La nuova geopolitica di Putin

Venerdì, 26 Febbraio 2021 00:00

Alla geopolitica del gas si affianca e sostituisce la geopolitica del vaccino. Igor Pellicciari, professore all’Università di Urbino e alla Luiss, spiega come Sputnik V sta riscrivendo la mappa di alleanze di Vladimir Putin. E a cosa è servita quella missione russa a Bergamo

In cuor suo l’analista, in particolare di politica estera, si sente simile all’astronomo che aspira ad osservare eventi celesti ma finisce con l’essere confuso con l’astrologo cui si chiede un oroscopo. Vorrebbe descrivere le relazioni internazionali ma viene interrogato sul futuro delle principali crisi mondiali.

È una trasposizione di intenti diventata norma cui si soggiace confortati dal fatto che, nell’eterno presente dell’informazione h24, le previsioni centrate hanno troppi genitori, quelle sbagliate sono orfane premature.

Ad un anno dall’inizio formale del Covid, mentre si sprecano i riassunti giornalistici sul tema, a costo di sembrare ineleganti torniamo su alcune nostre ipotesi formulate in questo periodo per un primo fact-checking a posteriori.

La principale previsione ad essersi avverata è proprio quella che a marzo 2020 tra i primi definimmo la “corsa al vaccino”, diventato il vero asset di politica estera nella terza fase pandemica, soprattutto per quei Paesi – su tutti, la Russia – che ne hanno nazionalizzato sia percorso di ricerca che produzione che, soprattutto, distribuzione.

La matrice statale del vaccino ne ha fatto uno strumento geopolitico flessibile, permettendo a Mosca di muoversi come un “donatore” nel decidere a chi consegnarlo prima, se del caso a condizioni privilegiate. E di avvantaggiarsi in quella che è a tutti gli effetti una competizione orizzontale con gli altri donatori nella “guerra degli aiuti” per legare a sé il beneficiario di interesse strategico di turno. Micro o macro non importa: un lancio di Interfax del 19 Febbraio 2021 titola che “la Repubblica di San Marino è il 30simo paese al mondo a prendere Sputnik V”.

È la potenza dell’uno-vale-uno nel contesto diplomatico internazionale.

Si moltiplicano casi specifici – clamoroso quello della Serbia – dove l’arrivo in massa del vaccino russo sta ridisegnando le sfere di influenza politiche complessive a vantaggio di Mosca e a scapito di Bruxelles, Washington – e a volte pure Pechino.

Si veda anche la recente telefonata tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Ergodan, dove i due presidenti negoziano la collaborazione nella produzione del vaccino e al contempo parlano di Nagorno-Karabakh, Siria e Libia. Inoltre, con l’ingresso di Sputnik V nella stessa Ue attraverso canali bilaterali di Stati membri – l’Ungheria lo ha già importato mentre Croazia e Slovacchia stanno negoziando – si crea un effetto Cavallo di Troia talmente evidente da non dovere essere nemmeno dissimulato.

Lo riassume bene Sergey Lavrov che con inusuali toni perentori minaccia Josep Borrell di interrompere ogni collaborazione sullo Sputnik V in caso di inasprimento delle sanzioni europee per il caso di Alexei Navalny. Non è esagerato dire che per Mosca il vaccino stia diventando uno strumento di condizionamento politico più efficace dell’energia.

Non concederlo come retaliation a Paesi terzi è mossa molto più reale e fattibile del tagliare loro gli approvvigionamenti di gas, da cui in ultima istanza dipende la sopravvivenza della stessa fragile economia russa. Che questa evoluzione del vaccino come strumento strategico di politica estera non sia casuale ma sia stata programmata nei dettagli dall’inizio trova conferma in tre aspetti.

Il primo è che, nonostante la difesa d’ufficio che Mosca ha fatto dell’Oms davanti alla campagna di critiche capeggiata da Donald Trump, si è guardata bene dal coinvolgere la dimensione multilaterale per un piano di distribuzione vaccinale, anche là dove l’approccio è continentale (come i 300 milioni di dosi offerte da Mosca al Centro per il controllo delle Malattie Infettive – CDC – in Africa).

Il secondo è che, seguendo in parte una tradizione diplomatica sovietica, il vaccino è stato pensato come un prodotto di soft-power principalmente da export. Lo dimostra il ritmo della campagna di distribuzione del vaccino più veloce all’estero che all’interno del Paese, nonché la crescita esponenziale degli accordi fatti da Mosca per facilitare decentramenti produttivi dello Sputnik V nei paesi beneficiari (pare che pure alcune Regioni italiane si stiano muovendo in questo senso, rincuorate dall’endorsement scientifico arrivato dallo Spallanzani di Roma).

Ma l’elemento che maggiormente conferma la pianificazione politica prima ancora che sanitaria dell’operazione da parte di Mosca è dimostrato dalla genesi stessa di Sputnik V che vede uno dei suoi prodromi cruciali nella spedizione di aiuti russi all’Italia, ipotizzato su queste pagine pure a marzo 2020.

Nell’assoluta confusione della prima fase pandemica, l’arrivo dei militari di Mosca in un paese Nato divise molti osservatori in una polemica dal retaggio ideologico tra favorevoli e contrari all’intervento.

Li distolse dalla considerazione che, mandando corpi di élite di ricerca nel campo batteriologico nel primo scenario pandemico aperto dopo quello cinese, i Russi ottenevano a Bergamo e Brescia accesso preliminare e diretto a sequenze virali originali. Raccogliendo preziosi bio-dati per lo sviluppo del loro vaccino con alcuni mesi in anticipo rispetto a quelli dei Big-Pharma.

Lo stesso pregiudizio Occidentale si è riproposto all’annuncio russo della scoperta di Sputnik V. Accolto con freddezza ed una certa ironia, al vaccino russo fu imputato di essere stato rilasciato frettolosamente, senza avere avuto un’adeguata sperimentazione.

Oggi che pure Lancet ne riconosce l’efficacia sappiamo che – come scrivemmo ad agosto 2020 – il vaccino russo è probabilmente stato sviluppato e testato in ambienti militari con protocolli per tradizione tenuti segreti, di cui non sapremo mai a sufficienza. Né alla luce di questo è realistico aspettarsi in futuro che Mosca apra i suoi laboratori come richiesto dall’Ema per certificare Sputnik V.

