere.it/" Noam Chomsky: «L’ambiente ha riportato i giovani alla politica, non deludiamoli» di Luca Mastrantonio

Negare le crisi

Lunedì, 12 Ottobre 2020 00:00


Riscaldamento globale, sesta estinzione, COVID-19: perché neghiamo le crisi e come possiamo, invece, reagire.
Massimo Sandal (La Spezia, 1981) è stato ricercatore in biologia molecolare, specializzato in dinamica delle proteine. Ha conseguito un dottorato in biofisica sperimentale a Bologna e uno in biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con Le Scienze, Wired e altre testate.

ualche settimana fa la rivista scientifica Nature sceglie, come nulla fosse, “Scioccante declino nell’abbondanza della vita sulla Terra” come titolo della rassegna stampa quotidiana. L’attuale crisi della biosfera è accertata e drammatica, con un tasso di estinzione che va dalle centinaia alle decine di migliaia di volte rispetto alla norma delle epoche geologiche immediatamente passate.

Ma tra le crisi che ci circondano, quella della biodiversità è forse quella di cui è più difficile dedurre i danni che, anche quando sono tangibili e globali come l’avvento di zoonosi quali la COVID-19, ne derivano in modo complesso e indiretto. Non sorprende troppo quindi che qualcuno non voglia guardare in faccia quello che è difficile e doloroso vedere. Il “negazionismo della sesta estinzione” è in ascesa, come denuncia un appello di agosto della rivista scientifica Nature Ecology & Evolution. Un’ondata di disinformazione e menzogna che ha radici profonde le cui origini potrebbero darci un altro punto di vista su di un problema più generale: perché neghiamo le crisi, e cosa fare al riguardo?

Gli Dei non sprecano
Prima ancora che venisse scoperto, il concetto stesso di estinzione era già stato negato. L’idea che le specie possano estinguersi è stata, fino a pochi secoli fa, semplicemente inconcepibile. I fossili erano noti fin dalla notte dei tempi, ma non erano interpretati come resti di specie estinte. Spesso i fossili erano considerati resti di creature mitologiche: memoria di un passato di giganti, ad esempio secondo gli autori greci Pausania e Flegonte di Tralles; o resti di draghi, cattivo presagio per i contadini nella cultura popolare della Cina antica.

Un’altra scuola di pensiero, promossa da intellettuali come Athanasius Kircher o Georg Agricola, li voleva emanazioni di una vis plastica che creava forme organiche spontaneamente nella roccia, simili ai cristalli (e alcune formazioni minerali imitano vagamente, in effetti, forme viventi). Secondo il naturalista francese Jean-Baptiste Robinet, nel suo De la nature del 1768, i fossili non erano testimonianze del passato, bensì gli schizzi preparatori delle forze naturali che avrebbero plasmato anche i viventi: una biblioteca di possibilità biologiche mai realizzate o da realizzarsi in futuro. Continuando su questa strada, il naturalista creazionista britannico Philip Henry Gosse giunse alla conclusione, nel suo Omphalos pubblicato ormai nel 1857, che i fossili sono i riverberi onirici dell’immaginazione divina, febbri creative tramutate in roccia; la sequenza precisa delle flore e delle faune nient’altro che uno sguardo cristallizzato nel dormiveglia di Dio.

Dio non poteva sprecare la sua creazione, formando una pletora di viventi per poi spazzarli via senza lasciarne che le ossa e le conchiglie. Anche durante il Diluvio Universale si preoccupa che un’arca salvi le sue creature. Più in generale, l’estinzione era in contrasto con la fede in una cosiddetta “economia della natura” in cui tutto si trasforma e si riutilizza, senza che nulla vada mai perduto o creato. Ai naturalisti che, nel Diciassettesimo secolo, iniziarono a congetturare la possibilità di specie estinte, come Robert Hooke, veniva risposto che tali specie dovevano esistere ancora in qualche angolo del pianeta. Nel 1697, analizzando i resti dell’alce preistorica Megaloceros, Sir Thomas Molyneux esordiva seccamente:


Nessuna vera Specie di Creature Viventi è così completamente estinta da essere stata completamente perduta dal Mondo, da che le specie sono state Create; questa è l’opinione di molti Naturalisti; ed è fondata su di un Principio della Provvidenza, che si prende Cura in generale degli Animali che Produce, così buono da meritare il nostro assenso. È possibile però che grandi Vicissitudini possano aver influito sulle Opere della Natura… e che intere Specie di Animali, precedentemente Comuni, anzi addirittura numerose in certi Paesi siano diventate, nel Proseguire del tempo, così perfettamente perdute da essere, in quel luogo, del tutto sconosciute…ma di cui la specie è stata accuratamente preservata in qualche altra parte del mondo.
Traccia di questa difficoltà a credere all’estinzione resta oggi nella cultura della criptozoologia, la ricerca di animali sconosciuti, che sebbene sia anche una disciplina scientificamente rigorosa, è nota per le sue deviazioni irragionevoli, tipo la ricerca di creature come il mostro di Loch Ness o il sasquatch come prove della sopravvivenza di dinosauri o antropoidi ancestrali. Allo stesso modo numerosi naturalisti e appassionati continuano ostinatamente a cercare tracce di animali carismatici quasi sicuramente estinti da decenni, come il tilacino o ‘lupo marsupiale’ australiano.

