Il coronavirus ha generato un aumento di dispositivi di protezione in tutto il mondo. Ma guanti e mascherine non sono trattati correttamente e separatamente possono creare ulteriori problemi igienico - sanitari e rischiano di diventare la prossima minaccia ecologica.

L’accresciuto utilizzo di maschere e guanti protettivi contro il covid-19 ha generato una grande quantità di rifiuti tossici. Per non parlare dell’aumento del rischio di contaminazione se le persone vengono a contatto con rifiuti infetti. «I netturbini sono particolarmente esposti a questo rischio», sottolinea Kiril Ristovski del Centro per la democrazia ecologica Florozon. Questa Ong ha recentemente avviato l’installazione in tutta la Macedonia del Nord di 75 cassonetti appositamente destinati a questo tipo di rifiuti, in collaborazione con l’azienda pubblica che si occupa di rifiuti nella capitale Skopje e con varie catene di supermercati locali.

Anche in Kosovo il personale medico e le Ong hanno espresso preoccupazione per la gestione di questi rifiuti. «Durante le nostre attività, abbiamo notato in vari luoghi che i cittadini lasciavano per strada questi prodotti (maschere e guanti) senza prendere alcuna precauzione», afferma indignato Luan Hasanaj dell’Ong Clean up Kosovo che ha proposto alle strutture sanitarie di installare cassonetti speciali per materiale medico utilizzato per il trattamento di pazienti infetti da Covid-19. «Lasciare una mascherina in uno spazio aperto può diffondere infezioni. I netturbini ed i bambini sono i più esposti al rischio contaminazione», avverte lo specialista in malattie infettive Arben Vishaj.

In Serbia, Igor Jezdimirovi?, presidente dell’Associazione degli ingegneri a protezione dell’ambiente, sottolinea il rischio di mescolare i rifiuti esposti al virus con i normali rifiuti domestici. «La maggior parte delle persone butta le mascherine e i guanti con il resto dei rifiuti domestici poiché nessuno ha detto loro come smaltirle», sottolinea. «Se sei malato, dovresti mettere i rifiuti in uno speciale sacchetto trasparente in modo che chi tratta i rifiuti possa vedere chiaramente che si tratta di rifiuti potenzialmente infettivi e possa gestirli in modo separato».


Igor Jezdimirovi? cita come esempio Gornji Milanovac, l’unico comune della Serbia ad aver installato 30 cassonetti speciali per mascherine e guanti protettivi. La Camera di commercio della Serbia ha preso atto dei rischi nel mescolare rifiuti medici e domestici e ha lanciato la piattaforma Eco corner che consente a esperti, istituti, aziende e associazioni professionali di scambiare esperienze, sviluppare raccomandazioni e pratiche nel trattamento dei rifiuti.

In Bosnia ed Erzegovina, la gestione dei rifiuti sanitari differisce tra le due Entità. «Ogni struttura sanitaria deve avere un piano di gestione dei rifiuti sanitari che corrisponda alla sua attività. La gestione dei rifiuti sanitari, compresi i rifiuti infettivi, era regolamentata già prima della pandemia e continua ad essere rispettata», afferma Zlatan Perši? portavoce del ministero della Salute della Federazione di Bosnia Erzegovina.

Il ministero della Salute dell’Entità croato-bosniaca ha emanato delle linee guida per le strutture sanitarie esortandole a imballare due volte i rifiuti legati al Covid-19 e a trattarli come quelli di categoria B (rifiuti sanitari e biomedicali speciali). «I rifiuti legati al Covid-19 devono essere disinfettati con un metodo speciale, sterilizzati prima di essere inceneriti», ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Edita Ðapo.

In Republika Srpska, l’altra Entità della Bosnia Erzegovina, è il ministero della Pianificazione, dell’Edilizia e dell’Ecologia ad occuparsi della gestione dei rifiuti. «La maggior parte delle strutture sanitarie non ha la capacità e non è autorizzata a trattare i rifiuti sanitari», spiega Mišo Radakovi?, consigliere del ministro. «Classificano allora questi rifiuti per categoria, li immagazzinano in condizioni controllate e li sottopongono a persone autorizzate alla gestione dei rifiuti sanitari».


Da "https://www.linkiesta.it/" Come i Balcani stanno gestendo (male) i rifiuti covid-19 di Edib Bajrovi?

Cieli affollati sull’Europa

Venerdì, 25 Settembre 2020 00:00

Ci sono anche gli F-16 in volo notturno sull'Italia (da Aviano) tra i velivoli militari impegnati in intense manovre sul Vecchio continente. Mentre gli Eurofighter dell'Aeronautica italiana intercettavano un IL-20 russo in Lituania, i bombardieri Usa B-52 si esercitavano con i caccia ucraini. Ieri, gli stessi bombardieri volavano con gli F-16 greci sul Mediterraneo orientale
Giorni di traffico intenso sui cieli del Vecchio Continente. Dall’Italia al Mare del Nord, gli F-16 americani basati ad Aviano, in Friuli, sono da giorni protagonisti di una serie di manovre tese a rafforzare l’integrazione tra assetti Nato per la difesa aerea. Nel frattempo, gli Eurofighter italiani impegnati in Lituania hanno già intercettato velivoli militari russi sui cieli dell’est Europa. Più a sud, i bombardieri strategici Usa B-52 si sono esercitati con i caccia F-16 della Grecia, con un altro segnale diretto ad Ankara. “Le nostre forze sono sempre pronte a lavorare insieme agli alleati, svolgendo il controllo dello spazio aereo in supporto della nostra comune sicurezza”, ha spiegato in un tweet la rappresentanza degli Stati Uniti alla Nato, mostrando l’immagine di un F-16 basato ad Aviano in volo notturno sull’Italia.

Si tratta di occasioni utili a testare e migliorare l’interoperabilità tra alleati, facendo ricorso a procedure standardizzate e manovre d’integrazione, segnale di vicinanza tra partner che non si è attenuato durante la pandemia.

ESERCITAZIONI SUL MARE DEL NORD

Gli F-16 americani del 510mo e del 555mo Fighter Wing di stanza ad Aviano si sono diretti verso la base britannica di Lakenheath la scorsa settimana. L’impegno più rilevante è andato in scena il 10 settembre, con l’esercitazione Point Blank 20-04 che ha coinvolto oltre 50 velivoli sui cieli del Mare del nord, rotte che da mesi hanno registrato il crescente attivismo russo. Oltre gli F-16, gli Usa hanno impegnato per le manovre i caccia F-15 e i tanker KC-135; per la Royal Air Force britannica hanno partecipato, tra gli altri, i caccia Eurofighter e i velivoli F-35. D’altra parte, tra gli obiettivi dell’impegno c’era anche l’integrazione operativa tra assetti di quarta e di quinta generazione in attività di difesa aerea. Debutto in Point Blank per i bombardieri strategici americani B-52, già protagonisti lo scorso 28 agosto della massiccia Allied Sky, in cui (in sei) hanno sorvolato tutti e trenta i Paesi membri della Nato.

IL SUPPORTO AEREO DA AVIANO AL REGNO UNITO

In realtà, gli F-16 americani di Aviano avevano iniziato il 9 settembre ad esercitarsi con i colleghi britannici sul supporto aereo ravvicinato (capacità-chiave nei moderni contesti operativi) dalla base di Lakenheath, anche con voli in notturna. Manovre intrecciatisi a quelle degli F-15 del 48mo Fighter Wing, impegnati anch’essi in voli notturni tra l’8 e il 10 settembre sul Mare del Nord (e poi di nuovo da lunedì scorso ad oggi). “Dobbiamo esercitarsi come se fossimo in combattimento, così da mantenere prontezza operativa, e il volo notturno è una componente fondamentale che dobbiamo continuare ad adattare”, ha spiegato il colonnello Jason Camilletti, comandante del Fighter Wing, scusandosi contestualmente con gli abitanti dell’Anglia orientale, nell’est del Paese.

L’AM ITALIANA IN LITUANIA

Più ad est, nel frattempo, l’Italia ha ripreso la guida della missione di Air policing della Nato nei Paesi Baltici, tesa a garantire la sicurezza dello spazio aereo dei tre giovani membri dell’Alleanza, primi di autonomi sistemi di difesa aerea. A pochi mesi dall’impegno degli F-35 in Islanda (bissando il primato dello scorso anno), l’Aeronautica militare ha inviato nella base lituana di Siauliai quattro Eurofighter, cuore della task force Baltic Thunder, entrata in operatività l’8 settembre insieme al personale di supporto tecnico, logistico e amministrativo. Tre giorni dopo, è scattato il primo scramble. I velivoli italiani sono entranti in modalità “quick reaction alert”, con ordine di decollo immediato per andare a intercettare un velivolo non identificato. Si trattava di un Il-20 “Coot”, velivolo per intelligence elettronica equipaggiato con molteplici strumenti (tra radar, sensori e antenne) per recepire e disseminare informazioni. Dalle foto circolate via Twitter, parrebbe scortato da almeno un caccia Su-27, coppia comunque già riscontrata in precedenti scramble nella stessa area.

La zona del Baltico resta intanto in attesa di “Astral Knight 2020”, esercitazione ormai in partenza che coinvolgerà le Forze armate di Usa, Polonia, Lettonia, Estonia, Lituania e Svezia tra componenti terrestri e aeree.

TRA UCRAINA E BIELORUSSIA

Tra gli impegni più particolari della settimana resta comunque il volo di tre bombardieri americani B-52 con alcuni Su-27 ucraini, parte della “Bomber Task Force Europe” che ha già indispettito parecchio Mosca. Tale operazione, ha spiegato il Comando europeo degli Stati Uniti “dimostrano e rafforzare il nostro impegno comune alle sicurezza e alla stabilità globali”. Esercitazioni tra Ucraina e Paesi Nato sono ormai frequenti. Ieri, a terra, è partita Trident 20, appuntamento annuale ospitato dell’Ucraina con militari provenienti da altri otto Paesi. Guidate dallo Us Army in Europa, quest’anno le manovre coinvolgono 4.100 militari, con quartier generale delle operazioni (fino al 25 settembre, a Yavoriv, al confine con la Polonia. Da notare, che lunedì scorso sono partite nella vicina Bielorussia le azioni militari congiunte della Fratellanza slava, con i militari russi arrivati nel Paese accompagnati dal sostegno politico (ed economico) contestualmente offerto a Sochi da Vladimir Putin al contestato presidente Aleksandr Lukashenko. Ieri, a Minsk c’era il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu.

