Soltanto oggi l’opinione pubblica italiana è riuscita ad avere notizia del documento che il governo aveva già dal 12 febbraio e che indicava con chiarezza la dimensione dell’imminente pandemia. Nell’analisi anche il fabbisogno di terapie intensive. Abbiamo chiesto al presidente emerito della Corte Costituzionale, il prof. Cesare Mirabelli, la sua opinione e...
La trasparenza salva la democrazia. A volte può anche salvare vite. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, lancia un monito in direzione Palazzo Chigi: “Lo stato di emergenza non è un passepartout”. Un documento del 12 febbraio, ha svelato Repubblica, informava il ministero della Salute delle stime da vertigine della pandemia da Covid-19 in Italia: tra i 60mila e i 120mila contagi, 10mila posti letto mancanti nelle terapie intensive, almeno 35mila morti. È stato tenuto riservato fino ad oggi. Ora qualcuno dovrà spiegare perché.

Presidente, non si tratta di un documento qualsiasi.

Mi sembra che da quella ricerca emergesse chiaramente il fabbisogno delle terapie intensive. Un’esigenza che è stata trascurata, e si poteva ricavare già dal divario fra Italia e altri Paesi europei, come la Germania.

È stato tenuto riservato. Andava reso pubblico?

Penso di sì. La trasparenza della Pubblica amministrazione è ancorata a un principio della Costituzione, quello di imparzialità e buon andamento. Non solo la conoscenza, ma la conoscibilità delle informazioni e degli atti amministrativi di interesse generale, come questo, è uno degli elementi che concorrono a qualificare una democrazia. La non conoscenza degli atti era un principio cardine dello Stato autoritario.

Per portare alla luce il rapporto ci sono voluti mesi di tiro alla fune. Il governo non riteneva di renderlo pubblico durante l’emergenza.

Lo Stato d’emergenza non è un passepartout. Non impone la non diffusione di notizie o documenti del genere. E deve essere rapportato a un’emergenza reale, limitata nel tempo.

A maggio il direttore della programmazione del ministero della Salute Andrea Urbani disse che il piano nazionale d’emergenza prevedeva tre scenari, e che il peggiore non poteva essere divulgato per non “scatenare il panico fra i cittadini”.

Deve esserci una motivazione più forte per tenere riservati questi documenti. Se si prevede un’eruzione del Vesuvio, non se ne dà notizia anticipatamente per non diffondere il panico? Non si può considerare il popolo bue. Il panico, semmai, può derivare dall’assenza di trasparenza, da informazioni frammentate e inesatte, che riguardano la generalità.

Quelle cifre erano perfino superiori a quelle registrare in seguito. Non c’era il rischio di creare confusione?

Tutt’altro. Le informazioni, anche quelle gravi, concorrono non solo a dare trasparenza all’azione della Pa ma anche a sollecitare l’adesione dell’opinione pubblica a comportamenti idonei allo stato d’emergenza, a renderla consapevole. Qui devo fare un appunto al Parlamento.

Ovvero?

Mi pare che da questa vicenda l’istituzione esca indebolita. Non c’è stato alcun segreto di Stato, ma semmai un segreto d’ufficio, che certo non è opponibile al Parlamento. Le Camere hanno tutti i poteri necessari per conoscere cosa fa il governo e indirizzarne l’azione.

Mirabelli, lo stato d’emergenza prima o poi deve finire?

Ripeto, è per definizione limitato nel tempo, e proporzionato. Ho dubbi, pur comprendendone le ragioni, su atti amministrativi come i Dpcm usati come strumento di limitazione delle libertà. Fin dove si può comprimere un diritto? È una domanda che altrove si sono posti. In Germania il Tribunale costituzionale ha ritenuto eccessiva la limitazione degli accessi ai luoghi di culto islamici. In Francia il Consiglio costituzionale ha ben spiegato la distinzione fra limitazione proporzionale e soppressione dei diritti.

Alla base di tutto c’è un cortocircuito italiano. Tecnici o politica, chi decide?

La politica deve decidere. I tecnici devono essere ascoltati, ma possono dare elementi di conoscenza difformi, come in effetti è successo. La gravità della crisi ha portato spesso a decisioni immediate, ci ha trovati impreparati. Non c’è nulla di scandaloso. Ma spetta alla politica assumersene le responsabilità.

Da "https://formiche.net/" Il documento sul Coronavirus? Non si secreta la democrazia. Il monito di Mirabelli di Francesco Bechis

Secondo uno studio pubblicato sul magazine «Nature Communications Earth & Environment» anche se si arrestasse il riscaldamento climatico la calotta glaciale sarebbe compromessa.

Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia è arrivato al «punto di non ritorno». É ciò che afferma uno studio pubblicato sulla rivista «Nature Communications Earth and Environment» che prende in esame osservazioni trentennali della calotta glaciale presente sull’isola dell’oceano Atlantico. La ricerca afferma che ormai si è infranto l’equilibrio che, fino agli anni novanta dello scorso secolo, vedeva la neve accumulata compensare sostanzialmente la quantità di ghiaccio sciolto. Anche se oggi si arrestasse il riscaldamento climatico - dichiara lo studio - la situazione sarebbe comunque compromessa.

L’equivalente di 7 piscine olimpioniche
Nel 2019 la Groenlandia ha perso 1 milione di tonnellate di ghiaccio al minuto, in tutto 532 miliardi di tonnellate, segnando un record millenario. L’analisi di immagini e dati dei satelliti Grace della Nasa rivelano che i ghiacciai sciolti sono sprofondati nell’oceano, riempiendolo ogni secondo dell’equivalente di 7 piscine olimpioniche, innalzando ulteriormente il livello dei mari che già mettono in pericolo le aree costiere del mondo. In uno scenario di scioglimento totale della Groenlandia, il livello mondiale dei mari si innalzerebbe di 6 metri.


Riduzione dei ghiacciai
Secondo Michalea King, ricercatrice presso il Byrd Polar and Climate Research Center, anche in caso di interventi mirati contro il riscaldamento globale, la calotta glaciale continuerebbe a sciogliersi: ««Abbiamo preso in considerazione le osservazioni satellitari, le nevicate invernali non riescono a contrastare lo scioglimento del ghiaccio - dichiara King -. I ghiacciai si sono ridotti abbastanza da far sì che molti di loro si trovino in acque più profonde, il che significa che è aumentata la quantità di ghiaccio a contatto con l’acqua, che scioglie ulteriormente il ghiaccio e rende ancora più arduo il ritorno alle condizioni precedenti».


Da "www.corriere.it" Groenlandia, lo scioglimento dei ghiacciai è arrivato al «punto di non ritorno» di Francesco Tortora

Ogni giorno qualcuno si converte al No

Lunedì, 24 Agosto 2020 00:00

Il disimpegno dei partiti che votarono a favore del taglio dei parlamentari è destinato a proseguire ancora a lungo. Il Partito democratico sta decidendo se dare libertà di voto ai suoi elettori, la destra non è mai entrata veramente in campo, e i Cinquestelle odiano una riforma che sarà complice del loro ritorno a casa.

Se rispecchiassero i voti parlamentari il Sì dovrebbe prendere il 90 per cento. Impensabile: qui ogni giorno c’è qualcuno che scappa o si converte al No.

Il disimpegno dei partiti che in Parlamento (alla quarta votazione) votarono a favore del taglio è destinato a perdurare. Il che potrebbe avere qualche conseguenza persino sull’esito del voto che improvvisamente è diventato meno scontato. Certo non sarà un plebiscito.

Se il grosso dell’elettorato della destra e anche del Partito democratico disertasse le urne (a parte ovviamente laddove si vota per le Regionali) la partita si farebbe interessante, perché è chiaro che i sostenitori del No sono più politicizzati, più motivati. Ai seggi ci andranno eccome. E se in una regione come la Campania, il governatore uscente e verosimilmente rientrante Enzo De Luca si schiererà per il No, come pare certo, la bilancia penderebbe ancora di più a sfavore della riforma grillina.

