Con un po’ di immaginazione la sua forma può sembrare quella di un soffione. Il nuovo coronavirus, 2019-nCoV, all’occhio del microscopio elettronico è sferico e coronato su tutta la superficie di spicole, sorta di protuberanze. Ne hanno ricostruito un’immagine i ricercatori dello statunitense Centers for Disease Control and Preventing, ad Atlanta. Il virus, che è causa della sindrome appena battezzata dall’Organizzazione mondiale della sanità COVID-19 e che dalla città di Wuhan in poi ha già fatto – nel momento in cui scrivo – più di mille e trecento morti, non è l’unico ad avere questa forma, né il primo tra i coronavirus a infettare l’uomo.

Di coronavirus ne esistono di diversi, tutti appartenenti alla famiglia Coronaviridae. Sono virus a RNA, cioè codificano e trasmettono le informazioni genetiche utilizzando l’acido ribonucleico (RNA) – e non il DNA – costituito per lo più da un singolo filamento ripiegato – e non da doppia catena come il DNA. Ogni virus, per potersi replicare, attacca le cellule dell’organismo ospite, ne penetra la membrana e ne altera le funzioni, sfruttandole per replicare il proprio codice genetico. I coronavirus lo fanno attraverso quelle protuberanze sulla superficie, i peplomeri, che si attaccano alla cellula.

Un banale raffreddore può essere causato dal cosiddetto Human CoronaVirus-229E o da HCov-OC43, per esempio. Ma anche le sindromi SARS e MERS, di certo più temibili e che hanno colpito l’uomo di recente – la prima tra il 2002 e il 2003, la seconda dieci anni dopo – sono opera di altri coronavirus ancora e, come la COVID-19, erano sindromi a noi sconosciute prima dei primi focolai. Da dove sono arrivate? Come molte altre malattie, anzi come la maggior parte, arrivano da altre specie animali.

La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto.
Zoonosi è il nome che diamo alle malattie che partono da un animale e arrivano all’uomo. La storia di una zoonosi comincia quando il virus coglie un’opportunità di propagarsi: per esempio un nuovo e inedito contatto ravvicinato tra due specie, una che ha già il virus, l’altra che è ancora ignara di tutto. L’evento del cosiddetto “salto di specie” viene chiamato spillover: il virus “trabocca” e infetta la nuova specie. Di storie di questo tipo si è occupato David Quammen, scrittore di viaggi e di scienza, nel suo Spillover (Adelphi, 2014). Quammen scrive un lungo reportage avventuroso, risale il corso di fiumi, segue le tracce di possibili animali portatori e si fa largo nella giungla per venire a capo dell’enigma dello spillover, del salto fatidico.

Come ricorda Quammen, di zoonosi ne esistono molte, la più nota forse è l’AIDS. Spesso, racconta, i virus zoonotici prima di interessarsi di noi, convivono indisturbati e magari da millenni con una o più specie serbatoio.

Si sono probabilmente adattati a vivere una vita tranquilla all’interno della (o delle) specie serbatoio, dove si replicano senza problemi ma non eccessivamente, e causano poco danno. Quando ‘tracimano’ negli esseri umani sono esposti a un nuovo ambiente e a nuove circostanze, il che spesso li porta a diventare mortalmente devastanti. E un uomo può infettarne un altro, attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei.
È più o meno così che dev’essere cominciata anche la storia di 2019-nCoV, nell’ormai noto mercato di Wuhan. Ma è una storia che riguarda anche Ebola, l’Hendra virus, il virus del Nilo occidentale. Ed è una storia che ci riguarda sempre di più: negli ultimi 30 anni, infatti, la frequenza di queste nuove zoonosi, emergenti, è aumentata. Tra le cause ci sono anche lo stravolgimento diretto operato dall’uomo sugli ambienti e la crisi climatica.

Il mercato è affollato
2019-nCoV e gli altri coronavirus sono capaci di adattarsi velocemente a nuove specie. Essendo virus a RNA, un meccanismo di trasmissione del codice genetico più semplice del DNA, mutano molto più in fretta: da un lato questo aumenta gli errori di codice e la possibilità di fallire ma dall’altro aumenta la velocità con la quale il virus è in grado di evolversi, di trovare nuove strade e, casualmente, di diventare capace di infettare una nuova specie. In un mercato come quello di Wuhan, che a oggi si ritiene il luogo dell’avvenuto salto di specie, si trovano una gran quantità di uomini, animali vivi e animali morti, in una promiscuità tra specie diverse che crea una situazione favorevole allo spillover.

Anche nel 2002, l’epidemia di SARS è molto probabilmente nata proprio in un mercato, quella volta in un’altra provincia cinese, Guandong. Inizialmente si sospettava che il contagio umano fosse avvenuto attraverso un animale selvatico di media taglia, lo zibetto. La carne di zibetto è infatti apprezzata in Cina e perciò venduta al mercato; in effetti i test effettuati su alcuni zibetti avevano dimostrato la presenza del materiale genetico del virus. Le autorità avevano così comandato l’uccisione preventiva di diecimila zibetti, ma solo con ricerche più approfondite si era capito che anche lo zibetto non era ospite usuale e permanente del virus. L’animale malcapitato aveva infatti fatto da ospite intermedio: in questa specie il virus si era replicato, per così dire, fino ad avere le caratteristiche adatte a infettare l’uomo. Una sorta di incubatore, o meglio di amplificatore come lo ha definito lo stesso David Quammen in un’intervista a Npr. Il virus doveva dunque aver incontrato gli zibetti, nel mercato, tramite un altro animale, forse il pipistrello.

E nel caso di questo nuovo coronavirus? Una ricerca cinese della South Agricultural University di Guangzhou ha guardato ai pangolini, anch’essi venduti al mercato di Wuhan, come ospite amplificatore. Ci si è chiesti anche se l’infezione possa essere avvenuta tramite la carne di serpente, ma al momento l’ipotesi più accreditata è che l’ospite serbatoio di questo nuova coronavirus sia il pipistrello Rhinolophus sinicus, o pipistrello ferro di cavallo cinese, per una certa familiarità di questi pipistrelli con i coronavirus. Secondo l’Oms, più di 500 tipi di coronavirus sono stati rinvenuti nei pipistrelli cinesi.

Zoonosi mandate dall’alto
La zoonosi non è un fenomeno nuovo. C’è un passo del libro di Samuele nell’Antico Testamento (Samuele 24,15-16), dove si racconta che Dio scatena su Israele una celebre zoonosi, la peste:

Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono settantamila persone del popolo. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per distruggerla, il Signore si pentì di quel male.
Anche la peste è una zoonosi, sebbene causata da un batterio, il bacillo Yersinia pestis. Ha per suo ospite serbatoio diverse specie di roditori e per vettore la pulce dei ratti. Ma delle zoonosi più recenti, e che ci riguardano più da vicino, è spesso il pipistrello a essere considerato il probabile ospite serbatoio.

Un esempio è quello dell’Hendra virus. In Australia, nel settembre del 1994 in un quartiere di Brisbane, Hendra, morirono 13 cavalli e il loro istruttore, Victory Rail, per causa di un nuovo virus zoonotico. Quanto aveva portato Rail e i cavalli alla morte sembrava simile a ciò che era accaduto solo un mese prima, 1000 km a nord di Brisbane: due cavalli erano morti assieme al loro proprietario. Da quell’estate, i casi di infezioni di cavalli e uomini si sono susseguiti. Nel caso di Hendra, è il cavallo a fare da ospite amplificatore per il virus, prima che questo colpisca l’uomo. Ma i cavalli si erano infettati entrando a contatto con le feci di un grande pipistrello, la volpe volante, con cui Hendra convive da tempo senza far danni.

Anche nel caso della MERS, la sindrome che ha colpito alcune aree del Medio Oriente (con picchi nel 2014 e nel 2015, circa 860 morti fino a oggi e ancora centinaia di casi l’anno in Arabia Saudita), tra i possibili ospiti serbatoio figura ancora un pipistrello, e la stessa ipotesi vale per l’origine di Ebola, che dall’agosto 2018 colpisce la regione del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo, facendo finora più di duemila morti.

Ma perché i pipistrelli dunque? Prima di tutto sono il gruppo di mammiferi più numeroso dopo i roditori: con il termine pipistrelli si contano più di 1300 specie, alcune largamente diffuse in tutto il mondo. La ragione per cui potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo. Secondo una ricerca pubblicata su Cell Host and Microbe, la risposta immunitaria di un pipistrello sarebbe in sostanza capace di vincere un virus senza subire alcuna infiammazione e perciò senza perdere le forze necessarie a volare. Il noto ecologo ed esperto di pipistrelli, Merlin Tuttle, ha però contestato che la correlazione tra pipistrelli e alcune zoonosi possa dirsi certa, esprimendo dubbi sul loro ruolo nella diffusione, per esempio, di Ebola, e mettendo in guardia da accuse facili che possano scatenare panico e generare effetti pesanti sugli ecosistemi.

La ragione per cui i pipistrelli potrebbero essere serbatoio di questi virus senza esserne contagiati è che avrebbero un sistema immunitario peculiare, legato al metabolismo accelerato che permette loro il volo.
Inoltre la convivenza dei pipistrelli coi virus e la loro diffusione per tutto il mondo non basta a spiegare perché il numero di nuove zoonosi o di zoonosi riemergenti sia cresciuto. Come scrive Quammen ancora in Spillover, su 1407 specie note di patogeni umani, il 58% sono di origine animale. Di queste “solo 177 sul totale si possono considerare emergenti o riemergenti, e tre quarti dei patogeni emergenti provengono dagli animali. In parole povere: ogni nuova e strana malattia, con grande probabilità, arriva dagli animali”.

Alessandro Magno e le zanzare
Nell’estate del 2018, un donatore di sangue che avesse dormito anche solo una notte nelle province di Torino, Novara, Pavia, Parma, Vercelli, Cremona, Brescia, Udine era escluso dalla donazione per 28 giorni. Il sangue dei donatori di quelle province veniva invece sottoposto a un test particolare. Si cercava così di scongiurare la diffusione del virus del Nilo occidentale, un virus che normalmente abita tra zanzare e uccelli ma può colpire anche l’uomo. La febbre di cui è causa è una zoonosi il cui serbatoio principale è rappresentato dalle zanzare, in particolare del genere Culex.

L’incontro tra il virus del Nilo occidentale e l’uomo non è di questo secolo. Addirittura c’è un’ipotesi, pubblicata su Emerging infectous diseases, di alcuni ricercatori della Colorado State University che a partire dalle note dello storico Plutarco sostiene che Alessandro Magno sia morto improvvisamente per colpa di questo virus. Fu identificato già nel 1937 in Uganda e tuttavia in Italia solo negli ultimi quindici anni si sono moltiplicati i contagi umani, causando 4 morti.

In Italia si è parlato anche di chikungunya, un’altra malattia di origine virale e di cui sono serbatoi alcune scimmie non antropomorfe e vettori le zanzare. Riconosciuta nel 1955, la malattia è endemica in Africa e Asia, ma soltanto nel 2007 è scoppiata la prima epidemia di chikungunya sul suolo europeo: in Romagna, grazie alle zanzara tigre ha infettato 250 persone.

Tra le ragioni di diffusione di queste due zoonosi non di casa in Italia c’è la crisi climatica. Come racconta la ricerca “Emerging zoonotic viral disease”, le temperature più elevate favoriscono il ciclo vitale delle zanzare, dall’attività alla riproduzione fino alla velocità di digestione del sangue e dunque alla rapidità nel pungere di nuovo. Ma non sono l’unico esempio: il riscaldamento globale permette alle zecche che portano la malattia di Lyme, altra zoonosi, di sopravvivere a altitudini e latitudini più elevate. Non solo, aggiunge l’Oms: esiste una correlazione tra eventi estremi come piogge particolarmente intense e la diffusione dell’hantavirus, causa di una zoonosi che fu studiata per la prima volta in Corea del Sud, nell’area del fiume Hantan.

