La vera distanza sociale è quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo.

La pandemia ha scoperto una sorta di vaso di Pandora che, in realtà, in molti conoscevano ma hanno tenuto sempre lontano dai post sui social, dai tavoli del Ministero, dalle riviste e dai siti specializzati, dagli assessorati competenti, persino dalla stessa comunità scolastica a volte. È la vera distanza sociale, quella creata non da un male ignoto, ma da un virus ben più diffuso da anni, già denunciato da Don Lorenzo Milani, quello di una scuola per pochi anche quando si mostra per tutti, cioè presente e distante allo stesso tempo: «Se si perde loro (gli ultimi) la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati». Certo di strada in positivo da allora se ne è percorsa, tuttavia si sente ancora la necessità del modello e dell’esperienza di Barbiana. Paradossalmente il Coronavirus ha gridato e grida che ancora “il re è nudo”!

La didattica a distanza è ritenuta insufficiente e limitata anche perché rischia di lasciare indietro chi non ha la possibilità di connettersi o manca degli strumenti per farlo; se poi ciò tocca pure studenti che vivono in situazioni di disagio familiare o economico, cadere nella dispersione scolastica è certamente più facile. Prima di interrogarci su cosa si è fatto in questi mesi e cosa si può fare per arginare il problema, bisogna compiere un balzo indietro fino a metà febbraio, quando tutto si svolgeva “normalmente”.

Dobbiamo essere onesti intellettualmente nell’affermare che la dispersione scolastica c’era ugualmente e i problemi di connessione o di device pure, solo che ci si faceva caso appena, poiché la presenza in aula – pur saltuaria spesso - copriva per la maggior parte quelle mancanze. Restavano questioni legate ad alcuni casi in certe scuole, cosiddette di periferia, lasciate all’impegno generoso e competente di ottimi colleghi che facevano pure da assistenti sociali. Insomma, perché a questi ragazzi non ci abbiamo pensato tutti prima ed in tempo di pace? Non era comunque grave che, nell’era di internet, fossero costretti a esserne fuori o ai margini, al massimo cibandosi delle briciole dell’uso dei social, tra l’altro senza un’educazione specifica e quindi ad altro rischio? In questi mesi sono state messe delle pezze per coprire le distanze, innanzitutto grazie ai sacrifici di molte famiglie, poi di tanti insegnanti, di associazioni di volontariato, di realtà ecclesiali, di singoli benefattori, fino a che il governo e le amministrazioni locali non hanno posto in campo persone e fondi per le istituzioni scolastiche dedicati a tal fine.

Sappiamo, però, che la didattica a distanza ci accompagnerà ancora e persino alla ripresa della scuola, dunque in questi mesi non sarebbe il caso che ogni scuola censisse con moltissima cura quegli studenti che hanno mostrato difficoltà per tali ragioni, creando a stretto giro un tavolo di lavoro con le istituzioni locali per superare il problema in vista di settembre? Certo non è solo una questione di denaro e di strumenti, ma di avere un progetto e persone adeguate ed attente, non burocrati bensì educatori ed esperti nel sociale, visto che non basterebbe dare un pc e 50 giga senza prendersi cura pienamente dello studente.

Da "http://www.vita.it/" Scuola, la pandemia ha alzato il vaso di Pandora di Marco Pappalardo

OGM, un fallimento di successo

Lunedì, 25 Maggio 2020 00:00

Diciassette milioni di utenti soddisfatti in 26 Paesi. 191 milioni di ettari ospitanti. Un beneficio economico per i Paesi che l’hanno utilizzata pari a 186 miliardi di dollari. 670 milioni di kg di agrofarmaci utilizzati in meno, eppure un aumento della produzione di 657 milioni di tonnellate. Potremmo conteggiare anche i benefici ambientali (27 miliardi di kg di emissioni di CO2 annue in meno; più di 180 milioni di ettari di ambiente naturale risparmiato), quelli in termini di salubrità di alimenti e di mangimi ottenuti e quelli di miglioramento delle condizioni di vita di tante famiglie di agricoltori.

È forse questo il ritratto di una tecnologia fallimentare?
Le colture transgeniche (impropriamente e tendenziosamente chiamate OGM) hanno rivoluzionato il modo di fare miglioramento genetico, contrariamente a quanto sostiene qualcuno, perché hanno permesso di approfondire la conoscenza del funzionamento dei meccanismi di espressione e regolazione del genoma e la conoscenza di nuove tecniche per migliorarli, conoscenza che ha contribuito anche a mettere a punto le attuali tecnologie di evoluzione assistita.

Non hanno soddisfatto le aspettative che avevano solleticato? In parte è vero: si era promesso troppo, accesi da facili entusiasmi e si sa, non si dovrebbe mai dire gatto se non lo si ha nel sacco. Ma d’altra parte, come investire e ottenere il meglio da una tecnologia così avversata dall’opinione pubblica mondiale, spaventata da associazioni pseudo-ambientaliste che hanno una potenza di fuoco mediatico e una capacità comunicativa da fare scuola? La pesante, ridondante regolamentazione messa in atto per contenere questa tecnica l’ha frenata, non ha permesso alla ricerca – pubblica in particolare – di metterla al servizio delle peculiari esigenze dei territori, di specifiche produzioni locali. Questo almeno è quel che è successo in Italia, mentre invece in alcuni Paesi asiatici e africani è stata applicata a coltivazioni locali per ridurne la dipendenza dalla difesa con agrochimica. Questo deve farci riflettere: come arginare un messaggio che parla alle paure e alla pancia delle persone? Come smontare una narrazione che si serve delle più capaci menti del marketing e può spendere molto per farlo? Con un solo potentissimo strumento: i dati scientifici, che su questo argomento parlano molto chiaramente di benefici per produttori, ambiente e consumatori.