Persino i grillini tacciono, s’inventano fanfaluche “strategiche” tanto per menare per il naso il Partito democratico, oppure già si concentrano su chi farà o non farà il “capo politico” quando Vito Crimi avrà rassegnato le sue non indimenticabili dimissioni.

D’altra parte non è più neppure il “loro” referendum, in origine pensato per ritrovare una verginità anticasta proprio mentre della casta diventavano il nocciolo duro. È diventato invece una trappola mortale per molti parlamentari Cinquestelle: odiano una riforma che sarà complice del loro ritorno a casa proprio per colpa del taglio da loro voluto. Perché dunque infilare la testa nel cappio votando Sì? Infatti c’è il primo dissenso, quello della deputata Elisa Siragusa. Un tabù rotto.

La destra da parte sua non è mai entrata in campo. Solo Giorgia Meloni, non a caso la più affine ai grillini almeno sotto l’aspetto dell’istinto demagogico, ci si butterà un po’ anche perché Fratelli d’Italia forse è il solo partito, stante i sondaggi di oggi, che non ha nulla da temere dal taglio, e questo pur mettendo nel conto dissensi importanti come quello di Guido Crosetto («Questa riforma è un colpo alla democrazia») e chissà forse di un nipotino della Democrazia cristiana come Raffaele Fitto.

È tutto da vedere poi se l’elettorato profondo della Lega risponderà a una eventuale chiamata alle urne da parte di un Matteo Salvini che non si capisce bene che interesse ha a vedere ridotta la presenza leghista in Parlamento: vero è che in lui alberga ancora l’idea di utilizzare il referendum come l’avviso di sfratto al governo Conte dato che tutto fa brodo, come diceva il Cavalier Mussolini: ma è armamentario tutto politicista, non è il referendum l’arma-fine-di-mondo che può sollevare le masse del Nord, in questa fase preoccupate di tutt’altro.

Per non parlare di Forza Italia, che di fatto ha sdoganato il No. Hanno evidentemente fatto breccia i battaglieri Cangini, Baldelli, poi Mulé, fino al sottile ragionamento di Mara Carfagna che ha usato argomenti che la portano a votare Sì ma che potrebbero essere tranquillamente a sostegno del No (in sintesi, riforma cattiva ma si apre un percorso) e infine al grande dissenso di Renato Brunetta: «Se vince il Sì, vince il Movimento cinque stelle e l’antipolitica, perdono sia il centrodestra che il centrosinistra».

Ci si poteva pensare prima. In Parlamento. Dove a fare la battaglia contro la riforma fatta «con la cesoia» (definizione di Gianni Cuperlo, Partito democratico) rimasero soli i riformisti, Italia Viva, +Europa e pochi altri.

E per completare il quadro, adesso tutti si accorgono che il Partito democratico sta per disertare o quasi la campagna vera e propria. Alla Direzione dei primi di settembre dovrà prendere una decisione formale (incredibilmente ancora non è stato fatto) che sarà, come anticipato da Linkiesta, favorevole al Sì ma con totale libertà di voto (che è qualcosa di diverso dalla libertà di coscienza, che presuppone un libero dissenso: qui è come se vi fosse pari dignità fra Sì e No). Ed è facile immaginare il successivo proliferare di adesioni al No. Già ora vari ministri del governo Conte voteranno diversamente dal premier e fra questi anche almeno un ministro del Partito democratico, per non parlare dei sottosegretari.

E non è una coincidenza casuale il fatto che parallelamente alle divisioni sul referendum si stia aprendo pubblicamente una discussione molto seria sulla linea della cosiddetta “alleanza strategica” con i grillini che forse sta per essere abbandonata.

A Goffredo Bettini che ha rilanciato sul Foglio l’ipotesi di un’intesa a tre (Partito democratico, Cinquestelle e riformisti guidati da Matteo Renzi) hanno replicato dicendo no ad alleanze a tavolino quattro esponenti di aree diverse: Cuperlo (sinistra), Maurizio Martina (già sfidante di Zingaretti), Alessandro Alfieri (Base riformista) e Luigi Zanda (da sempre vicino a Franceschini). È la prima posizione unitaria dei no-Zinga. Da parte sua il segretario per la prima volta nella sua vita si dice in disaccordo con Bettini. Un altro tabù che si rompe.


Da "www.linkiesta.it" Ogni giorno qualcuno si converte al No, così l’esito del referendum è meno scontato del previsto di Mario Lavia

Ecco l'identikit del camminatore

Venerdì, 21 Agosto 2020 00:00

Per la prima volta il numero di persone che percorre i Cammini in Italia supera quello degli italiani che hanno affrontato il celebre Cammino di Santiago di Compostela. Lo segnala un sondaggio effettuato dalla casa editrice Terre di Mezzo che mostra per la prima volta il sorpasso.

Sono infatti 32.338 le persone che nel 2018 hanno chiesto la credenziale per uno degli itinerari nel Belpaese, contro i 27.009 italiani arrivati alla Cattedrale di Santiago (è la nazionalità più numerosa, dopo gli spagnoli). “Non era mai successo. Segno che c’è un potenziale per i cammini italiani”, sottolinea Miriam Giovanzana, direttore editoriale di Terre di mezzo che ha condotto un’ampia indagine sia sulla base dei dati forniti dalle associazioni o enti che accolgono i pellegrini che su un questionario lanciato su Facebook, al quale hanno risposto 2.930 camminatori.

In Italia il Cammino preferito resta la Via Francigena, con 17.092 credenziali richieste, seguita dai cammini francescani (Via di Francesco e Di qui passò Francesco, 7.352), dalla Via degli Dei (3.800), dal Cammino di San Benedetto (2.106), dai Cammini francigeni di Sicilia (1.426) e dalla Via Romea Germanica (652). Nel 2017 in Italia su questi Cammini sono state consegnate 23.547 credenziali, salite nell’anno successivo appunto a 32.338 con una crescita del 37,3%. Interessanti anche i dati sugli attestati rilasciati nei luoghi in cui i cammini si concludono. A Roma (punto di arrivo di più Cammini) li hanno ritirati 9.372 pellegrini, ad Assisi 3.950 e a Montecassino 700.


Ed ecco nel dettaglio i risultati approfonditi della ricerca condotta da Terre di mezzo.

L’identikit del camminatore
Sono in maggioranza uomini (57%), con un buon livello culturale: diplomati e laureati entrambi al 44%. Il 73% ha un impiego, come dipendente (49%) o libero professionista (18%). I camminatori in Italia sono in maggioranza over 40: il 19,7% tra 41 e 50 anni, il 28,9% ha tra 51 e 60 anni, il 24,1% tra 61 e 70 anni. Il 74% ha fatto più di un cammino, non solo in Italia. I camminatori italiani vivono soprattutto nelle regioni del centro nord: 28% in Lombardia, 13% in Emilia, 11% in Veneto, 10% nel Lazio, 8% in Piemonte e 8% in Toscana.

Le ragioni e lo stile del camminare
Il 25% sostiene di mettersi in cammino per motivi religiosi, più alte le percentuali di chi risponde “per fare trekking” (52%), “per stare nella natura” (50%) o “per scoprire il territorio” (46%). Pochi quelli che affrontano il pellegrinaggio in bici, l’11%. Moltissimi si cimentano nell’impresa nel periodo primaverile o estivo: i picchi si registrano a maggio (19% di chi ha risposto) e in agosto (21%). Il 51% fa tutto il cammino in una sola volta. Sulla Via Francigena solo il 16% parte e arriva in una sola stagione, gli altri preferiscono dividere il cammino in più anni. Sono percorsi interamente invece i percorsi più brevi, come la Via degli Dei (90%), la Magna Via Francigena in Sicilia (82%), Italia coast to coast (64%) e il Cammino di San Benedetto (51%). Per la maggioranza dei camminatori il viaggio dura al massimo due settimane. Preferiscono camminare in coppia (il 38%) o in gruppo, mentre uno su tre sceglie l’avventura in solitaria.