Inoltre, si legge su Nature, se negli ultimi 30 anni il 70 % delle nuove malattie è di origine zoonotica, accanto al riscaldamento globale il colpevole è il mutamento degli ambienti generato dall’uomo. La deforestazione e l’urbanizzazione, per esempio, riduce lo spazio delle specie selvatiche – magari serbatoio di un virus, come nel caso della leishmaniosi – e ne aumenta le possibilità di contatto con l’uomo. Più in generale è il turbamento di habitat ed equilibri a costituire un rischio: persino la riforestazione, per esempio, ha favorito nel Nord Est degli Stati Uniti la possibilità di contagio della borreliosi di Lyme, per la maggior diffusione di cervi e roditori che ne sono ospite amplificatore.

Ecologia della salute
Torniamo all’inizio. Nel caso del nuovo coronavirus, il primo problema è costituito dall’accatastarsi di specie animali dentro al mercato, con pangolini, galline, serpenti, zibetti e altri animali, vivi dentro le gabbie, in condizioni di igiene scarsa. Dopo l’epidemia di SARS, che era nata in un mercato del genere ma circa 1000 km a sud, questi luoghi avevano continuato la loro attività, solo con qualche restrizione in più alla vendita. Oggi, avendo con ogni probabilità fornito di nuovo la possibilità ad ancora un altro virus di incontrare il suo ospite amplificatore, sono tornati sotto i riflettori e una loro regolamentazione sembra inevitabile.


Bisogna affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.
Tuttavia, come abbiamo visto, questi luoghi chiusi sono soltanto la punta dell’iceberg di un problema più ampio. Si è detto della deforestazione e dell’urbanizzazione, di sfruttamento e alterazione degli habitat naturali e delle conseguenze della crisi climatica sulla capacità di propagazione di alcuni virus – ma all’elenco dei virus potremmo aggiungere anche quelli che hanno trovato terreno di facile propagazione tra gli animali da allevamento intensivo: per esempio, i virus di influenza suina e aviaria. Per tutte queste ragioni (aggiungiamo anche che le società, almeno quelle più ricche, spostano ormai a grande velocità sul globo individui e merci che possono portare ospiti indesiderati) le occasioni che un virus può cogliere per saltarci addosso aumentano. Allora anche il problema delle nuove zoonosi diventa una questione di sapienza ecologica. Si tratta di ripensare un’altra volta ancora la nostra relazione con l’ambiente e con le altre popolazioni animali. Badare non soltanto alla nostra, ma anche alla salute loro e degli ecosistemi in cui conviviamo.

L’approccio sanitario basato su considerazioni di questo tipo ha preso da qualche anno il nome di One Health. Come scrive l’Oms, si tratta di affrontare questi problemi con una strategia multidisciplinare per la salute pubblica, in cui si tengano assieme per esempio epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio. Ma una strategia del genere, in attesa del prossimo virus, è una strategia politica. Come ricorda lo stesso David Quammen:

Abbiamo bisogno di più investimenti pubblici, di più istruzione pubblica, di finanziare adeguatamente istituti come lo statunitense Centres for Disease Control and Preventing, e organizzazioni equivalenti sparse per il mondo. Dobbiamo formare scienziati che diventeranno cacciatori di virus, che vadano in quelle grotte, in quelle foreste, facendo il lavoro sporco e che poi tornino nei laboratori a fare il lavoro d’indagine, per aiutarci a identificare questi virus. E abbiamo bisogno che le istituzioni sanitarie pubbliche siano pronte, con risorse e informazioni per affrontare le epidemie.


Da "www.iltascabile.com" Dagli animali agli esseri umani: il nuovo coronavirus e gli altri salti di specie di Giancarlo Cinini

Con lo smartphone un posto vale l’altro

Lunedì, 24 Febbraio 2020 00:00

Le persone abbastanza vecchie da aver frequentato i negozi di videonoleggio ricorderanno sicuramente l’opprimente indecisione mentre esploravano i loro scaffali. Con tutta quella scelta, ogni film sembrava poco attraente, o insufficiente. Sembrava impossibile trovare un equilibrio tra i gusti e le preferenze del momento. Era tutto lì, eppure non c’era nulla da guardare.

Quei giorni sono finiti ormai da un pezzo, ma l’indecisione nella scelta di un film o di un programma è diventata ancora più soffocante. Prima è arrivata la tv via cavo, con centinaia di canali. Poi è toccato ai servizi di streaming, che obbligano il potenziale spettatore a districarsi con software diversi su piattaforme diverse, in un’infinita ricerca nei cataloghi di Hulu, Netflix o Apple Tv+ per trovare qualcosa di “guardabile”.

Blockbuster è morto e sepolto, ma il sentimento di sopraffazione che provavamo tra gli scaffali pieni di titoli si è trasferito nelle nostre camere da letto.

Lo stesso meccanismo si ripete per un numero infinito di attività, al lavoro e nei momenti di svago. Il luogo dove ci troviamo non ha più alcuna importanza. Per scrivere un’email va bene l’ufficio ma vanno bene anche il letto o il bagno. Possiamo guardare la tv in camera ma anche in auto o al bar, trasformando questi spazi in sale cinematografiche improvvisate. Facciamo la spesa usando un’applicazione sullo smartphone mentre aspettiamo che cominci la recita dei bambini. Queste abitudini comprimono il tempo, ma trasformano anche lo spazio. Ormai nessun luogo è più straordinario. Un posto vale l’altro, perché ognuno offre i piaceri e gli oneri di tutti gli altri. Che motivo abbiamo di uscire se possiamo fare quasi tutto da casa?

Schermi in casa
Durante le vacanze di Natale sono andato con la mia famiglia in un centro commerciale alla periferia di Atlanta, per vedere Star Wars: l’ascesa di Skywalker. Era il cinema più vicino che offriva le tecnologie Dolby Vision e Dolby Atmos, così abbiamo deciso che la gamma allargata di colori e il suono avvolgente potevano giustificare un viaggio di 40 chilometri.

Vedere i nuovi film è uno dei pochi svaghi rimasti che ci obbligano a uscire di casa (a meno che, ovviamente, non siate straricchi). Eppure nel 2017 l’affluenza nei cinema degli Stati Uniti ha raggiunto il minimo storico degli ultimi venticinque anni. I servizi di streaming e la tv via cavo offrono un catalogo talmente vasto che gli amanti dei film non hanno più bisogno di andare al cinema. Netflix, Amazon e Apple sono impegnati in una battaglia serrata con le grandi case di produzione cinematografica, e oggi le serie tv godono del prestigio e del budget un tempo riservati ai lungometraggi per il grande schermo. Di questi tempi i “film-evento” come Star Wars sono il modo migliore per attirare la gente nei cinema, e questo spiega il predominio attuale dei grandi film d’azione.

Diversamente da quanto aveva preconizzato l’anno scorso Martin Scorsese, non si tratta della morte del cinema in quanto arte, ma del fatto che le persone, semplicemente, hanno indirizzato la loro attenzione verso schermi più piccoli. E proprio l’ultimo film di Scorsese, The irishmen, ne è la prova, visto che è entrato nel catalogo di Netflix meno di un mese dopo la sua apparizione (limitata) nei cinema.

Negli ultimi vent’anni la tecnologia della fruizione dei film ha fatto irruzione nelle nostre case. I grandi schermi e i sistemi audio surround sono piuttosto comuni già da tempo, ma quando nel nuovo millennio è esplosa la moda degli schermi hdtv, presto diventata economicamente accessibile, il cinema in casa è diventato il concorrente dell’esperienza nella sala cinematografica. Le mura domestiche sono state rapidamente impreziosite da schermi piatti, in camera da letto o accanto al camino. Diversamente dai grandi film d’azione, dalle saghe degli eroi Marvel o dai prodotti Lucasfilm, un lavoro come The irishman fa una gran figura anche in casa. Di conseguenza le camere da letto, lo studio e i soggiorni sono diventate un surrogato accettabile del cinema.

Quando un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema

Ma il film di Scorsese è gradevole anche sullo schermo di un cellulare. Con un rettangolo piazzato a pochi centimetri dal volto e il suono incanalato nelle cuffie, Netflix regala una sensazione immersiva. Dopo l’invasione dei cinema casalinghi è toccato agli smartphone portare la tv sul divano, sulla sedia o a letto. L’intrattenimento cinematografico e televisivo è stato riversato in quasi tutti gli spazi architettonici. Oggi il cinema fluttua liberalmente all’interno delle case. Di solito, davanti alla sostituzione delle sale cinematografiche con gli impianti casalinghi, ci preoccupiamo per il destino dei cinema. Ma chi pensa alle case? È innegabile che oggi lo studio e la camera da letto debbano sostenere il peso di nuove responsabilità, includendo attività che un tempo si svolgevano altrove.

Gli smartphone non fanno altro che proseguire e accelerare questo processo. Quantomeno la tv della camera da letto doveva essere spenta se uno dei coniugi aveva voglia di dormire. Quando invece un programma si sposta sullo smartphone, ogni singolo cuscino del divano diventa un cinema: Daniel Tiger sullo schermo del bambino, The mandalorian su quello del padre, Stranger things su quello della figlia adolescente.

La nascita del non luogo
I critici architettonici avevano previsto che la vita moderna avrebbe cambiato la nostra sensazione di spazio. Quasi trent’anni fa l’antropologo francese Marc Augé ha coniato l’espressione “non luogo” per descrivere una serie di spazi di transizione in cui il senso di sé dell’individuo viene soppresso, o addirittura svanisce. Tra i non luoghi ci sono gli aeroporti, gli alberghi, i centri commerciali, i supermercati e le autostrade. Questi spazi presentano una tristezza intrinseca, perché diversamente dagli spazi legittimi, gli esseri umani non li occupano in senso compiuto, ma si limitano ad attraversarli diretti verso i “luoghi antropologici”, come Augé definiva le scuole, le case, i monumenti.

L’anonimato e l’inutilità dei non luoghi sono stati intaccati dagli smartphone

Nei decenni trascorsi dall’epoca di Augé i non luoghi si sono al contempo moltiplicati e ridotti. Da un lato il loro numero è cresciuto e le persone li frequentano di più: aumentano gli aeroporti e le stazioni dove un numero sempre maggiore di passeggeri transita sempre più spesso, così come aumentano le hall d’albergo e i centri congressi, spesso dotati di spazi per la ristorazione e negozi che diventano non luoghi all’interno di altri non luoghi.

Dall’altro lato, invece, l’anonimato e l’inutilità dei non luoghi è stata intaccata dagli smartphone. Ogni sala d’imbarco, ogni sfarzoso divano di una hall, ogni arredo impersonale di un caffè può trasformarsi in un luogo multifunzionale per qualsiasi tipo di avventore. L’aeroporto e il bar diventano anche ufficio, cinema, club del ricamo e aula scolastica.

I non luoghi hanno sempre suscitato reazioni negative. Augé parlava di “un’invasione” portatrice della “supermodernità”, una tracimante abbondanza di spazi morti dedicati all’individuo anziché all’attività collettiva. L’antropologo aveva previsto che l’uniformità di questi spazi (gli alberghi e gli aeroporti si somigliano tutti) avrebbe generato una piaga che avrebbe privato l’ambiente comune di opportunità per l’espressione dell’individuo.

La vittoria dell’anonimato
Alla fine la supermodernità si è concretizzata, ma non nella forma annunciata (e temuta) da Augé e dai suoi successori. Oggi non c’è più bisogno di uno spazio industrializzato come un supermercato o un centro congressi per osservare l’anonimato di un non luogo. È in corso un fenomeno più vasto. Per prima cosa i bastioni della supermodernità sono diventati più personalizzati rispetto al passato: di questi tempi è possibile origliare una conversazione d’affari nel terminal di un aeroporto o assistere a una drammatica separazione sentimentale via sms mentre si è in fila da Starbuck. In secondo luogo qualsiasi spazio – anche quello antropologico che secondo Augé forniva un contesto all’esperienza umana – può diventare completamente anonimo.

