La democrazia americana non è democratica?

Lunedì, 30 Novembre 2020 00:00

Nel 2016 si è compreso che l’elezione del presidente avviene con voto a doppio grado, un sistema largamente praticato tra Settecento e Ottocento, che già Tocqueville giudicò particolarmente efficace.

Tuttavia due volte nel nostro secolo il risultato non ha corrisposto al voto popolare, in entrambi i casi a favore dei repubblicani, e se nel 2000 il perdente Al Gore aveva ottenuto quasi 51 mila voti in più del vincitore Bush, con uno scarto tra 48,4 per cento e 47,9.

Nel 2016 il vincitore Trump ha ottenuto quasi tre milioni di voti in meno della perdente Clinton, con uno scarto tra 46,1 per cento e 48,2. L’episodio ha posto seri interrogativi sull’efficacia del sistema.

A coloro che, come me, ritengono gli Stati Uniti un paese democratico, le vicende di quel paese offrono materia per interrogarsi sul funzionamento della democrazia liberale. Essa poggia su tre pilastri: la tutela dei diritti, l’equilibrio tra i poteri, e la rappresentanza. Il sentire comune guarda soprattutto al terzo pilastro: democrazia è quando il popolo governa attraverso libere elezioni. Per la verità, da solo quel pilastro non regge la democrazia, ma è questo soltanto che considero qui, anche perché le elezioni del 3 novembre lo pongono all’attenzione del mondo.

IL SISTEMA IN DUBBIO
Gli osservatori europei si sono fatti oggi più attenti al sistema americano. Nel 2016 si è compreso che l’elezione del presidente avviene con voto a doppio grado, un sistema largamente praticato tra Settecneto e Ottocento, che già Tocqueville giudicò particolarmente efficace. Tuttavia due volte nel nostro secolo il risultato non ha corrisposto al voto popolare, in entrambi i casi a favore dei repubblicani, e se nel 2000 il perdente Al Gore aveva ottenuto quasi 51 mila voti in più del vincitore Bush, con uno scarto tra 48,4 per cento e 47,9, nel 2016 il vincitore Trump ha ottenuto quasi tre milioni di voti in meno della perdente Clinton, con uno scarto tra 46,1 per cento e 48,2. L’episodio ha posto seri interrogativi sull’efficacia del sistema.

Da qui dunque possiamo partire. Con rigida, inderogabile cadenza (non è previsto lo scioglimento delle camere), ogni quattro anni, in un giorno prefissato, si svolgono insieme le elezioni per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, per un terzo del Senato e per il ticket: il presidente e il vice. A eleggere il ticket è un collegio appositamente costituito, l’Electoral college, formato dai delegati che gli stati hanno eletto in numero pari a quello dei loro rappresentanti al Congresso (ma senza includere alcuno di essi).

I delegati dichiarano il ticket per il quale si presentano e sono eletti dai cittadini. In tal modo si puo’ dire che si tratti di una elezione “diretta” (anche se in teoria i delegati non sono tenuti ad osservare il mandato). Si noti che i delegati non costituiscono un’assemblea: non si riuniscono, non discutono, e inviano la loro scelta in busta chiusa. Qui sta il pregio del sistema elogiato da Tocqueville.

In realtà il sistema oggi nasconde molte insidie. Ai sensi della costituzione tocca agli stati decidere i modi del voto, e in tutti gli stati (eccetto Maine e Nebraska) si vota con voto maggioritario secco (chiamato first-past-the post, oppure the winner takes all). Ora, il maggioritario funziona laddove esiste una certa omogeneità “comunitaria”, cosa che poteva essere nella fase di fondazione, con popolazioni poco numerose, omogenee e bianche. Nel corso di due secoli, le varie immigrazioni, lo sviluppo economico, e sopra ogni cosa l’ingresso dei neri nell’agone elettorale lentamente attuato nel corso di un secolo, tra 1865 e 1965, hanno profondamente diversificato la composizione sociale, etnica e culturale dell’elettorato di contea. Ed è su questa diversità che agiscono gli effetti distorsivi del sistema.

Già nel 1812 Elbridge Gerry, governatore del Massachussets, disegnò a suo favore un collegio elettorale in tal modo che venne ad assomigliare a una salamandra: da qui il termine “gerrymandering”, che poi è rimasto. Sono infatti gli stati che ogni dieci anni ridisegnano i collegi, e molti favoriscono il partito al governo, sia disperdendo tra più collegi l’elettorato avverso, sia concentrando il proprio. Si cancella così una buona parte dell’elettorato, che non ha più voce.
Si tratta di milioni di elettori; è stato calcolato che a partire dal 2010 ben 59 seggi sono stati “trasferiti” da un partito all’altro: 20 a favore dei democratici e 39 a favore dei repubblicani.

NON TUTTI GLI STATI SONO UGUALI
Mentre ogni stato manda al Congresso due senatori indipendentemente dalla sua dimensione, come è proprio dei sistemi federali, il numero dei rappresentanti – e quindi anche quello dei delegati nell’electoral college – riflette la popolazione censita: la sola California nomina 55 elettori, il Texas 38, New York e Florida 29, mentre i sei stati più piccoli ne mandano tre ciascuno. Su un totale di 538 delegati, per vincere il ticket deve ottenerne 270. Ed è a questo numero che tutto il mondo guarderà la notte del 3 novembre.

Contano dunque gli stati maggiori. Alcuni dei quali sono già solidamente orientati (ad esempio California e New York sono democratici). Ne consegue che la campagna dei candidati presidenti si concentra sulla quindicina di maggiori “swing states”, gli stati incerti. Uno studio ha mostrato che nel 2004 i candidati hanno dedicato tre quarti della campagna a cinque stati soltanto, e che non hanno mai visitato 18 stati, dove non è stata promossa alcuna campagna televisiva. Nel 2016 i 14 stati hanno assorbito il 99% delle spese elettorali.

Sono questi gli stati che eleggono il presidente. E che evidentemente non rappresentano l’intero paese. Un solo esempio: l’industria dell’energia solare ha 7,5 volte gli addetti dell’industria carbonifera, ma nessuno se ne occupa perché è localizzata in California e Texas, mentre molta attenzione è rivolta agli ultimi 55.000 minatori del carbone che vivono nei swing states.

>Non mancano singole proposte e comitati intesi a correggere queste distorsioni. Si potrebbe ad esempio cambiare la costituzione. Ma per farlo occorrono i voi di tre quarti degli stati. Si puo’ tentare di far dichiarare incostituzionale il sistema, e già in cinque stati è stata avviata la procedura. Più efficace sarebbe il progetto del National Popular Vote Interstate Compact (NPVIC): un accordo tra gli stati per il quale i voti popolari andrebbero tutti al candidato che a livello federale avesse vinto il voto popolare.