La preparazione e le ricadute sul territorio
Il cammino inizia prima della partenza. Ben il 75% si allena in anticipo, approfittando del tempo libero. Inoltre, l’81% si procura la credenziale (e il 72% di chi è arrivato alla meta ha ritirato il testimonium), e non parte senza aver prima acquistato una guida cartacea (75,6%). Il 45% spende in media dai 30 ai 50 euro al giorno. Il 65,4% pernotta in un B&B, il 57,1% in strutture religiose, il 28,4% in agriturismi e il 23,8% in alberghi. E se il 73% pranza con i panini, il 52% poi si concede una cena al ristorante e il 27% sceglie strutture che offrono il menu per pellegrini. Prima di partire, il 42% ha acquistato calzature, il 39% abbigliamento tecnico e il 31% attrezzatura come zaino, borraccia o bastoncini. Il 34% sostiene che ha scoperto i Cammini d’Italia attraverso il cosiddetto passaparola. Per il 32% la fonte è stata Internet, per il 14% Facebook e per l’8% tv, radio o giornali.

Da "https://www.repubblica.it/" Dalla Francigena alla via degli Dei: i percorsi italiani “battono” Santiago de Compostela. Ecco l'identikit del camminatore

Sempre più donne nei dicasteri chiave

Lunedì, 17 Agosto 2020 00:00

Bergoglio accelera il processo di valorizzazione femminile nelle gerarchie ecclesiastiche. Ieri sei laiche sono state nominate nel Consiglio per l’Economia.

Nei Sacri Palazzi vaticani sono aumentate le donne impiegate, soprattutto ai piani alti. Non era mai capitato nella bimillenaria storia di Santa Romana Chiesa. La mattina di Capodanno papa Francesco, un po’ a sorpresa, aveva scandito: la donna «va pienamente associata ai processi decisionali». Sembrava solo un inciso della prima omelia del 2020, si sta rivelando un programma, che ieri ha registrato un nuovo capitolo con la nomina nel Consiglio per l'Economia di sei laiche, scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza. Sono le tedesche Charlotte Kreuter-Kirchhof e Marija Kolak; le spagnole Eva Castillo Sanz e María Concepción Osákar Garaicoechea; le britanniche Leslie Jane Ferrar (in passato Tesoriere di Carlo, Principe di Galles) e Ruth Maria Kelly. L'unico ingresso maschile tra i laici è di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni (ed ex Generali). Bergoglio sta accelerando il processo - lungo, complesso e spesso controverso - di valorizzazione delle donne nelle gerarchie ecclesiastiche.

La presenza femminile nel personale a servizio del Pontefice e della Santa Sede negli ultimi dieci anni è cresciuta sia in numero assoluto che in percentuale. Ma a imprimere una sterzata è il recente incremento in ruoli di rilievo. Nel 2010, con Benedetto XVI, erano impiegate in Vaticano 4.053 persone, di cui 697 donne, circa il 17%. Nel 2019 invece, la Santa Sede e la Città del Vaticano assommavano insieme 4.618 dipendenti, di cui il 22% (1.016) donne. Un dato sottolineato dal sito Vatican News riguarda «l’aumento del numero di occupate presso la Santa Sede, cioè la Curia romana con tutte le sue entità che aiutano il Papa nell'amministrazione della Chiesa universale». Nel 2010 erano 385, nel 2019 649, «per cui la loro quota è passata dal 17,6 a più del 24%». Meno avanzata resta la situazione nell’apparato statale vaticano, dove la crescita è più lenta e interessa soprattutto le posizioni meno qualificate. Con un'eccezione d’impatto: dal 2016 Barbara Jatta è direttrice dei Musei Vaticani.

Per quanto riguarda la Curia, il livello più alto raggiunto è di sottosegretario, che generalmente occupa il terzo posto nell’ordine gerarchico, dopo i prefetti o presidenti, e i segretari. Francesco ha raddoppiato le sottosegretarie, da due a quattro. Su un totale di ventiquattro, cioè una su sei. E a gennaio, pochi giorni dopo il «proclama» di Capodanno, la scelta più importante: Francesca Di Giovanni è diventata sottosegretario nella Sezione per i Rapporti con gli Stati, nel centro nevralgico del Vaticano. Mai una donna aveva ricevuto un incarico così apicale Oltretevere, a maggior ragione in Segreteria di Stato e nell’ambito della diplomazia. Questa sua mansione la colloca al disopra di alcuni vescovi, in particolare dei nunzi. Una svolta storica.

Mentre all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ci sono Gabriella Gambino e Linda Ghisoni. Entrambe sono madri di famiglia, un'altra novità a questi livelli. La religiosa spagnola Carmen Ros Nortes lavora invece alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata.

Anche nel Dicastero per la Comunicazione ci sono signore leader. La slovena Natasa Govekar è direttore del dipartimento teologico-pastorale; la brasiliana Cristiane Murray è vicedirettrice della Sala stampa. Claudia Di Giovanni dirige la Filmoteca vaticana. A Radio Vaticana il capo della redazione francese è Helene Destombes. Il desk italiano è guidato da Gabriella Ceraso. Dell’inglese si occupa suor Bernadette Reis. Mentre la responsabile del programma giapponese è Hiroe Yamamoto.

E ancora. Papa Francesco ha da poco chiamato nel consiglio direttivo dell'Autorità di Informazione finanziaria (Aif), l’ente anti-riciclaggio, Antonella Sciarrone Alibrandi, pro-rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E l’altra fresca promozione papale è a capo ufficio della Biblioteca apostolica: Raffaella Vincenti.

Spicca poi suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica, nominata dal Papa nel 2019 consigliere di Stato. Ecco anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il più grande in Europa: dal 2015 è diretto da Mariella Enoc.

Punto di riferimento intellettuale per chi lavora a un cambio di passo femminile nelle Sacre Stanze è “donne chiesa mondo”, la rivista dell’Osservatore Romano diretta da Rita Pinci. Fanno parte del comitato di direzione Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello, Amy-Jill Levine, Elena Buia Rutt, Silvia Guidi, Giulia Galeotti, Carola Susani, Valeria Pendenza, Silvina Pérez e Marta Rodríguez Díaz. L’inserto non risparmia denunce e stoccate contro lo strapotere maschile. «Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un Sinodo composto di sole donne che prendano decisioni anche per loro? Credo di no», vi sostiene per esempio la storica e teologa Adriana Valerio. «Le donne, al contrario, da secoli subiscono l’esclusione istituzionale da tutti gli organi di governo della Chiesa». Ma a distanza di poche pagine Romilda Ferrauto riconosce che «la presenza in posti chiave sembra destinata ad affermarsi». Anche se a oggi nessuna «occupa ancora la carica di Prefetto. Però non è vietato sperare poiché dal 2018, per la prima volta, un laico, uomo, porta il titolo di Prefetto in Vaticano (Paolo Ruffini, Comunicazione, ndr)».

«Chissà, forse quel giorno non è più così lontano», sospira una suora.


Da "https://www.lastampa.it/" Sempre più donne nei dicasteri chiave. La rivoluzione rosa di Papa Francesco di DOMENICO AGASSO JR

Sempre più donne nei dicasteri chiave

Lunedì, 17 Agosto 2020 00:00

Bergoglio accelera il processo di valorizzazione femminile nelle gerarchie ecclesiastiche. Ieri sei laiche sono state nominate nel Consiglio per l’Economia.

Nei Sacri Palazzi vaticani sono aumentate le donne impiegate, soprattutto ai piani alti. Non era mai capitato nella bimillenaria storia di Santa Romana Chiesa. La mattina di Capodanno papa Francesco, un po’ a sorpresa, aveva scandito: la donna «va pienamente associata ai processi decisionali». Sembrava solo un inciso della prima omelia del 2020, si sta rivelando un programma, che ieri ha registrato un nuovo capitolo con la nomina nel Consiglio per l'Economia di sei laiche, scelte tra docenti universitarie e manager di primo piano del mondo della finanza. Sono le tedesche Charlotte Kreuter-Kirchhof e Marija Kolak; le spagnole Eva Castillo Sanz e María Concepción Osákar Garaicoechea; le britanniche Leslie Jane Ferrar (in passato Tesoriere di Carlo, Principe di Galles) e Ruth Maria Kelly. L'unico ingresso maschile tra i laici è di Alberto Minali, ex amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni (ed ex Generali). Bergoglio sta accelerando il processo - lungo, complesso e spesso controverso - di valorizzazione delle donne nelle gerarchie ecclesiastiche.

