L’ultimo report della Commissione disegna una futuro inevitabile: calo delle nascite, età media sempre più alta: 49 anni. Nei paesi dell’Est il crollo è preoccupante, Gli Stati occidentali si salvano per ora solo grazie agli immigrati. Nel 1960 gli abitanti europei erano il 12% della popolazione mondiale, nel 2070 saranno solo il 4%.


«I cambiamenti demografici in Europa saranno tali da modificare profondamente la società e l’economia del Continente». Secondo l’ultimo report della Commissione europea sulla demografia l’Unione ha davanti a sé un futuro già scritto, con un’età media dei suoi abitanti sempre più alta e un crollo delle nascite. Se nel 1960 gli abitanti erano il 12% della popolazione mondiale, ora sono il 6% e nel 2070 saranno solo il 4%. Uno scenario legato alle scelte fatte a livello politico, economico e culturale dai singoli Stati e destinate a manifestarsi tanto nel presente quanto nel futuro. Per questo «non va sprecata l’occasione per costruire una società europea più giusta e resiliente».

Dal 1960 il numero di abitanti europei è cresciuto del 25%, toccando quota 447 milioni nel 2019. Un dato che però nasconde molte disparità al suo interno, visto che Paesi come Belgio, Cipro e Irlanda hanno mantenuto nel corso del tempo tassi relativamente consolidati di crescita mentre altri, come Bulgaria, Croazia, Lettonia e Romania, hanno cominciato a spopolarsi a partire dal 1990. Un anno non casuale per i paesi dell’Europa dell’Est che negli anni Novanta si sono resi indipendenti dal blocco di Varsavia e dall’Unione Sovietica, crollata nel 1991.

Le politiche a favore della natalità attuate finora dai governi della regione non hanno frenato l’emorragia di giovani, che spesso decidono di emigrare insieme alle famiglie perché non trovano le giuste condizioni di vita nei loro Paesi. Un calo raccontato dai numeri: Un calo raccontato dai numeri: nei prossimi decenni la Bulgaria perderà il 39 per cento della sua popolazione, seguita da Romania (30 per cento) e Polonia (15 per cento)

Se in Europa occidentale non accade lo stesso, il merito è dell’immigrazione. Infatti, la popolazione europea è destinata a crescere ancora per qualche anno, raggiungendo i 449 milioni di abitanti nel 2025 per poi scendere a 424 nel 2070. Un dato probabilmente inconciliabile con il basso tasso di natalità, sceso in maniera costante dagli anni ’60 agli anni ’90 in tutto il Continente.

Nel 2018 la Commissione ha registrato un tasso di 1,55 figli per donna, un valore ben distante dal quel 2,1 che manterrebbe stabile una popolazione in assenza di migrazioni. In alcune aree europee il dato arriva a scendere addirittura sotto quota 1,25, come in Sardegna e in alcune parti del Mezzogiorno italiano, in Grecia e nel nord ovest della Spagna.

Un dato certamente legato alla condizione economica di queste aree, tra le più povere del Continente, dove la donna risente maggiormente delle condizioni di incertezza e precarietà a livello soprattutto occupazionale. Si spiega anche così la crescita dell’età media in cui una donna europea decide di partorire, arrivata nel 2018 a 30,8 anni.

Nel Continente cresce però anche l’aspettativa di vita. Come sottolinea il report, «gli europei vivono generalmente più a lungo, più in salute e più sicuri rispetto al passato, grazie anche a un sistema sanitario e di welfare tra i più avanzati a livello mondiale».

Lo dimostrano le statistiche: nel 2070 l’aspettativa di vita di uomini e donne conterà quasi 10 anni in più rispetto a oggi e sarà di 86 anni per gli uomini e di oltre 90 per le donne. Le condizioni di vita però sono notevolmente diverse nell’Unione.

Se gli abitanti di alcuni Paesi dell’Europa occidentale, come Italia, Spagna e Francia, hanno un’aspettativa media di vita superiore agli 80 anni, quella nei Paesi dell’Europa orientale, come Estonia, Lettonia o Romania, è addirittura inferiore ai 76. Un dato spiegabile soprattutto con le migliori opportunità di vivere più a lungo in salute presenti ad Ovest e non ad Est.

Insieme alla crescita dell’aspettativa di vita sale anche l’età media della popolazione europea più alta. Una questione molto importante, soprattutto a livello economico e occupazionale. Secondo le statistiche, nel 2070 l’età media della popolazione sarà di 49 anni e a incidere maggiormente sarà la fascia anziana, in particolare gli over 65, che arriverà a essere più di un quarto della popolazione totale.

Una crescita che sarà a fatica supportata dalla popolazione in età da lavoro (20-64 anni), che scenderà al 51% della popolazione, e dai bambini e ragazzi, che tra 50 anni saranno solo 12,6 milioni in tutto il Continente. Nell’agenda europea degli anni a venire sarà così centrale la “silver economy”, visto che un’Europa sempre più anziana avrà necessariamente bisogno di attività e servizi diversi da quelli odierni. Prenderne atto sarà la prima attività che l’Unione dovrà svolgere, per non farsi trovare impreparata alla prova dei fatti.

Da "https://www.linkiesta.it/" In Europa sta per scoppiarci in mano una bomba demografica di Lucio Palmisano

Donald Trump, lo stratega del Caos

Venerdì, 26 Giugno 2020 00:00


Tutti coloro che, dall’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati smentiti. Lui è sempre stato fedele a se stesso e, sconfitto o vittorioso, non muterà linea nella sua scherma con la vita. Caos, fino all’ultima stoccata.

Uno dei massimi dirigenti dell’intelligence Usa, da poco passato al settore privato, è interrogato a bruciapelo da un conoscente: “Secondo lei, Trump è un’eccezione nella politica americana o rappresenta invece il nostro futuro di populismo e nazionalismo?”. La risposta è accompagnata da un sorriso enigmatico: “Dipende: se Trump perde a novembre contro il democratico Joe Biden resterà un’eccezione; se rivince e governa fino al 2024 sarà la nostra futura vita”.

È straordinario come, a poco più di quattro mesi dal voto per la Casa Bianca, il presidente americano, pur ubiquo nella vita quotidiana del paese e del mondo, resti un dilemma, per sostenitori e avversari. Chi è davvero Trump? Qual è la sua strategia? Cosa spera di ottenere in politica? Sorprende come amici e nemici restino spiazzati dal leader Usa, incapaci di comprenderne infine le mosse. Uno dei grandi misteri della Casa Bianca, dalla vittoria del 2016 a oggi, resta infatti l’arroganza con cui tante personalità di primo livello, progressisti - vedi il Nobel per l’economia ed editorialista del New York Times Paul Krugmano il suo collega Tom Friedman, premio Pulitzer, detestino Trump, senza però saper spiegare perché seduca metà del paese.

Tra i commentatori liberal nessuno usa le categorie di Antonio Gramsci, pur popolarissimo nei campus Usa: come si radica l’egemonia culturale del trumpismo, perché la sua “guerra di movimento” ha frustrato nel 2016 la “guerra di posizione” della Clinton? Di converso, tra i repubblicani, quanti si sono illusi di far da mentore al focoso ex imprenditore di New York, certi di poterlo dominare, grazie all’esperienza e alla cultura ignote al palazzinaro degli hotel kitsch, solo per vedersi in breve scacciati e umiliati?

La lista dei mancati burattinai è impressionante, per lunghezza e prestigio. Il primo segretario di Stato, Rex Tillerson, era l’amministratore delegato della compagnia petrolifera Exxon, terza nella classifica della rivista Fortune dopo i grandi magazzini Walmart e Amazon, fatturato annuo di 238 miliardi di dollari (213 miliardi di euro). In confronto la Trump Corp. fattura una minuscola frazione, 655 milioni di dollari l’anno (586 milioni di euro: non tutti i bilanci son disponibili). Di certo, seduti al tavolo dell’amministrazione i due ex businessmen, il peso massimo Tillerson e il peso piuma Trump, dovevano esser coscienti del divario, eppure mai, nei tredici mesi di convivenza, il capo dell’onnipotente Exxon è riuscito ad influenzare il presidente, dimettendosi in disgrazia, dopo averlo definito “moron”, un pirla.

E Steve Bannon? L’astuto stratega dei new media di Breitbart era sicuro di saper imbrigliare Trump, facendone un guerriero contro il “Deep State”, le istituzioni storiche Usa che lo scamiciato attivista combatte. L’ex ufficiale di Marina che ha fatto i soldi nel Gotha del capitalismo, Goldman Sachs, una laurea alla Harvard Business School, voleva giostrare tra il presidente assuefatto ai telegiornali notturni di destra di Fox News e il Governo, teatrino da irretire: è durato meno di sette mesi, dal 20 gennaio al 18 agosto 2017, come un flirt dalla settimana bianca a Ferragosto. Che gente alla Bannon, col seguito di strateghi militari screditati ed economisti pataccari, trovi ancora credito sui media italiani fa quasi tenerezza, come quando dall’America arrivavano certi simpatici cantanti di secondo rango, a girare balere e tv per una sola estate, alla Rocky Roberts 1967 “Stasera mi butto”.

E ogni sera si butta, in una nuova titanica impresa, il genero di Trump, Jared Kushner, che dalle disavventure del padre Charles, condannato a 14 mesi di galera per aver organizzato incontri clandestini tra il cognato e una prostituta a fini di ricatto, ha tratto, alla Freud, un legame profondo con Trump, che lo preferisce ai due, scapestrati, figli maschi, uno dei quali adesso nei guai per aver rilanciato via social contenuti della setta complottista Qanon, certa di combattere l’Anticristo in nome di Trump.

La figlia Ivanka, che con tacchi a spillo e una borsa Max Mara da 1540 dollari non adatta di solito ai moti di piazza, persuade il padre alla sventurata marcia sulla chiesa di St. John, a Washington, per farsi fotografare con la Bibbia in mano, ha ottenuto in cambio dell’impresa i peggiori sondaggi di popolarità di sempre: pare la borsa griffata servisse proprio a trasportare il libro sacro.

Stephen Miller, l’enigmatico consigliere che redasse il piano, contestato, per bloccare l’immigrazione da certi paesi islamici, resta persuaso che sollevare paure sui messicani sia vincente.

