Niente fase 3 fino al 2022 secondo Fabrizio Landi, presidente di Toscana Life Sciences. E forse, nemmeno allora torneremo alla normalità: "Di virus come il Covid-19, potrebbero essercene altri. La cura? Due filoni: "Il primo parte dagli antivirali e il secondo, che seguiamo in TLS, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone guarite. Entro 18-24 mesi potremmo avere un sistema validato ed efficace"
Distinguere con razionalità la fase 2 dalla fase 3, senza precorrere i tempi. Parte da questa considerazione Fabrizio Landi, presidente dal 2014 della Fondazione Toscana Life Sciences intervistato da Formiche.net. Sarebbe però un errore mettere in atto strategie come se la fase 3, per quanto lontana, non dovesse arrivare mai. Pena quegli enormi costi economici – evitabilissimi – che andrebbero a gravare sulla già difficile condizione economica in cui versa il nostro Paese. La cura? Per Landi sempre più vicina fra antiretrovirali, eparina e, non da ultimo, le terapie basate sugli anticorpi sviluppati dalle persone già guarite dal Covid-19, che sembrano funzionare e garantire tempi meno lunghi per la commercializzazione e la distribuzione.

Eravamo tutti in attesa della Fase 2 e ora che è arrivata siamo tutti scontenti. Cosa cambia davvero?

Credo sia di fondamentale importanza guardare con schematicità alle diverse fasi che caratterizzano questa epidemia. La fase 1 è quella che si sta concludendo e in cui la pandemia ci ha colpiti con maggiore forza, cogliendoci del tutto impreparati. Devo dire, però, che ha portato alla luce un nostro grande punto di forza, la capacità di reazione. Avevamo meno posti letto in terapia intensiva di tanti Paesi vicini e in meno di due mesi ne abbiamo superati tantissimi.

Però?

Però nella fase 1 non avevamo disponibilità di test diagnostici che invece avremo nella fase 2, e che faranno una prima differenza importante. Ad oggi avevamo solo l’arma del distanziamento sociale e, ovviamente, la struttura del sistema sanitario che per fortuna ha retto all’enorme impatto dei malati entrati nella fase più grave (la polmonite) della malattia da Covid19.

Che però sembra funzionare…

Funziona, eccome. Addirittura, e questo è un dato davvero interessante, ha funzionato così bene che ha generato un crollo nell’uso di antibiotici dell’80-90%. Questo vuol dire che oltre a bloccare il coronavirus, abbiamo fermato tutte quelle infezioni batteriche non mortali (per quelle mortali siamo spesso già vaccinati), come ad esempio i famosi mal di gola invernali. Il distanziamento sociale funziona e, in mancanza di farmaci, è la cura più efficace. Ma capisce bene che non possiamo continuare così finché non si trova un vaccino, o rischiamo di uccidere irrimediabilmente l’economia nazionale.

Al di là del distanziamento sociale, le principali cure sono garantite oggi dai farmaci antiretrovirali. È corretto?

Certo: gli antiretrovirali sono un’arma importate. Intervengono sul collasso dei polmoni indotto da una anomala ed esagerata risposta immunitaria insieme ad altri farmaci come l’eparina, che invece interviene sulla trombizzazione sempre indotta nella fase acuta della polmonite da Covid-19. Ricordiamo, però, che si tratta di soluzioni che agiscono sull’effetto più grave del Covid-19 (appunto la polmonite) e non sul virus in sé.

E quale cura, invece, si sta studiando proprio per il virus?

Ci sono due filoni. Il primo parte proprio dal funzionamento degli antivirali, che puntano a disattivare il cosiddetto spike, la proteina che il virus usa per aprire la membrana cellulare. Per alcune malattie, funzionano. Per altre, come la malaria, assai meno. Il secondo filone, che è quello che seguiamo in TLS in collaborazione con lo Spallanzani, utilizza gli anticorpi prodotti dalle persone che sono guarite dalla malattia da Covid-19: si estraggono gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario dei guariti, si cercano quelli più forti, si clonano – producendo quindi non una sintesi chimica, ma un organismo naturale – per sviluppare un farmaco che sarà somministrato ai malati.

