Trovate microplastiche nella placenta umana

Venerdì, 29 Gennaio 2021 00:00

I risultati di uno studio italiano dell'Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche: "Bambini come cyborg, fatti non solo di cellule umane".

Per la prima volta nella storia particelle di microplastica sono state rintracciate nella placenta di feti umani. Lo studio condotto dall’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e dal Politecnico delle Marche – dal titolo “Plasticenta: la prima prova della presenza di microplastiche nella placenta” è stato pubblicato sulla rivista “Environment International”. Gli scienziati hanno definito i risultati della ricerca “preoccupanti”: ”È come avere un bambino cyborg: non composto solamente di cellule umane, ma un misto tra entità biologica e entità inorganiche”, ha affermato Antonio Ragusa, direttore del reparto di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale San Giovanni Calibita Fatebenefratelli di Roma e primo autore della ricerca.

Come riporta anche il Guardian, lo studio ha analizzato le placente di sei donne sane, tra i 18 e i 40 anni, con gravidanze normali, che hanno dato il loro consenso alla ricerca. I ricercatori hanno identificato nelle placente 12 frammenti di materiale artificiale. Tre sono stati chiaramente identificati come polipropilene, il materiale con cui vengono realizzati le bottiglie di plastica e i tappi. Nove frammenti sono di materiale sintetico verniciato. Cinque particelle sono state trovate nella parte di placenta attaccata al feto e che è parte integrante del feto, quattro nella parte attaccata all’utero materno e tre dentro le membrane che avvolgono il feto.

Ma qual è la quantità esatta delle particelle rintracciate? Calcolando che è stata analizzata soltanto il 4% di ogni placenta, è probabile che il numero totale di microplastiche sia molto più alto. I ricercatori hanno ribadito un fatto già noto: essendo molto piccole, queste particelle possono entrare in circolo nel flusso sanguigno. Potrebbero entrare in circolo anche nel feto? Al momento, a questa domanda non c’è una risposta.

Non è la prima volta che le microplastiche vengono rintracciate dove non ce l’aspetteremmo: sono state trovate in cima al monte Everest e negli oceani più profondi. Ma il fatto che si trovino anche nella placenta è una notizia che ha lasciato le madri sconvolte e interdette. Gli scienziati hanno concluso che “a causa del ruolo cruciale della placenta nello sviluppo del feto, è motivo di grande preoccupazione la scoperta della presenza di microplastiche. Altri studi permetteranno di capire se queste siano in grado di intaccare il sistema immunitario o se possano essere in qualche modo tossiche per il bambino che nascerà”.

Potrebbero, ad esempio, avere conseguenze sul peso e ridurne la crescita. “Sappiamo da altri studi internazionali che la plastica per esempio altera il metabolismo dei grassi - conclude Antonio Ragusa -. Riteniamo probabile che in presenza di frammenti di microplastiche anche la risposta del corpo e del sistema immunitario, possa essere diversa dalla norma”. Da medico e ricercatore Ragusa lancia il suo appello: “Penso che dobbiamo fermarci, stiamo distruggendo il Pianeta. Se non prendiamo provvedimenti più ecologici sarà la rovina per i nostri figli e i nostri nipoti”.


Da "www.huffingtonpost.it" Trovate microplastiche nella placenta umana: è la prima volta nella storia di Ilaria Betti

Quella Brexit al contrario di 1600 anni fa

Lunedì, 25 Gennaio 2021 00:00

Nel 410 d.C. l’imperatore Onorio ritira le legioni e lascia Londinium ai saccheggi di Angli e Sassoni. L’isola era diventata troppo costosa da gestire e non aveva risorse appetibili.

La mattina di Capodanno del 2021, su Londra gravava un pesante cielo grigio: è una gelida e buia giornata d'inverno. Nessuna differenza per il meteo, che si disinteressa del calendario: lo stesso clima del 31 dicembre, il giorno prima. Ma il 1 gennaio è una data storica per il calendario. Dopo 47 anni, il paese è uscito dall'Unione Europa: la Brexit, durata 4 lunghi anni di profonde spaccature, incertezze, giravolte e psicodrammi, è ora una realtà. Nell'anno del Signore 2021 sono i sudditi di Sua Maestà a dire addio all'Europa, con un certo sollievo da parte loro e altrettanto malcelato livore e accuse di aver fatto una scelta disastrosa. Milleseicento anni fa furono gli antichi romani, gli “Europei” di allora, ad abbandonare la Gran Bretagna al suo destino. Corsi e ricorsi storici.

Britannia, Addio
La data del calendario non è nota ma una mattina dell'anno 410 d.C. l'Impero Romano mandò l'isola alla deriva. Non era nemmeno il 410 dell'Era Cristiana (che sarebbe stata introdotta solo un secolo più tardi), ma l'anno 1163 ab Urbe Condita, dalla fondazione di Roma, data che veniva usata in tutto l'impero dalla Mauritania alla Macedonia per contare gli anni. Dopo oltre un millennio di vita, e di comando, Roma poteva ben autodefinirsi la Urbs Aeterna, la Città Eterna. Ma da tempo, da almeno un secolo e mezzo, l'impero era in declino, lento ma costante. Nel Palatino, il palazzo dell'imperatore fatto costruire da Ottaviano Augusto 3 secoli prima, si era installato Onorio, uno dei tanti anonimi imperatori-soldati, generali che, appena arrivava nelle province più remote la notizia che Roma era in subbuglio, si mettevano alla testa della loro legione, marciavano sulla città e si facevano proclamare Imperator da un Senato ridotto a una larva. A differenza di altri suoi “colleghi”, Onorio prende una decisione che decide di ritirare tutte le legioni di stanza: ce n'erano 4 e tutte distribuite lungo il Vallo di Adriano, la poderosa fortificazione costruita quasi 3 secoli prima, per difendere il confine più settentrionale dell'impero.

Dopo quasi 400 anni di dominazione, e di civilizzazione, finiva l'epoca romana della Gran Bretagna. E finiva perché per decreto, Roma, che controllava tutta l'Europa dal Portogallo alla Polonia, decideva di abbandonare l'isola. Una Brexit all'incontrario: non sono gli inglesi a dire addio all'Ue, l'erede dell'Impero Romano, ma era Roma, l'Unione Europea di allora, che diceva addio agli inglesi, lasciandoli al loro (amaro) destino.