Sottolineammo inoltre che il vaccino russo era da prendere sul serio sia per il nome sacro scelto dal Cremlino per battezzarlo (il primo satellite umano mandato nello spazio); sia per il fatto che Putin in persona ne aveva dato l’annuncio, mettendo in gioco il suo carisma in una fase interna delicata.


Da "formiche.net/" Prima il gas ora Sputnik V. La nuova geopolitica di Putin di Igor Pellicciari

Il tentativo di sabotare il governo Draghi prima e di spaccarne la maggioranza poi, le cannonate del Fatto, il progetto Italia dei Valori Viva. Il Partito democratico non si è accorto che l’avvocato ha cambiato campo. Di nuovo.

C’è un aspetto particolarmente surreale nel dibattito pre, proto o para congressuale che in questi giorni anima il Partito democratico, a proposito del rapporto con il Movimento 5 stelle e della leadership di Giuseppe Conte. E sta nel fatto che Goffredo Bettini e i suoi compagni di corrente sembrano non essersi accorti di quanto è accaduto in quel campo dopo la nascita del governo Draghi. O per essere più precisi, sembrano non essersi accorti del fatto che nel frattempo l’Avvocato del Popolo ha cambiato campo. Di nuovo.

A dare la misura del testacoda logico, prima che ideologico, basterebbe riepilogare la grottesca vicenda dell’intergruppo parlamentare Pd-M5s-Leu. Iniziativa nata martedì al Senato e defunta mercoledì alla Camera, durante l’apposita riunione dei deputati democratici che ha deciso di accantonare il progetto, al termine di un duro scontro interno, abbondantemente tracimato anche sui social network. Un particolare che rende poco credibile la versione di Nicola Zingaretti e dello stesso Bettini, i quali si sono detti pressoché ignari di tutto e hanno lasciato intendere che si trattasse di un colpo di testa del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, buon amico di Matteo Renzi. Dimenticando, ed è il secondo particolare che non quadra nella loro versione, che il primo a sposare pubblicamente l’iniziativa era stato Conte.

Prendiamo per esempio quanto scriveva a caldo il quotidiano senza dubbio più vicino all’ex presidente del Consiglio. «Per chi si aspettava un segnale dal presidente del Consiglio dimissionario – si legge il 16 febbraio sulle pagine online del Fatto quotidiano – è arrivato proprio alla vigilia del primo voto di fiducia al governo Draghi in Senato. Anzi i segnali sono stati due: prima l’annuncio della nascita dell’intergruppo a Palazzo Madama, poi l’intervento dello stesso Giuseppe Conte. Che parlando già da leader in pectore della coalizione ha definito l’iniziativa “giusta e opportuna”».

Resta un mistero come si possa contemporaneamente disconoscere del tutto l’operazione, insinuando addirittura che sarebbe stata una provocazione renziana, e glissare sul sigillo che l’ex presidente del Consiglio in persona vi aveva apposto pubblicamente, spingendo i giornali a parlarne come dell’atto di nascita del suo partito (ed era già la seconda volta, dopo il precedente flop della candidatura alle suppletive di Siena).

L’impressione è che i sostenitori dell’alleanza giallorossa e di Conte quale «punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste» siano ormai in piena fase della negazione e non vogliano accettare l’evidenza. E cioè che il loro amatissimo Avvocato del Popolo ha fatto di tutto per far saltare la nascita del governo Draghi, come raccontato ai giornali dal «costruttore» Andrea Causin, destinatario di una telefonata in cui Conte lo esortava a tenere duro, assicurandogli che i grillini non avrebbero votato la fiducia all’ex presidente della Banca centrale europea. Dopodiché, con il maldestro tentativo dell’intergruppo, ha aperto una faglia evidente nella nuova maggioranza. Tanto evidente da far perdere la pazienza, a quanto si racconta, anche a Palazzo Chigi. Di qui l’ancor più goffa ritirata di Zingaretti e Bettini, che si ostinano tuttavia a disegnare un’alleanza, a questo punto, non si capisce bene nemmeno con chi, vista la spaccatura e il rimescolamento di carte in corso nella galassia grillina.

Bastava aprire il Fatto quotidiano di ieri per averne ampia documentazione. Dal titolo di apertura, «I 5Stelle cacciano chi è fedele ai 5Stelle», all’editoriale di Marco Travaglio, «Movimento 5Sedie». Senza dimenticare l’intervista all’intellettuale di riferimento del contismo, Andrea Scanzi, che a proposito della scelta di espellere i dissidenti scandisce: «Mancava solo questa, da mesi i vertici non ne azzeccano più una».

Attenzione, Travaglio e Scanzi sono gli stessi che alle ultime regionali avevano scomunicato senza appello i contrari all’alleanza con il Pd. Peraltro, in gran parte, gli stessi che oggi difendono. Ma allora l’alleanza coincideva con la maggioranza parlamentare, e a Palazzo Chigi stava Conte, non Draghi.

Oggi infatti è proprio a Conte e al suo governo, vittime dell’odiatissimo Renzi, che si richiamano i ribelli, i quali paradossalmente si trovano di fronte a un problema pratico simile a quello incontrato da lui al momento di fondare Italia viva: la necessità di trovare un simbolo già presentato alle elezioni per poter formare un gruppo parlamentare autonomo. Di qui le voci sull’imminente riesumazione – tenetevi forte – dell’Italia dei Valori (per i lettori più giovani: una sorta di Movimento 5 stelle uno punto zero, fondato dall’ex pubblico ministero di Mani Pulite Antonio Di Pietro).

L’operazione Italia dei Valori Viva ha ovviamente il pieno sostegno di Alessandro Di Battista, tra i primi a schierarsi sulla linea di difesa irriducibile delle posizioni populiste e sovraniste del movimento delle origini, naturalmente in nome (e forse anche per conto) del presidente del Consiglio proditoriamente defenestrato. E magari in attesa di ricongiungersi con un altro vecchio compagno di strada come Gianluigi Paragone, fondatore di Italexit. A conferma del fatto che alle fesserie sull’evoluzione europeista, democratica e progressista di Conte e della galassia grillina, al momento, sembrano credere solo Zingaretti e Bettini. Ammesso che ci credano.


Da "www.linkiesta.it" Con la scissione grillina, Conte è tornato il punto di riferimento di tutti i populisti di Francesco Cundari

Il "draghismo" come sfida politica

Venerdì, 19 Febbraio 2021 00:00

A questo punto l’onestà intellettuale dovrebbe suggerire, e quasi imporre, di ammettere che politica e antipolitica sono finite assieme. L’una abbattuta dai suoi molti errori di molti anni. L’altra svuotata ormai dai suoi equivoci, dalle sue delusioni e perfino dai suoi tradimenti.