Leggere frasi che parlano del “sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura. Perché di fallimento si tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM” è un’offesa nei confronti dei tanti scienziati italiani che hanno dovuto abbandonare promettenti ricerche, magari vederle andare letteralmente in fumo e cenere. Ed è un affronto agli agricoltori italiani, che ancora oggi sono beffati da un mercato che acquista e utilizza merce che essi non sono autorizzati a produrre. Il comparto del mais italiano, filiera alla base del Made in Italy agroalimentare, ha subito perdite dell’ordine di 200 milioni di € all’anno, vedendo dimezzata (dimezzata!) la produzione nazionale per l’incapacità di competere con la qualità e il prezzo del prodotto estero. Altrettanto ha perso il comparto della zootecnia. Sono affermazioni che ricordano i proclami coldirettiani “gli OGM hanno fallito in Europa” perché scarsamente coltivati, ignorando volutamente che nemmeno il miglior maratoneta può avere performance interessanti se lo si fa correre con mani e piedi legati, con un pubblico a bordo strada che lo insulta e giudici di gara che lo boicottano per soddisfare la sete di sangue degli astanti.

Non è rinnegando i dati che usciremo da questa trappola mediatica, ma restando coerenti con essi. Abbiamo per vent’anni, dati alla mano, difeso l’utilità delle tecnologia della transgenesi e la sicurezza dei prodotti messi in commercio e da essa derivati. Dovremmo oggi dire che è stata un fallimento? Quando invece il fallimento è stato quello di un’intera società incapace di trovare al proprio interno gli anticorpi per espellere dal consenso mediatico narrazioni fraudolente. Mai mettere il bavaglio alle opinioni, ma mostrare all’opinione pubblica dove si trovano informazioni verificate e dove invece si vende se stessi per avere visibilità, soldi e comprarsi falsa autorevolezza con denari altrui. Vorrei vedere un rapporto responsabile con la società, che sia in grado di coinvolgerla nelle problematiche da risolvere e nella conoscenza delle soluzioni a disposizione per farlo.
Dovremmo chiedere un impegno politico a favorire il processo di approvazione all’uso di piante e prodotti derivanti da qualsiasi tecnica biotecnologica, anche nel rispetto delle attuali normative.

Le tecnologie di evoluzione assistita sono promettenti, sicure, efficaci, dispiace vederle lanciate usando messaggi che hanno il sapore di un immeritato tradimento ai danni di chi, agricoltori per primi, ha sempre difeso il lavoro dei ricercatori e ha fatto della propria fiducia nel metodo scientifico una bandiera, una guida nel proprio lavoro di imprenditori, uno strumento – l’unico! – per conoscere il mondo e discernere fra sirene e maestri, fra tritoni e maestre.

Da "https://www.stradeonline.it/" OGM, un fallimento di successo di Deborah Piovan

C’è questo abbraccio travolgente di una madre che rivede sua figlia uscita da un anno e mezzo di prigionia, una giovane donna che piange affondando il volto sul petto di sua madre, un gesto che nel bel mezzo della pandemia riporta un intero paese, ormai abituato al distanziamento sociale, alla decenza di un abbraccio, alla necessità che i corpi si tocchino, all’insostituibilità dell’incastro del collo nel collo, all’esperienza imprescindibile che sono gli altri e la loro fisicità nella vita di ciascuno. Così in quell’abbraccio un intero paese, collegato in diretta tv, ritorna al mondo e si sente consolato, confortato. È la prima vera buona notizia dopo due mesi di spaesamento per la peggiore crisi sanitaria di quest’epoca. Fine.

Avremmo dovuto fermarci lì, sulla soglia di quell’abbraccio tra una madre e una figlia che si ritrovano, dopo aver temuto per lungo tempo di essersi perdute. Avremmo dovuto ricordare la lezione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, quando ci chiede di non usare i cliché ogni volta che vediamo qualcuno soffrire, di non “dare mai un noi per scontato quando si parla del dolore degli altri”. Invece l’arrivo di Silvia Romano a Ciampino più che una liberazione è stata una gogna. Dopo essere stata di fatto dimenticata per mesi dai mezzi d’informazione, dalla politica e dall’opinione pubblica (se non con rare eccezioni come gli appelli di Giuseppe Civati sui social network), la ragazza, il suo corpo, il suo sorriso, il modo in cui è vestita sono improvvisamente scandagliati e fatti a pezzi dallo sguardo feroce dei commentatori che la colpevolizzano, la criminalizzano ben prima di sapere cosa le sia successo e senza nessun riguardo per la violenza che ha vissuto.

Le vere domande
Le prime a non avere il pudore del silenzio sono le autorità, che si mettono in bella mostra davanti alle telecamere al momento dell’arrivo. Di Maio indossa una mascherina con il tricolore, Conte diffonde le foto del suo colloquio con la ragazza dopo l’atterraggio. Tutti vogliono alzare una bandiera su quella buona notizia. La questione diventa anche politica: perché è stato pagato il riscatto? Si tratta con i terroristi? Qualcuno scambia il sequestro di Silvia Romano con il caso Moro. Le vere domande avrebbero dovuto essere altre: perché la ragazza è stata sequestrata? Quali sono le responsabilità dell’organizzazione per cui lavorava come volontaria? Che cosa è successo in questi 18 mesi? Chi sono i rapitori? Qual è stato il ruolo dell’intelligence turca? A chi sono andati i soldi del riscatto?