Giulio Cesare atterra a Heathrow
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, che aveva consacrato il Regno Unito e Winston Churchill vincitori, il Governo decise di costruire un nuovo aeroporto per Londra, sulla scia del boom economico. Fu scelta Heathrow, una zona paludosa e disabitata a ovest di Londra, a 30 chilometri dal centro, dove le anse del Tamigi hanno creato nei millenni decine di acquitrini e abbastanza lontana da non creare problemi. Tutto si immaginavano di trovare, i costruttori, tranne che dei strani reperti. In un'area deserta da sempre, gli archeologi chiamati a risolvere il mistero rimasero stupefatti: i resti che man mano venivano alla luce assomigliavano sempre più a quelli di un castrum, il tipico accampamento militare romano. E le varie monete, armi e resti erano di epoca cosiddetta “repubblicana”. Quello sotto il futuro aeroporto, dunque, non poteva che essere l'accampamento di Giulio Cesare. Il condottiero era sbarcato sull’isola di fronte alla Gallia nel 54 a.C.: l'unico romano, o se si vuole l’unico europeo, a mettere piedi sull'isola prima della nascita ufficiale della provincia.

Un rapporto difficile
Quella di Giulio Cesare era stata poco più di una “scorribanda”: era sbarcato dalla Gallia, fatto alcune perlustrazioni, avuto contatti con tribù locali. Ma niente altro: il futuro “dittatore” non aveva alcuna intenzione di infilarsi in una campagna di conquista. Tornato indietro in Gallia, nessun altro esercito romano mise più piede sull'isola per i successivi cento anni. Ma almeno, Cesare un merito l'ha avuto: è lui che battezza la terra oltre il canale della Gallia, Britannia. Così facendo conia un termine destinato a una fama imperitura. Secoli dopo, quando il Regno Unito sconfiggerà Galles e Scozia, per dare un senso di unità politica e storica, disseppellirà il nome latino e conierà l'espressione Great Britain. Nomi a parte, un secolo dopo il veloce raid di Giulio Cesare, Roma, nel frattempo diventata un impero, decide la colonizzazione dell'isola: nel 43 d.c l'imperatore Claudio annuncia la nascita della Provincia Britannia. Dove il grande fiume chiamato dai latini Thamesis (l'attuale Tamigi) offriva un approdo naturale risalendo con le navi dalla foce, i romani fondarono la colonia di Londinium. In cima a piccola collina (la futura Ludgate Hill) costruirono una basilica dove oggi sorge la cattedrale St. Paul's. Londinium sarebbe diventata una delle città più prospere dell'impero, con agi degni di Roma, dalle terme alle ville con mosaici. Ma la convivenza dei romani coi locali sull'isola fu sempre problematica, come lo è sempre stata la permanenza degli inglesi dentro la Ue, fin dall'ingresso nel 1973, passando per il rifiuto dell'Euro come moneta unica fino al famoso referendum del 2016.

Una terra inospitale
La geografia, peraltro, non aiutava i “conquistatori” romani. La provincia Britannia era una terra inospitale: un clima ostile che nel Nord del paese diventava addirittura insopportabile e invivibile. La terra non era facile da coltivarsi. O perlomeno non lo era per le esigenze alimentari dei romani: l'alimentazione era basata su farinacei, serviva grano che infatti Roma importava in gran quantità dall'Egitto e dalla Siria. Ma il clima atlantico dell'isola Britannia, troppo piovoso e freddo, con poca luce impediva dei raccolti di grano decenti. Le risorse naturali che hanno arricchito la Gran Bretagna, il carbone e il petrolio, sarebbero state scoperte solo molti secoli dopo. Per gli imperatori romani, la Britannia era più un costo che un vantaggio. E la provincia non era nemmeno pacifica. I romani avevano sempre avuto un problema di confini: non erano mai riusciti a soggiogare le tribù degli Scotii (Scozzesi) e dunque a prendersi tutta l'isola, che sarebbe stata difesa dal mare, ma erano stati costretti a costruire il Vallo di Adriano che divideva il paese in due. Roma aveva la leadership militare dell'epoca, erano quello che oggi sono gli Stati Uniti per il mondo del 2021: ma nemmeno l'esercito più numeroso, organizzato e progredito di allora riusciva ad avere la meglio contro le tribù scozzesi, robusti e immensi giganti che sovrastavano in altezza i pur attrezzati legionari romani. Giganti che soprattutto erano abituati a vivere in condizioni estreme. I loro attacchi alla frontiera dell'impero risultavano letali e invincibili. Nel corso dei secoli, poi, la Britannia era diventata pure oggetto di scorribande di pirati che venivano dal mare e periodicamente razziavano le coste: erano altrettanto feroci tribù, di Angli e Sassoni, i futuri abitanti dell'isola.

Quello di Roma dalla Britannia fu un addio a freddo, studiato a tavolino: la volontaria e cinica amputazione di un arto che era già però destinato a incancrenirsi prima o poi. La scelta di Onorio era dettata da grande buon senso e anche una visione strategica: abbandonare la provincia, anche a un costo, politico e sociale, enorme. Lasciata l'isola, il confine dell'impero tornava a essere quello naturale, e più facilmente difendibile, della Manica e del mare del Nord: le migliaia di chilometri della costa delle province di Gallia (la Francia) e Germania (Belgio, Olanda e Germania stessa). Con un fronte in meno da presidiare, Roma poteva concentrarsi su un altro, altrettanto problematico: il limes germanicus, il confine sul Reno dove pigiavano le tribù di celti, e dove i romani erano sempre più deboli. Se fosse saltato quello, sarebbe saltata Roma. Come in effetti, 70 anni dopo Onorio, succederà.

La storia si ripete?
La Brexit di Roma fu uno shock per l’isola: i coloni, cittadini romani che nel corso del tempo si erano mischiati con la gente del posto, furono semplicemente lasciati alla mercé dei barbari, che, più feroci e violenti, li trucidarono. Angli e Sassoni invasero il paese e ne presero il controllo tranne che per il nord abitato dai sempre invincibili scozzesi. Le città romane furono saccheggiate e distrutte dai barbari, la lingua latina scomparve (sopravvisse solo nei monasteri), l'intero sistema socio-economico, dalle monete ai commerci; dalle strade alle terme, collassò. I nuovi invasori non erano in grado di gestire una società così complessa. La Brexit di un millennio e mezzo fa portò alla fine della prospera Britannia romana. Da quelle ceneri nacque una nuova nazione, chiamata England, la terra degli Angli. Ma ci vollero almeno seicento anni: solo attorno all'anno mille la Gran Bretagna ritornò a un livello di prosperità e progresso. La Brexit all'incontrario dell'Europa romana ebbe come conseguenza i “Secoli Bui”: declino, carestie e guerre. La Brexit di Boris Johnson dove traghetterà la terra degli Angli?