Neppure la First Lady Melania, il cui passato misterioso è indagato dalla nuova biografia, “The Art of Her Deal” scritta dalla giornalista premio Pulitzer Mary Jordan, del Washington Post, una donna tanto guardinga da aver rinegoziato con Trump il contratto matrimoniale dopo la vittoria elettorale, gioca nel team. Gli avvocati di Melania, racconta la Jordan, quando il candidato repubblicano era in difficoltà per le battute sessiste, “Le donne? Prendile per la f…” semplicemente alzarono il prezzo del silenzio. Ivanka sfotte la terza moglie di Trump come “Il ritratto”, perché non parla mai, Melania ricambia con “Principessa”, vale a dire figlia viziata.

E i generali? Se leggete con attenzione le note biografiche di quelli che Trump, ex allievo di un liceo militare dove l’inflessibile padre Fred l’aveva cacciato per punizione, chiamava fiero “My Generals”, restate stupiti e ammirati per il loro coraggio, cultura, dedizione, patriottismo. Il generale a tre stelle H.R. McMaster sbaragliò il 23 febbraio del 1991 i carri armati della divisione scelta Tawakalna, della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein alla battaglia di 73 Easting, nel sud dell’Iraq, per liberare il Kuwait: la tattica fu così brillante da esser inclusa nei libri di testo dell’Accademia di West Point e ispirare lo scrittore di thriller Tom Clancy per il saggio “Armored Cav”. Ma il guerriero è solo una parte di McMaster che ha scritto anche un’opera fondamentale, e struggente, “Dereliction of Duty: Johnson, McNamara, the Joint Chiefs of Staff, and the Lies That Led to Vietnam”, analisi di che cosa davvero abbia sconfitto gli americani nel Sud Est asiatico, l’incapacità dei vertici militari di dire la verità ai politici, per malinteso senso del dovere, subalternità, codardia, opportunismo. Per questo il generale-intellettuale accetta l’offerta di Trump, che non deve piacergli troppo, il giovane Donald imboscato al tempo della leva militare per il Vietnam con la diagnosi di un minuscolo sperone osseo al piede, redatta dal medico di famiglia. McMaster vuole vedere la sua tesi realizzata nella storia, dirà la verità al presidente sulla guerra al terrorismo che va male, da Kabul a Baghdad a Damasco e Teheran, e il paese risorgerà. Trump non l’ascolta, la strategia oscilla tra raid sporadici sulla Siria, l’eliminazione del capo Isis al Baghdadi e quella del generale delle milizie iraniane Soleimani, salvo poi smaniare - come rivela l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale Bolton - pur di avere un incontro riservato con l’astuto ministro degli Esteri iraniano Zarif.

McMaster dura 14 mesi, dal febbraio ’17 all’aprile ’18, il suo collega generale Mattis, quattro stelle e due soprannomi classici “Caos” e “Cane rabbioso” (non “cane pazzo” come, non saprei perché, ripete la tv italiana) dura due anni, dal gennaio ’17 al gennaio ’19, al Pentagono, Ministero della Difesa, e l’esperienza deve averlo impressionato al punto da rompere il tradizionale riserbo di militari e ministri e criticare l’idea di Trump di usare l’esercito contro le dimostrazioni, in un saggio per la rivista The Atlantic, un mese fa. E veniamo all’ultimo dei generali, John Kelly, il più malinconico e vicino a Trump per le idee anti emigrazione, come dimostra nei sette mesi passati dal gennaio ’17 come capo della Homeland Security, chiamato quindi a fare da capo di gabinetto per metter ordine nel bailamme di una Casa Bianca dove Kushner stila da solo un “piano di pace” in Medio Oriente che nessuno si fila. Considerato “l’adulto nell’asilo infantile”, il generale dei Marine Kelly debutta l’ultimo giorno di luglio del ’17, quando la frenesia di Bannon, Miller e degli altri populisti ha già seminato una giungla di zizzania. Disbosca rivalità, controlla l’agenda del presidente con mano ferrea, impedisce a Jared e Ivanka di prendere appuntamenti nello Studio Ovale senza permesso, prova insomma a riportare ordine. Caccia Bannon, caccia in dieci giorni il bizzarro affarista italo americano Scaramucci (licenziato, a norma di contratto, ancor prima di prendere servizio, raro record), caccia l’invadente consigliera Omarosa Manigault.

Abboccano tutti, se rileggete Washington Post, New York Times, Wall Street Journal, come racconta il brillante sito di sondaggi dello studioso di dati Nate Silver FiveThirtyEight, vedrete come i media mainstream abbiano provato a persuadere se stessi, prima che l’opinione pubblica, della “normalizzazione” di Trump. Basta col presidente della “carneficina Usa”, del muro al confine con il Messico, dell’apertura senza preparazione alla Corea nucleare di Kim Jong un, cui Trump cerca disperatamente di regalare una copia del disco “Rocket Man” di Elton John, per scusarsi col dittatore per averlo preso in giro, prima del vertice, come “Uomo Razzetto”. La Storia, esse maiuscola, registrata dalle occhiute note di Bolton, sancisce che il dono non si realizza, le sanzioni contro Pyongyang lo proibiscono, ma il presidente non si rassegna e tempesta diplomatici e ministri.

Il carisma del generale Kelly è consacrato dal destino di suo figlio, Robert Kelly, ufficiale del Corpo dei Marines, come il padre e il fratello John, tenente colonnello: nel 2010 una mina dei talebani lo uccide a Sangin, in Afghanistan. Alla Convenzione Democratica del 2016, Khizr Khan, padre di un caduto di origine musulmana, aveva criticato il presidente in diretta dal podio e il dolore di Kelly schermava le sue critiche. Come il maestro dell’asilo che finisce vittime dei bambini peste di certe vecchie vignette, Kelly resiste dalla fine di luglio ’17 al due di gennaio del ’19, poi anche lui lascia il Grand Hotel Trump, gente che va gente che viene. Rompe il silenzio per schierarsi con Mattis contro Trump.

Ora il presidente è solo. Il suo partito repubblicano non osa contraddirlo, ma mugugna. I guru della campagna elettorale al Senato urlano ai candidati di non farsi fotografare con il cappelluccio da baseball rosso Make American Great Again, “volete perder voti?”. Al comizio di Tulsa, domenica, doveva partecipare secondo la Casa Bianca, un milione di militanti, ne sono arrivati 6200 e non per la bufala della app Tik Tok usata dai ragazzini per bloccare falsi biglietti di ingresso (il software funziona in modo diverso…), ma perché anche i trumpiani di ferro sono stremati, da pandemia, disoccupazione, rivolte.

Tutti coloro che, dal giorno dell’Inaugurazione in avanti, hanno scommesso sul “nuovo” Trump sono stati, come gli ingenui generali, smentiti. In realtà chi conosce la vita del presidente, chi lo ha seguito passo passo a New York quando creò il suo impero, in slalom con la bancarotta, i casino e i concorsi delle Miss, lo show televisivo, i campi da golf, le tre famiglie, le paginate sul New York Times chiedendo la pena di morte per i giovani neri, poi risultati innocenti, per uno stupro a Central Park, i dubbi sul certificato di nascita di Obama che lo squalificherebbe dalla carica di presidente, sanno che Donald John Trump è sempre stato fedele a se stesso. Fare il duro con la grinta a labbra serrate, poi firmare l’accordo sottobanco, preferire l’immagine alla realtà, ridurre la vita, gli affari, la politica a gran teatro, dove il gesto ad effetto prevale su diplomazia, strategia, disciplina militare, fedeltà ai valori.

L’avvocato Gianni Agnelli, presidente della Fiat, mi raccontò una volta del suo maestro di scherma, alla Scuola di Pinerolo, prima di esser trasferito al Reggimento Nizza Cavalleria. All’ultima lezione l’istruttore disse all’allievo celebre: “Le ho insegnato a tirare contro ogni tipo di avversario, tranne uno”. “E quale?” chiese incuriosito Agnelli. “Chi vive nel Caos - rispose il maestro - chi ignora il normale calcolo del dare e l’avere nel rischio, chi per un graffio apre del tutto la guardia, chi non segue le regole razionali di convenienza e azzardo”.

A Trump la strategia del Caos ha aperto una Casa Bianca che tutti ritenevano sbarrata. Non si modererà, non userà TikTok, non lo vedrete in dialogo affabile con la Merkel come Reagan con la Thatcher. Ha già proibito i visti di lavoro internazionali per il 2020, la scusa è il virus, in realtà strizza l’occhio alle base anti emigranti. Sa che il paese è diviso, quando la formula automobilistica delle gare Nascar proibisce la bandiera razzista del Sud sui circuiti, qualcuno appende un cappio da linciaggio nel garage del solo pilota afroamericano, Bubba Wallace. In solidarietà, i piloti dello sport più macho, sudista, legato agli elettori di destra spingono la vettura di Bubba dai box alla linea di partenza. Tra le donne Trump perde contro Biden con uno scarto del 23% nei sondaggi, mentre Hillary Clinton, prima donna candidata, aveva un vantaggio del 14%. Tra le donne bianche senza laurea Trump batte ancora Biden del 14% ma, attenti!, quattro anni fa aveva in quella fascia di elettrici il 25% contro Hillary.

Joe Biden, anziano, pasticcione, mai leader di prima fila, promette pace dopo quattro anni di caos e ritorno a una normale dialettica Repubblicani-Democratici. All’America esausta di questa estate Trump ripropone la Strategia del Caos, scommettendo ancora sull’istinto di rovesciare il tavolo. Accusa Obama di “tradimento”, ma non dice perché. Funzionerà? Quattro mesi son lunghi in politica e ogni mese ha avuto nel 2020 il suo dramma. Per di più, per la prima volta dai tempi di guerra, milioni di elettori voteranno per posta causa virus, allungando oltre la notte del 3 novembre l’attesa dello scrutinio, con Trump che già parla, via twitter, di possibili brogli e lascia temere settimane di stallo, se Biden non vincesse a valanga. E i titoli sui media sono incredibili, il New York Times scrive: “Il soldato Usa Ethan Melzer arrestato per aver complottato con la setta Nazista-Satanica “Ordine dei 9 Angoli” la strage terrroristica del suo reparto. Rischia l’ergastolo”.