Entrerebbe in funzione quando vi avesse aderito un numero di stati tale da rappresentare la maggioranza necessaria ad eleggere il presidente. Ad oggi lo hanno approvato 15 stati (e il Distretto di Columbia), i quali dispongono di 196 voti elettorali, ovvero del 36% del Collegio elettorale e del 73% dei 270 voti che sarebbero necessari per imporre il nuovo sistema. Prossimi alla meta? Niente affatto, vedremo perché.

La concentrazione della spesa sui swing states e su singoli settori sociali e produttivi distorce ulteriormente l’elettorato, già decurtato dal sistema maggioritario. La cosa appare particolarmente rilevante quando si pensa che nella campagna elettorale la forma tradizionale dei “town hall meetings” – dove candidati o rappresentanti incontrano le comunità locali - è sovrastata da una capillare presenza televisiva e degli attivisti che richiede ingenti spese. In ogni tempo e in ogni luogo farsi eleggere è costoso.

Ma negli Stati Uniti il costo della campagna ha raggiunto livelli tali che all’indomani della sua elezione un membro del congresso si occupa soltanto di accumulare i finanziamenti per essere confermato e trascura i legami col collegio. E poiché lo stipendio di un parlamentare non è confrontabile con le risorse accumulate dai lobbyisti, egli tenderà ad usare le sue reti di relazioni per diventare a sua volta lobbyista. Più di una ricerca empirica ha verificato questo fenomeno.

LA DISTORSIONE DEI SOLDI
Parliamo allora di costi. Negli Stati Uniti l’attività politica non riceve finanziamenti pubblici ma è sostenuta dalla liberalità privata. Fin dagli inizi del Novecento, all’epoca dei grandi cartelli e delle leggi antitrust, limitazioni sono state stabilite per i versamenti degli enti, corporations o sindacati, per evitare che corrompano, o comunque condizionino la competizione elettorale.

Dopo la seconda guerra mondiale si sono allora formati dei Political Action Committees (PACs), comitati che se ricevono, e spendono, almeno mille dollari per finanziare la campagna, si devono registrare presso una apposita commissione federale, o statale. Ne esistono decine di migliaia. Due leggi, nel 1971 e nel 2002, hanno chiarito che corporations e sindacati non possono usare i propri fondi per “comunicazioni elettorali” nei trenta giorni precedenti le primarie o sessanta prima delle elezioni.

Ma il 21 gennaio 2010 la Corte Suprema ha deliberato che i limiti posti dalla legge del 2002 violavano il primo emendamento sulla libertà di parola: in sostanza, riversare capitali anonimi nella campagna di un candidato rientra nella libertà di espressione.

E’ stato così tolto ogni controllo ai versamenti dei PACs, e dei cosiddetti Super PACs, che accumulano cifre esorbitanti, sono sottoposti a regole meno rigide e possono ricevere contributi di qualsiasi entità e da chiunque senza obbligo di rivelarne il nome prima delle elezioni. La sentenza, che ha suscitato grandi controversie, è stata accolta trionfalmente da Mitch McConnell, leader dei repubblicani al senato e per anni artefice delle sistematiche azioni di boicottaggio delle amministrazioni democratiche.

L’evoluzione politica degli ultimi decenni, la frattura tra schieramenti, il dispiegarsi di tecniche di boicottaggio parlamentare (filibustering), nonché l’intervento politico nelle nomine di giudici federali e della corte suprema, hanno ulteriormente deformato la rappresentanza. Nell’ipotesi che il 4 novembre vinca il democratico Joe Biden vi sono dunque molti modi con i quali gli stati repubblicani potrebbero tentare, per la prima volta nella storia del paese, di disconoscere il risultato, e comunque di ostacolare il governo democratico.

Da "https://www.editorialedomani.it/" La democrazia americana non è democratica? di Raffaele Romanelli

Il mondo sta per cambiare. A prepararci all’imminente scenario post-coronavirus è il co-fondatore di Microsoft Bill Gates, che disegna uno scenario preciso della nostra quotidianità una volta superata la fase più acuta della pandemia tuttora in pieno corso.

Per Gates va innanzitutto variato l’approccio delle persone al pensiero del futuro: è infatti scorretto - evidenzia - chiedersi quando torneremo alla normalità, occorre piuttosto cercare di capire come potrà cambiare la suddetta normalità:

“Sento spesso le persone chiedere e chiedersi quando torneremo a una vita normale. Ma non noto quasi mai ragionamenti su cosa può essere considerato normale dopo un periodo come quello che stiamo vivendo, che di normale ha ben poco”.

Quella ’normalità’ va infatti rivista “per molti anni” secondo l’imprenditore, con modi di lavorare e interagire che andranno incontro a radicali metamorfosi.

Bill Gates avverte: “Ecco come cambierà il mondo”
Prima di tutto - nota Gates - a cambiare sarà lo scenario lavorativo, con lo smart working che ha già rivoluzionato la quotidianità e che, andando avanti, diventerà una costante con tutte le conseguenze in termini di “diminuzione di traffico urbano, ferroviario e aereo”:

“La mia previsione è che circa il 50% dei viaggi di lavoro verrà meno, e passeremo più del 30% in meno di giorni in ufficio”.

Meno viaggi e meno circolazione in generale quindi e, come conseguenza diretta, un impatto molto positivo sull’ambiente ma “meno amicizie” , aspetto che Gates riconosce come molto grave e per cui afferma esplicitamente che “si dovrà fare molto per ovviare a questo”:


“Si moltiplicheranno mezzi e modalità che consentiranno di lavorare da casa quasi al 100%, ma al contempo assisteremo a una decisa penalizzazione nelle interazioni tra colleghi e nei rapporti d’amicizia; su questo aspetto dovrà essere fatto molto”.

Gates, seconda persona più ricca del mondo secondo Forbes, è spesso intervenuto in questo periodo per dire la sua sull’emergenza sanitaria in corso e soprattutto in ottica vaccino, di cui si è fatto diretto promotore e finanziatore.