Da "https://www.ilsole24ore.com/" Quella Brexit al contrario di 1600 anni fa:quando Roma abbandonò la Britannia di Simone Filippetti

La nuova economia del noi

Venerdì, 22 Gennaio 2021 00:00

«Tante opportunità, oggi, passano attraverso la rete, e ho sentito parlare di The Economy of Francesco proprio fa-cendo un giro per i social. Era il settembre del 2019 e mi son reso subito conto che c’erano tutti gli ingredienti per vivere un’esperienza indimenticabile: la presenza di centinaia di giovani da tutto il mondo, ciascuno con la propria ricchezza; luminari di fama internazionale; la città di Assisi, che con la sua atmosfera intrisa di spiritualità è uno dei miei luoghi preferiti, e poi la finalità lodevole dell’evento: riscrivere una nuova economia, più equa, nella quale nessuno si senta escluso. Le parole del Papa in questi anni mi hanno davvero smosso: l’invito a non farci rubare la speranza, a non guardare la vita dalla finestra ma a scendere in strada; il bisogno di mettere fine all’economia che uccide e alla globalizzazione dell’indifferenza. Non ci ho pensato due volte: Assisi era il mio posto, dovevo esserci».

Sono Davide, 26 anni, ingegnere ma non troppo (come mi piace definirmi), cresciuto sulle rive della spiritualità missionaria. Dopo quattro anni in giro per l’Europa per studio, ricerca e lavoro, sono tornato nella mia città natale, Bari, dove attualmente lavoro per un’azienda informatica e sono impegnato nel sociale. Dopo tanto peregrinare, ho sentito che la mia terra di missione, il mio posto nel mondo, era proprio la mia amata Puglia e la sua gente.

Fra le tre categorie invitate all’evento – economisti, imprenditori e agenti di cambiamento – mi sono iscritto tra questi ultimi. Qualche mese prima, assieme ad altri giovani professionisti di tutta Italia avevo fondato Social Innovators Community, una rete che, attraverso l’organizzazione di eventi, la comunicazione online e la coprogettazione, si impegna nella diffusione dell’innovazione sociale in Italia. Il messaggio che cerchiamo di trasmettere ai giovani è semplice: impegnarsi a livello professionale nel trovare soluzioni alle sempre nuove sfide della società è la maniera più appagante e arricchente per realizzare i propri talenti. Nel dicembre 2019 è arrivata l’email che attendevo con trepidazione: ero stato selezionato; tra quei duemila giovani ci sarei stato anche io. Si va ad Assisi! L’euforia era alle stelle!

Una scelta non facile
Per organizzare i lavori dell’incontro di Assisi, il comitato centrale di EoF ha richiesto a ogni partecipante di scegliere un “villaggio tematico”, ovvero un gruppo dove approfondire uno dei 12 macrotemi. La scelta non è stata facile: erano tutti molto interessanti. Alla fine ho optato per “Vocazione e profitto”, villaggio che affronta una sfida particolarmente impegnativa e affascinante: costruire un’economia che metta al centro la persona e non il guadagno ad ogni costo, coniugando la propria vocazione con la necessità di generare introiti.

Ho vissuto in prima persona il disagio di trovarmi all’interno di un meccanismo dove io ero solo un ingranaggio per produrre denaro, senza alcuna attenzione alle mie aspirazioni e al mio desiderio di avere un impatto positivo sul mondo. Spesso le aziende si focalizzano sulla massimizzazione del profitto e finiscono con l’alienare chi lavora o trascurare gli effetti deleteri sull’ambiente e la società. Anche l’imprenditore rischia di focalizzarsi sul profitto perdendo di vista i propri ideali. In entrambi i casi, le regole economiche sostituiscono quelle morali, dettano leggi e impongono i propri sistemi di riferimento, impedendo alla persona di esprimere appieno la sua originalità e deprivando la stessa economia di un valore immenso. È così impossibile immaginare un futuro nel quale due imprenditori, incontrandosi, invece di chiedersi il fatturato si chiedano reciprocamente quale impatto hanno generato?

Comprendere quale sia la propria vocazione, aiutare altri a trovarla, liberarla dalla logica del profitto estremo e ampliare la prospettiva a sistemi più grandi (dalla persona al team, all’azienda, al sistema economico) sarebbe diventato il nostro impegno. Sapevo bene che non ero l’unico a desiderarlo: da qualche parte c’erano giovani che lo sognavano quanto e più di me, e che io volevo incontrare.

Dall’evento al percorso
Mi aspettavo di ritagliarmi tre giorni stupendi a fine marzo 2020 da vivere nella splendida cornice di Assisi. Vi avrei fatto la mia bella esperienza con giovani di tutto il mondo e poi, tornato, avrei raccontato quanto vissuto alle persone attorno a me. Nessuno aveva previsto che una pandemia ci avrebbe travolto rendendo impossibili gli spostamenti, ma come diceva Madre Teresa di Calcutta: «Dio scrive dritto sulle righe storte della nostra vita».

Da "https://www.combonifem.it/" La nuova economia del noi di Davide Patruno

Se Dante avesse dovuto scegliere un posto per gli economisti pentiti, forse li avrebbe messi nel Purgatorio. Di sicuro, oggi dovrebbero aumentarne la capienza per accogliere tutti i sostenitori dell’austerità fiscale che hanno cambiato idea in questi ultimi anni, rivalutando i vantaggi dell’intervento pubblico anche quando finanziato con il debito. Alla fine del 2020, il coro è stato guidato dalle due massime istituzioni internazionali che hanno dettato le regole del trentennio neoliberista, temporaneamente chiuso con la crisi del 2007-2008 e archiviato dalla pandemia: il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Qualcosa di simile a dire il vero si era già visto dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime, con i salvataggi pubblici della finanza privata. Ma allora era uno stato di necessità e presto si è cercato di tornare al business as usual. Adesso c’è qualcosa in più, che potrebbe fare pensare a un cambio di paradigma.

Le ultime parole destinate a diventare famose le ha dette Laurence Boone, capo economista dell’Ocse, in un’intervista al Financial Times nella quale lancia un appello ai governi: per non ricominciate con l’austerità, continuate a spendere. Già l’ultimo rapporto dell’organizzazione lo aveva messo nero su bianco: “Le politiche dovranno continuare a sostenere fortemente l’attività economica, almeno fino alla fine dell’emergenza sanitaria”.