Già, perché l’avvento di Draghi davvero chiude un’epoca. E rende piuttosto patetiche le pretese degli uni, degli altri e degli altri ancora di condizionare un percorso di governo che procederà tanto più speditamente quanto più dimostrerà di non farsi prendere nella pania dei condizionamenti tentati da partiti e movimenti di ieri e di oggi.

Dunque sarebbe meglio se Salvini e Zingaretti, ognuno a modo proprio, non cercassero di sottolineare un’influenza che non hanno sui destini del governo che sono chiamati ad appoggiare. E che Grillo e i suoi, a loro volta, non cercassero di spacciare un ministero nuovo (un ministero!) come la prova provata del loro potere e del senso di quel potere.

Si dovrebbe riconoscere semmai che l’antipolitica sta finendo di suo. Non contrastata dagli insegnamenti degli eredi dei partiti di un tempo. Ma svuotata piuttosto dal vuoto di idee, di competenze, di suggestioni che la cronaca di questa legislatura impietosamente rivela. Sicché oggi il M5S non è più la voce di chi urla e protesta contro la politica politicante ma non è neppure approdato ai territori della competenza e dell’arte di governo. È rimasto per così dire in mezzo al suo guado, mescolando furbizie di piccolo conio imparate troppo in fretta e parole d’ordine inutilmente stentoree recitate da attori giunti in fine carriera. Nè carne né pesce, insomma.

Ma la fine di tutte quelle illusioni, e di tutti quegli equivoci, a sua volta non rigenera la tradizione politica che si vorrebbe far tornare in auge. Perché nel frattempo quella tradizione ha un po’ smarrito se stessa nell’inseguire da molti anni a questa parte la protesta che non le apparteneva. E così, invece di combattere corpo a corpo contro l’altrui demagogia, ha finito per farla propria a piccole dosi e ora sembra non essere più in grado di acquisire almeno il merito delle difficoltà altrui.

Nel frattempo il premier guiderà con redini invisibili il processo politico. Non sfiderà i partiti, ma non se ne farà condizionare. E si porrà, quasi involontariamente, come il simbolo di un establishment che può fare a meno dei partiti non perché li prenda di punta e ne contesti le ragioni ma semplicemente perché ne constata lo svuotamento.

Dunque, forse è inutile che le forze politiche si attardino a praticare il giochino di rimarcare un’influenza che hanno perduto - un po’ tutte. Ma colgano invece l’occasione di Draghi e del suo governo (del “suo”, non del loro) per ripensare se stesse, le proprie ragioni, il senso della loro presenza in un paese che sta cambiando pelle un’altra volta.

La politica dei grandi partiti è finita con la fine della prima Repubblica. L’antipolitica a sua volta sta finendo ora, annegando nel piccolo stagno delle sue promesse mancate e delle sue delusioni annunciate. Ma proprio questa duplice crisi accende ora la fantasia di chi pensa che la politica debba riprendere, prima o poi, la sua funzione di guida.

Come sempre, la sventura promette di essere anche un’opportunità. Purché la si sappia cogliere.


Da "https://www.huffingtonpost.it/" Il "draghismo" come sfida politica di Marco Follini

I governi non li porta la cicogna

Lunedì, 15 Febbraio 2021 00:00

Siamo un popolo infantilizzato da un quarto di secolo di cattiva politica e di pessima televisione, ma non al punto da credere che i governi ce li porti la cicogna. E dunque la favola bella del salvatore della patria chiamato dal Quirinale con una telefonata d’emergenza a commissariare la maionese impazzita di un parlamento capriccioso siamo ancora in grado di respingerla al mittente: ci sono cose che non si improvvisano. La “soluzione Draghi”, lo sappiamo tutti, era nei precordi e nei retropensieri di tutto – tutto – l’arco dei poteri politici, economici e istituzionali italiani: da anni, si aspettava solo che Mario Draghi finisse il suo mandato alla Banca centrale europea per consegnargli il paese chiavi in mano. Ma quel mandato è finito nell’ottobre 2019, quando l’esperimento del secondo governo Conte era cominciato da soli due mesi e non lo si poteva strangolare nella culla; dopodiché è arrivato il nuovo coronavirus a bloccare tutto.

Per di più, sul virus quel governo nato male e cresciuto stentatamente si è guadagnato alcuni meriti sul campo: il negoziato politico ed economico con l’Unione europea sul recovery fund; alcune misure nient’affatto scontate di sostegno al reddito e al lavoro; una gestione sanitaria della pandemia non peggiore, e forse migliore, di quella degli altri governi occidentali (si veda la comparazione tra i paesi europei fatta da Davide Maria De Luca sul quotidiano Domani il 6 febbraio). Poco, indubitabilmente, rispetto alla visione strategica e alla capacità di programmazione che il carattere epocale della crisi pandemica avrebbe richiesto, soprattutto a un Pd del tutto inadeguato al compito. Ma abbastanza per allarmare il fronte dei fautori del “ritorno alla normalità” prepandemica.

Infatti è bastato che la prima fase del contagio si placasse perché crescessero i pruriti su come sottrarre la gestione dei fondi europei alla squadra che li aveva ottenuti, per garantirne una destinazione adeguata agli appetiti e agli equilibri del capitalismo italiano a trazione settentrionale. L’accerchiamento è stato concentrico: prima di Matteo Renzi, la scalata di Bonomi a Confindustria e l’operazione Gedi sulla stampa, trincea degli attacchi quotidiani all‘“assistenzialismo” dei cinquestelle e allo “statalismo di ritorno” del Pd. Renzi ha solo completato l’opera, assistito da ciò che resta della corte di Arcore e da un Giorgetti smanioso di recuperare alla Lega sovranista e xenofoba la rappresentanza originaria del padronato padano.

Nei momenti topici, la classe politica italiana non riesce a governare

Obiettivo politico, interrompere l’esperimento Pd-M5s, spostare l’asse degli equilibri al centro (più un centrodestra che un centrosinistra) liberandolo dalla presenza ingombrante di Giuseppe Conte, spedire i cinquestelle ai margini e riportare la Lega al governo; e non ultimo, ribadire il vincolo transatlantico dell’Italia in tempi di espansionismo cinese. Obiettivo economico-sociale, mettere la ricostruzione postpandemica italiana nelle solide mani della governance europea, chiudendo in anticipo la discussione pubblica, nonché l’eventuale conflitto sociale, sulle modalità della ricostruzione, sul riequilibrio fra stato e mercato, sulla distribuzione delle risorse, sulla contraddizione fra logica del profitto e logica della cura.

