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I giovani, un patto, il futuro. Un processo in corso.

Cari giovani,
“le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”.

Da "https://francescoeconomy.org/it/"

natale 2020

Venerdì, 25 Dicembre 2020 00:00

La Confartigianato lombarda ha rilevato che ben il 77% di imprese ha già investito o ha intenzione di investire nell’innovazione digitale. Un passaggio obbligato dopo l’emergenza sanitaria, che fa parte di questo mondo ormai sin dalla formazione.

Cuore, passione e tanta tenacia. Sono queste le basi che ancora oggi caratterizzano il mondo dell’artigianato, giunto a un punto di svolta nell’anno della pandemia. Oggi sono 1 milione e 300mila le imprese artigiane censite da Confartigianato (numeri dello scorso giugno) e 2 milioni e 660 mila gli operatori coinvolti. Il settore è uscito profondamente ridimensionato dalla crisi prima e dalla pandemia poi. E a dirlo sono i numeri: nel 2014 le imprese artigiane erano 76mila in più. Ma mai come dopo lo shock generato dall’emergenza sanitaria questo settore per rinascere oggi punta sull’innovazione digitale, sin dalla fase della formazione dei nuovi artigiani.

«Gli artigiani italiani hanno sempre fatto innovazione, spesso realizzando da soli i propri utensili o macchinari, ma il digitale dà una marcia in più a questo settore. La categoria dei digital maker può essere il vero motore dell’economia italiana», scriveva già l’ex leader sindacale Fim Cisl Marco Bentivogli nel suo libro “Contrordine Compagni”.

La pandemia ora ha accelerato la rivoluzione digitale, diventando un elemento imprescindibile per la sopravvivenza. Secondo i dati di Confartigianato, fino all’arrivo del coronavirus, il 13% delle piccole e medie imprese non aveva addetti digitali, il 20% non aveva un sito web, il 32% era sprovvisto di strumenti di cybersecurity. Adesso però Confartigianato stima che entro fine anno 122mila imprese in più utilizzeranno l’e-commerce, che a settembre 2020 registrava già un +24,9% rispetto allo stesso periodo di dodici mesi prima.

«Il processo di innovazione è diverso da impresa a impresa ma va sempre ricordato che la digitalizzazione non è mai il fine ultimo, bensì il mezzo: l’obiettivo per tutti è quello di restare in maniera competitiva sul mercato», afferma Roberta Gagliardi, responsabile area competitività della Confartigianato lombarda.

Un tema di cui si è occupato molto Stefano Micelli, docente di Economia e gestione delle imprese presso l’università Ca Foscari di Venezia, che ha realizzato uno studio proprio per raccontare come i settori tradizionali siano stati influenati dalle nuove tecnologie. «Negli ultimi sei anni», spiega Micelli, «le cose non sono cambiate molto: ci sono ancora grandi possibilità di sviluppo per chi sa mettere assieme il sapere italiano con le nuove tecnologie. I digital maker sono un pezzo importante della storia italiana».

Non grandi aziende, ma nuovi maker in grado di saper fare e generare una produzione anche personalizzata sulla base delle richieste dell’utente finale grazie alle nuove tecnologie. In alcuni casi, questo movimento – come spiega Micelli – ha portato negli anni a un incontro tra le imprese tradizionali del made in Italy e la cultura maker generando risultati interessanti a livello locale. Ma non basta: serve fare altri passi in avanti in maniera strutturale.

La difficoltà del mondo artigiano in questo periodo – ammette il professore – è evidente. Ed è legata alla pandemia, certo, ma non solo. «Noto un sempre maggiore scollamento tra il mondo accademico e il mondo del lavoro», dice Micelli. «Serve un progetto Paese che rafforzi in particolare la formazione tecnica e aiuti il made in Italy a crescere in maniera intelligente ed efficace».

Un appuntamento importante, per artigiani e nuovi maker digitali, è ogni anno la Maker Faire di Roma, che nell’anno della pandemia si trasforma in evento online (dal 10 al 13 dicembre). Una fiera degli artigiani digitali, che riunisce nuovi artigiani, appassionati di tecnologia, professionisti, scuole, università, centri di ricerca e imprese. Con un menù che quest’anno prevede un ciclo di webinar di formazione e approfondimento, con un focus sull’acquisizione delle competenze legate all’industria 4.0 e al settore green.