IL MEDITERRANEO ORIENTALE

In termini di teatri “sensibili” e di cieli trafficati, non è certo da meno il Mediterraneo orientale, area di crescente tensione nelle ultime settimane tra Grecia e Turchia. Tensione già tradottasi in diverse manovre militari, con il coinvolgimento di tutti gli attori della regione comprese Germania, Francia e Italia. L’ultima della serie è andata in scena ieri, con quattro F-16 dell’Aeronautica greca che si sono esercitati con un B-52 americano, sempre nell’ambito della Bomber Task Force Europe. Nonostante la contesa greco-turca ci giochi sulle acque calde del Mediterraneo, la componente aerea è stata coinvolta da subito nel risiko, tra gli F-16 degli Emirati Arabi schierati su Creta (in ottica anti-turca), quelli di Ankara a supportare le operazioni marittime, e la recente conferma sull’acquisto di Atene dalla Francia di 18 Rafale.

Da "https://formiche.net/" Cieli affollati sull’Europa. Bombardieri e caccia dalla Lituania alla Grecia (Italia compresa) di Stefano Pioppi

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha annunciato che presenterà una proposta di revisione del sistema di asilo europeo con l’obiettivo di abolire il regolamento di Dublino. “Sarà sostituito da un meccanismo di forte solidarietà tra partner. I paesi più esposti ai flussi devono poter contare sugli altri”, ha dichiarato Von der Leyen. I dettagli del progetto saranno annunciati il 23 settembre, quando la commissione presenterà il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo.

Il documento, che ha un valore politico e programmatico di cinque anni, dovrà quindi essere discusso con i governi dei 27 paesi europei che dovranno approvarlo in sede di Consiglio, come era avvenuto per l’Agenda europea sull’immigrazione nel 2015. Del documento si discute da mesi e avrebbe dovuto essere approvato entro il 30 settembre, ma dopo l’incendio che ha distrutto il campo profughi di Lesbo, in Grecia, il tema di una politica comune europea è tornato attuale e la commissione ha annunciato che anticiperà la presentazione.

L’11 settembre la vicepresidente della commissione, Margaritis Schinas, ha descritto il patto come una “casa di tre piani”, sottolineando che l’obiettivo finale è quello di impedire agli stranieri di entrare sul territorio europeo attraverso accordi con i paesi extraeuropei di origine e di transito e con un investimento sull’agenzia per il controllo delle frontiere esterne.

“Il primo piano sarà la dimensione esterna molto forte con accordi con i paesi di origine e di transito per trattenere le persone nei loro paesi”, ha detto Schinas durante una conferenza stampa. Al “secondo piano” della casa ci sarà “un solido sistema di gestione della nostra frontiera esterna con una nuova guardia di frontiera e costiera europea con molto più personale, imbarcazioni e strumentazione”. Il “piano superiore” dell’edificio sarà un “sistema di solidarietà permanente ed effettivo” per il ricollocamento dei profughi arrivati in Europa. Un sistema simile di ricollocamento per quote era previsto dal precedente patto, l’agenda europea per le migrazioni del 2015, ma l’adesione al sistema era su base volontaria e dopo due anni il sistema è stato abbandonato.

Cosa prevede
Non sono ancora girate le bozze effettive del nuovo documento, tuttavia dalle indiscrezioni che sono trapelate si può desumere che l’intervento riguarderà: l’introduzione di meccanismi di redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo; l’introduzione di procedure obbligatorie di ammissibilità delle richieste di asilo in frontiera; l’introduzione di procedure accelerate di frontiera obbligatorie per l’analisi delle domande di asilo; il rafforzamento del ruolo di Frontex nella gestione dei rimpatri; l’aumento della collaborazione con i paesi della sponda sud del Mediterraneo e con la Turchia per la gestione congiunta dei flussi; la riforma del sistema di Dublino o altre strategie per contrastare i cosiddetti “movimenti secondari” all’interno dell’Unione europea; l’aumento degli accordi di rimpatrio; l’aumento dei canali di ingresso regolari; il coordinamento centralizzato delle operazioni di ricerca e soccorso da parte delle centrali operative (Maritime rescue coordination centre) in piena attuazione della normativa europea per fornire un adeguato aiuto alle persone in pericolo e per individuare luoghi sicuri disponibili per lo sbarco.

I punti critici
Molti analisti sostengono che soprattutto la parte relativa alla solidarietà tra stati europei rischia di naufragare, come è avvenuto nell’ultimo quinquennio. Ma gli esperti muovono anche altre critiche al documento programmatico della commissione guidata da Ursula Von der Leyen. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha inviato una lettera in dieci punti alla commissione per chiedere di rivedere alcune questioni. “Il patto sembrerebbe fondato sulla medesima logica securitaria che ha orientato le politiche della precedente commissione e che ha provocato una rapida e drammatica contrazione dei diritti dei cittadini stranieri”, spiega l’avvocata dell’Asgi Adelaide Massimi. A preoccupare i giuristi sono soprattutto le procedure alle frontiere che negli ultimi anni hanno legittimato sistematiche violazioni dei diritti umani verso migranti e profughi. Preoccupano anche gli investimenti rispetto all’agenzia europea per il controllo esterno delle frontiere, Frontex, e gli accordi con i paesi di origine e di transito per il trattenimento delle persone intenzionate a raggiungere l’Europa.

Il timore è che ci si doti di strumenti che riducano ancora di più i diritti degli stranieri: dalle liste dei paesi di origine, a nuovi centri di detenzione alla frontiera, fino a nuovi accordi di cooperazione con paesi che non garantiscono i diritti umani ai migranti. “Come è stato con l’introduzione dei centri hotspot di Italia e Grecia, questi strumenti comportano una moltiplicazione dei luoghi di detenzione formali e informali e l’azzeramento delle garanzie reali di un’analisi completa e adeguata delle domande di asilo. Inoltre, tali procedure rischiano di esasperare ulteriormente la già drammatica situazione che vivono i migranti lungo i confini europei in Grecia, Italia, Ceuta e Melilla e in altri luoghi”, spiega Massimi.

La cooperazione con i paesi di origine e transito è un altro tema importante e comprende sia il rafforzamento e la moltiplicazione degli accordi di rimpatrio, sia il sostegno al controllo delle frontiere degli stati di transito. “Questi accordi provocano l’esclusione dal diritto di asilo dei cittadini stranieri che rimangono bloccati nei paesi di transito e innescano in tali paesi meccanismi di nascita o rafforzamento di regimi detentivi e di criminalizzazione della migrazione irregolare. Dall’altro lato, l’esistenza di procedure rapide per il rimpatrio implica spesso forme di automatismo per il rimpatrio di cittadini di determinate nazionalità, senza che abbiano accesso a una valutazione adeguata sull’eventuale sussistenza di cause di inespellibilità”, conclude l’avvocata.

Da "https://www.internazionale.it/" Che cos’è il patto europeo sull’immigrazione e l’asilo


Ci sono ragioni tecniche e costituzionali, molto giuste e molto importanti, che spiegano perché il referendum antiparlamentare di Di Maio e associati è da bocciare. Ma fermare il taglio dei parlamentari è innanzitutto una battaglia politica e culturale contro i demagoghi di governo e i sovranisti d’opposizione.

Il 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati a votare per il quarto referendum costituzionale della storia repubblicana (2001, 2006 e 2016 i precedenti), certamente il più grottesco e il più pericoloso di sempre perché il tema del quesito non è la modifica dei rapporti tra Stato e Regioni o della seconda parte della Costituzione o del bicameralismo perfetto, tutta roba seria e ragionata, ma il taglio lineare dei parlamentari, da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori, contro il quale in questi tempi impazziti in pochi hanno il coraggio di fare la cosa giusta: intestarsi una nobile battaglia in difesa della politica e delle istituzioni repubblicane, pur sapendo di andare incontro a una disfatta nelle urne.

Ma dire No è una cosa che va fatta, anche a costo di essere soltanto in dodici, come i professori che nel 1931 si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo. A dire di No, a differenza di allora, questa volta non si rischia niente, cosa che rende ancora più necessario e urgente farlo.

Dietro la scelta demagogica e apparentemente innocua di voler ridurre il personale politico non c’è un’idea di riforma dello Stato né alcunché di elevato, ma soltanto una visione meschina della politica e una volontà punitiva nei confronti della democrazia parlamentare. Casaleggio padre aveva l’obiettivo di sostituire la democrazia rappresentativa con una piattaforma digitale di sua proprietà, l’erede Casaleggio immagina un futuro senza parlamenti e molta blockchain, l’intendenza grillina viola palesemente l’articolo 67 della Costituzione imponendo ai tanti agenti Catarella mandati in Parlamento un vincolo di mandato e di obbedienza al volere della piattaforma, con tanto di contratto e di penali.

Ridurre i parlamentari va in quella direzione, non solo perché il taglio umilia ancora una volta l’attività politica, ma perché renderà impossibile il corretto funzionamento delle Camere. Tolti il centinaio di membri del governo, dalla prossima legislatura far funzionare Commissioni e Aula sarà un’impresa, ma l’obiettivo è esattamente quello di non farle funzionare, e di contribuire ad abbattere la repubblica parlamentare per sostituirla con quella digitale. Non è uno scherzo.

Il taglio dei parlamentari è il compimento della campagna contro la casta cominciata nella piazza bolognese del vaffa e nella sala Albertini di Via Solferino. Andando più indietro, le origini risalgono all’epoca di Mani Pulite, alla furia giustizialista contro i partiti e all’umiliazione del cappio in Parlamento. Col referendum, l’attuale manica di mentecatti al potere e i loro volenterosi complici dell’establishment provano a incassare. Vinceranno, hanno già vinto. Ma votare No è una medaglia al valor civile.

Le ragioni tecniche sull’inutilità della riduzione del numero dei parlamentari le trovate in questo numero speciale de Linkiesta, ma la questione principale per votare No al quesito costituzionale di Di Maio non è che il risparmio annuale sarebbe soltanto dello 0.007 per cento del bilancio statale né che i lavori delle due Camere andrebbero in tilt, tantomeno quella stravagante del Pd secondo cui il taglio dei deputati e dei senatori così com’è è un pericolo per la democrazia, ma se si cambiasse anche la legge elettorale allora andrebbe benissimo. È talmente una scemenza che il Pd alla fine ha deciso di votare Sì, nonostante la legge elettorale non sia stata modificata. Ora la giustificazione del cedimento alla cultura populista dei Cinquestelle è che i contrappesi si potranno fare dopo. Certo, come no.