40 anni fa il regista Landis immaginò nel suo “The Blues Brothers” la celebre carica di John Belushi contro “I Nazisti dell’Illinois”, sembrava uno scherzo, ora i nazisti Usa esistono davvero, ribaltando il detto di Marx che la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa: ora la tragedia segue. Difficile dire se il 2021 vedrà Trump a Washington, o nel suo buen retiro di Mar a Lago in Florida, a fronteggiare le infide saghe processuali che lo attenderanno pazienti: siatene certi, sconfitto o vittorioso, il presidente non muterà linea nella sua scherma con la vita, Caos, fino all’ultima stoccata.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Donald Trump, lo stratega del Caos di Gianni Riotta

Non è il virus a essere stato la causa della crisi, né il mondo interconnesso. Sono la stupidità, l’incompetenza e l’irresponsabilità dei politici ad aver seminato morte e devastazione economica. La reazione dipenderà dai singoli sistemi-paese, ma il futuro sarà delle global communities.

Se la globalizzazione ha preso un raffreddore, gli stati nazionali hanno beccato il Covid-19. Mentre la prima ha subito una temporanea – e, come vedremo, apparente – battuta di arresto, i secondi si sono caricati di debiti per i prossimi 20 anni. Il commercio internazionale è un flusso e riprenderà quanto prima ai livelli precedenti la crisi, con un rimbalzo nel primo semestre del 2021 che compenserà in buona parte il terreno perduto.

Il debito sovrano, invece, è uno stock, e incorporerà in modo permanente il costo di mitigazione del doppio shock, di offerta e domanda, indotto dalla pessima gestione della crisi da parte di molte nazioni. Secondo le stime del FMI, un’eventuale seconda ondata pandemica peggiorerebbe da 10 a 20 punti il rapporto debito/Pil dei paesi sviluppati (vedi grafico. Fonte: IMF, Aprile 2020).

Va ribadito con estrema chiarezza: non è il virus a essere stato la causa della crisi. Sono la stupidità, l’incompetenza e l’irresponsabilità dei politici, nonché degli elettori che li hanno scelti, ad aver seminato morte e devastazione economica. Il mondo, nel suo complesso, ha visto tragedie sanitarie peggiori. Alcune nazioni sono tuttavia di fronte al più grande shock economico della loro storia recente, in tempo di pace. Ma l’impatto negativo della crisi, umano e finanziario, ha livelli molto diversi tra paesi: ciò non è dipeso dalla virulenza del virus, ma dal diverso modello sociale e istituzionale delle singole nazioni.

Dal punto di vista economico e tecnologico, l’efficace risposta al virus non aveva soglie inarrivabili: bastavano un prudente distanziamento sociale, un minimo di intelligence locale per il contact tracing, e qualche laboratorio di biologia molecolare per fare i test: le solite “3T” (test, trace and treat), insomma.

Non esattamente “rocket science”, per dirla all’americana. In assenza di cure mediche specifiche, i danni economici delle epidemie si limitano con strumenti disponibili a quasi tutte le nazioni sviluppate: mascherine di stoffa, termometri e smartphone. La differenza la fa l’organizzazione sociale.

Taiwan non è la nazione più ricca del globo. Ha semplicemente reagito alle prime notizie del virus in meno di 48 ore, avendo preparato da tempo un piano per le emergenze epidemiche, con centinaia di misure tempestive e un coordinamento esemplare di autorità pubbliche, imprese e cittadini.

Risultato: al 21 maggio, un totale di 7 decessi (sette!) su 441 casi rilevati dall’inizio dell’epidemia (la grande maggioranza in arrivo dall’estero), con zero giorni di lockdown nazionale. Il governo di Taipei prevede un Pil 2020 in crescita del 1.9%; gli analisti finanziari sono più pessimisti, e si aspettano un decremento del 1.2%, che comunque è una frazione del crollo stimato per Europa e Stati Uniti.

Probabilmente gli effetti sul commercio estero a causa del disastro dei partner commerciali trascineranno verso il basso il risultato di Taiwan, ma la risposta del governo e dei cittadini è stata indubbiamente encomiabile ed efficace. Se gli altri Paesi avessero fatto altrettanto, l’impatto del coronavirus non sarebbe stato molto diverso da quello della SARS del 2003, ovvero un piccolo, momentaneo scompenso del battito regolare dell’economia mondiale.

Dopo la stagione del Global Trade, si apre l’era delle Global Communities

Il commercio globale di beni è crollato verticalmente con la pandemia. Ma ciò è dipeso dall’inefficienza del sistema di prevenzione sanitaria dei singoli stati e dalla mancanza di integrazione logistica e tecnologica, non da intrinseche ragioni economiche di mutata divisione internazionale del lavoro, né da una repentina riconfigurazione delle catene globali del valore. Gli scambi commerciali si sono temporaneamente interrotti a causa del mancato coordinamento internazionale dei processi di prevenzione delle epidemia.

Il problema della globalizzazione non è di essere stata eccessiva, ma semmai di essersi rivelata insufficiente. Sono le politiche sanitarie nazionali ad aver fallito clamorosamente, come ben dimostrano le scelte dei singoli paesi che hanno contenuto con tempestività e successo l’epidemia. La globalizzazione e la collaborazione internazionale, con gli aiuti finanziari e le forniture sanitarie di emergenza, è invero ciò che ha consentito di limitare i danni, a loro volta largamente determinati da politici nazionali diversamente incapaci.

Rimossa – come è lecito sperare – l’inefficienza sanitaria, rimangono tutte le ragioni economiche per la specializzazione, per i vantaggi comparati ricardiani e per far ripartire il commercio internazionale. Stavolta, tuttavia, saranno i servizi a guidare lo scambio delle merci, e non più il contrario.

Mentre il commercio internazionale di beni ha subito negli ultimi anni sbalzi dovuti alle guerre doganali, scatenate dal neo-isolazionismo americano ma alimentate nel tempo dall’espansionismo autoritario cinese e dalle sue permanenti asimmetrie legali ed ambientali, il commercio di servizi è sempre cresciuto. La pandemia ha fermato viaggi e turismo, ma non ha fermato – anzi ha accelerato – il mercato globale degli “intangibles”, fatto di contenuti, dati, software, diritti di proprietà intellettuale. A maggio 2020 Zoom, l’azienda che fornisce servizi di videoconferenza, ha una capitalizzazione superiore a quella delle prime 7 linee aeree mondiali combinate.

Ormai da alcuni anni, infatti il contributo alla crescita del Pil mondiale che deriva dagli investimenti in intangibles ha superato quello dei beni tangibili. La digitalizzazione, fattore di globalizzazione per eccellenza, ha subito una fortissima accelerazione proprio in seguito alla pandemia. E gli effetti microeconomici non si faranno attendere.

La quota di valore aggiunto che si sposta sul software è infatti sempre più grande.

Il commercio dei beni va ormai collegato inscindibilmente a quello dei servizi. E il valore di beni sempre più digitalmente connessi (lo sono ormai quasi tutti i beni strumentali e i beni di consumo durevole) è sempre meno nell’hardware e sempre più nel software.

La tassazione del software determinerà il nuovo scontro geopolitico sul terreno fiscale, il cui equilibrio tendenziale converge verso una corporate tax ad aliquote minime, spostando gran parte della tassazione sulle persone fisiche e sui consumi, e compensando con opportuni trasferimenti gli effetti regressivi dell’imposta sul valore aggiunto.

La compliance fiscale sull’Iva, che diventerà sempre più critica, può non essere difficile da ottenere, in un contesto di rapida espansione dei pagamenti elettronici: basterà disincentivare il contante con adeguate commissioni di transazione, rendendolo tracciabile con semplici lettori ottici.

L’affermarsi di cybercurrencies globali, che sembra ancora più inevitabile dopo la massiccia dose di nuovo debito pubblico denominato in fiat money nazionale finito nei bilanci delle principali banche centrali, non farà altro che accelerare la spirale negativa dei modelli monetari nazionali. Il perimetro della globalizzazione economica è infatti il perimetro della sua moneta di riferimento.

Se quest’ultima cambia, anche l’economia che ne dipende muta con essa. E non è ragionevole attendersi che evolva verso ulteriore frammentazione nazionale, ma che semmai adotti standard monetari internazionali, anche sotto forma di future stablecoin, basate su panieri di asset internazionali.

Ma oltre ad aver modificato le basi del capitale, facendo esplodere il debito, il coronavirus sta cambiando anche il lavoro. La pandemia ha invero trasformato molto più profondamente e strutturalmente la divisione del lavoro locale, rispetto a quella internazionale. Il modello organizzativo dello smart working avrà effetti profondi sulla natura dei contratti di lavoro, favorendo l’evoluzione del rapporto tra lavoratore e impresa da un’obbligazione di mezzi a un’obbligazione di risultati.

Mentre il primo caso è compatibile con il mantenimento di un modello organizzativo tradizionale delle imprese, con l’appropriazione completa del valore del lavoro da parte del capitale, nel secondo caso la natura dei contratti favorisce l’evoluzione verso un modello di multi-homing professionale, con un portafoglio di opzioni professionali che complementa o in molti casi addirittura sostituisce l’impego fisso.

Nell’era dello smart working, la “gig economy” da patologica diventa paradigmatica. Quando i costi di coordinamento si allineano ai costi di transazione, i confini dell’impresa divento più sfumati, e si spostano più velocemente. Il mercato diventa territorio di responsabilità organizzativa, l’organizzazione diventa luogo di transazioni di mercato. I clienti e i colleghi sono alla stessa distanza organizzativa: just a click away, appunto.

La ormai estesa intermediazione digitale dei processi produttivi consente di disaggregare logicamente, temporalmente e spazialmente lavoro materiale e lavoro intellettuale, affidando il primo sempre più a robot e il secondo al monitoraggio umano, che tuttavia può essere remoto e asincrono. Come nella famosa vignetta, nelle fabbriche del futuro ci saranno solo un uomo e un cane: l’uomo a monitorare i computer, il cane a sorvegliare l’uomo, affinché non faccia disastri toccando un tasto qualsiasi.

L’espandersi dell’orario di lavoro e di apertura degli esercizi commerciali e dei servizi alla persona, anch’esso amplificato e accelerato dal Covid-19, spalmerà su orari più estesi i vantaggi comparati del modello metropolitano.