Perché i nuovi artigiani oggi non sono solo falegnami, camiciai o stampatori 3D, ma anche nuovi i nuovi imprenditori del mondo della Rete, che creano applicazioni o reti wi-fi, e dell’economia verde. Un esempio di questo nuovo volto artigianato è sicuramente Tapecode, fondata nel 2012 da due giovani pugliesi, Nicola Perrini e Vito Tafuni. «Il nostro servizio è quello di dare al cliente quello che ci chiede, come un sito web, una piattaforma e-commerce o una app per la sua attività», spiega Perrini. L’ultimo arrivato in casa Tapecode è Portamelo, piattaforma nata per mettere in contatto piccoli esercizi commerciali e clienti. Ma nel portafoglio dei due giovani maker si trovano anche applicazioni come Yourfiles, molto simile a Dropbox e pensata per i commercialisti per un’attenta gestione dei dati fiscali del cliente, o Vogon, nata per recuperare i crediti con un sistema di notifiche via via più invasivo.

Ma per le imprese più tradizionali spesso è l’unione che fa la forza, permettendo il grande salto verso l’innovazione. Lo raccontano Franco Baccani e Renato Nieri Argenti, preside e docente della Scuola di pelletteria di Scandicci, in provincia di Firenze. «Qui la pelletteria è tanto, forse è tutto», spiega Baccani, riferendosi al valore sociale ed economico di un’industria con 44mila addetti e secoli di storia in una provincia.

«In questo settore l’evoluzione del digitale ha avuto l’effetto di concentrare i piccoli artigiani, portandoli a lavorare per le grandi firme. Il piccolo artigiano di una volta, insomma, non esiste più», dice Nieri Argenti, che prima di essere docente ha gestito per oltre 40 anni una piccola impresa artigiana di pelletteria. «In questo settore, la rivoluzione digitale si avverte più sul lato e-commerce: una vetrina indispensabile già oggi, vista anche la pandemia, ma che lo sarà anche in futuro», spiega Baccani. Ma «per quanto riguarda i processi di produzione, i ragazzi che vogliono diventare artigiani in questo campo non devono imparare molto: si lavora prima a mano e poi si usano le macchine. Gli strumenti sono quasi gli stessi di cinquant’anni fa», conclude Nieri Argenti.

Non tutti i mestieri, però, sono rimasti identici rispetto al passato. Un esempio sono i calzaturifici, il cui processo produttivo è profondamente cambiato. Oggi sono registrate presso le Camere di commercio di tutta Italia 3.900 aziende calzaturiere, quasi 500 in meno rispetto a 11 anni fa. Tuttavia, per il presidente dell’associazione Calzolai 2.0 Paride Geroli, «i calzolai stanno vivendo una nuova giovinezza, grazie ad artigiani che hanno saputo reinventarsi con il digitale e fanno lavori completamente diversi rispetto al passato».

Una ventata di novità che anche Mauro Tescaro, direttore del Politecnico Calzaturiero del Brenta, rileva: «La professione è profondamente cambiata rispetto al passato. Oggi i ragazzi devono prima imparare a cucire le scarpe a mano, per sapere come si fa, e poi cimentarsi con le macchine, che fanno e faranno parte della loro professione».

Macchine e sistemi biometrici sono presente e futuro che permetteranno ai calzolai di aiutare il cliente a scegliere la scarpa giusta, anche a distanza. «Internet dà infinite possibilità: un calzolaio può sfruttare l’e-commerce per ampliare la propria platea, ma può anche permettergli di allargarsi a servizi come la riparazione di borse o la personalizzazione dei capi, che oggi diventa sempre più importante», sottolinea Tescaro. L’aspetto centrale però è un altro. «Oggi si assiste a un grande ricambio: molti calzolai lasciano il posto ad altri più giovani. Ed è un bene questo: forze fresche assicureranno innovazione nei processi e nuove idee».