La presenza femminile nel personale a servizio del Pontefice e della Santa Sede negli ultimi dieci anni è cresciuta sia in numero assoluto che in percentuale. Ma a imprimere una sterzata è il recente incremento in ruoli di rilievo. Nel 2010, con Benedetto XVI, erano impiegate in Vaticano 4.053 persone, di cui 697 donne, circa il 17%. Nel 2019 invece, la Santa Sede e la Città del Vaticano assommavano insieme 4.618 dipendenti, di cui il 22% (1.016) donne. Un dato sottolineato dal sito Vatican News riguarda «l’aumento del numero di occupate presso la Santa Sede, cioè la Curia romana con tutte le sue entità che aiutano il Papa nell'amministrazione della Chiesa universale». Nel 2010 erano 385, nel 2019 649, «per cui la loro quota è passata dal 17,6 a più del 24%». Meno avanzata resta la situazione nell’apparato statale vaticano, dove la crescita è più lenta e interessa soprattutto le posizioni meno qualificate. Con un'eccezione d’impatto: dal 2016 Barbara Jatta è direttrice dei Musei Vaticani.

Per quanto riguarda la Curia, il livello più alto raggiunto è di sottosegretario, che generalmente occupa il terzo posto nell’ordine gerarchico, dopo i prefetti o presidenti, e i segretari. Francesco ha raddoppiato le sottosegretarie, da due a quattro. Su un totale di ventiquattro, cioè una su sei. E a gennaio, pochi giorni dopo il «proclama» di Capodanno, la scelta più importante: Francesca Di Giovanni è diventata sottosegretario nella Sezione per i Rapporti con gli Stati, nel centro nevralgico del Vaticano. Mai una donna aveva ricevuto un incarico così apicale Oltretevere, a maggior ragione in Segreteria di Stato e nell’ambito della diplomazia. Questa sua mansione la colloca al disopra di alcuni vescovi, in particolare dei nunzi. Una svolta storica.

Mentre all’interno del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ci sono Gabriella Gambino e Linda Ghisoni. Entrambe sono madri di famiglia, un'altra novità a questi livelli. La religiosa spagnola Carmen Ros Nortes lavora invece alla Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata.

Anche nel Dicastero per la Comunicazione ci sono signore leader. La slovena Natasa Govekar è direttore del dipartimento teologico-pastorale; la brasiliana Cristiane Murray è vicedirettrice della Sala stampa. Claudia Di Giovanni dirige la Filmoteca vaticana. A Radio Vaticana il capo della redazione francese è Helene Destombes. Il desk italiano è guidato da Gabriella Ceraso. Dell’inglese si occupa suor Bernadette Reis. Mentre la responsabile del programma giapponese è Hiroe Yamamoto.

E ancora. Papa Francesco ha da poco chiamato nel consiglio direttivo dell'Autorità di Informazione finanziaria (Aif), l’ente anti-riciclaggio, Antonella Sciarrone Alibrandi, pro-rettore vicario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

E l’altra fresca promozione papale è a capo ufficio della Biblioteca apostolica: Raffaella Vincenti.

Spicca poi suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia politica, nominata dal Papa nel 2019 consigliere di Stato. Ecco anche l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, il più grande in Europa: dal 2015 è diretto da Mariella Enoc.

Punto di riferimento intellettuale per chi lavora a un cambio di passo femminile nelle Sacre Stanze è “donne chiesa mondo”, la rivista dell’Osservatore Romano diretta da Rita Pinci. Fanno parte del comitato di direzione Francesca Bugliani Knox, Yvonne Dohna Schlobitten, Chiara Giaccardi, Shahrzad Houshmand Zadeh, Giorgia Salatiello, Amy-Jill Levine, Elena Buia Rutt, Silvia Guidi, Giulia Galeotti, Carola Susani, Valeria Pendenza, Silvina Pérez e Marta Rodríguez Díaz. L’inserto non risparmia denunce e stoccate contro lo strapotere maschile. «Accetterebbero mai gli uomini (maschi) di vedersi rappresentati da un Sinodo composto di sole donne che prendano decisioni anche per loro? Credo di no», vi sostiene per esempio la storica e teologa Adriana Valerio. «Le donne, al contrario, da secoli subiscono l’esclusione istituzionale da tutti gli organi di governo della Chiesa». Ma a distanza di poche pagine Romilda Ferrauto riconosce che «la presenza in posti chiave sembra destinata ad affermarsi». Anche se a oggi nessuna «occupa ancora la carica di Prefetto. Però non è vietato sperare poiché dal 2018, per la prima volta, un laico, uomo, porta il titolo di Prefetto in Vaticano (Paolo Ruffini, Comunicazione, ndr)».

«Chissà, forse quel giorno non è più così lontano», sospira una suora.


Da "https://www.lastampa.it/" Sempre più donne nei dicasteri chiave. La rivoluzione rosa di Papa Francesco di DOMENICO AGASSO JR

Scuola post shock

Lunedì, 10 Agosto 2020 00:00

Si può riflettere di formazione scolastica, oggi, come si faceva prima della crisi del Covid-19, con gli stessi termini, gli stessi dati, le stesse prospettive? Possiamo ancora chiederci se sia giusto che chi si occupa di educazione faccia bene i conti con l’universo del digitale, le sue lusinghe e le sue insidie, come prima, e ricorra alle ‘evidenze fattuali’ per avere e dare indicazioni convincenti sull’uso dei dispositivi tecnologici?

La mia risposta è negativa.
Muove infatti da una prospettiva necessariamente più ampia di quella di cui molto si discute nell’attuale frangente, cioè del come e in quali condizioni materiali garantire la ripresa delle attività consuete. Nelle classi certo si tornerà, le lezioni prima o poi riprenderanno, via via si stabilirà, in un modo o nell’altro, un’accettabile o comunque accettata normalità. Non fa problema. Né lo fa la previsione di dover far ricorso ancora all’online, malgrado la gran quantità di riserve manifestate.
Piuttosto, resterà, come problema aperto, imprevedibile nei suoi esiti, lo shock provato con l’interruzione delle pratiche scolastiche usuali: agirà in profondità e verrà a galla nelle situazioni critiche, che non mancheranno. Non sarà facile superarlo, a meno che non si arrivi a porre altre domande, più impegnative di quelle fronteggiate nel periodo dell’emergenza.


Ritengo che dovremo abituarci a considerare quel ch’è avvenuto nei mesi del lockdown alla stregua di uno spartiacque storico più che cronologico, e che questa cesura richiederà, per essere elaborata e messa a frutto, un adeguato impegno di concettualizzazione, o, meglio, di riconcettualizzazione dell’intera faccenda dell’educare, considerata in tutte le sue differenti manifestazioni, dalle più alle meno formali. In gioco, insomma, andranno messe non tanto le idee, nuove o vecchie che siano, quanto i parametri con cui farle nascere, riprendere, giudicare, attuare, secondo prospettive di innovazione dell’intero comparto formativo che provino la loro validità non solo e non tanto per gli assetti interni alle istituzioni formative, scuola e università, quanto e soprattutto per il tipo di rapporto, di fiducia o no, che queste intrattengono col mondo circostante: un rapporto che non potrà non cambiare, o che forse era già cambiato, prima ancora dello stop, senza che ce ne accorgessimo.