La questione è politica e culturale e in realtà non va nemmeno nobilitata dandogli un peso costituzionale, visto che i padri ignobili di questa cosiddetta riforma sono Grillo e Di Battista, Gianluigi Paragone e Vito Crimi, i giornali giustizialisti formatisi nella temperie di Mani pulite e di altre operazioni politico-editoriali di sanificazione pubblica contro la casta.

Dopo aver riempito le istituzioni di mezze calzette e il parastato di compagni di pizziate, svilendo per almeno un paio generazioni la credibilità della politica in modo irreparabile, il taglio dei parlamentari è, come detto, il secondo passo verso l’abbattimento della repubblica parlamentare per cominciare a sostituirla con quella digitale, qualunque cosa voglia dire.

Nel 1993 Marco Pannella organizzò gli «autoconvocati delle 7», dall’orario in cui riuniva a Montecitorio i deputati sotto attacco della magistratura che li inquisiva e della stampa che li delegittimava, con una delle più funamboliche ma preziose trovate in difesa delle istituzioni della sua ampia e acrobatica carriera.

Fosse ancora tra di noi, Pannella sarebbe senza dubbio il leader della difesa del Parlamento, come in effetti lo sono i suoi eredi confluiti in +Europa. Gli avremmo ceduto il timone degli «autocovoncati de Linkiesta», anche perché il No è l’occasione perfetta per i democratici e i liberali e i socialisti, non importa se di sinistra o di destra, non importa se di governo o di opposizione, di fare fronte transpartitico contro gli stronzi.

Il No al referendum è un No al populismo, è un No ai demagoghi e ai sovranisti con le peggiori intenzioni, la via d’uscita a disposizione di dirigenti e elettori del Pd e di Forza Italia per liberarsi dell’illusione di poter domare la bestia che ciascuno di loro nei rispettivi schieramenti ha coltivato con insuccesso. La bestia populista non si doma, non si accarezza, si sconfigge nel paese e nelle urne. Se non ora, la volta successiva. Ma bisogna provarci, non consegnarsi mani e piedi.

In un certo senso gli artefici dell’alleanza strategica tra Partito democratico e Cinquestelle vanno ringraziati perché il passaggio formale del Pd al fronte populista offre un’occasione formidabile per costruire un polo alternativo al monopopulismo perfetto composto dai sovranisti e dai nazionalisti di destra e ora anche dai demogrillini.

Si apre, quindi, uno spazio politico per i liberali, i democratici, i socialisti, i repubblicani, gli europeisti, gli ambientalisti, non solo quelli già coinvolti dai partiti di Matteo Renzi, Emma Bonino, Carlo Calenda, ma anche i dirigenti e gli elettori del Pd e di Forza Italia che non accettano di essere guidati gli uni dagli illiberali Matteo Salvini e Giorgia Meloni e gli altri dai demagoghi, dai mozzorecchi e dai teorici del superamento della democrazia rappresentativa.

Saranno ancora pochi, ma c’è tutto il tempo per organizzarsi in vista delle elezioni del 2023 e magari della caduta di Donald Trump il 3 novembre, il giorno del redde rationem con il populismo. Intanto, col referendum del 20 settembre, si giocherà la prima partita populisti-antipopulisti: con Meloni e Zingaretti e Salvini e Di Maio e Travaglio uniti nel fronte del Sì all’attacco miserabile alla politica e alla casta, con l’ausilio dei fellow traveller dei “riformisti per il Sì” che sono la versione di sinistra e altrettanto grottesca dei “liberali per Salvini”. Dall’altra parte c’è l’Italia che resiste in difesa delle istituzioni democratiche, della politica dei dati di fatto e della decenza del dibattito pubblico. Al referendum il vantaggio dei primi sembra insormontabile, ma non bisogna scoraggiarsi come non si scoraggiarono quei dodici professori che ottantanove anni fa scelsero con coraggio di non giurare fedeltà al fascismo.


Da "https://www.linkiesta.it/" Contro il tentativo ipocrita di umiliare la politica e di superare la democrazia rappresentativa di Christian Rocca

L’accelerazione tecnologica generata dal Covid cancellerà molti posti di lavoro. Cresceranno soprattutto i lavori creativi. E il nostro Paese, che non ha né le big tech americane né le grandi industrie tedesche, per sopravvivere dovrà puntare a essere il posto numero uno al mondo dove i nuovi ricchi possono spendere i loro soldi.

Il mondo del lavoro e delle imprese è soggetto a fortissime trasformazioni portate da digitalizzazione tecnologia che la crisi Covid ha accentuato e accelerato. Cosa ci aspetta?

Esistono una serie di lavori che non saranno mai o poco affetti dalla digitalizzazione. L’esempio estremo sono l’assistenza agli anziani, ma anche la ristorazione e in generale i servizi per la persona. Ogni volta che c’è una prestazione per la persona fisica di assistenza, somministrazione o analoga il lavoro non puo’ che essere a contatto fisico. La demografia e lo sviluppo di megatrend soprattutto femminili (nuove generazioni non cucinano o cucinano poco e delegano attività domestiche al massimo possibile) fa sì che questi lavori siano in significativo aumento.

Esistono poi lavori legati ai mezzi produttivi, cioè le macchine. Anche questi non sono trasferibili perché le macchine non si spostano. Qui la digitalizzazione segue l’innovazione tecnologica delle macchine e quindi ha impatto relativamente modesto. L’innovazione riguarda più la capacità di produrre lotti piccoli, la flessibilità della produzione e altri trend generalmente legati alla proliferazione di offerte custom di prodotti. In ogni settore industriale o di servizio il numero di prodotti offerti, le varianti, la possibilità di personalizzare sono esplose anche a scapito di un aumento vertiginoso dei costi per realizzare le diverse versioni. Questo richiede innovazione e tra l’altro l’Italia su questo tema di flessibilità è leader anche nei confronti della Germania. Di certo si compensa almeno parzialmente il gap con la Germania sulla produttività del lavoro di serie.

Da notare che i magazzini logistici (ad esempio Amazon) sono nei fatti fabbriche non spostabili e quindi riguardano questo tipo di lavoro. In tal caso, innovazione significa automazione e ci sono spazi enormi di innovazione che invece in settori più maturi (come l’automotive) sono più ridotti perché il costo di robot ancora più performanti degli esistenti eccede il possibile risparmio di manodopera. Nel settore logistico, ci saranno invece notevoli innovazioni e investimenti massicci per risparmiare sul lavoro manuale.

La categoria in crisi assoluta è invece il lavoro impiegatizio, di processo. Qui distinguo tre sottocategorie.

La prima è la vendita, sia essa retail che business to business. Questa tipologia di lavoro è stravolta dal digitale. In parte per la crescita di vendite online che di fatto liberano tempo al cliente (non vado più a fare la spesa ma la ordino e mi arriva a casa) contro il tempo del magazziniere Amazon (la fa lui per me) a un costo che viene pagato dal cliente stesso. Presumibilmente, l’ intrinseco costo della vendita online (magazziniere pagato contro il tempo del cliente non pagato) alla fine porrà un limite superiore all’online, come peraltro già sperimentato nella categoria regina dei libri (il plafond del 40-50% online negli Usa è stabile da anni).

L’altro elemento sostanziale di trasformazione è la possibilità di vendere b2b in digitale. Qui le idee sono ancora confuse. Funziona o no? L‘ipotesi è che, dopo l’ubriacatura Covid, si tornerà almeno in parte al passato. Di certo, rappresentanti e venditori vari si ridurranno in numero e dovranno evolversi in consulenti di vendita più che raccoglitori di ordini. Il processo è in corso e comporta probabilmente qualche riduzione di numero e, per contro, l’aumento di qualità dei venditori.

La seconda sottocategoria è quella dei processi di fullfillment, cioè la traduzione dell’ordine di vendita in attività produttiva. Qui la digitalizzazione sarà massiva, veloce e distruttiva. Resteranno pochi posti di lavoro e saranno sostituiti da processi per lo più automatizzati. Sono oggi tanti posti di lavoro (10-15% del totale) di persone relativamente ben pagate. Il dramma è che una buona automazione di processo offre risparmi di efficienza, riduzione dell’errore, e rende il lavoro inutile. L’esperienza Covid è un drammatico acceleratore perché si è dimostrato che si lavora efficacemente con molte meno persone. L’impatto è su impiegati con costo aziendale di 40-50mila euro circa, stipendio netto 1.500-2.000 euro, molto difficili da ricollocare o da riqualificare e pone un tema socialmente delicatissimo. Una middle class impiegatizia che perde certezza a fronte di nessun vincitore nella scala sociale. Chi vince con la digitalizzazione ? Software gestionali, consulenti di informatica che ridisegnano processi e in generale aziende tecnologiche che sostituiscono questo lavoro. Aziende che sono in gran parte americane o tedesche, mentre l’Italia è solo una mera filiale di vendita di queste realtà, con il conseguente depauperamento del valore aggiunto e notevole trasferimento di risorse finanziarie fuori dal Paese.

La terza sottocategoria è quella dei processi di compliance. Quindi amministrazione, personale, ecc. Anche qui valgono, anche se più attenuate, le considerazioni sui processi di fullfillment. Più attenuate perché l’automazione è già cominciata tempo fa e quindi le riduzioni di personale sono meno importanti, anche perché in questo caso il valore del controllo umano è più valorizzato (quello della gestione del personale è un esempio, ma anche controllo, gestione e amministrazione). In ogni caso anche qui ci sarà un trend evidente di riduzione posti di lavoro.

L’orizzonte economico
È interessante notare come l’utilizzo di tecnologia digitale che sta alla base di queste violente trasformazioni, e quindi il grande spostamento di risorse, ricchezza (intesa come trasferimento di ricchezza dal mondo intero verso il capitale Usa) e base imponibile, avviene non tanto per l’acquisto o vendita di beni tangibili ma per il trattamento intangibile e non fisico di informazioni e dati che rendono fruibili i beni tangibili.