La distribuzione degli orari indotta dallo smart working di massa favorirà moltissimo le città, che sono dotate di tutte le infrastrutture per attrarre talenti e capitali ma che costituiscono tuttora un clamoroso esempio di inefficienza logistica. La miopia organizzativa del tradizionale modello di coordinamento delle imprese, infatti, ha finora costretto i lavoratori a onde sincronizzate di mobilità, quando potrebbe tranquillamente distribuire i flussi logistici su diversi momenti del giorno invece che concentrare il traffico di merci e persone nelle medesime ore di punta.

Questo consentirebbe di decongestionare la capacità produttiva del trasporto pubblico, oltre a rendere molto più efficiente lo sharing di mezzi privati. La metropoli di stile newyorkese, the City that never sleeps, diventa modello della nuova economia “around the clock”, dove le code sono mitigate da un maggiore livello di coordinamento sociale, favorito dal massiccio uso di tecnologie di sincronizzazione dell’accesso ai servizi comuni, e gli inconvenienti dei fusi orari sono mitigati dalla flessibilità delle videoconferenze domestiche. I social media hanno creato le basi, il coronavirus ha accelerato il processo.

Lo stato nazionale rischia quindi una sempre più profonda crisi fiscale per un eccesso di selezione sociale avversa, in quanto dovrà prendersi cura dei poveri aumentando le tasse ai ceti produttivi, ma così facendo spingerà le global communities professionali a rifugiarsi nelle nuove città-stato, e a cercare status fiscali che le proteggano da una spoliazione eccessiva.

L’offerta di welfare statale non riuscirà a garantire la necessaria copertura previdenziale alle global communities professionali, che quindi si rivolgeranno ad altre forme di assicurazione e privilegeranno modalità di risparmio finanziario non denominate in moneta nazionale, la quale rischia di essere sempre più esposta a rischi di signoraggio e/o di fiammate inflazionistiche locali.

La reazione luddista e protezionista alle inevitabili contraddizioni della globalizzazione è infatti finita nel cul de sac del sovranismo straccione e inconcludente. Le pulsioni antiscientifiche, il populismo autarchico, la xenofobia fomentata da politici irresponsabili sono ormai poveri sovrani-fantoccio, nudi di fronte alla loro inconsistenza. Le global communities professionali, organizzate sempre meno per nazione e per impresa, e sempre più per legami urbani e digitali, si candidano a essere gli attori della nuova fase geopolitica dei prossimi decenni. Vedremo se la loro ritrovata leadership saprà tradursi, socialmente ed economicamente, in un nuovo equilibrio sostenibile.


Da "https://www.linkiesta.it/" La globalizzazione si riprenderà, alcuni Stati nazionali forse no di Carlo Alberto Carnevale Maffè

Capitali in fuga dall’Italia?

Venerdì, 19 Giugno 2020 00:00

Fuggiti nel mese di marzo 492 miliardi di euro? Si tratta di un dato cumulato e non mensile spiega l’economista a Formiche.net. È come se “io ho un debito di un milione di euro accumulato in vent'anni. È lecito dire che ho accumulato 100mila euro al giorno di debito in 10 giorni?”
“Sedici miliardi al giorno. Quattrocentonovantadue nel solo mese di marzo. A tanto ammonta la fuga di capitali dall’Italia verso gli altri Paesi dell’eurozona”. Lo ha scritto Repubblica attribuendo alla Banca Centrale Europea il dato “record” in riferimento al cosiddetto Target 2, ovvero un acronimo che sta per Trans-european automated real-time gross settlement express transfer system, e rappresenta il sistema utilizzato dalle banche centrali dei Paesi dell’eurozona di scambiarsi in tempo reale le risorse necessarie al funzionamento di ciascun sistema finanziario nazionale.

In base al ragionamento del quotidiano diretto da Maurizio Molinari in un solo mese sarebbero andati ad altri Paesi europei capitali per poco meno di un terzo dell’intero Pil annuale italiano. “Il problema è che quel dato si riferisce al saldo totale e non a quello mensile, e considerarlo tutto una fuga di capitali, senza vedere i dati disaggregati, mi appare quanto meno fuorviante – ammonisce a Formiche.net Riccardo Puglisi, professore di Economia all’Università di Pavia – “Questo articolo è basato su un errore gigantesco. Le porto un esempio: se io ho un debito di un milione di euro accumulato in vent’anni, è lecito dire che ho accumulato 100mila euro al giorno di debito in 10 giorni?”.

Il nodo del contendere resta come interpretare il Target 2, se solo uno strumento di cassa o come un indice per analizzare la possibile fuga di capitali. Tramite questo sistema di regolamento, ogni giorno vengono processati circa 350mila pagamenti, per una media giornaliera complessiva, secondo i dati elaborati dalla Banca d’Italia, di 1.697 miliardi di euro. A livello pratico, se una banca tedesca compra un Btp da una banca italiana, si avrà una riduzione del saldo Target 2 della Bundesbank e un contestuale aumento di quello della Banca d’Italia. In parole povere, il Target 2, per dirla con le parole di Bankitalia, rappresenta “la contropartita contabile di tutte le transazioni eseguite fra residenti e non residenti” di un Paese. Dell’Italia, nel caso nostro e non “la fuga di capitali” come fa intendere Repubblica. Nel 2018, questo saldo è risultato debitorio per 482 miliardi. Questo non significa che la Banca d’Italia abbia un debito di 482 miliardi ma che il saldo è stato negativo per 482 miliardi.

“In più bisogna considerare che in questa fase il nostro saldo aumenta per via del Quantitative Easing della Bce – prosegue Puglisi – il fatto che in questo periodo ci siano massicci acquisti dei nostri titoli di Stato da parte dell’Eurotower fa sì che il saldo aumenta per noi, per la Francia e per la Spagna. La Bce compra i nostri titoli e non quelli tedeschi, questo fa sì che la componente tedesca è in attivo ma quella nostra in passivo proprio per un eccesso di acquisti della Bce. Per vedere se si tratta di fuga di capitali bisognerebbe vedere i dati sui flussi finanziari”.

Per Puglisi il decreto Rilancio appena promosso dal governo Conte ha comunque al suo interno degli interventi “difensivi” che vanno considerati positivamente come il fondo in capo a Cassa Depositi e Prestiti attraverso il quale si potrà “sostenere Spa sopra i 50 milioni di fatturato annuo, grazie ad una dote di circa 50 miliardi di euro”, così come il taglio dell’Irap per le imprese. Poi certo all’interno di un decreto così corposo – continua Puglisi – bisogna “distinguere gli interventi che sono stati fatti per la crescita da quelli per il ristoro del debito che servono ma sono temporanei. Per tentare il rilancio, la Fase 2, bisogna che riparta la produzione industriale e i servizi – conclude – altrimenti non ne veniamo a capo”.


Da "www.formiche.net/" Capitali in fuga dall’Italia? Ecco come stanno (davvero) le cose. Parla Puglisi di Enrico Salemi

Cioè che la concentrazione di anidride carbonica nell'aria non è cambiata, nonostante le restrizioni, e c'è un motivo.

La pandemia di COVID-19 ha confermato fin qui due cose che gli attivisti ambientalisti dicono da molto tempo. La prima è che per diminuire significativamente la concentrazione di gas serra nell’atmosfera, come richiederebbero gli obiettivi internazionali fissati per contrastare il riscaldamento globale, servono interventi molto più radicali di quelli portati avanti finora sulla spinta delle conferenze come la Cop21 di Parigi. La seconda è che gli sforzi individuali per ridurre l’impatto delle attività umane sull’atmosfera, per quanto lodevoli, servono a poco.

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L’effetto della pandemia sulle emissioni di CO2
Già a febbraio si era cominciato a parlare dell’effetto delle restrizioni agli spostamenti e alle attività produttive per contenere i contagi da coronavirus (SARS-CoV-2) sull’inquinamento atmosferico. Si è visto prima con le fabbriche cinesi, che hanno interrotto o rallentato la produzione, poi con le automobili private in Europa e negli Stati Uniti, che sono rimaste parcheggiate per settimane, e con i voli cancellati in tutto il mondo.


Il 19 maggio sulla rivista scientifica Nature Climate Change è stato pubblicato il primo studio sugli effetti della pandemia sulle emissioni di anidride carbonica (CO2), il principale gas responsabile dell’effetto serra e del riscaldamento climatico. Lo studio, realizzato da 13 noti esperti di scienza ambientale di diverse parti del mondo, stima quanto si sia effettivamente ridotta la quantità di emissioni di CO2 dall’inizio dell’anno alla fine di aprile: di più di un miliardo di tonnellate rispetto all’anno scorso. Nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 aprile, il 7 aprile è stato il giorno in cui si è emessa meno anidride carbonica rispetto allo stesso giorno del 2019: il calo giornaliero mondiale è arrivato al 17 per cento. Da fine marzo a fine aprile il calo è sempre stato superiore al 15 per cento rispetto all’anno scorso.

Le riduzioni ovviamente sono diverse da paese a paese e da settore a settore. Al suo picco massimo, per esempio, la riduzione di emissioni dovuta alle chiusure in Cina è stata maggiore rispetto al picco massimo di quella dovuta alle chiusure negli Stati Uniti. In media nei momenti di maggiore chiusura i singoli paesi hanno ottenuto una riduzione delle proprie emissioni del 26 per cento.


Per quanto riguarda i diversi settori che producono emissioni di anidride carbonica, un calo percentuale molto alto (meno 36 per cento rispetto al 2019) c’è stato nel settore dei trasporti di superficie: relativo soprattutto nell’uso delle automobili, dato che il trasporto di merci su gomma è continuato. L’aviazione civile ha prodotto invece il 60 per cento di emissioni in meno, essendosi fermata in gran parte: i voli aerei però contribuiscono solo a una piccola frazione del totale delle emissioni dovute ai trasporti – solo al 9 per cento nel caso degli Stati Uniti – dunque a questo grosso calo percentuale non corrisponde una diminuzione davvero significativa nelle emissioni totali globali.