Quando Georges Cuvier, alla fine del Settecento, dimostrò finalmente l’esistenza di specie estinte in passato, scoprì anche che nel corso del tempo si sono susseguiti, sul nostro pianeta, dei mondi. Mondi che Cuvier immaginava, senza andare troppo lontano dalla verità, separati da catastrofi. Un cambiamento nella nostra visione del mondo simile alla rivoluzione copernicana, ma che è stato messo in ombra dalla conseguente scoperta dell’evoluzione per selezione naturale da parte di Darwin.

Joel Black, nel bellissimo contributo The hermeneutics of extinction: denial and discovery in scientific literature (Comparative Criticism 13: Literature and Science, ed. E. S. Shaffer (Cambridge University Press, 1991), pp. 147–69), nota come al rifiuto dell’ipotesi dell’estinzione seguì la repressione della scoperta: messa in disparte, resa secondaria dalla filosofia gradualista di geologi come Charles Lyell secondo cui nel grande schema delle cose tutto cambia affinché nulla cambi, le specie si estinguono e risorgono in un flusso che è, in ultima analisi, monotono – l’idea che la storia della vita sia stata punteggiata da crisi repentine come le estinzioni di massa non tornerà in auge fino agli anni Ottanta del Ventesimo secolo.

Prima ancora che venisse scoperto, il concetto stesso di estinzione era già stato negato. L’idea che le specie possano estinguersi è stata, fino a pochi secoli fa, semplicemente inconcepibile.
La storia della Terra rivelata da Cuvier cozza completamente con la nostra idea istintiva di un mondo, nelle sue grandi linee, immutabile nel tempo. L’estinzione di massa lavora su scale a noi non accessibili: è portatrice di rivoluzione inimmaginabile e allo stesso tempo è impercettibile, diluita com’è in anni, secoli, millenni (eccetto i casi in cui un asteroide cambia tutto in un attimo). È un evento enorme eppure fuori dalla nostra portata.

Scricchiolii
Però sappiamo che le cose stanno cambiando. Lo sa chi studia il problema, chi vede le specie e gli ecosistemi scomparire; ma lo dicono anche, appunto, le fiamme della California o la pandemia in corso. Sentiamo i primi scricchiolii, vediamo le prime crepe che potrebbero spalancare il buco nero di un pianeta completamente mutato, sia dal punto di vista del sistema-Terra sia della nostra società.

Questo buco nero di cui non conosciamo l’interno e da cui una volta caduti non si torna indietro è, inutile girarci intorno, conseguenza diretta della struttura economica, politica, sociale dell’umanità. Non stiamo continuando a passo fermo su questa strada: stiamo accelerando la nostra caduta nel buco nero. Sterzare per evitare le crisi (o almeno tamponarne le conseguenze) significa cambiare radicalmente le strutture in cui viaggia il nostro mondo.

La nostra struttura sociale, politica, economica è una casa, familiare e artificiale come gli esagoni di un alveare per le api. A differenza delle api, possiamo creare moltissimi tipi di strutture sociali ed economiche, possiamo cambiare. Ma ancora più difficile da afferrare e immaginare è proprio la necessità di dover cambiare il nido che ci siamo costruiti, di dover cambiare noi stessi. E dovrà cambiare parecchio: il lockdown ha dimostrato che perfino fermare buona parte della nostra società per mesi ha permesso solo un minimo di sollievo dal punto di vista delle emissioni di CO2.

Cambiare casa fa paura, però – specie per chi in quella casa era confortevole e aveva una stanza comoda, molto probabilmente a spese altrui. La nostra società infatti non è una società armonica, ma è paradossalmente abbastanza simile agli ecosistemi che divora, che non conoscono l’armonia, non conoscono l’equilibrio. Viviamo un flusso di conflitti – di classe, di identità, economici – e alleanze, che verranno scardinate in ogni caso dallo schianto con l’Antropocene. La famosa vignetta di Joel Pett dove uno si alza a un summit sul clima e chiede “E se tutto questo fosse una bufala e avessimo creato un mondo migliore per niente?” espone un paradosso solo apparente. Un mondo migliore per tanti dovrà togliere privilegi ad alcuni. Come dice il Comandante Waterford nel Racconto dell’ancella di Margaret Atwood: “Meglio non significa mai il meglio per tutti”. Per chi rischia di perdere la propria ricchezza o la propria identità, c’è solo un imperativo.

Nulla cambierà il mio mondo
I negazionismi non sono quasi mai semplici dinieghi letterali della realtà: sono narrazioni che vogliono evitare la realtà. Il sociologo Stanley Cohen, in Stati di negazione: la rimozione del dolore nella società contemporanea. (Carocci, 2002) ha identificato tre livelli di negazionismo.

Il primo e più semplice è quello letterale: non sta succedendo. La temperatura media della Terra non si sta alzando, la pandemia non esiste, eccetera. Di norma è il primo a essere messo sul piatto, quando le evidenze della crisi in atto possono ancora essere discusse, ed è quindi anche quello più fragile – a un certo punto quasi nessuno potrà, in buona fede, negare l’evidenza davanti all’opinione pubblica. Il secondo livello è detto interpretativo. Come nella gag della moglie che trova il marito a letto con l’amante, “posso spiegarti tutto, non è quello che sembra”. Il cambiamento climatico c’è ma è solo una fluttuazione naturale; le specie si stanno estinguendo ma non è veramente colpa nostra, eccetera.