Torni nel salotto di casa tua e trovi tua moglie o tuo figlio sul divano, con lo sguardo fisso su uno schermo. “Cosa stanno facendo?“, ti chiedi. Scrive un’email? Guarda la tv? Naviga su siti porno? Fa spese? In altre parole: quale nuovo spazio esterno ha introdotto nel nostro ambiente condiviso di casa? La risposta, spesso, è impossibile da conoscere. E comunque, da un momento all’altro, quel nuovo spazio può cambiare non appena l’individuo abbandona un’applicazione per aprirne un’altra. A quanto pare il problema non era la proliferazione dei non luoghi. Al contrario, la tecnologia ha permesso all’intimità e ai collegamenti personali di svilupparsi troppo e in qualsiasi spazio. Oggi ogni spazio è un super-spazio che potrebbe fondersi con tutti gli altri.

I superspazi sono in costante aumento da decenni, da prima che i dispositivi personali diventassero onnipresenti. Anni fa, quando i computer non parlavano tra loro, il mio amico Damon e io camminavamo o andavamo in bicicletta da casa sua al 7-Eleven più vicino per giocare ai videogiochi. O meglio, per giocare al videogioco. Ce n’era solo uno. Se passavamo troppo tempo davanti a quello schermo il commesso ci cacciava rimproverandoci. “Questa non è una sala giochi”.

Come diceva Augé, la gente è sempre a casa e, allo stesso tempo, non c’è mai

Ma all’epoca le sale giochi erano ancora posti piuttosto squallidi, e alcuni genitori sconsigliavano o addirittura proibivano ai figli di metterci piede. E così a noi toccava ripiegare sulle sale bowling (non meno squallide, anzi forse di più), i mini-market o le lavanderie automatiche, luoghi dove la gente passava il tempo infilando monetine in una fessura.

Poi Damon e suo fratello hanno ricevuto in regalo il Nintendo. Quell’acquisto ha reso assolutamente superflui posti come la drogheria o la sala giochi. Finalmente potevamo sparare alle anatre o far saltare un idraulico con i baffi adagiati sul morbido tappeto di casa di Damon. Alla fine hanno portato via il videogioco dal 7-Eleven. Gli introiti delle sale giochi sono crollati. Le camere da letto e i soggiorni avevano incorporato la sala giochi, proprio come il videoregistratore aveva portato in casa il cinema. Come diceva Augé, la gente è sempre a casa, e contemporaneamente non c’è mai.

Un tempo l’espressione “portarsi a casa il lavoro” significava trasportare fisicamente il lavoro dall’ufficio: documenti all’interno della ventiquattr’ore e liste con le telefonate da fare chiusi nello studio. Oggi è solo un modo per indicare un’attività più concettuale e olistica. Grazie ai computer portatili, agli smartphone, alla banda larga, alle applicazioni e ai servizi cloud, chiunque può lavorare in continuazione: mandare email da sotto il tavolo da pranzo, rispondere a messaggi su Slack dopo aver chiuso la portiera dell’auto e prima di aver aperto il portone di casa, analizzare le spese familiari fotografando gli scontrini sul ripiano della cucina.

L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto

Lo sconfinamento del lavoro in quella che un tempo era la sfera privata è fonte di preoccupazione. In passato ho usato l’espressione “iperimpiego” per definire il lavoro senza fine a cui tutti siamo sottoposti e le cui dimensioni sono nettamente superiori al lavoro per cui siamo pagati. Il mio collega Derek Thompson ha definito con l’espressione “workism” (lavorismo) la devozione quasi religiosa che gli statunitensi provano per il loro lavoro. Ma l’iperimpiego e il lavorismo sono anche conseguenze della progressiva superspazialità dell’ambiente in cui ci muoviamo. A seguirci fin dentro le mura di casa non è solo il lavoro, ma anche l’ufficio. Lo smartphone, infinitamente portatile, trasforma ogni spazio in un ambiente di lavoro. Una volta avviata l’applicazione di Salesforce qualsiasi stanza diventa una sala conferenze.

I luoghi esistono per adempiere una funzione, e quando questa funzione si sposta in nuovi spazi porta con sé anche i fantasmi dei luoghi che occupava in passato. Il bagno è uno spazio deputato alla pulizia e alle deiezioni, ma basta portarci un telefono e diventa anche l’ufficio in cui puoi gestire finanze e personale attraverso un programma come Workday, un cinema in cui puoi guardare The crown su Netflix, un’aula in cui puoi studiare il lituano con Duolingo, un’agenzia di viaggi in cui puoi prenotare un volo. L’ufficio non ti segue solo a casa. È ovunque: in palestra, al binario della stazione, in enoteca, in auto.


Questa capacità evidenzia la forza sociale ed economica della computerizzazione, che tra le altre cose ha la capacità di trasformare gli individui che usano gli smartphone negli spazi dove un tempo si svolgevano attività separate, o quantomeno nella memoria culturale di quegli spazi. Il manager che durante una cena si scusa perché deve inviare un messaggio non sta solo portando il lavoro al tavolo, ma trasporta se stesso in ufficio. L’imprenditore che prenota un volo dalla sala d’aspetto del medico si teletrasporta nell’agenzia di viaggi o nella biglietteria dell’aeroporto.

Questi cambiamenti svuotano i luoghi dove in precedenza si svolgevano attività specifiche. L’atmosfera unica e l’energia spirituale del negozio di dischi o della boutique di abiti evaporano nel momento in cui questi luoghi sono rimpiazzati da Spotify o Amazon. E con loro se ne vanno anche gli spazi accessori, come le strade o le linee del trasporto pubblico su cui viaggiavano i clienti o i bar e le gelaterie che frequentavano.

La casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo

L’indifferenza della computerizzazione rispetto ai luoghi, inoltre, scaglia gli spazi dove sono usati gli smartphone in un caos specifico. Nel momento in cui uno di quei ricordi spaziali si presenta, subito lo sostituisce un altro spazio che nelle retrovie lottava per emergere. Decidi di cominciare a guardare in streaming un episodio di The great british baking show quando all’improvviso arriva una notifica di Slack a trasformare il divano in una sala riunioni. A quel punto puoi decidere di riprendere la visione, ma anche di sostituire i fogli di calcolo con YouTube, dove un video Asmr trasforma la stanza da letto in uno spazio meditativo. O magari vai in bagno e ti metti a scorrere le notifiche di Facebook, nella speranza di sostituire il silenzioso isolamento del water con il mormorio sociale di un pub.

Tutto questo è tanto facile quanto disorientante, e trasforma la casa in uno spazio strano. Fino al ventesimo secolo era indispensabile uscire di casa per qualsiasi cosa: lavorare, mangiare, fare acquisti, divertirsi, vedere altra gente. Per decenni le famiglie hanno avuto solo una radio. Poi avevano diverse radio e una tv. Le possibilità fuori delle mura casalinghe erano enormemente maggiori di quelle che si presentavano all’interno. Ora, invece, fare quasi tutto da casa non è solo possibile, è anche la scelta migliore. Il problema dei nostri antenati si è capovolto: la casa è diventata una prigione di comodità da cui possiamo scappare solo se qualcuno ci aiuta a farlo.

Rinfrancati dalla specificità spaziale del vedere Star Wars al cinema, io e la mia famiglia abbiamo provato il desiderio di prolungare quel senso di libertà. Così abbiamo trascorso un paio d’ore da Dave & Buster’s, un’immonda fusione tra una bisteccheria di periferia, una sala giochi e un casinò. È il discendente di Chuck E. Cheese’s Pizza Time Theatre, aperto nel 1977 dal fondatore di Atari, Nolan Bushnell, per offrire un’alternativa familiare alle taverne e alle sale giochi.

Nel chiasso del Dave & Buster’s abbiamo scoperto che i nostri dispositivi elettronici erano lì ad attenderci: la sala era piena di versioni giganti del videogioco per smartphone Candy crush. Un tempo avremmo avuto la sensazione di essere finiti in un meccanismo perverso. Ma oggi qualsiasi allontanamento dal superspazio sembra accettabile. Abbiamo pagato per starcene lì, armeggiando con versioni colossali delle applicazioni che avevamo già in tasca. Sempre meglio che tornare in auto, prendere l’autostrada e rientrare in casa, dove ognuno di noi si sarebbe sicuramente ritirato nel profondo isolamento di uno smartphone.

Da "https://www.internazionale.it/" Con lo smartphone un posto vale l’altro di Ian Bogost

L’economia è la chiave della politica?

Venerdì, 21 Febbraio 2020 00:00

Qualche anno fa, un importante personaggio politico disse in un dibattito pubblico che alla base del terrorismo fondamentalista islamico c’erano interessi economici. Qualcuno gli fece osservare che l’idea che un giovane commetta una carneficina tra gente presa a caso e poi si ammazzi perché conti su tornaconti economici è evidentemente poco credibile; diciamo piuttosto che il terrorista spera così di andare in paradiso. Ma il personaggio aveva la risposta pronta: una massa di gente ingenua viene manipolata con argomenti religiosi da capi che mirano al potere economico.

È una variante di teoria cospiratoria della storia: il radicalismo religioso sarebbe un marchingegno trovato da certe classi dominanti per abbindolare i poveri. Questo non è escluso in certi casi. Ma dubito fortemente che i grandi trascinatori religiosi di folle fanatizzate lo facciano sulla base di strategie economiche. Osama Bin Laden era ricco, avrebbe potuto arricchirsi ancora di più e godersi i propri beni, invece ha attaccato la potenza americana, si è nascosto per anni e alla fine è stato ucciso. Avrebbe fatto tutto questo per estendere il proprio patrimonio? E si pensi agli attentati terroristici suicidi di matrice ISIS in Sri Lanka durante la Pasqua del 2019, che hanno mietuto 253 vittime: gli attentatori erano persone di famiglie ricche e istruite, avevano fatto i loro studi in Gran Bretagna e in Australia.

La verità è che non una sola ragione fondamentale muove gli atti e le passioni degli umani. Non solo quindi la ragione economica. Come diceva Ernst Bloch, non si vive di solo pane, soprattutto quando non se ne ha.

2.

Invece, sin dall’Ottocento si è imposto, nella letteratura politica e sociale, il presupposto che ciò che conta veramente nella storia e nella politica è l’economia. Questa presupposizione è sostanzialmente condivisa sia a sinistra che a destra. Per il liberismo quel che conta è la libertà il più possibile sfrenata del mercato, il free market è il modello del miglior assetto politico e sociale. Per la sinistra marxista e post-marxista contano le classi sociali che sono prima di tutto classi economiche: la storia è storia di lotte di classe. Per la sinistra di oggi l’incremento dell’eguaglianza economica è l’obiettivo principale, e direi ultimo, della lotta politica.

È vero che la sinistra articola soprattutto una critica dell’economia, oggi capitalista, ovvero prospetta una liberazione dai vincoli e condizionamenti dei meccanismi economici. Mentre la destra invece esalta i puri meccanismi spontanei del libero scambio in quanto essi assicurerebbero l’allocazione ottimale delle risorse. Ma sia la critica che l’esaltazione del sistema economico appaiono, in un’altra prospettiva, due facce della stessa medaglia. Che si tratti di liberarsi dall’economia, o che si tratti di liberare l’economia da ogni laccio e lacciuolo politico, è comunque l’economia al centro della politica, il motore fondamentale della storia. Per cui anche a conflitti che non hanno nessuna apparenza economica – scontri religiosi, etnici, razziali, ecc. – bisogna sempre cercare una spiegazione economica ultima. È questa che ancora a molti appare “la spiegazione profonda”. Voler morire per Allah o per il Führer appare invece un motivo del tutto superficiale.

Anche il recente fiorire di partiti e movimenti populisti, in particolare nel mondo più industrializzato, tende a essere interpretato come effetto economico. Molti ripetono che è stata la grande crisi del 2008 il motore di questa conversione di massa alla propaganda populista e di estrema destra; altri dicono che motore è l’aumento delle diseguaglianze economiche.