Invece comincia un linciaggio ai danni dell’ostaggio liberato: le autorità forniscono ai mezzi d’informazione particolari che non avrebbero dovuto essere resi pubblici, come il colloquio tra la ragazza e la psicologa nel volo del ritorno, e la sua conversione all’islam. Daniele Raineri sul Foglio ha spiegato quanto tutte le informazioni che un ostaggio fornisce al momento della sua liberazione debbano rimanere riservate per lungo tempo, innanzitutto e perlopiù per ragioni di sicurezza. Inoltre, come ha scritto Ida Dominijanni, c’è “una strana idea di come una donna possa tornare da un sequestro di diciotto mesi. Non è esattamente come tornare da un viaggio di piacere. Si può anche essere sotto trauma pesante e si ha il diritto di essere lasciate a elaborarlo in pace”.

Rimane lo sbigottimento per la valanga d’illazioni e insulti che hanno colpito Silvia Romano al momento del suo arrivo. In un paese cattolico come il nostro, dove le chiese riaprono prima delle scuole in nome della libertà di culto, si stenta a credere che si possa criticare la scelta di una donna di convertirsi all’islam, dopo essere stata nelle mani di un gruppo di terroristi e che ha raccontato di aver letto il Corano per 18 mesi. Eppure l’abito, il jilbab verde (che non è un abito tradizionale somalo, come ha spiegato Igiaba Scego), con cui Silvia Romano scende dall’aereo turba i commentatori italiani di tutte le provenienze: quelli di destra e di estrema destra, ma anche i moderati e i progressisti.

Il suo velo diventa l’insopportabile simbolo di uno scontro di civiltà che va in scena ancora una volta sul corpo di una donna, trasformato in un terreno di battaglia, con tutto l’armamentario ideologico, ormai quasi prevedibile, della peggiore islamofobia. Si confonde l’islam con i terroristi islamici, si mette in discussione che la scelta di Romano sia stata libera, la si accusa di essere “un’ingrata” e di indossare la “divisa” del nemico. I più benevoli le contestano di essersi fatta strumentalizzare e di aver indossato la bandiera dei suoi aguzzini, cioè di aver veicolato senza saperlo il messaggio di propaganda di Al Shabaab.

Nessuno si chiede quale sia stato il ruolo dei mezzi d’informazione invece nell’esaltare quel messaggio di propaganda. Ancora di più infastidisce il fatto che pur essendo una vittima, quella donna non mostri le sue ferite, non indugi sullo stereotipo della vittima, non pianga, non si lamenti e non mostri il dolore che ha provato, anzi si presenti in pubblico con un sorriso, lo stesso che si vedeva in alcune vecchie foto prima del rapimento.

Sono i meccanismi tradizionali di colpevolizzazione delle vittime, spesso accusate di aver causato o favorito l’abuso e la violenza subita. C’è sempre quello sguardo feroce che le mette sotto esame alla ricerca di un pretesto per dire: “Te la sei cercata”. I centri antiviolenza di tutto il mondo raccolgono ogni giorno i racconti di donne che hanno denunciato di essere state stuprate e non sono state credute, perché erano truccate o vestite bene, o perché non piangevano.

Da "https://www.internazionale.it/" Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio di Annalisa Camilli

Il buongiorno della Fase 2 si vede dalla “colazione fuori”, un rito che non siamo disposti a sostituire, neanche con il take away, e a cui ci dovremo abituare, almeno fino alla riapertura.

«Il solito, grazie». Avvicinarsi al bancone e sorseggiare il caffè nello stesso bar come colonna sonora dei nostri risvegli è tra i gesti più ordinari che mancano. Nella smorfia napoletana sognare di trovarsi in un bar traduce il desiderio di scappare dallo stress della vita quotidiana. Un logorìo psicologico subìto in queste settimane “ai domiciliari” che fa sembrare speciale anche tornare nel locale mattutino preferito per concedersi il lusso di un espresso e un cornetto, rigorosamente a portar via. Da lunedì 4 maggio, infatti, attività ristorative sempre chiuse ma via libera all’asporto per bar e ristoranti. Come, ha dimostrato un’indagine condotta dall’Istituto Espresso Italiano e YouGov, «neppure il virus riesce ad alterare significativamente l’immagine assolutamente positiva che gli italiani hanno del bar». Sempre da questo studio il 72% degli italiani ha dichiarato che sarebbe disposto a pagare anche una maggiorazione sul caffè se fossero adottate misure di sicurezza dimostrabili sul luogo di consumo, mentre il 68% lo farebbe in presenza di una qualità migliore.

Gli incentivi che spingono a frequentare nuovamente i bar si riferiscono a una assidua igienizzazione dei tavoli e all’utilizzo di prodotti specifici per la pulizia delle stoviglie. In questa fase di semi-lockdown i locali per tornare a respirare si sono adeguati alle normative grazie a disposizioni efficaci e congrue per le singole realtà. Se come prassi non è consentito consumare i prodotti all’interno e all’esterno del negozio, alcuni permettono l’ingresso di una persona alla volta mentre altri fanno sostare al di fuori; c’è poi chi ha imposto l’obbligatorietà per i clienti a indossare guanti e mascherina prima di varcare la soglia o chi si è attrezzato attivando la prenotazione dei prodotti con anticipo per evitare raggruppamenti.