Su cosa puntare, cosa evitare
Il rapporto dell’Ocse, oltre a dare i numeri senza precedenti della recessione mondiale, riconosce che le politiche pubbliche per tenere vivi interi settori, imprese e lavori sono riuscite in qualche modo a moderare gli effetti negativi. Pur con differenti impatti a seconda delle diverse situazioni, “le lezioni degli ultimi nove mesi”, si legge, “dicono che quest’azione politica era e resta appropriata”.

Ora, cominciata la campagna di vaccinazione, non è il caso di interrompere il supporto pubblico, semmai si tratta di indirizzarlo meglio a coloro che sono stati più colpiti. Ci sarà tempo, quando la ripresa sarà consolidata, di assicurare la sostenibilità del debito. Ma la frase più importante è questa: “Il fatto che i vaccini sono in vista suggerisce che questo non è il tempo di ridurre il supporto, come è stato fatto troppo presto dopo la crisi finanziaria globale”.

L’inciso in corsivo (mio) implica un’autocritica. Anche nel 2008, di fronte a quella che era la più grave crisi dal dopoguerra nel mondo occidentale, gli stati intervennero, eccome. Ma subito dopo si tornò all’ortodossia dello stato minimo e del contenimento dei debiti pubblici mentre, notava lo stesso Fmi, la mole del debito privato mondiale continuava a crescere. La precoce stretta post-crisi fu particolarmente dura in Europa, sia nella politica monetaria (la Banca centrale europea prima di Draghi) sia in quella fiscale, strangolando le economie europee più fragili e portando al doppio capitombolo della crisi stessa, negli anni 2010-2011.

Non esiste una ricetta unica
Nell’intervista al Financial Times, Boone dice però qualcosa di più. Ricorda appunto che nel 2008 le politiche di stimolo fiscale si fecero, ma furono abbandonate troppo presto. Dobbiamo imparare da quella lezione, da tutti e due i lati dell’Atlantico, aggiunge, spiegando che i governi non devono porsi obiettivi numerici a breve termine di rientro dal deficit e dal debito. Di più, dobbiamo anche dimenticare che abbiamo in tasca un’unica ricetta che si adatta a tutti. Boone strappa così i due simboli di quelle istituzioni che lo stesso Financial Times definisce ”le cheerleader dell’austerity”. Ne esiste una terza, cioè la predominanza della politica monetaria: non è sano lasciare tutto il potere e il peso della politica di ripresa alle istituzioni monetarie, che non sono democraticamente elette e sono guidate soprattutto dalla preoccupazione sull’inflazione.

La politica monetaria ha un impatto sulla redistribuzione del reddito, anche se non è suo compito: tocca alla politica fiscale occuparsene, tanto più con l’allargamento della forbice tra ricchi e poveri che la pandemia sta aggravando, con il rischio di un forte aumento delle diseguaglianze sociali.

La pensano allo stesso modo al Fondo monetario internazionale, un’altra istituzione cardine del cosiddetto Washington consensus (la dottrina associata alla svolta degli anni ottanta, basata sulla stabilizzazione macroeconomica, le privatizzazioni, la deregulation e lo stato minimo). È interessante che anche in questo caso alla guida ci sia una donna, Gita Gopinath, la cui popolarità è uscita dai confini della politica e dell’accademia da quando Vogue le ha dedicato una copertina.

Nel Fiscal monitor pubblicato nell’ottobre 2020, l’Fmi insiste perché i governi non alzino il piede dal pedale della spesa pubblica, sottolineando in particolare il ruolo degli investimenti pubblici: prima della pandemia, vi si legge, nelle economie industrializzate si era assistito a una generale riduzione degli investimenti pubblici (come del resto richiesto dallo stesso Fmi, va aggiunto). Così, molte infrastrutture non erano più all’altezza dei bisogni. Adesso, si legge nel documento, bisogna dedicare capitali pubblici alle infrastrutture, in particolare quelle sanitarie, quelle per lo sviluppo digitale e quelle per la transizione ecologica.

L’eccezionale situazione sui mercati monetari, con tassi di interesse prossimi allo zero o negativi nelle economie avanzate e anche in parte di quelle in via di sviluppo, aiuta questo processo: il debito che si fa per finanziare gli investimenti pubblici è a basso costo e potrebbe restarlo per molto tempo. L’Fmi fa calcoli molto ottimisti su quello che si chiama il “moltiplicatore” degli investimenti: spendere l’1 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) in investimenti pubblici potrebbe portare, nelle economie industrializzate e in quelle emergenti, a creare sette milioni di posti di lavoro in maniera diretta e 33 milioni indirettamente, grazie all’indotto.

Boone e Gopinath, rappresentanti del nuovo keynesismo di questi anni venti, non sono sole. Un’altra intervista importante aveva inaugurato il nuovo corso, quella di Mario Draghi, che il 25 marzo 2020, dunque all’inizio della pandemia, chiamò alla mobilitazione contro il covid-19, facendo questa previsione: “Un debito pubblico molto più alto diventerà un carattere permanente delle nostre economie e sarà accompagnato da una cancellazione dei debiti privati”.

La svolta interessa università, centri di ricerca, pensatoi dei governi mondiali. E sia Boone sia Gopinath hanno alle spalle le loro potenti istituzioni, nelle quali il ripensamento delle vecchie ricette era già cominciato dopo la grande crisi del 2008. Allora si pensò che era solo una questione di sano pragmatismo: i salvataggi pubblici servono quando il privato ha bisogno, appena l’economia si rimette in piedi le caselle dell’ortodossia tornano a posto. Stavolta potrebbe essere diverso, e il ruolo pubblico non dovrebbe essere limitato a dispensare pietosi cerotti per le vittime più deboli o costosissimi salvataggi per i potenti. Si tratta di traghettare l’economia dal mondo pre-covid a quello post-covid, e per farlo i governi devono riappropriarsi degli strumenti del bilancio pubblico.

Gli ostacoli, a questo punto, non sono in un consenso cementificato e potente attorno ai vecchi schemi; né nella mancanza di risorse, data l’eccezionale disponibilità di denaro a buon mercato: con tassi di interesse pari a zero o negativi, e un tasso di risparmio salito a livelli record, i governi hanno buone possibilità di salvare le generazioni di oggi senza aggravare il debito di quelle future. Ma sapranno farlo? L’incomprensibile crisi politica in Italia, che fa venire in mente i poveracci di Miseria e nobiltà sorpresi a litigare attorno al tavolo improvvisamente imbandito mettendosi in tasca i maccheroni, non deve trarre in inganno, facendo pensare che sia una tragicommedia all’italiana. Le altre classi dirigenti non se la cavano molto meglio.