La crisi economica avrebbe creato nuove ampie fasce sociali di disagio, che si sarebbero volte al populismo per reazione. Ma si tratta di una tesi poco verosimile. In effetti il successo di partiti populisti si verifica anche in paesi che hanno superato da anni la grande crisi del 2008, prosperi e in una situazione di grande ripresa economica, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna prima della Brexit, la Germania fino a poco tempo fa… Niente ci indica che la conversione al populismo fiorisca particolarmente in paesi che ancora non si sono ripresi dalla crisi o in declino economico da tempo. D’altro canto, se l’aumento delle diseguaglianze fosse la ragione fondamentale della svolta verso il populismo neo-fascista, non si capisce perché tanta gente non certo benestante voti per Trump o Salvini che vogliono tagliare le tasse soprattutto ai ricchi, e che escludono aiuti ai più poveri.

Ma collegare le vittorie populiste a processi economici è un modo di confermare l’assunto di fondo: che alla base delle idee politiche tra la gente è la sua condizione economica.

Nella campagna referendaria del 2016 per la Brexit i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà male. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan spirituali, a un ideale di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain sono poi talmente ‘fatti’? Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no. In realtà, le vere ragioni per cui ci si oppone alla Brexit non sono, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale in senso lato, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni di convenienza economica, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i brexiteers non li hanno mascherati.

Qualcosa di simile accade con la contro-propaganda che di solito si fa per far accettare gli immigrati. Anche qui si ripete che l’immigrazione ci dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS dice che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che molti di questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi vede il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con Tolo tolo: qui gli africani sono rappresentati come per lo più simpatici malgrado i loro guai, generosi, pieni di senso dell’humour, mentre gli italiani sono descritti come egoisti, avidi, cinici, spietati. Si dirà: semplicista propaganda pro-immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole semplicista propaganda, non statistiche.

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008. In realtà, la grande crescita degli Hate Groups negli USA è avvenuta verso il 2015, e l’elezione di Trump non è estranea forse a questo incremento. Che cosa è accaduto attorno al 2015 che ha innescato un po’ in tutto l’Occidente questa moda di massa di orientarsi verso l’estrema destra razzista e xenofoba? Ecco una domanda a cui i sociologi stentano a rispondere.

3.

Questo primato attribuito alla vita economica rispetto a tutte le altre forme di vita umane – religiose, artistiche, erotiche – esprime un presupposto ancora più profondo: che gli esseri umani, anche quando sembrano pensare e fare cose assurde, sono nel fondo esseri sempre razionali. E in effetti, che c’è di più razionale del portafoglio? Fa comodo pensare che gli umani siano ragionevoli, perché così sembra più facile capirli. Capire l’irrazionalità è molto più difficile.

Invece, senza togliere affatto ai fattori economici l’importanza enorme che essi hanno, voglio mettere in evidenza le determinazioni irrazionali degli esseri umani, anche quando fanno politica. Mi rendo conto che la distinzione tra razionalità e irrazionalità è relativa, fluttuante. Comunque, per irrazionalità intenderò comportamenti che non capiamo, e che proprio per questo dobbiamo spiegare, con ipotesi più o meno scientifiche. Se chiediamo a qualcuno quanto fa ‘3 X 4’ e costui risponde ‘12’, lo capiamo; ma se costui, pur senza essere un minorato mentale, si ostina a dire che fa ‘14’, ecco qualcosa che, non essendo per noi comprensibile, dobbiamo spiegare. Facendo magari appello alla malattia mentale, uno dei modi più comodi per ammettere che certi atti e comportamenti non ci sono comprensibili. Solo con uno sforzo di astrazione scientifica possiamo pensare che occorra spiegare anche atti e comportamenti per noi del tutto comprensibili.

I comportamenti incomprensibili rivelano la dimensione che chiamerei pulsionale degli esseri umani (pulsione come ne parlava Freud). Questa irrazionalità ha certo la sua logica, che occorre ricostruire e descrivere: anche l’irrazionalità ha una propria logica. A differenza dei motivi razionali, di cui il soggetto è consapevole (so perché ‘12’ è il risultato di ‘4 per 3’), quella che chiamo “logica” non è saputa dal soggetto: lui o lei non sa quale logica lo/la spinge a credenze o atti che, proprio per questo, sono irrazionali.

Mi pare che la psicoanalisi sia oggi una delle poche teorie che ci fornisca i concetti per pensare questa pulsionalità. Con questa intendiamo il fatto che l’essere umano non è solo homo oeconomicus, ovvero lucido calcolatore delle proprie utilità (come vuole una visione di destra) e nemmeno solo essere bisognoso che cerca di sopravvivere e riprodursi (come vuole una visione di sinistra). Intendiamo il fatto che Homo sapiens è un animale che cerca di godere, in qualsiasi modo. Che desidera godere e che spesso gode del proprio desiderio. In questa prospettiva, il dilagare del cosiddetto populismo negli ultimi anni non è riducibile a una reazione a un dato assetto o congiuntura economiche, ma mette in gioco fattori che, rispetto al calcolo utilitario, appaiono del tutto irrazionali. Insomma, nei populismi emerge in modo disturbante l’inconscio.

Ora, la psicoanalisi – come altre teorie, ad esempio quelle della complessità e del caos (a cui ho accennato in un articolo su doppiozero) – non tratta l’essere umano come un animale essenzialmente razionale. Ma la pulsionalità spiega tanta politica solo se la mettiamo in relazione con quel che una certa psicoanalisi, sulla scia della linguistica, chiama significante.

4.

È ora di mettere in rilievo nella vita politica la forza del significante. Il significante si distingue dal segno in quanto quest’ultimo è strettamente connesso al suo significato: il segno è sempre segno di qualche cosa. Invece il significante può non avere alcun significato, perché esso consiste nella differenza da altri significanti, come stabilì Ferdinand de Saussure (nel suo Corso di linguistica generale). La potenza del significante è stata sempre sottovalutata in politica. Eppure da sempre gli esseri umani si massacrano non solo per conquistare territori ricchezze o donne, ma anche in nome di opposizioni significanti.

Il primato del significante fu bene espresso dal personaggio di re Ubu di Alfred Jarry: “Viva la Polonia! Perché se non ci fosse la Polonia, non ci sarebbero i polacchi!” – detto in un’epoca in cui la Polonia non esisteva ancora come stato. La Polonia è un significante, i polacchi sono il suo prodotto.

Anche la nazione italiana è effetto di un significante. Quando nel 1861 fu creato il regno d’Italia, gli italiani parlavano vari dialetti, non la stessa lingua, a parte le persone colte, che erano minoranza. Gran parte della popolazione era analfabeta. L’italiano, ovvero il toscano, è divenuto lingua nazionale effettiva a poco a poco, attraverso la scolarità obbligatoria, ma soprattutto grazie alla radio e poi alla televisione. Lo stato italiano, coagulatosi attorno al significante Italia, ha creato gli italiani, non viceversa, come preconizzava Massimo d’Azeglio nel 1861 (“Abbiamo fatto l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”).

Insomma, l’adozione di un significante è in gran parte arbitrario. Per esempio, non è l’omogeneità linguistica che fa una nazione.

Sono significanti, ad esempio, il Belgio e la Spagna. In Belgio si parlano ufficialmente tre lingue diverse (francese, fiammingo, tedesco), in Spagna quattro (castigliano, catalano, basco, gallego). Entrambi questi stati si propongono ai loro cittadini come “patrie” perché hanno un re. In Belgio i valloni si rifiutano di parlare fiammingo, e i fiamminghi si rifiutano di parlare francese – di solito, quando si incontrano, tra loro parlano inglese. Eppure quello che il filosofo Ernesto Laclau chiama un significante vuoto – le monarchie spagnola e belga – li tiene uniti (vedi questo articolo su doppiozero).

All’inverso, all’omogeneità linguistica si sovrappongono significanti diversi. Nel Regno Unito tutti parlano inglese e solo inglese, eppure gli scozzesi e i gallesi ci tengono a distinguersi dagli inglesi, e l’unità del Regno è rimessa spesso in questione. Che cosa distingue uno scozzese da un inglese? Il fatto che uno scozzese si riconosca scozzese e un inglese si riconosca inglese. È una tautologia. Si tratta di differenze “senza significato”, in senso linguistico. In effetti, Saussure definiva il segno come arbitrario. Il segno è arbitrario perché il significante non ha alcuna rassomiglianza con il significato – il suono italiano bue non assomiglia per nulla all’animale bue. Essere scozzese ed essere inglese sono significanti che non assomigliano affatto ai loro significati, per la semplice ragione che la scozzesità e l’inglesità non esistono. O meglio, esistono solo come emanazioni immaginarie dei significanti rispettivi “essere scozzese” ed “essere inglese”.

5.

Questo vale non solo per le identificazioni etniche e nazionali, ma anche per le contrapposizioni politiche tra gruppi. Saussure disse che i significanti si costituiscono per differenze; quel che li determina non è qualcosa di pieno, ma le differenze rispetto ad altri significanti. E in effetti, quel che determina il mio “essere italiano” è il fatto che non sono francese, non sono svizzero, non sono croato, non sono ucraino… È un’identità negativa. Ogni identità nazionale è negativa, pura differenza dalle altre nazioni.

Ma proprio perché una nazione o un’etnia sono significanti, quindi entità puramente differenziali, questa differenza produce opposizioni: un gruppo finisce prima o poi con l’opporsi ad altri gruppi perché la definizione di sé è oppositiva. Come diceva Lattanzio agli inizi del IV° secolo, “L’attaccamento alla patria è, nell’essenza, un sentimento ostile e malevolo”. È qui che il significante, come ha mostrato la psicoanalisi (soprattutto lacaniana) si innesta nella vita pulsionale, nell’odio e nell’amore.

Nel 1994 assistemmo a uno dei genocidi più micidiali del secolo scorso: nel Rwanda la guerra civile provocò tra i 500.000 e il milione di vittime, essenzialmente civili, in soli tre mesi. Questo olocausto esprimeva un conflitto tra le due etnie, Hutu e Tutsi. Ma chi erano questi Hutu e Tutsi e da dove veniva quel reciproco odio così letale?

In realtà, non c’è un significato chiaro dell’essere Tutsi o Hutu. Entrambi i gruppi parlano una stessa lingua nativa, il rwanda-rundi, e per lo più entrambi sono cristiani. Non si sa esattamente che cosa abbia prodotto questa differenza tra Hutu e Tutsi, anche se essa venne rafforzata dai colonizzatori tedeschi e belgi. Per farla breve, la differenza tra Hutu e Tutsi è arbitraria. Ma questa distinzione senza fondamenti ha prodotto milioni tra morti e rifugiati, distruzioni e rovine.

Si prenda il patriottismo iracheno, che Saddam Hussein sfruttò per scatenare guerre, contro l’Iran e il Kuwait. L’Iraq era in realtà uno stato inventato a tavolino da francesi e inglesi dopo la fine della 1° guerra mondiale (accordo Sykes-Picot), un insieme eteroclito di sunniti, sciiti, cristiani e curdi. Eppure si è creato presto un fiero patriottismo iracheno, e centinaia di migliaia sono morti per l’Iraq in varie guerre.

Potremmo estendere queste riflessioni a gran parte dei conflitti politici e sociali. Credere che alla base dei conflitti ci siano divergenze di interessi economici è talvolta un alibi: molto spesso le contese economiche sono piuttosto l’effetto di pure differenze, arbitrarie, tra significanti. Basti pensare all’interminabile conflitto israelo-palestinese. Se entrambi i popoli agissero su una base di calcolo razionale, ovvero utilitario, tutto dovrebbe portarli a convivere in due stati amici. Un’alleanza e collaborazione tra entrambi i popoli potrebbe rendere più prospera quella regione. E invece ben sappiamo come le cose vanno da una parte e dall’altra.

Molte contrapposizioni politiche non sono molto diverse dall’opposizione tra due squadre sportive. La Juve si oppone all’Inter non perché i suoi giocatori o allenatori siano tutti torinesi da una parte e tutti milanesi dall’altra, ma perché sono due squadre diverse in competizione.

Insomma, le opposizioni significanti generano massacri e distruzioni non meno importanti delle contrapposizioni su base economica o su conflitti diciamo concreti.