Google, Amazon, Microsoft, Apple, Facebook oggi valgono oltre 7 trilioni di dollari in Borsa e quindi hanno da sole coperto l’enorme deficit di partite correnti del consumatore americano che si è finanziato con il trasferimento in conto capitale del Nasdaq. La totalità delle aziende europee quotate che producono una fetta significativa di tutti i beni e servizi che compriamo e impiegano probabilmente oltre 100 milioni di persone, valgono in Borsa circa 9 trilioni. Parliamo di poco di più di cinque aziende che danno lavoro a meno di 1 milione di addetti. È un fenomeno assolutamente strabiliante e probabilmente insostenibile nel tempo. Tutte queste cinque aziende iper valutate non producono alcunché.

La nostra vita di tutti i gironi, i nostri bisogni primari cibo, vestiti, automobili, case, arredi, elettrodomestici, e anche secondari come gioielli, accessori, fiori da regalare o quant’altro non sono prodotti in Usa. Anzi vengono importati massicciamente negli Usa, e non hanno generato sostanziali guadagni per gli azionisti in conto capitale negli ultimi 20 anni, né hanno generato posti di lavoro di “qualità” in grado di migliorare il tenore di vita in modo tangibile dell’Europa.

Questi bisogni primari sono soddisfatti essenzialmente da aziende europee che hanno spostato una buona parte della supply chain in Asia proprio perché l’ampia e potentissima disponibilità dei dati generata dai colossi tech Usa ha reso la concorrenza estremamente sofisticata e ha reso necessaria una competitività di costo sconosciuta fino a 20 anni fa.

Il paradosso è che l’high tech americano ha devastato sotto due aspetti la struttura sociale europea e indirettamente la middle class americana.
In primo luogo ha reso inutili una serie di lavori, che vanno dal retail (i negozi di vicinato e domani anche i grandi mall spiazzati da Amazon) alla pubblicità ai media distrutti da Google, al lavoro impiegatizio reso inefficiente da Microsoft, Cisco e Apple, a una serie di servizi resi inefficienti da Facebook, Google e Amazon stesso (si pensi alle poste, ma in futuro anche ai servizi finanziari). Così facendo, la tecnologia ha generato povertà in una vasta classe di lavori e persone che devono rapidamente riconvertirsi per trovare utilità in un processo produttivo efficiente.

In secondo luogo ha trasferito ricchezza finanziaria in modo smodato dall’Europa agli Stati Uniti, e in minore misura ai Paesi in via di sviluppo (prima di tutto Cina) per lo spostamento della supply chain, solo in parte controbilanciato dagli acquisti di beni fisici dai Paesi in via di sviluppo stesso .

Un punto di svolta
Si può forse argomentare (o forse augurarsi…) che questo processo violentissimo sia arrivato a un punto di svolta per vari motivi.

L’erosione di base imponibile dei Paesi occidentali è troppo violenta. L’azzeramento di lavori e delle relative tasse da parte di colossi che riescono de facto a non pagare alcun tipo di tassa in Europa sta diventando insostenibile. Un negozio e i suoi dipendenti sono sostituiti da software di ricerca e magazzino automatizzato che trasferisce profitti in Irlanda o in altri paradisi fiscali distruggendo base imponibile in Italia. Questo rende l’imposizione fiscale sul fisico e sul lavoro molto più elevata, fino a livelli di quasi insostenibilità, e brucia la capacità di reddito della classe media, generando spinte populiste o nazionaliste che diventeranno esplosive.

La concentrazione di ricchezza nelle mani degli azionisti hi tech americani è anch’essa probabilmente insostenibile nel tempo, così come la pressione antitrust che realisticamente tra breve impedirà in modo pressoché totale a queste società di comprare qualsiasi concorrente attuale o potenziale utilizzando le proprie azioni iper valutate, pagando quindi un prezzo minimo per stroncare possibili concorrenti.

Inoltre, non conviene mai tagliare il ramo su cui si è seduti. I giganti tech americani probabilmente si stanno rendendo conto che senza beni fisici la loro stessa sopravvivenza, o meglio il loro continuo sviluppo, è in gioco. Quindi lentamente verranno fatte “concessioni” ai produttori di beni fisici per “tenerli in vita”, ben consci che tali concessioni sarebbero facilmente reversibili. Una delle prove è la svolta di “comunità” di Facebook, o l’acquisto di distribuzione offline di Amazon, ma anche la grande attenzione a non esagerare nell’azione di distruzione della concorrenza da parte di questi colossi. Per contro, la pressione all’aumento degli utili trimestrali funge da violenta spinta in senso opposto. Vedremo il bilanciamento dove cade.

Per quanto la psicologia umana sia stata pressoché schiavizzata nella dipendenza totale da informazioni in tempo reale su ogni aspetto della vita, esiste poi un accenno di razionalità nella consapevolezza che il dato o l’informazione non si consuma e non dà felicità in sé. Siamo stati tutti travolti da questa ubriacatura apparentemente gratuita del dato e dell’informazione, ma lentamente stiamo riscoprendo che sapere tutto immediatamente forse non vale il costo intrinseco che si porta dietro questo privilegio. In più l’aumento della capacità di informazione e della sua velocità come sempre ha un’utilità marginale decrescente e un costo crescente. E anche l’utilità del dato nei processi produttivi, per quanto ancora molto da sfruttare non è infinita. Ridurre il costo di una passata di pomodoro o di una pizza con tutti i dati del mondo ha un limite fisico il cui asintoto non è lontanissimo.

In senso opposto, la devastazione spinta dalla concorrenza generata da internet in tutti i settori renderà progressivamente l’offerta minore e rigida, oltre che difficilmente replicabile. Non è lontano il giorno in cui a forza di espellere dal processo produttivo i concorrenti meno efficienti in ogni settore,chi resta per capacità o ostinazione sarà in grado di creare barriere all’entrata proprio per la difficilissima replicabilità del processo efficiente e quindi potrà estrarre plusvalore crescente.

Negli ultimi vent’anni sono sparite un numero di imprese tradizionali molto maggiore di quante ne siano nate, ma non è per nulla diminuita la domanda di beni tradizionali. Lentamente e progressivamente la riduzione dell’offerta e la rarefazione della concorrenza provocherà incremento dei saggi di profitto dopo che per due o tre decenni sono stati quasi azzerati dalla rivoluzione Internet.

Infine, non ultimo, il consumatore non vive di dati e informazioni. I beni primari, per quanto necessitino di una base dati e di informazioni sempre più sofisticati, utilizzano una parte di lavoro che “creativo” che i big data difficilmente potrà sostituire. Un buon pasto, un bel vestito o accessorio, un’automobile con una linea accattivante, un gioiello o un oggetto di arredamento necessitano di creatività ed è lontano il giorno in cui l’intelligenza artificiale sarà in grado di battere l’uomo su questi processi. Forse, come dice Noah Harari, nel 2050 accadrà, ma prima di tutto è lontano. E ci sono seri dubbi sul fatto che succeda davvero, proprio per la complessità di sostituire la creatività umana in tutte le sue sofisticazioni. Le previsioni sull’uso di auto a guida autonoma sono un esempio in tal senso. Nel 2012-2015, quando si è iniziato a parlarne seriamente, la data prevista era il 2025, data oggi del tutto irrealistica. E forse anche il 2030 è troppo presto per vedere un auto completamente a guida autonoma per girare in città.

Ciò che invece accadrà di certo è una forte spinta all’automazione di professioni che necessitano di dati, in primis la salute che vedrà una progressiva sostituzione dei medici con algoritmi, ma parallelamente una necessità di personale paramedico per offrire le cure che gli algoritmi decidono a una quota di popolazione sempre maggiore.

Nel pubblico impiego, e in generale nelle utilities o nelle aziende para pubbliche, la possibilità di digitalizzazione è pressoché totale, ma sarà lentissima perché nessuno se la sente di licenziare dipendenti pubblici che hanno in ogni Paese un potere di lobby quasi infinito. Eppure non serve alcuna componente lavoro per una discreta parte delle attività pubbliche (esclusa per fortuna scuola, sanità e difesa del territorio, ma anche i musei, che sono alla fine servizio alla persona). Anagrafe, controlli pubblici, burocrazie di vario tipo sono tutti processi automatizzabili e gli Stati che prima lo faranno avranno vantaggi competitivi notevoli.

La Svizzera è molto avanti in tal senso e per riferimento ha una spesa pubblica in rapporto al Pil del 10% inferiore rispetto all’Italia, che si traduce in un cospicuo vantaggio fiscale per persone e aziende. Inutile aggiungere che il livello dei servizi pubblici in Svizzera è enormemente superiore alla media italiana. Si potrebbe impostare una transizione “dolce” tenendo conto di anzianità e vincoli territoriali (difficile trasferire una persona di 62 anni dalla Campania alla Lombardia). Ma non farlo significa gettare risorse dalla finestra, anche se pare di osservare che la capacità e la volontà di gestire una transizione facilissima da capire e da impostare in ambito privatistico sia prossima allo zero. Se poi il sindacato di fatto impone il mantenimento dei livelli occupazionali, nonostante una tecnologia esplosiva per livello di cambiamento, siamo di fronte all’ennesimo atto autolesionistico su scala globale. Peraltro digitalizzare servizi al cittadino che non richiedono presenza è un salto quantico di performance sia di tempo sia di certezza, e sarebbe molto ben visto dalla popolazione in senso lato.

Infine, ci sono gli unici lavori che cresceranno in ambito digitalizzato, e cioè i lavori creativi. Tutta la fase di ricerca e sviluppo prodotto, anche una certa parte del marketing sono destinati a crescere per numero, importanza e valore. Purtroppo non sono moltissimi, ma serve un piano di sviluppo competenze in tal senso. Inutile formare impiegati esperti di contabilità. Utile formare persone che sanno utilizzare e analizzare big data, o sviluppare merchandising plan, o fare marketing evoluto. Queste risorse utilizzeranno in modo massiccio i dati, ma aggiungono valore in modo altrettanto massivo con l’interpretazione e la personalizzazione del dato.

Su questo sforzo le nostre università sono lontanissime perché la competenza è diffusa in azienda. Un’iniziativa utilissima sarebbe una forma di stage molto “libero”, anche pochissimo retribuito (1.000 euro mese?) e senza contributi sociali, che di fatto è una formazione e in una buona parte dei casi si potrebbe poi trasformare in assunzione. Mille euro al mese sono pochi, ma meglio di zero o del reddito di cittadinanza. E soprattutto la formazione ha un valore elevatissimo e sostituisce università pletoriche e lontane dall’evoluzione rapidissima del mondo lavoro.