Da "www.huffingtonpost.it/" Sapere e innovazione digitale: così gli artigiani provano a rinascere dopo la pandemia

Vivere circondati dalla natura, lontani dalle grandi città, condividendo tutto - dalla casa, al lavoro, al pane quotidiano - con un gruppo ristretto di persone con la nostra stessa visione del mondo: non è un sogno, ma è quello che accade negli ecovillagi o comunità utopiche d’Italia. Secondo la Rive (la Rete Italiana Villaggi Ecologici), l’interesse verso questa scelta di vita alternativa è aumentato durante la pandemia: la presidente dell’associazione, Francesca Guidotti, spiega ad HuffPost che le richieste per visite e informazioni sono triplicate dal lockdown in poi. ”È un fenomeno significativo - ci spiega -. Il momento storico che stiamo vivendo ha messo in crisi il sistema di riferimento di tantissime persone. Molti hanno iniziato a chiedersi: ‘È davvero questo quello che voglio fare o essere nella mia vita?‘. Un pensiero ci ha fatto fare ‘click’ ed è stato il seguente: se tanto si deve navigare nell’incertezza tanto vale scegliere qualcosa che ci faccia sentire bene con noi stessi e con gli altri. Qualcosa che ci faccia sentire ‘a casa’”.

Secondo la Rive, gli ecovillaggi consolidati ed esistenti da tempo in Italia sono circa una ventina. Tra questi troviamo una delle esperienze più originali, quella del Popolo degli Elfi, che dagli anni ’80 popola l’Appennino pistoiese: si tratta di una comunità di più di 150 persone sparse in quindici diversi nuclei abitativi, alcuni dei quali distanti anche un’ora di cammino a piedi l’uno dall’altro. In una parte delle abitazioni non c’è elettricità, si mira all’autosufficienza, e, quando possibile, si pratica il baratto, sia tra i villaggi che con altre realtà. Tra le comunità più antiche e longeve d’Italia c’è anche Utopiaggia, dal 1982 sulle colline tra Perugia e Terni, fondata da tedeschi a cui poi si sono uniti anche gli italiani. Oggi gli abitanti sono 18 e tutti inseguono l’ideale di una vita senza gerarchia, in solidarietà.

Per Francesca Guidotti, curatrice del libro Ecovillaggi e cohousing (Terranuova) e fondatrice della comunità Torre di Mezzo, in provincia di Prato, ogni villaggio ha le proprie caratteristiche: c’è chi è più improntato all’agricoltura, chi alla crescita interiore, chi è più ‘estremista’ e vive senza agi. In generale, ci sono almeno altri venti progetti che si stanno facendo strada perché l’interesse attorno a questa scelta di vita sta aumentando. “Chi si avvicina a questo mondo è attratto inizialmente dalla possibilità di vivere in campagna, ma poi si appassiona al modo di vivere della comunità. In questi villaggi non si è mai soli, si lavora per il bene collettivo, e questo dà un grande sollievo all’anima, soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo”.

Nel 2010 abbiamo iniziato a sognarlo. Nel 2011 abbiamo scritto le nostre visioni, messo nero su bianco il progetto e...

Pubblicato da TempoDiVivere.it su Lunedì 2 novembre 2020
La presidente di Rive ci informa che non le sono giunte notizie di abitanti di ecovillaggi contagiati dal Covid-19. Ma come stanno affrontando la pandemia queste comunità? A raccontarci la sua realtà è Gabriella Oliva, 67 anni, co-fondatrice di Tempo di Vivere, ecovillaggio situato sulle colline di Piacenza, abitato da dodici persone: “Il lockdown ci ha fatto sentire dei privilegiati - ci racconta -. Non solo perché viviamo nella natura, ma soprattutto perché stiamo insieme e insieme stiamo bene. Quello che è mancata a tante persone è una dimensione della socialità serena: si sono ritrovate chiuse in casa con genitori, figli o partner con i quali non andavano d’accordo, scoprendo di avere molti problemi nel rapporto con l’altro. Qui invece curiamo costantemente la relazione con il prossimo”.

Nel villaggio di Tempo di Vivere non esiste proprietà privata, si pratica l’agricoltura e l’homeschooling e tutti lavorano per soddisfare i bisogni dei componenti del gruppo. Il punto cardine è la cura della relazione con se stessi e con gli altri. La cofondatrice ci tiene a specificare che, però, non è tutto rosa e fiori: “Non dobbiamo essere visti come quelli che hanno scelto la vita in campagna e che passano il tempo a raccogliere margherite. Anche noi abbiamo le nostre difficoltà. Ma le risolviamo, facciamo cerchi di ore e ore per raccontarci. Abbiamo capito che il vero centro della vita non è fare, ma essere. Capire veramente cosa stiamo facendo e per chi”.