Da "https://www.money.it/" Bill Gates avverte: “Ecco come cambierà il mondo”

Alla Casa Bianca non c’è più un anti-Francesco, ma per paradosso i rapporti con i vescovi americani potrebbero peggiorare. Il multilateralismo di Biden sarà ben accolto dal Papa, ma sullo sfondo c’è la questione cinese. E il Vaticano non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali… Conversazione di Formiche.net con Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera, nelle librerie con “L’enigma Bergoglio” (Ed. Solferino)

A scanso di sorprese, il democratico Joe Biden sembra essere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Molti si sono affrettati a sottolineare che si tratta del secondo cattolico dopo John Kennedy ad entrare alla Casa Bianca, e che peraltro in questi anni ha già incontrato più volte Papa Francesco. Tra le varie analisi che si sono lette, si è affacciata la speranza di vedere la fine delle tensioni che hanno caratterizzato nell’ultimo decennio Usa e Vaticano, sia per quanto nel dialogo tra Obama e Ratzinger che in seguito tra Trump e Bergoglio. Il vaticanista statunitense John Allen jr. si è spinto ad affermare che il rapporto tra Biden e Francesco potrebbe riportare nientemeno che a quello tra Reagan e Giovanni Paolo II. Sul Corriere della Sera il giornalista Massimo Franco, da poco nelle librerie con “L’enigma Bergoglio. La parabola di un papato” (Ed. Solferino, 241 p.), invita tuttavia alla cautela. Il rapporto tra i due, come spiega anche in questa conversazione con Formiche.net, non sarà affatto scevro da difficoltà e conflitti. Una buona parte della gerarchia della Chiesa americana infatti non vedeva di cattivo occhio il presidente Trump, mentre ora il rischio è che Biden possa cedere all’ala più radicale dei democratici, in particolare su temi fortemente divisivi come aborto e unioni omosessuali.


A suo avviso, come cambieranno i rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede rispetto al passato?

Certamente nell’immaginario comune, Trump era visto come l’anti- Francesco. Da questo punto di vista, credo che l’elezione di Biden significherà innanzitutto che non c’è più alla Casa Bianca un anti-Francesco. C’è però un problema: per paradosso, potrebbero accentuarsi gli attriti con i vescovi americani. Questo perché la Conferenza episcopale americana è molto spaccata, e in fondo ad alcuni vescovi e cardinali conservatori americani Trump non stava poi così male. Perché era contro l’aborto e le unioni omosessuali. Mentre invece Biden rappresenta un Partito democratico del quale la Conferenza episcopale statunitense ha sempre diffidato: da tre decenni, almeno, lo considera troppo relativista, legato a temi da loro definiti contro la vita. Quindi, dal punto di vista dei rapporti con il Papa, probabilmente le cose miglioreranno. Mentre invece con i vescovi statunitensi non è scontato che sarà così. A quel punto, bisognerà vedere se ciò rischia di influire anche sui rapporti tra la Casa Bianca e il Papa stesso.

La nomina da parte di Francesco del primo cardinale afro-americano, l’arcivescovo metropolita di Washington Wilton Gregory, a pochi giorni dal voto americano, a molti è sembrato un segnale da parte di Bergoglio in una direzione ben precisa. Pensa che i rapporti di forza nell’episcopato americano siano destinati a cambiare nel futuro, o si andrà inevitabilmente a una collisione?

Il Papa sta facendo di tutto perché migliorino, e le sue nomine vanno in quel senso. Il problema però è che non sembra che stiano avendo molto successo. Ho l’impressione che alcune delle persone nominate da Francesco, come Blase J. Cupich a Chicago o Wilton Gregory a Washington, non abbiano un grande successo all’interno delle loro diocesi. Il Papa sta cercando di andare in una direzione ben precisa, come sta facendo anche in Italia e altrove. Ma negli Stati Uniti bisogna comprendere che ci sono forti resistenze.

I vescovi americani hanno però accolto il nuovo presidente con un lungo e accorato messaggio, subito messo in luce dal Vaticano, in cui c’è stato un appello a uno spirito di unità nazionale. Anche il gesuita padre Antonio Spadaro, commentando l’elezione di Biden, si è focalizzato sul tema dell’unità. A vedere come si sta comportando Trump in queste ore, sembra tuttavia un auspicio molto lontano. Ci si chiede se ci sia un ruolo positivo che può giocare la Santa Sede su questo punto.

La Santa Sede secondo me non molto; i vescovi americani, forse, sì. Però il problema è la spaccatura. Intanto, bisogna dire che il Vaticano non si è ancora congratulato con Biden. Lo ha fatto solo l’arcivescovo di Los Angeles José Horacio Gómez, presidente della Conferenza episcopale statunitense. Ma il Vaticano non ha fatto ancora alcuna dichiarazione ufficiale.

Si pensa abbia intenzione di farlo a gennaio, quando ci sarà l’insediamento del nuovo capo di governo.

Però ad ora quasi tutti i capi di governo, a parte Xi Jinping e Putin, si sono già congratulati con Biden. L’arcivescovo di Los Angeles ha poi dato un giudizio positivo per ciò che riguarda la vittoria, ma è stato anche molto cauto sotto altri aspetti. Nel suo messaggio si legge: preghiamo perché sia sempre difesa la vita. Ciò dimostra che c’è consapevolezza tra i vescovi americani che Biden potrebbe essere fortemente condizionato dall’ala radicale dei democratici. Soprattutto da Alexandria Ocasio-Cortez, più ancora che da Kamala Harris. Quindi, ciò che si intravede è una certa preoccupazione.

Si può dire che i primi che rischiano di essere spaccati sono proprio i cattolici. In effetti c’è da dire che parecchi, anche tra i fedeli stessi, non vedono affatto positivamente Biden.

La mia opinione, perciò, è che forse John Allen jr. corre troppo avanti. Diciamo che potrebbe anche esserci un’intesa come quella tra Reagan e Giovanni Paolo II. Però, su quali basi potrà avvenire? Sul piano internazionale, tanto per essere chiari, all’epoca ci fu una tale concordia che nel 1984, per la prima volta, Stati Uniti e Vaticano stabilirono relazioni diplomatiche piene. Questo fu considerato una sorta di riconoscimento che veniva dato alla Santa Sede di Giovanni Paolo II come alleata nella lotta contro l’impero sovietico e il comunismo.

C’è in effetti una certa differenza da allora.

Sì, perché oggi gli Stati Uniti considerano come nuovo principale nemico la Cina, e c’è un Papa che ha fatto un accordo segreto e provvisorio di altri due anni con la Cina in nome della distensione. Se Biden vuole fare una lega delle democrazie, occidentali e asiatiche, per contenere la Cina, allora col Vaticano non so come possano andare le cose.

In effetti, sullo sfondo c’è la questione cinese, sulla quale la presidenza Trump è stata molto dura verso la Santa Sede. Complessivamente, la geopolitica di Francesco troverà ora negli Stati Uniti di nuovo un alleato, o viceversa?

Da una parte sì, perché Biden sarà un presidente più multilateralista. Da questo punto di vista credo che sia un elemento positivo per il Papa e il Vaticano, perché in un mondo multilaterale l’influenza vaticana cresce. Però non so se questo sia sufficiente: è tutto da vedere.

Lei nel suo ultimo libro, “L’enigma Bergoglio”, affronta anche il tema della “guerra fredda strisciante tra il Vaticano di Francesco e i gruppi di interesse che si muovono dietro la Casa Bianca”, citando il Red Hat Report. Con l’elezione di Biden questa guerra come è destinata ad evolvere, e come può incidere di riflesso negli equilibri vaticani?

