Una domanda

Lunedì, 27 Aprile 2020 00:00

La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era / più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere / il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo (Tucidide, La guerra del Peloponneso,II, 53).

Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia, senza accorgersene eticamente e politicamente, crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate.

La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.

Il corpo scisso
Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?

Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.

Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica, da una parte, e in una vita affettiva e culturale, dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni.

So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.

La nostra rassegnazione
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa un sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.

So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima.


È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Chiesa e giuristi
Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali.

La Chiesa, sotto un papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che, rinunciare al proprio prossimo, significa rinunciare alla fede.

Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge.

E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della Costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete, iuristae, in munere vestro?

La norma, il bene, la libertà
So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali.

A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana.

Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.


Da "http://www.settimananews.it/" Una domanda di Giorgio Agamben

Persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti. Il settore rischia di perdere il 60 per cento del fatturato: 12 miliardi di euro. Bisogna tutelare le aziende e incentivare la domanda.


Non possiamo sbagliare: i momenti di crisi rivelano le competenze e le leadership collettive e l’impatto dell’epidemia sul turismo è la più grave crisi della nostra storia (persino durante la guerra gli alberghi erano rimasti aperti). Non possiamo sbagliare perché il futuro della nostra industria dell’ospitalità si scrive in questi giorni.

Abbiamo bisogno di un Recovery Plan, di un piano per la nostra industria dell’ospitalità, fatto di poche cose: molto puntuali, molto concrete, molto realistiche, con il timing giusto e con la lucidità necessaria per intervenire nei punti (e nei modi) appropriati, con mente aperta e con cognizione di causa. Niente vestiti per tutte le stagioni, niente ritorni al già detto, ma comprensione della situazione inedita e focus sul che fare qui e ora.

Intanto, il quadro della situazione: il fatturato complessivo degli alberghi italiani è di circa 20 miliardi di euro all’anno. Tenendo conto dei tassi d’occupazione mensili, e della situazione clienti-zero di alcuni mesi, e pronosticando una ripresa lenta in estate e autunno (vi risparmio i metodi di calcolo) si arriva alla conclusione che la perdita netta del settore è di almeno il 60 per cento del fatturato (considerando l’intero 2020).

Perciò le entrate perse ammontano a circa 12 miliardi di euro. Un salasso e probabilmente nessun settore è danneggiato quanto il turismo. L’impressione (per forza dev’essere un’impressione, visto che si tratta di un virus inedito) è che il ritorno alla situazione con un fatturato pari a quello pre-crisi si avrà 18 mesi dopo il picco di contagi, perciò nel terzo trimestre del 2021. Questa è la situazione oggi.

Quello di cui stiamo parlando è la caduta della domanda, che dipende da due fattori: la legge e la psiche. La prima dipende direttamente (o quasi) dall’andamento della curva dell’epidemia, per cui è inutile qualunque iniziativa sulla domanda, fintanto che i movimenti delle persone non siano liberi; i trasporti aerei non riprendano e così via; il secondo fattore è più sottile e più potente, perché il consumo di vacanze (ben diverso è il segmento business) non è un consumo obbligato, perciò se la gente non si sente tranquilla non parte. Questa base psicologia probabilmente durerà più a lungo del lockdown.

Quindi, abbiamo due problemi immediati: salvare le aziende e incentivare la domanda. Per le aziende ci vorrà qualcosa che possa riparare il danno, non interamente (economicamente impossibile) ma in qualche misura sì. Le aziende hanno bisogno della liquidità per riprendere l’attività, pagare gli stipendi e, grazie ai provvedimenti del governo, avranno il credito necessario.

Il credito però è l’altra faccia del debito, perciò queste imprese che, per loro natura non potranno vendere nessuno stock accumulato, si dovranno accontentare di entrate che andranno a rilento e nell’intanto dovranno cominciare a ripagare sia il debito di oggi che quello di ieri. Come potranno investire nei cambiamenti che dovranno fare in queste settimane? Il 10 per cento del fatturato perso, erogato a fondo perduto, sulla base dell’ultimo bilancio presentato, potrebbe essere una riparazione del danno equa: costerebbe al massimo 1,2 miliardi di euro, una cifra importante, ma sostenibile.

Quando si parla di turismo si parla sempre, come ci fosse un pilota automatico, della promozione, della comunicazione, insomma della domanda e mai dell’offerta, perché si fa coincidere l’offerta (implicitamente) con le nostre spiagge, il patrimonio storico-artistico, i nostri paesaggi, ma queste, in economia, sono le risorse, non il prodotto. Quello che si vende è il prodotto, cioè il modo come quelle risorse sono combinate tra loro in una maniera economicamente attraente.

Bisogna lavorare anche sull’offerta e il cuore dell’offerta sono gli alberghi. Tutti (o molti) dicono che il mondo post-epidemia non sarà uguale a quello di prima: è la consueta, scontata retorica del “mai più come prima”? Non sappiamo. Sappiamo però che l’epidemia è un formidabile acceleratore di fenomeni già in atto.

Certamente la qualità degli alberghi rappresenta il biglietto di visita più rassicurante del paese: perché è possibile tracciare ogni presenza, e nel caso di contagio, sapere esattamente chi ha rifatto la stanza, chi ci ha dormito prima e dopo il contagio (ricordo la perfetta gestione – senza alcun contagio – dei primi due turisti cinesi con il coronavirus, provenienti da Wuhan che hanno soggiornato in un albergo romano: se fossero stati in una casa sarebbe stato più difficile ogni controllo).

Saranno in grado di assicurare una sanificazione in tempo reale dei luoghi e, com’è avvenuto per le cucine a vista, che prima si cercava di nascondere, le cameriere adesso dovranno/potranno essere viste, perché la loro presenza è rassicurante; probabilmente raddoppieranno la cadenza delle pulizie (da una volta al giorno a due, come avviene oggi solo negli alberghi di categoria elevata); la domotica e la digitalizzazione permetteranno in tempo reale di controllare entrate/uscite dall’albergo; il bagno e l’igiene diventeranno centrali, per cui ci sarà bisogno di ristrutturare e ammodernare gli impianti; tutti chiederanno un mondo più sicuro.

Questo lavoro richiede costi, investimenti e cambiamenti. Se si farà, ci ripresenteremo migliori di come ci siamo lasciati. E sarà un vantaggio competitivo non irrilevante.

Veniamo agli incentivi alla domanda. Si parla molto dei voucher, strumento che in tempi normali sarebbe perfetto, ma oggi bisogna capirne la reale efficacia. Rappresentano uno sconto, ma funzionano quando c’è il desiderio dell’acquisto (cioè la tranquillità per affrontare un viaggio e stare fuori casa); funzionano quando sono automatici (credito d’imposta o sconto automatico sul conto). Devono essere mirati nel tempo: servono a riempire presto gli alberghi in estate, altrimenti nei mesi successivi non c’è più la disponibilità di tempo per le famiglie di utilizzarli.

C’è poi il target giusto: porre un limite troppo basso di reddito per il voucher rischia di includere solo persone che non li utilizzerebbero comunque, per motivi intuibili proprio guardando al reddito. Il costo dell’alloggio oggi pesa per non più del 20-30 per cento del costo complessivo di una vacanza. Perciò ok ai voucher con l’attenta calibratura, ricordando che oggi l’ostacolo fondamentale verso gli alberghi non è il costo, ma la legge e la psiche, come si diceva prima.

Il Recovery Plan, oltre al lavoro sull’offerta, lo stimolo immediato alla domanda per l’estate 2020, dovrà avere un orizzonte più ampio, perché dovremo reimmaginare (e forse reinventare) la strategia di comunicazione: sempre meno fiere (lo si sapeva già, ma adesso è palese…) e più digitale. Oggi il problema non è far conoscere l’Italia, che è già non solo ben conosciuta, ma è la più desiderata, almeno lo era prima del malefico virus asiatico. Non c’è più bisogno di mass market, ma di un marketing one-to-one (oggi è possibile farlo) e, data la circostanza epidemica, “a geografia variabile”.