Complessivamente la diminuzione delle emissioni ci ha fatto tornare a livelli di emissioni giornaliere globali visti l’ultima volta nel 2006: l’impatto delle restrizioni dovute alla pandemia sulla produzione di emissioni è stato quindi maggiore di quello dovuto alla crisi economica del 2008-2009.

Secondo gli esperti, però, è improbabile che questo effetto continui anche nei prossimi mesi, anzi: le iniziative dei governi per il rilancio dell’economia dovrebbero portare a una crescita molto forte nella produzione di emissioni. Lo studio pubblicato su Nature Climate Change prevede che nel 2020 le emissioni totali globali saranno solo minori del 4-7 per cento rispetto a quelle prodotte nel 2019. Considerando che negli scorsi decenni l’emissione annuale globale di anidride carbonica è quasi sempre aumentata (tra il 2008 e il 2009 diminuì dell’1,4 per cento) non è detto che questa diminuzione abbia un effetto davvero rilevante e conti qualcosa a lungo termine nel contrasto al cambiamento climatico.

Quella che conta è la concentrazione di CO2
Sebbene i grafici e i dati sul calo di emissioni negli ultimi mesi siano notevoli e impressionanti, infatti, è importante ricordare che il principale parametro da considerare quando si parla di emissioni di CO2 e cambiamento climatico è la concentrazione di questo gas serra nell’atmosfera. È dall’inizio della Rivoluzione Industriale, nel Settecento, che le attività umane causano un aumento di anidride carbonica nell’atmosfera, in aggiunta a quella dovuta ai processi naturali: qualche mese senza automobili, aerei e centrali elettriche alimentate a carbone non può stravolgere quanto fatto in più di due secoli.

Si capisce bene guardando la cosiddetta “curva di Keeling”, un grafico che mostra l’andamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera dal 1958 a oggi, secondo le misurazioni dell’osservatorio meteorologico del vulcano Mauna Loa, alle Hawaii. Nel grafico si vedono due linee. Quella in rosso nell’immagine che segue mostra il livello di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera misurato all’osservatorio di Mauna Loa nel tempo. Sale e scende a seconda delle stagioni, dato che durante l’estate le piante dell’emisfero boreale assorbono più CO2 di quanta riescano ad assorbirne le piante dell’emisfero australe (che sono meno) d’inverno. La linea nera invece è l’andamento medio, che appiattisce le crescite e i cali stagionali.

Molti hanno chiesto all’osservatorio di Mauna Loa se nelle loro misurazioni si sia visto l’effetto della pandemia di COVID-19 sulle emissioni. L’osservatorio ha spiegato:

Perché il calo nelle emissioni sia visibile deve essere abbastanza pronunciato da distinguersi rispetto alla naturale variabilità della CO2 nell’atmosfera causata da come le piante e il suolo reagiscono alle annuali variazioni di temperatura, umidità, etc. Queste variazioni sono molto ampie e per ora le emissioni “mancanti” non si notano. Ecco un esempio: se le emissioni fossero minori del 25 per cento, ci aspetteremmo di vedere la media mensile di CO2 misurata a marzo a Mauna Loa minore di 0,2 parti per milione, e di nuovo lo stesso ad aprile, etc. Quindi nel confronto delle medie annuali ci aspetteremmo una differenza visibile dopo una serie di mesi, ciascuno con 0,2 parti per milione in meno.

L’Agenzia internazionale dell’energia si aspetta che quest’anno le emissioni calino dell’8 per cento. Non possiamo quindi vedere un effetto globale come questo in un periodo minore di un anno. La CO2 nell’atmosfera continuerà a crescere più o meno alla stessa velocità, cosa che dimostra che per contrastare l’emergenza del riscaldamento climatico servono investimenti aggressivi nel campo delle fonti di energia alternative.

Insomma, i dati sulla concentrazione non mostrano cambiamenti: le emissioni dovrebbero diminuire molto di più di quanto hanno fatto finora perché l’effetto del loro calo fosse visibile nei grafici relativi. Al contrario, ad aprile del 2020 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera è stata di 416,21 parti per milione, la più alta mai registrata dal 1958. I dati sulla concentrazione di CO2 che gli scienziati hanno ottenuto studiando i ghiacci antartici – l’unica fonte che abbiamo per sapere com’era il clima terrestre centinaia di migliaia di anni fa – inoltre dicono che è da almeno 800mila anni che non c’è così tanta anidride carbonica nell’atmosfera. La nostra specie, Homo sapiens, esiste da circa 300mila anni.

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a novembre, per scongiurare i peggiori effetti del cambiamento climatico le emissioni di anidride carbonica dovrebbero diminuire di almeno il 7,6 per cento ogni anno per decenni. Quindi le emissioni “mancanti” di quest’anno non avranno alcun effetto a lungo termine se nei prossimi anni non ci saranno cali simili.

Le scelte individuali contano poco
I settori in cui si è visto il maggior calo nella produzione di emissioni di CO2 sono quelli di cui si parla quando si parla di scelte individuali, per diminuire l’impatto delle attività umane sul clima: i trasporti in automobile e i voli aerei. Il fatto che nonostante la loro grande diminuzione, anche nel momento di massime restrizioni mondiali, avvenuto all’inizio di aprile, il mondo abbia continuato a produrre più dell’80 per cento delle sue solite emissioni di anidride carbonica, mostra chiaramente che per contrastare il cambiamento non bisogna chiedere ai singoli di cambiare le proprie abitudini, ma portare avanti cambiamenti più radicali nel modo in cui si produce l’energia.

«Cambiare il nostro comportamento e basta non è sufficiente, ora lo vediamo» ha detto al Washington Post Corinne Le Quéré, prima autrice dello studio pubblicato su Nature Climate Change. Le Quéré ha spiegato che si sarebbe aspettata riduzioni nella produzione di emissioni ancora maggiori, legate alla chiusura delle industrie e alla conseguente minor produzione di energia elettrica: invece, certi settori hanno continuato a funzionare come al solito e a consumare energia «come se avessero il pilota automatico», nonostante molte persone lavorassero da casa. Le emissioni prodotte dalle industrie sono diminuite del 19 per cento rispetto al 2019, quelle dovute al settore energetico solo del 7 per cento.

Zeke Hausfather del Breakthrough Institute, un centro studi americano che si occupa di temi ambientali, ha commentato i risultati dello studio dicendo: «A meno che non arrivino cambiamenti strutturali, dobbiamo aspettarci che le emissioni tornino ai livelli precedenti alla pandemia. Non penso che ci sia un lato positivo della COVID-19 per quanto riguarda il clima, a meno che non sfruttiamo la ripresa delle attività come un’occasione per costruire infrastrutture adatte a sostenere un futuro a energia pulita, oltre che come un momento per stimolare l’economia».

Da "https://www.ilpost.it/" La pandemia ci ha mostrato una cosa spiacevole sul cambiamento climatico

Intervista al sociologo e professore all'Università di Torino sull'Italia post-Covid. "I nuovi 'parassiti' vivranno dipendenti dalla mano pubblica". "Questo è il primo governo risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica".

“La nostra società, se non si cambia rotta, molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una ‘società parassita di massa’, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione ‘involutoria’, come forse la chiamerebbe un matematico”. Luca Ricolfi, sociologo che insegna Analisi dei Dati all’Università di Torino, nonché responsabile scientifico della Fondazione Hume, mostra tutti i rischi dell’epoca post-Covid per un paese che da anni si è auto-condannato al declino, come ben spiegato nel suo ultimo libro “La società signorile di massa” (La Nave di Teseo).

Professor Ricolfi, vado dritto al punto. Secondo lei, questo governo ha un’idea dell’Italia? Ha una visione del futuro di questo paese, cosa ancor più necessaria in una fase di gestione dell’emergenza sanitaria e soprattutto economica post- Covid?

Mi ha molto colpito l’osservazione del vostro De Angelis, secondo cui non si può governare l’Italia senza un’idea di futuro, idea che a questo governo parrebbe mancare. Sottoscrivo al 100% la prima affermazione, ma non la seconda: a mio parere questo governo un’idea del futuro ce l’ha eccome, purtroppo. Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso, infatti, le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque Stelle.

E il più straordinario paradosso politico è che un simile mostro socio-economico, che peserà chissà per quanti anni sul futuro dell’Italia, sia stato accuratamente apparecchiato dall’unica componente riformista e modernizzatrice della sinistra, quella di Renzi.

Proprio da Italia Viva, almeno a parole, sono piovute le critiche per le ricette economiche messe in campo dal governo: secondo Renzi vanno nella direzione di un più puro assistenzialismo, dal reddito d’emergenza ai bonus, passando per la cassa integrazione ordinaria e in deroga. Che effetto avrà nei prossimi anni sulla struttura della nostra società che già in epoca pre-Covid aveva e ha il limite di essere basata sulla rendita più che sul lavoro, come ha descritto nel suo ultimo libro?

La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta (ma forse è già tardi), è destinata a trasformarsi in una “società parassita di massa”, che non è il contrario della società signorile di massa, ma ne è uno sviluppo possibile, una sorta di mutazione “involutoria”, come forse la chiamerebbe un matematico.

Mi spiego: nella società signorile il parassitismo di chi non lavora convive con un notevole benessere, che accomuna la minoranza dei produttori e la maggioranza dei non produttori. Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione (e l’export) sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti. I nuovi parassiti non vivranno in una condizione signorile, ma in una condizione di dipendenza dalla mano pubblica, con un tenore di vita modesto, e un’attitudine a pretendere tutto dalla mano pubblica, con conseguente dilatazione della “mente servile”, per riprendere l’efficace definizione di Kenneth Minogue.

Però l’ex premier Romano Prodi domenica scorsa ha sostenuto la diversa tesi secondo cui da questa crisi si può uscire con una presenza più forte dello Stato nell’economia.

Prodi è la perfetta manifestazione della forma mentis della nostra classe politica: qualsiasi problema si presenti, e più è grande il problema che si presenta, più forte è l’istinto a invocare “più politica”, “più intervento”, “più stato”. E’ un tic mentale, come lo è quello degli europeisti doc, che qualsiasi cosa accada chiedono “più Europa”, e come lo è quello dei liberisti duri e puri, che qualsiasi cosa accada chiedono “più mercato”.

E invece abbiamo bisogno di fantasia, di apertura mentale, non di rifugiarci ognuno nelle proprie credenze di sempre.