Karl Lüger fu sindaco di Vienna dal 1897 al 1910, leader di un partito ultra-cristiano, ed era noto per le sue posizioni nettamente antisemite (Hitler si ispirò a lui). Quando gli si fece notare che lui aveva molti amici ebrei, dette la celebre risposta: “Sono io a decidere chi è ebreo e chi no”. Questo arbitrio soggettivo è la spia dell’arbitrarietà che permea il significante: è esso a decidere contro chi stare e a favore di chi stare.

In effetti, tutti tendiamo a riempire di senso delle pure entità differenziali, ovvero, tendiamo a mascherare l’arbitrio del significante con contenuti esaltanti. Questo comporta continuamente contraddizioni pratiche nel proprio comportamento, come fu il caso di Lüger. Conosco persone che hanno una domestica immigrata con cui intrattengono ottimi rapporti, che si servono quotidianamente in uno spaccio tenuto da immigrati, che vanno anche a mangiare talvolta al ristorante cinese o indiano… e votano Salvini e plaudono a una politica di chiusura a ogni immigrazione. Così come conosco persone di sinistra che evadono le tasse, che pagano i loro lavoranti in nero, e speculano in borsa… Non bisogna credere che dietro i significanti sbandierati ci siano comportamenti coerenti.

Così ci inventiamo identità etniche e nazionali. Che cosa in effetti identifica un italiano? Certamente la lingua, che si parla però anche in altri paesi grazie ai connazionali emigrati. Un tipo di dieta e di cucina? Sì, ma ci sono ampie varietà regionali. Certamente gli italiani sono per lo più cattolici, ma allora ebrei e protestanti italiani, per quanto pochi, non sarebbero italiani? Anche un paese alquanto coeso come l’Italia si è inventata un’identità, quindi un narcisismo specifico. Il narcisismo, appunto, di cui parlò Freud. E qui dovrebbe cominciare il discorso più serio.

Da "https://www.doppiozero.com/" L’economia è la chiave della politica? di Sergio Benvenuto


La Fondazione Giuseppe Di Vittorio smentisce con le cifre tre luoghi comuni sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E si scopre che, senza immigrazione, il nostro Prodotto interno lordo sarebbe negativo.

Dati contro luoghi comuni. La Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha dato un’anticipazione di quello che sarà il consueto rapporto biennale sull’immigrazione. Smentendo con le cifre tre argomenti ricorrenti sugli stranieri: «Ci invadono»; «Ci rubano i soldi»; «Ci rubano il lavoro». E, numeri alla mano, ognuna di queste tre informazioni alla fine si rivela falsa. Con una verità che emerge su tutte: senza gli immigrati, il Pil italiano avrebbe avuto in questi anni segno negativo.


«Più che di invasione dell’Italia, abbiamo il problema della evasione dall’Italia», spiegano dalla Fondazione Di Vittorio. Gli italiani che negli ultimi anni hanno spostato la residenza all’estero sono più degli stranieri arrivati sul nostro territorio. Dal 2015 al 2018 i residenti stranieri sono aumentati complessivamente di 240mila persone, mentre 460mila italiani si sono trasferiti all’estero. Tanto più che – spiegano – l’emigrazione italiana è sottostimata, come dimostrano le differenze considerevoli tra i nostri dati ufficiali e quelli registrati nei diversi Paesi dagli uffici immigrazione, soprattutto in Europa.

E nel corso del 2019 la pressione migratoria sull’Italia si è ridotta di molto rispetto agli anni precedenti, registrando poco più di 31mila domande di protezione internazionale. I residenti stranieri con permesso di soggiorno per asilo, richiesta d’asilo o protezione umanitaria sono lo 0,4% del totale dei residenti in Italia. Sia per la riduzione del flusso delle domande e l’aumento dei dinieghi a causa dei decreti sicurezza, ma anche grazie alla trasformazione di una parte dei permessi di soggiorno per motivi umanitari in permesso di lavoro.

Quanto al secondo luogo comune – «Gli immigrati ci rubano i soldi» – anche in questo caso, facendo riferimento alle cifre ufficiali, si scopre tutt’altro. Il contributo al Prodotto interno lordo dell’immigrazione, invece, è notevole: nel 2018 la ricchezza generata dai lavoratori stranieri è stata di 139 miliardi di euro, pari al 9% del Pil. E nei dieci anni tra il 2001 e il 2011 la crescita accumulata dall’Italia senza il contributo degli immigrati sarebbe stata negativa: -4,4%. Mentre grazie alla spinta della forza lavoro straniera (+6,6%), è risultata positiva (+2,3%). E anche se si guarda al periodo 2011-2016, il contributo dell’immigrazione è stato rilevante (+3,3%) e ha arginato la flessione al “solo” -2,8%, che altrimenti, in assenza di stranieri, avrebbe raggiunto il -6,1%. Senza immigrazione, insomma, il Paese sarebbe finito in una ben peggiore recessione.

Tanto più che a livello fiscale i conti sono in regola. L’introito fiscale che deriva dai cittadini stranieri, sommando tutte le voci, è di circa 11,1 miliardi. Mentre sul versante contributivo, l’Inps incassa dagli immigrati circa 13,9 miliardi l’anno. Considerate le spese per sanità, istruzione, servizi sociali, casa giustizia, sicurezza, accoglienza e previdenza, nel 2017 – anno di massima pressione sul fronte dell’asilo e dell’accoglienza – il totale del costo dell’immigrazione era di 24,8 miliardi, una somma di poco inferiore a quella versata nello stesso anno al fisco e al sistema previdenziale dai cittadini stranieri. Un sostanziale pareggio, quindi. Dovuto anche al fatto che, in media, gli immigrati sono più giovani degli italiani (gli occupati under 35 sono il 29,7% degli occupati stranieri) e hanno costi ben minori delle spese (per i comuni ad esempio si ferma al 4,8%), nonostante costituiscano una percentuale significativa della fascia della popolazione più povera.

Grazie agli immigrati, la popolazione in età da lavoro sale dal 62,9 al 64,2% della popolazione. Gli stranieri occupati sono 2 milioni 455mila. Ma, al contrario di quel che si dice, non «ci rubano il lavoro». Negli ultimi 4-5 anni, l numero di occupati stranieri in Italia è rimasto stabile. E il tasso di occupazione nel corso della crisi è diminuito in misura più marcata tra gli stranieri che tra gli italiani. Non solo quindi gli immigrati non portano via il lavoro a nessuno, ma le mansioni affidate sono concentrate tutte nelle qualifiche più basse. Il 36,2% degli immigrati fa l’operaio. Con una percentuale molto più alta (10,9%) degli italiani di lavoratori sovraqualificati (con un titolo di studio che gli permetterebbe di fare lavori più qualificati), oltre a una fortissima diffusione di lavoro part time involontario e lavoro nero. E le retribuzioni degli stranieri, anche a parità di orario, risultano più basse del 20-22% rispetto a quelle degli italiani. Perché, mentre nel dibattito pubblico vince la logica del respingimento, il mercato del lavoro invece “accoglie” eccome manodopera straniera con contratti irregolari e spesso in nero. Generando a sua volta ulteriori mancate entrate fiscali e contribuzioni previdenziali. Ma, questa volta, non è “colpa degli immigrati”.


Da "https://www.linkiesta.it/" Promemoria per i sovranisti: senza gli immigrati il nostro Pil calerebbe a picco di Lidia Baratta

Libia, decisione grave passata sotto silenzio

Venerdì, 14 Febbraio 2020 00:00

Forse perché troppo assorbiti dalle inquietanti notizie riguardanti il coronavirus e dai febbrili preparativi per il festival di Sanremo, gli italiani non hanno fatto molto caso al fatto che pochi giorni fa, il 2 febbraio scorso, è stato prorogato per altri tre anni il memorandum Italia-Libia, firmato dal governo Gentiloni nel febbraio del 2017 (peraltro, già allora, senza la ratifica del Parlamento in violazione di quanto previsto dall’art. 80 della Costituzione).

Una proroga – questo è il punto più problematico – che non ha introdotto alcuna modifica dell’accordo rispetto alle condizioni previste in quello di tre anni fa, ignorando i reiterati appelli provenienti non solo dalle ONG, ma dal Consiglio d’Europa, che proprio qualche giorno addietro, attraverso il suo commissario dei Diritti umani, Dunja Mijatovic, aveva chiesto all’Italia di «sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest’ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani».

Ma già anche l’ONU, lo scorso ottobre, aveva chiesto al Governo italiano di non rinnovare l’accordo Italia-Libia, per mettere fine «a una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia recente».

Le proteste delle organizzazioni umanitarie
Tutto ciò non è bastato a impedire il rinnovo del memorandum, senza alcuna modifica. Non stupisce che una vibrante protesta si levi adesso da parte delle più qualificate organizzazioni impegnate nell’assistenza ai fuggiaschi dalla Libia.

Così Medici Senza Frontiere: «Ignorare le conseguenze di questi accordi è impossibile, oltre che disumano. Anche grazie al supporto dell’Italia persone innocenti e vulnerabili sono intrappolate in un paese in guerra, costrette a vivere situazioni di pericolo e minaccia o sottoposte a un sistema di detenzione arbitrario e spietato».

Così padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, gestito dai gesuiti, che racconta di «uomini e donne che portano negli occhi la paura per ciò che hanno vissuto in Libia» e denunzia con forza gli abusi spaventosi che quell’accordo del governo italiano con quello libico ha avallato e favorito finora. «Torture e violenze» – ha sottolineato padre Ripamonti – «ritornano nei racconti dei migranti che accogliamo e sempre più spesso assistiamo persone segnate nel corpo da percosse e abusi. Per ciascuno dei migranti che incontriamo e per i tanti che rimangono intrappolati nell’inferno libico vogliamo ribadire la grave responsabilità che l’Italia ha nel rimanere ferma e nel rinnovare tacitamente un accordo con la Libia, inaccettabile già nel 2017».

Non indifferenza, ma complicità
Non si tratta solo di indifferenza, ma di complicità. Sia il governo Gentiloni, che quello Conte 1, che l’attuale governo Conte 2, hanno continuato a sostenere economicamente governo di Tripoli, finanziando la formazione di personale locale nei centri di detenzione ufficiali e la fornitura di mezzi terresti e navali alla Guardia costiera libica, che tra l’altro, come denunciato dalle Nazioni unite, impiega alcuni dei più pericolosi trafficanti di esseri umani, per un costo di oltre 150 milioni di euro, cresciuto di anno in anno: circa 47,2 di euro nel 2017, più di 51 milioni nel 2018 e oltre 56 milioni nel 2019.

Grazie a questi aiuti italiani, denunzia il Centro Astalli, «migliaia di migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia contro la loro volontà». Secondo stime plausibili, almeno quarantamila rifugiati e migranti dal 2017, anno in cui è stato sottoscritto il memorandum Italia-Libia, hanno subìto questa sorte. Oltre 1000 solo nei primi giorni del 2020.

E non è vero, come strombazzato da certa stampa, che tutto ciò sia servito a porre fine alle morti in mare e al traffico di esseri umani. Nel 2019, 692 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale con un tasso di mortalità sui tentativi di traversata balzato al 3,5 per cento dal 2,1 per cento del 2017.


L’“aiuto” dei libici
«Nei miei ventidue anni in Medici Senza Frontiere non avevo mai incontrato un’incarnazione così estrema della crudeltà umana», aveva detto Joanne Liu, la presidente internazionale di “Medici senza frontiere”, in un’intervista al «Corriere della Sera» del 1 febbraio 2018. La dottoressa Liu (è una pediatra canadese di origine cinese) si riferiva ai centri libici per la detenzione di migranti e rifugiati. «Ne ho visitati due vicino Tripoli nel settembre scorso. Non li chiamerei campi. Sono depositi di persone». Raccontava di essere entrata in un locale delle dimensioni di una palestra, dove gli internati erano «così tanti che non potevano stendersi per terra. Molti, seduti, trattenevano con le mani le ginocchia piegate».