Daniela si augura che la pandemia possa rappresentare per tante persone “un risveglio”: “Spero che non si trasferiscano in campagna soltanto perché sono costretti dall’urgenza del momento, ma che la loro scelta sia pensata, dovuta ad una vera e propria volontà di cambiare punto di vista. Il momento storico che stiamo vivendo ha aumentato la nostra tendenza all’individualismo: vogliamo salvaguardare il nostro orticello e per farlo siamo disposti a tutto. Nelle comunità, invece, si fa il contrario: si guarda prima al benessere della collettività. È difficile, è un cambio di mentalità. Ma ne vale davvero la pena”.


Da "www.huffingtonpost.it/" Triplicate le richieste per vivere negli ecovillaggi e nelle comunità utopiche d'Italia di Ilaria Betti

Laurea e abilità tecniche non basteranno più, spiegano dal World Economic Forum. Le aziende richiedono abilità di problem solving, attenzione ai dettagli e capacità di apprendimento continue, anche senza il “pezzo di carta”.


La laurea non è più una garanzia di successo nel mondo del lavoro. Servono anche competenze trasversali, che non sempre sono certificabili in un titolo di studio accademico. Lo dimostrano le ultime assunzioni fatte da Google, Ernst & Young e Ibm, che si sono aperte anche a candidati senza un certificato accademico. E non sono le sole: anche Apple, Starbucks e altre aziende americane hanno cominciato a capire che serve diversificare la forza lavoro. «Quando guardi le persone che non vanno a scuola e si fanno strada nel mondo, ti rendi conto che sono esseri umani eccezionali. E dovremmo fare tutto il possibile per trovare quelle persone», ha affermato Laszlo Bock, ex vicepresidente senior di Google per le risorse umane.

Un passaggio decisivo, che risponde al mondo in rapido cambiamento soprattutto dopo la pandemia da Covid-19. Per far fronte a shock repentini e improvvisi, servono grandi capacità di problem solving e abilità di adattamento alla complessità. Non solo competenze tecniche e hard skill.

Secondo il World Economic Forum, nel prossimo decennio più di un miliardo di posti di lavoro saranno trasformati dalla tecnologia. Per questo molte aziende stanno aprendo sempre più posizioni nell’ambito dell’economia dei dati e dell’intelligenza artificiale, oltre a quelle nel campo dell’ingegneria, del cloud computing e dello sviluppo dei prodotti. Tutti profili che, secondo il rapporto Jobs of Tomorrow del Forum, possono essere ricoperti anche da chi non ha una laurea.

«Il futuro del lavoro non avrà a che fare con la laurea, ma con le competenze», scrivono dal Forum. «Ora abbiamo l’opportunità di guidare coloro che non hanno una laurea verso carriere di successo e aumentare la diversità tra la nostra forza lavoro».

E se il Covid-19 ha evidenziato come coloro che rischiano di rimetterci di più siano proprio quelli senza titoli (negli Stati Uniti il 21% di coloro che non hanno un titolo di studio ha perso il lavoro, a fronte del solo 6% di coloro che invece possiedono un certificato accademico), l’accelerazione digitale impressa dalla pandemia ha dimostrato però come sia necessario aprirsi anche un mondo di persone con conoscenze olistiche e capacità di apprendimento che vadano anche oltre il puro e semplice titolo di studio.

«Il futuro del lavoro non riguarderà solo le hard skill; si tratterà di abilità lavorative olistiche», spiegano. «Quando si tratta di competenze, i datori di lavoro cercano qualcosa di più delle semplici competenze orientate alle tecniche. Le aziende richiedono persone con un occhio per i dettagli, capacità creative di problem solving, una mentalità collaborativa e l’abilità di affrontare ambiguità e complessità. Anche queste sono capacità che possono essere apprese, spesso con programmi specifici».

Man mano che i confini tra i ruoli aziendali convenzionali e le funzioni tecnologiche si confondono, «si verifica un incontro di compiti digitali e umani affrontati al meglio da persone con una mentalità più ampia e olistica», assicurano dal Forum. Questa evoluzione, continuano, «si è già vista nei talenti con background nel mondo delle arti. Spesso visti come dotati di conoscenze generaliste, rispetto agli assunti con background tecnico o Stem, la loro ampiezza di conoscenze spesso invece offre loro un netto vantaggio. Coloro che hanno qualifiche nel mondo umanistico sono anche in sintonia con l’apprendimento di molti argomenti nuovi e disparati, un altro vantaggio in un’epoca che richiede l’apprendimento permanente».

Un percorso accademico, dunque, può significare tanto, ma non è tutto per la propria carriera. E il settore della formazione sembra muoversi in questa direzione.