Dalle imprese tuttavia s’è visto uno scatto d’orgoglio. Il neo-presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha attaccato duramente il governo su questi primi accenni di politica assistenzialista, per non parlare della reazione dura alle ipotesi di entrata nel capitale nelle aziende che rischiano di fallire nei prossimi mesi. Sorpreso?

Sì, sono rimasto (felicemente) sorpreso. Nonostante io nutrissi parecchie speranze in Bonomi, che mi è parso subito più attrezzato e più coraggioso dei suoi predecessori, mi aspettavo che Confindustria non dismettesse la prudenza (eufemismo) che, almeno dopo i tempi di Montezemolo e del compianto Andrea Pininfarina, ha sempre caratterizzato i suoi rapporti con il potere politico. Da almeno un decennio non ricordavo una presa di posizione così netta contro il governo.

Perché, secondo lei, Bonomi ha assunto una posizione così critica?

Me lo sono chiesto anch’io, mi sono chiesto, in particolare, se sia in corso una manovra per sostituire un premier la cui inadeguatezza, dopo gli ultimi errori, è divenuta difficile da nascondere dietro i fumi delle parole e la mortificante soggezione di una parte dei media.

Poi però mi sono dato un’altra risposta, molto più semplice: “è la sopravvivenza, bellezza!”. Persino un coniglio, se sta per essere inghiottito da un pitone, combatte la sua estrema battaglia per non morire. Figuriamoci una potente organizzazione come Confindustria.

La mia impressione è che il mondo dei produttori, specie nelle regioni del centro-nord, abbia perfettamente capito quel che sta succedendo, e viva una sorta di presentimento di morte. Poiché molte imprese sono già morte, altre agonizzano, altre sanno che non potranno durare, le imprese superstiti cercano disperatamente di non scomparire. E avendo capito che la sopravvivenza delle imprese non è in cima alla lista delle priorità di questo governo, tentano l’ultima battaglia per salvare sé stesse dalla catastrofe che si annuncia.

Insomma, voglio dire che il governo Conte è riuscito nel miracolo di restituire una sorta di “coscienza di classe” alla parte produttiva del paese. E meno male che ciò sta accadendo, perché in questo momento (preciso: in questo momento, non sempre e comunque) dare la priorità alle imprese è l’unico modo di difendere l’interesse collettivo e nazionale. Sul piano economico-sociale (lascio perdere quello sanitario, per non infierire) la più grande bugia di questo governo è stata di lanciare il messaggio: nessuno perderà il lavoro, nessuno sarà lasciato indietro.

E invece no: se il Pil perderà il 10 o il 20% in un anno, come è verosimile, spariranno milioni di posti di lavoro, e vivere di sussidi sarà l’unica possibilità per milioni di famiglie.

Cerchiamo appunto di guardare ai prossimi mesi. Il Covid alla fine ci potrà dare una vera spinta per evitare il declino - lei lo definisce “argentinizzazione lenta” - verso cui da anni ci siamo incamminati? Pensa che davvero si creerà un clima da ricostruzione post-bellica o è solo retorica e propaganda politica?

Molto dipenderà da tre fattori. Il primo è che la base produttiva non subisca una distruzione catastrofica (caduta del Pil superiore al 10-15%). Il secondo è che le imprese vengano messe, per la prima volta nella nostra storia, in condizione di lavorare senza ostacoli burocratici e vessazioni fiscali. Il terzo è il fattore-Churchill: ovvero, avere al comando una classe dirigente seria, e possibilmente non frutto di manovre di palazzo.

Per ripartire e ricostruire c’è però bisogno di una generazione che se ne faccia carico, un po’ come quella che ha fatto tanti sacrifici nel Dopoguerra e che però ha portato l’Italia al miracolo economico degli anni ’60. Dovrebbe, almeno teoricamente, essere quella degli attuali giovani, fra i 20 e i 40 anni. Ma si tratta di quella stessa generazione che si è abbandonata all’opulenza negli ultimi anni, preferendo consumare ricchezza invece che creare reddito. Mi sembra un bel dilemma, non crede?

Sì, la riconversione dei cosiddetti Neet (che alcuni chiamano bamboccioni, o generazione choosy) è un’impresa difficile, specie se di lavoro ce ne sarà ancora meno che oggi.

Proprio per questo tendo a pensare che, se ricostruzione ci sarà, sarà grazie all’apporto di tutti, compresi anziani e pensionati, non certo soltanto o principalmente per opera degli attuali 20-40enni. Ma soprattutto penso che, a differenza che in passato, si dovrà puntare sull’auto-imprenditorialità, più che sull’attesa messianica del posto di lavoro.

E se poi uno dei motori della ricostruzione fosse formato da quegli immigrati che lavorano in condizioni para-schiavistiche e che sono funzionali alla società signorile di massa come braccianti, colf, badanti e via dicendo?

Di alcuni segmenti di quella che nel mio libro definisco la “infrastruttura para-schiavistica” della società italiana sarà difficile fare a meno. Ma mi piacerebbe che il dopo-Covid fosse anche l’occasione per attenuare il loro giogo: i fiumi di miliardi che oggi vanno a sussidiare chi non fa nulla, o lavora in nero senza pagare le tasse, troverebbero una destinazione più degna di un paese civile se servissero a trasformare i nostri attuali para-schiavi in veri lavoratori, restituendo loro il rispetto che la civiltà del lavoro ha sempre riservato al mondo dei produttori, compresi i più umili.

Da "https://www.huffingtonpost.it/" Luca Ricolfi: "Ci avviamo verso una società parassita di massa" di Gianni Del Vecchio

L’etica e la dottrina sociale della Chiesa si confrontano con le sfide dell’intelligenza artificiale. La responsabilità umana nel progettare i nuovi dispositivi resta al centro della riflessione: si tratta infatti di incorporare dei criteri etici nei parametri decisionali delle “macchine intelligenti”.

Gli scenari aperti dal progresso tecnologico nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dall’impatto che esso avrà sulla società sollevano questioni etiche e antropologiche con cui la riflessione filosofica e teologica e la dottrina sociale della Chiesa sono chiamate a misurarsi. Le macchine intelligenti acquisteranno anche la capacità di distinguere il bene dal male? Dovremo quindi considerarle soggetti con una propria responsabilità? O la responsabilità morale resterà una caratteristica peculiare dell’essere umano? L'articolo di Markus Krienke Docente di Storia della Filosofia moderna e di Etica sociale presso la Facoltà Teologica di Lugano e di Antropologia filosofica presso la Pontificia Università Lateranense


Pontificia Accademia per la Vita, Microsoft, IBM, FAO e Governo italiano sono i primi firmatari del Rome Call for AI Ethics (Appello di Roma per un’etica dell’intelligenza artificiale), sottoscritto lo scorso 28 febbraio. L’obiettivo è orientare i progressi dell’intelligenza artificiale (AI) al bene dell’umanità e della casa comune. Etica, educazione e diritti sono le tre vie per renderlo possibile, evitando derive che asservirebbero l’essere umano alla macchina e ai suoi canoni di funzionamento.

Dal principio dell’inviolabile dignità della persona umana emerge l’esigenza che l’AI sia inclusiva e trasparente, in modo da porsi autenticamente al servizio della realizzazione di ogni uomo e ogni donna. È urgente predisporre piani formativi che consentano ai giovani di sviluppare le capacità necessarie per avvalersi dell’AI e adottare norme che regolino gli ambiti della vita sociale che si realizzano tramite l’AI.

A questo scopo il Rome Call propone sei principi di riferimento: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità tracciabilità e sicurezza (privacy). Prende corpo un percorso per concretizzare quanto papa Francesco auspicava nel messaggio indirizzato al World Economic Forum di Davos il 24 gennaio 2018, ossia che l’AI contribuisca «al servizio dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune invece che per l’esatto opposto, come purtroppo prevedono alcune stime».

Le dimensioni della trasformazione in atto
Un dato aiuta a mettere a fuoco la dimensione della rivoluzione in atto: attualmente in un solo anno l’umanità produce tanti dati quanti in tutta la storia precedente. Tra dieci anni, quando il numero dei dispositivi connessi a Internet sarà di 150 miliardi, il tempo di raddoppiamento si ridurrà a 12 ore (cfr Rasetti 2018, 33). Inoltre, già oggi un terzo delle notizie di Bloomberg News è prodotto con l’aiuto di AI (cfr Peiser 2019) e nel 2018 si è registrato un aumento del 18% nell’uso di AI per operazioni chirurgiche. Si stima che in futuro il 49% dei lavori potrà essere svolto da apparati dotati di AI, con una ricaduta anche sui “colletti bianchi”. Determinate professioni non esisteranno più, mentre in tutti i lavori l’essere umano dovrà collaborare con macchine intelligenti. Nel 2016 in Arabia Saudita per la prima volta un robot, chiamato Sophia, ha ottenuto la cittadinanza.

Al di là delle sfide tecniche e sociali, si pone la domanda etica e antropologica se le macchine intelligenti un giorno davvero disporranno di una coscienza simile alla nostra, in grado di autodeterminarsi e di scegliere fra bene e male. Se così fosse, acquisterebbero lo status di autentiche “persone artificiali”, dissolvendo il confine fra l’umano e l’artificiale: è la tesi, decisamente antiumanistica, dell’“AI forte”. Invece si definisce “AI debole” l’ipotesi secondo cui la macchina potrebbe essere in grado di simulare il funzionamento di una coscienza umana, ma senza averne le proprietà. Un caposaldo della seconda ipotesi è rappresentato dal “test di Turing”. Il matematico britannico Alan Turing (1912-1954) ipotizzò un esperimento in cui un essere umano comunica per iscritto con due soggetti, uno umano e l’altro un’AI. Se non riesce a distinguere tra l’interlocutore umano e la macchina, possiamo affermare che quest’ultima è in grado di pensare (cfr Brand 2018, 39). A questo punto sorgono due domande: questo test vale anche per l’agire morale? E basta questo test per attribuire alle macchine ciò che chiamiamo “moralità” in senso proprio, cioè la capacità di fare scelte sulla base di considerazioni etiche?