Il distanziamento della didattica realizzato tramite l’adozione di soluzioni di matrice digitale, soprattutto e talora solo a livello di infrastrutture (piattaforme e dispositivi vari), provando tecnologie più che tecniche, e investendo dunque più su macchine che su procedure per usarle, tutto questo, che è andato sotto l’etichetta della didattica a distanza, ha comunque prodotto, in ragione della natura stessa delle condizioni con cui è avvenuto, un diverso sguardo nei confronti della didattica stessa, quella scolastica e, sia pure in misura meno evidente, anche l’accademica. Avere sotto gli occhi, in una condizione di prossimità teoricamente impensabile, una riproduzione di pratiche al di fuori del loro ‘contesto naturale’, ha consentito a tutti, e in primo luogo agli stessi attori, di cogliere meglio topologia e pragmatica di quel ‘fare comunicativo’ che da sempre, si direbbe, e con limitate variazioni interne, è stato attuato nel chiuso delle aule: cattedra, banchi, lavagna, lezione, libro, valutazione. Come definire questo assetto se non nei termini di una ‘tecnologia’, di una ‘infrastruttura tecnologica’? Non la si vedeva, prima, e non solo perché c’erano le mura a proteggerla. La si vede meglio ora che, dislocata fuori, viene accolta e parzialmente tollerata da un’infrastruttura tecnologica di diversa matrice. Finché si parla una sola lingua quella è ‘la lingua’, quando si inizia a parlare una seconda lingua quella di partenza diventa ‘una lingua’.
In questo senso, il Coronavirus ci sta insegnando, lo vogliamo o no, che anche i termini che designano le attività di insegnamento e apprendimento vanno usati al plurale.


Il fatto è che la didattica non è mai neutra rispetto alle strumentazioni che adotta. Al contrario, in quanto apparato teorico e tecnico di mediazione del sapere non può fare a meno di servirsi di supporti che ne agevolino l’esercizio, né può evitare che i mediatori della mediazione che adotta incidano sulla sua stessa identità. C’è una topologia dell’aula e, in diretta corrispondenza con questa, opera una topologia cognitiva del libro: l’una richiama l’altra e tutte e due rispondono a un modello di comunicazione unidirezionale, quella che va da un centro univoco a una periferia teoricamente omologata. Altra cosa è la comunicazione multidirezionale che caratterizza le attività di una comunità di apprendimento operante in rete. Non è necessariamente migliore o peggiore, è semplicemente altra, sul piano della natura e dunque della topologia materiale e cognitiva dell’esperienza.


Questo per dire che una didattica centrata sullo studio riproduttivo di un sapere già dato tenderà ad assumere una figura e a darsi un compito tendenzialmente differenti da quelli di una didattica fondata sulla ricerca produttiva di un sapere in costruzione. Dunque, il libro come sapere fisso e solido e la rete come sapere mobile e liquido fungono, in termini di principio, da condizioni diverse per la costituzione e lo sviluppo di didattiche diverse; l’una, quella praticata e ‘consacrata’ dalla scuola, appare più subordinata alle logiche dell’insegnamento, l’altra, operante in chiave educativa perlopiù fuori dei recinti istituzionali, almeno fin qui, figura come più orientata alla promozione delle logiche dell’apprendimento.
In ballo, allora, non c’è solo il bisogno di capire se, assunto un determinato ordinamento della didattica, che poi è quello che vige da centosessant’anni, si possano introdurvi legittimamente ed efficacemente delle iniezioni di digitale, c’è invece, ora dovremmo capirlo meglio, l’esigenza di misurarsi con la determinazione tecnologica, ossia libresca, dell’ordinamento ereditato e degli eventuali limiti che questo assetto presenta rispetto ai tempi che viviamo. Appurato questo, potremmo accettare che si imbastisca un confronto fra due modelli di didattica, e che questo sia alla pari.
Attenzione, però. Quella che sto ponendo è una questione che non si lega all’uso di determinati supporti, il libro o il web, e tanto meno trova risposta nell’impegno ad ammodernare le dotazioni materiali delle scuole, degli insegnanti come degli allievi (con distribuzioni di tablet, per esempio), ma che investe la natura stessa dei saperi di cui la didattica (sia essa una o bina o trina, cioè testuale, reticolare, o anche mista) costituisce mediazione.


Qualunque misura si voglia adottare, oggi, per organizzare gli insegnamenti o gestire gli apprendimenti, non si dovrebbe evitare di porre, assieme ad una questione pedagogica, una questione epistemologica: non solo con che cosa formare, ma anche e soprattutto su che cosa e a che cosa formare. Non è, non dovrebbe essere, questo, un problema di materie o discipline da aggiungere: se lo si pensasse in questi termini, si sarebbe ancora vincolati al modello che fa della scuola un apparato di mediazione di testi. Ritengo, e forse ottimisticamente immagino che di qui in poi esso possa figurare, a tutti i livelli, dunque non solo per i più piccoli, come un problema di articolazione, aggregazione e integrazione delle aree dell’esperienza, prefigurando un modello che fa della scuola un apparato di mediazione differente e reciproca sia di testi (saperi oggettivati e stabili) sia di reti (saperi in costruzione e dunque mobili). Auspico insomma la nascita di una scuola anfibia, capace di muoversi e far muovere ad un tempo (e con pari consapevolezza) sulle conoscenze solide e sul quelle liquide.


lI cambio di paradigma di cui sto dicendo e che ritengo sia assolutamente necessario effettuare, deriva appunto da un bisogno che non potrà più essere inteso come istanza locale e settoriale (affidato ad amministrazione, insegnanti, editori), ma dovrà in un qualche modo figurare come la risultanza di un progetto complessivo, della società tutta: quello di far maturare una coraggiosa revisione della qualità e della quantità dei saperi scolastici ereditati dalla tradizione e attuati, in verità piuttosto passivamente, sulla scorta di assunzioni generali mai sottoposte a pubblica discussione.
Dire che il mondo attorno alle istituzioni formative è cambiato enormemente da quando quelle istituzioni hanno assunto la forma che ancora conosciamo e che pochissimo è cambiato di quella stessa forma potrebbe essere fuorviante se non preludesse, appunto, alla posizione di interrogativi sulla legittimità di determinate scelte di fondo.

Di fatto, la geografia sociale della scuola e dell’università italiane è incomparabilmente diversa rispetto a quella delle loro origini ottocentesche. Ma non altrettanto diversi sono il modo e lo spirito del pensare e fare didattica, a tutti i livelli: per via di un imperante immobilismo concettuale che ha assunto via via giustificazioni politiche diverse, non s’è sentito mai, seriamente, il bisogno di revisionare i contenuti e le tecniche cognitive della formazione istituzionale, di agire insomma sui saperi e sulla loro stessa ‘organatura’ (per dirla gramscianamente), al fine di rendere l’insieme della formazione più adeguato ad popolazione interna ed un mondo esterno che andavano via via rigenerandosi, anche profondamente. Accusare il paese Italia, e la sua identità culturale, di aver mantenuto fedeltà, nel secolo e mezzo e più di vita, al suo originario impianto elitario ed aristocratico sarebbe assurdo. Non lo è invece accusare il sistema formativo di aver mantenuto inalterato, al suo interno, il nucleo di un’antica vocazione elitaria ed aristocratica. Che si sia discusso per trent’anni di latino, a proposito della riforma della scuola media, e che la soluzione maturata sia sentita tuttora da non poche anime belle come un vulnus la dice lunga.


Le volte che ancora oggi viene sollevato un simile tema, il nucleo elitario e aristocratico di cui sto dicendo viene etichettato come ‘gentiliano’, ma si dimentica che, per volontà dello stesso Gentile, solo in parte ridimensionata poi dal ‘tradimento’ operato dalla pedagogia fascista, quella riforma rispondeva ad un’opera di restaurazione della filosofia inerente all’atto stesso di fondazione della scuola nazionale. Due erano i capisaldi, gli stessi che tuttora in un qualche modo resistono, e non solo nell’inconscio pedagogico: essenzialità e marginalità di una formazione primaria di tipo strumentale, centralità di una formazione secondaria organizzata attorno al valore superiore attribuito ai saperi umanistici, di stampo prioritariamente letterario, rispetto al significato pratico attribuito ai saperi scientifico/tecnici.
Si potrà obiettare che un problema di tale profondità non nasce adesso e che impegnarci a rivedere l’epistemologia del fare scuola, proprio ora, presi come siamo da problemi materiali di un arduo funzionamento quotidiano, equivarrebbe a concederci un lusso non solo immeritato ma anche controproducente.