Due cose, allora. La prima. Nei momenti topici, la classe politica italiana non riesce a governare e si affida sempre alla stessa filiera “tecnica”, Ciampi-Monti-Draghi. Propriamente parlando non si tratta affatto della morte della politica su cui si sono esercitate le migliori penne a commento della “chiamata” di Draghi dal Quirinale. Si tratta piuttosto di politicissime manovre tese a promuovere e certificare la resa dell’autonomia del politico al primato dell’economico, e a portare l’intera rappresentanza – la famigerata unità nazionale – al servizio consensuale di questo primato, spoliticizzando contemporaneamente le istanze della società. L’operazione però non è mai stata a costo zero, anzi ha sempre avuto dei costi assai salati. Dopo Ciampi venne il lungo regno del populismo berlusconiano. Dopo Monti, l’exploit del doppio populismo dell’M5s e della Lega. Non sappiamo che cosa ci attende dopo Draghi. Però sappiamo, guardando indietro, che la soluzione tecnocratica non è mai un anticorpo del populismo: ne è il lievito, o meglio la controfaccia. E sappiamo altresì che l’alternanza fra tecnocrazia e populismo non fa bene alla democrazia. Strano che lo si debba leggere sul Guardian, mentre la quasi totalità della stampa italiana si esercita nella speculare alternanza fra l’inchino di classe al fascino discreto della borghesia competente e il sarcasmo classista sugli “scappati di casa” del governo precedente.

Seconda cosa. Draghi non è Monti, né per formazione né per situazione: la situazione di oggi, come investire un grosso credito, è diversa da quella del 2011, come abbattere un enorme debito (anche se il credito di oggi è pur sempre debito di domani). E l’Unione europea di oggi è diversa da quella del 2011: la pandemia ha reso insostenibile la miscela etico-economico-politica di ordo e neo liberalismo su cui la Ue è stata edificata, e l’ha già costretta a una correzione di rotta emergenziale che dovrà trovare prossimamente una stabilizzazione e un indirizzo strategico più definito. Si può essere certi che Mario Draghi vi contribuirà, dalla sua nuova postazione, da protagonista. Ma si può solo sperare che la logica dell’ennesima modernizzazione diseguale del capitalismo italiano ed europeo non prevalga sull’urgenza di intervenire sulle disuguaglianze – territoriali, di reddito, di accesso ai diritti fondamentali – che in Italia e in Europa sono ormai arrivate a inficiare quel fondamento egualitario della democrazia che è la cittadinanza.


Soprattutto, è la società italiana a essere diversa da quella che era nel 2011. Allora, uscita dal carnevale berlusconiano, si piegò alla quaresima montiana. Oggi usciamo – ammesso che ne usciamo – da una pandemia che ha reso palesi e insopportabili quelle disuguaglianze e tutte le insufficienze del sistema istituzionale e amministrativo di gestione della sanità, della tutela sociale e delle risorse pubbliche; e se siamo sopravvissuti lo si deve anche all’attivazione di reti spontanee di solidarietà, cura e autogestione, e al lavoro invisibile ed essenziale dei molti, e soprattutto delle molte, che non rientrano mai nei piani di investimento sulla “parte produttiva” del paese.

Abbiamo subìto un cumulo di perdite – affetti, abitudini, convinzioni – che ci lasciano ferite non facilmente rimarginabili. Dicono che Draghi si stia figurando il suo programma di governo come una cura antidepressiva da somministrare a una comunità provata fisicamente, economicamente e psicologicamente dal virus. È una buona idea, ma da maneggiare con molta cautela. La depressione è una condizione delicata, e guai a sbagliare terapia aggredendo magari il sintomo ma non le cause. Le quali stanno nella crudele normalità del sistema che il virus ha hackerato. Non mancherà il conflitto per opporsi al suo ripristino.


Da "https://www.internazionale.it" I governi non li porta la cicogna di Ida Dominijanni

Il biologo Andrew Steele, in un’intervista al Guardian, spiega che anche la senilità è una malattia che può essere curata. L’avanzamento della ricerca scientifica dimostra che rallentare il processo di degenerazione delle patologie tipiche della tarda età potrebbe prolungare l’esistenza umana fino ai 150-200 anni. Ma ci sono ancora degli ostacoli.

L’invecchiamento fa parte della vita. È una fase dell’esistenza a cui nessuno sfugge, da sempre. Il biologo Andrew Steele, però, non è dello stesso parere e in un’intervista al Guardian spiega perché anche la senilità è una malattia che può essere curata.

Per togliere ogni dubbio, Steele chiarisce subito che la sua non è una suggestione da scienziato pazzo, né intende, con la sua ricerca, sostituirsi a Dio. Quello che lo scienziato britannico studia è il modo di prolungare la vita delle persone, fino ai 150-200 anni, e di rallentare il processo di degenerazione delle patologie tipiche della tarda età. In altre parole, Steele sta cercando di capire come fare ad «aumentare la durata della salute di una persona e non allungare uno stato di terribile vecchiaia, come possono essere la fase degli ottantenni e dei novantenni».

Non si stratta quindi di «stare seduti in una casa di cura per 50 anni di più», ma al contrario di dare l’opportunità «ai 150enni si sentirsi sani quasi come i 20enni», continua Steele. Come è possibile? È eticamente giusto? Quali conseguenza avrà a livello globale e demografico?

Andiamo con ordine. Pensiamo all’invecchiamento come a un fatto inevitabile della vita: nasciamo, invecchiamo e moriamo. «Ma se non fosse strettamente necessario?» si chiede il biologo. Steele ha iniziato la vita professionale come fisico, ma ha passato gli ultimi tre anni a fare ricerca per il suo libro sulla biogerontologia (lo studio scientifico dell’invecchiamento), “Ageless: The New Science of Getting Older Without Getting Old”.

Nel testo definisce l’invecchiamento come «il più grande problema umanitario del nostro tempo» e «la principale causa di sofferenza nel mondo». Perché secondo Steele il cancro, la cardiopatia, gli ictus, sono tutte patologie che si verificano nelle persone anziane, principalmente a causa proprio del processo di invecchiamento.