Google, ad esempio, ha lanciato una serie di corsi online della durata di 3-6 mesi, finalizzati all’inserimento lavorativo. Non una nuova università, ma un corso di formazione mirato al mondo digitale. I Google career certificates coprono tutto il mondo del web e vanno dall’Analista dati all’Ux designer e allo specialista del supporto IT. Microsoft invece ha lanciato la sua Global Skills iniziative dello scorso 30 giugno per offrire un aiuto concreto a tutti gli americani colpiti dalla pandemia da Covid 19, fornendo competenze digitali spendibili subito sul mercato.

«Se spostiamo la nostra attenzione dai titoli di studio alle competenze, abiliteremo una forza lavoro più ampia che rappresenta la diversità delle nostre popolazioni e contribuiremo a colmare le opportunità, troppo spesso legate al contesto familiare di appartenenza, oltre che le lacune occupazionali», spiegano dal World Economic Forum. «Ciò significherà la transizione verso un’istruzione e un’infrastruttura dell’occupazione basate sulle competenze, che puntino non solo alle certificazioni, ma anche all’idoneità al lavoro e all’occupazione come risultati finali».

Da "https://www.linkiesta.it/" Oltre il titolo di studio: le soft skill modelleranno il futuro del lavoro

Etiopia, un massacro senza fine

Venerdì, 11 Dicembre 2020 00:00

In Etiopia è in atto un massacro senza fine. L’episodio più grave del conflitto, iniziato lo scorso 4 novembre, nel Nord del Paese dove in un solo giorno almeno 600 persone sono state uccise, la maggior parte di etnia Amhara, massacrate con machete e armi da fuoco. A perpetrare l’eccidio nella città di Maikadra il gruppo giovanile «Samri», di etnia Tigray.

A denunciarlo la Commissione etiope per i diritti umani, EHRC, spiegando che alle violenze hanno partecipato forze della sicurezza locali. L’organismo ha potuto verificare quanto accaduto in seguito all’invio di un gruppo di esperti in diritti umani a Maikadra, nella regione del Tigray.

Nel frattempo a New York il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto oggi la sua prima riunione sul conflitto etiope su richiesta dei membri europei. Secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche del Palazzo di Vetro, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Germania ed Estonia hanno «sollevato la questione» dei combattimenti in corso da settimane.

L’incontro è stato convocato dopo che il leader del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf), Debretsion Gebremichael, ha respinto l’ultimatum del primo ministro Abiy Ahmed che domenica scorsa aveva concesso 72 ore ai tigrini per arrendersi. In una dichiarazione, Gebremichael ha negato che le sue truppe siano sul punto di essere sconfitte e ha ribadito che il popolo del Tigray è pronto a morire per difendere il proprio diritto ad amministrare la regione.

Intanto il primo ministro Abiy Ahmed ha invitato la comunità internazionale ad astenersi da «non graditi e illegittimi atti d’ingerenza» nei propri etiopi, in riferimento al conflitto in atto nella regione del Tigray. Questa mattina il premier ha dichiarato che «la comunità internazionale dovrebbe restare a guardare fino a quando il governo dell’Etiopia non presenterà le sue richieste di assistenza». Il messaggio assume contorni ancor più preoccupanti alla scadenza dell’ultimatum rivolto al Fronte di liberazione del popolo dei Tigray. L’attacco finale delle forze armate si prospetta più cruento che mai.

Sono già migliaia le vittime mentre cresce il numero delle persone sfollate a causa dal conflitto in corso, mentre cresce da più parti la preoccupazione per una crisi umanitaria e la destabilizzazione del Corno d’Africa.

L’esercito federale è alle porte di Makallè – capitale della regione tigrina – abitata da 500 mila persone e sede del TPLF. L’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Josep Borrell, ha incontrato ieri il ministro degli esteri etiope al quale ha espresso la grande preoccupazione dell’Europa riguardo l’aumento della violenza etnica, le numerosi morti e le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale che si stanno susseguendo nel Paese.

Nel frattempo le Nazioni Unite hanno chiesto al governo l’apertura di corridoi umanitari per consentire l’accesso agli sfollati che, secondo le stime riportate dal quotidiano Addis Standard, sono più di 94 mila. Inoltre, decine di civili sarebbero rimasti uccisi nei combattimenti iniziati lo scorso 4 novembre. Sono invece più di 40 mila le persone che si sono invece rifugiate nel vicino Sudan.