Dovremo selezionare i paesi secondo criteri nuovi, non (solo) quelli demografici, ma i nuovi criteri che l’epidemia mette in evidenza: percezione dell’Italia qui e ora; propensione a viaggiare all’estero (e all’interno); ranking della sicurezza nella scala di preferenze; quota-parte dei viaggi business rispetto ai viaggi leisure. Insomma, bisogna delineare, passo passo, analizzando il fenomeno, i contorni del “new normal” del soggiorno turistico.

E nel mondo a venire l’Italia ha nuove chances: nuove rispetto al passato (ne riparleremo), senza perdere quelle già note, cambiando quelle che già adesso i nostri ospiti indicano come i “limiti” del nostro sistema di ospitalità: il sistema delle file, prima scomposte e affollate, nei luoghi di maggiore attrazione; la piena trasparenza nell’erogazione dei servizi (lotta all’abusivismo dovunque); la confusione nell’offerta delle seconde residenze (oggi fuori controllo).

È incredibile come il virus abbia messo in ginocchio, in così pochi giorni, un sistema ospitale fra i più solidi del mondo, ma è ancora più sorprendente pensare che, con la strategia (e la tattica) giuste, possiamo diventare un sistema ospitale incredibilmente più forte.


Da "www.linkiesta.it" Come salvare il turismo italiano dal fallimento di Antonio Preiti

Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.


Un allevamento di polli a Taizhou, nella provincia cinese di Jiangsu, 26 febbraio 2020. (China Daily/Reuters/Contrasto)
SCIENZA
C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?
Laura Spinney, The Guardian, Regno Unito
8 aprile 2020
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Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.

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È possibile, ma per niente certo, che l’influenza sia giunta a noi circa quattromila anni fa, quando i cinesi cominciarono ad allevare le anatre attirando per la prima volta quel serbatoio animale nelle nostre comunità. Eppure possiamo scambiarcela (contrarla e trasmetterla) anche con il maiale, un altro animale accanto a cui viviamo da millenni. Alcuni anni fa Worobey ha avanzato l’ipotesi – controversa – secondo cui i volatili potrebbero non essere sempre stati i principali ospiti intermedi dei virus influenzali trasmessi all’essere umano. Fino a circa un secolo fa forse l’influenza si prendeva dai cavalli. Poiché più o meno al tempo in cui i veicoli a motore hanno soppiantato i cavalli si stava doffondendo l’allevamento del pollame nell’emisfero occidentale, Worobey ritiene possibile che i volatili abbiano assunto all’epoca il ruolo di principali ospiti intermedi.

Questa teoria non convince tutti. Se è vero che in passato i cavalli erano i principali ospiti intermedi del virus influenzale, osserva la virologa dell’Imperial College London Wendy Barclay, “la maggior parte dei virus aviari dovrebbe contenere l’adattamento ai mammiferi”, mentre non è così. Per David Morens del National institute of allergy and infectious diseases di Bethesda, in Maryland, è più probabile che il cavallo sia stato una parentesi e che i principali ospiti intermedi del virus influenzale siano sempre stati gli uccelli, specie gli esemplari selvatici. Tutti però concordano sul fatto che siamo stati noi a modificare le relazioni ospite-agente patogeno tramite lo sfruttamento dei terreni e delle altre specie animali. Tra l’altro, fa notare Worobey, vista la smisurata crescita della popolazione mondiale viene da pensare che in questo secolo si tratti di uno sfruttamento senza precedenti. Secondo i suoi calcoli, oggi le anatre allevate potrebbero essere più di quelle selvatiche.

Sono molto solide le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne ha contribuito alla comparsa del covid-19

E il fenomeno non riguarda solo i volatili. Gilbert è convinto che l’aumento della virulenza dei virus si stia verificando anche tra i maiali. La sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, descritta per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta, si è ormai diffusa in tutto il mondo e i ceppi individuati da non molto in Cina sono più virulenti dei primi scoperti negli Stati Uniti. In uno studio del 2015 Martha Nelson e i colleghi dei National institutes of health statunitensi hanno mappato le sequenze genetiche dei virus dell’influenza suina scoprendo che i principali esportatori mondiali di maiali – i paesi europei e gli Stati Uniti – sono anche i principali esportatori dell’influenza suina.

Nei social media circolano commenti, postati anche da vegani, secondo cui se si mangiasse meno carne il covid-19 non ci sarebbe stato. Curioso come certi post siano stati bloccati dai mezzi d’informazione tradizionali perché ritenuti “in parte falsi”. In fondo sono anche in parte veri. Se i collegamenti che individuano sono troppo semplicistici, le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne – non solo in Cina – ha contribuito alla comparsa del covid-19 sono invece molto solide.


Un allevamento di polli a Taizhou, nella provincia cinese di Jiangsu, 26 febbraio 2020. (China Daily/Reuters/Contrasto)
SCIENZA
C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus?
Laura Spinney, The Guardian, Regno Unito
8 aprile 2020
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Da dove proviene il virus responsabile dell’attuale pandemia? Com’è arrivato nel mercato cinese di Wuhan da dove si pensa sia passato agli esseri umani? Le risposte che emergono a mano a mano raccontano una scomoda verità.

Partiamo dall’inizio. In data 17 marzo si sa che il Sars-cov-2 (virus della famiglia dei coronavirus che causano il disturbo respiratorio noto come covid-19) è frutto dell’evoluzione naturale. Lo studio della sua sequenza genetica condotto dall’esperto di malattie infettive Kristian G. Andersen e dai colleghi dello Scripps research institute di La Jolla, in California, esclude infatti la possibilità che sia stato fabbricato in laboratorio o creato in altri modi, con buona pace delle teorie del complotto.

La fase successiva presenta qualche certezza in meno, ma sembra probabile che il serbatoio animale originale del virus sia il pipistrello. Il team di Andersen ha dimostrato – come avevano fatto i cinesi – che la sequenza del Sars-cov-2 è simile a quella di altri coronavirus che li infettano.

I sospetti sul pangolino
E siccome dei coronavirus provenienti dai pipistrelli sono già passati agli esseri umani tramite un ospite intermedio, potrebbe essere successo anche in questo caso. L’ospite intermedio sospetto è il pangolino, un mammifero con le squame amato da alcuni cinesi e quindi venduto nei mercati dei freschi (carne, pesce e frutti di mare). Le prove inoppugnabili mancano, ma diversi team hanno riscontrato somiglianze nelle sequenze del Sars-cov-2 e di altri coronavirus che infettano i pangolini.

Se il percorso che ha portato il virus fino a noi è davvero questo, le interazioni cruciali sono due: quella tra noi e l’ospite intermedio, forse il pangolino, e quella tra l’ospite intermedio e i pipistrelli. Finora l’attenzione si è concentrata quasi del tutto su quella tra noi e l’ospite intermedio, e sono stati additati come colpevoli i mercati e le abitudini alimentari cinesi; ma perché la pandemia scoppiasse servivano entrambe le interazioni. E allora dove e come è avvenuto il passaggio dal pipistrello al pangolino o a un altro ospite intermedio, selvatico o semiselvatico?

“Anche se lo studio non stabilisce in maniera diretta l’origine geografica del virus”, dice Andersen, “tutte le evidenze a nostra disposizione indicano che è partito dalla Cina”.