Ma ancor prima, il 6 novembre 2017, in occasione del naufragio nel Mediterraneo di un barcone, un filmato documentava con evidenza agghiacciante il tipo di “aiuto” che i libici prestavano ai migranti. Nel filmato si sentiva chiaramente l’appello da parte di un elicottero della Marina italiana a una motovedetta libica perché si fermasse e vedeva per tutta risposta la nave militare dei libici lanciarsi a piena velocità, trascinando nel vortice e facendo annegare una parte dei naufraghi, mentre il suo equipaggio colpiva gli altri con corde e bastoni per impedire di salire a bordo.

La denuncia dell’ONU
Così, non stupisce che, a metà novembre di quell’anno, durante la riunione del comitato delle Nazioni Unite a Ginevra, l’Alto commissario ONU per i diritti umani Zeid Raad al Hussein avesse bollato con parole durissime il patto stretto con Tripoli dal governo Gentiloni, peraltro sostenuto dall’Unione Europea: «La politica Ue di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità».

L’Alto commissario aveva quindi citato le valutazioni degli osservatori dell’Onu inviati nel Paese nordafricano a verificare sul campo la situazione: «Sono rimasti scioccati da ciò che hanno visto: migliaia di uomini denutriti e traumatizzati, donne e bambini ammassati gli uni sugli altri, rinchiusi dentro capannoni senza la possibilità di accedere ai servizi basilari».

In questo quadro, lascia esterrefatti che l’allora ministro italiano degli Interni, Minniti, avesse «elogiato gli sforzi libici nella lotta contro il contrabbando di esseri umani» e ribadito che «l’Italia è al fianco della Libia ed è impegnata a continuare il buon lavoro congiunto per sradicare la rete di trafficanti e trattare con umanità le loro vittime».

La svolta che non c’è stata
Tutto questo accadeva già sotto il governo “di sinistra”. Salito al potere quello 5stelle-Lega, il nuovo ministro degli Interni Salvini non aveva fatto altro, in definitiva, che continuare la politica del suo predecessore, spettacolarizzandola con clamorose sceneggiate mediatiche (i porti chiusi) e arricchendola con slogan della serie «La Libia è un paese sicuro», contando sull’allergia di gran parte degli italiani per l’informazione seria per non essere sommerso da un’ondata di legittima indignazione. E anche davanti all’acuirsi della guerra civile fra Al Sarraj e il generale Haftar, con le conseguenti stragi di innocenti, gli accordi e il sostegno economico erano rimasti. Anzi Salvini si era recato personalmente in Libia per confermarli e rinsaldarli.

Ci si poteva aspettare che il Conte 2 cambiasse qualcosa. Invece, non solo non ha fatto nulla per disdire quel cinico memorandum, ma adesso l’ha rinnovato senza chiedere alcuna modifica. Il governo risponde all’ondata di indignazione suscitata dalla sua scelta, rassicurando tutti che il rinnovo non preclude l’avvio dei negoziati con Tripoli, che sarebbero stati già preannunciati l’11 novembre dal premier Conte alle controparti libiche.

Ma il fatto che a stringere gli accordi con la Libia, nel 2017, sia stato un governo sostenuto, come quello attuale, dal Partito Democratico (anzi, guidato da esso), non è certo rassicurante. Come non lo è, in generale, il comportamento del Conte 2, estremamente restìo, ancora dopo diversi mesi, a cancellare o almeno rivedere radicalmente i Decreti sicurezza imposti da Salvini, e tuttora incapace di trovare una linea convincente sul problema-chiave del rapporto fra accoglienza e integrazione.

Perché non basta aumentare di qualche euro, come è stato fatto in questi giorni, la somma destinata al mantenimento e alla cura dei migranti sbarcati. La misura in sé necessaria per evitare che i bandi restassero deserti e nessuno si facesse carico di queste misure urgenti – si pone però ancora all’interno di una logica dell’emergenza. Quando invece, sia nelle richieste da fare alla Libia, sia nelle scelte relative alla gestione dei migranti sul nostro territorio, è urgente una svolta radicale, che porti a un vero progetto di ampio respiro per il futuro.


Da "http://www.settimananews.it/" Libia, decisione grave passata sotto silenzio di Giuseppe Savagnone


Isolati. Trattati come paria e untori. Dai loro stessi connazionali. I cittadini originari della città focolaio dell'epidemia rimasti bloccati in altre regioni del Paese raccontano il razzismo di cui sono stati e sono vittime.


A Wuhan sembrava tutto a posto quando, il 22 gennaio, Jason ha deciso di partire per una breve vacanza, destinazione Macao. Nessuno indossava la mascherina e non c’erano controlli all’aeroporto. Non era mai stato nell’antica ex colonia portoghese e il suo entusiasmo e la sua curiosità erano al massimo.

Pochi giorni dopo sarebbero iniziate le grandi vacanze per il Capodanno lunare, e lui si sentiva fortunato per aver trovato posto nell’albergo. Un’offerta last minute, oltretutto, con un bello sconto. Un piccolo sogno. Ma all’arrivo a Macao lo aspettava il più brusco dei risvegli.


Quando ha cercato di registrarsi in albergo, il direttore ha chiamato la polizia, che lo ha fatto salire su un’ambulanza e a sirene spiegate lo ha trasportato all’ospedale dove è stato segregato, messo in isolamento e tenuto per quattro giorni in quarantena forzata.

DISCRIMINATO PERCHÉ DI WUHAN
Così Jason – come ha raccontato il South China Morning Post, è venuto a sapere, nel peggiore dei modi possibili, che la sua tanto sognata vacanza a Macao era finita prima di cominciare e che il giorno dopo la sua partenza, la sua città, Wuhan, era stata blindata dalle autorità sanitarie cinesi. E milioni di suoi concittadini erano ormai rinchiusi in un immenso lazzaretto dal quale era impossibile uscire. Compresa la sua famiglia. Quando il test del coronavirus è risultato negativo, lo hanno lasciato andare, ma l’albergo dove aveva prenotato ormai, almeno questa la versione della reception, aveva già dato via la sua camera. Jason però sapeva che non era vero. La realtà è che avevano paura di lui, malgrado continuasse a mostrare loro il certificato dell’ospedale. L’aveva capito dal modo in cui si allontanavano, mentre cercava di farglielo leggere.


Alla fine ha deciso di lasciar perdere, trovando posto solo in un alberghetto infimo dove, evidentemente, era più forte la voglia di incassare qualche soldo della paura suscitata dalla città di residenza scritta sulla sua carta d’identità. «Volevo soltanto fare una vacanza», ha detto Jason che non ha voluto rivelare il suo cognome per paura di ulteriori discriminazioni. «Adesso non so nemmeno quando potrò tornare a casa. Sto finendo i soldi e non so come fare. Se mi rivolgo alle autorità, temo che mi rinchiudano di nuovo in qualche ospedale. Non sanno cosa fare con quelli come me. Siamo i dannati di Wuhan. Ormai anche qui in Cina nessuno vuole avere a che fare con noi. La gente è ignorante, ha paura. E non vuole ascoltare nient’altro se non la sua paura», ha concluso sconsolato.


IN 5 MILIONI HANNO LASCIATO LA CITTÀ PRIMA DEL BLOCCO
Jason è soltanto uno tra i milioni di cinesi che da un giorno all’altro si sono visti trasformati in untori, messi al bando dai loro stessi connazionali nel loro stesso Paese. Secondo le autorità di Wuhan, infatti, sarebbero più di 5 milioni le persone ad aver lasciato la città prima del blocco. Quattromila sono andate all’estero. Alcune inconsapevolmente, come il povero Jason, molte altre in una vera e propria fuga, nel timore di restare imprigionate in una megalopoli dove l’epidemia di coronavirus rischia di trasformarsi in una ecatombe. Sono diventati emarginati, nuovi paria, intoccabili, messi in quarantena in hotel e ospedali, discriminati per avere una carta d’identità o soltanto l’accento della regione di Hubei, addirittura con le loro generalità raccolte in un file excel e diffusi online.

LE LISTE DEI NOMI ONLINE
Uno studente universitario di Wuhan, che si fa chiamare Qi, tornato a casa nella città orientale di Yancheng a gennaio, ha raccontato sempre a The Star, che lui e i suoi amici avevano ricevuto molestie telefoniche a causa di un documento excel in circolazione online contenente i nomi di chi era rientrato dalla città focolaio dell’epidemia. «I nostri nomi, il sesso, gli indirizzi di casa e numeri di telefono erano tutti online», ha spiegato Qi. Le autorità lo hanno contattato ogni giorno, minacciandolo e ordinandogli di rimanere in silenzio. Il datore di lavoro del padre dello studente, dopo aver saputo del rientro di Qi da Wuhan, ha impedito all’uomo di andare a lavorare consigliandogli di restare chiuso in casa insieme al figlio.

Online le segnalazioni dei profili di quelli di Hubei dilagano. I meme sulle «misure durissime di prevenzione del virus» sono diventati virali. La gente plaude alle immagini che mostrano i blocchi delle strade che collegano l’Hubei al resto della Cina, impedendo alle persone di passare. Alcuni hanno accusato gli abitanti di Hubei di «nascondere egoisticamente le loro malattie» e di viaggiare ancora, malgrado i blocchi e i divieti severissimi.

La scorsa settimana, diversi passeggeri cinesi a Shanghai si sono rifiutati di salire a bordo di un aereo diretto in Giappone dopo aver saputo che alcuni passeggeri erano della regione di Hubei. Uno di loro che aveva raccontato l’esperienza su Weibo è stato attaccato per «aver creato problemi agli altri». «Se hai lasciato Wuhan due settimane fa, possiamo parlarne», gli hanno risposto in chat. «Ma se te ne sei andato più di recente, per favore crepa da solo!».

GLI APPELLI INASCOLTATI DELLA COMMISSIONE SANITARIA
Gli episodi simili non si contano in Cina, nonostante il 29 gennaio i funzionari della commissione sanitaria locale di Wuhan abbiano lanciato un appello alla televisione di Stato: «Il nostro nemico comune è il virus, non gli abitanti di Wuhan», hanno ribadito, chiedendo alle autorità delle altre province cinesi di fornire assistenza sanitaria e riparo a coloro che erano bloccati, invece di discriminarli come sta accadendo.

Una giovane agente immobiliare che vuole farsi chiamare solo Xu ha raccontato un’altra storia di questa epidemia di razzismo interno. Anche lei partita da Wuhan prima del blocco, dopo aver trascorso insieme alla sua bambina una settimana da alcuni parenti al Sud, al momento di rientrare ha scoperto che a causa del contagio non c’era più modo di tornare a casa.

Non avendo alcun sintomo, è riuscita a saltare su un treno notturno a Guangzhou diretto a Changsha, nella provincia dell’Henan, confinante con l’Hubei. Il treno non si sarebbe fermato a Wuhan, per via delle misure di sicurezza. In un primo momento il capotreno non voleva nemmeno far salire Xu e la bimba: «Non posso rischiare di infettare un intero treno per colpa tua», le ha detto. Poi Xu, implorandolo, è riuscita a convincere un altro responsabile del treno a farle salire e fermarsi a Wuhan insieme ad altri quattro passeggeri, non prima di aver lasciato a lui e alle autorità sanitarie presenti in stazione i loro dati. Le strade però erano deserte e non c’erano né autobus né taxi, così per arrivare a casa Xu ha dovuto trascinare un’enorme valigia e la bambina, a piedi per quasi 17 chilometri.

Alcuni dei dannati di Wuhan alla fine ce l’hanno fatta e sono tornati nella loro città. Invece Jason non se l’è sentita e ha deciso di restare al Crown Holiday Hotel di Zhuhai, dove alla fine era stato sistemato, e accettare l’aiuto delle autorità governative per paura di venire infettato a casa. «Non voglio morire», ha detto. «Ho ancora così tante cose da fare. La mia vita è appena iniziata, in fondo. Vorrei che tutto questo fosse soltanto un terribile incubo e che bastasse svegliarmi e stropicciarmi gli occhi per ritrovarmi nel mio letto, a casa, con i miei genitori. Ma purtroppo so che forse niente sarà più come prima; come prima di questa orribile epidemia».