Da "http://www.settimananews.it/" Etiopia, un massacro senza fine di Antonella Napoli

Decine di adesioni all'iniziativa della libreria Ubik. Ragazzi, disoccupati, volontari danno la disponibilità a intrattenere chi è solo.

Lei si chiama Samanta Romanese è ha avuto un’idea che sta facendo scuola e che sta contagiando con entusiasmo tante persone.

La donna ha una libreria a Trieste e ha deciso di dare una mano in questo momento così difficile a chi vive solo e quindi di leggere libri al telefono a chi ne fa richiesta.

Da quando è partita l’iniziativa, il telefono della libreria Ubik a Trieste suona incessantemente e la casella mail è intasata.

Le adesioni sono tante, non sono solo le prenotazioni degli anziani soli che vogliono essere letti una storia, ma anche sono tanti i volontari che sono entusiasti di dare una mano e affiancare la libraia che con una voce calda e suadente racconta le storie al telefono a chi è solo.

Visto che ci sono tante persone che hanno aderito all’idea, si punta ad accoppiare lo stesso volontario all’utente, almeno a giorni alterni per 20 minuti, per creare un rapporto con la persona, non solo essere una voce narrante.

L’iniziativa è partita da un paio di giorni, ma sui social spopola e speriamo che presto faccia proseliti e che l’idea venga applicata anche da altre librerie.

Tra i volontari c’è anche chi ha perso il lavoro e vuole sentirsi utile o chi è uscito da una malattia o una quarantena e quindi conosce bene il peso della solitudine.

L’iniziativa ovviamente è gratuita. La libreria offre ai volontari i libri da leggere. E si stanno contattando anziani, case di riposo, parrocchie e assistenza sociale.

Consigli per le letture? Qualcosa che faccia bene al cuore e che dia leggerezza e speranza, dicono i volontari.

Insomma, la solidarietà il desiderio di offrire il proprio tempo potrebbe diventare più contagioso del Covid.

Ce lo auguriamo tutti.

Da "www.r101.it" La libraia che legge storie al telefono per chi si sente solo

La politica scelga tra salute o povertà

Venerdì, 04 Dicembre 2020 00:00

Il fisico veronese condanna la troppa specializzazione dei saperi, grande danno del ’900. Ritornare al modello dello scienziato-filosofo alla Lucrezio. La tecnologia non spiega tutto.

I folti capelli grigi scompigliati danno a Carlo Rovelli l'aria da mad doctor, lo scienziato pazzo dei film Horror di Serie B. Se sia voluto o meno, il look, che però ben si confà al physique du role della persona, di certo fa assomigliare un po' il 64enne veronese ad Albert Einsten.

Ed è proprio al grande scienziato del ‘900 che il Guardian paragona Rovelli, il cervello più brillante d'Italia al momento. Il prestigioso giornale inglese, espressione dell'intellighenzia radical chic, lo ha invitato per un incontro, purtroppo solo virtuale in tempi di distanziamento sociale. L'occasione è la pubblicazione, in lingua inglese, del suo ultimo libro “Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza“, raccolta di scritti di fisica e filosofia. La pubblicazione non avviene a caso: il Regno Unito è la culla della scienza moderna.

Non a caso Rovelli esordisce con una captatio benevolentiae elogiando il concittadino della sua platea Isaac Newton. Non che l'Inghilterra abbia bisogno di un promemoria sul suo gigante: a Cambridge è ancora conservato, come un reliquia sacra, l'albero da dove cadde la famosa mela della gravità.


I veri geni si riconoscono dall'essere controcorrente: pur essendo uno dei maggiori scienziati viventi, Rovelli non è un adoratore invasato della scienza. Anzi, pensa che la scienza abbia fatto un grave danno al mondo dividendosi e frammentandosi in tante discipline.

Guardando il singolo albero, si perde di vista la foresta. Il ‘900 ha ucciso Dio, ma questo l'avevano già detto Nietzsche e Marx, ma ha ucciso, sbagliando, anche i filosofi: grazie al progresso tecnologico si crede ciecamente che la scienza possa spiegare tutto. Il Covid sta dimostrando che non è così.

L’antica lezione dei filosofi-scienziati
I primi scienziati della storia erano prima ancora dei sapienti: Talete, che previde con esattezza un'eclisse di sole, cosa che ne farebbe oggi un astronomo, è passato alla storia come il primo filosofo del mondo occidentale.Il professore italiano è già ritenuto da molti l'erede di Stephen Hawking, il più grande scienziato dell'ultimo secolo.