Una macchina può agire moralmente?
Nel 1942, nel romanzo Io, Robot lo scrittore Isaac Asimov (1920-1992) formulò le tre “leggi della robotica”, destinate a disciplinare il comportamento dei robot dotati di AI in un ipotetico futuro:
I. Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano subisca un danno;
II. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché non siano in contrasto con la prima legge;
III. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questo non contrasti con la prima o con la seconda legge.

Al di là della finzione narrativa, queste leggi sono un primo tentativo di basare l’agire dei robot intelligenti non solo sul calcolo utilitaristico del miglior risultato, ma su un vero e proprio senso del dovere, che richiama alla mente la filosofia di Immanuel Kant (1724-1804), secondo cui la moralità umana consiste nella capacità di riconoscere la legge morale come vincolante e di obbedirle.

Tuttavia queste regole basate sul dovere (e perciò dette deontologiche), hanno un problema in comune con i criteri della morale utilitarista: non riescono a rispecchiare né a prevedere la complessità della deliberazione morale, in quanto tendono ad astrarre dal contesto concreto nel quale l’azione si svolge. Proprio questo sembra il punto decisivo da considerare, nel momento in cui l’AI assume tratti sempre più simili all’agire umano.

A differenza delle morali utilitaristiche e deontologiche, per Aristotele e la tradizione che si ispira al suo pensiero l’azione morale va sempre considerata nel suo contesto: solo a partire dalle circostanze concrete è possibile giungere a una scelta ponderata e virtuosa, che si colloca “nel mezzo” fra gli eccessi opposti. La prospettiva suggerita da Aristotele mette al centro il concetto di virtù, considerata come la capacità abituale di individuare i valori in gioco in una situazione e di perseguirli in maniera efficace. Questo approccio potrebbe essere applicato anche all’AI. Poiché, infatti, le virtù sono il risultato di un processo di apprendimento intelligente, si teorizza anche per l’AI la prospettiva di “imparare” il comportamento morale. In sintesi, se l’AI fosse in grado di imparare ad agire in modo virtuoso, dovremmo attribuirle una personalità morale al pari dell’essere umano. Tuttavia, questa posizione solleva alcune perplessità.

Come esempio immaginiamo un robot medico che, avendo ricevuto informazioni errate, somministri a un paziente un farmaco sbagliato, uccidendolo, e che, a seguito dell’accaduto, mostri dispiacere per la morte della persona. Possiamo dare una valutazione morale di questo episodio? La nostra risposta è no.

In primo luogo, potremmo “assolvere” il robot perché l’informazione sbagliata non ricadeva nella sua responsabilità. Tuttavia non ha senso affermare che il robot non “volesse” la morte del paziente, perché l’intenzionalità di un robot coincide con il suo agire effettivo.

In secondo luogo, anche il dispiacere non può essere compreso nella valutazione morale, perché è semplicemente la reazione che il robot ha imparato a mostrare dopo tale risultato. Certamente anche per il robot sarebbe stato meglio se il paziente fosse rimasto in vita, perché avrebbe ricevuto un feedback positivo, e senz’altro cercherà di fare in modo che questo accada in situazioni analoghe in futuro. Ma questo robot non possiede le caratteristiche di intenzionalità (volere) e autoconsapevolezza (dispiacere) necessarie per giungere a un giudizio morale sul proprio agire (cfr Brand 2018, 119-120). Esso agisce esteriormente in modo conforme al dovere morale, ma ciò che gli manca è il fatto di agire in quanto intimamente convinto che obbedire alla legge morale sia giusto.

In altre parole, ciò che differenzia il comportamento degli esseri umani da quello delle macchine è che i primi sono consapevoli dei propri stati interiori, riconoscono il proprio agire come libero (“libero arbitrio”) e sono capaci di scegliere in base a una ponderazione complessa delle circostanze, e non semplicemente in base a un calcolo di vantaggi e benefici. Queste capacità costituiscono il proprio dell’essere umano e il fondamento di una libertà che chiede di essere rispettata; pertanto già nel 1990, Giovanni Paolo II affermò che «Il tentativo di spiegare il pensare e il volere libero dell’uomo in chiave meccanicistica e materialistica porta inevitabilmente alla negazione della persona e della sua dignità».

Intelligenza senza ragione
Questa riflessione sulla differenza morale fra l’agire umano e l’AI non viene accettata da chi, come l’informatico statunitense Raymond Kurzweil, vede avvicinarsi il momento in cui l’AI raggiungerà il livello umano e avverrà così il «culmine della fusione fra il nostro pensiero e la nostra esistenza biologica con la nostra tecnologia»; verrà così superata ogni «distinzione fra umano e macchina o fra realtà fisica e virtuale» (Kurzweil 2014, 9). Tale tesi trova sostegno in alcune posizioni di autori contemporanei: dall’impressione che la differenza categoriale tra l’AI e quella umana «non può essere sostanziata da argomentazioni filosofiche non controverse» (Boden 2019, 140), all’affermazione che «per quanto riguarda i processi decisionali non è, almeno finora, stata individuata alcuna ragione per credere che esseri umani e macchine obbediscano a principi diversi, naturali o scientifici che siano» (Kaplan 2018, 121).

Tuttavia questi autori omettono di fare distinzione fra due dimensioni della mente umana che possiamo chiamare “intelligenza” e “ragione”. Il primo termine riguarda i processi cognitivi e viene applicato, non senza qualche forzatura, alle macchine pensanti. Invece il concetto di ragione ha un maggiore spessore e coinvolge la sfera della deliberazione morale, indispensabile in quei momenti in cui la semplice ottimizzazione intelligente non basta. La macchina intelligente è progettata per ottimizzare i risultati nelle situazioni ordinarie; invece, nelle loro decisioni morali gli «uomini non ottimizzano» (Nida-Rümelin e Weidenfeld 2018, 97, nostra trad.). In altre parole, la prassi delle decisioni morali non può essere sostituita da algoritmi. Il fatto che il funzionamento delle macchine possa assomigliare a quello dell’essere umano non significa che sia identico. Il filosofo statunitense John Searle ha distinto su questa base l’intelligenza umana (intelligence with reason) da quella artificiale (intelligence without reason).

Tuttavia, poiché i sistemi dotati di AI agiscono, è senz’altro necessario dotarli di “ragione etica” per renderli compatibili con il mondo umano (cfr Zamagni 2019, 189): basta pensare ai problemi sollevati dai veicoli a guida autonoma (cfr Cerruti 2018). In questa prospettiva, è necessario attribuire alla macchina, seppure in modo soltanto analogo alla ragione umana, una certa “capacità di agire” (agency), così da regolamentarla. In questa linea, nel 2019 l’Unione Europea si è dotata di un Codice etico sull’AI, che individua i principi fondamentali in base ai quali il comportamento delle macchine intelligenti deve essere programmato: rispetto dell’autonomia umana, prevenzione dei danni, equità, esplicabilità (cfr AI HLEG 2019). Questa scelta non considera i robot intelligenti «avversari evolutivi dell’homo sapiens bensì strumenti (artefatti) che devono essere pensati come cooperativi alla persona» (Benanti 2018, 113). A questo punto si pone la domanda conclusiva sulla differenza antropologica tra persone e macchine intelligenti.

Soggetti e persone
L’aumento della complessità degli strumenti digitali porta con sé un’accresciuta difficoltà di prevederne il funzionamento e di attribuire la responsabilità delle operazioni che essi svolgono. Nascono così i “buchi dell’attribuzione di responsabilità” (responsibility gap). In questa situazione, è importante riacquisire un concetto di responsabilità che vada al di là della dimensione, meramente fattuale, del riportare un effetto a una causa. Questa interpretazione riduttiva ha condotto a una crisi della responsabilità, con il risultato di impoverire la nostra esperienza morale.

È questa deriva che papa Francesco denuncia, quando afferma che l’«antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano “non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio”» (LS, n. 115). Si verifica così un paradosso: «la macchina si umanizza non meno di quanto l’uomo si macchinizzi» (Benanti 2016, 63).

Per comprendere correttamente i termini della responsabilità umana, dobbiamo prima chiarire che cosa significa che l’essere umano è persona. È questo, infatti, l’assunto antropologico fondamentale, sotteso anche alla tradizione filosofico-teologica e alla dottrina sociale della Chiesa. Il confronto con l’AI può aiutarci in questo compito. Le macchine intelligenti e agenti esprimono quella che senz’altro possiamo chiamare soggettività, cioè la capacità di elaborare determinate informazioni e di rispondere autonomamente. In questo senso, possiamo affermare senza dubbio che l’AI è un soggetto. Tuttavia un soggetto, descritto in questi termini, è lontano dal realizzare la specificità che la tradizione filosofica e teologica cattolica attribuisce alla nozione di persona. Essa si realizza nella capacità dell’essere umano di distinguere il bene dal male, detta in termini tecnici sinderesi. Questa facoltà è anteriore alla coscienza morale riflessa e ne costituisce il presupposto. La possibilità di deliberare moralmente, infatti, non potrebbe sussistere se non vi fosse, al di sotto di essa, questa capacità intuitiva dei principi universali dell’ordine morale. È a questo livello che si radica il concetto di persona. Ciò che la persona è non si identifica con l’autoconsapevolezza, la libertà o la capacità di scelta come caratteristiche della soggettività, ma è il presupposto indisponibile di queste capacità.

Tornando al confronto con l’AI, possiamo per la prima volta distinguere fra soggettività e persona, concetti che sono stati spesso assimilati; arriviamo così ad affermare che può darsi soggettività senza persona (la macchina pensante e agente), ma che l’agire di una tale soggettività è svuotato di significato morale, in quanto non c’è vera conoscenza dei principi etici universali. Al contrario, l’essere umano è considerato persona, quindi titolare di un’esperienza morale, anche se è privo delle sue facoltà razionali e di scelta autonoma, come può verificarsi nel caso di un grave handicap cognitivo.

Da questo ragionamento segue anche che difficilmente è possibile immaginare una vita personale senza che l’intelligenza sia realizzata in un corpo biologico dotato di metabolismo e quindi di vita reale (cfr Boden 2019, 141); detto in altri termini: la macchina può esprimere esteriormente un modello umano di ragionamento e comportamento etico, ma senza realizzarlo veramente in se stessa.