Molti sono naturalmente portati a credere che la soluzione a un problema causato dalla tecnologia sia un’altra tecnologia. Ma confondiamo un fattore necessario con un fattore sufficiente.
Il terzo livello è quello implicativo, ovvero in cui non si nega la questione ma se ne rifiutano le conseguenze. La crisi sta passando, o se è una crisi ne verremo fuori con qualche aggiustamento, qualche bacchetta magica che consentirà a tutto il resto di andare avanti come prima. Il cambiamento climatico lo risolveremo a suon di carbon capture o di energia nucleare; per la crisi della biosfera basterà proteggere qualche ambiente particolarmente in pericolo; per la pandemia basta proteggere gli anziani nelle RSA e aspettare il vaccino.

A fomentare questa visione è il fatto che siamo una specie tecnologica di successo e molti, specie nelle scienze e nell’ingegneria, sono naturalmente portati a credere che la soluzione a un problema causato dalla tecnologia sia un’altra tecnologia. Il che non è necessariamente falso: abbiamo e avremo bisogno di tecnologia avanzata per uscire dalla crisi mantenendo un livello accettabile di vita (pensiamo alla ricerca sulle energie rinnovabili). Ma confondiamo un fattore necessario con un fattore sufficiente. La tecnica non basta senza immergerla in un contesto, in un piano globale.

Guerra per la biosfera
Spesso si dipingono i negazionismi come pseudoscienze, e le pseudoscienze come un mero problema di sfiducia nella scienza. È una semplificazione, nella migliore delle ipotesi. È vero però, come spiega Antonio Sgobba, che in questi casi è in pericolo il monopolio della cosiddetta autorità epistemica, ovvero delle istituzioni o persone che hanno la capacità di imporre un punto di vista su un determinato argomento (non necessariamente esperti, ma anche comunicatori della scienza) sostituito da un conflitto tra autorità alternative. Spesso separate prima da linee ideologiche e poi scientifiche, in cui ciascuno segue i colori della propria bandiera.

Di fronte alle crisi, la disgregazione del monopolio è guidata da fazioni che cercano disperatamente di autopreservarsi. Chi vede il pericolo e decide di preservare l’umanità, e chi invece vuole preservare un preciso stile di vita e una struttura sociale, se non i propri privilegi economici. E se il destino è contro di noi, peggio per lui. Non è necessariamente una reazione ridicola: di fronte alla crisi rischiamo di dover rinegoziare diritti e libertà che finora davamo per scontate. Una delle manifestanti di Berlino contro le restrizioni anti-COVID ha dichiarato “Crisi del coronavirus o no, dobbiamo difendere le nostre libertà”, e sebbene sia risibile pensare che stiamo “perdendo la libertà” mettendoci una mascherina al supermercato, non è di per sé stupido stare in guardia per evitare restrizioni davvero inaccettabili.

La nostra impossibilità di fare i conti con l’iperoggetto-crisi, buio, inaccessibile, incerto e spaventoso, è reale, ma è il substrato su cui prospera una guerra epistemica. Tale conflitto non è necessariamente una limpida lotta tra le “Scienze del Bene” e le “Fake News del Male”: la scienza a volte è un pretesto ideologico per entrambi i contendenti. Ma di fronte a crisi del clima, biosfera e pandemia la linea è abbastanza netta. Da un lato c’è chi riconosce la necessità di reagire al pericolo e dall’altro chi ci mette a rischio per profitto a breve-medio termine. Sapendo bene che le nostre distorsioni cognitive e concettuali giocano dalla loro parte: abbiamo la tendenza a pensare che lo status quo sia preferibile a un mutamento potenzialmente pericoloso; abbiamo la tendenza a non voler abbandonare ciò che ci è familiare. Siamo da sempre capaci di ignorare i segnali di pericolo finché non diventa troppo tardi; è quello che viene chiamato la normalizzazione della devianza. Se finora è andato tutto bene, allora andrà sempre tutto bene: è così che, ad esempio, lo Space Shuttle Challenger è esploso nel 1986. Non vogliamo lasciare la nostra casa, anche se la casa brucerà; preferiamo perire con essa.

Quando parlo di guerra, intendo una metafora fino a un certo punto. Basta leggere il documentatissimo Mercanti di dubbi di Naomi Oreskes e Erik M. Conway (Edizioni Ambiente, 2019) per sapere che sono esistite ed esistono davvero campagne di disinformazione, massicciamente finanziate, che cercano in tutti i modi di negare problemi e crisi in atto (soprattutto quelle ambientali), o quantomeno di insinuare un “ragionevole dubbio” allo scopo di proteggere industrie insostenibili, da quella del tabacco a quella dei combustibili fossili. Sforzi che hanno avuto successo nel rallentare o indebolire gli sforzi per rimediare alle crisi in atto, anche se possono fallire sul lungo periodo (oggi pressoché nessuno nega più che il fumo sia dannoso per la salute, per esempio). In molti casi è sicuro che, senza queste campagne, tale disinformazione sarebbe meno diffusa e meno importante.