La trasformazione economica della Cina ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali

Caso chiuso, quindi dobbiamo dar ragione al presidente Trump quando definisce “virus cinese” il Sars-cov-2. E invece no, perché per capire come mai questa pandemia è scoppiata adesso e non vent’anni fa – dato che non è nuova la passione dei cinesi per cibi che noi occidentali riteniamo esotici – bisogna tener conto di altri fattori. “Possiamo prendercela con il virus e le usanze alimentari, ma il nesso di causalità si spinge fino ai rapporti tra individui ed ecologia”, spiega l’esperto di biologia evolutiva Rob Wallace dell’Agroecology and rural economics research corps di St. Paul, in Minnesota.

La trasformazione economica della Cina, cominciata negli anni novanta, ha coinvolto anche la produzione alimentare portandola a livelli industriali. Come documentato dagli antropologi Lyle Fearnley e Christos Lynteris, un effetto collaterale è stato l’estromissione dei piccoli allevatori, alcuni dei quali hanno trovato nell’allevamento di specie “selvatiche” – un tempo semplice cibo di sussistenza – una nuova fonte di reddito.

Il settore è stato ufficializzato e i suoi prodotti sono stati considerati sempre più di lusso. I piccoli allevatori, però, non sono stati estromessi solo in senso economico: a mano a mano che gli allevamenti intensivi occupavano più terra, sono stati estromessi anche in senso fisico e spinti verso zone incoltivabili, cioè verso il limitare della foresta dove si aggirano i pipistrelli e i virus che li infettano. La quantità e la frequenza dei contatti in questa prima interazione sono aumentate insieme al rischio del salto di specie.

Come crescono le zoonosi
In altri termini, la presenza massiccia di persone in ecosistemi prima indisturbati ha innalzato negli ultimi decenni il numero delle zoonosi – le infezioni umane di origine animale – com’è stato documentato per l’ebola e l’hiv. Oltre a questo cambiamento, c’è stato quello delle modalità di produzione alimentare. L’attività agroindustriale moderna, infatti, sta contribuendo alla nascita delle zoonosi.

Si pensi all’influenza, che con le sue circa quindici pandemie in cinque secoli è ritenuta appunto ad alto potenziale pandemico. “Il nesso tra comparsa dei virus dell’influenza aviaria, assai patogeni, e allevamento intensivo del pollame è evidente”, secondo l’epidemiologo Marius Gilbert della Université Libre de Bruxelles.

Tra i motivi, molti dei quali documentati nel libro del 2016 di Rob Wallace, Big farms make big flu (I grandi allevamenti causano grandi malattie), non vanno trascurate la quantità di polli, tacchini e altro pollame stipati in batteria e la vicinanza genetica degli esemplari di ogni allevamento, selezionati nell’arco dei decenni per ottenere tratti desiderabili come la carne magra. Un virus introdotto in una popolazione di questo tipo può agire indisturbato, senza incontrare nessuna resistenza sotto forma di varianti genetiche in grado d’impedirne la diffusione. E la sua virulenza può aumentare, come hanno dimostrato sia esperimenti di laboratorio sia osservazioni della realtà. Se a quel punto passa a noi esseri umani sono guai.

Anche se la Cina è uno dei principali esportatori mondiali di pollame, la proprietà degli allevamenti non è solo cinese

In un articolo pubblicato nel 2018 il team di Gilbert analizzava i cosiddetti “eventi di conversione” storici, quando cioè un ceppo d’influenza aviaria non particolarmente patogeno diventa molto più pericoloso, scoprendo che la maggior parte si era verificata negli allevamenti di pollame, e più spesso nei paesi ricchi. In Europa, in Australia e negli Stati Uniti ci sono stati molti più casi che in Cina.

La Cina, comunque, non può chiamarsi fuori. Negli ultimi decenni sono comparse lì le due forme d’influenza aviaria altamente patogene – l’H5N1 e l’H7N9 – che infettano l’essere umano, anche se (finora) con più difficoltà. I primi casi umani di H7N9 risalgono al 2013 e in seguito ci sono state epidemie annuali contenute. Per Gilbert, però, “finché il virus non si è rivelato patogeno per i polli non è stato fatto niente. Quando è diventato un importante problema di natura economica la Cina ha avviato la vaccinazione di massa del pollame, mettendo fine alla trasmissione a noi umani”.

Teorie a confronto
La Cina sarà anche uno dei principali esportatori mondiali di pollame, ma la proprietà degli allevamenti non è solo cinese. Dopo la recessione del 2008, per esempio, la banca d’investimento newyorchese Goldman Sachs ha diversificato puntando proprio sugli allevamenti di pollame della Cina. Il paese, quindi, non è l’unico responsabile del salto di specie dei virus. Ecco perché, quando si tratta d’individuare le cause di una malattia, Wallace sottolinea il concetto di geografie relazionali e non assolute. O, come dice lui, bisogna “seguire i soldi”.

Non tutti vedono un legame diretto tra allevamenti intensivi e forme nuove e pericolose d’influenza. Michael Worobey, biologo evolutivo della University of Arizona, ricorda che prima di essere chiusi in gabbia i polli crescevano all’aperto. Magari potenziano l’aggressività del virus, ma gli allevamenti probabilmente proteggono gli animali dalle infezioni.

Nemmeno Worobey, però, dubita del fatto che gli allevamenti intensivi e altre forme d’interazione tra gli esseri umani e gli animali abbiano inciso sull’ecologia delle malattie. Il suo team sta riportando su un albero genealogico le sequenze dei virus influenzali di vari ospiti, esseri umani compresi, per provare a capire l’evoluzione dell’influenza. Sebbene sia in costante mutazione – ecco perché ogni anno il vaccino stagionale va ritoccato – l’influenza muta a un ritmo diverso a seconda dell’ospite, quindi l’albero genealogico fornisce informazioni sia sull’origine e l’ospite intermedio di ogni ceppo sia sulla collocazione approssimativa nel tempo dei salti di specie del passato.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

È possibile, ma per niente certo, che l’influenza sia giunta a noi circa quattromila anni fa, quando i cinesi cominciarono ad allevare le anatre attirando per la prima volta quel serbatoio animale nelle nostre comunità. Eppure possiamo scambiarcela (contrarla e trasmetterla) anche con il maiale, un altro animale accanto a cui viviamo da millenni. Alcuni anni fa Worobey ha avanzato l’ipotesi – controversa – secondo cui i volatili potrebbero non essere sempre stati i principali ospiti intermedi dei virus influenzali trasmessi all’essere umano. Fino a circa un secolo fa forse l’influenza si prendeva dai cavalli. Poiché più o meno al tempo in cui i veicoli a motore hanno soppiantato i cavalli si stava doffondendo l’allevamento del pollame nell’emisfero occidentale, Worobey ritiene possibile che i volatili abbiano assunto all’epoca il ruolo di principali ospiti intermedi.

Questa teoria non convince tutti. Se è vero che in passato i cavalli erano i principali ospiti intermedi del virus influenzale, osserva la virologa dell’Imperial College London Wendy Barclay, “la maggior parte dei virus aviari dovrebbe contenere l’adattamento ai mammiferi”, mentre non è così. Per David Morens del National institute of allergy and infectious diseases di Bethesda, in Maryland, è più probabile che il cavallo sia stato una parentesi e che i principali ospiti intermedi del virus influenzale siano sempre stati gli uccelli, specie gli esemplari selvatici. Tutti però concordano sul fatto che siamo stati noi a modificare le relazioni ospite-agente patogeno tramite lo sfruttamento dei terreni e delle altre specie animali. Tra l’altro, fa notare Worobey, vista la smisurata crescita della popolazione mondiale viene da pensare che in questo secolo si tratti di uno sfruttamento senza precedenti. Secondo i suoi calcoli, oggi le anatre allevate potrebbero essere più di quelle selvatiche.