Un silenzio rumoroso. Questo è l’ossimoro calzante per i bar vuoti ai tempi del coronavirus, per noi che siamo abituati ad affollarli a qualsiasi ora del giorno, dal caffè senza tempo all’aperitivo al tramonto. Un fare all’italiana che lo rende uno dei luoghi che più ci rappresenta all’estero, un momento, quello del caffè, che si trasforma in un rito come ha spiegato bene Luciano De Crescenzo quando disse che è «una scusa per dire a un amico che gli vuoi bene». Sfidando le abitudini degli italiani a Udine c’è chi ha riconvertito il proprio locale in una sorta di bar drive o drive-through, come lo chiamano gli americani dagli anni ’30, per consumare cappuccino e cornetto in macchina. È accaduto in una pompa di benzina lungo viale Palmanova: qui i clienti rimanendo all’interno della propria vettura possono ordinare e bere il caffè con il motore acceso. Un servizio che non prevede costi aggiuntivi sul listino standard ed è pensato soprattutto per i lavoratori che continuano a spostarsi, faticando a trovare punti ristoro aperti nelle aree extraurbane. Un metodo molto distante dalla concezione borghese dei caffè triestini attualmente piegati sotto il peso della loro stessa storicità. Tommaseo, San Marco, degli Specchi, Torinese: sono questi alcuni dei più famosi caffè del capoluogo friulano, studiati anche a scuola come luoghi di aggregazione per eccellenza, in cui intellettuali e letterati hanno fatto e scritto la storia. Qui più della metà del fatturato prima del coronavirus proveniva da clientela internazionale e occasioni speciali come lauree, compleanni e matrimoni, mentre adesso si ordina a vista.

A Torino Caffè Mulassano non ha mai riaperto dai primi di marzo. Con i suoi 31 metri quadrati è tra i più piccoli locali della penisola e, in attesa di tornare operativo, sta riorganizzando l’esiguo spazio con sofferte rinunce anche sulle classiche disposizione di un arredo datato ai primi del Novecento, tanto caro ai suoi clienti. Ed è proprio da questi ultimi che non sono mancati messaggi di affetto nei passati mesi. «Copiosi sono stati post e stories su Instagram e Facebook in cui si ricordava una colazione o un aperitivo al Mulassano, nella speranza di poter ripetere al più presto l’esperienza. E senza ombra di dubbio possiamo confermare che il prodotto più amato è il nostro tramezzino, soprattutto i gusti più classici quali aragosta o burro e acciughe».

Un altro luogo di lunga memoria storica si trova a Roma tra le mura di Sciascia Caffè che proprio nel 2019 ha compiuto 100 anni di attività raddoppiando con un altro locale. Entrambi posizionati nel quartiere Prati, in una zona che pullula di uffici, nel più longevo il primo giorno della fase 2 sono stati registrati circa 350 scontrini con una media di 2/2.80 euro per ciascuno, ma quello che continua a mancare è la socialità. Per esorcizzare il momento Hiromi Cake, pasticceria giapponese, ha condiviso il proverbio “Nana Korobi, Ya Oki” che tradotto dalla lingua originale significa “cadi 7 volte e rialzati 8”, una sorta del nostro “la fortuna aiuta gli audaci”. L’ottimismo è un sentimento insito nella loro cultura e, nonostante «per rivedere i numeri di prima ci vorrà del tempo», sicuramente i tanti messaggi di affetto hanno contribuito a fare circolare pensieri e azioni positive. Con la recente attivazione del servizio a domicilio e il debutto dell’asporto, stanno avendo un buon riscontro soprattutto con mochi e dorayaki, dolci nipponici difficilmente riproducibili a casa. C’è chi non ha mai sospeso la produzione grazie alle consegne dirette o alla somministrazione su piattaforme esterne. Tra questi Le Levain, pasticceria e boulangerie francese nel cuore di Trastevere, che ha da poco attivato il take away affinché «impegnandoci tutti insieme, torneremo presto alla normalità. Siamo rimasti aperti durante il lockdown lavorando abbastanza bene, al punto che è in cantiere l’e-commerce». La testimonianza del proprietario Giuseppe Solfrizzi sottolinea come l’introduzione dell’asporto abbia aumentato lievemente la vendita diretta, sempre a fronte di un’entrata contingentata di una persona alla volta, per pane e prodotti per la colazione riscontrando, invece un calo del delivery.

Mappando anche Milano si deve menzionare la cronaca cittadina degli ultimi giorni che ha visto protagonisti ristoratori e baristi in una manifestazione in cui chiedevano aiuti e detassazioni. Un gesto di protesta che gli è costato una multa di 400 euro per assembramento. Tra coloro che sono ripartiti solo adesso c’è Panzera e ha scelto di farlo con un suo signature: la “colazione da pasticceria”. Monoporzioni, mignon, biscotteria da tè e brioche per accompagnare un cappuccino o un espresso esclusivamente in modalità da asporto. «Siamo pronti a portare un po’ di serenità e di senso di “normalità” nella vita di tutti i giorni – commenta Lorenzo Panzera – Naturalmente proporremo anche le nostre torte realizzate in formato più piccolo per un consumo in famiglia, tra poche persone». Alle porte di Milano, nel comune di Abbiategrasso, c’è Besuschio una pasticceria che sembra più una boutique e la sua insegna è legata al cognome di una famiglia di pasticceri da oltre 170 anni. Il laboratorio non ha mai smesso di produrre con una forza lavoro che ha potuto contare su mamma, papà e due figli. Ed è proprio il giovane Giacomo, ultima generazione Besuschio, a raccontare come siano cambiate le abitudini dei loro clienti, più vogliosi di torte da condividere in famiglia e molto ricettivi all’introduzione dell’asporto, in particolare le persone più anziane che non sono state intercettate prima con i Social e tutti sono tornati a chiedere le brioche a colazione. «La nostra fortuna è essere una famiglia e condurre insieme questa attività. I Besuschio hanno passato 2 guerre, ce la faremo anche questa volta».

 

Da "www.linkiesta.it" Il caffè è un rito: senza bar, che rito è? di Andrea Martina Di Lena

Europa, un destino comune

Venerdì, 15 Maggio 2020 00:00

Il 9 maggio 1950, Robert Schumann, uno dei padri dell’Europa, in una dichiarazione divenuta celebre, immaginava un continente unito sul piano economico e – in prospettiva – sul piano politico, per superare la pesante eredità della guerra e come punto di partenza di un ambizioso processo di integrazione fra Paesi.