Possiamo allora affermare che le macchine autonome dotate di AI sono agenti morali solo in senso improprio: possono realizzare istanze di decisione, ma non ha senso attribuire loro una responsabilità morale. Solo l’essere umano, in quanto moralmente responsabile, è un agente morale in senso proprio.

Ecco chiarita anche la differenza fra il problem solving e il fatto di affrontare un problema morale. Il primo è una procedura di ottimizzazione dei risultati, che può essere svolta da un soggetto artificiale sulla base di parametri previamente assegnati, forse anche in modo più efficiente di quanto un essere umano farebbe. Invece, si dà un problema morale quando una persona mette in gioco la propria intuizione, il proprio libero arbitrio e la propria responsabilità per rispondere a una situazione data. Per questo motivo le macchine non devono acquisire potere decisionale quando si tratta della vita umana: devono essere poste al servizio dell’autodeterminazione umana e non restringerla, per assicurare sempre l’ultima istanza della responsabilità umana.

Marvin Minsky, matematico e informatico statunitense, affermò che «se può farlo una macchina, allora non è una cosa intelligente», sottolineando così la differenza qualitativa fra l’intelligenza umana e quella artificiale. Possiamo riprendere questa frase in chiave etica, dicendo che «se può risolverlo il computer, allora non è più un problema morale» (Brand 2018, 143, nostra trad.).


Da "https://www.aggiornamentisociali.it/" I robot distinguono tra bene e male? Aspetti etici dell’intelligenza artificiale di Markus KRIENKE

Secondo il presidente della Federal Reserve gli Stati Uniti torneranno ai livelli pre-crisi solo alla fine del prossimo anno. Dovrà esserci già un vaccino.

Non prima della fine del 2021. E comunque ci vorrà un vaccino. Queste le previsioni del presidente della Federal Reserve americana Jerome Powell sulla ripresa dell’economia americana. «Le persone dovranno sentirsi al sicuro, e questo potrebbe significare che dovremo attendere l’arrivo di un vaccino», ha dichiarato domenica in una intervista alla CBS News.

Non solo. «Assumendo che non ci sarà una seconda ondata del virus», ha continuato, si potrà già assistere a un recupero marcato già nella seconda metà dell’anno.

Nel frattempo, i tempi saranno duri per almeno altri due mesi, con la disoccupazione che aumenterà fino a toccare il 20-25%. Ma «è una buona notizia», fa notare, «che la stragrande maggioranza» di chi ha chiesto i sussidi sia stato a lasciato a casa solo in via temporanea. Questo significa che si aspettano di tornare a riprendere, presto o tardi, il loro vecchio lavoro.

«È stato fatto molto ed è stato fatto in fretta», ha sottolineato: tagli ai tassi base – quasi a zero – e una serie di programmi per fornire liquidità che hanno aiutato i mercati finanziari a recuperare dopo gli storici crolli di marzo.

Ma la Fed e il Congresso non hanno finito il loro compito: serve di più «per evitare danni all’economia nel lungo periodo».

Per la precisione si tratta di «politiche fiscali che aiutino le aziende ad evitare fallimenti evitabili, e lo stesso con gli individui», questo il nodo centrale.

Per il resto Powell ha ripetuto la sua posizione contraria all’utilizzo di tassi di interesse negativi (come invece vorrebbe il presidente degli Stati Uniti Donald Trump), una proposta rifiutata anche dalla Federal Open Market Committee a favore di «altri strumenti», come la forward guidance e il quantitative easing. «I tassi di interesse negativi non sarebbero adatti per gli Stati Uniti».

I dati economici, ricorda il Financial Times, restano poco incoraggianti. La disoccupazione, ad aprile, ha toccato un record del 14,7%. Le istituzioni hanno risposto con un piano economico di 3mila miliardi di dollari, ma non sarà sufficiente.

Repubblicani e Democratici stanno già preparando un secondo programma di aiuti, anche se persistono divisioni su come (e dove) allocare questi fondi federali.

 

Da "https://www.linkiesta.it/" Per la ripresa dell’economia dovremo aspettare la fine del 2021 di Jerome Powell

Limitare i danni spuntando per quanto possible il Diktat di Berlino mediante l'utilizzo dei principi e degli strumenti che la nostra appartenenza all'Unione ci consente
In questi ultimi anni mi è capitato spesso in coincidenza di interlocutori e platee diverse di dover rispondere alla stessa domanda: “Bruxelles conviene?”. Ad ogni singola occasione la mia risposta è stata identica ai limiti della monotonia: “Bruxelles per noi non solo conviene ma è addirittura vitale per la tutela dei nostri interessi”.

Diversi ne sono i motivi.

Primo: gli assi (alleanze più piccole) tra Paesi storicamente parlando non ci hanno mai portato bene.

Secondo: gli assi tra Paesi tendono spesso ad avvitarsi secondo logiche muscolari (logiche su cui spesso la casistica negoziale passata ci ha visti subire).

Terzo: la nostra posizione negoziale è per natura una posizione determinata dalla geografia: sovraesposti a Sud (si pensi alla nostra sofferenza mediterranea di questi ultimi anni) e asfissiati a Nord (si pensi al condizionamento che le montagne pongono alla nostra mobilità e alle nostre attività ad essa connesse). Il che significa che per non rimanere isolati dobbiamo fare leva su principi europei comuni che ci permettano di sormontare gli handicap fisici che la natura ci ha riservato, penso ad esempio al Principio europeo della libera circolazione di persone e di beni che c’impedisce di subire gli sbalzi umorali francesi o austriaci (vedi ad esempio la vicenda Ecopunti).

Quarto: affidarsi a principi e strumenti condivisi da certezza ai rapporti a prescindere di assi e dinamiche muscolari.

È di pochi giorni fa la notizia che la Germania abbia deciso di riaprire le proprie frontiere il 15 giugno prossimo verso determinati Paesi considerati più sicuri in quanto a gestione della pandemia, decisione sostanziale incontrovertibile se commisurata all’esigenza di tutelare i propri cittadini.

Decisione, tuttavia, non esente dal provocare effetti collaterali non propriamente in linea con lo stare insieme in Europa.

Uno di questi effetti riguarda il generare corridoio Covid free per i propri abitanti verso determinati Paesi, orientamento che a maggio inoltrato rischia di creare una forte distorsione della concorrenza in un settore vitale come il turismo.

Va, infatti, ricordato che generalmente (probabilmente non quest’anno) un’ estate in Europa è una torta che vale per le categorie produttive del continente 150 miliardi di euro.

Immaginate pertanto cosa possano significare anche solo mere dichiarazioni da parte di Berlino relativamente all’orientamento di puntare su alcuni Paesi e di escluderne altri come ad esempio l’Italia e la Spagna relativamente all’opportunità per i cittadini tedeschi di passare le vacanze all’estero…

Ricordiamo inoltre che l’Italia, insieme alla Spagna, risulta uno dei principali beneficiari della torta turistica europea, che il turismo rappresenta per il Belpaese il 13% del Pil e che generalmente ogni anno 14 milioni di tedeschi vengono in Italia…

Che fare allora?

Limitare i danni spuntando per quanto possible il Diktat di Berlino mediante l’utilizzo dei principi e degli strumenti che la nostra appartenenza all’Unione ci consente.

Iniziamo pertanto a spellare la cipolla tedesca strato per strato…

Partiamo, innanzitutto declinando la questione con il Principio europeo di non discriminazione (art 13 TUE) e riprendendo le recenti parole della commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johansson, in cui viene spiegato che quando un Paese decide di revocare le restrizioni alle sue frontiere, apre le porte a tutti i cittadini residenti negli Stati Ue che si trovano nell’analoga situazione epidemiologica, senza discriminare sulla base della loro cittadinanza e del loro passaporto.

Orientamento, che trova poi ulteriore precisazione nelle linee guida sul turismo pubblicate il 13 maggio scorso dalla Commissione europea in cui si sostiene che il viaggio andrebbe consentito non unicamente verso Stati con condizioni epidemiologiche simili ma anche verso regioni europee che condividono le stesse condizioni epidemiologiche.

Il che significa secondo Bruxelles che se ad esempio Sicilia e Sardegna o Maiorca o Minorca dovessero secondo i parametri previsti dal Centro europeo per la prevenzione del controllo delle malattie (Ecdc) trovarsi in situazioni epidemiologiche simili di alcuni länder tedeschi non vi sarebbe alcuna ragione per non pianificarvi una vacanza.

Allo stesso modo se Trentino e Tirolo austriaco dovessero vantare situazioni epidemiologiche simili non vi è nessuna ragione per cui il confine tra Italia ed Austria rimanga chiuso.

In tal senso nel negoziato europeo al fine di sgrezzare la posizione tedesca occorrerà attivare la diplomazia tra territori europei mediante il Comitato delle Regioni (Cdr) e mediante reti europee influenti come la Conferenza delle Regioni Periferiche e Marittime (Crpm). In ragione della disomogeneità del fenomeno è proprio nella diplomazia dei territori che può risiedere la miglior risposta modulare alla pandemia e ai suoi effetti collaterali almeno nel medio periodo.

Certo un imprenditore turistico pugliese, ligure o marchigiano potrebbe obiettare parafrasando Keynes che nel medio periodo (inteso qui come domani) la sua attività sarà morta.

In tal proposito, anche qui Bruxelles sembra poter prospettare speranze di sopravvivenza, innanzitutto, garantendo liquidità sia attraverso la facilitazione del quadro delle norme in materia di aiuti di stato (regimi di garanzia per i buoni o altri regimi di liquidità per sostenere le imprese dei trasporti e dei viaggi e per garantire che siano soddisfatte le richieste di rimborso per Covid) sia attraverso finanziamenti (ad esempio gli 8 miliardi di euro previsti dal Fei per 100.000 piccole imprese colpite dalla crisi).

Non secondario poi nemmeno il contributo finanziario del programma Sure (fino a 100 miliardi di euro) per la salvaguardia dei posti di lavoro. Tutto ciò, val la pena ricordarlo, per una materia, il turismo, che non è di competenza europea bensì degli Stati nazionali!

Alla fine della fiera, Bruxelles conviene? A me pare di sì ma fate voi…

Da "https://formiche.net/" Turismo Covid-free, ecco perché l’Europa conviene. di Cristiano Zagari