«È un aumento esponenziale della sofferenza in una persona», per questo sarebbe utile «provare a rallentare il processo con gli strumenti della scienza», continua Steele. Il rischio umano di morte raddoppia infatti ogni sette o otto anni. Tendiamo a passare i primi cinque o sei decenni di vita relativamente indenni, dal punto di vista della salute. Il rischio di morte di un bambino di 10 anni è dello 0,00875%. A 65 anni il rischio è salito all’1%. Quando compiamo 92 anni abbiamo una possibilità su cinque di morire.

Il corpo ha lavorato instancabilmente per anni e gli effetti interni di quell’azione provocano l’accumulo di cellule invecchiate e senescenti (non più in grado di proliferare), il costante declino del sistema immunitario e il generale logoramento delle struttura corporea. Questo ci predispone improvvisamente a una varietà di malattie legate all’età: cancro, malattie cardiovascolari, ipertensione, demenza.

«Il sogno della medicina anti-invecchiamento», scrive Steele nel suo libro, «è un trattamento che identificherebbe le cause profonde della disfunzione man mano che invecchiamo, per poi rallentarne la progressione o invertire la tendenza». Queste cause profonde sono ciò che i biogerontologi chiamano tratti distintivi. «Il cancro non è un tratto distintivo dell’invecchiamento», dice ancora Steele, «ma è causato da molti dei tratti dell’invecchiamento». Se gli scienziati possono affrontare questi tratti distintivi, «possono elaborare trattamenti che rallentano l’intero processo di invecchiamento, rimandando le malattie nel futuro».

La speranza, ripete Steele, non è quella di vivere più a lungo per il gusto di farlo, ma di vivere più a lungo in buona salute. Negli ultimi tre decenni la ricerca biogerontologica ha registrato un’accelerazione e i recenti successi hanno suscitato entusiasmo. Uno studio del 2015, pubblicato dalla Mayo Clinic negli Stati Uniti, ha scoperto che l’uso di una combinazione di farmaci esistenti – il dasatinib, un medicinale antitumorale, e la quercetina, che a volte è usato come soppressore dietetico – può rimuovere le cellule senescenti nei topi invertendo i tratti distintivi dell’invecchiamento.

In un altro studio, il farmaco spermidina ha esteso la durata della vita dei topi del 10%. Così come il farmaco rapamicina ha esteso la durata della salute di topi, vermi e mosche, sebbene con effetti collaterali problematici, tra cui la soppressione del sistema immunitario e la perdita di peli.

«Dopo il successo nei topi, nel 2018 è iniziata la prima sperimentazione volta a rimuovere le cellule senescenti negli esseri umani e altre sono in corso. Uno studio più recente ha scoperto che una combinazione di ormoni e farmaci sembra aiutare a ringiovanire il timo (ghiandola collocata nel torace), che contribuisce al sistema immunitario ma degenera rapidamente con l’età» puntualizza il biologo. L’anno prossimo, invece, inizierà una sperimentazione per studiare come la metformina, un farmaco usato per trattare il diabete, potrebbe effettivamente ritardare «lo sviluppo o la progressione di malattie croniche legate all’età – come malattie cardiache, cancro e demenza», aggiunge.

Nonostante lo scetticismo di alcuni componenti della comunità scientifica mondiale, secondo Steele, molto probabilmente «avremo un farmaco che tratta l’invecchiamento nei prossimi 10 anni». Le nostre vite saranno quindi estese, non tutte in una volta ma in modo incrementale, fino ad arrivare ai 150 anni.

Ciò di cui sta parlando Steele non è l’immortalità, le persone continueranno a morire, ma la ricerca scientifica semplicemente allungherà la durata della vita. «Il guaio è che dire che avremo 150enni in giro con l’aspetto di 20enni, è strano. Sembra fantascienza. Sembra un po’ inquietante» svela il biologo. «Quello che cerco però non è avere un carico di 150enni che sembrano ventenni, ma un carico di 150enni che non avranno il cancro, non avranno malattie cardiache, non saranno alle prese con l’artrite. Giocheranno ancora con i loro nipoti, persino con i loro pronipoti. Tutto questo riguarda i benefici per la salute e lo stile di vita».

E a coloro che gli chiedono le implicazioni etiche di questa ricerca, tirando fuori anche il tema del sovraffollamento che un blocco dei decessi provocherebbe, Steele scuote la testa. E risponde: «Se avessi detto “Ecco un’idea che potrebbe curare il cancro, malattie cardiache, ictus” avrei ottenuto solo plausi. Ma non appena suggerisci un modo potenzialmente efficace per affrontarli del tutto, all’improvviso sei uno scienziato pazzo che vuole sovrappopolare la Terra e scatenare una terribile apocalisse».

Questo è un ostacolo importante per il potenziale successo della biogerontologia: il nostro «incredibile pregiudizio verso lo status quo» dell’invecchiamento come un processo inevitabile e la nostra incapacità di accettarlo come curabile, puntualizza il biologo. L’idea, infine, è quella di poter tornare a scuola a 60 anni, o cambiare carriera a 105 o, a 40, decidere di prenderci una sorta di pausa di 20 anni alla ricerca dello spirito, sapendo che avremo un secolo o più per fare altre cose.

E la morte? «Poiché la morte è inevitabile, le persone l’hanno razionalizzata come qualcosa che guida la vita, o dà senso alla vita, o aggiunge una sorta di poesia alla condizione umana», dice Steele. «Ma penso che, in generale, la morte sia un male. E sebbene la mia passione per il trattamento dell’invecchiamento non sia guidata dalla riduzione della quantità di morte, bensì dalla riduzione della cattiva salute in età avanzata, dalla sconfitta delle malattie e dall’eliminazione della sofferenza, penso che avere meno morte nel mondo non sia una cosa negativa» conclude.

Da "https://www.linkiesta.it/" È davvero impossibile arrestare l’invecchiamento?

La nomina dell’ex presidente della Bce sta stravolgendo linea politica e posizioni radicate di Lega e Pd, Cinquestelle e movimenti liberal-democratici. E ancora il governo non è nato.

L’effetto Draghi è destinato a stravolgere l’assetto politico e le fisionomie dei singoli partiti. Lo stiamo già vedendo in questi giorni: i cambiamenti di Movimento 5 Stelle e Lega e la spaccatura della destra ne sono le avvisaglie, e il governo non si è ancora formato, figurarsi quando girerà a pieno ritmo.