Le azioni necessarie
In generale, la somma di questi fenomeni vorrà dire meno posti di lavoro. La chiave di volta, allora, è creare nuovi posti di lavoro difendibili da concorrenza internazionale e ad alta produttività. Su questo, i lavori creativi sono purtroppo solo una parte. Per il resto, noi dovremo necessariamente sviluppare attività turistico-ricreative orientate all’export. Ogni resort, albergo o ristorante che attira stranieri è una manna dal cielo. Attivo commerciale, lavoro, e vantaggio competitivo dell’ Italia (risorse artistiche, naturali, cibo, gusto italiano) non sono attaccabili da nessuno.

In questo settore, bisognerebbe lavorare anche a fondo perduto con contributi statali (diverso dagli inutili e inutilizzati bonus vacanza o dai monopattini), con quello che Mario Draghi definisce in modo sintetico “buon debito”, che creino questa offerta di alta qualità. Teniamo conto che un rispettabilissimo autostoppista che va in Puglia spende 30 euro al giorno ma lascia rifiuti e degrado del territorio esattamente equivalente a un ricco signore tedesco che ne spende 500 al giorno. Ma mi pare evidente chi vogliamo avere prioritariamente da noi proveniente dall’estero, senza per questo essere accusato di sindrome “Briatore”.

Teniamo anche conto che i pochissimi italiani che possono spendere 500 euro al giorno tipicamente, a parte per il 2020, vanno all’estero. Se 500 milioni di cinesi (il 35% del totale) spendessero 2.000 euro a testa in una settimana in Italia nei prossimi vent’anni, sono 50 miliardi all’anno di cassa, partite correnti, il 3 % del Pil e probabilmente 600 o 700mila posti di lavoro diretti o indiretti. Non è infattibile perché poi ci sono altri 2 miliardi di asiatici oggi meno ricchi dei cinesi, ma in rapido sviluppo, e i numeri possono raddoppiare. Oltre a riprendere quote di mercato perse con arabi, russi, americani e tutti i nuovi ricchi del mondo.

Non abbiamo purtroppo le aziende high tech degli Usa, né la posizione industriale dei cinesi, né il vantaggio competitivo consolidato in alcune industrie tedesche (auto, chimica, farmaceutica) o francesi (aerospazio), ma siamo il posto numero uno dove i nuovi ricchi del mondo possono spendere i loro soldi. Approfittiamone: anche perché la nostra storia, cucina, tradizione, arte del bello non sarà mai replicabile a differenza di una linea di montaggio di un’automobile e quindi il vantaggio competitivo resterà nel tempo.

Il dramma Covid sul turismo è stato epocale, ma la propensione a viaggiare, vedere e fare esperienze dei Millennial resterà intatta, così come il miliardo di cinesi che vorranno vedere Londra, Parigi, Roma, Venezia e Firenze. Bisogna richiamarli, fare venire da noi prima che a Londra e convincerli che l’Italia è la destinazione top.

Visto il grosso calo demografico in arrivo, non avremo forse un enorme problema di occupazione o meglio di tasso di disoccupazione, perché ogni anno da qui a 30 anni futuri avremo più persone che escono dal mondo del lavoro di quante ne entrino. Il problema, invece, sta nella produttività di quelli (pochi, demograficamente purtroppo) che lavoreranno, perché il prodotto aritmetico tra numero di persone che lavorano e produttività definisce la possibilità di riscuotere tasse e perciò mantenere welfare, scuola, e sanità inalterate come le conosciamo.

Lavoreranno tutti, ma dovranno (i nostri figli) lavorare bene per mantenere il nostro attuale livello sociale. Per anni non abbiamo fatto nulla o quasi per favorire la transizione, a parte gli sforzi encomiabili di un gran numero di aziende piccole, medie e grandi che hanno trovato la salvezza nell’export nonostante tasse elevate, burocrazia, giustizia inefficiente e scuole “antiche”. La crisi Covid impone allo Stato e al legislatore una immediata azione di sviluppo per evitare pesanti guai che il futuro, la demografia, e la tecnologia hanno già reso manifesti per importanza, per il potenziale impatto sociale e per le drammatiche conseguenze anche sul piano politico.

Populisti e sovranisti vengono votati perché propongono soluzioni fasulle, ma i problemi che apparentemente risolvono (e in realtà invece aggravano) non sono fasulli per nulla. Bisogna affrontare i problemi veri, attività difficilissima che richiede visione da vero statista, competenza elevatissima, consenso sociale e molto molto tempo.

Sviluppo difficile o povertà facile. Tertium non datur.

Da "www.linkiesta.it" L’Italia al bivio tra lo sviluppo difficile e la povertà facile di Giovanni Cagnoli

“C’è un’emergenza immigrazione a Lampedusa, ma non c’è un’emergenza immigrazione in Italia”. Il sindaco della piccola isola siciliana, Salvatore Martello, è seduto alla sua scrivania al secondo piano del municipio, il sigaro acceso e il telefono che squilla di continuo. Al termine di una lunga giornata che lo ha visto protagonista di un ennesimo braccio di ferro tra i suoi concittadini e il governo, cerca di cavarsela con una manovra retorica per rispondere a chi gli contesta di aver abusato della parola “emergenza” per definire la situazione degli arrivi di migranti a Lampedusa. Aveva proclamato uno sciopero di tutte le attività produttive, “una serrata”, per il 1 settembre ma, dopo aver ricevuto una convocazione a palazzo Chigi per il 2 settembre, ha sospeso la contestazione.

Da settimane, inoltre, Martello chiede che il governo dichiari lo stato di emergenza per l’aumento del numero degli arrivi e il sovraffollamento del centro di accoglienza (hotspot) di contrada Imbriacola, che è arrivato a ospitare più di mille persone. Da giugno sono arrivate sull’isola via mare con sbarchi autonomi cinquemila persone. “In un momento di epidemia, un centro di accoglienza che può accogliere duecento persone ed è arrivato a ospitarne 1.500 è un’emergenza, le decine di barche abbandonate nel porto senza essere rimosse sono un’emergenza”, continua il sindaco, che allo stesso tempo ci tiene a chiarire che l’immigrazione è un fenomeno storico e strutturale e che quello che sta succedendo sull’isola siciliana è il frutto del fallimento delle politiche dell’immigrazione degli ultimi decenni.

I lampedusani non hanno dimenticato che nel 2011 l’isola si era trasformata in un carcere a cielo aperto, dopo che il governo centrale aveva sospeso i trasferimenti verso la terraferma. Tornare alle condizioni del 2011 è l’incubo ricorrente nei discorsi degli abitanti. Per il sindaco, l’aggravante questa volta sono le numerose notizie false fabbricate dai sovranisti che nel corso dell’estate hanno contribuito a creare un clima di odio verso i migranti e hanno diviso ancora di più la comunità locale, che teme forti perdite economiche nella stagione turistica.

“Siamo stati costretti a smentire la notizia di migranti che diffondevano il covid-19 e che era stata prodotta addirittura dal sindacato di polizia, oppure la notizia ancora più assurda dei migranti che mangiavano i cani”, spiega il sindaco. “L’immigrazione a Lampedusa è sempre stata la normalità, ma c’è stata tutta una campagna mirata a far crescere l’odio e a dividere le persone che ora si scontrano e si minacciano anche fisicamente, prima non era così. Quanto al turismo, chi viene a Lampedusa con tutte le notizie false che girano è un eroe”, conclude.

Propaganda e covid-19
In Italia i contagi di covid-19 tra i migranti sono stati il 5 per cento del totale nel mese di agosto, eppure per tutta l’estate la propaganda si è concentrata sull’idea che i migranti diffondano l’epidemia e siano un pericolo. Questo tema è stato sollevato sia dalle destre sovraniste sia da attori più istituzionali. Secondo le Nazioni Unite, la pandemia sta acuendo il clima di odio e l’ostilità verso migranti e richiedenti asilo, accusati di essere “untori”, nonostante i dati non confermino questa teoria e anzi la smentiscano.

Il 23 agosto il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha firmato un’ordinanza per sgomberare tutti gli hotspot dell’isola e trasferire i migranti in altre regioni, ma la decisione è stata subito impugnata dal governo e dichiarata illegittima dal tribunale amministrativo regionale (Tar), perché l’immigrazione non è di competenza regionale. Musumeci è stato convocato insieme al sindaco di Lampedusa Martello dal presidente del consiglio Giuseppe Conte a Roma il 2 settembre per discutere di eventuali misure straordinarie per far fronte alla situazione.


Ma per molti analisti è proprio l’approccio emergenziale e la mancanza di una visione di lungo periodo sull’immigrazione ad aver creato problemi. All’inizio dell’epidemia di covid-19 il governo ha dichiarato l’Italia “paese non sicuro”, vietando alle navi umanitarie che prestano soccorso nel Mediterraneo di attraccare sulle coste italiane. Quindi ha disposto l’uso di navi da quarantena per i migranti e ha inviato l’esercito a sorvegliare gli hotspot e i centri di accoglienza per evitare che i richiedenti asilo lasciassero i centri.

Molti sindaci e governatori regionali si sono rifiutati di accogliere i migranti e i richiedenti asilo trasferiti dalla Sicilia, nonostante il governo abbia assicurato di aver sottoposto a tampone tutti quelli arrivati via mare e di aver aspettato l’esito negativo del tampone, prima del trasferimento. Questa situazione ha finito per appesantire la pressione su Lampedusa, che dal 2013 fino alla fine del 2017 aveva smesso di essere la porta di ingresso in Europa per migliaia di persone.

Fino a quel momento infatti erano attivi i soccorsi nel Mediterraneo centrale, i naufraghi erano soccorsi al largo da navi governative e non governative e poi fatti sbarcare nei diversi porti italiani, sotto il coordinamento della guardia costiera. “Il nostro paese dal 2014 al 2016 ha visto numeri come 140mila arrivi, 160mila arrivi, quindi con 17mila persone che sono sbarcate nel 2020, non si può dire che quelli degli ultimi giorni siano stati sbarchi da invasione”, ha detto l’ex sindaco Giusi Nicolini in un’intervista con l’Huffington Post.