Una risposta l’ho già data. Il lockdown ha reso trasparente ciò che avveniva all’interno degli edifici, ha reso visibile la didattica agli stessi attori, e al mondo circostante. Ciò che era vissuto come ‘naturale’ e ‘normale’ è stato messo in luce dall’anormalità dell’artificiale. E comunque la figura di quella ‘normalità’ dovrà essere modificata, alla riapertura degli edifici, per i residui di un’emergenza sanitaria che è stata e non smetterà di essere anche educativa. Lo sfaldamento di quel modello, per l’esposizione che ha subito, ha avuto inizio. Certo, non sempre gli osservatori esterni alla scuola sono stati attenti a cogliere i segni di questa crisi, ma dentro la si è sentita, ed è indubbio che i suoi effetti troveranno eco nella quotidianità.
La seconda risposta è di tipo più generale, e si lega alle prospettive della ripresa che ci attende, difficile da tutti i punti di vista, non ultimo quello economico. Occorrerà fare sacrifici, lo sappiamo. Li si dovrà fare anche in ambito educativo. A qualcosa occorrerà dunque rinunciare. Ecco, sarebbe importante che rinunciassimo a pensare che sia giusto, per le dotazioni culturali di base, continuare a marginalizzare i linguaggi sonori e quelli visivi subordinandone il valore ai linguaggi scrittori, e, per quelle più avanzate, rinunciassimo ad intestardirci nel confermare una rappresentazione divisiva più che aggregativa di sapere, dove scienza e tecnologia non dialogano con l’area dei saperi sociali, e viceversa. Gli strumenti per uscire da questi vincoli oggi li abbiamo: quelli materiali concretamente, quelli concettuali potenzialmente. Si tratta di mettere a frutto gli uni e gli altri, e dunque di provvedere, anche dentro le scuole, anche dentro le università, a costituire delle zone franche per la didattica ‘altra’, dove mettere in campo, liberamente, al di fuori dei vincoli consueti, pensieri e pratiche più rispondenti alla natura dialogica, costruttiva, collaborativa di un sapere reticolare, aggregativo, costruttivo, partecipativo: di un esperire, un conoscere e un fare, tra l’altro, più rispondenti alla matrice storica, ma anche all’attuale rappresentazione a livello internazionale della cultura italiana, fatta di suoni, immagini, manualità, di innumerevoli territori ‘indisciplinati’.


Al di là delle resistenze, delle improvvisazioni e delle rigidità, la didattica a distanza ha comportato una grandiosa opera di iniziazione collettiva ad esperienze, condotte e cognizioni di cui la gran massa dei docenti e pure degli studenti non aveva sentore, tanto meno coscienza. Sarebbe importante investire su questa vicenda del tutto anomala, non relegarla dunque dentro i vincoli di un’emergenza da archiviare al più presto, e far sì che l’autonomia e la flessibilità di cui non si potrà fare a meno, fin dal prossimo difficile anno della ripresa, possa esercitarsi anche sul nobile e colpevolmente ignorato tema di ciò che si impara e si insegna nelle scuole.

Da "https://www.doppiozero.com/" Scuola post shock di Roberto Maragliano

Una donna ha le convulsioni e viene portata a terra su una barella poco dopo l’attracco della motovedetta, un uomo vomita sangue davanti al medico del poliambulatorio allo sbarco. Il funzionario di polizia che sorveglia le operazioni discute con il medico che non vuole trasportare il ragazzo sull’ambulanza per paura che abbia il covid-19. Sotto la statua della madonnina di Lampedusa, a due passi dalla strada principale dell’isola affollata di turisti, è appena attraccata una motovedetta della guardia costiera italiana che ha scortato in porto due imbarcazioni, una partita da Zuara, in Libia, e una partita da Sfax, in Tunisia.

È l’ora di cena di lunedì 3 agosto e ai tavolini dei bar e dei ristoranti i turisti non si accorgono di quello che sta succedendo a pochi metri da loro, sotto alla caserma della guardia costiera. Mentre i poliziotti discutono con gli operatori sanitari, bardati con le protezioni anticovid, Bassim e Ghazi, due minorenni tunisini, sono saliti sul pulmino che li porterà nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. Sono felici di aver toccato terra dopo più di venti ore di navigazione a bordo di una piccola imbarcazione di legno, ma sono anche stravolti dal mal di mare. Sono partiti dalle isole Kerkenna, nella provincia di Sfax, insieme ad altri sette ragazzi. Hanno speso 3.500 dinari tunisini (mille euro) a testa per fare la traversata e arrivare a “Lambadusa”, uno dei posti di cui hanno sentito parlare di più in vita loro.

Una delle canzoni cantate nelle strade di Tunisi durante la rivoluzione dei gelsomini nel 2011 era H’biba ciao, la versione tunisina di Bella ciao, che non parla di guerre né di mondine, ma di un migrante che prova ad attraversare il mare per arrivare a “Lambadusa”. “Sia che vediamo quel paradiso coi nostri occhi – bella ciao – sia che affoghiamo e moriamo senza sepoltura, la mia anima tornerà da te a nuoto”, dice la canzone. A nove anni dall’unica primavera araba che ha prodotto una transizione democratica, per i tunisini è arrivato il tempo della disillusione. La crisi economica e politica nel paese era profonda anche prima che arrivasse il nuovo coronavirus, ma la pandemia ha ulteriormente aggravato una situazione già compromessa. E così negli ultimi mesi sono aumentate le barche che di notte prendono il largo da Zarzis, da Sfax, da Mahdia, con la complicità della guardia costiera locale.

Accordi e minacce
Secondo un rapporto dell’African development bank (Afdb), la Tunisia va incontro a una delle recessioni più gravi dall’indipendenza nel 1956. “Nessuno di noi ha un futuro lì, spero di riuscire ad arrivare in Francia”, afferma Ghazi, 17 anni, originario di Sidi Bouzid, una delle aree più povere del paese. Ma a Lampedusa quelli come lui non sono benaccetti: “I turchi”, li chiamano. Come se fossero invasori, come se fossero pirati o soldati della flotta ottomana. Eppure nelle vie del centro e lungo le spiagge affollate di turisti non si vedono, se non di rado. Il centro di prima accoglienza è nascosto agli occhi dei locali e dei visitatori, nell’entroterra dell’isola. Ma i tunisini sono sinonimo di invasione per i lampedusani e muovono sentimenti di ostilità.

Nel 2020 i tunisini sono il gruppo più numeroso tra i migranti arrivati in Italia. Su 14mila persone approdate via mare da gennaio, 5.909 (cioè il 40 per cento) sono tunisini. Quasi tutti con piccole imbarcazioni, attraccate direttamente sulle coste di Lampedusa o della Sicilia. Sono lontani i numeri raggiunti nel 2011 – l’anno della rivoluzione tunisina – quando in pochi mesi a Lampedusa arrivarono tra le 11mila e le 15mila persone. Tuttavia è bastato che aumentassero gli arrivi nella piccola isola italiana per fare andare il tilt il sistema di accoglienza, ridimensionato dal primo decreto sicurezza del 2018.

Dal 2011 la Tunisia ha firmato un accordo con l’Italia per il rimpatrio dei migranti irregolari: a Tunisi arriva un volo a settimana con sessanta tunisini. Ma spesso chi viene rimpatriato, dopo qualche anno o addirittura pochi mesi prova a partire nuovamente. “La storia si ripropone, abbiamo assistito a diverse ondate di arrivi di tunisini negli ultimi quindici anni”, spiega Sara Prestianni, ricercatrice e responsabile immigrazione dell’ong EuroMed rights. “Le cause delle partenze sono le condizioni economiche e sociali del paese, uno dei pochi settori ancora attivi come il turismo è stato messo in ginocchio dalla crisi sanitaria e quindi il sistema economico già debole sta definitivamente collassando”, continua Prestianni.