Il cammino dell’Unione europea è passato attraverso fasi di fiducia e periodi di difficoltà, ma non venendo mai meno alla sua fondamentale promessa di pace, stabilità e prosperità per i popoli europei. La visione di una generazione di intellettuali e uomini politici che per il bene comune della famiglia europea seppe superare divisioni antiche ci deve sostenere anche nelle attuali difficili circostanze.

Ci troviamo di fronte a una sfida che non ha precedenti per ampiezza e profondità, e dobbiamo saper dare risposte all’altezza di quella lungimiranza che, ancor oggi, rappresenta il patrimonio più prezioso che i Padri fondatori ci hanno lasciato in eredità.

Non è in gioco soltanto la risposta alla crisi epidemica, ma si tratta di un banco di prova fondamentale per il futuro dei nostri popoli e per la stessa stabilità del continente.

Il progetto europeo ha saputo dimostrare l’elasticità e la resilienza necessarie a propiziare fondamentali e positivi cambiamenti. È ora la volta, ineludibile, del rafforzamento della solidarietà politica dell’Unione.

Solo più Europa permetterà di affrontare in modo più efficace la pandemia – sfida di dimensioni realmente globali – sul piano della ricerca e della assunzione di misure per la difesa della salute e sul piano della ripresa economica e sociale. Saremmo tutti più in difficoltà se non potessimo disporre di quella necessaria rete di condivisione che lega i nostri popoli attraverso le istituzioni comuni.

Avvertiamo tutti la responsabilità di unirci nel sostegno alle vigorose misure di risposta alla crisi e alle sue conseguenze. Alle misure già decise e a quelle ancora da assumere. Il cammino europeo ha prodotto enormi progressi, in questi settant’anni, verso quella “fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica” immaginata da Schumann.

Ora l’emergenza in corso non fa che confermare l’urgenza di rispondere alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini europei, per sviluppare ancora di più il “fermento di una comunità più profonda”.

Tessere le fila del nostro destino comune è un dovere al quale non possiamo sottrarci.

Da "http://www.settimananews.it/" Europa, un destino comune di Sergio Mattarella

Niente fase 3 fino al 2022 secondo Fabrizio Landi, presidente di Toscana Life Sciences. E forse, nemmeno allora torneremo alla normalità: "Di virus come il Covid-19, potrebbero essercene altri. La cura? Due filoni: "Il primo parte dagli antivirali e il secondo, che seguiamo in TLS, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone guarite. Entro 18-24 mesi potremmo avere un sistema validato ed efficace"
Distinguere con razionalità la fase 2 dalla fase 3, senza precorrere i tempi. Parte da questa considerazione Fabrizio Landi, presidente dal 2014 della Fondazione Toscana Life Sciences intervistato da Formiche.net. Sarebbe però un errore mettere in atto strategie come se la fase 3, per quanto lontana, non dovesse arrivare mai. Pena quegli enormi costi economici – evitabilissimi – che andrebbero a gravare sulla già difficile condizione economica in cui versa il nostro Paese. La cura? Per Landi sempre più vicina fra antiretrovirali, eparina e, non da ultimo, le terapie basate sugli anticorpi sviluppati dalle persone già guarite dal Covid-19, che sembrano funzionare e garantire tempi meno lunghi per la commercializzazione e la distribuzione.

Eravamo tutti in attesa della Fase 2 e ora che è arrivata siamo tutti scontenti. Cosa cambia davvero?

Credo sia di fondamentale importanza guardare con schematicità alle diverse fasi che caratterizzano questa epidemia. La fase 1 è quella che si sta concludendo e in cui la pandemia ci ha colpiti con maggiore forza, cogliendoci del tutto impreparati. Devo dire, però, che ha portato alla luce un nostro grande punto di forza, la capacità di reazione. Avevamo meno posti letto in terapia intensiva di tanti Paesi vicini e in meno di due mesi ne abbiamo superati tantissimi.

Però?

Però nella fase 1 non avevamo disponibilità di test diagnostici che invece avremo nella fase 2, e che faranno una prima differenza importante. Ad oggi avevamo solo l’arma del distanziamento sociale e, ovviamente, la struttura del sistema sanitario che per fortuna ha retto all’enorme impatto dei malati entrati nella fase più grave (la polmonite) della malattia da Covid19.

Che però sembra funzionare…

Funziona, eccome. Addirittura, e questo è un dato davvero interessante, ha funzionato così bene che ha generato un crollo nell’uso di antibiotici dell’80-90%. Questo vuol dire che oltre a bloccare il coronavirus, abbiamo fermato tutte quelle infezioni batteriche non mortali (per quelle mortali siamo spesso già vaccinati), come ad esempio i famosi mal di gola invernali. Il distanziamento sociale funziona e, in mancanza di farmaci, è la cura più efficace. Ma capisce bene che non possiamo continuare così finché non si trova un vaccino, o rischiamo di uccidere irrimediabilmente l’economia nazionale.

Al di là del distanziamento sociale, le principali cure sono garantite oggi dai farmaci antiretrovirali. È corretto?

Certo: gli antiretrovirali sono un’arma importate. Intervengono sul collasso dei polmoni indotto da una anomala ed esagerata risposta immunitaria insieme ad altri farmaci come l’eparina, che invece interviene sulla trombizzazione sempre indotta nella fase acuta della polmonite da Covid-19. Ricordiamo, però, che si tratta di soluzioni che agiscono sull’effetto più grave del Covid-19 (appunto la polmonite) e non sul virus in sé.

E quale cura, invece, si sta studiando proprio per il virus?