Per Nicolini quella di Lampedusa e dell’Italia in generale non è una situazione di emergenza, soprattutto se paragonata a quella degli anni precedenti, mentre il problema è l’assenza di pianificazione: “Il governo non ha una politica. Io per anni sono stata convinta che l’emergenza e questo clima giovassero solo alle destre e a chi vive di malaffare, come si fa con i terremoti e le ricostruzioni. Invece giova a tutti, anche a questo centro malandato che in questo momento non ha una visione e non ha idee. Con la scusa delle emergenze pensano di farsi perdonare altro?”.

I decreti sicurezza e le falle dell’accoglienza
La situazione sull’isola siciliana era già tesa da settimane, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato lo sbarco sull’isola, il 30 agosto, di un’imbarcazione di legno con 367 persone a bordo, partite da Zuara, in Libia, diversi giorni prima. L’arrivo ha suscitato proteste da parte dei militanti della Lega locale, ma soprattutto ha riportato alla mente il naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono 368 persone a poche miglia dall’isola dei conigli di Lampedusa. All’epoca i lampedusani parteciparono con le loro imbarcazioni ai soccorsi, furono così accoglienti da essere nominati per il premio Nobel per la pace nel 2014. Ma nel corso degli ultimi anni, tra propaganda e proteste, il clima sembra essere completamente cambiato.

“Per ore i manifestanti non ci hanno fatto uscire dal molo commerciale”, racconta Claudia Vitali, operatrice di Mediterranean Hope, presente allo sbarco del 30 agosto. “Le persone erano veramente provate, dopo giorni di navigazione”. Vitali, che vive a Lampedusa tutto l’anno, sottolinea che un barcone così grande è stata una “novità” e ha portato indietro le lancette dell’orologio di anni: “Non si vedevano barche così grandi arrivare sul molo dalla Libia da molto tempo”. Un’altra costante dell’estate 2020 per Vitali è stato l’hotspot dell’isola costantemente sovraffollato. “Ci vorrebbero trasferimenti quotidiani di migranti verso la terraferma, per non creare quella situazione. Servono trasferimenti più veloci”.

Dopo le proteste, il governo ha promesso l’invio di altre tre navi da quarantena. Al momento ne sono attive due: la nave Aurelia con circa 300 persone a bordo e la nave Azzurra con circa 700 persone a bordo. Ma la prima nave che sarebbe dovuta arrivare, la Allegra, in realtà è stata dirottata verso Palermo dove il 2 settembre sono stati trasbordati i naufraghi soccorsi dalle navi umanitarie SeaWatch 4 e dalla Louise Michel al largo delle coste libiche.

Tra il 30 e il 31 agosto sono state usate motovedette della guardia costiera per spostare circa trecento persone sulla terraferma, ma in ogni caso ne sono rimaste più di mille sull’isola: circa 800 nell’hotspot e 300 alla Casa della carità gestita dalla parrocchia. Nel centro di contrada Imbriacola, ancora parzialmente funzionante e in ristrutturazione, l’esercito presidia ogni angolo, impedendo ai migranti di uscire. Le persone dormono in molti casi su materassi stesi a terra, in mezzo all’immondizia.


Nonostante i centri di accoglienza italiani siano in molti casi semivuoti a causa della diminuzione degli arrivi a partire dal 2017, non è stata considerata la possibilità di fare la quarantena a terra, trasferendo le persone su tutto il territorio nazionale. L’hotspot di Lampedusa dal gennaio del 2019 è amministrato dalla Nova Facility di Treviso, la stessa società finita sotto inchiesta per la gestione della caserma Serena di Dosson, il più grande Cas (centro di accoglienza straordinaria) della provincia di Treviso, diventata un focolaio di covid-19 durante l’estate. La Nova Facility, che per l’accoglienza dei migranti a Lampedusa incassa 35 euro al giorno a persona, ha cambiato completamente giro di affari negli ultimi. anni, passando dall’istallazione di tubature per il gas e pannelli fotovoltaici, all’accoglienza per i richiedenti asilo e diventando uno dei colossi dell’accoglienza nel nordest.

Al momento la società gestisce tre centri di accoglienza in Veneto, uno in Friuli Venezia Giulia e l’hotspot di Lampedusa, per un totale di seicento posti al nord e duecento nell’hotspot siciliano, che però ha finito per ospitare molte più persone della sua effettiva capienza. “L’assetto dell’accoglienza, determinato dal decreto sicurezza – ancora in vigore senza alcuna modifica – favorisce indiscutibilmente le grandi concentrazioni di persone in grandi centri nelle mani di grandi gestori. È nei grandi centri infatti che si possono realizzare utili che diventano significativi se sono ospitate molte persone”, commenta Fabrizio Coresi, tra gli autori del rapporto di Openpolis e Action Aid sull’impatto del decreto.

“Fondamentale è anche l’abbassamento della qualità dei servizi: mentre molte realtà del terzo settore si sono autoescluse dalle gare per un’accoglienza straordinaria, l’assenza di competenza specifica e vocazione sociale dell’ente gestore for profit fa sì che non ci si preoccupi di fornire un servizio pessimo e si punti ad abbassare al massimo i costi per massimizzare l’utile, sempre grazie ai grandi numeri”, continua Coresi. Questo approccio ha contribuito ad acuire i disagi nella gestione dell’emergenza sanitaria di covid-19 all’interno degli hotspot e dei centri di accoglienza. Anche se aveva promesso di cambiare i decreti sicurezza, il 31 agosto il governo ha annunciato che le modifiche su cui si era trovato un accordo slitteranno a dopo le elezioni regionali.

Da "https://www.internazionale.it/" C’è davvero un’emergenza migranti a Lampedusa? di Annalisa Camilli

Mario Draghi, l'inascoltato

Lunedì, 07 Settembre 2020 00:00

Se tutti, o quasi tutti, sono d’accordo con lui, perché non accade ciò che suggerisce? Tra il pensare, il dire e il fare c’è il dramma esistenziale della politica italiana.

Se tutti, o quasi tutti, sono d’accordo con Draghi, perché non accade ciò che Draghi suggerisce? Questa domanda sta piantata nel cuore del Paese, tra il consenso generale all’appello dell’ex presidente della Bce e una transizione fin qui dominata dalla confusione nell’azione di governo e da un’incertezza che attraversa, tutto intero, il quadro politico. Perché è vero che la maggior parte della classe dirigente nazionale, anche quella che per motivi di bandiera non può dichiararlo apertamente, riconosce che i sussidi servono a sopravvivere, non a ripartire; che c’è debito buono, finalizzato a investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture e nella ricerca, e debito cattivo e improduttivo, simbolo del furto generazionale dei padri sui figli; che s’impone un riformismo fondato su regole di responsabilità; che l’adesione all’Europa e la difesa del multilateralismo sono per l’Italia un obiettivo irrinunciabile; che, da ultimo, l’incertezza dell’opinione pubblica e dei mercati si dissolve con politiche credibili nel medio-lungo periodo, segnate dalla coerenza dell’azione di governo con il mandato e con i principi che lo ispirano.

Ma tra il pensare, il dire e il fare c’è il dramma esistenziale della politica italiana. La quale non riesce a dire ciò che pensa e, perciò, non riesce a fare ciò che dice. È una malattia che contagia, sia pure in misura diversa, tutti i partiti e che suscita il preoccupato interesse di analisti e intellettuali. C’è chi, come, Ernesto Galli della Loggia, la diagnostica come una deriva del trasformismo, diventato il “vero principio costitutivo del sistema politico italiano” e incarnato da un premier privo, e fiero per questo, “di qualunque appartenenza politica”. C’è chi, come Sabino Cassese, la chiama sindrome della politica corsara, priva di radicamento storico e sociale, schiava del consenso e, perciò, adusa a promettere ciò che non può distribuire e a distribuire ciò che sottrae, con il debito pubblico, alle generazioni future. C’è ancora chi, come Marco Bentivogli, la racconta come una degenerazione del riformismo, che baratta il realismo e gli ideali con le velleità rivoluzionarie, e finisce per consegnarsi al ricatto delle corporazioni e dei loro particolarismi.

Le tre analisi qui segnalate illuminano, da angolazioni diverse, quella quota irriducibile di populismo, ora rivendicato ora inconsapevole e subalterno, che affligge tutti i partiti e che condanna la politica italiana a due posture specifiche: il bisogno di mentire e la subordinazione assoluta del welfare alla ricerca del consenso. Il Movimento Cinquestelle non può dire che i fondi del Mes hanno meno condizionalità di quelli del Recovery plan e che, quindi, non ha senso rinunciarvi, perché tradirebbe una certa retorica antitecnocratica e antieuropea, che lo avvicina più alla destra sovranista che agli attuali alleati di governo. Il Pd non può dire che il taglio costituzionale dei parlamentari è un dannoso attacco alla democrazia rappresentativa, perché nella retorica moralista che ha cavalcato per anni c’era una cifra antielitaria, che si è impossessata della sua base. Sono entrambi condannati alla menzogna, perché nella loro percezione dire la verità costerebbe troppo.

Per le stesse ragioni i partiti di governo, ma anche quelli attualmente all’opposizione, non riescono a disancorare le politiche del welfare dalla ricerca di un consenso percepito come volatile. Il Movimento Cinquestelle e il Pd insieme non possono dire che il Decreto Dignità penalizza il lavoro, né che la contrattazione salariale nazionale agevola il sommerso e mortifica la produttività, perché contraddirebbero la retorica dei diritti che da sempre hanno innaffiato con la loro propaganda. Una linea di continuità lega il reddito di cittadinanza e la riforma pensionistica di “Quota 100” del governo gialloverde allo statalismo e ai sussidi à gogo del governo giallorosso. Non a caso, la decisione di imbarcare senza concorso decine di migliaia di precari della scuola è sostenuta allo stesso modo tanto da Fratelli d’Italia e dalla Lega, quanto dal Pd. La febbre del consenso ha distorto la proporzione fisiologicamente corretta, per cui il welfare sta al cittadino debole come i servizi pubblici stanno al cittadino utente. In Italia oggi il welfare sta al potenziale elettore come i servizi pubblici stanno a chi nei servizi pubblici lavora.