L’Europa ha avuto uno scatto di reni con il piano Next generation EU, ma adesso si tratta di metterlo in pratica. I politici sono intrappolati nella logica del breve periodo e dei confini nazionali (se non regionali), hanno strumenti di politica pubblica arrugginiti, e spesso non hanno la minima idea di come usarli. E così ricorrono alle vecchie abitudini della contrattazione con gli interessi forti e i gruppi che hanno maggiore capacità di pressione. Tutto il contrario di quel che servirebbe: l’uso del bilancio ordinario, nel breve periodo, per redistribuire e tutelare gli interessi dei più deboli, di quelli più colpiti dalla crisi, e l’uso del debito straordinario per investimenti in beni pubblici nel medio e lungo periodo.

Da "https://www.internazionale.it/" La retromarcia di economisti e politici per non sbagliare di nuovo di Roberta Carlini


Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera, racconta come da agosto in poi le aziende stanno spingendo sugli incentivi all’esodo volontario. E chi ha un’alta employability coglie l’occasione per chiudere il rapporto di lavoro e rientrare nel mercato in poco tempo.

Il blocco dei licenziamenti stabilito dal governo non ha fermato le uscite dei lavoratori dalle imprese. In particolare dal decreto agosto in poi, che ha previsto la possibilità della chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di incentivo all’esodo. Lo conferma Cristiano Pechy, country manager e ceo di LHH in Italia, il brand del Gruppo Adecco specializzato nel supporto alla transizione di carriera. «Negli ultimi mesi le aziende lo stanno proponendo in maniera sempre più vigorosa», spiega. «Con l’esodo incentivato, ci sono figure che escono anche per fa sì che ne entrino di nuove».

Come sta incidendo il blocco dei licenziamenti sulle aziende?
Le aziende hanno necessità di evoluzione come in qualsiasi momento storico. Oggi il blocco dei licenziamenti impedisce alle aziende anche quella naturale evoluzione che avrebbero in qualsiasi momento storico, anche senza Covid. Figuriamoci in un momento così.

Cosa sta succedendo dopo le deroghe al blocco dei licenziamenti introdotte nel decreto agosto?
Dal decreto agosto in poi è possibile anche la chiusura del rapporto di lavoro tramite un accordo di esodo incentivato volontario. Questa è una cosa che negli ultimi mesi le aziende stanno proponendo ai lavoratori in maniera più vigorosa. L’obiettivo delle aziende è evitare il rischio che si arrivi al 31 marzo, quando dovrebbe scadere il blocco dei licenziamenti, con situazioni molto critiche.

Cosa potrebbe accadere quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti?
Il problema che si potrebbe avere, quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti, è avere una situazione di crisi molto più forte, in quanto per molto tempo c’è stato un blocco, appunto, ai movimenti del mercato. Di conseguenza il numero di persone colpite dalle uscite potrebbe essere più alto rispetto a quello che si potrebbe avere se oggi, un po’ alla volta, si riuscisse a favorire l’esodo a fronte di un incentivo economico.

Ci sono categorie di lavoratori più interessate da questi incentivi all’esodo?
Sicuramente si stanno facendo delle valutazioni sulla popolazione aziendale che può essere supportata per accedere alla pensione in maniera anticipata. Ma questi incentivi riguardano tutti i settori e tutte le età.

Come reagiscono i lavoratori?
Chi oggi ha una employability alta sicuramente guarda con favore all’incentivo all’esodo, perché incassa un bonus d’uscita avendo poi un livello di occupabilità tale che gli permette di rientrare subito sul mercato con una alta possibilità di ricollocazione. Anche perché se l’azienda sta proponendo questa formula, è chiaro che ha bisogno di una trasformazione. E se questa azione non viene fatta oggi, c’è il rischio che si proceda poi in futuro in maniera più critica.

Ma i lavoratori riescono a ricollocarsi in un momento di crisi?
La sorpresa è che noi stiamo vedendo gli stessi tassi di replacement del periodo pre-crisi tra le figure che assistiamo. Ci aspettavamo il 15-20% di decrescita. Noi siamo sempre stati intorno all’82% di replacement con una media di circa sei mesi in termini di tempo di ricollocazione. Oggi vediamo la stessa percentuale, solo con un mese in più di ricollocazione, soprattutto per quelle figure che hanno avuto la transizione con il mese di aprile in mezzo. Il blocco vero di ricollocamento, infatti, noi l’abbiamo visto ad aprile. Oggi invece il mercato c’è ancora e lo dimostrano anche le società di recruitment che stanno lavorando in maniera molto buona.

È certamente un mercato diversificato rispetto al pre-pandemia.
Certo. Ci sono settori trainanti oggi in cui c’è necessità di assunzioni: logistica, digitale, grande distribuzione, farmaceutico, health care e servizi alla persona. I settori maggiormente in difficoltà, come l’alberghiero, hanno avuto figure che si sono mosse verso settori più sicuri, ma i loro ruoli sono comunque necessari e quindi è stato necessario pensare a una sostituzione. Un po’ di movimento si osserva quindi anche in quesi settori più in crisi.

I lavoratori sono pronti a rispondere alle nuove richieste del mercato?
Quello che vediamo è ancora un costante mismatch tra le esigenze del mercato in termini di competenze e quella che è l’offerta dei candidati a livello di skill. Il problema dopo il 31 marzo sarà proprio la qualità non la quantità. Prevediamo centinaia di migliaia di offerte di lavoro in Italia nei prossimi anni in materie scientifiche o di analisi dei dati, legate a professionalità su cui non abbiamo grandi offerte in termini di candidati. Ci aspettiamo che il governo trovi una formula che vada a diminuire questo mismatch in termini di competenze e formazione.

Cosa serve?
Una volta era l’azienda che si occupava della crescita del lavoratore. Oggi deve pensarci il lavoratore stesso: ognuno di noi deve capire quai sono le competenze maturate fino a oggi e quali di queste sono necessarie per essere altamente collocabili nel breve periodo. Dobbiamo essere pronti, da un momento all’altro, a una variazione del mondo del lavoro, continuando a fare un lavoro di analisi personale e di valutazione del mercato del lavoro, e a portare avanti dei percorsi di formazione su di sé in modo da continuare a essere occupabili.