Ci sono due filoni. Il primo parte proprio dal funzionamento degli antivirali, che puntano a disattivare il cosiddetto spike, la proteina che il virus usa per aprire la membrana cellulare. Per alcune malattie, funzionano. Per altre, come la malaria, assai meno. Il secondo filone, che è quello che seguiamo in TLS in collaborazione con lo Spallanzani, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone che sono guarite dalla malattia da Covid-19: si estraggono gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario dei guariti, si cercano quelli più forti, si clonano – producendo quindi non una sintesi chimica, ma un organismo naturale – per sviluppare un farmaco che sarà somministrato ai malati.

Ed è una via più rapida e più sicura?

Potenzialmente sì. Entro la fine dell’anno speriamo di aver prodotto in TLS una serie di target sufficienti per passare poi alla fase di produzione dei primi lotti con cui sperimentare l’efficacia del trattamento secondo le regole da definire con l’Aifa e gli enti regolatori. Se tutto procederà come previsto, a 18-24 mesi da oggi potremmo avere disponibile e validato un efficace sistema di profilassi e cura della malattia virale, guarendo gli infettati ed evitando la comparsa della polmonite indotta così grave come si è visto in questi ultimi pochi mesi.

Una buona notizia, quindi?

Certo, anche perché pur non avendo capacità produttiva sufficiente per produrne dosi massicce, dovremmo riuscire a produrre in Italia tutte le dosi pilota. Ovviamente, poi, per l’eventuale commercializzazione bisognerà rivolgersi all’industria.

Perché la Lombardia ha numeri molto più alti del resto d’Italia?

Guardi, io credo che vi siano più ragioni, ma che la singola più significativa sia da collegarsi alle scelte fatte di macro-organizzazione sanitaria della regione. Da circa vent’anni la Lombardia ha fatto la scelta di una politica sanitaria prettamente incentrata sulla centralità dell’ospedale a discapito di un minor ruolo della medicina territoriale, a differenza di altre regioni dove l’ospedale rappresenta la scelta di cura soprattutto per i pazienti in fase acuta e si, punta, quindi a trattare molto il paziente sul territorio. E sebbene questo sistema ospedale-centrico abbia indubbi pregi, fra cui notevoli risparmi dettati dalla concentrazione delle capacità tecnologiche e operative in un numero limitato di strutture, al contempo in caso di emergenze pandemiche l’ospedale diventa la prima causa di contagio massivo. Perché chiunque ha un qualunque tipo di malessere, va subito in ospedale e si infetta.

E dove è andata diversamente?

In Veneto, per esempio. Che pur avendo una tradizione culturale molto simile, ha mantenuto un’importante sanità territoriale.

Quando avremo il vaccino per tutti il Covid-19 sarà solo un brutto ricordo?

Il Covid-19 sì. Con il vaccino diventerà un problema al pari del morbillo, di cui non parla più nessuno. Ma dovremo fare attenzione e imparare la lezione. Perché dopo il Covid-19 potrebbero essercene altri. E la SARS o l’H1N1 sono stati campanelli di allarme che abbiamo sottovalutato. Questa volta starà a noi non farci trovare impreparati.

Quindi ci teniamo all’erta?

Sì, ma con razionalità. Non dobbiamo nemmeno reagire caoticamente, rivoluzionando i settori nazionali come se la fase 2 durasse per sempre. Guardi i trasporti, per esempio. Va bene vagliare soluzioni auspicabili per la fase 2, ma senza smantellare tutto come se la crisi sanitaria non dovesse finire mai.

Insomma, dobbiamo stare attenti a pianificare, ma non solo nel breve termine, come purtroppo abbiamo già fatto in passato.

Esatto. Come dicevo all’inizio, ogni fase ha il suo tempo e le sue caratteristiche. Il primo passo per affrontarle è saperle distinguere bene, ma senza dimenticarsi delle altre. Solo così potremo uscirne. Stanchi, ma non sconfitti.

Quando possiamo immaginare una Fase 3?

Fine 2021, inizio 2022. Non sono io a dirlo, è la previsione prevalente fra i numeri che analizzano e prevedono gli scienziati. Non dobbiamo farci illusioni, altrimenti la delusione sarà difficile da accettare. E potremmo correre rischi enormi di non poter vincere sino in fondo la battaglia contro il virus senza distruggere le nostre economie.


Da "formiche.net" Covid-19 fra cura e vaccino. Ecco come aspettare la fase 3. Parla Fabrizio Landi di Alessandra Micelli

L’alimentazione è una scelta geopolitica

Venerdì, 08 Maggio 2020 00:00


Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni di carne, soprattutto in situazioni di crisi come questa, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta.

Da trent’anni, una delle principali questioni affrontate nei congressi del Partito Comunista Cinese, in parte ancora coperta dal segreto di Stato, è come garantirsi cibo in periodi d’incertezze. Nell’ultimo Food Security Plan del 2019 si legge: «Le ciotole dei cinesi devono poggiare solidamente nelle nostre mani. Fare affidamento interamente sui mercati internazionali per alimentare 1,4 miliardi di abitanti è un rischio troppo grande per il governo cinese».

Chiedersi come la Cina possa garantirsi i propri bisogni alimentari, soprattutto in situazioni di crisi globali, significa porsi un quesito centrale per la stabilità dell’intero pianeta. La questione non sta solo nei nuovi milioni di individui da sfamare, quanto in tutte quelle persone che cambieranno dieta, “occidentalizzando” le proprie abitudini alimentari. Cosa vuol dire? Maggiori consumi di carne, pesce, uova, derivati del latte.

Per nutrirsi con proteine e carne occorre, pro capite, una superficie di terreno cinque volte superiore rispetto a un nutrimento a base di soli cereali. Veniamo da una fase di innovazioni quasi miracolose, che hanno per esempio consentito di triplicare la produzione dei cereali in cinquant’anni. Ma sarà molto difficile replicare quei miracoli, perché un conto è triplicare la produzione di cereali, ben altra cosa è triplicare quella di carne.