Sono molto solide le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne ha contribuito alla comparsa del covid-19

E il fenomeno non riguarda solo i volatili. Gilbert è convinto che l’aumento della virulenza dei virus si stia verificando anche tra i maiali. La sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini, descritta per la prima volta negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta, si è ormai diffusa in tutto il mondo e i ceppi individuati da non molto in Cina sono più virulenti dei primi scoperti negli Stati Uniti. In uno studio del 2015 Martha Nelson e i colleghi dei National institutes of health statunitensi hanno mappato le sequenze genetiche dei virus dell’influenza suina scoprendo che i principali esportatori mondiali di maiali – i paesi europei e gli Stati Uniti – sono anche i principali esportatori dell’influenza suina.

Nei social media circolano commenti, postati anche da vegani, secondo cui se si mangiasse meno carne il covid-19 non ci sarebbe stato. Curioso come certi post siano stati bloccati dai mezzi d’informazione tradizionali perché ritenuti “in parte falsi”. In fondo sono anche in parte veri. Se i collegamenti che individuano sono troppo semplicistici, le prove a sostegno del fatto che il modo in cui è prodotta la carne – non solo in Cina – ha contribuito alla comparsa del covid-19 sono invece molto solide.


Come affermano Fearnley e Lynteris, è ovvio che per prevenire o quantomeno rallentare la nascita di nuove zoonosi occorre regolamentare meglio i mercati cinesi, ma è anche necessario andare oltre i mercati e riflettere su come viene prodotto a livello globale il cibo che mangiamo.

Adesso non ci sembrerà così, dice Wallace, ma con questo nuovo coronavirus abbiamo avuto fortuna perché è di gran lunga meno letale sia dell’H7N9, che uccide circa un terzo di quelli che infetta, sia dell’H5N1, che uccide perfino di più. Secondo lui ci viene offerta l’occasione di analizzare il nostro stile di vita – perché se il pollo costa un milione di vite umane non è a buon mercato – ed eleggere politici che impongano al settore agroindustriale standard di sostenibilità ecologica, sociale ed epidemiologica più alti. “Con un po’ di fortuna”, dice, “cambieremo le nostre pratiche di produzione agricola, utilizzo del suolo e conservazione”.


Da "www.internazionale.it" C’è una relazione tra allevamenti intensivi e nuovo coronavirus? di Laura Spinney

AUDIO 

Ospiti della puntata: Stefano Molina, Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4: Maria Luisa Parmigiani, consigliere Delegato della Fondazione Unipolis; Marco Rossi Doria, Forum Disuguaglianze e Diversità.

Puntata di "Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole" di lunedì 16 marzo 2020 , condotta da Valeria Manieri con gli interventi di Maria Luisa Parmigiani (consigliere delegato della Fondazione Unipolis), Marco Rossi Doria (professore, redattore presso il Forum Disuguaglianze Diversità), Elis Viettone (giornalista), Stefano Molina (ricercatore della Fondazione Giovanni Agnelli, coordinatore per il Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 4).

Sono stati discussi i seguenti argomenti: Ambiente, Asvis, Autonomia, Banche, Credito, Cultura, Disabili, Discriminazione, Docenti, E-book, Economia, Emergenza, Epidemie, Formazione, Geopolitica, Informatica, Internet, Istituzioni, Istruzione, Lavoro, Malattia, Occupazione, Politica, Poverta', Precari, Prevenzione, Salute, Sanita', Scuola, Societa', Studenti, Tecnologia, Utenti.

Da "www.radioradicale.it/" Alta sostenibilità - e-learning e smart working, la gestione dell'emergenza Coronavirus per aziende e scuole di Valeria Manieri

La nuova fratellanza

Lunedì, 13 Aprile 2020 00:00

I nazisti ci hanno insegnato la libertà, ha scritto una volta Jean Paul Sartre all’indomani della liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Per apprezzare davvero qualcosa come la libertà, bisognerebbe dunque perderla e poi riconquistarla? Ma non sta forse accadendo qualcosa di simile con la tremenda pandemia del coronavirus? La sua spietata lezione smantella in modo altamente traumatico la più banale e condivisa concezione della libertà. La libertà non è, diversamente dalla nostra credenza illusoria, una sorta di “proprietà”, un attributo della nostra individualità, del nostro Ego, non coincide affatto con la volubilità dei nostri capricci. Se così fosse, noi saremmo oggi tutti spogliati della nostra libertà. Vedremmo nelle nostre città deserte la stessa agonia a cui essa è consegnata. Ma se, invece, la diffusione del virus ci obbligasse a modificare il nostro sguardo provando a cogliere tutti i limiti di questa concezione “proprietaria” della libertà? È proprio su questo punto che il Covid-19 insegna qualcosa di tremendamente vero.

Questo virus è una figura sistemica della globalizzazione; non conosce confini, Stati, lingue, sovranità, infetta senza rispetto per ruoli o gerarchie. La sua diffusione è senza frontiere, pandemica appunto. Da qui nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. Non però quelle a cui ci ha abituati il sovranismo identitario, ma come un gesto di solidarietà e di fratellanza. Se i nazisti ci hanno insegnato ad essere liberi sottraendoci la libertà e obbligandoci a riconquistarla, il virus ci insegna invece che la libertà non può essere vissuta senza il senso della solidarietà, che la libertà scissa dalla solidarietà è puro arbitrio. Lo insegna, paradossalmente, consegnandoci alle nostre case, costringendoci a barricarci, a non toccarci, ad isolarci, confinandoci in spazi chiusi.
In questo modo ci obbliga a ribaltare la nostra idea superficiale di libertà mostrandoci che essa non è una proprietà dell’Ego, non esclude affatto il vincolo ma lo suppone. La libertà non è una manifestazione del potere dell’Ego, non è liberazione dall’Altro, ma è sempre iscritta in un legame. Non è forse questa la tremendissima lezione del Covid-19? Nessuno si salva da solo; la mia salvezza non dipende solo dai miei atti, ma anche da quelli dell’Altro. Ma non è forse sempre così? Ci voleva davvero questa lezione traumatica a ricordarcelo? Se i nazisti ci hanno insegnato la libertà privandocene, il coronavirus ci insegna il valore della solidarietà esponendoci all’impotenza inerme della nostra esistenza individuale; nessuno può esistere come un Ego chiuso su se stesso perché la mia libertà senza l’Altro sarebbe vana. Il paradosso è che questo insegnamento avviene proprio attraverso l’atto necessario del nostro ritiro dal mondo e dalle relazioni, del nostro rinchiuderci in casa.
Si tratta però di valorizzare la natura altamente civile e profondamente sociale, dunque assolutamente solidale, di questo apparente “isolamento” che, a ben guardare, tale non è. Non solo perché l’Altro è sempre presente anche nella forma della mancanza o dell’assenza, ma perché questa auto-reclusione necessaria è, per chi la compie, un atto di profonda solidarietà e non un semplice ritiro fobico-egoistico dal mondo. In primo piano non è qui tanto il sacrificio della nostra libertà, ma l’esercizio pieno della libertà nella sua forma più alta.
Essere liberi nell’assoluta responsabilità che ogni libertà comporta significa infatti non dimenticare mai le conseguenze dei nostri atti. L’atto che non tiene conto delle sue conseguenze è un atto che non contempla la responsabilità, dunque non è un atto profondamente libero. L’atto radicalmente libero è l’atto che sa assumere responsabilmente tutte le sue conseguenze. In questo caso le conseguenze dei nostri atti investono la nostra vita, quella degli altri e quella del nostro intero Paese. In questo modo il nostro bizzarro isolamento ci mette in rapporto non solo alle persone con le quali lo condividiamo materialmente, ma con altri, altri sconosciuti e fratelli al tempo stesso.
La lezione tremendissima del virus ci introduce forzatamente nella porta stretta della fratellanza senza la quale libertà e uguaglianza sarebbero parole monche. In questo strano e surreale isolamento noi stabiliamo una inedita connessione con la vita del fratello sconosciuto e con quella più ampia della polis . In questo modo siamo davvero pienamente sociali, siamo davvero pienamente liberi.