Su quali competenze investire?
Le tecnologie hanno un ciclo di vita sempre più breve. Una competenza in ambito informatico, per fare un esempio, 30 anni fa durava di più di quanto duri oggi. Oggi le competenze hanno una durata sempre più breve e quindi il lavoratore deve essere sempre più propenso a un apprendimento veloce e continuo. Nel prossimo periodo non cambieremo solo più velocemente lavoro, ma cambieremo anche più facilmente le competenze che ci necessitano per lavorare. Serve poi anche maggiore flessibilità in termini di spostamenti territoriali, che ci renderebbe ancora più occupabili.

I servizi di outplacement sono centrali in questo disegno?
L’outplacement offre molto supporto in questo momento perché ha il compito di rendere coscienti i lavoratori rispetto a quelli che sono i propri asset di competenza, rispetto alle richieste del mercato e a come aumentare la propria employability nel mondo professionale. Questo è uno strumento che andrebbe potenziato nelle aziende, come ha sottolineato anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Da "https://www.linkiesta.it/" Come investire sulla propria occupabilità per ricollocarsi sul mercato di Lidia Baratta

A qualche settimana dall’annuncio che il 2021 sarà «uno speciale anno di san Giuseppe», appena commentato qui su Re-blog da Daniele Menozzi, papa Francesco, durante l’Angelus di domenica 27 dicembre, ha annunciato per il 2021-2022 un «anno della famiglia amoris laetitia», nel quinquennale dell’esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia e in vista del X Incontro mondiale delle famiglie (Roma, giugno 2022). Il tutto è stato affidato al Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che ha installato un sito apposito.
L’istituzione di «anni», ovvero l’iniziativa di suggerire ai vescovi di far convergere tutte o parte delle attività liturgiche, pastorali e divulgative su un determinato tema, non è nuova né per il pontificato bergogliano (prima dell’anno santo della misericordia 2015-2016 aveva già indetto un anno della vita consacrata 2014-2016), né per quelli che l’hanno preceduto: basterà ricordare, durante il papato di Benedetto XVI, l’anno paolino (2008-2009), l’anno sacerdotale (2009-2010) e soprattutto l’anno della fede (2012-2013), che però risultò di fatto incompiuto – malgrado l’evidente investimento che papa Ratzinger vi aveva posto – per la decisione di quest’ultimo di rinunciare all’esercizio del ministero petrino.
Tuttavia, basta guardare le retrospettive, che in questi giorni di fine dicembre abbondano, sull’«anno della pandemia» che abbiamo appena trascorso (ad esempio, il bel servizio video di Vania De Luca per Rainews24), e che nei programmi doveva essere un anno speciale di ripresa della Laudato si’, o pensare all’esplosione, proprio durante l’anno sacerdotale, dello scandalo delle violenze del clero sui minori, per confermarsi in qualcosa che, per fede, dovremmo ben sapere: anche dal punto di vista ecclesiale, così come nelle nostre vite personali, gli «anni» non sono mai quelli che programmiamo.

Da "https://re-blog.it/" L’anno che è venuto, gli anni che verranno di Guido Mocellin

La marcia su Washington

Venerdì, 08 Gennaio 2021 00:00


Le poche centinaia di bolscevichi che nel 1917 assaltarono il Palazzo d’Inverno non riuscirono a completare la rivoluzione perché Lenin, dopo averli incitati con la sua splendida oratoria, tornò a casa per godersi l’assalto in televisione. Più o meno questo è ciò che è accaduto a Washington il 6 gennaio 2021. Ma se Donald Trump, invece di tornare alla Casa Bianca si fosse messo alla loro testa, il colpo di stato avrebbe avuto buone probabilità di riuscire. I repubblicani sarebbero rimasti terrorizzati e insieme ammirati dall’audacia del loro Grande Capo, e visto che più di cento deputati e una dozzina di senatori avevano già deciso di sollevare obiezioni alla certificazione della vittoria di Biden, non sarebbe stato difficile per Trump convincere gli altri. La certificazione sarebbe stata sospesa, e anche se non era vincolante, sarebbe stato il segnale che la Costituzione, di cui tutti si riempiono oscenamente la bocca, era di fatto sospesa. Trump sarebbe rimasto presidente “in stato di eccezione” finché, per citare parole sue di qualche tempo fa, “non si sarà capito che diavolo sta succedendo”.

Per fortuna per l’America che c’è la televisione, e che Trump ha malinteso una vecchia canzone di Gil Scott-Heron, The Revolution Will not Be Televised. No, la rivoluzione non verrà trasmessa in televisione, ma forse un colpo di stato fascista sì. E perché no, visto che è bastato spingere da parte qualche poliziotto per sfondare il Campidoglio, invadere i corridoi, pavoneggiarsi per le sale dell’ingresso con una bandiera della Confederazione in mano, saccheggiare i cassetti dei senatori, posare i piedi sulla scrivania della Presidente della Camera e farsi un selfie seduti sulla poltrona del presidente del Senato. Voglio dire, gli autonomi degli anni Settanta facevano molta più fatica a sfondare un concerto rock.

Si sapeva benissimo che migliaia, anzi decine di migliaia di fanatici di Trump sarebbero scesi a Washington il 6 gennaio. Li ha chiamati lui, li ha incitati a marciare sul Campidoglio, gli ha dato la sua benedizione, ha contemplato soddisfatto lo spettacolo in televisione e poi li ha congedati dicendo, parole testuali: “Va bene, adesso andate a casa, noi rispettiamo la legge e l’ordine, vi amiamo, siete molto speciali”. Certo, se davanti al Campidoglio ci fosse stata una manifestazione di Black Lives Matter la polizia sarebbe intervenuta subito, e in perfetta tenuta antisommossa. Ma i fascisti di Trump, eh, quelli sono i nostri boys, si sa che sono un po’ esuberanti, e poi amano tanto la Costituzione. Sì, ci sono stati quattro morti, ma quattro morti sono il conto che la polizia degli Stati Uniti totalizza in un giorno tranquillo. Quando ci si mette d’impegno può fare molto meglio. Quando senatori e deputati hanno potuto uscire dai rifugi sotterranei del palazzo, togliersi le maschere antigas che stanno sotto i loro sedili e riprendere la certificazione del voto, alcuni repubblicani hanno pronunciato nobili parole di condanna, ma senza mai nominare Trump, e qualcuno ha anche preso le distanze dal tentativo di allungare sine die la certificazione del voto presidenziale, ma i duri e puri non si sono fatti intimidire e hanno ripreso a sollevare obiezioni.