Per nutrire gli animali allevati, infatti, serve la soia. E l’aumento dei capi di bestiame comporta un aumento esponenziale della domanda di soia, tanto che le superfici coltivate in tutto il mondo stanno superando quelle a grano e mais. Già oggi 36 paesi poveri esportano cereali per l’alimentazione animale anziché sfamare la propria popolazione. Quindi, almeno nel prossimo trentennio, non solo il consumo di cibo crescerà più rapidamente sia della popolazione mondiale sia della produttività del settore agricolo, ma crescerà anche il consumo delle risorse planetarie necessarie al soddisfacimento di questi nuovi stili di vita.

Se così sarà, il problema di garantirsi il rifornimento di cibo in situazioni di scarsità, come quella che stiamo vivendo, oltre che un problema umano, diverrà un serio problema geopolitico. E il fattore cinese sarà determinante. Perché nel Paese già negli ultimi trent’anni l’incremento della domanda di cibo è stato accompagnato da un radicale cambiamento delle abitudini alimentari, che alla tradizionale dieta a base di carboidrati, ha aggiunto consistenti apporti di cibi a contenuto proteico.

Nel 1990 il consumo di carne pro capite della Cina era di 25 Kg, a fronte di una media mondiale di 33 Kg. Ai giorni nostri, la media pro capite è di 62 kg, a fronte di una media mondiale di 45 Kg. La Cina oggi consuma quasi la metà della carne di maiale che ogni anno viene consumata da tutta l’umanità. Volendo estremizzare, se i cinesi dovessero allinearsi del tutto alle diete proteiche occidentali – come ha calcolato Earth Policy Institute di Washington – occorrerebbero circa 120 miliardi di animali e per nutrirli bisognerebbe impiegare due terzi delle terre arabili del pianeta.

Man mano la Cina si è quindi trovata “scoperta” sia nella produzione domestica destinata all’alimentazione umana, sia in quella di carni, dovendo di conseguenza ricorrere per entrambe a massicce importazioni. E per mantenere l’autosufficienza nella produzione dei tre cereali principali (con l’obiettivo di almeno il 95% di autonomia prefissato dal governo) ha dovuto sacrificare una delle sue colture più antiche, proprio la soia, divenendone sempre più estero-dipendente.

In questo cortocircuito, per mantenere fermi il dogma della sovranità alimentare e dell’indipendenza dai mercati nelle situazioni di crisi, alla Cina non sono rimaste allora che due strade percorribili.

La prima è stata quella di aumentare a dismisura le proprie scorte strategiche di cibo. È certo che ormai la Cina sia diventata il più grande magazzino di cibo del mondo. La seconda via, ancora più impattante sugli equilibri mondiali e assai discussa nei suoi diversi aspetti problematici, è stata invece quella di aumentare le proprie superfici coltivabili andando a prendersele all’estero.

A livello mondiale, la terra incolta è pari a circa il 20% della terra coltivata ed è concentrata in Africa e in America Latina. Ed è proprio lì che, come sappiamo, il Dragone ha puntato, investendo parte delle sue imponenti risorse finanziarie e trovando nello sterminato territorio africano, non senza conseguenze per i paesi interessati, quello spazio vitale necessario alla realizzazione della propria food security e della propria indipendenza alimentare.

E così, mentre in America con la pandemia si tocca con mano la pesante crisi di una parte del sistema dell’approvvigionamento alimentare a partire proprio dalle filiere della carne, il paese del Dragone annuncia per il 2020 raccolti e produzioni agricole record mai raggiunte fino a qui.


Da "www.linkiesta.it" L’alimentazione è una scelta geopolitica

L’intollerabile paradosso del Sud

Lunedì, 04 Maggio 2020 00:00

Il Coronavirus e l’Italia a due velocità: nel Sud soltanto sfiorato dall’epidemia resta tutto fermo per aspettare che la situazione migliori al Nord.

I dati odierni sull’epidemia di Coronavirus in Italia sono confortanti a livello nazionale, e a maggior ragione dimostrano che le Regioni del Sud sono state soltanto sfiorate dall’epidemia: lì dove il contagio è stato estramamente limitato, le curve epidemiche si sono abbassate molto più rapidamente rispetto a quanto non sta accadendo al Nord. Per capire la geografia dell’epidemia in Italia è sufficiente analizzare la distribuzione delle vittime. Infatti i 22.745 morti d’Italia sono così distribuiti:

19.736 al Nord (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia), pari all’86,9% del totale
2.022 al Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo), pari all’8,7% del totale
987 al Sud (Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), pari al 4,3% del totale
La situazione è analoga anche per i casi accertati. Basti pensare che in Molise ci sono già stati 5 giorni senza nuovi casi, un giorno senza positivi anche in Basilicata e nella Provincia di Reggio Calabria. Persino i dati delle Regioni più popolose sono diventati estremamente contenuti: oggi in Campania abbiamo avuto appena 64 casi, in Puglia 69, in Sicilia 46. Stiamo parlando di Regioni con circa 5 milioni di abitanti (poco più la Campania, poco meno la Puglia). Per il virus, qui la “fase 2” è già iniziata: non è immaginabile il traguardo di zero casi in aree geografiche così vaste, quindi questi numeri rimarranno più o meno stabili per tutti i prossimi mesi.

Ancora più rilevante è il dato della percentuale di positivi sui tamponi effettuati: questa cifra conferma che le Regioni in cui il virus sta circolando di meno sono proprio le due più meridionali, cioè Calabria e Sicilia. In Calabria appena il 4,5% dei tamponi è risultato positivo, in Sicilia il 5,8%. E, come vediamo dal dato, i test effettuati non sono stati pochi.