Da "https://francescomacri.wordpress.com/" La nuova fratellanza di Massimo Recalcati

Pasqua 2020

Domenica, 12 Aprile 2020 00:00

con l'augurio di una buona Pasqua

Che destra che fa

Venerdì, 10 Aprile 2020 00:00

La decisione ungherese scava un solco incolmabile fra le due metà della politica nostrana. A dividere non sono più programmi, ma i valori fondanti.


Dunque il Parlamento di Budapest si è spogliato dei suoi poteri e li ha devoluti a un uomo solo, il premier Viktor Orbán. Con un gesto formalmente libero – grazie al fatto che la maggioranza è in mano al premier – il Parlamento ungherese si è sostanzialmente suicidato, in modo non molto diverso dall’Assemblea nazionale francese che nel ’40 votò i pieni poteri al maresciallo Pétain, lo ha ricordato Stefano Ceccanti, per non dire dei successivi cedimenti del Parlamento italiano a Benito Mussolini.

Quello consumato sulle rive del Danubio è un esempio di dittatura della maggioranza per un atto “hobbesiano” che prevede l’assunzione, si direbbe oggi, di pieni poteri da parte di un uomo solo, che presto potrebbe definirsi come tiranno.

Per i socialisti, all’opposizione, è infatti l’inizio della dittatura. E anche l’Europa si allarma, anche se né da Bruxelles né dal suo partito, il Ppe, non arrivano condanne chiare. Perfino il partito nazionalista Jobbik, più a destra del partito orbaniano Fidesz, ha parlato di “colpo di Stato”.

Nell’atto di Budapest non v’è traccia di “eccezione” che giustifichi la cessione dei poteri nelle mani di un uomo solo, il che lascia facilmente presagire una deriva autoritaria strutturale, in un Paese che dal fascismo dell’ammiraglio Horthy al comunismo di Rákosy è piuttosto avvezzo all’autoritarismo. Anche per questo i paragoni con la recente situazione italiana non hanno fondamento o sono dettati da ignoranza e malafede. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, da molto tempo affascinata dal neo-dispotismo di Orbán, sono i portatori di questa mala propaganda che fa credere che oggi Roma sia uguale a Budapest. Fanno finta di non sapere che in Italia esiste un Parlamento che può togliere in qualsiasi momento la fiducia al governo Conte mentre in Ungheria ciò non è più possibile, tanto per dirne una. E l’affare Orbán rischia di fare strike del clima collaborativo sulle misure anti-virus.

Il punto infatti non è più politico (la critica all’uso dei famosi Dpcm che bypassano il Parlamento, una critica di tipo democratico fatta dagli orbaniani!) ma più di fondo. «Vorrebbero portare in Italia il modello ungherese», dice il dem Andrea Romano memore dell’invocazione del Papeete sui pieni poteri, e di qui al valutare come fascisti i due capi della destra il passo è breve: l’epiteto non viene scagliato davanti alle tv via Skype ma a sinistra vola di bocca in bocca. In parte è anche un antico riflesso condizionato che scatta come il ginocchio colpito dal martelletto del medico ogniqualvolta si senta odore di lesione dello stato di diritto, ma questa volta è come se fosse caduto il velo che sin qui ha protetto la destra italiana dall’accusa di essere un pericolo per la democrazia o quantomeno un problema insolubile per una futura collaborazione di governo in nome di un superiore interesse nazionale.

Se fino a pochi giorni fa infatti si discettava su un governo Draghi di unità nazionale – come nel dopoguerra – mentre ora l’affare Orbán scava un solco incolmabile fra le due metà della politica italiana perché mette in causa non più programmi ma valori fondanti, dato che – come sostiene il giurista Francesco Clementi – «non ci sono vaccini che proteggono dalla fine della democrazia se chi è chiamato a proteggerla non lo fa». Orbán come Conte? Non scherziamo: «Chi fa questi paragoni non solo confonde e si confonde, ma indebolisce proprio quelle istituzioni che rendono salda la nostra democrazia: il diritto di parola, di critica dialettica, e di agire politico». Già era arduo immaginare un governo guidato dall’europeista Draghi con ministri antieuropei, come nota sul Sole 24 Ore Roberto D’Alimonte, figurarsi un assemblaggio contraddittorio su “cosucce” come la concezione della democrazia e della libertà. E non è in affare “loro”, degli ungheresi, come afferma sornione Salvini, così come non fu affare dei cileni il golpe del ’73 che infatti cambiò la politica italiana: e tanto più per il fatto di far parte, Italia e Ungheria, del medesimo Europarlamento.

C’è da chiedersi se il pronunciamento pro-Orban del tandem della destra (mentre il “nizzardo” Berlusconi, già testimone di nozze del figlio di Erdogan, appare sempre più svagato) possa nuocere sull’attuale clima di affannata collaborazione fra governo e opposizione: certo non stupisce il silenzio di Conte sulla vicenda ungherese proprio per non acuire i contrasti, e tuttavia non sarà il bon ton dell’avvocato del popolo a celare l’impossibilità di un rapporto normale con questa destra italiana. Per l’immediato e soprattutto per dopo, quando bisognerà ricostruire il Paese.

Da "https://www.linkiesta.it/" Che destra che fa. Il golpe di Orbán è la pietra tombale sul governo italiano di unità nazionale di Mario Lavia


Base di ammiratori
“Non c’è più dialogo con quest’uomo”, ha dichiarato Ronaldo Caiado, medico e governatore dello stato di Goiás, nel cuore agricolo del Brasile, fino a poco prima fedele sostenitore di Bolsonaro. La maggioranza dei governatori dei 27 stati brasiliani è favorevole delle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, che prevedono l’isolamento in casa e la chiusura di tutti i servizi non essenziali.

Anche se ha sempre meno alleati, il presidente continua a godere del sostegno di una fedele base di ammiratori. Alcuni sondaggi recenti indicano che per un terzo dei brasiliani sta facendo un lavoro buono o eccellente nella gestione della crisi legata alla pandemia. “La situazione potrebbe cambiare drasticamente se si verificasse una situazione simile a quella italiana, con un aumento dei decessi, immagini sconvolgenti in televisione e famiglie che non possono assistere ai funerali dei parenti”, sostiene Oliver Stuenkel, docente di relazioni internazionali presso la fondazione Getúlio Vargas di São Paulo.

Il ministro della salute Luiz Henrique Mandetta ha dichiarato che il sistema sanitario brasiliano potrebbe collassare entro fine aprile, e che i contagi cominceranno a calare solo a settembre. “Collasserà perché non sono stati fatti gli investimenti necessari”, ha dichiarato Marco Boulos, infettivologo e professore alla facoltà di medicina dell’università di São Paulo.

Una collaboratrice domestica è morta di Covid-19 dopo essere stata contagiata dal suo datore di lavoro appena tornato a casa dalle vacanze

“È probabile che tra due o tre settimane, quando cominceremo ad avvicinarci al picco, gli ospedali saranno sovraccarichi e somiglieranno a quelli del nord Italia”, ha spiegato ad Al Jazeera. Come il servizio sanitario nazionale britannico, il sistema sanitario unificato brasiliano è un servizio gratuito universale di cui beneficia la maggioranza dei 209 milioni di abitanti del paese, ed è un motivo di grande orgoglio nazionale per le persone che ci lavorano.