Ora il governo italiano minaccia di usare gli aiuti allo sviluppo come arma di ricatto: “Il ministro degli esteri Di Maio è arrivato ha detto che taglierà 6,5 milioni di fondi per gli aiuti, ma questo potrebbe solo acuire i problemi e spingere altre persone a partire. Nelle politiche dell’immigrazione italiane sembra che non si guardi a quello che succede dall’altra parte del Mediterraneo”.

Il centro di accoglienza al collasso
Sulla barca partita da Zuara, in Libia, hanno viaggiato in trenta. Sette donne, undici uomini e dodici bambini di diverse nazionalità (palestinesi, gambiani, ivoriani, marocchini, libici). Nelle ultime settimane sono arrivate anche trecento persone al giorno sull’isola. Da qualche anno Lampedusa, simbolo della frontiera, ritratta da decine di film e romanzi, era scomparsa dalle cronache, perché dal 2013 e fino alla fine del 2016 i migranti sono stati soccorsi al largo dalle autorità italiane e dalle navi umanitarie, per poi essere portati nei diversi porti italiani per lo sbarco.

Dal 2017 questo sistema di ricerca e soccorso, coordinato dal governo italiano, è stato smantellato e sono ricominciati i cosiddetti sbarchi autonomi. Infine, con la stagione estiva e con la fine del lockdown in Tunisia, sono aumentati gli arrivi dalla Tunisia e alle tensioni politiche per la gestione dei flussi migratori si sono sommate a quelle per la pandemia. Così da qualche mese Lampedusa è ritornata a essere protagonista assoluta del dibattito: la frontiera è arretrata di nuovo fino a coincidere con le spiagge cristalline dell’isola italiana e le lancette dell’orologio sembrano essere tornate improvvisamente indietro di un decennio.


Il centro di accoglienza di contrada Imbriacola ha di nuovo dimostrato di essere uno dei nodi problematici del sistema di prima accoglienza, con la sua capienza che non supera i duecento posti e un intero padiglione dormitorio dismesso e ancora in attesa di essere ristrutturato. Nelle ultime settimane la struttura, da gennaio gestita da un’organizzazione a scopo di lucro e senza una chiara missione sociale, la trevigiana Nova facility (la stessa società che gestisce la caserma Serena a Treviso), è arrivata a ospitare anche mille persone, che sono state ammassate su materassi stesi a terra anche all’aperto, tra l’immondizia.

I trasferimenti sulla terraferma con le navi della guardia costiera e della guardia di finanza dovrebbero essere continui, ma sono stati sporadici, anche per le proteste dei sindaci e degli amministratori regionali siciliani, e questo ha prodotto una situazione esplosiva nel centro di Lampedusa, sovraffollato e lontano dagli standard minimi di igiene, soprattutto in un momento di crisi sanitaria. Il sindaco dell’isola Salvatore Martello ha chiesto che sia dichiarato lo stato di emergenza, dicendo che le strutture di accoglienza sull’isola sono al collasso: “Ci sono 1.300 persone in due strutture: l’hotspot che era pieno con 1.100 persone e altre duecento persone in una struttura della chiesa, perché all’interno del centro accoglienza non entrava materialmente più nessuno”.

Ma sembra che sull’isola non si riesca a uscire dalla logica dell’emergenza e che questo impedisca di essere preparati davanti a nuove crisi migratorie. “Nel 2007 l’apertura del centro di contrada Imbriacola doveva essere esemplare, quel centro era stato pensato per diventare un modello, perché era stato costruito per rispondere alle inchieste giudiziarie che c’erano state sul vecchio centro di accoglienza vicino all’aeroporto, poi chiuso”, spiega Tareke Brhane, ex operatore del centro di accoglienza, oggi a capo del Comitato 3 ottobre.

“Negli anni la situazione è peggiorata, le persone rimangono per mesi dentro a una struttura pensata per ospitarle al massimo due giorni: ci sono state proteste, incendi”. Nel 2009 il centro di prima accoglienza è diventato un centro per il rimpatrio, poi di nuovo centro di accoglienza e nel 2015 è stato trasformato in un hotspot, cioè in un centro di prima accoglienza e identificazione. Rimangono però i problemi di una struttura progettata per una permanenza transitoria, che è costretta a ospitare un numero di persone cinque volte superiore a quello consentito per periodi molto più lunghi del previsto. “Ci dovrebbe essere una nuova inchiesta parlamentare per capire come sono spesi i soldi che il governo versa agli enti gestori (32 euro al giorno per persona) e perché il personale è così ridotto e i servizi così scarsi”, conclude Brhane.

La nave da quarantena Azzurra
Il 4 agosto di prima mattina è attraccata nello scalo di Cala Pisana la nuova nave da quarantena, la terza da aprile, affittata dal governo italiano con una spesa di quattro milioni di euro. Si tratta di una nave di 170 per 27 metri, un palazzo galleggiante di proprietà di Grandi navi veloci (Gnv), del gruppo Compagnia di navigazione italiana (ex Tirrenia), come la nave Rubattino e la Moby Zazà, usate per la stessa mansione. L’imbarcazione ha ormeggiato nello scalo di Cala Pisana, costruito nel 2011 dal governo Berlusconi per far attraccare i traghetti che trasferivano i tunisini sulla terraferma, e quasi mai usato da quel momento.

Alle 7.30 è cominciato il trasferimento di 360 migranti dall’hotspot sulla nave Azzurra di Gnv. Anche Bassim e Ghazi sono portati a bordo, dove saranno sottoposti a tampone e dovranno rimanere per 14 giorni, anche se dovessero risultare negativi al test. La decisione d’impiegare una nuova struttura galleggiante per la quarantena al largo ha suscitato molte critiche, perché nelle esperienze dei mesi scorsi non sono mancati i problemi e perché le imbarcazioni sono considerate dagli esperti dei possibili moltiplicatori del contagio da covid-19.

Il 20 maggio un ragazzo è morto gettandosi dalla Moby Zazà per raggiungere la terraferma a nuoto e sono scoppiate diverse proteste a bordo. Per la nave Azzurra era previsto che a bordo salissero anche forze di polizia, insieme al personale medico della Croce rossa, ma per ora la soluzione è stata osteggiata da una parte delle organizzazioni coinvolte, perché potrebbe favorire ulteriormente tensioni, proteste e risse a bordo. In tanti si chiedono come mai siano stati spesi così tanti soldi per gestire la quarantena dei nuovi arrivati, che avrebbe potuto essere allestita a terra.

Dalle interrogazioni parlamentari presentate dal deputato Riccardo Magi di Più Europa è emerso che per far fare la quarantena a 180 persone sulla nave Rubattino siano stati spesi 423 mila euro, mentre per i 680 che l’hanno fatta sulla Moby Zazà sia stato pagato più di un milione di euro. “La Azzurra ripropone il modello fallimentare delle altre navi, così come della Captain Morgan a Malta, modello che La Valletta ha dovuto interrompere per le situazioni drammatiche che si presentavano all’interno. Tuttavia, sembra che l’importante sia dare il messaggio che i migranti sono stati isolati, tenuti lontano dal resto delle persone, senza nessuna valutazione sulla sicurezza di queste operazioni”, commenta Sara Prestiani di EuroMed rights.

Mentre alle dieci del mattino la nave Azzurra chiude il portellone e prende il largo per cominciare una lenta e indefessa circumnavigazione intorno all’isola, alcuni lampedusani venuti a vedere le operazioni di imbarco commentano: “Speriamo che affondi”. Non è un commento raro da ascoltare tra gli abitanti dell’isola, sempre più divisi tra chi difende il carattere accogliente di ogni comunità di marinai e pescatori e chi si dice esasperato dalla presenza degli immigrati. “È una specie di dissociazione che riscontriamo nei lampedusani, perché l’aumento degli sbarchi autonomi dalla Tunisia ha coinciso con l’inizio della stagione turistica. Quindi i lampedusani da una parte rassicurano i turisti sul fatto che i migranti sono invisibili e per altro verso sono molto aggressivi verso gli stessi migranti, sono preoccupati che possano portare il covid-19, nonostante siano sottoposti a tampone, ma non sono preoccupati che a portare il virus siano i turisti che arrivano in aereo senza controlli”, spiega Lorenzo Alunni, antropologo e ricercatore all’Ecole des hautes etudes en sciencessociales di Parigi, che sta conducendo uno studio sull’isola.