Sulla base di ciò che sta avvenendo si possono ipotizzare scenari del tutto nuovi. A destra, la mutazione della Lega da partito sovranista di destra a soggetto portatore di istanze produttivistiche soprattutto del Nord in un quadro di piena accettazione delle regole europee e della moneta unica è, o meglio: potrebbe essere, senz’altro la novità più inaspettata. Una svolta di questa portata certo avrebbe bisogno di una sua solennizzazione, di una Fiuggi leghista magari da tenersi più in una stazione termale del Nord, e forse anche di una formalizzazione della nuova leadership, da Matteo Salvini a Giancarlo Giorgetti (probabile ministro del Draghi I).

Sicuramente non ci sarà solennità, nella svolta giorgettiana, dato che comunque la Lega è abituata a svolte anche profonde senza un adeguamento del suo pensiero e a non mettere in discussione coerenze consolidate, basti guardare a come Borghi e Bagnai si sono trasformati in solidi europeisti nel giro di 24 ore. Se l’evoluzione anti sovranista della Lega andrà avanti, questo lascerebbe spazio a Giorgia Meloni. Ma non è detto che la sua sarebbe una posizione comoda: nel caso in cui il governo Draghi dovesse davvero cogliere gli obiettivi fondamentali della vaccinazione degli italiani e dell’accesso alle risorse del Recovery plan, Fratelli d’Italia potrebbe diventare una ridotta estremistica di pura testimonianza venata di nostalgia.

Al centro potrebbe, e dovrebbe, nascere qualcosa che finora non c’era. Dopo tanto girovagare fra terzi poli e grandi centri, è un fatto che l’operazione-Draghi, aprendo la strada a una possibilità nuova, veda fra i più entusiasti i riformisti di Italia viva (ieri dopo le consultazioni Matteo Renzi si è totalmente affidato al presidente incaricato), +Europa di Emma Bonino e Azione di Carlo Calenda a cui vanno aggiunti i parlamentari “responsabili alla Bruno Tabacci che dopo il fallito salvataggio di Giuseppe Conte adesso troveranno riparo sotto l’ala di SuperMario. E, sempre in questa zona centrale della politica, bisogna adesso annoverare una Forza Italia smarcatasi dai sovranisti e ormai politicamente molto sensibili al riformismo di Mara Carfagna, portavoce di una generazione diversa da quella storica ma che ha alle spalle il placet di Silvio Berlusconi.

Questo centro riformista, nemmeno tanto esiguo, può diventare un polmone parlamentare dell’azione di governo di Mario Draghi, cioè di un riformista attento certamente agli equilibri del sistema ma altrettanto sensibile alle istanze etiche nell’agire economico.

Vale la pena rileggere un importante articolo dell’allora Governatore della Banca d’Italia per l’Osservatore Romano: «Negli ultimi decenni l’espulsione dell’etica dal campo d’indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l’esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti».

E a sostegno di questa tesi Draghi aggiungeva: «È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che sottolinea l’importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari» (George Akerlof, grande economista, è fra l’altro il marito di Yanet Ellen, segretaria al Tesoro degli Stati Uniti- ndr).

Questo centro riformista che si sente molto draghiano potrebbe giocare un ruolo decisivo non solo nel sostegno parlamentare al nuovo governo ma anche godere di una postazione strategica nella partita del Quirinale: qualunque accordo passerà per i gruppi riformisti e anzi a questo punto è tutt’altro da escludere che il successore di Sergio Mattarella verrà indicato proprio da questo settore del Parlamento.

Invece quello che succederà a sinistra è difficile a prevedersi. Diciamo che il rinsaldarsi dell’asse Pd-M5S come risposta alla rottura di Renzi lascia apertissima l’ipotesi di una inedita sinistra gauchista su posizioni più radicali, anche se non è chiara la direzione di marcia dei grillini, o meglio, di quella parte contian-dimaiana che forse si prepara a diventare una specie di Podemos un po’ verde un po’ populista.

Il Pd, se davvero venisse risucchiato in una logica frontista soprattutto in chiave elettorale (il voto nelle grandi città e sullo sfondo le politiche) potrebbe commettere l’errore di rinchiudersi entro vecchi steccati e di perdere appeal da parte di una società ansiosa di risposte più che di testimonianze. Ma il confronto interno al partito non è neppure cominciato ed è dunque troppo presto per capire se prevarrà la sinistra di matrice socialista o la parte più legata al riformismo di Base riformista e di vari sindaci e presidenti di Regione.


Da "www.linkiesta.it" I partiti stanno cambiando in meglio e potrebbe anche nascere un polo riformista di Mario Lavia

Draghi è cruciale anche per l'Ue

Sabato, 06 Febbraio 2021 00:00

Ha accettato un rischio grande e non necessario al suo “cursus honorum”, dimostrando molto coraggio. Tocca a lui rimettere l’Italia sia su un sentiero di sviluppo socio-economico durevole e guidare l'Europa nel processo di riforma.

l presidente Mattarella, con il discorso rivolto martedì agli italiani, ha scritto una pagina di storia non solo istituzionale e politica, ma anche costituzionale della Repubblica. Egli ha infatti dimostrato che di fronte alle “emergenze presenti: sanitaria, sociale, economica, finanziaria”, la scelta tra andare a “immediate elezioni anticipate” o “dare immediatamente vita a un Governo, adeguato a fronteggiare” la gravità della situazione, quest’ultima fosse la scelta obbligata.

Sergio Mattarella: capo dello Stato e dell’Unità Nazionale.

In momenti cruciali nella storia italiana postbellica, e questo lo è, l’articolo della Costituzione che a mio avviso scandisce le scelte apicali è l’87, secondo il quale “Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”. Perché l’Unità Nazionale si può compromettere di fronte a una crisi che distrugge la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche laddove le stesse si rivelino incapaci di affrontare un’emergenza socio-sanitaria e socio-economica. Il presidente Mattarella ha fatto la scelta necessaria, dando il mandato a Mario Draghi “per formare un Governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili che ho ricordato”. Adesso tocca a Draghi e alla consapevolezza da parte di tutte le espressioni politico-parlamentari, la ricerca di una soluzione che rimetta l’Italia sia su un sentiero di sviluppo socio-economico durevole sia nella sua vocazione di Nazione co-federatrice dell’Europa Unita. Al proposito riflettiamo su alcuni aspetti di queste aspirazioni che sono anche doveri di civiltà di un Paese che con la Repubblica e la Ricostruzione ha più volte dimostrato di saper superare crisi gravissime.