Preparare il terreno
“In pochissimi riconoscono che siamo l’unico paese, tra quelli con più di cento milioni di abitanti, ad aver osato garantire una copertura sanitaria a tutti, considerandola un diritto di cittadinanza”, ha scritto nella sua rubrica sulla Folha de S.Paulo Drauzio Varella, lo stimato medico che è diventato un bersaglio di Bolsonaro e dei suoi sostenitori. Ma secondo gli esperti, anni di tagli alla sanità imposti dai vari governi hanno reso il sistema poco attrezzato ad affrontare la crisi del Covid-19. Secondo una ricerca pubblicata dal sito d’informazione Uol, il 60 per cento delle città brasiliane non ha i respiratori per i pazienti gravemente malati.

Gli esperti ritengono che il coronavirus sia stato portato in Brasile da alcuni turisti di ritorno dall’Italia, e questo ha fatto nascere un dibatto su classi sociali e privilegi in uno dei paesi con le disuguaglianze più alte al mondo. Si è parlato molto del caso di una collaboratrice domestica di Rio de Janeiro morta di Covid-19 dopo essere stata contagiata dal suo datore di lavoro, che aveva contratto l’infezione durante le vacanze, ma non glielo aveva comunicato.

Il tasso di disoccupazione del Brasile è quasi dell’11 per cento e circa 38 milioni di lavoratori, secondo l’Istituto di geografia e statistica brasiliano, lavorano nell’economia informale. La maggior parte di queste persone è povera e non ha abbastanza risparmi per curarsi durante questa crisi.

Grazie alle pressioni dell’opposizione, è stato approvato un progetto di legge per stanziare un reddito di base durante l’emergenza che garantisca ai lavoratori poveri, disoccupati o del settore informale, un salario mensile di 125 dollari statunitensi, il triplo di quanto proposto dal ministro dell’economia Paulo Guedes.

Nel frattempo, sostengono i commentatori, Bolsonaro sta cercando qualcuno a cui dare la colpa di quello che succederà. “Sta preparando il terreno”, ha dichiarato Stuenkel, il docente di relazioni internazionali. “Quando arriverà la recessione incolperà quelli che hanno insistito a fermare l’economia”.


Da "https://www.internazionale.it/" Il negazionismo di Bolsonaro mette in pericolo i brasiliani di Sam Cowie, Al Jazeera, Qatar

Vivere ai tempi del coronavirus

Venerdì, 03 Aprile 2020 00:00

Pochi anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1982, lo scrittore colombiano Gabriel García Márquez pubblicò il romanzo L’ amore ai tempi del colera[1]. Anni prima, il medico svedese Axel Munthe, accorso a Napoli nel 1884 per curare le vittime dell’epidemia di colera, scrisse le sue Lettere da una città dolente[2]. In entrambi i casi, l’epidemia causata dal batterio Vibrio cholerae diviene lo sfondo di storie profondamente umane (immaginate nel romanzo di Márquez e reali nelle lettere di Munthe). Márquez e Munthe ci invitano a contemplare come sia possibile vivere «ai tempi» di un’epidemia, quali testimoni involontari delle sofferenze umane, desiderosi di aiutare i più bisognosi e coscienti dei rischi di contagio.

Oltre a questi due libri, la letteratura non ha mancato di offrire pagine esemplari che ci aiutano a comprendere cosa e come si vive, e quanto si soffre, durante le epidemie. Tra le molte opere possiamo ricordare, in primo luogo, I promessi sposi di Alessandro Manzoni (1827), a proposito della peste che afflisse il nord della penisola italiana negli anni 1629-31 e che fu uno degli ultimi focolai della secolare pandemia di peste – la «peste nera» – che ebbe il suo culmine nel continente europeo intorno al 1350.

In secondo luogo, nel suo libro intitolato La peste (1947), Albert Camus ci immerge nel dramma della peste che travolge la città algerina di Oran nel 1849, invitando a interrogarci sulla natura e sul destino della fragile condizione umana. Ai tempi del colera e della peste, ci domandiamo chi siamo, come viviamo, cosa causa tutto ciò e dov’è il nostro Dio quando soffriamo. Mentre cerchiamo risposte, ciò che emerge è l’urgente necessità di cura, con un’attenzione privilegiata a chi è più povero e vulnerabile.

In un libro più recente, il medico e antropologo Paul Farmer[3] afferma che nel tempo del colera occorre anche interrogarsi in modo critico sull’insieme delle condizioni sociali, culturali e politiche che caratterizzano la vita delle persone e che dovrebbero far parte integrante di ogni intervento volto a promuovere la salute nel territorio. Facendo eco alla tradizione biblica e spirituale, l’autore invita alla conversione, personale e sociale, interiore e strutturale. Ai tempi del colera, e di ogni altra patologia che affligga le persone e l’umanità, occorre considerare tutte le molteplici dinamiche che influiscono sulla salute, promuovendo condizioni di vita che favoriscano i cittadini, mentre si rafforzano i sistemi sanitari e si offrono cure e servizi sanitari specifici, capaci di rispondere ai bisogni di salute delle persone nei diversi contesti in cui esse vivono sul nostro Pianeta[4]. Il presupposto è che ogni fattore sociale influisce sulla salute: dalla violenza all’educazione, alle possibilità lavorative e di alloggio, alle infrastrutture sociali (strade, fogne, reti idriche ed elettriche).

Promuovere la salute ai tempi del coronavirus richiede quindi di concentrarsi, in primo luogo, sulle relazioni tra professionisti del settore sanitario e pazienti, contenendo l’infezione e mitigandone gli effetti. In secondo luogo, è necessario intervenire sul territorio con misure di salute pubblica, volte, anche in questo caso, a contenere e, se ciò non è possibile o non è sufficientemente efficace, a mitigare la diffusione dell’infezione e la gravità delle sue conseguenze. La quarantena di due settimane – scelta autonomamente o imposta –, come pure la riduzione degli spostamenti, la cancellazione di voli e di eventi e l’isolamento di città e regioni sono esempi di interventi di salute pubblica per affrontare l’emergenza. In terzo luogo, come è mostrato dalla progressiva diffusione della pandemia, sono necessari interventi protettivi globali per far fronte all’emergenza sanitaria[5].

Infezioni

Vivere ai tempi del coronavirus richiede di riflettere in modo critico su come stiamo promuovendo la salute dei singoli cittadini, dell’umanità e del Pianeta. Su scala mondiale, stiamo vivendo ciò che tante persone hanno vissuto e vivono come esperienza personale a motivo di pandemie (come nel caso dell’Aids, causata dal virus Hiv, o dell’influenza stagionale o della tubercolosi e della malaria) o epidemie (come quelle causate negli anni recenti da svariati virus: influenza aviaria, influenza suina, Ebola, Zika, Sars e Mers) di cui soffrono o hanno sofferto.

Si stima che, nel 2019, 37,9 milioni di persone nel mondo siano state positive al virus Hiv. Se consideriamo le stime complessive dall’inizio della pandemia, le persone risultate sieropositive sono 74,9 milioni, con 32 milioni di decessi causati dall’Aids[6].

Si calcola che, nel 2018, 3,2 miliardi di persone vivessero in aree a rischio di trasmissione della malaria in 92 Paesi del mondo (soprattutto nell’Africa sub-sahariana), con 219 milioni di casi clinici e 435.000 morti, di cui il 61% erano bambini con meno di 5 anni[7].

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 10 milioni di persone in tutto il mondo si sono ammalate di tubercolosi nel 2018, con oltre 1,2 milioni di decessi, di cui l’11% tra bambini e ragazzi con meno di 15 anni[8].

Questi dati sono sconcertanti e rivelano le dimensioni drammatiche delle sofferenze causate da malattie infettive per le quali disponiamo di cure – come nel caso della tubercolosi e della malaria –, o che, grazie alle terapie disponibili, sono divenute croniche, come l’Aids.

Probabilmente nessuna di queste patologie ci riguarda direttamente e le consideriamo infezioni che affliggono altre persone, lontane da noi, che vivono in luoghi sconosciuti o che non frequentiamo. Nonostante ciò, milioni di persone nel mondo ne soffrono le conseguenze.