Continuerà come prima perché è una guerra che in qualche modo prescindeva dalla presenza di Trump. Credo quindi che le cose continueranno. Bisogna vedere che forza avranno, e soprattutto che forza avrà il Papa. Io credo che la sconfitta di Trump non decreti di certo la fine di quella corrente culturale negli Stati Uniti, anzi: probabilmente sarà ancora più decisa a farsi sentire.

Ieri è stato reso noto il lungo e articolato rapporto sul caso dell’ex cardinale McCarrick. C’è chi ha vociferato che la Santa Sede potrebbe avere aspettato le elezioni americane per pubblicarlo.

Non so se l’abbiano fatta apposta, allora potevano farlo anche tra qualche settimana. Credo che la decisione vada letta con logiche interne al mondo cattolico, e ai rapporti con il mondo cattolico americano, più che nei confronti di Biden o Trump. Anche perché bisogna capire quali saranno gli sviluppi del Rapporto McCarrick, e non credo affatto che la storia sia finita. Si tratta di un inizio.

L’ex nunzio Viganò, a cui l’episcopato americano riserva certamente un occhio benevolo, è stato chiamato in causa dalla Santa Sede nel Rapporto che è stato stilato. Viganò ha risposto in maniera molto dura, parlando di “surreale opera di mistificazione”. Lo scontro insomma è ben aperto.

Lo scontro resta molto aperto, anche se Viganò è piuttosto screditato in Italia, perché attacca a testa bassa il Papa sempre e comunque. Però non si deve trascurare il peso che continua ad avere negli ambienti cattolici conservatori americani. Ha tanti documenti che si è portato con sé. Certo è incredibile che un esponente così in vista nell’episcopato cattolico si scagli in questa maniera contro il Papa: un fatto abbastanza sconcertante. Però, attenzione, perché ha molte cose da dire, e soprattutto ha alleati potenti dalla sua parte.

Da "https://formiche.net/" Perché tra Biden e Francesco non sarà tutto rose e fiori. Parla Massimo Franco di Francesco Gnagni

O il vaccino o la birra

Mercoledì, 18 Novembre 2020 00:00

Durante i lockdown ci sono stati cali di Co2, ora ne servirà tantissima allo stato solido (ghiaccio secco) per la catena del freddo. Ce ne sarà per tutti?

Tra la primavera e l’estate scorsa diversi produttori statunitensi di birra hanno seriamente temuto di dover rallentare le consegne perché a corto di bollicine. Discorso analogo per alcune aziende di soda, acqua e bibite gassate, tutte alle prese con carenza di anidride carbonica. Oggi, invece, c’è chi teme che a subire ritardi possano essere le consegne del primo vaccino candidato a raggiungere il mercato globale. E la ragione, paradossalmente, è la stessa che pochi mesi fa ha innescato nel Nord America la paura per l’improvvisa penuria di bollicine. L’annuncio da parte di Pfizer e BioNTech di un vaccino quasi pronto per essere distribuito sta facendo sognare governi, istituzioni e listini mondiali. Tutti guardano con grande speranza alle prossime evoluzioni della cura allo studio dei ricercatori delle due aziende. Oggi la Commissione Europea, che già aveva stipulato tre accordi con altrettante case farmaceutiche (AstraZeneca, Sanofi-Gsk e Janssen Pharmaceutica Nv), ha annunciato la firma con Pfizer-BioNTech per accaparrarsi duecento milioni di dosi con una opzione per altre 100. La fretta si è imposta dopo che gli studi più recenti hanno dimostrato una efficacia della vaccinazione al 90%, di gran lunga superiore alle attese. È quindi partita la caccia degli Stati e delle imprese del pharma. C’è tuttavia un problema: il freddo. O meglio, il ghiaccio.

Il vaccino delle due aziende, una americana e l’altra tedesca, lavora con l’RNA messaggero (mRNA) col quale una parte del patrimonio genetico del virus viene incorporato nelle cellule dell’ospite. È un processo altamente innovativo in campo scientifico, ma al tempo stesso rende il vaccino instabile imponendogli temperature di conservazione molto rigide. Il vaccino Pfizer-BioNTech è uno dei pochi in fase sperimentale avanzata che deve essere trasportato e stoccato a -75° C, gli altri - in particolare Moderna e Astrazeneca/Oxford - possono viaggiare a temperature più alte facendo affidamento sulla catena del freddo già rodata a livello globale per il trasporto di farmaci e vaccini influenzali.

Ciò non toglie che se il primo ad essere lanciato sul mercato dovesse essere il farmaco Pfizer, ci sarà da affrontare la più grande sfida logistica per la cosiddetta cold chain, che dovrà mostrarsi capace di assicurare in un unico ciclo temperature che vanno da -80° agli 8°. Serviranno congelatori, spazi attrezzati negli hangar, mezzi di autotrasporto adatti come quelli per la bulk logistic (per la chimica). Ma soprattutto servirà tanto ghiaccio secco. Resta la domanda iniziale: cosa c’entra il vaccino con le birre più o meno sgasate?

Com’è noto, il ghiaccio secco è anidride carbonica allo stato solido. Già viene utilizzato nel trasporto dei farmaci, di sangue e organi, di tessuti e di metalli e pure nel comparto alimentare. Il grosso della Co2 per l’impiego industriale e medicale viene ricavato durante la produzione di etanolo. Negli Stati Uniti gli impianti di etanolo a piena capienza catturano tra i tre e i tre milioni e mezzo di tonnellate di Co2 all’anno. L’etanolo, tra gli altri usi, viene impiegato nella miscela dei carburanti. Con i blocchi delle attività produttive durante la prima ondata è perciò calata anche la produzione di etanolo. Meno etanolo, quindi meno Co2 ad uso industriale, di conseguenza penuria di gas per le industrie di diverse aree degli Stati Uniti, in particolare nell’area nord-orientale come ha rilevato anche il MIT di Boston, nel Massachusetts.

Il 7 aprile la Compressed Gas Association (CGA) ha scritto una lettera al vicepresidente americano Mike Pence facendo presente i rischi legati a un calo della produzione di Co2 di circa il 20% e manifestando i timori per ulteriori cali. “All’inizio di quest’anno, negli Stati Uniti sono state segnalate carenze regionali, causate da una diminuzione della produzione di etanolo e idrogeno ma da allora sono state ridotte”, ha fatto sapere l’associazione di categoria americana pochi giorni fa. Le imprese hanno assicurato che saranno in grado di fornire tutto il ghiaccio secco che serve agli Usa e al Canada per la distribuzione dei vaccini. Ciò non toglie che, come riportato da Reuters, nel pieno della prima ondata della pandemia in America 34 dei 45 impianti di etanolo hanno interrotto o rallentato la produzione. La Cga ha comunque fatto sapere di essere già al lavoro per adoperarsi sulla corretta allocazione del ghiaccio secco a seconda delle aree che ne avranno bisogno e delle richieste, così da evitare nuovame

Le grandi aziende, riporta il sito specialistico Gasworld, già stanno registrando dei picchi della domanda e un aumento dello stoccaggio di Co2 liquida per prepararsi alle richieste legate al vaccino da parte di spedizionieri e governi nazionali. Una domanda imponente di Co2 solida richiederà però anche delle particolari deroghe in materia di trasporto aereo. Il ghiaccio secco infatti rientra, per le strutture internazionali come Iata e quelle nazionali come Enac ecc, tra le merci pericolose. In caso di sublimazione non controllata (passaggio dallo stato solido a quello gassoso) può causare asfissia. Di prassi le compagnie aeree non consentono di portarne a bordo più di 2,5 chili. Per il trasporto di vaccini e farmaci ovviamente la quantità sarà di gran lunga superiore ma andrà comunque concordata con le autorità preposte alla sicurezza dei voli.