Come il grande fisico di Cambridge, anche Rovelli ha la grande capacità della divulgazione: riesce a spiegare concetti astrusi come tempo e spazio anche alla casalinga di Voghera. E i 900 inglesi collegati in remoto per ascoltarlo parlare di Big Bang, fisica quantistica e cosmologia, sono numeri da rockstar per un incontro via zoom: il professore italiano è una sorta di celebrity.

Il 2020 ha incoronato i virologi nuove star di tv, radio, giornali e internet.

Ma Rovelli, oggi professore di fisica all'Università di Aix-Marseille, dopo aver insegnato a Pittsburgh non cavalca la facile onda dei virologi-superstar. Anzi è in prima fila contro l'abuso di scienza.

Nel 2020, anno del Covid che sconvolse il mondo, “la scienza è entrata di forza nella politica e a governare il mondo”. Tra la Gran Bretagna del record dei morti per Covid, e le girandole di Boris Johnson, prima cinico teorico dell'immunità di gregge poi, e l'Italia auto-proclamatasi il miglior paese, Rovelli sceglie Taiwan, unico esempio al mondo per gestione ottimale della pandemia. “Loro sono riusciti a contrastare il virus perché il loro primo ministro è un epidemiologo”.

Il che, a prima vista, porta acqua al mulino dell'abdicazione della politica in favore dei “tecnici”, in questo caso medici.

La Repubblica dei Virologi
Il mondo sembra oggi una variante medica della Repubblica di Platone, dove però non ci sono i filosofi a governare, ma i virologi. Una deriva preoccupante per Rovelli. Quattro secoli dopo la feroce e crudele diatriba tra fede e scienza, che infiammò la Controriforma, facendo morti, come Giordano Bruno, e imponendo autocensure, come l'Eppur Si Muove di Galileo Galilei, oggi si ripropone la stessa dicotomia. Nessuna dottrina tolemaica, con la Terra al centro dell'Universo, da difendere.

La versione moderna dello scontro è tra Scienza e Politica. E Rovelli, che pure è la punta di diamante del mondo della scienza non ha dubbi su dove schierarsi: con la politica. “Le decisioni vanno sempre prese dalla politica. La scienza non si può sostituire ai decisori. Chi governa deve tenere conto di tanti fattori”. Il “burden”, il fardello di chi ha sulle spalle la responsabilità di un paese, espressione inglese usata per la Corona, non può essere scaricato sull'affidamento al numero di contagi e di tamponi. Non si può governare solo con gli Rt, ma ci vuole una visione dell'intera società.

Certo, ammette Rovelli, “è difficile trovare un punto di equilibrio perché constata, col dono della sintesi, che “Si tratta di scegliere tra la salute o la povertà”. Semplice, diretto e chiaro più di ore e ore di talk show e notiziari.

Il modello Lucrezio
Rovelli è oggi l'ultima incarnazione di una razza scomparsa da secoli: quella del sapiente antico che riuniva insieme conoscenze scientifiche e una dottrina filosofica del mondo. Non a caso, il nume ispiratore dello studioso italiano non è nessun scienziato moderno, nemmeno Hawking, ma un poeta-filosofo dell'antica Roma: quel Lucrezio che nel De Rerum Natura unisce scienza e filosofia nella forma di un poema in strofe.

Anche il poeta latino è stato il un grande divulgatore del passato: diceva di cospargere la tazza di amaro assenzio (ossia la verità) con del miele (un racconto avvincente e gradevole), per renderla bevibile al bambino. Metafora che secoli dopo riprenderà anche Torquato Tasso, un altro personaggio tormentato tra fede e scienza. Mille anni prima di Einstein, ricorda Rovelli, Lucrezio teorizza la fisica atomica in una opera di poesia.

La ricetta di Rovelli per uscire dalla dittatura della scienza è semplice: avere un approccio “olistico”, termine purtroppo oggi abusato, alla società e alla vita, intesa come forme di vita. In natura non esiste la divisione tra discipline: medicina, fisica, geografia sono singoli saperi separati dall'uomo. Ma la realtà è unica, è fatta di materia che è un tutt'uno con l'universo.

Da "amp24.ilsole24ore.com" Rovelli contro l’idolatria della scienza: “La politica scelga tra salute o povertà” di Simone Filippetti