L’unica eccezione è l’influenza: l’infezione virale che ogni inverno, nel nord del mondo, diviene pandemica. All’inizio della stagione influenzale, il monitoraggio internazionale consente di identificare il virus dell’influenza specifico e, condividendo l’informazione, il vaccino è preparato ad hoc e distribuito in ogni Paese del mondo. Insieme al vaccino, la terapia antibiotica di cui disponiamo consente di trattare le infezioni batteriche secondarie che possono associarsi a infezioni influenzali. Nonostante ciò, secondo le stime, a livello mondiale tra 290.000 e 650.000 persone muoiono a causa del virus influenzale[9]. Negli Stati Uniti, nell’attuale stagione influenzale, i Centri deputati al controllo e alla prevenzione delle malattie (Cdc) indicano che, al 18 gennaio 2020, ci sono stati 15 milioni di casi di influenza (su una popolazione di 327,2 milioni), 140.000 ricoveri e 8.200 decessi[10].

Per quanto sorprendenti, queste stime impallidiscono a confronto con quella che pare essere stata la pandemia influenzale recente più grave, denominata «spagnola», nel 1918-19. Il virus si diffuse in tutto il mondo[11]. Si ritiene che circa 500 milioni di persone – un terzo della popolazione mondiale – siano state infettate da questo virus, con almeno 50 milioni di decessi a motivo dell’alta mortalità del virus. Senza vaccino e senza antibiotici per proteggere dalle infezioni batteriche associate, gli unici modi in cui fu possibile tentare di contenere e mitigare la diffusione della pandemia furono l’isolamento, la quarantena, la buona igiene personale, l’uso di disinfettanti e le riduzioni degli eventi pubblici, ossia quanto stiamo attuando ai tempi del coronavirus.

Ciò che stiamo vivendo attualmente non ha ancora le tragiche proporzioni di tali infezioni, passate o attuali. Scienziati e clinici stanno studiando se il coronavirus abbia la stessa virulenza e mortalità del virus influenzale stagionale, quanto esso resista nell’ambiente esterno, come si diffonda e ci si contagi, cosa occorra fare per proteggersi. Notando la rapidità di diffusione del virus nel mondo nelle recenti settimane, non possiamo escludere che oggi, domani o nei prossimi giorni ciascuno di noi possa risultare positivo a esso[12]. Mancando ancora un vaccino, pur essendovi già vaccini sperimentali di cui si sta verificando l’efficacia, e in assenza di terapie mirate, le misure sanitarie volte a contenere il diffondersi dell’infezione sono ciò di cui disponiamo ora nel mondo.

Prossimi

Tutti siamo a rischio. Possiamo contrarre l’infezione e diffonderla ad altre persone, vivendo il doppio ruolo di vittime e di diffusori dell’infezione. Malattie ed epidemie sembrano accorciare e perfino eliminare distanze e differenze tra le persone, pur separando e isolando l’uno dall’altro. Quando si è affetti dalla stessa patologia – infettiva o meno –, la distinzione tra l’individuo e l’altra persona si affievolisce. Si scopre una vicinanza esperienziale, una prossimità causata dalla malattia, un’intimità nel condividere la necessità di guarigione. Sappiamo molto bene, perfino troppo bene, cosa l’altra persona viva, soffra, desideri e speri. Si tratta di una solidarietà né cercata, né voluta, ma vissuta. Nel cammino comune, non scelto, in cui l’infezione ci accomuna, ci si accompagna, anche solo a livello interiore e spirituale.

Purtroppo, anche l’opposto è possibile. Continuando a ritenerci diversi, speciali e migliori, noi evitiamo di riconoscere la nostra umanità condivisa, l’essere malati della stessa malattia, con l’ansietà e la preoccupazione che accompagnano ogni sforzo di guarigione. Invece di scoprirci insieme e prossimi in una sofferenza che non fa differenze, regna la separazione («non siamo come loro»), isolando ulteriormente e compromettendo le possibilità di sostegno solidale.

Ai tempi del coronavirus

L’attuale pandemia globale, che continua a diffondersi all’interno delle nazioni affette e a infettare persone in nuovi Stati, ci chiede di prestare attenzione al modo in cui, ai tempi del coronavirus, la nostra vita, a livello personale e collettivo, nelle sue dimensioni più ordinarie, stia cambiando.

La nostra maniera di agire è influenzata, modificata e regolata diversamente: è «al tempo» del virus. È il virus, con i suoi modi di contagio, che determina come interagiamo con familiari, colleghi di lavoro, vicini di casa e fedeli nelle celebrazioni religiose; come evitiamo di toccarci il viso, stringerci la mano e baciarci; come stiamo «a distanza di sicurezza» da chi ci circonda e ci precipitiamo a lavarci le mani e il viso, se qualcuno tossisce o starnutisce vicino a noi; come limitiamo i nostri spostamenti in autobus, treno, nave e aereo; come spostiamo o cancelliamo conferenze, partite, concerti, viaggi, incontri di lavoro, cene, vacanze in crociera, serate al cinema, e anche lezioni nelle scuole e università, preferendo modalità virtuali di incontro e di insegnamento.

Anche il modo in cui contaminiamo l’ambiente cambia. Se, da un lato, immagini satellitari rivelano un clamoroso calo dell’inquinamento ambientale in Cina, a motivo delle misure volte a contenere o mitigare il diffondersi dell’infezione (fabbriche e scuole chiuse, quarantena, divieto di circolare), dall’altro, tonnellate di maschere usate stanno accumulandosi nel Paese[13]. Trattandosi di rifiuti sanitari contaminati, per smaltirli sono necessari impianti specifici, ma quelli esistenti sono insufficienti.

La quarantena di due settimane – scelta spontaneamente o forzata – è emblematica di come il coronavirus influisca sul modo in cui gestiamo il nostro tempo, togliendoci il controllo delle nostre giornate, almeno per due settimane. Al termine della quarantena recuperiamo il margine di azione sul nostro tempo e su come lo viviamo. Ci si può domandare, però, se occorra ripetere la quarantena nel caso si sia esposti a un secondo possibile contagio. E dopo la seconda quarantena? Quante altre quarantene sono necessarie? Fino a che non siamo in grado di vaccinarci in maniera efficace contro il virus, la speranza è che non ci si debba porre la domanda.

Interrogativi autentici e false risposte

Ai tempi del coronavirus, la nostra esperienza, espressa direttamente da storie personali, o mediata da opere letterarie, o articolata dal sapere scientifico, è dominata dall’incertezza e dall’impotenza. Incerti, ci interroghiamo. Una prima serie di domande riguarda il diffondersi dell’infezione: quanto essa durerà nei Paesi in cui si sta diffondendo? Quanti Paesi saranno coinvolti? Quanti cittadini saranno infettati, e quanti moriranno? Quando cesserà l’infezione?

A questi interrogativi si aggiunge l’incertezza riguardante la capacità di far fronte alla pandemia. Ogni persona che mostra i sintomi dell’infezione respiratoria causata dal coronavirus potrà disporre di un test – di laboratorio e radiografico –, in qualunque Paese del mondo, indipendentemente dalla possibilità di pagare? Le misure sanitarie di contenimento e quelle volte a mitigare il diffondersi dell’infezione – che richiedono di isolare persone, paesi, città e regioni – sono efficaci, giustificate e proporzionate? Quando potranno essere ridotte? Disporremo di un vaccino efficace a breve termine? Chiunque potrà essere vaccinato?

Inoltre, quali saranno i costi sociali – a livello nazionale e globale – causati dalla compromissione delle attività produttive e dei trasporti con conseguenze economiche e finanziarie nazionali e globali? Quali sono le conseguenze per lavoratori precari e per le loro famiglie, che dipendono dallo stipendio settimanale, quando non possono lavorare perché sono malati o perché l’attività produttiva non può aver luogo[14]?