La domanda di un vaccino, una volta pronto, sarà dirompente. Pfizer ha sviluppato una scatola delle dimensioni di una valigia che utilizza il ghiaccio secco per conservare tra 1.000 e 5.000 dosi per 10 giorni a meno 70 gradi Celsius. Quanto ghiaccio secco servirà per trasportare farmaci per una vaccinazione di massa - ammesso e non concesso che bisognerà fare affidamento solo sul vaccino Pfizer almeno all’inizio? Difficile dirlo. Alcune stime parlano di circa duecento milioni di chili di ghiaccio secco per quantitativi vaccinali pari a 40 milioni di dosi. La tedesca Mecotec ha annunciato lo sviluppo di un container in grado di garantire una temperatura stabile di -80°, ma per ora si tratta solo di un prototipo. Intanto, su questo e i tanti altri potenziali problemi legati alla distribuzione, la Presidente della Commissione Trasporti della Camera Raffaella Paita ha oggi annunciato un ciclo di audizioni con le categorie della logistica.

L’annuncio del vaccino, da cui Pfizer e BioNTech ricaveranno circa 13 miliardi di dollari secondo gli analisti di Morgan Stanley, ha smosso i mercati. Un colosso petrolifero come ExxonMobil ha chiuso lunedì scorso con +13%. I titoli industriali hanno visto il segno più, mentre a cedere sono state le azioni legate soprattutto allo stay-at-home, come Amazon, Netflix, Zalando eccetera. Più in disparte, a volare sui listini sono stati anche i titoli attivi nella produzione di raffreddatori, ha riportato puntualmente Bloomberg. In Corea del Sud, il produttore di congelatori Daihan Scientific e il fornitore ilShinBioBase hanno registrato lauti guadagni nei primi tre giorni della settimana, cioè dopo l’annuncio di Pfizer. Analogo discorso per alcuni titoli giapponesi.

Dimostrazione che in attesa che arrivi il farmaco in grado di debellare il Covid, la borsa si prepara ad accoglierlo. Un vaccino a portata di mano può davvero cambiare previsioni e sorti per le aziende in ogni settore, stravolgendo equilibri che si sono imposti in epoca di lockdown più o meno generalizzati. Tutto è strettamente connesso alla riuscita del vaccino: il prezzo del petrolio è tornato a salire, l’azionario pure, mentre l’oro e il mercato obbligazionario sovrano a calare. E la soda a frizzare.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" O il vaccino o la birra di Claudio Paudice

Cosa succede intanto nel mondo

Lunedì, 16 Novembre 2020 00:00

Libia
L’11 novembre la rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Libia Stephanie Williams ha annunciato che i partecipanti al dialogo politico in corso a Tunisi hanno raggiunto un accordo preliminare su un piano d’azione che prevede elezioni “credibili” entro 18 mesi. L’obiettivo è mettere fine alla divisione del paese tra il governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite e quello del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’est del paese.

Iran
L’11 novembre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha annunciato che le scorte di uranio del paese superano di dodici volte il limite consentito dall’accordo nucleare del 2015. Al 2 novembre risultano infatti scorte debolmente arricchite di 2.442,9 chilogrammi, in lieve aumento rispetto ai 2.105,4 chilogrammi del 25 agosto. L’Iran ha riavviato il suo programma nucleare dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo e il ripristino delle sanzioni economiche.

Bahrein
Lo sceicco Khalifa bin Salman al Khalifa, che occupava ininterrottamente la carica di primo ministro dal 1971, è morto l’11 novembre in un ospedale statunitense. Aveva 84 anni. Incarnava la linea dura del regime e negli ultimi anni aveva represso con la forza il movimento di protesta della minoranza sciita. Re Hamad bin Isa al Khalifa ha nominato al suo posto il principe ereditario Salman bin Hamad al Khalifa.

Angola
L’11 novembre la polizia ha disperso con la violenza una manifestazione antigovernativa nella capitale Luanda. Un partecipante è rimasto ucciso da un proiettile, altri sono stati feriti o tratti in arresto. Alcuni attivisti di primo piano sono stati picchiati duramente. La manifestazione era stata indetta per protestare contro l’inflazione, la disoccupazione e il rinvio delle elezioni amministrative a causa del covid-19.

Cina
Il 12 novembre il consiglio legislativo di Hong Kong si è riunito per la prima volta senza neanche un deputato del movimento per la democrazia. Tutti e quindici i deputati d’opposizione si sono dimessi l’11 novembre per protestare contro la destituzione, decisa dall’esecutivo locale guidato da Carrie Lam, di altri quattro deputati accusati di minacciare la sicurezza nazionale. Pechino ha definito le dimissioni di massa “una farsa”.

Stati Uniti
Il presidente eletto Joe Biden ha annunciato l’11 novembre che Ron Klain sarà il suo capo di gabinetto alla Casa Bianca. Klain aveva già collaborato con Biden quando quest’ultimo era presidente della commissione giudiziaria del senato e quando era il vicepresidente di Barack Obama. L’insediamento di Biden è previsto il 20 gennaio 2021.

Da "www.internazionale.it" Cosa succede intanto nel mondo

Depositato dalla procura del Tribunale internazionale il nuovo rapporto investigativo su Tripoli. A Bengasi uccisa un’avvocatessa che denunciava corruzione e illegalità nella cerchia di Haftar.

Mentre al Consiglio di sicurezza Onu confermava il ritorno sulla scena di alcune vecchie conoscenze italiane nella trattativa per fermare le partenze dei migranti, la procuratrice della Corte dell’Aja, Fatou Bensouda, non poteva sapere che dal centro di Bengasi veniva recapitato un altro messaggio di morte. Hanan al-Barassi, avvocatessa anticorruzione e per i diritti delle donne, è stata trucidata davanti a numerosi testimoni.

Da tempo denunciava gli abusi delle milizie e le appropriazioni indebite nella cerchia del “maresciallo Haftar”, il generale ribelle che l’Onu accusa di crimini contro i diritti umani. Non meno di quanto la Corte penale ritenga siano responsabili i clan che hanno trasformato le prigioni di stato in una macchina di torture e sevizie contro migranti e profughi.