No, è stata l’erosione delle istituzioni democratiche a spianare la strada a Trump. È stato il Collegio Elettorale che poteva avere senso nel 1776 ma adesso distorce il voto popolare al punto che per Biden è stato necessario vincere con sette milioni di voti per mettere al sicuro il suo risultato (e negli stati-chiave comunque ha vinto per poco, il che significa che come ha vinto oggi può perdere domani). Ma soprattutto è stata la “legge delle conseguenze involontarie” che ha alterato irrimediabilmente il senso stesso del “fare politica” negli Stati Uniti. Entrambi i partiti – ma i repubblicani con una capillarità e una sfacciataggine molto, molto maggiore – hanno tratto vantaggio dal gerrymandering, cioè dalla possibilità di manipolare la geografia dei distretti elettorali in modo da favorire i propri candidati. Lo scopo era quello di creare dei distretti “sicuri” dove il candidato del partito A o partito B, chiunque fosse, era sicuro di vincere. La strategia ha funzionato anche troppo bene, soprattutto per i repubblicani, così che nella maggioranza degli stati tradizionalmente legati al Republican Party è venuta a mancare la necessità di confrontarsi con il partito opposto.

Nel frattempo, e nello stesso giorno, il Senato ha cambiato colore. I ballottaggi in Georgia hanno fatto vincere i due candidati che mancavano ai democratici per raggiungere la maggioranza. Quel tale con la bandiera della Confederazione di sicuro ci pensava: la Georgia ai democratici? Non può essere, è la fine di Scarlett O’Hara e di Rhett Butler, è la fine del mondo. Il 20 gennaio, i democratici avranno la Presidenza, la Camera e il Senato. Forse quel giorno vedremo Satana in persona stringere la mano a Biden. Anzi, lo vedremo di sicuro; il cartello di un manifestante diceva che Nancy Pelosi, la Presidente della Camera, è Satana. Strano, quattro anni fa era Hillary Clinton, otto anni fa era Obama. Satana cambia personalità più rapidamente di Zelig. Posto che ci si arrivi, al 20 gennaio. Come, a questo punto non lo sappiamo, tranne che con le ossa rotte e la mente traumatizzata. L’America sta diventando un mal di testa enorme. Bisognerebbe dirglielo: ragazzi, non riusciamo più a sopportarvi, state prendendo troppo spazio nella psiche del pianeta, siete peggio di un’intossicazione da oppiacei, basta, per favore, emigrate su Marte, costruitevi la vostra splendente città sulle colline e lasciateci in pace con i nostri problemi, ché ne abbiamo già abbastanza.

Ma sono come Trump, non se ne vanno, e adesso dovremo trovare il modo di aggirarci tra i loro cocci senza tagliarci contro gli spigoli. Perché una cosa è certa: questa volta il sogno americano si è veramente interrotto. Ora, Biden o non Biden, c’è solo la realtà di un paese in cui il quaranta per cento della popolazione sta attraversando un episodio psicotico acuto, e quando sarà passato non si potrà far finta che non ci sia stato né pretendere di tornare alla normalità. Il danno cerebrale sarà permanente. Non è solo il sogno americano che è finito; è anche la pretesa di eccezionalità. Ci dispiace, ragazzi, credevate di essere diversi, ma siete proprio come tutti gli altri. Lo sapete che negli ultimi settant’anni ci sono stati centocinquanta tentati colpi di stato nell’America Latina? Adesso anche voi vi siete uniti al club. Welcome to America, anzi Bienvenidos a América, abbiamo più cose in comune di quello che pensate.

È stata tutta una litania, durante e dopo l’assalto, di “qui non può succedere”, “queste cose di solito le vediamo accadere all’estero”, “non è quello che siamo noi”. No, ragazzi, è proprio quello che siete, e non dico tutti di voi, mi riferisco a quel famoso quaranta per cento (che non è poco), ma quel quaranta per cento impedisce al rimanente sessanta per cento di funzionare, e non solo di risolvere qualche problema ma nemmeno di affrontarlo. Non è questione di revisionismo storico, perché i fatti sono sempre stati sotto gli occhi di tutti, ma tutti, appunto, abbiamo avuto la nostra conspiracy theory di comodo sull’America. Sì, era “piena di contraddizioni”, però, in fin dei conti, era anche la terra della libertà e dei grandi spazi. Sì, ma quello che vediamo oggi non è nato ieri.

Donald Trump è il figlioccio di Roy Cohn (non in senso puramente metaforico; è stato proprio il suo allievo), l’architetto dell’anticomunismo paranoico degli anni Cinquanta. La svolta neoconfederata degli stati del Sud risale alla campagna elettorale di Barry Goldwater del 1964, in cui non mancavano personaggi che dicevano di preferire la “sana” Spagna del generale Franco ai “decadenti” Stati Uniti. La “strategia meridionale” è stata poi perfezionata da Richard Nixon, ma la vera svolta anarcoide è iniziata con l’ingresso in politica degli Evangelici conservatori, databile agli anni Settanta, e ha avuto una spinta straordinaria durante la Presidenza Reagan, l’uomo che ha pronunciato la grande frase: “Le sette parole più terrificanti della lingua inglese sono: vengo dallo Stato, sono qui per aiutarla”. Reagan non ha mai smantellato lo stato, ma ha insinuato la possibilità che farlo sarebbe stata una bella cosa. Da Reagan in poi, il Partito Repubblicano ha avuto un solo obiettivo, quello di non governare, tranne che per ridurre le tasse ai ricchi e alle corporations e finanziare l’esercito. I repubblicani reaganiani, quelli puri e “ideologici”, che in vita loro hanno letto solo Ayn Rand (sulla quale andrebbe fatto un discorso a parte, troppo lungo da affrontare qui) si fanno eleggere, e vengono eletti, con il puro scopo di non far funzionare lo stato. Il loro mestiere consiste nell’essere pagati dai ricchi per convincere i meno ricchi che la colpa è dei poveri. Ma non è stata l’economia a far eleggere Trump. Il sostegno che ha ricevuto in questi anni non si è modificato né quando le cose andavano né come adesso che le cose vanno piuttosto male (e se non fosse stato per la sua incapacità di affrontare Covid avrebbe sicuramente vinto).