L’incertezza paralizza molti, perché riduce e inibisce la capacità di controllo e di azione. Incerti, si diviene impotenti. Per costoro, l’impegno etico richiede certezze. Senza certezze non si può agire. Una difficoltà simile si vive in un altro settore di grave emergenza globale, quando è in gioco la sostenibilità ambientale e le condizioni di vita sul Pianeta sono minacciate non da un virus, ma dal nostro stile di vita, da come produciamo energia, da come consumiamo e inquiniamo. Anche nel caso della cura della nostra casa comune, vi è chi si rifugia dietro apparenti o reali incertezze, giustificando l’inazione.

Al contrario, l’impegno etico dipende dall’incertezza e conosce bene l’impotenza, ma né l’una né l’altra demotivano, lasciando le persone rassegnate e senza speranza. In modo paradossale, incertezza e impotenza alimentano l’impegno etico, stimolano la capacità inventiva, invitando a una maggiore competenza nell’affrontare situazioni complesse, ricercando soluzioni non facili[15]. Quelle che paiono scorciatoie morali, generate dalla volontà di controllo e dalla paura[16], seducono. Mentre si propongono delle strategie risolutive, capaci di far fronte al disagio morale, tali scorciatoie ingannano e tradiscono. Ne sono esempio i tentativi di nascondere l’estensione reale dell’infezione in taluni Paesi, o provvedimenti che, in nome di interventi sanitari, mirano a togliere libertà sociali e diritti conquistati a fatica, utilizzando misure di salute pubblica per mascherare regimi polizieschi.

Quando mancano certezze, cercandole si rischia di costruirsele, sia creando un colpevole immaginario, distraendo dalle cause reali, sia generando cospirazioni fasulle (affermando che il virus è stato prodotto intenzionalmente in laboratorio), diffondendo notizie false, alimentando stigma (colpevolizzando gli immigrati e le minoranze), generalizzando (per esempio, proclamando che tutti gli abitanti della nazione più popolosa al mondo sono infetti), promuovendo gli approcci «terapeutici» di pericolosi ciarlatani, trasformando un’emergenza sanitaria globale nella caccia al nemico.

Il capro espiatorio

Nel corso della storia, l’essere umano ha continuato a interrogarsi, cercando di comprendere, conoscere e spiegare. Identificare la causa di ciò che viviamo e chi ne è responsabile fa parte di questa ricerca di senso. Aspettiamo risposte dalla ricerca scientifica e cerchiamo il capro espiatorio, come lo storico, filosofo e critico letterario René Girard (1923-2015) ha indicato con forza[17]. «L’altro», il diverso, diviene responsabile in modo esclusivo. «Noi» siamo le vittime. L’opposizione tra «colpevole» e «vittima», che echeggia la semplificazione «cattivi» e «buoni» così popolare nelle produzioni cinematografiche di massa, ha un effetto falsamente catartico. Poiché sono gli «altri» la causa di quanto soffriamo, eliminandoli ed emarginandoli riteniamo di poter allontanare da noi ogni male, concentrando ciò che è negativo su di loro, su chi abbiamo trasformato in capro espiatorio e siamo pronti a sacrificare per il nostro bene.

La logica del capro espiatorio mostra come la sete umana di conoscenza possa venire pervertita, trasformandosi e riducendosi in una falsa attribuzione di colpa. Nella sofferenza causata dall’infezione o dalla malattia che si condivide, la possibilità di una rinnovata solidarietà esistenziale è soppiantata dalla scorciatoia emotiva che individua nell’altro, in chi non è come me – per motivi politici, culturali, religiosi, razziali, etnici e linguistici – il responsabile e il colpevole. La tragica ironia delle malattie infettive è che chi viene infettato diviene colui che infetta, mostrando la falsità di ogni semplificazione che intenda assegnare la colpa all’altro.

A livello personale e sociale, le malattie infettive rendono evidente la nostra comune vulnerabilità e dovrebbero favorire la presa di coscienza della necessità di una solidarietà condivisa: nella nostra diversità, siamo tutti uguali, con la stessa predisposizione a essere infettati e malati. Se vi sono responsabilità – per esempio, legate al nostro stile di vita, a come trattiamo gli animali, a come favoriamo il passaggio di infezioni virali da animali a esseri umani –, esse vanno individuate per poter intervenire modificando il nostro modo di agire e di vivere.

Inoltre, poiché nel mondo realtà strutturali che dipendono da ingiustizie e povertà impediscono l’accesso a servizi diagnostici e sanitari di base, dobbiamo intervenire modificando ogni struttura ingiusta. Come Paul Farmer ci ricorda, conoscere rende possibile la conversione e il cambiamento, a livello relazionale e strutturale.

L’impegno etico

Nell’affrontare ogni problema complesso e difficile come la pandemia causata dal coronavirus, l’impegno etico mira a promuovere progetti concreti che aprano possibilità di azione morale e che favoriscano cambiamenti. Concretamente, la tradizione etica considera la salute un bene prezioso, indispensabile ed essenziale, per i singoli individui e per l’intera umanità. Di conseguenza, tutto ciò che protegga e preservi la salute dei cittadini e dell’ambiente è una priorità etica e richiede impegni e investimenti adeguati e proporzionati. Investire in ciò che promuove salute è puntare sul futuro, sia che si tratti di sviluppare strutture sanitarie di base che forniscano cure primarie, sia che si intenda favorire la ricerca scientifica avanzata, capace di sviluppare nuove forme di prevenzione, diagnosi e terapia per molteplici patologie.

Il bene «salute» è – nello stesso tempo e in modo inseparabile – un bene personale e sociale, individuale e collettivo, locale e globale. Collaborazioni e impegni solidali volti a prevenire, diagnosticare e curare sono a beneficio di ciascuno e di tutti. Il bene comune della salute è vulnerabile e richiede protezione e vigilanza. Non possiamo fare a meno di occuparci della salute dell’altro, neppure se siamo così concentrati su noi stessi, in modo elitista ed esclusivo, convinti che ciò che conta, e quanto ci preme, è solo la nostra salute individuale. Chiedere il dono di una conversione profonda del cuore e della mente può esserci di aiuto per divenire persone di buona volontà, capaci di condividere la responsabilità di promuovere la salute quale bene personale e sociale.

La conversione

La fede cristiana rafforza l’urgenza dell’impegno etico per promuovere la salute quale bene personale e sociale, per ciascuno sul Pianeta, per la generazione attuale e per quelle future. Inoltre, un’autentica esperienza evangelica respinge ogni tentativo che miri a trovare spiegazioni, falsamente considerate «religiose», che attribuiscano a Dio la responsabilità di quanto sta accadendo di male nel mondo. Dio non ci invia punizioni per la nostra cattiveria e per il nostro peccato – personale, sociale e strutturale – sotto forma di infezioni virali e pandemie. Il Dio biblico che professiamo è l’Emmanuele, il Dio con noi, compassionevole, che ci accompagna in tutto ciò che viviamo, che prende su di sé ogni nostro peccato, che – quale creatore e ri-creatore – è al lavoro per promuovere, guarire e liberare la creazione e le creature, rispettando sia la libertà umana sia quella dell’intera natura e dell’universo.

Ai tempi del coronavirus, la conversione riguarda anche le immagini idolatriche di Dio che continuano a ingannarci con false proie­zioni di una cosiddetta «giustizia divina» fatta a nostra immagine e somiglianza, invece di invitarci a contemplare Gesù Cristo morto e risorto per amore di ognuno e del mondo intero, e vivere in modo anticipato alla luce della grazia della risurrezione e della salvezza divina, che ci guidano e ci accompagnano da ora e per sempre.


Da "https://www.laciviltacattolica.it/" VIVERE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS di Andrea Vicini