Dopo le polemiche, i depistaggi e i reiterati silenzi per il negoziato segreto tra Italia ed esponenti delle milizie libiche, a cui fu chiesto di fermare i barconi e trattenere i migranti nei campi di prigionia, arriva però un elogio per la giustizia del nostro Paese. «In particolare la condanna da parte del Tribunale di Messina di tre persone a 20 anni di reclusione per crimini commessi contro migranti a Zawiyah», ha ricordato Bensouda a proposito dei nordafricani arruolati come torturatori nel campo di prigionia governativo della città costiera.

La prigione è gestita per conto del governo di Tripoli dalla milizia Al Nasr, e in particolare dal comandante Bija, recentemente arrestato e della cui sorte non vi sono notizie, insieme ai fratelli Kachlav, i capiclan che controllano il contrabbando di petrolio, di esseri umani, di armi e recentemente anche droga in accordo con le mafie italiane.

«Sono profondamente preoccupata – ha aggiunto Bensouda, che tra poche settimane ultimerà il mandato all’Aja – per il fatto che, nonostante questo Consiglio di sicurezza abbia imposto una sanzione al signor Ahmad Oumar Al-Dabbashi, per il suo coinvolgimento in crimini contro i migranti, si dice che continui a commettere questi reati».

Al-Dabbashi, detto “Ammu”, era stato indicato più volte tra i beneficiari, attraverso le municipalità di Sabratha e dintorni, dei generosi stanziamenti italiani a partire dal 2017. Dopo un periodo di detenzione “Ammu” è tornato ai vecchi affari. «Il 28 settembre 2020 uomini armati a lui legati – si legge nel report della Procura internazionale – hanno rapito circa 350 migranti dalle loro case ad Al Ajaylat, Sabratha». Di molti si è persa notizia, mentre 60 tra essi «inclusi circa 24 bambini, alla data del 9 ottobre risultavano tenuti in cattività». Se per un verso la Procura internazionale considera il cessate il fuoco come una speranza, per l’altro deve fare i conti con la realtà. «L’Ufficio continua a ricevere informazioni credibili sui migranti che vengono tenuti in condizioni disumane e torturati negli hangar e nei centri di detenzione».

Le accuse sono nero su bianco. Le prove ci sono. Ma per gli investigatori la strada è in salita. Perché i responsabili possono continuare a godere dell’impunità grazie a «forze potenti che mirano sempre più a minare il corso della giustizia penale internazionale», ha detto Bensouda alludendo alle grandi potenze che usano il conflitto libico «come continuazione della politica con altri mezzi».

Tra i superlatitanti ci sono Saif Al-Islam Gheddafi, figlio del dittatore ucciso nel 2011, e Mahmoud Mustafa Busayf Al-Werfalli, comandante di una brigata d’élite dell’Lna, l’esercito del generale Haftar, accusata di aver ucciso più di 40 civili. «La mancata esecuzione dei mandati di arresto è il principale ostacolo alle nostre capacità di dare speranze alle persone e alle vittime di crimini in Libia. Esorto questo Consiglio e gli Stati membri a prendere provvedimenti efficaci e concreti per garantire – chiede Bensouda – che non siano forniti rifugi sicuri ai fuggitivi che devono affrontare gravi accuse penali dinanzi alla Corte penale internazionale».

Sotto lo sguardo dei satelliti si sono ripetuti crimini vissuti nella ex Jugoslavia. Mentre riguadagnavano frettolosamente le vie di fuga verso le roccaforti orientali, le milizie fedeli ad Haftar hanno disseminato di ordigni i quartieri, collocando mine antiuomo e trappole esplosive «nei garage, nelle cucine e nelle camere da letto delle abitazioni» degli sfollati. «Molti civili poi tornati nelle loro case dopo essere fuggiti dai combattimenti – denuncia Bensouda – sono stati uccisi o feriti perché nelle loro abitazioni erano stati collocati tali dispositivi».

Per non dire delle fosse comuni ritrovate a Tharouna e a sud di Tripoli. «I rapporti dimostrano che oltre 100 corpi sono stati recuperati dalle autorità coinvolte nell’esumazione. Molti erano stati bendati e avevano le mani legate». La popolazione della Cirenaica è stremata e anche in questo scenario si inserisce il difficile negoziato per la liberazione dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, catturati da Haftar il quale, sperando di riguadagnare consenso, chiede all’Italia la liberazione di 4 libici condannati a Catania per traffico di esseri umani.


Da "www.avvenire.it" In Libia abusi e crimini contro i migranti con complicità estere

Fin dalle prime fasi della pandemia, l’attenzione del mondo intero si è concentrata sulla produzione di un vaccino contro il Covid-19.

Qualora fosse disponibile, si spera che riuscirebbe a sopprimere il virus eliminando la necessità di fare affidamento solo su misure di controllo impegnative dal punto di vista economico. Se invece non ne avremo uno, il mondo probabilmente dovrà convivere con il Covid-19 come patologia endemica. È improbabile che il coronavirus sparisca spontaneamente.

Data la posta in gioco, non sorprende che i vaccini contro il Covid-19 siano diventati un’ossessione sia per la gente sia per il mondo politico.

La buona notizia è che crearne uno è possibile: il virus ha le caratteristiche giuste per essere tenuto alla larga grazie a un vaccino, ed esistono incentivi economici reali che incoraggiano a svilupparne uno (o diversi, come sta avvenendo).

Dobbiamo però avere pazienza.

Lo sviluppo di un nuovo farmaco richiede molte riflessioni ed esami approfonditi per assicurarsi che ciò che viene prodotto sia sicuro ed efficace. I ricercatori devono stare attenti a non permettere che l’integrità del loro lavoro sia compromessa dalla pressione perché sia creato rapidamente un vaccino e dal prestigio che ne deriverebbe. Di conseguenza potremmo non avere un vaccino altamente efficace contro il Covid-19 per qualche tempo.

In questo articolo, vari esperti del sito The Conversation spiegano in forma sintetica ciò che sappiamo finora sulla questione.

Basandosi sulle proprie competenze, spiegano come funzionerà un vaccino contro il Covid-19, quali progressi sta facendo un candidato di spicco (sviluppato dall’Università di Oxford insieme ad AstraZeneca) e quali sfide andranno superate per produrre e distribuire un vaccino quando sarà pronto.


Come funzioneranno i vaccini contro il Covid-19?

Produzione della proteina spike


Malgrado non si capisca pienamente come il corpo interagisca con il Sars-CoV-2, si pensa che una parte del virus inneschi una risposta immunitaria: si tratta della cosiddetta proteina spike (letteralmente “punta”), che aderisce alla superficie del virus. Per questo motivo entrambi i vaccini più promettenti contro il Covid-19 puntano a fare in modo che il corpo produca queste cruciali proteine spike, così da addestrare il sistema immunitario a riconoscerle e a distruggere in futuro ogni eventuale particella virale che mostri di averle.