Il candidato che concorre alle primarie non deve confrontarsi, non deve dimostrare ai democratici o anche solo agli indecisi che le sue proposte sono migliori di quelle del suo concorrente. No; deve lottare contro gli estremisti del suo partito, se è un moderato, o contro un moderato, se è un estremista. In entrambi i casi, vive in una bolla, parla da una bolla, e agisce dall’interno di quella bolla. Quando va a Washington, la bolla ci va con lui. Non è abituato a misurarsi con idee differenti dalle sue. Non sa negoziare, anzi deve guardarsene bene. Al minimo cedimento di purezza ideologica, c’è qualcuno nel suo distretto che alla prima occasione gli soffierà il posto (e la competenza non serve, visto che comunque non si entra in politica per governare).

Date queste premesse, il nostro candidato può magari pronunciare parole come Costituzione e Democrazia, ma per lui non hanno nessun significato. Non ha mai neanche dovuto far finta di essere democratico. Donald Trump per lui non è un’aberrazione, è la corrente forma del potere a cui lui stesso, nel suo piccolo, aspira. Se poi un giorno Trump manda il suo manipolo di squadristi a far bivacco nell’aula sorda e grigia del Congresso, che cosa fa il neodeputato post-democratico? Si butta a terra come da protocollo, si mette la maschera antigas, scende nel rifugio sotterraneo, e quando torna su ricomincia da dove si era interrotto: “Non posso permettere che le serie accuse di frode elettorale di cui i miei elettori sono convinti (senza prove, ma questo è irrilevante) rimangano senza risposta…”. Per lui non c’è stata nessuna ferita inferta alla democrazia, perché non è grazie alla democrazia che è arrivato a Washington, bensì grazie a un sistema elettorale che tende al partito unico, e non si può sentire la mancanza di qualcosa che non si ha mai avuto né si sa bene che cosa sia. Ma se questo accade ai candidati, accade anche ai loro elettori.

Ci sono milioni di americani ormai per cui la parola democrazia semplicemente non ha più senso. Non la conoscono, non l’hanno mai vista in azione e dunque ne hanno paura, anzi, per tradurre l’espressione americana preferita, una paura fottuta. Democrazia è una parola che non usano mai, potrebbero essere tacciati di comunismo. Preferiscono parlare di Patriottismo e di Costituzione. Ma la democrazia non è un’istituzione e neanche un regime politico; è una pratica, un abito. Se non la si tiene in esercizio si arrugginisce. Da quattro anni, gli Stati Uniti stanno vivendo nella profezia ciclica dell’VIII libro della Repubblica di Platone, la lenta discesa della democrazia nella tirannia. Hanno quattordici giorni di tempo per interrompere la caduta.

Da "https://www.doppiozero.com/" La marcia su Washington di Alessandro Carrera

E di speranza ora c’è tanto bisogno

Lunedì, 04 Gennaio 2021 00:00

Come è gestita nelle vostre città l’emergenza Coronavirus? Come si comportano le autorità e i cittadini? E nelle vostre vite, c’è qualche aspetto positivo o inatteso nell’isolamento forzato? Abbiamo chiesto ai nostri Sostenitori di raccontarcelo, inviando testimonianze, osservazioni e spunti per la redazione al Blog Sostenitore. Mai come stavolta il contributo della nostra comunità è fondamentale: con il Paese in zona rossa, ogni segnalazione è importante. Abbiamo bisogno di voi. Sosteneteci: se non siete ancora iscritti, ecco come potete farlo.

La vita al tempo del coronavirus non è solo tristezza per i tanti, tantissimi morti che il Covid-19 ha portato via da questa terra. Non è solo inquietudine per il futuro prossimo e venturo; non solo vicinanza e solidarietà verso tutti coloro (medici e infermieri) che lottano giorno e notte per la salvaguardia della salute di tutti noi.

No, in questo momento ci sono anche altre persone che mi rendono meno triste, che mi danno speranza, sì, la speranza che quando il coronavirus sarà battuto, le cose non saranno più come noi credevamo che dovessero essere: perfette e immutabili, se non in meglio.

Queste persone sono i bambini. Loro, i bambini, non possono andare a scuola, non possono uscire e si affidano ai genitori per la quotidiana gestione di una nuova vita al tempo del coronavirus, della vita insieme a un mostro (proprio come quello delle loro favole) del quale, tuttavia, non sanno niente, se non che non li fa andare a scuola, non li fa uscire nei parchi, impedisce loro di incontrare gli amichetti e di giocare all’aria aperta. Quella dei bambini, tuttavia, non è inconsapevolezza della situazione, tutt’altro.

La loro consapevolezza, infatti, è il rispetto delle regole, delle limitazioni che sono imposte loro. Un rispetto senza condizioni; un rispetto che porta i bambini a fare in casa tutto quello che prima veniva fatto fuori di casa, dalla scuola, ai giochi, alle passeggiate, ai gelati consumati per strada. Ecco, tutto questo, da babbo di una bambina di sette anni, in casa con lei oramai da dieci giorni (e chissà ancora per quanto) senza uscire, mi dà speranza, mi dà fiducia.

E credetemi, in questo momento, di fiducia, di speranza, ce n’è tanto bisogno, se solo si pensa a tutti quegli italiani (la stragrande minoranza, per fortuna) che hanno costretto il governo a schierare l’esercito per il rispetto di regole che avrebbero dovuto essere rispettate da subito e senza eccezioni, da tutti noi. Proprio come hanno fatto i bambini.

Anche loro avrebbero potuto lamentarsi, chiedere dopo un po’ di tornare a scuola o di uscire per giocare, per andare al parco o a qualche festa di compleanno, proprio come facevano prima. Non lo hanno fatto, perché maestre e maestri, educatori, genitori, hanno detto loro, nel modo che i bambini potessero capirlo, che non andava fatto. Perché tutte queste persone si sono impegnate affinché i bambini (per quanto possibile) continuassero a fare parte di quello che facevano prima. E, per quanto posso vedere io con mia figlia o sapere dei figli di miei amici e conoscenti, ci sono riusciti.


Ai bambini il rispetto delle regole è stato spiegato e loro lo hanno capito. Agli adulti il rispetto di quelle stesse regole è stato spiegato, ma alcuni di loro non lo hanno capito o hanno fatto finta di non capirlo. Stendo un velo pietoso su questi adulti, ma nutro grande speranza sui nostri bambini, che ci stanno dando la dimostrazione di che genere di adulti saranno, il genere migliore, io credo.



Da "www.ilfattoquotidiano.it" Coronavirus, c’è chi mi fa ben sperare per il futuro. E di speranza ora c’è tanto bisogno di Andrea Taffi