“La sera in via Roma, o nei vari locali, i villeggianti sono tutti molto vicini e nessuno indossa la mascherina, ma questo spaventa molto meno dei ragazzi tunisini che arrivano con le barche”. Questa specie di dissociazione, secondo l’antropologo, in parte è frutto di un trauma che non è stato elaborato: “Quello dell’arrivo nel 2011 di migliaia di tunisini, senza che ci fosse un sostegno da parte del governo italiano. Molte delle risposte attuali sembrano un’elaborazione di quel momento, che è ancora impresso nella memoria collettiva e alimenta un senso di abbandono e di isolamento introiettato dai lampedusani”.

Le preoccupazioni per il nuovo coronavirus hanno acuito questa reazione. In generale sembra che l’isola e chi la amministra fatichi a immaginarsi come luogo di transito: “Lo stesso fenomeno lo riscontriamo a Calais o sulle Alpi. C’è una difficoltà strutturale della politica a relazionarsi con le persone che transitano, con chi è di passaggio. Sembra che ci sia un deficit di immaginazione rispetto all’elaborazione di strategie e soluzioni per far fronte a un fenomeno strutturale”, conclude Alunni.

 

Da "https://www.internazionale.it/" A Lampedusa si torna indietro di dieci anni sull’immigrazione di Annalisa Camilli

Trasporto aereo in picchiata

Lunedì, 03 Agosto 2020 00:00

Secondo Eurocontrol, ieri il trasporto passeggeri ha toccato in Europa il -90% rispetto allo scorso anno. Dalle compagnie agli aeroporti, fino al settore della difesa, la crisi potrebbe non risparmiare nessuno. Le aziende fanno appello ai governi per misure simili a quelle adottare dagli Usa. Serve liquidità
Compagnie aeree, aeroporti, costruttori e persino il settore della Difesa. Nessuno sembra escluso dalla crisi che si sta per abbattere su un mondo alle prese con il Covid-19. Le stime per il trasporto aereo sono a dir poco drammatiche, con il rischio di allargarsi anche ad altri segmenti ritenuti più strutturati. Gli Stati Uniti si attrezzano con un piano da 500 miliardi di dollari per le proprie aziende, mentre in Europa si sommano gli appelli delle imprese ai governi: bisogna fare presto e iniettare liquidità.

UNO SCENARIO DRAMMATICO

I dati di Eurocontrol descrivono un quadro drammatico, in peggioramento di giorno in giorno. Rispetto allo scorso anno, ieri si è registrato un -79% (martedì era -77%) per il traffico aereo del Vecchio continente. Tiene contro del +4% per i voli cargo, tale per cui, considerando il solo traffico passeggeri, la discesa si attesta intorno al -90%. Coinvolge tutti, anche le compagnie più strutturate. Ieri, easyJet non ha avuto voli; Ryanair è calata del 95% con soli 89 voli. Ha fatto lo stesso la tedesca Lufthansa, con -93%, tra le altre ad aver già annunciato la sospensione del dividendo per il 2019. Anche l’International Air Transport Association (Iata) ha aggiornato le stime: in Europa le compagnie aeree rischiano di perdere 76 miliardi di dollari, scenario che mette a rischio 5,6 milioni di posti di lavoro e 378 miliardi di Pil generato dal comparto. Dalle compagnie aree, nota Eurocontrol, la crisi si estende poi agli aeroporti, che registrano complessivamente un -75%. Lo scalo di Parigi Orly è il peggiore con -95%, mentre Milano Malpensa di attesa al -86%.

L’APPELLO DELL’INDUSTRIA EUROPEA

È per questo che oggi l’Aerospace and Defence Industries Association of Europe (ASD, associazioni delle industrie aerospaziali e della difesa europee) ha rivolto un appello senza mezzi termini ai governi del Vecchio continente. Senza il supporto finanziario alle compagnie, “esiste il rischio di fallimenti diffusi che creerebbero un impatto finanziario immediato e devastante su altre parti della catena del valore”. Non sono immuni infatti gli altri attori del settore. L’aerospazio, nota ASD, “ha subito un forte impatto diretto dalla crisi Covid-19, con conseguenti tagli alla produzione, problemi di approvvigionamento, ritardi nella produzione, ritardi nella consegna degli aeromobili e problemi di flussi di cassa”.

RISCHIO EFFETTO DOMINO SULLA DIFESA

Non è immune il comparto della Difesa. Il collasso dell’aviazione e dell’aerospazio, nota ancora ASD, “danneggerebbe gravemente anche la base industriale europea della Difesa, visto che molte compagnie aerospaziali sono pure fornitori-chiave di attrezzature all’avanguardia per le nostre forze armate”. Lo ha notato nei giorni scorsi anche l’agenzia di rating Moody’s: “Il settore della difesa, relativamente stabile, non è più sufficiente per frenare una regressione” e dunque “è improbabile che esca incolume”. Si temono soprattutto revisioni al ribasso dei budget pubblici per il comparto, per molti scontate quando si tratterà di ridefinire i bilanci dopo l’emergenza. Eppure, avverte ASD, la posta in gioco “non è solo economica, ma anche strategica”. Ne deriva l’appello ai governi: servono “misure simili a quelle previste da Paesi terzi, come gli Stati Uniti”.

GLI AIUTI DEL GOVERNO USA

Il riferimento è al pacchetto d’aiuti che il Senato americano ha approvato per l’industria nazionale, sulla scia degli input dell’amministrazione e in attesa, venerdì, del passaggio definitivo alla Camera. Donald Trump ha invitato il Congresso a fare in fretta, promettendo una rapida firma al decreto che rischia di passare come il più importante nella storia degli Usa. L’accordo raggiunto prevede 30 miliardi per le compagnie aeree (passeggeri e merci) tra garanzie dirette e garanzie per fidi bancari, così da garantire liquidità. Sono previsti inoltre 17 miliardi per le aziende definite cruciali per la sicurezza nazionale, formula che, nota il Washington Post, è pensata soprattutto per Boeing, che di miliardi ne aveva chiesti 60.

LE COMPAGNIE AMERICANE VERSO L’INTERVENTO PUBBLICO

A dare l’idea della determinazione del governo federale americano c’è oggi l’indiscrezione del Wall Street Journal secondo cui nelle pieghe del pacchetto ci sarebbe la possibilità per gli Stati Uniti di rilevare quote delle compagnie aree a stelle e strisce. Sebbene l’intervento pubblico in tale settore sia piuttosto consueto nel nostro Paese, lo stesso non si può dire dell’alleato americano, tradizionalmente restio a iniziative di questo tipo. Eppure, riporta il quotidiano, l’ipotesi sarebbe stata paventata dal segretario al Tesoro Steve Mnuchin, come una sorta di tentativo per mettere tutti d’accordo rispetto al pacchetto d’aiuti previsti.

IL RIMBALZO DI BOEING

Intanto, sulla scia delle notizie del supporto governativo, il titolo Boeing vola a Wall Street, con un rimbalzo che tuttavia non sembra permettere di recuperare quanto è stato perduto. Sulla crescita del titolo pesa da ieri anche la notizia del ritorno alla produzione, a maggio, del 737 Max, il velivolo messo a terra da un anno dopo due drammatici incidenti. Il tema rappresentava la maggiore criticità per il costruttore americano prima dell’emergenza Covid-19, che dunque è intervenuta a complicare una situazione già difficile (non irreversibile, notava l’esperto Gregory Alegi). È per questo che il gruppo guidato dal ceo Dave Calhoun ha chiesto direttamente al governo 60 miliardi di euro, trovando sponda disponibile direttamente in Donald Trump. Non è escluso dunque che i fondi per il settore aumentino. Un segnale per l’Europa, dove i venti di crisi iniziano a soffiare sempre più forti.

Da "formiche.net" Trasporto aereo in picchiata. Ecco le misure eccezionali allo studio di Stefano Pioppi