Perciò le forze politiche condividono a parole, ma tradiscono nelle azioni, il riformismo invocato da Mario Draghi, che significa anzitutto educare al realismo e alla responsabilità, portare un gruppo sociale a prendere coscienza delle perdite imposte dal cambiamento, in ragione di un obiettivo ambizioso che le giustifichi. In questo senso il dramma della politica italiana è esistenziale, perché riguarda mai come oggi la contraddizione tra il credere e l’apparire, e condanna i partiti e i leader a un’ambiguità difensiva, che si esprime nell’inazione e nella confusione. C’è chi, come Nicola Zingaretti e Giuseppe Conte, guadagna tempo tra una commissione di tecnici e un’assise di Stati generali, sperando che il riformismo virtuoso prima o poi venga da sé. C’è chi, come Matteo Salvini, oppone alla percezione diffusa della paralisi la suggestione di una leadership decidente, che tanto spaventa la sinistra, e che, in controluce, malcela proprio il desiderio, comune a tutti, di svincolarsi dalla ricerca del consenso e dal bisogno della menzogna. E c’è, da ultimo, chi quei “pieni poteri”, che nega al leader leghista, sarebbe disposto a riconoscerli a un novello autocrate, un Cincinnato di turno proprio come Mario Draghi, garantito dalla sua sublime saggezza e dall’essere sottratto alla legittimazione dell’investitura popolare.

Ma né il traccheggio tattico della sinistra incompiuta, né il personalismo muscolare del sovranismo, né la delega-rifugio a un arbitro esterno alla politica colgono l’appello del banchiere-statista. Che è il primo a rifiutare un’investitura personale. Perché, come spiega tra le righe del suo magistrale intervento, nei tempi speciali, a cui l’emergenza pandemica ci consegna, non bastano più la competenza, il coraggio e l’umiltà che fanno grande un banchiere o un politico. Serve, di più, perseguire e spiegare “la coerenza dei governi con il mandato che hanno ricevuto e con i principi che lo hanno ispirato”. Vuol dire che non c’è riformismo possibile senza una pedagogia politica centrata su un’idea del Paese. L’unica che possa disancorare le politiche del welfare dalla ricerca del consenso e dal bisogno della menzogna, ribaltando l’approccio: cioè costruendo il consenso su un modello di welfare nuovo, volto alla società intera e non ai gruppi di interesse più forti. Nessun autocrate, nessun tecnocrate, per abili e autorevoli che fossero, potrebbero riuscirci. Ma solo un leader legittimato da una comunità di destino con cui condivide una visione, e coadiuvato da un quadro dirigente plurale capace di tradurla in una strategia dell’agire.

In una parola ci vuole la politica. Quella che ieri poteva far dire ai comunisti: sopportate la durezza della lotta perché poi verrà la rivoluzione. O ai democristiani: facciamo argine al comunismo per costruire la libertà. Certo, oggi qualunque disegno politico si misura con lo scarto tra l’ampiezza delle aspettative e il tradimento delle realizzazioni: in una societa? dove c’e? stata una generazione che ha preso piu? di quello che poteva prendere, e? difficile far comprendere alla maggioranza dei cittadini che il loro sacrificio vale un investimento sul futuro. Eppure questa è la strada che resta al riformismo. Che sia di destra o di sinistra, o piuttosto trasversale a entrambe, è difficile dirlo in tempi in cui si ritiene che le antiche culture politiche non parlino più a questo Secolo. Ma è singolare che chi, come Draghi, politico non è, dimostri di maneggiare il liberalismo, il socialismo e il popolarismo cristiano con una sapienza del tutto estranea ai leader sul campo, e di farne un racconto possibile e credibile del nostro futuro.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Mario Draghi, l'inascoltato di Alessandro Barbano

Franco Basaglia. “E mi no firmo”

Venerdì, 04 Settembre 2020 00:00


Massimo: Alcune cose le sappiamo. uno dei primissimi giorni succede che l’ispettore capo dell’ospedale psichiatrico di Gorizia – una figura importante, si chiama Michele Pecorari – porta al nuovo direttore il registro delle contenzioni. È il librone su cui vengono scritti i nomi di chi la notte prima è stato legato al letto. Il direttore deve vistarlo, apponendovi una semplice firma. Si è sempre fatto così. Prassi vuole che adesso tocchi a Basaglia. L’ispettore gli consegna il libro e gli porge con molta deferenza la stilografica. lui toglie il cappuccio e si blocca. Passa un attimo, chi è presente nella stanza dirà poi che è sembrato un tempo lunghissimo. Un attimo e Basaglia, semplicemente, rimette la stilografica nel cappuccio. Alza lo sguardo e dice nitidamente: «E mi no firmo».

Un gesto di rifiuto.

Ci viene in soccorso un dettaglio biografico. Sembra una semplice nota di colore, ma in questa storia c’entra molto. Qualche anno prima, nel 1953, Franco Basaglia si è sposato con Franca Ongaro – c’entra molto anche lei in questa storia, e non solo perché è nel manicomio di Gorizia come volontaria nei reparti. Testimone dello sposo è stato il grande amico nonché ex collega di studi a Padova, Hrayr Terzian, che diventerà un famoso docente di Neurologia e primo rettore dell’università di Verona. Il regalo di nozze non è, come si usa oggi, un viaggio alle Maldive – negli anni cinquanta le Maldive forse non erano ancora emerse – e nemmeno una più modesta settimana sulla costiera amalfitana. Il regalo per Franco Basaglia è l’opera completa di Jean-Paul Sartre, ventuno volumi. Vuol dire che la filosofia c’entra in questa storia.

C’è un altro dettaglio molto importante. Dopo qualche mese, Basaglia al manicomio di Gorizia non è più solo. Lo raggiunge Antonio Slavich, i due sono amici, ma si daranno sempre del lei e fra di loro parleranno sempre e soltanto in veneziano, forse per non essere “intercettati”. Cominciano a fare, Slavich e Basaglia, una cosa che non si è mai vista, né a Gorizia, né nei manicomi di tutto il mondo. Cominciano sistematicamente, ogni pomeriggio, a parlare, o a cercare di parlare, singolarmente, con tutti i seicentocinquanta ricoverati. È uno sforzo immane, inventano qualsiasi possibilità. ci racconta Slavich che con il suo primo stipendio compra una Fiat cinquecento beige, usata, e per smuovere le acque, per cambiare scena, prende a invitare i pazienti, quelli che ne hanno voglia, a salire in macchina e lì dentro, nell’abitacolo, a parlare con loro, mentre fanno un giro sul greto dell’Isonzo o nel centro di Gorizia. C’è molta titubanza da parte degli internati, perché una cosa del genere, appunto, non si è mai vista, perché se mai sono saliti su una vettura, l’ultima volta è stata dieci, quindici, vent’anni prima, quando un’ambulanza li ha portati in manicomio. Però molti salgono, e cominciano a parlare.

E così, in men che non si dica, il manicomio di Gorizia diventa un luogo in cui si parla. Si parla tantissimo.

Torno, Carletto, torno

Massimo: Permettimi la domanda un po’ brutale: cambiare sguardo va benissimo, ascoltare è un requisito, la democrazia, ci mancherebbe… Però quello è un ospedale psichiatrico, la follia ha tante facce, la malattia mentale esiste, né Basaglia ha mai sostenuto il contrario. E ogni tanto la malattia mentale esce fuori in forma di crisi, violenza, pericolosità. A volte è un’esplosione, succede anche quello. Ecco, cosa fate quando succede?

Peppe: Certo che succede. Succede e tu stai toccando un punto cruciale di questa storia. Non solo succede tra le mura del manicomio, ma anche nel mondo di fuori, e succede nell’immaginario, più di quanto accada nella realtà. Quindi c’è un altro fronte che devi continuamente aver presente e sotto controllo. Si sono aperte le porte, anche quelle dei camerini d’isolamento, e ciò mi stupiva, anzi, mi “sconvolgeva”, come ti ho detto. Oltre a questo, non c’è più il letto a rete, non c’è più contenzione, tutto deve avvenire in un rapporto diretto con l’altro. In ospedale, quando sei di guardia, per esempio di notte, solo con milleduecento internati, può accadere che qualcuno abbia un’insufficienza cardiaca, una diarrea ostinata, che si ferisca cadendo dal letto e tu devi correre a dargli i punti: una medicalità, questa, che abbiamo ancora tra le mani e che fa quasi piacere mettere in campo, così che gli infermieri in quel momento riconoscano che sei dottore, anche senza il camice bianco. Ma ciò che ti preoccupa, quando cominci il turno di notte, è che lì dentro ci sono appunto milleduecento persone, dunque può accadere di tutto: quello che comincia a star male e a prendere a calci le porte, quello che fa rissa con il vicino di letto, quello che si barrica spostando un letto e sbarrando l’ingresso della stanza, quello che urla e tiene sveglio tutto il reparto, e così via. Ci sono cinquanta infermieri durante la notte, suddivisi in una ventina di reparti, che non ti conoscono, e tu non conosci loro. E c’è molta diffidenza. Se il grande cambiamento proposto da Basaglia coinvolge noi medici, che ne siamo convinti sostenitori, molti tra gli infermieri si rifiutano di aderirvi, oppongono scetticismo, se non addirittura ostilità. Basaglia, dal canto suo, ci invita a essere sempre responsabili e a prestare attenzione al rapporto con gli infermieri, pur mantenendo, talvolta, quella diffidenza. Quando succede qualcosa e l’infermiere ti chiama e ti dice: «Dottore, questo ha sbattuto la porta e sono tutti svegli», oppure: «Ha fatto a botte con l’altro, non si lascia avvicinare», alla fine aggiunge quasi sempre: «Dottore, se crede, ci pensiamo noi». E tu sai benissimo cosa intende con quel “ci pensiamo noi”: al paziente in crisi faranno un “cravattino”, gli metteranno un lenzuolo bagnato sulla testa, lo sistemeranno nel letto a rete o dentro il camerino d’isolamento, gli faranno le iniezioni già predisposte per sedarlo. Ed è la regola non scritta del manicomio che il medico di guardia dica: «Va bene, va bene, allora ci vediamo domani mattina». E tutto finisce lì. Ma adesso qualcosa sta cambiando. Siamo ormai in un’altra scena.