Mario Draghi: un liberal solidarista istituzionale.

Tanti hanno scritto di Draghi, qualificandolo nei più vari modi. Anch’io mi permetto perciò di fare alcune valutazioni od osservazioni.

La prima è sulla sua cifra etico-politica valoriale tipica del solidarismo liberale, o del liberalismo sociale, o liberal-socialismo, che ha caratterizzato la migliore storia repubblicana italiana. Ne ho scritto già su queste colonne. La sua formazione e i suoi maestri (Caffè, Modigliani, Ciampi, che andando alle origini avevano a loro volta anche impronte einaudiane) erano, sia pure con varie sfaccettature, parte di questa grande corrente di pensiero democratica e riformatrice.

La seconda riguarda la sua esperienza professionale, che l’ha visto in una molteplicità di ruoli in Italia e nel contesto internazionale, dove ha dimostrato una straordinaria competenza tecnica unita ad altrettanta sensibilità politica e determinazione per scelte operative. Su queste colonne ho ricordato che in Italia è stato direttore generale del Tesoro (dove lo volle Carli), dal 1991 al 2001 dando un supporto “tecnico” a presidenti del Consiglio con cifra prevalentemente istituzionale (Amato, Dini, Ciampi e Prodi) per salvare l’Italia da una (altra) crisi e portarla nell’Eurozona.

La terza, più recente, è la sua dimostrazione che di fronte a situazioni di emergenza chi ha responsabilità apicali deve saper rischiare. Con la Presidenza della Bce, Draghi ha trasformato una Banca di emissione in Banca centrale capace di una politica monetaria vera che nella specifica situazione del decennio passato ha salvato l’Eurozona e l’Euro. Le forze politiche istituzionali e anche finanziarie opposte a questa sua scelta erano potenti.

La quarta è la sua consapevolezza che la politica economica dei singoli Paesi, dell’Eurozona e della Ue, non possono ritenersi esentate dalla responsabilità di politiche di bilancio sane e per lo sviluppo socio-economico di lungo periodo, che la politica monetaria non può e non deve supplire. Draghi lo disse chiaramente nel suo congedo come presidente della Bce il 28 ottobre 2019 in presenza di Mattarella, Macron, Merkel, von der Leyen.

Italia e Europa: 10 anni cruciali.

Adesso la pandemia ha cambiato del tutto lo scenario del terzo decennio per la Ue e l’Eurozona, esponendo l’Italia a sfide ancora più forti di quelle che comunque avrebbe dovuto affrontare per recuperare i ritardi e i dualismi accumulati e accentuatisi nella crisi finanziaria del decennio passato.

Tre aspetti del decennio entrante sono cruciali.

Il primo è il varo del “Next generation Eu” (NGEU), con il quale la Ue innova profondamente sia sulle modalità di finanziamento (Eurobond) delle riforme strutturali dei singoli Paesi Ue, sia sui paradigmi di sviluppo (Green economy, rivoluzione digitale, prevenzione delle pandemie), puntando su una integrazione che passa per gli investimenti e non solo sulla convergenza con il mercato interno e con le regole di bilancio. La chiave di volta è quella degli investimenti, dell’innovazione e delle riforme.

Il secondo aspetto riguarda l’Italia. Come principale beneficiario del NGEU, in quanto destinatario del 27% del totale delle risorse finanziarie mobilitate, il nostro Paese farà la differenza tra il successo e l’insuccesso per tutta la Ue. A oggi, il nostro Piano di Nazionale di Ripresa e Resilienza è in ritardo, perché la scadenza di fine aprile apre la fase di concertazione obbligatoria con la Commissione che con altri Paesi (in particolare Spagna, il secondo beneficiario del NGEU) hanno già in fase molto più avanzata. Il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, con il garbo istituzionale che gli è proprio, ha fatto capire che il cronogramma nei fatti sta accelerando per la spinta degli altri Paesi.

Il terzo aspetto riguarda l’assetto istituzionale della Ue e dell’Eurozona che dovrà di conseguenza essere adattato al nuovo modello di sviluppo e quindi le regole (o i Trattati) andranno modificate e non solo sospese (Patto di stabilità). Forse i meccanismi di voto all’unanimità andranno rivisti, ma per svolgere un ruolo in tutto ciò l’Italia europeista dovrà essere credibile.

Una conclusione: coraggio e fiducia

A settembre Angela Merkel cesserà di essere cancelliera della Repubblica Federale di Germania e, di fatto, di essere la leader storica della Ue e dell’Eurozona dei 15 anni passati. Se Draghi avrà successo nel varare il Governo, il suo ruolo non riguarderà solo l’Italia (che quest’anno avrà anche la Presidenza del G20!), ma anche la Ue e l’Eurozona, alla cui attività istituzionale egli ha già partecipato, e non come spettatore, per 8 anni. Per ora Draghi ha accettato un rischio grande e certo non necessario al suo “cursus honorum”, dimostrando molto coraggio sostenuto dalla fiducia nell’Italia e nell’Europa.

 

Da "www.huffingtonpost.it" Draghi è cruciale anche per l'Ue (che perderà Merkel) da Alberto Quadrio Curzio

Nuovi cammini per l’uomo d’oggi

Lunedì, 01 Febbraio 2021 00:00

Per l’uomo d’oggi e di tutti i tempi, credente e non credente, cristiano o no, il fenomeno del camminare, del pellegrinaggio, è sempre di grande attualità. L’essere pellegrino, in particolare, è intrinseco all’identità dei cristiani, «quelli della via» (At 9,2), quelli che camminano dietro a colui che propone se stesso come via da percorrere (Gv 14,6). In cammino è ogni uomo alla ricerca del “luogo del senso”: tra il simbolico e il sensibile, tra il reale e il virtuale, il camminare è paradigma dell’impegno a divenire se stessi. L’homo viator, pellegrino per vocazione, è l’inesausto cercatore di un incontro.

Su questo tema si è svolta la giornata di studio dal titolo “Quo vadis? Cammino, paradigma per Dio e per l’uomo” (15 dicembre 2020), promossa dal biennio di specializzazione della Facoltà teologica del Triveneto – Licenza in Teologia spirituale in collaborazione con la Licenza in Teologia pastorale –, con gli interventi del sociologo Enzo Pace, Giuseppe Milan (ordinario di pedagogia all’Università di Padova) e Lorenzo Voltolin (docente di comunicazione alla Facoltà teologica del Triveneto).