I pro e i contro delle strutture dei diversi vaccini

I due vaccini più promettenti funzionano entrambi introducendo nelle cellule una parte del materiale genetico del coronavirus, che fornisce a ciascuna l’istruzione di realizzare delle copie della proteina spike. Come spiegano Suresh Mahalingam e Adam Taylor, uno (quello di Moderna) introduce questo materiale avvalendosi di una molecola chiamata “rna messaggero”, mentre l’altro (quello di AstraZeneca) sfrutta un adenovirus innocuo. Questi progetti all’avanguardia hanno vari pro e contro, come peraltro i metodi tradizionali.

Potrebbero essere necessari dei richiami

Le risposte immunitarie più forti, spiega Sarah Pitt, sono innescate dai vaccini che contengono una versione viva del virus che cercano di neutralizzare. Poiché ci sono così tante cose che non sappiamo sul Sars-CoV-2, inserire in un vaccino una versione viva del virus può essere rischioso. Metodi più sicuri — come fare in modo che il corpo produca soltanto le proteine spike del virus, oppure somministrare una versione del virus priva di vita — danno luogo a una risposta più debole che svanisce nel tempo. Ma i richiami, cioè le nuove somministrazioni del vaccino, possono riattivarla.

Che cosa determina la nostra risposta a un vaccino

La struttura di un vaccino non è l’unico fattore che determina l’intensità della nostra risposta immunitaria. Come mostrano Menno van Zelm e Paul Gill, esistono altre quattro variabili a causa delle quali ogni persona ha una risposta diversa a un vaccino:

età,
geni,
fattori legati allo stile di vita e
infezioni precedenti a cui è stata esposta.
Può darsi che non tutti gli individui ottengano un’immunità duratura grazie a un vaccino.

Perché i vaccini conferiscono una forte immunità

Se è ben strutturato, un vaccino può conferire un’immunità migliore dell’infezione naturale, afferma Maitreyi Shivkumar. Il motivo è che i vaccini possono indurre il sistema immunitario a prendere di mira parti riconoscibili dell’agente patogeno (per esempio la proteina spike), possono innescare una risposta più intensa avvalendosi di ingredienti chiamati coadiuvanti e possono essere inviati nelle zone cruciali del corpo dove c’è più bisogno di una risposta immunitaria. Per il Covid-19 potrebbe trattarsi del naso.

Come usare un vaccino quando è disponibile

Gli scienziati pensano che una percentuale della popolazione compresa fra il 50% e il 70% debba essere resistente al coronavirus per bloccarne la diffusione. Usare un vaccino per rendere immuni così tante persone in breve tempo potrebbe essere difficile, reputa Adam Kleczkowski. È raro che un vaccino sia efficace al 100% e l’esitazione delle persone, unita ai potenziali effetti collaterali, può rendere irrealistica una rapida somministrazione di massa. Una strategia migliore potrebbe essere quella di puntare sulle persone più a rischio e su quelle che hanno più probabilità di contagiarne molte altre.

Come stanno procedendo lo sviluppo, la sperimentazione e l’approvazione del vaccino di Oxford?
Le numerose fasi dello sviluppo di un vaccino

Lo sviluppo di un vaccino è più rapido oggi di quanto non lo sia mai stato, spiegano Samantha Vanderslott, Andrew Pollard e Tonia Thomas. I ricercatori possono approfittare delle conoscenze ricavate dai vaccini precedenti, inoltre quando è in corso un’epidemia vengono messe a disposizione più risorse. Ciononostante questo è ancora un processo di lunga durata che prevede studi sul virus, test su animali e trial clinici su esseri umani — e una volta ottenuta l’approvazione bisogna poi produrre milioni di dosi.

I trial di fase 1 e di fase 2 hanno avuto un esito positivo

Dopo essersi mostrato promettente nelle sperimentazioni sugli animali, il vaccino dell’Università di Oxford è passato a quelle sugli esseri umani, note come trial clinici, i quali sono divisi in tre fasi. Rebecca Ashfield ha descritto in un articolo i trial di fase 1 e 2 che il vaccino ha superato, volti a verificare che fosse sicuro e che suscitasse una risposta immunitaria, e ha spiegato come si avvalga in realtà di un virus diverso — un adenovirus che colpisce gli scimpanzé — per introdurre il proprio contenuto nelle cellule.

Come funziona il trial di fase 3

Le prime fasi dei trial hanno mostrato che il vaccino stimola effettivamente il sistema immunitario, come previsto. Ma la domanda da un milione di euro è se protegga davvero dal Covid-19. Per scoprirlo occorre somministrarlo a migliaia di persone che potrebbero essere esposte al coronavirus e verificare se si ammaleranno. Come mostrano Ashfield e Pedro Folegatti, ciò richiede l’avvio di programmi di vaccinazione in diversi Paesi del mondo.

I test sono stati messi in pausa — il che è positivo

Il trial di fase 3 del vaccino di Oxford a settembre è stato bloccato dopo che un paziente si è ammalato, sviluppando una possibile reazione avversa. Ciò ha causato un comprensibile sgomento, ma non avrebbe dovuto farlo, osserva Simon Kolstoe. Le pause di questo tipo sono comuni, poiché bisogna coinvolgere moderatori indipendenti per valutare con esattezza l’accaduto. I disturbi che emergono durante i trial spesso non sono legati all’oggetto dei test. Ma anche se lo sono, è proprio per ottenere questo tipo di indicazioni che si svolgono questi esperimenti.

I produttori dei vaccini però devono essere più trasparenti

AstraZeneca non ha rivelato pubblicamente le cause della sospensione del trial, ma si è limitata a condividere l’informazione con i propri investitori. Secondo Duncan Matthews, questo è un esempio di tentativo di applicare modi di procedere del passato a una situazione nuova.

Perché dobbiamo conoscere il contenuto dei placebo

Una componente fondamentale dei trial clinici è rappresentata dai placebo, cioè i trattamenti alternativi o inattivi che vengono somministrati ai partecipanti per operare confronti. Ma un problema fondamentale, spiega Jeremy Howick, è che i trial di alcuni vaccini non rivelano quali placebo vengano usati. Se non si conosce il termine di paragone utilizzato, è difficile per gli esterni capire l’effetto del vaccino (e i suoi effetti collaterali) in confronto al placebo.