Dietro al negazionismo dell’estinzione esistono allo stesso modo interessi economici in gioco, almeno da un secolo. Nel 1921 Willoughby Devar denunciava alla Royal Society of Arts come i commercianti di piume –all’epoca un articolo di moda richiestissimo, e che richiedeva l’uccisione di numerosi uccelli anche rari – negassero gli effetti delle proprie attività:


I sostenitori del commercio, naturalmente, rispondono con un opaco diniego quando parliamo dei pericoli dello sterminio [di uccelli]. Esclamano che non possiamo puntare a nessuna singola specie di uccello che loro abbiano spazzato via dalla faccia della Terra […] Mancano il punto della nostra crociata. Non vogliamo punire, vogliamo prevenire […] Se i cacciatori di piume non hanno ancora ucciso l’ultima coppia di una determinata specie, quello che vogliamo è impedire loro di farlo in futuro.
Il 22 maggio 2019, all’indomani della pubblicazione del famoso rapporto IPBES sulla crisi ecologica, il Congresso americano ha invitato tra gli altri due spin doctors, Patrick Moore e Marc Morano, i quali hanno rifiutato le conclusioni del rapporto chiamandolo “propaganda” e “una tattica di terrore per spaventare il pubblico”. Moore e Morano sono noti per essere sulla prima linea del negazionismo climatico, e tra le altre cose lavorano in collaborazione con due cosiddetti think tank, l’Heartland Institute e il Committee for a Constructive Tomorrow (CFACT), che a loro volta sono generosamente finanziati, nell’ordine di centinaia di migliaia o milioni di dollari, da aziende del petrolio o del carbone, come ExxonMobil, e da trust anonimi conservatori come DonorsTrust.

Quando i contanti non bastano, c’è il sangue. Attivisti e giornalisti sul fronte di questo conflitto, dove si scontrano interessi economici, conservazione ambientale e tutela dei lavoratori, pagano con la vita. 212 attivisti ambientalisti sono stati uccisi nel 2019, e 13 giornalisti che si occupavano di ambiente sono stati uccisi negli ultimi 10 anni.

Doomscrolling
I venditori di dubbi negazionisti sperano di essere abbastanza privilegiati da cavarsela, o cinicamente non si curano di danni che pagheranno le generazioni future. Ma, come disse Petrarca durante una crisi simile a quella attuale, “è accaduto spesso che una fuga dalla morte diventi una fuga verso la morte”. Prima o poi i nodi verranno al pettine, e del resto il significato originario del termine Apocalisse è “disvelamento, rivelazione”. Le crisi globali dell’Antropocene stanno iniziando a rivelarsi e si riveleranno. Sembra di vedere Gog e Magog che combattono comunque con l’Anticristo contro il Signore, anche se sanno – devono sapere – che saranno sconfitti.

La prospettiva futura non è serena, non abbiamo un’idea precisa di quali saranno le conseguenze finali, tra un secolo, delle crisi che iniziano a disvelarsi ora, ma tutto fa pensare non saranno buone. Dalle fiamme di una crisi climatica sorgerà un mondo più povero, affamato, assetato e instabile; a sua volta reso fragile e malsano dall’estinzione di massa e dallo sfaldarsi della biosfera. Questa pandemia non sarà l’ultima. Tenere in mente questo è deprimente, ma è realistico. Non è una coincidenza, forse: la depressione, forse, è uno stato più coerente con una visione lucida della realtà. È la tesi del cosiddetto “realismo depressivo”: proposta nel 1979, era già stata affermata dal filosofo e psicologo americano William James, quando scrive:

Non c’è dubbio che la salute mentale sia una dottrina filosofica inadeguata, perché gli orrori che si rifiuta di prendere in considerazione sono una porzione non trascurabile della realtà; e potrebbero anche essere la chiave migliore per comprendere il significato della vita, e forse gli unici strumenti per accedere a un livello più profondo della realtà.
Chiunque abbia avuto esperienza della depressione sa però che la depressione non è esattamente uno stato mentale in cui vi sia urgenza di agire, anzi, è l’assenza di interesse verso sé stessi e il mondo. È facile abbandonarsi al doomscrolling, l’assorbimento masochistico nella timeline infinita dei social network che sprofonda da una pessima notizia alla successiva, fino al punto di restare paralizzati e insonni dall’ansia. L’ansia e la depressione stancano. Lo stato di allerta permanente sfinisce: lo vediamo adesso con la pandemia, quanto sia difficile parlare nuovamente di lockdown e misure di sicurezza di fronte alla seconda ondata. Stare a ripetersi che saremo soverchiati dall’apocalisse finisce per avere solo due risultati: o farci rifiutare quanto accade, o rassegnarci ad attendere. Come dice il filosofo nigeriano Bayo Akomolafe, forse l’Antropocene è il segnale che dobbiamo venire a patti con il nostro essere transienti:

I riti di passaggio sono modi di morire con saggezza […] accogliere la perdita e la transitorietà dell’esistenza, accorgersi di noi stessi in una rete vitale che non privilegia i corpi umani o il feticcio della sopravvivenza […] Qualcosa di antico ci chiede di dare conto della nostra centralità.
Qualcosa deve morire: noi, la nostra normalità, le specie viventi che coabitano con noi. Questa morte va gestita. Come scrive Francesco d’Isa in Trilogia della catastrofe (Effequ, 2020), citando la Terror Management Theory della psicologia:

La maggior parte degli atti umani è, in ultima analisi, un tentativo di gestire la morte… Molte delle sovrastrutture umane deriverebbero dalla ricerca di significato, a sua volta dovuta al tentativo di gestire l’ansia per la nostra mortalità.
Scommettere su una crisalide
E se usassimo quest’ansia per costruire? La vecchia fantascienza anglosassone dipingeva le catastrofi come lirica propaganda per lo spirito dell’umanità, rinsaldata finalmente di fronte all’avversità. Si sbagliava; per ora le crisi hanno portato divisione, rimozione, inazione. Possiamo ritrovare quella narrazione? Reagire non è agire: reagire è essere il Nero nell’apertura di una partita di scacchi, che deve rispondere all’apertura del Bianco. Prevenire, ancora peggio, di per sé non porta alcuna gloria, perché il risultato di una prevenzione eccellente è che non accada assolutamente niente. Stare in trincea in difesa è frustrante e passivo. È chiaro che, se continua così, negare il problema sarà sempre la soluzione più rassicurante. Quello che ci serve è andare all’attacco.

Di “ecologismo all’attacco” si parla da tempo, ma finora lo si fa nei circoli tecnovisionari come quello di Stewart Brand che cerca soluzioni tecnologiche all’estinzione sperando di clonare i mammut (a suo modo, un esempio di negazionismo implicativo della crisi ecologica: la de-estinzione come bacchetta magica). Quello che invece serve è una visione organica e globale di un’economia e società che siano compatibili con il pianeta e con la nostra felicità, una rivoluzione sotto ogni punto di vista per creare un mondo nuovo.

Serve una visione organica e globale di un’economia e società che siano compatibili con il pianeta e con la nostra felicità.
Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, non sarà un pacifico tenersi per mano in un girotondo intorno agli alberi, ci saranno probabilmente rabbia, dolore e paura, e sarà una metamorfosi in cui è certamente possibile rimanere impigliati, come nella tragica morte di una farfalla che non si libera dal bozzolo. Ma se impigliarsi è un rischio, la metamorfosi è l’unica possibilità di salvezza: il bruco che vi rinuncia muore e non lascia niente dietro di sé.

Credo che la nostra unica possibilità sia costruire un orizzonte di utopia, perché senza un obiettivo di cui essere fieri non si costruisce niente. Nella storia della Terra le estinzioni di massa sono spartiacque tra mondi diversi. Al di qua e al di là di un’estinzione di massa ci sono due Terre che non solo sono popolate da specie differenti ma di cui sono diversi i cicli geochimici, le strutture degli ecosistemi, i modi di vita possibili e impossibili. Possiamo essere noi a decidere che mondo vogliamo. Possiamo lasciarci naufragare nel buco nero o cercare un’altra orbita. Dal buio della crisalide, precaria e preziosa, deve nascere la farfalla.


Da "https://www.iltascabile.com/" Negare le crisi

Non è più mera retorica parlare di un possibile collasso della democrazia negli Stati Uniti d’America. Questi ultimi quattro anni di presidenza Trump hanno significato un progressivo degrado dello stato di diritto: un’anticipazione di quello che potrebbe succedere con un secondo mandato, viste le dichiarazioni e gli atti degli ultimi mesi durante la campagna elettorale, non solo da parte del presidente, ma anche del suo partito e delle forze che lo sostengono.

Questione cattolica…
Questa crisi americana ha un lato ecclesiale. È un problema di per sé l’allineamento delle gerarchie ecclesiastiche cattoliche a un partito politico in un sistema a due partiti come negli Stati Uniti.

Lo è ancora di più quando il Partito repubblicano di Trump è diventato quello del risentimento razziale, delle teorie cospirazioniste, dell’isolazionismo suprematista, dell’anti-scienza. A leggere gli scritti degli ideologi del cattolicesimo vicino a Trump negli USA è evidente, nel furore della propaganda, anche un allineamento alla piattaforma del trumpismo.

Anche perché c’è un secondo allineamento, di un ecumenismo «culture war», di cui aveva scritto tre anni fa La Civiltà cattolica, tra cattolicesimo e evangelicalismo bianco negli Stati Uniti: questo comporta un’accentuazione delle venature nazionaliste da sempre presenti nel cattolicesimo americano, ma anche un impoverimento del livello intellettuale in una Chiesa che ha nel proprio DNA un certo anti-intellettualismo, come già notava negli anni Cinquanta uno dei maggiori storici della Chiesa (J.T. Ellis, «American Catholics and the intellectual life», in Thought 30[1955] 3, 351-388).

… e questione cristiana
Fin qui la questione cattolica nell’America di Trump. Ma c’è anche una questione teologica e religiosa più profonda e generale, che va oltre la Chiesa cattolica e che attraversa tutto il cristianesimo negli USA.