I cammini, vie larghe per riconoscersi
Enzo Pace (Cammini e cammino. Un fenomeno in crescita, analisi e lettura) ha mostrato come il fenomeno del pellegrinaggio attraversi tutte le grandi religioni mondiali e le epoche storiche e dica qualcosa sulla natura stessa della religione. Le pratiche di cammino, infatti, appaiono come un nucleo universale al di là dei confini delle religioni: si tratta di un fatto sociale.

Ci sono qua e là nel mondo, lungo le vie dei cammini, dei luoghi aperti e condivisi, anche se connotati dal punto di vista religioso, che rivelano la volontà di persone, anche di religioni diverse, di non dimenticare le radici e le tradizioni, di riscoprire e riappropriarsi di una memoria. I cammini di Santiago in Spagna o di sant’Olaf in Norvegia, per citarne un paio, sono “vie larghe” dove le persone sostengono una prova fisica e lo fanno insieme, per darsi coraggio nei passaggi difficili e farsi accompagnare nella fatica.

«Le vie antiche, luoghi di devozione secolare – ha spiegato il sociologo –, aprono a forme moderne del credere, al desiderio di riappropriarsi di parole, usate e abusate, della tradizione non rielaborandole concettualmente ma facendone esperienza diretta e lasciando riaffiorare l’interiorità». E in questa esperienza si lasciano coinvolgere tutti: credenti alla ricerca, credenti in mobilità, non credenti, credenti diversamente, credenti di altre fedi.

«La modernità dei cammini – ha spiegato Pace – sta nelle possibili, varie e impreviste combinazioni di tre dimensioni: corpo, mente-spirito, festa. Accanto alla prova fisica e al coltivare lo spirito, va posta la dimensione festiva – ha concluso – cioè l’esperienza del tempo liberato dal dominio dell’utile e dalla logica del calcolo, l’interruzione del tempo ordinario, e l’esperienza di una comunità di persone che si riconoscono per aver condiviso la prova fisico-spirituale del cammino».

L’homo viator e il viaggio educativo come ricerca del sé e dell’altro
Giuseppe Milan (Verso dove e per quale incontro. Il pellegrinaggio come itinerario della ricerca, del sé e dell’altro/Altro) ha affrontato il tema del cammino dall’angolatura pedagogica, evidenziando innanzitutto come la stessa domanda educativa chiede all’essere umano di essere “viator”, di uscire dal proprio spazio. Nel viaggio educativo la meta è il viaggio stesso: «Il cammino esistenziale, educativo – ha affermato – è autentico quando io lo abito e il cammino mi abita, quando incontro l’altro e l’altro mi abita: siamo mendicanti dell’incontro».

La nascita è la madre di ogni viaggio e l’educatore «è l’ostetrico che avvia il cammino intenzionale, dialogico, che dà vita al legame attraverso gli “interruttori dell’amore”; l’adulto è colui che rafforza l’autonomia e la progettualità di chi viene educato, allargandone lo spazio cognitivo, affettivo e sociale, e lo conduce a oltrepassarsi nel cammino di miglioramento».

L’esortazione educativa risveglia dal torpore, dall’assenza di domande e rimette nel cammino della ricerca, che è sempre incompiuto. «Il cammino educativo è difficile – ha sottolineato Milan –, conduce alla responsabilità, alla necessità di non restare spettatori di fronte al mondo ma di farci attori nella “dis-comfort zone”. L’educatore deve essere disponibile alla perdita delle certezze, a lasciare sempre una sedia vuota per ospitare l’imprevisto».

Ogni incontro autentico lascia un’eredità, un segno: insegna. «La lotta educativa – ha concluso – è incontro delle differenze per migliorare e creare tra di noi legami di umanità».

Viaggiare nel mondo web, il cammino virtuale come finzione
Lorenzo Voltolin (Viaggiare nel mondo web. Confronti tra viaggi paralleli. Nuovi interrogativi) ha letto il tema del viaggio alla luce delle moderne forme di comunicazione multimediale ponendo l’attenzione sulla struttura del mondo digitale e l’estetica virtuale.

«I linguaggi virtuali, con la loro struttura reticolare, immersiva e complessa – ha esordito –, vorrebbero essere il nuovo grande medium capace di riconfigurare l’esperienza dell’uomo, quindi anche il cammino».

I media digitali sono estensioni elettrificate dei sensi estetici e sostanzialmente essi tendono a proiettaree a far giungere le facoltà estetiche dell’umano oltre il “qui” e “ora”.

«I media digitali toccano il corpo e in questo sono molto simili al pellegrinaggio tradizionale, che si attua solo a partire dal corpo». Ma come e fino a che punto lo toccano? «La cosiddetta “rivoluzione digitale” si comprende solo superficialmente se la si intende come utilizzo di nuovi e più aggiornati strumenti – ha spiegato –. Essa piuttosto va a mutare il rapporto tra intra-corporeo e inter-corporeo, che viene mediato dall’elettricità. Come il pellegrinaggio tradizionalmente inteso ha sempre congiunto cammino del corpo (significante) con cammino dello spirito (significato), così i media digitali, in forza dell’elettricità, si muovono su una medesima grammatica di una correlazione tra “dentro” e “fuori”».

Ogni racconto – ha proseguito Voltolin – è un’opera di finzione letteraria nel senso che esso, libero dai soli intenti descrittivi e finalistici, soprattutto nella forma estetica dell’oralità, rimette in circolo cause, mezzi e fini, divenendo così un continuo produttore di senso. «Ciò accade anche nel racconto della storia della salvezza, che continuamente riconfigura gli eventi fondanti operando una finzione narrativa e producendo significati per la contemporaneità dell’uomo.

Se così non fosse, la Scrittura sarebbe legge, descrizione, definizione, quindi lettera morta. Il virtuale e i media digitali – ha concluso – indubbiamente hanno un potere riconfigurante: essi, facendo leva sulle facoltà estetiche, ovvero sul significante, riconfigurano rendendo percepibili esteticamente cause, mezzi e fini, producendo così significati per l’uomo contemporaneo».

Da "http://www.settimananews.it/" Nuovi cammini per l’uomo d’oggi di Roberta Carlini di Paola Zampieri