Come verrà prodotto e distribuito il vaccino?
Preparazione di una quantità sufficiente di dosi per il mondo intero

La domanda universale relativa a un vaccino contro il Covid-19 implica che i colli di bottiglia in sede produttiva rappresentino un rischio. Per il vaccino di Oxford, la produzione prevede la coltivazione di componenti cruciali in cellule del fegato di embrioni umani, seguita dalla creazione del vaccino vero e proprio e dalla successiva purificazione e concentrazione. Lo svolgimento di questo processo su scala industriale, affermano Qasim Rafiq e Martina Micheletti, è una delle più grandi sfide da superare per AstraZeneca.

Il tabacco, un alleato a sorpresa?

I vaccini contengono prodotti organici, i quali tradizionalmente sono stati coltivati mediante colture cellulari in contenitori chiamati bioreattori. Anche le piante negli ultimi tempi sono state adattate in modo tale da fungere come bioreattori, il che potrebbe favorire un enorme incremento della capacità produttiva di un vaccino. Il tabacco potrebbe essere particolarmente utile: cresce in poco tempo, viene coltivato in tutto il mondo, produce molte foglie ed è facile da modificare. La relativa tecnologia non è stata approvata ai fini della produzione di massa di medicinali, ma la domanda esistente potrebbe cambiare le cose.

Mantenere i vaccini a basse temperature sarà cruciale

Poiché i vaccini contro il Covid-19 conterranno materiali biologici, dovranno essere tenuti al freddo fino al momento della somministrazione, spiega Anna Nagurney. In caso contrario diventeranno inefficaci. La refrigerazione sarà dunque una grande sfida da superare in qualsiasi campagna di somministrazione; in base a una stima il 25% delle dosi dei vaccini diventa inutilizzabile prima di raggiungere la sua destinazione. Una possibile soluzione sarebbe quella di inserire le parti sensibili al calore in un guscio di silicio.

Il ‘nazionalismo dei vaccini’ rappresenta una minaccia per l’accesso universale

I governi di alcuni Paesi stanno firmando accordi con i produttori perché forniscano i vaccini a loro prima che ad altre nazioni. Quelle più povere rischiano di rimanere a mani vuote, il che metterebbe a rischio la vita delle persone e sventerebbe ogni tentativo di coordinare la soppressione del coronavirus a livello mondiale. Inoltre non è chiaro quale sia il prezzo attribuito all’accesso al vaccino nell’ambito di questi accordi.

Come contrastare il nazionalismo dei vaccini

L’India può svolgere un ruolo chiave per evitare uno scenario come questo, nel quale “i più ricchi si pigliano tutto”, dice Rory Horner. Questo Paese è stato tradizionalmente un importante fornitore di medicinali all’emisfero Sud del mondo, inoltre ha la capacità di produrre più vaccini contro il Covid-19 di ogni altro Paese al mondo. Il Serum Institute indiano ha stretto un accordo in base al quale produrrà quest’anno 400 milioni di dosi del vaccino di Oxford, ma dato che in India vivono 1,35 miliardi di persone non è ancora chiaro quante di queste dosi verranno inviate all’estero.

Chi riceverà per primo il vaccino contro il coronavirus?

Dobbiamo pianificare adesso, dicono Laurence Roope e Philip Clarke. I governi hanno alcune importanti decisioni da prendere. Una pandemia è una situazione simile a una guerra, dunque c’è chi sostiene che questi beni essenziali debbano essere razionati e che la loro vendita a privati debba essere vietata. Le autorità devono anche decidere a chi bisognerebbe dare la priorità:

alle persone più vulnerabili,
a quelle che hanno più probabilità di diffondere il virus
o a quelle che potrebbero rimettere in moto l’economia tornando al lavoro.
Come si può rispondere alle resistenze e allo scetticismo?
Le resistenze dell’opinione pubblica sono un grande problema — ma non rappresentano nulla di nuovo

Alcuni sondaggi hanno mostrato che un cittadino neozelandese su quattro è ancora esitante riguardo a un vaccino contro il coronavirus, mentre un cittadino britannico su sei si rifiuterebbe di farselo somministrare. Ma l’esitazione nei confronti dei vaccini esiste da molto tempo, scrive Sally Frampton. E Steven King sostiene che il passato — come il periodo in cui fu opposta resistenza ai vaccini contro il vaiolo — possa fornire alcune soluzione a questo problema.

I no-vax rappresentano un problema?

Non tutte le persone contrarie al vaccino sono uguali, dice Annamaria Carusi. Oltre ai no-vax più intransigenti, può essere che molte persone si oppongano ai vaccini contro il Covid-19 per motivi legati alla sicurezza degli esseri umani o al benessere degli animali. Di fatto, malgrado i no-vax attirino molta attenzione il loro impatto sui tassi di vaccinazione viene spesso enfatizzato troppo, sostiene Samantha Vanderslott. Il desiderio di un vaccino in realtà è così forte e diffuso che le loro posizioni possono risultare più difficili da difendere in questo momento.

L’estrema destra sta approfittando della pandemia

Un recente report del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha avvertito che gruppi di estrema destra negli Stati Uniti stanno sfruttando la pandemia per “radicalizzare persone, reclutarle e incoraggiarle a studiare piani ed effettuare attacchi”. Blyth Crawford offre una panoramica dei principali gruppi che stanno operando in America: quali obiettivi hanno, quali metodi stanno usando per raggiungere le persone e quali informazioni fasulle cruciali stanno mettendo in circolazione.

Come accrescere la fiducia nei confronti dei vaccini

La strategia abituale è quella di intensificare i messaggi positivi che si lanciano. Ma una strategia migliore, secondo Mark Honigsbaum, sarebbe riconoscere che ci sono molte cose che non conosciamo sul funzionamento di alcuni vaccini, ciononostante i benefici per chi li riceve sono di gran lunga superiori ai rischi. Un passo ulteriore potrebbe essere quello di assicurarsi che la responsabilità ricada sui produttori qualora le persone a cui viene somministrato il vaccino subiscano effetti negativi, mentre spesso ne sono esenti.

Che cosa ci riserva il futuro
Il futuro è pieno di incognite. Covid-19, Sars, Mers e il comune raffreddore sono tutti causati da coronavirus, e gli scienziati stanno cercando di capire se sia possibile creare un vaccino che possa proteggere da tutte queste patologie — e magari anche da un coronavirus finora ignoto in quanto non si è ancora manifestato. Bisogna ammetterlo: sembra improbabile che avremo un vaccino con queste caratteristiche nel prossimo futuro.

Ma non dovremmo fasciarci la testa prima di essercela rotta, sostiene Sarah Pitt. Nessun vaccino finora ha portato a termine i trial sulla sicurezza, e non possiamo ancora essere sicuri di averne uno che conferisca alle persone un’immunità permanente nei confronti del Covid-19. Dobbiamo prepararci alla possibilità molto concreta che un eventuale vaccino contro questa infezione si limiti a ridurre la gravità dei sintomi o fornisca solo una protezione temporanea.

Da "https://it.businessinsider.com/" Vaccino contro il coronavirus, facciamo il punto: ecco la guida completa