Come spiegò Tocqueville quasi due secoli fa, la vita della democrazia in America è inseparabile dal tessuto sociale e civile costituito dalle Chiese. Non si tratta di un tessuto nel senso di un sistema di coalizioni tattiche tra fedi diverse, costituzionalmente garantito come in alcuni stati contemporanei. Quella americana è una democrazia che nasce come arco di fedi religiose e umanistiche illuministiche diverse ma capaci di coesistere, un’alleanza o covenant con un sostrato teologico intenzionalmente vago e imprecisato dal punto di vista dottrinale, ma concorde nel sostegno o almeno indifferente rispetto al progetto democratico.

Si tratta di un progetto democratico che è stato capace di correggersi nel tempo, anche grazie all’evoluzione di quell’alleanza di fedi religiose e umanistiche: dalla guerra civile del 1861-1865, che porta all’abolizione della schiavitù come sistema legale, al movimento per i diritti civili degli anni Sessanta, che inizia a smantellare la segregazione razziale ancora imperante in molti stati e in tutti i settori della vita in America.

C’è da decenni un’innegabile polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni su questioni morali ed etiche tra i due partiti, che sono lo specchio della polarizzazione e radicalizzazione all’interno del mondo religioso americano: sulle questioni di etica sessuale, familiare e matrimoniale, di identità sessuale; sull’immigrazione; sulla libertà religiosa.

Ma oggi ci troviamo in una fase diversa e successiva a quella iniziata negli anni Settanta-Ottanta. La delegittimazione, da parte del trumpismo, delle traiettorie di quei due eventi genetici non è solo storica e politica, ma mina anche le radici religiose della guerra civile e del movimento per i diritti civili. La crisi americana esacerbata dalla presidenza Trump è infatti anche una crisi religiosa e teologica.

Gli zombie e gli esclusi
La distopia politica dell’America di oggi è infatti inseparabile dal ritorno di convinzioni religiose che minano quel consenso morale-religioso alla base della democrazia in America. Il fattore nuovo è il riaffacciarsi nella cultura mainstream di convinzioni religiose che la teologia accademica di formazione euro-atlantica aveva dato per morte e sepolte: idee zombie, come morti che tornano ad aggrapparsi ai vivi, o che forse non sono morte ma continuano a vivere in quella zona di «global south» religioso che sono gli USA.

La pandemia ha messo in evidenza alcuni di questi istinti. C’è il tentativo di tornare a un modello integralista dei rapporti tra stato e Chiesa, con la Chiesa (cattolica o evangelicale, in entrambi i casi concepita come Chiesa dei bianchi) incaricata di conferire legittimità ai poteri pubblici. C’è un istinto anti-scientifico che vede, per esempio, anche noti e rispettati teologi asserire in pubblico che Galileo aveva torto e Bellarmino aveva ragione. C’è una cultura millenarista e apocalittica ben radicata nel paese, ben oltre le mire di Hollywood di sbancare il botteghino con l’ultimo film catastrofista.

Alla base della crisi americana c’è una crisi sociale ed economica, il grido degli esclusi dal «sogno americano», che il trumpismo sfrutta cinicamente. Ma c’è anche il ritorno, in versione postmoderna, di visioni religiose che puntano non a una dialettica battagliera ma ordinata tra religione e secolarità: puntano invece a un’eversione del sistema costituzionale democratico in nome di un’ideologia religiosa con chiari accenti etno-nazionalisti ed esclusivisti. Non è un caso il ritorno di popolarità di Carl Schmitt tra i più importanti giuristi cattolici negli USA.

La capacità delle Chiese di conciliarsi con la democrazia pluralista e di nutrire la «religione civile» americana potrebbe essersi esaurita. Il risultato delle elezioni presidenziali del 3 novembre è cruciale, ma dal punto di vista del lungo periodo delle idee e mentalità religiose non risolutivo.

Potremmo trovarci di fronte a una mutazione genetica degli Stati Uniti: forse l’inizio della fine dell’esperimento americano in quanto tale, e non soltanto la fine dell’esperimento che è, da due secoli a questa parte, il cattolicesimo «made in USA».

Da "http://www.ilregno.it/blog" La crisi della democrazia americana come crisi religiosa di Massimo Faggioli - storico della Chiesa e insegna teologia e studi religiosi alla Villanova University di Philadelphia (USA).

Migranti e politiche europee

Lunedì, 05 Ottobre 2020 00:00

All’indomani dell’annuncio da parte della Commissione europea di un New Pact on Migration and Asylum, introdotto dalla stessa presidente della Commissione Ursula Von der Leyen e nel cui contesto sono state ripetute più volte le parole “responsabilità e solidarietà”, è quanto mai opportuno fare – specie in questa Giornata dedicata ai migranti e ai rifugiati in tutto il mondo (27 settembre 2020) – il punto sulla questione migratoria e quindi sottoporre a valutazione morale le prospettive che in Europa si stanno delineando.

Oltre Dublino
L’Europa ha dunque annunciato di voler superare i Regolamenti Dublino che stabiliscono le responsabilità e i compiti del primo paese dell’Unione in cui il migrante mette piede, sia per quanto riguarda il trattamento della sua eventuale richiesta di protezione internazionale che per quanto riguarda la sua accoglienza, da sbarcato sulla costa piuttosto che da giunto al valico di confine. Le condizioni a suo tempo stabilite a Dublino hanno interessato e interessano pesantemente i paesi mediterranei: Grecia, Italia e Spagna, in primo luogo.