Ed è una via più rapida e più sicura?

Potenzialmente sì. Entro la fine dell’anno speriamo di aver prodotto in TLS una serie di target sufficienti per passare poi alla fase di produzione dei primi lotti con cui sperimentare l’efficacia del trattamento secondo le regole da definire con l’Aifa e gli enti regolatori. Se tutto procederà come previsto, a 18-24 mesi da oggi potremmo avere disponibile e validato un efficace sistema di profilassi e cura della malattia virale, guarendo gli infettati ed evitando la comparsa della polmonite indotta così grave come si è visto in questi ultimi pochi mesi.

Una buona notizia, quindi?

Certo, anche perché pur non avendo capacità produttiva sufficiente per produrne dosi massicce, dovremmo riuscire a produrre in Italia tutte le dosi pilota. Ovviamente, poi, per l’eventuale commercializzazione bisognerà rivolgersi all’industria.

Perché la Lombardia ha numeri molto più alti del resto d’Italia?

Guardi, io credo che vi siano più ragioni, ma che la singola più significativa sia da collegarsi alle scelte fatte di macro-organizzazione sanitaria della regione. Da circa vent’anni la Lombardia ha fatto la scelta di una politica sanitaria prettamente incentrata sulla centralità dell’ospedale a discapito di un minor ruolo della medicina territoriale, a differenza di altre regioni dove l’ospedale rappresenta la scelta di cura soprattutto per i pazienti in fase acuta e si, punta, quindi a trattare molto il paziente sul territorio. E sebbene questo sistema ospedale-centrico abbia indubbi pregi, fra cui notevoli risparmi dettati dalla concentrazione delle capacità tecnologiche e operative in un numero limitato di strutture, al contempo in caso di emergenze pandemiche l’ospedale diventa la prima causa di contagio massivo. Perché chiunque ha un qualunque tipo di malessere, va subito in ospedale e si infetta.

E dove è andata diversamente?

In Veneto, per esempio. Che pur avendo una tradizione culturale molto simile, ha mantenuto un’importante sanità territoriale.

Quando avremo il vaccino per tutti il Covid-19 sarà solo un brutto ricordo?

Il Covid-19 sì. Con il vaccino diventerà un problema al pari del morbillo, di cui non parla più nessuno. Ma dovremo fare attenzione e imparare la lezione. Perché dopo il Covid-19 potrebbero essercene altri. E la SARS o l’H1N1 sono stati campanelli di allarme che abbiamo sottovalutato. Questa volta starà a noi non farci trovare impreparati.

Quindi ci teniamo all’erta?

Sì, ma con razionalità. Non dobbiamo nemmeno reagire caoticamente, rivoluzionando i settori nazionali come se la fase 2 durasse per sempre. Guardi i trasporti, per esempio. Va bene vagliare soluzioni auspicabili per la fase 2, ma senza smantellare tutto come se la crisi sanitaria non dovesse finire mai.

Insomma, dobbiamo stare attenti a pianificare, ma non solo nel breve termine, come purtroppo abbiamo già fatto in passato.

Esatto. Come dicevo all’inizio, ogni fase ha il suo tempo e le sue caratteristiche. Il primo passo per affrontarle è saperle distinguere bene, ma senza dimenticarsi delle altre. Solo così potremo uscirne. Stanchi, ma non sconfitti.

Quando possiamo immaginare una Fase 3?

Fine 2021, inizio 2022. Non sono io a dirlo, è la previsione prevalente fra i numeri che analizzano e prevedono gli scienziati. Non dobbiamo farci illusioni, altrimenti la delusione sarà difficile da accettare. E potremmo correre rischi enormi di non poter vincere sino in fondo la battaglia contro il virus senza distruggere le nostre economie.


Da "formiche.net" Covid-19 fra cura e vaccino. Ecco come aspettare la fase 3. Parla Fabrizio Landi di Alessandra Micelli