Da "https://www.lettera43.it/" Coronavirus, le storie degli abitanti di Wuhan discriminati in Cina di Marco Lupis

«Hanno inventato un nuovo peccato?»: è stata questa la domanda spontanea di molti quando i media hanno diffuso la notizia che il Documento finale del Sinodo per l’Amazzonia (DF), approvato a fine ottobre, propone all’attenzione della Chiesa e del mondo la considerazione del peccato ecologico. Questo viene sinteticamente definito «come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le future generazioni e si manifesta negli atti e nelle abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, nelle trasgressioni contro i principi di interdipendenza e nella rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344)» (n. 82). Poche settimane dopo la conclusione del Sinodo, il 15 novembre, papa Francesco ha ripreso e fatto propria questa espressione, all’interno del Discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale, nei passaggi dedicati alla tutela giuridico-penale dell’ambiente.

La novità dell’espressione peccato ecologico è relativa (cfr box alla p. seguente); in ogni caso la sua portata si può cogliere in pienezza all’interno del quadro di riferimento proposto dall’enciclica Laudato si’ (LS), a partire dall’esplicitazione di quel legame fondamentale per cui ogni azione od omissione contro l’ambiente è anche un peccato contro Dio, il prossimo, la comunità e le future generazioni. L’espressione contiene anche qualcosa di molto tradizionale e consolidato quale il concetto di peccato, che per il cristianesimo rimanda a una esperienza fondamentale di ogni essere umano. Il mondo in cui siamo inseriti è infatti percorso dal richiamo della pienezza di vita e della gioia, che esprime ciò che Dio desidera per tutte le sue creature, ma è misteriosamente attraversato anche da una logica opposta, che sembra promettere la felicità ma conduce invece alla morte. Si commette un peccato quando ci si inganna e anziché la logica della vita si segue quella della morte. Riconoscere l’esistenza del peccato ecologico dunque non significa cedere a una moda, ma affermare che anche nel rapporto con l’ambiente si può scegliere la morte anziché la vita. Per molti secoli non si è fatto caso a questo aspetto, ma la gravità dell’attuale crisi ci obbliga ad aprire gli occhi sull’impatto, a volte devastante, dei comportamenti umani sull’ambiente e sulle conseguenze che ciò provoca per la nostra stessa vita: «il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi» (LS, n. 56). È l’ascolto della realtà dei nostri giorni a fornire la base di una nuova consapevolezza che la Chiesa esprime con il linguaggio che le è proprio, indicando ai cristiani e all’intera umanità un ambito di responsabilità particolarmente cruciale, ma anche un terreno su cui fare esperienza di conversione, misericordia e salvezza.

Veri e propri “ecocidi”
Parlare di peccato ecologico richiede di avere davanti agli occhi la concretezza della realtà a cui si fa riferimento. Nel discorso all’Associazione internazionale di diritto penale, papa Francesco lo fa ricorrendo alla categoria di ecocidio, in cui inserisce «la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema», o, con un linguaggio più tecnico, «la perdita, il danno o la distruzione di ecosistemi di un territorio determinato, in modo che il suo godimento per parte degli abitanti sia stato o possa vedersi severamente pregiudicato». Chiede quindi che sia dato un riconoscimento giuridico a questa categoria di «crimini contro la pace», dopo aver denunciato l’impunità di cui spesso gode «la macro-delinquenza delle grandi imprese e delle multinazionali» che è «all’origine di gravi delitti non solo contro la proprietà ma anche contro le persone e l’ambiente».


Alcuni testi di riferimento

L’enciclica Laudato si’ (LS) sulla cura della casa comune non usa esplicitamente l’espressione peccato ecologico, ma ricorre ad altre che vi sono molto vicine, in particolare quella di «peccati contro la creazione» (LS, n. 8), quali la distruzione della biodiversità, l’inquinamento o la compromissione dell’integrità della terra; riconoscendo il fondamentale contributo del patriarca di Costantinopoli Bartolomeo nell’aver sviluppato la riflessione a riguardo, ne cita queste parole, pronunciate nel 1997 «“un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”» (ivi). Anche per Benedetto XVI – lo ricorda la LS al n. 6 – il degrado ambientale, al pari di quello sociale, è la conseguenza del ripiegamento egoistico dell’essere umano su di sé (cfr enciclica Caritas in veritate [2009], n. 34). «Lo spreco della creazione – affermò Benedetto XVI durante l’incontro con il clero della diocesi di Bressanone il 6 agosto 2008 – inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi».

Si tratta dello stesso percorso compiuto dal Sinodo, che fa risalire agli «interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e di alcuni leader indigeni» (DF, n. 10), la responsabilità per il degrado ambientale dell’Amazzonia, per le violazioni della dignità umana, le violenze e la disgregazione di molte comunità. Del resto già il cap. I della LS aveva concluso la rassegna dei principali problemi ecologici del mondo contemporaneo (inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, questione dell’acqua, ecc.) con la denuncia delle debolezze della politica (cfr LS, n. 54) e del fatto che «i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente» (LS, n. 56).

Non si tratta di fenomeni che riguardano solo regioni lontane:
dinamiche analoghe affliggono il nostro Paese. Il dissesto idrogeologico e la scorretta gestione del territorio, causati dalla corruzione, dalla speculazione o da progetti di sviluppo miope (pensiamo ad esempio alla laguna di Venezia) provocano vittime e ingentissimi danni ogni anno, mentre numerose indagini segnalano quanto siano frequenti gli intrecci tra corruzione, interessi della malavita e gestione dei rifiuti, che si tratti della crisi ormai endemica di alcune aree urbane o della contaminazione di interi territori – la Terra dei fuochi, ma non solo – con pesanti conseguenze per la salute dei loro abitanti. Né possiamo dimenticare le vicissitudini della città di Taranto, icona degli intrecci tra interessi economici (anche di grandi gruppi multinazionali), tutela dell’occupazione e della salute, salvaguardia dell’ambiente. Non a caso sarà la città pugliese a ospitare, nel febbraio 2021, la 49a Settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata proprio a questi temi e intitolata “Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro”.

Il rompicapo della responsabilità
L’analisi delle situazioni concrete ne evidenzia le responsabilità. In alcuni casi non si fa fatica a identificare mandanti, complici e conniventi di clamorosi ecocidi. In altri emerge invece una catena ramificata. Ma quanto è lunga? In altre parole il peccato ecologico riguarda solo un numero ristretto di persone o ci coinvolge potenzialmente tutti? E in che senso possiamo o dobbiamo sentirci responsabili di vicende che si svolgono dall’altra parte del pianeta? Si tratta di domande scomode, ma non possiamo evitarle se alla diagnosi del male vogliamo far seguire un’azione contraria, che ci aiuti «ad uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (LS, n. 163).

La scomodità di questi interrogativi spiega perché la questione sia spesso affrontata in chiave di fuga o di negazione, ad esempio sulla base della considerazione che l’intreccio delle responsabilità e dei coinvolgimenti è così complesso da scoraggiare qualsiasi tentativo di ricostruirlo, con la conseguente paralisi dell’azione. Come nota la LS, «Molti diranno che non sono consapevoli di compiere azioni immorali, perché la distrazione costante ci toglie il coraggio di accorgerci della realtà di un mondo limitato e finito» (n. 56), con la conseguenza che il disinteresse generale blocca la ricerca di soluzioni alla crisi ambientale quanto e forse più dell’opposizione di chi non vuole alcun cambiamento. E questo fa il gioco di chi ha interesse ad addormentare le coscienze perché trae profitto dall’attuale situazione.

Un’altra reazione diffusa e non troppo diversa di fronte alla complessità è quella di semplificare il quadro recidendo o ignorando alcuni legami. La LS lo definisce riduzionismo, che è il rifiuto (più o meno consapevole) di considerare legami e connessioni. La sua principale forma spinge alla ricerca della massimizzazione del profitto a ogni costo, senza alcuna considerazione per le conseguenze sociali e ambientali, ma dalla stessa matrice vengono anche una fiducia cieca nelle capacità della tecnica di risolvere tutti i problemi, uno stile di vita consumista o persino un impegno ecologico superficiale, che si accontenta di soluzioni parziali senza inserire i problemi in un quadro più completo. I comportamenti che rientrano nella definizione di peccato ecologico sono quasi sempre la conseguenza di una qualche forma di riduzionismo, della incapacità o non volontà di tenere conto di legami e connessioni tra i fenomeni.

Invece è proprio la consapevolezza dell’interdipendenza e dei collegamenti il modo per affrontare in maniera costruttiva la questione delle responsabilità, consentendo di dare l’esatta misura, anche morale, ai singoli gesti che compiamo, nel bene e nel male. Di generazione in generazione, i comportamenti individuali di attenzione o di disattenzione per l’ambiente – quelli dei manager e dei politici, quelli degli insegnanti e dei ricercatori, quelli dei normali cittadini e lavoratori, quelli degli attivisti e di coloro che lottano per cambiare le cose – si aggregano e si sedimentano, dando forma a una cultura della cura oppure dello scarto, che si traducono a loro volta in strutture e istituzioni (enti pubblici, ma anche imprese, associazioni e organizzazioni di vario genere). Questo impatto aggregato supera di gran lunga quello che può produrre ciascuno di questi gesti preso singolarmente, perché cultura e strutture definiranno l’orizzonte di riferimento della collettività e le opzioni disponibili alle generazioni successive, indirizzando in modo più o meno stringente le scelte dei singoli. Il clima è un buon esempio: le scelte energetiche di ogni singolo consumatore (rispetto ai mezzi di trasporto, al riscaldamento e all’aria condizionata, ecc.) hanno con tutta evidenza un impatto trascurabile sui cambiamenti climatici, ma è altrettanto vero che le generazioni future erediteranno un pianeta più o meno ospitale a seconda di come si sono comportate quelle che le hanno precedute, compresa la nostra.

Inoltre, scelte di attenzione all’ambiente trasformano la cultura e stimolano altri a compierne di analoghe. Le dinamiche collettive sono sempre il risultato del concorso di comportamenti personali, a loro volta condizionati e orientati dalla complessa rete in cui ciascuno è inserito. Tanto per fare un esempio: operare scelte di consumo consapevole e responsabile dipende dalla concreta disponibilità di prodotti che rispettino determinati standard etici, che non è la stessa ovunque nel mondo. Le possibilità si ampliano quando molti consumatori adottano comportamenti analoghi: sarà questa pressione collettiva a far aumentare la disponibilità di prodotti che soddisfino anche le loro esigenze etiche. In un mondo in cui tutto è connesso, solo collegandosi si ottengono dei risultati.

Una nuova consapevolezza si fa avanti, quella della solidarietà nella responsabilità. Rendersi conto di essere parte di un gruppo, di una comunità, di un’impresa, di una generazione, di una collettività nazionale o di una certa cultura fa comprendere che è impossibile rescindere questi legami e azzerare una quota di responsabilità per le scelte collettive che danno forma al mondo in cui viviamo, a prescindere dagli atti che ciascuno compie individualmente. Per la stessa ragione, di fronte alle catastrofi ambientali o agli ecocidi, la spinta a cercare un capro espiatorio è una scorciatoia seducente, ma anche ingannevole. Le responsabilità individuali, a livello morale e anche penale, sono un capitolo importante, ma non esauriscono la questione.

Gli ecocidi, così come le buone pratiche di cura della casa comune – che pure ci sono e vanno valorizzate – ci fanno percepire la forza del legame che unisce i membri di una collettività, per cui le azioni compiute da alcuni coinvolgono tutti: nel male, come nel bene, vi è una profonda solidarietà. Provare a rifiutarla, magari sulla spinta dell’individualismo dominante, non la elimina, ma ci preclude possibilità di azione efficace sulla realtà. Un buon esempio viene da tutte quelle dinamiche che intaccano il capitale sociale o ne favoriscono il recupero. Gli atti di corruzione non hanno un impatto solo su chi li commette (corruttori e corrotti), ma sull’intera società, diffondendo la propria logica perversa e provocando la degenerazione del tessuto sociale circostante. Lo stesso vale, ma in direzione opposta, per tutte quelle azioni che favoriscono la coesione della società: per questo il volontariato, così come tutte le esperienze di gratuità, rappresentano una componente insostituibile del capitale sociale. Lo vediamo bene anche in campo ambientale!