Ripetutamente questi paesi hanno rivolto appelli affinché tutti i membri della compagine europea si facessero carico delle spinte migratorie, senza che il consesso sia mai riuscito a concordare alcun sistema alternativo, davvero “responsabile e solidale”. Molti paesi, soprattutto dell’est europeo, capeggiati dal cosiddetto gruppo di Visegrad, ossia la Polonia con l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca, affiancati dall’Austria, si sono da sempre opposti, come noto, ad ogni forma di ricollocamento dei migranti.

Emblematica risulta pertanto la realtà dell’isola greca di Lesbo in cui si trovano attualmente accampate circa 13 mila persone: i recenti incendi e le condizioni di vita insostenibili stanno a mostrare quanto “responsabilità e solidarietà” siano ancora semplici dichiarazioni di principio. Solo di fronte alle proporzioni di una tale emergenza umanitaria, Germania e Francia hanno manifestato, in questi giorni, propositi di accoglienza per un paio di migliaia di rifugiati, tra famiglie e minori non accompagnati: una risposta quantomeno di stampo etico, pure risparmiata da altri Stati. Risulta dunque difficile pensare che il richiamo della presidente della Commissione produca un repentino passaggio di prospettiva.

Allargando lo sguardo, non possiamo poi ignorare come lo stato di abbandono di decine di migliaia di migranti a Lesbo sia del tutto analogo a quello che occhi attenti può rilevare nell’isola oceanica di Nauru, ove l’Australia determina da tempo alcuni degli stessi meccanismi di solidarietà annunciati ora dall’Europa: in sostanza finanzia il minuscolo paese del Pacifico perché trattenga i migranti che dal subcontinente indiano cercano di raggiungere le sue coste.

L’escamotage consente di eludere gli obblighi internazionali della Convenzione di Ginevra e del Protocollo di New York, testi sottoscritti da tutti i paesi democratici.

Il caso italiano
In tempo di pandemia, inoltre, alle apparenti forme di aiuto a distanza, sono associate le dinamiche di isolamento dei migranti su navi ancorate nei pressi delle coste. La motivazione della singolare scelta è dettata dal rischio di diffusione del virus Covid-19, benché, a quanto appare, i contagi registrati su queste navi siano decisamente inferiori rispetto a quelli normalmente registrati sulle navi da crociera. A me risulta davvero incredibile che non si trovino posti e strutture sulla terraferma per consentire di scontare la quarantena ad alcune centinaia di persone.

La nostra isola di Lampedusa, estrema propaggine dell’Europa, dista 165 chilometri dalle coste agrigentine e 150 km dalla Tunisia. I rapporti con questo paese non sono mai stati in passato così complicati come lo sono ora. I dati di quest’anno mostrano un aumento degli arrivi autonomi di migranti proprio di nazionalità tunisina, evidentemente indotti a partire con le loro barche a ragione delle pessime condizioni economiche in cui versano larghi strati della popolazione.

La storia italiana del passato ha sempre vissuto la vicinanza coi tunisini con naturalezza e collaborazione. Mi chiedo, ad esempio, se non sarebbe più opportuno per l’Italia e per l’Europa intera intervenire a sostegno delle politiche di sviluppo economico della Tunisia, piuttosto di conferire mezzi natanti di stampo militare alla sua guardia costiera.

In ragione di questi precedenti, mi appare del tutto inappropriato prevedere di coprire di contributi gli stati maggiormente investiti dagli arrivi di migranti semplicemente per dotarli di più efficaci strumenti di espulsione e di rimpatrio. Ritengo che si tratti di una delega simile a quella già concordata con la Turchia o con la Libia: una forma lampante di recesso da ogni senso autentico di responsabilità.

Un passaggio del documento esposto dalla Commissione tocca direttamente l’Italia, nella parte in cui si preconizza una accelerazione delle procedure di frontiera. La nuova procedura prevede infatti che, insieme alla identificazione della persona, avvengano le verifiche sulle condizioni di sicurezza e di salute e quindi di salvaguardia dei diritti della persona.

Qualora la procedura accelerata portasse alla negazione dell’ipotesi di riconoscimento della protezione internazionale, il soggetto dovrebbe essere al più presto rimpatriato col supporto degli accordi di riammissione già ratificati con 24 stati extra-Unione: stati quasi mai ben disposti a riaccogliere i propri concittadini espatriati alla ricerca di un lavoro e di una qualità di vita più dignitosa. Sappiamo bene che anche i cosiddetti clandestini – al pari dei clandestini italiani immigrati illegalmente in altri paesi del mondo – costituiscono una risorsa economica importante tramite gli invii di denaro alle famiglie in patria.


Tra espulsione e ingresso legale in Europa
Per le persone espulse l’incentivo previsto è la messa a disposizione di risorse per “un ritorno sostenibile e una strategia di reintegrazione”. Resta da capire quali possano essere effettivamente i percorsi in grado di motivare un rientro volontario nel paese di origine piuttosto di affrontare il rischio della espulsione coatta, che a noi dovrebbe presentarsi ben poco in linea con la tutela dei diritti umani fondamentali.