Insomma, al Sud la situazione è estremamente confortante. Eppure resta tutto blindato, anzi le Regioni che stanno alimentando il dibattito sulla riapertura sono proprio la Lombardia e il Veneto dove si concentrano le principali attività produttive. Forse, però, sarebbe più opportuno ragionare in base ad aree geografiche: gli scienziati hanno addirittura proposto di concludere il campionato di calcio negli stadi del Sud, per evitare nuovi assembramenti che in zone in cui sta ancora circolando l’epidemia (soprattutto Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna). E se persino la Cina ha posto in lockdown esclusivamente la Provincia di Hubei (il 6% della popolazione del Paese), in Italia rimaniamo tutti chiusi con le misure di lockdown più stringenti del mondo anche nelle Regioni in cui abbiamo poche unità di contagi giornalieri. Se oggi non può riaprire la Sicilia con 46 casi su 5 milioni di abitanti, allora la Lombardia non riaprirà neanche a giugno o luglio, quando inevitabilmente continuerà ad avere qualche decina di casi giornalieri come oggi in Sicilia. Oppure la Lombardia riaprirà gradualmente a partire dal 4 maggio quando avrà certamente molti più casi rispetto a quelli odierni della Sicilia: e allora non si capisce perchè, oggi, in Sicilia, in Calabria, in Basilicata, in Sardegna e nel Molise ci sono 10 milioni di persone costrette agli arresti domiciliari con una situazione epidemica così contenuta.

Il premier Conte nell’ultima conferenza stampa aveva promesso eventuali riaperture graduali anche “prima del 4 maggio, qualora ci fossero le condizioni“. E mentre gli scienziati ribadiscono che per la fase 2 non si possono aspettare i “casi zero”, perchè non si arriverà a “casi zero” (anche in Cina continuano ad esserci nuovi casi ogni giorno nonostante siano passati 4 mesi, e persino Wuhan è tornata alla normalità), il Sud che i “casi zero” li sta sfiorando, resta ancora blindato. Aspettando che il contagio diminuisca anche al Nord. Perchè l’Italia è una e dobbiamo seguire tutti le stesse misure. Ma se la situazione fosse stata capovolta, il Governo avrebbe adottato la stessa decisione?

Da "http://www.strettoweb.com/" Coronavirus, l’intollerabile paradosso del Sud: pochissimi casi, ma resta tutto blindato in attesa del Nord

Coronavirus, Regioni in guerra sul lockdown

Venerdì, 01 Maggio 2020 00:00

Sulla fine del lockdown ormai è scontro aperto anche tra le Regioni. Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, non poteva essere più chiaro con il collega della Lombardia, Attilio Fontana, che resta deciso a riaprire quanto prima: "Se dovessimo avere una corsa in avanti", da zone dove il contagio è ancora presente, in maniera forte, "chiuderemo i nostri confini". L'idea è quella di fare un'ordinanza per vietare l'ingresso di cittadini provenienti dai cluster più caldi, per evitare nuovi esodi verso il sud. La preoccupazione dell'ex sindaco di Salerno è quella di essere costretti a richiudere tutto in due settimane, per una nuova esplosione del contagio: "Non reggeremmo più e crollerebbe l'Italia".


Il dibattito sulla riapertura resta caldissimo. Da Palazzo Chigi provano a spegnere voci e ipotesi di date, spiegando che "in alcuni casi non hanno alcun tipo di fondamento", visto che lo studio è ancora in atto. Il governo ha il dossier aperto, con il Comitato tecnico-scientifico e task force di esperti guidata da Vittorio Colao a pieno regime per studiare la fase 2. Ma "solo quando avrà terminato i lavori comunicherà in maniera chiara i tempi e le modalità di allentamento del lockdown, così da dare agli italiani un'informazione certa". Poi il monito contro "anticipazioni, indiscrezioni e fughe in avanti, in un momento tanto delicato" che "rischiano di alimentare caos e confusione". Ai piani alti dell'esecutivo vorrebbero "la responsabile collaborazione di tutti".

Anche perché i rumors che si inseguono ormai da giorni indicano la riapertura di bar, ristoranti e parchi pubblici. Potenziali luoghi di assembramento in un'epoca in cui il coronavirus è tutt'altro che sconfitto. In questo senso vanno interpretate le smentite che arrivano da fonti del Mise sulle voci di un 'Piano' a cui starebbe lavorando il ministro cinquestelle, Stefano Patuanelli. Il governo, fanno sapere dallo Sviluppo economico, "riceverà le proposte della task force di Colao e le esaminerà confrontandosi con Regioni e Comuni nella cabina di regia per poi decidere assumendosi, come sempre, tutte le responsabilità delle scelte". Cautela è anche la parola d'ordine degli esperti che coadiuvano Conte e la squadra dei ministri. "Bisogna avere bene in testa la necessità di essere attenti nella ripresa, sia della vita sociale che delle attività produttive", avvisa infatti il presidente del Consiglio superiore di sanità, Franco Locatelli.

Fontana, però, va avanti col suo progetto e annuncia: "Stiamo lavorando agli Stati generali del Patto per lo Sviluppo, in collegamento con più di cento rappresentanti delle attività produttive, dei sindacati e delle università, per il ritorno alla 'nuova normalità'". Il governatore ribadisce: "Vogliamo ripartire, nel rispetto delle 4D: distanza, dispositivi, digitalizzazione, diagnosi". I toni sono comunque più concilianti: "Se la scienza ci dirà di stare chiusi staremo chiusi, ma nell'ipotesi in cui ci fossero le condizioni per ripartire, noi il 4 maggio dobbiamo essere pronti". A bacchettarlo è il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, che invita il presidente della Lombardia e la Lega ad essere più cauti, perché i numeri dell'epidemia "purtroppo parlano chiaro".

Da "https://www.iltempo.it/" Coronavirus, Regioni in guerra sul lockdown: il Sud contro la Lombardia. Fase 2 con zone rosse?