Una sera mi chiamano dall’Accettazione uomini, il reparto più nuovo di San Giovanni: due piani, ospita gli uomini accolti di recente e quattro infermieri del turno di notte. Uno di questi mi telefona. Si chiama Flavio, lo conosco abbastanza bene, e mi dice: «Dottore, c’è qui Carletto Afarnik». Anche questo nome mi è noto. «Non dorme, è agitato, ha già svegliato tutto il pianoterra e cerca adesso di svegliare anche il piano di sopra, vuole parlare con tutti, parlare, parlare.»

Io reagisco in maniera un po’ stupida, e me ne rendo conto mentre formulo la domanda: «E che dice?».

All’altro capo del telefono all’infermiere, credo, cadono le braccia: «Ma dottore, cosa vol che ’l disi? Monade, stupidezzi».

Massimo: È matto. Del resto, siamo in manicomio.

Peppe: E io non posso fare altro, come ormai dovevamo fare e facevamo tutti, era questo adesso il patto non scritto. «Vengo, vengo subito.» Arrivo in reparto e trovo Carletto ad aspettarmi davanti alla porta insieme a Flavio, mentre un altro infermiere sta cercando di mettere a dormire le altre persone. Provo a tranquillizzarlo, ma Carletto non si lascia catturare dalle mie parole. Andiamo avanti e indietro per il corridoio, giriamo intorno al tavolo, ci sediamo, ci alziamo e camminiamo di nuovo. Carletto è in preda a un’angoscia che è difficile da comprendere e ancor più da spiegare, è come se si fosse perduto nell’universo. Parla del tempo, di un tempo che non torna, parla della sua finitezza e gli viene da piangere. Mi abbraccia. È come se gravitasse tra le stelle. Parlare gli serve, credo, per cercare un punto di appoggio, fermarsi. Comincia a dire qualcosa del nonno, prende forma una figura di grandissimo spessore umano, di straordinaria ricchezza. A quel punto ci sediamo e lui mi racconta di quando suo nonno lo accompagnava a scuola e faceva i compiti con lui, di quando lo portava nell’orto – abitavano a Longera, appena fuori città. A comprare i quaderni andavano sempre insieme. Non menziona mai né la mamma né il papà, forse non li ha mai conosciuti, forse c’è un risvolto drammatico in questo. Va avanti a parlare, a momenti si ferma, di nuovo trema, piange, mi abbraccia. Flavio, che ci ha seguiti a distanza, adesso è lì con noi che ascolta. Dopo un po’ interviene anche lui, comincia a raccontarci di quando era ragazzino e abitava in un paese sotto Monte Maggiore, in Istria. Tira fuori vecchie vicende di carbonai – sul Monte Maggiore si raccoglieva la legna e si faceva il carbone. E allora anch’io comincio a raccontare del mio, di nonno. Viveva in un paese dell’Irpinia, dove aveva un negozio e dove ero solito trascorrere con i nonni una parte dell’estate. La sera, quando chiudeva bottega, andavo a prenderlo. Tornando a casa, le volte in cui tirava vento e faceva più freddo, mi metteva sotto il suo mantello a ruota e mi teneva stretto. Salendo i vicoli verso casa facevamo sempre un gioco. Lui mi chiedeva: «E adesso dove siamo?». E io, senza poter vedere, dovevo dirgli davanti a quale portone stavamo passando, se quello della famiglia Bresci, o della famiglia D’Urso, o altre ancora. Una volta giunti a destinazione, scostava il mantello e rideva insieme a me, mentre ad accoglierci al nostro portone accorrevano i gatti di casa. Era questa una felicità tutta nostra.

Ecco, in simili momenti hai l’impressione che si stia creando una nuova scena per la terapia e che il cambiamento consista veramente nella possibilità tanto agognata di incontrarsi, di stare insieme, di esserci gli uni con gli altri.

A un certo punto mi chiamano da un altro reparto, devo andare. Dico: «Carletto, devo andare», ma lui mi trattiene, non vuole che vada, vuole dilatare questo momento. È come se lo avessimo salvato da un naufragio. Ha di nuovo paura, mi trattiene. «Carletto, devo andare, ma torno, ti prometto che torno.» Allora vado. È già molto tardi, è passata l’una. Mantengo la mia promessa, ma quando torno, sono quasi le quattro.

Carletto mi sta ancora aspettando e i due infermieri sono lì a parlare con lui. È tuttora un’emozione ricordarlo. Non sono più stupidezzi, si stanno raccontando pezzi di vita.

Carletto mi viene incontro: «Siediti, parliamo».

«Carletto, è tardi, sono le quattro e io sono stanco, devo andare a dormire. Ma anche tu sei stanco. E a quest’ora il reparto dorme.» L’altro infermiere ha appena preparato il caffè. Ne beviamo tutti una tazzina. «Basta, adesso, dobbiamo andare a dormire», dico. Ma Carletto insiste, vuole che rimanga.

Ecco, solo ora posso alzare la voce con Carletto, facendo valere le ragioni della mia stanchezza, come se non fossi più il medico di guardia, negando così l’autorità che mi viene da quel ruolo.

Dico: «Basta! Adesso basta, Carlo. Bisogna andare a dormire. Io sono stanco e vado a dormire». Mi alzo e faccio per avviarmi, Carletto mi accompagna alla porta in fondo al corridoio. Mi giro per salutare gli infermieri, dico: «Buonanotte, allora, ci sentiamo». Lui mi apre la porta. Sta già albeggiando. Mi guarda andar via e poi, da lontano, sorridendo un po’ sornione, mi dice, non appena mi volto: «Buongiorno! Buongiorno, dottore!».

Questi dialoghi sono tratti da Peppe Dell’Acqua, Massimo Cirri e Erika Rosso, (tra parentesi) La vera storia di un’impensabile liberazione, Edizioni alpha beta Verlag, Merano, 2019. Da questo libro provengono anche le immagini, i cui crediti specifici sono poi indicato nelle didascale. Grazie a questa piccola casa editrice da dieci anni si tiene viva la conoscenza e il confronto su quanto è accaduto e continua ad accadere.

Basaglia raccontato a teatro

Quando il direttore del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Franco Però, ha proposto a Massimo Cirri, conduttore radiofonico, psicologo e amico mio carissimo, a Erika Rossi, giovane regista triestina e a me di fare qualcosa in occasione dei 40 anni della legge 180, ho pensato che scherzasse. Per più di un mese ho tenuto lontano anche il pensiero di quell’improponibile avventura. Temevo che, specie a Trieste, lo spettacolo potesse avere scarsa partecipazione dal momento che i triestini sanno già tutto e da decenni sono partecipi di questa storia e poi temevo potesse far riemergere contrasti feroci che sempre ci hanno accompagnato.

Erika e Massimo, invece, erano entusiasti. Durante l’estate abbiamo cominciato a pensare a cosa e come raccontare. Non era solo l’orrore del manicomio l’oggetto delle nostre chiacchierate. Non voleva essere il nostro narrare soltanto “la distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione”. Bisognava cercare di andare alle radici della “rivoluzione”. Il tema avrebbe dovuto essere: Basaglia non solo chiude i manicomi ma restituisce diritto, dignità, soggettività. Bisognava raccontare la vera storia. “Messa tra parentesi la malattia…” L’ingresso di Basaglia a Gorizia l'inizio del canovaccio.

Come si capisce è stato per me un andare indietro. Le storie che ogni sera raccontavamo muovevano passioni, interrogativi, memoria di sconfitte brucianti e conquiste gioiose. Emozioni che non mi hanno mai lasciato. Ci sentivamo, noi ragazzi venuti da mezz’Italia, nel cuore di una storia impensabile che accadeva davanti ai nostri occhi. Contribuire allo smontamento della grande e secolare istituzione manicomiale era come vivere nell’urgenza di un capovolgimento epocale che non poteva fare a meno della nostra passione. Affrontavamo rischi, amori, conflitti nella vertigine di orizzonti sconosciuti.

Non posso proprio dire che ce ne rendessimo conto, anzi a volte mi sembrava di perdere completamente le coordinate. Mi sentivo perduto. Che si stesse chiudendo il manicomio e che si stesse trasformando la vita nel manicomio era evidente, ma avere consapevolezza di quanto questo avesse poi potuto cambiare radicalmente quel mondo, non era alla mia portata. Era l’entusiasmo che ci teneva uniti e impegnati in un’impresa che avremmo poi raccontato come “il sogno di una cosa migliore”. Venivamo tutti dalle recenti esperienze universitarie e Basaglia ci permetteva di continuare a pensare alla “rivoluzione” proprio nel lavoro che stavamo cominciando a fare. Una fortuna che pochi di noi ebbero.

Durante le numerose repliche dello spettacolo, più di cinquanta, 5000 spettatori, non c’è stata una sola volta che, in alcuni passaggi cruciali, non abbia avvertito un’emozione tanto profonda da non riuscire a dominarmi. Le parole venivano fuori svelando i sentimenti che stavo provando. Ogni sera dovevo prendere il mio rassicurante confettino di trinitrina con un’angina sempre in agguato.

Non potevo non riandare agli anni dell’università e vivere con stupore la presenza attenta delle persone che senti palpitare nel buio della sala.

Ogni sera a teatro ho raccontato di me e delle cose meravigliose e ruvide che accadevano intorno. Ho rivissuto i dieci anni forse più importanti della mia vita, la frequentazione preziosa di un gruppo di lavoro che di anno in anno diventava sempre più coeso e stimolante. Ci rendevamo conto che raccontare delle origini, delle parentesi e della frattura insanabile che Basaglia ha provocato nel corpo della psichiatria comportava il rischio di non essere compresi e la certezza di un vergognoso fallimento, diceva Massimo per farmi coraggio!

Il successo è stato ancora più inaspettato. Ogni sera a Trieste e poi a Milano, a Torino, a Ferrara, a Udine, a Codroipo e Cervignano tutto esaurito! Le persone manifestavano la loro partecipazione, ci facevano avvertire la loro emozione. Gli applausi a scena aperta ci stupivano e mettevano ancora di più in crisi la mia fragile tenuta. Credo che a Trieste come negli altri teatri, ma a Trieste soprattutto, il nostro narrare ha fatto sì che le persone potessero finalmente appropriarsi di una storia che ha cambiato il modo di vedere l’altro. Di interrogarsi sulla natura della malattia mentale. Un desiderio di appartenere. Cosa di meglio potevo attendermi!


Peppe Dell’Acqua


Da "https://www.doppiozero.com/" Franco Basaglia. “E mi no firmo” di Massimo Cirri, Peppe Dell'Acqua, Erika Rossi