Nei materiali che stanno circolando si trova tuttavia una traccia che potrebbe facilitare l’ingresso legale in Europa. Viene presentata in tre modalità: con l’aumento, appunto, delle risorse dedicate al reinsediamento di migranti nel proprio paese di origine, con lo sviluppo delle esperienze dei canali umanitari (sinora sperimentati su piccoli numeri), con la previsione di diverse forme di “sponsorizzazione” ovvero di chiamata di migranti in Europa a carico di singoli cittadini europei ovvero di gruppi organizzati ed enti della società civile. Queste ultime facoltà rappresentano, a mio modo di vedere, le vere ed uniche novità interessanti nel dispositivo europeo.

Se così fosse, una parte dei potenziali richiedenti asilo in Europa – inevitabilmente versati al diniego per insufficienza di motivazioni giuridiche – potrebbe trovare socchiusa una porta di accesso, in legalità e sicurezza, senza doversi unicamente affidare ai trafficanti di esseri umani.

La lacuna più pericolosa del documento della Commissione sta, a mio parere, nel voler accelerare le procedure alle frontiere. Quasi mai chi si presenta alle frontiere costiere o terrestri ha con sé documenti – spesso ritirati e distrutti dai trafficanti – e comunque non è in grado, anche per ragioni semplicemente linguistiche, di rispondere a domande che nella sua vita non si è mai sentito rivolgere. Non infrequentemente il migrante, pur essendo membro di un gruppo sociale obiettivamente discriminato e perseguitato, non è neppure in grado di riconoscere la propria effettiva condizione, in quanto ritenuta usuale nel paese di origine.

È il caso delle caste e sotto-caste dell’Africa subsahariana o del continente indiano. E non sempre gli intervistatori, anche se formati da organi istituzionali e supportati da agenzie dell’Unione, sono in grado di cogliere il profilo e il contesto di origine della persona che si trovano di fronte.

Le culture di provenienza
Per mia diretta esperienza posso senz’altro affermare che gli operatori più informati e preparati sono i cooperanti internazionali che hanno vissuto e vivono a diretto contatto con le insicurezze e le profonde ingiustizie sociali determinate dalle appartenenze etniche o claniche, del tutto ignorate in Europa.

L’altra risorsa di conoscenza disinteressata, libera, apolitica, può essere solo quella dei missionari impegnati nei mille angoli dimenticati del pianeta. Per tutto ciò ritengo che una intervista svolta al confine, sotto la pressione di decidere velocemente di un individuo o di una famiglia, così come prefigurato dalla Commissione europea, non sia ammissibile: è indispensabile andare a fondo nella conoscenza per poter valutare e decidere delle sorti profonde delle persone migranti e delle potenziali persone rifugiate.

Il limite sottile
L’aspetto che resterà problematico e insoluto – sin tanto che si vorrà artificiosamente distinguere – è senz’altro il discrimine tra chi fugge da guerre e chi giunge come “migrante economico”: una netta distinzione, nei fatti, non esiste.

Voler insistere su questo è, per me, apoteosi della ipocrisia. Tutti dovremmo sapere – anche i politici – che ci sono 821 milioni di persone sulla terra che non hanno sufficiente accesso alla alimentazione, 1 abitante su 9 del pianeta. Queste persone sono a rischio di morte quotidiana ed hanno tutto il diritto di lottare per la propria sopravvivenza. Il Covid-19 ha aggravato la situazione, esponendo i poveri della terra a condizioni di vita sempre più dure.

La banca mondiale calcola che le rimesse verso i paesi di origine dei migranti calino nel 2020 di almeno il 20% a causa della pandemia. Non possiamo dimenticare che la quasi totalità dell’emigrazione italiana del secolo scorso e di questo primo ventennio del 2000 è caratterizzata dalla ricerca di lavoro. Non mi pare che di questo ci si debba vergognare. Chi si presenta alle frontiere dell’Europa e dell’Italia andrebbe ascoltato e trattato perciò col dovuto rispetto. La protezione internazionale – oggi garantita ad alcune categorie di persone chiaramente oggetto di persecuzioni – andrebbe aggiornata perché anche il rischio di morte per fame e per ragioni climatiche è una persecuzione della persona insopportabile e reiterata.

Europa: per politiche non retoriche
La retorica del ricollocamento tra i paesi dell’Unione – ricollocamento peraltro evitabile con la monetizzazione dei rimpatri in carico al primo paese di ingresso – non risolverà purtroppo la questione dei sovraffollamenti nei cosiddetti hotspot di frontiera, incluse Moria e Lampedusa. La strada da seguire dovrebbe essere evidentemente un’altra e ben più coraggiosa.

L’Europa in declino demografico, sempre più alle prese con la necessità di manodopera difficilmente reperibile, soprattutto per lavori chiave quali l’assistenza alle persone fragili, i sevizi di ristorazione e di pulizia, le prestazioni pesanti in agricoltura, nei cantieri e nell’ambiente, dovrebbe aprire le proprie porte ai migranti in posizioni di regolarità.

La pandemia ha evidenziato le falle del sistema Europa. Non è continuando ad ignorare le migliaia di persone compresse alle frontiere o monetizzando intermediari nei campi di isolamento e di espulsione che si può pensare di ripulire blandamente la propria coscienza democratica e men che meno tentare di sfuggire alle proprie gravi contraddizioni interne.

Da "http://www.settimananews.it/" Migranti e politiche europee di Franco Valenti