Così, riflettere sulla questione della responsabilità all’interno dell’intricata rete di connessioni e interdipendenze che è la trama del nostro mondo ci porta a scoprire una tensione ineliminabile, ma feconda, tra due livelli differenti (anche in termini di imputabilità morale), ma in relazione: quello collettivo e quello personale. Il condizionamento (negativo e positivo) che viene dalla cultura e dalle strutture prodotte dalla sedimentazione delle scelte compiute da chi ci ha preceduto non può essere ignorato, ma questo non azzera lo spazio della libertà e quindi della responsabilità personale: piccolo o grande, c’è sempre un margine di scelta tra comportamenti ispirati alla logica della vita o a quella della distruzione. E questa scelta contribuirà a configurare le opportunità di cui potrà disporre chi verrà dopo di noi.

Peccato e conversione
Questo margine di scelta è anche la condizione di possibilità di una inversione di rotta, evitando di chiuderci nel senso di solitudine o di impotenza. Rileggere la crisi socioambientale in termini morali attraverso la categoria di peccato ecologico fa emergere dinamiche e responsabilità che facilmente tendiamo a occultare o sminuire, ma consente anche di guardarle in una diversa prospettiva. Nella teologia e nella spiritualità cristiana, infatti, considerare i peccati commessi, e ancor di più la trama di peccato in cui tutti siamo inseriti, non è un esercizio di autocommiserazione o di autoflagellazione per cercare di placare i sensi di colpa. Per il cristiano, il peccato può diventare il luogo di incontro con la misericordia di Dio, che dona la salvezza e apre un cammino di conversione. Questo vale anche per gli ecocidi e gli errori che sono alla radice dei disastri ambientali del nostro mondo. È questa la radice della speranza che percorre l’intero testo della LS e da cui siamo invitati a lasciarci contagiare: «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi» (n. 205). In altre parole, scegliere la logica del bene, che abita la nostra realtà a fianco di quella del male, resta una possibilità sempre aperta per la libertà della coscienza umana. Non è un caso che nel DF la menzione del peccato ecologico appaia in un paragrafo intitolato «Appello profetico e messaggio di speranza a tutta la Chiesa e al mondo intero».

L’incontro gratuito con la salvezza donata da Dio non risolve tutti i problemi in modo magico o estrinseco, ma suscita l’impegno a incamminarsi in un percorso di conversione ecologica: abbandonare le abitudini, le scelte, i comportamenti riconosciuti come sbagliati, farsi carico delle loro conseguenze, spesso tanto drammatiche quanto irrevocabili, e dirigersi in direzione del bene.

Tuttavia, nessun cambio di rotta, per quanto deciso e profondo, potrà eliminare la complessità del reticolo di interazioni che abbiamo considerato nel paragrafo precedente, compresi i fattori che potranno limitare il nostro slancio. Anche questi limiti dovranno essere assunti e integrati. Del resto, ogni conversione, anche quella ecologica, orienta al bene concretamente possibile oggi, sapendo che compierlo equivale a fare un passo avanti che dischiuderà maggiori possibilità di bene domani. In questo senso la LS è attenta a inserirci in un orizzonte di progressione, specie quando si tratta di intervenire su assetti economici e sociali che hanno dato vita a strutture estremamente solide e ramificate. Parlando ad esempio della necessità di abbandonare al più presto i combustibili fossili, essa riconosce che questo non è realizzabile dall’oggi al domani. Nel frattempo «è legittimo optare per l’alternativa meno dannosa o ricorrere a soluzioni transitorie» (LS, n. 165), a condizione che questo non diventi un pretesto per rallentare il processo o per scaricare sui più deboli i costi della transizione energetica o del ritardo nel compierla.

Ugualmente bisogna tenere conto che le possibilità di azione dipendono dal ruolo occupato da ciascuno all’interno del sistema economico e sociale: i poveri che vivono nelle periferie degradate non hanno la stessa possibilità di incidere e quindi la stessa responsabilità di chi è chiamato a prendere decisioni ai livelli più alti delle organizzazioni internazionali, delle amministrazioni pubbliche o delle grandi imprese multinazionali.

La considerazione della complessità strutturale della conversione ecologica introduce un altro elemento di grande rilevanza: essa è un compito per il genere umano nella sua totalità: «mentre l’umanità del periodo postindustriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (ivi). Insieme all’impegno personale è indispensabile il concorso di tutti: il peccato ecologico ci coinvolge collettivamente, come umanità o, più precisamente, come famiglia universale composta da «noi tutti esseri dell’universo […] uniti da legami invisibili» (LS, n. 89). E proprio come rischiamo di sprofondare tutti insieme, è altrettanto chiaro che nessuno si potrà salvare da solo.

La profezia della gratuità
In conclusione, il peccato ecologico è una lettura di una delle più gravi emergenze del nostro tempo, che fa tesoro delle ricchezze della tradizione per sostenere lo slancio verso il cambiamento e contrastare la tentazione della chiusura nello scoraggiamento o nei sensi di colpa. Lo stupore che ha suscitato la menzione del peccato ecologico nel DF è la spia che questa dinamica non ci è familiare, almeno a livello di consapevolezza condivisa e in riferimento alle questioni ambientali. Per aiutarci a scoprire come introdurre la dimensione ecologica nelle pratiche della vita cristiana, già nel 2016 papa Francesco aveva proposto un esame di coscienza ecologico e l’inserimento della cura della casa comune nel tradizionale elenco delle opere di misericordia (cfr. Usiamo misericordia verso la nostra casa comune, Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, 1° settembre 2016). La nostra Rivista ha fin da subito mostrato attenzione a questi stimoli e continuerà anche nei prossimi numeri a dar spazio a contributi a sostegno di percorsi di conversione ecologica a diversi livelli.

Considerare ecocidi e disastri ambientali come peccati ecologici ci lancia davvero una sfida radicale. Ci ricorda infatti che non sarà possibile farvi fronte solo con la logica del conteggio dei danni e dei relativi indennizzi, o di qualche forma di compensazione che non cambia radicalmente le cose ma aiuta chi sa di aver sbagliato “a mettersi a posto la coscienza”. Per la teologia cristiana è chiaro che solo la grazia può vincere il peccato. Per questo la LS non cessa di sottolineare l’importanza di tutte le esperienze personali e collettive di gratuità, dalla fruizione della bellezza (naturale o artistica) alla difesa di spazi sociali di riposo e celebrazione sottratti alla logica del consumo e del profitto, agli impegni di volontariato e azione per la giustizia, in cui persone e ambiente sono oggetto di rispetto e non di sfruttamento. Tutto ciò che è gratuito appartiene all’ordine della grazia e per questo ha efficacia salvifica. Ma la brutalità e la violenza del peccato ecologico su scala globale sono così intense che possiamo affrontarle solo entrando in una prospettiva di gratuità ancora più integrale e capace di debordare, di eccedere ogni misura, cioè nella gratuità del dono di sé. Famosi o sconosciuti, cattolici o non cattolici, i martiri ecologici del nostro tempo – tra cui non poche donne, quali Berta Cáceres e suor Dorothy Stang – ci aprono profeticamente questa strada.

Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" Peccato ecologico, un appello alla responsabilità di Giacomo COSTA e Paolo FOGLIZZO

Un Brexit Day piccolo piccolo

Lunedì, 03 Febbraio 2020 00:00

Il grande giorno è arrivato. La Gran Bretagna diventa il primo stato membro a lasciare l’Unione Europea. In realtà, questo è un giorno molto piccolo e con poco da festeggiare per molti di noi espatriati in Gran Bretagna, cosi come per tutti quelli che, per varie ragioni, hanno a cuore il sogno di un’Europa unita. Oltremanica ha invece prevalso l’idea di isolazionismo. Ha vinto quella stessa tendenza alla divisione (e disunità) che provano a venderci i nazionalisti, spesso xenofobi, di casa nostra (non chiamiamoli sovranisti perché questo termine non significa nulla).

Patriottismo e indipendenza sono entrati nel vocabolario politico e nel discorso pubblico per camuffare o rendere meno nauseante il razzismo, l’arroganza, il classismo, l’imperialismo, l’euroscetticismo, l’ignoranza o la semplice paura della diversità. In sintesi, politici come Boris Johnson e Nigel Farage sono riusciti a polarizzare l’opinione pubblica e radicalizzare la politica britannica, stravolgendo, al tempo stesso, il dizionario e il significato di alcuni termini. Così mentre i Brexiter festeggiano a Parliament Square la Waterloo della ragione e la vittoria della demagogia, noi siamo purtroppo costretti a fare i conti con la storia e riavvolgere il nastro del tempo.

La campagna referendaria pro-Brexit del 2016 ha riattivato aspirazioni ultranazionaliste mai del tutto sopite e rigenerato una confusa memoria collettiva che guardava (e guarda) solo ai fasti imperiali. Essa ha mostrato il lato oscuro di un Paese diviso e in lotta sia con la sua stessa identità che con un ruolo geopolitico molto ridimensionato in ambito delle relazioni internazionali: non più una potenza globale ma semplice stato membro, cosmopolita in alcuni centri urbani ma con il mito del Brexiter campagnolo in alcuni villaggi, con università prestigiose e scuole superiori da far rabbrividire, capace di accogliere gli “esuli” di luoghi lontani e vicini ed essere razzista, seppur velatamente, con i suoi cittadini di colore.

Sotto alcuni punti di vista, Brexit e le divisioni presenti nella Gran Bretagna di oggi sono il simbolo di una battaglia interna al capitalismo: sono le ripercussioni di uno scontro tra la difesa dei diritti, delle regole e di certi standard e la deregulation neoliberista. La crisi economica del 2007-2008, l’austerità , la frattura causata dalla diseguaglianza nelle società occidentali e lo svilimento dell’insegnamento e della cultura hanno poi contribuito a confondere le acque, favorendo l’appeal di chi ha soluzioni facili e spingendo parte della working class a votare paradossalmente per una super-élite, essenzialmente snob e classista, che un giorno ridurrà le protezioni sociali delle fasce più deboli della popolazione ed è completamente disinteressata agli effetti economici negativi che un regime di dazi potrebbe comportare.

Per comprendere questa complessità e, al tempo stesso, le paure dei cittadini europei in Inghilterra e Galles, a poco servono le analisi stereotipate di qualche osservatore nostrano Brexit, “perché in Gran Bretagna non sono mai stati europei”, citando l’adattatore, le miglia o la “moglie (inglese) ancora non ha capito cosa sia un chilo di pasta, lei ragiona solo in libbre e once”, per arrivare alla conclusione che “si capisce che la Brexit non è una bizzarria, ma qualcosa iscritta nelle sue radici e nella sua cultura”. Esse alimentano il mito della diversità inglese, smentito dalla ricerca accademica, e riprendono, involontariamente, gli argomenti “astorici” portati avanti da un ristretto gruppo di storici pro-Brexit, gli Historians for Britain (oggi, per altro, scomparsi).

Uno sguardo disattento o fisso solo sul mito della Cool Britannia non ci permette neanche di vedere le altre sfaccettature di questo Brexit Day. Si sta, infatti, cercando di cancellare l’esistenza di una cultura pan-europea che esiste da secoli, ignorando gli sforzi fatti per ricostruire l’Europa dopo la guerra. Inoltre, non si guarda a quello che Elena Remigi chiama “il lato umano della Brexit”. “Perché non vengono ad ascoltare gli italiani che vivono a Peterborough, a Leeds o nelle Midlands? Io passo le giornate a sentire storie di grande sofferenza, ma non se ne parla, fino a quando scoppierà il problema”, racconta questa donna combattiva e fondatrice del progetto In Limbo (che raccoglie le testimonianze dei cittadini europei). È forse arrivato il momento di guardare a quest’isola in maniera più profonda e distaccata perché con la Brexit, chi più chi meno, abbiamo perso un po’ tutti, britannici o europei poco importa ormai.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Un Brexit Day piccolo piccolo di Andrea Mammone